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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Germania e Polonia scaricano Macron, l’America non firma il documento dei volenterosi, Starmer si rimette al Parlamento, Madrid invoca l’Onu. Il capo della resistenza protesta: «Dagli alleati non ho risposte chiare».
Nel giro di 24 ore, la passerella di Parigi per l’Ucraina si è sbriciolata: le truppe occidentali che c’erano, ma solo dopo la tregua che ancora non c’è, già non ci sono più. La Francia di Emmanuel Macron insiste per l’invio di un contingente, che in ogni caso sarebbe risicatissimo, a monitorare la linea di contatto tra i belligeranti. Ma dall’unico partner da sempre disposto a seguirla, il Regno Unito, è arrivata una prima frenata: il premier britannico, Keir Starmer, ha annunciato che dovrà interpellare il Parlamento. A casa sua, Volodymyr Zelensky ha risolto la pratica introducendo la legge marziale; ma alle nostre latitudini, le democrazie funzionano diversamente. Con la notevole eccezione dell’Italia che bombardò la Serbia, ai tempi di Massimo D’Alema presidente del Consiglio e di Sergio Mattarella suo vice.
La Germania, dal canto suo, si era immediatamente sfilata dal progetto dei volenterosi per mettere gli stivali sul terreno. Il cancelliere, Friedrich Merz, aveva aperto almeno alla possibilità di spedire degli uomini in un altro Paese Nato vicino all’Ucraina. Ieri, comunque, il segretario generale del suo partito, la Cdu, ha fissato i paletti: niente insegne della Bundeswehr al fronte. Le forze armate, ha spiegato Cartsen Linnemann, «sono già schierate a difesa degli Stati baltici». E tanto basta. L’architettura securitaria e la proiezione geopolitica di Berlino, impegnata in un massiccio riarmo, guarda alle regioni dell’ex impero prussiano.
Anche Varsavia, che un giorno sì e l’altro pure parla come se fosse già in guerra con la Russia, non ne vuol sapere di seguire Macron. E poi, seguirlo dove? A Leopoli o a Kiev, ad addestrare le prossime leve dell’esercito alleato? O magari nel Donbass, dove 10.000 soldati anglofrancesi, 15.000 al massimo, stando alle stime del Times, magari 30.000 totali in un anno, considerando gli avvicendamenti, dovrebbero presidiare 60.000 chilometri quadrati di polveriera?
La posizione italiana è nota: nessun soldato a Est. Semmai, si dovrà varare un meccanismo simile alla clausola di mutua assistenza militare, prevista dall’articolo 5 del Trattato Nato.
L’altra nazione mediterranea, la Spagna del socialista Pedro Sánchez, ha manifestato un qualche interesse per l’iniziativa transalpina, ma a una condizione: che si tiri in ballo l’Onu. Mosca e Pechino, entrambe dotate di potere di veto in seno al Consiglio di sicurezza, non vedranno l’ora di dare il loro via libera. Di nuovo, è la sovranistissima e cattivissima Ungheria a suonare la sveglia: la proposta dei volenterosi, ha commentato Budapest, «spinge l’Europa verso un confronto diretto con la Russia». La quale ha invaso l’Ucraina, seguendo la stessa logica della dottrina Monroe o Donroe di Donald Trump in Venezuela, per non ritrovarsi la Nato nel «cortile di casa». Adesso dovrebbe tollerare che le truppe dell’Alleanza atlantica, uscite dalla porta, rientrino dalla finestra? Quelli del Vecchio continente sono i classici conti fatti senza l’oste. Che la guerra, per di più, la sta vincendo e, pertanto, non ha motivo di accettare condizioni sfavorevoli.
La vera pietra tombale sulla missione rischia di metterla l’unica potenza il cui contributo conta sul serio: gli Stati Uniti. Trump, con un post su Truth, ci ha tenuto a ricordarlo, con i soliti toni da gradasso: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti». Politico ha notato che i rappresentanti di Washington non hanno firmato la dichiarazione sulle garanzie di sicurezza adottata a Parigi, dando adito a dubbi sulla volontà americana di collaborare tramite droni, satelliti e altri sistemi elettronici, capaci di sopperire alla scarsità di uomini che si troveranno dinanzi a un’armata da mezzo milione di unità, che lo zar può mobilitare rapidamente. Secondo la testata, i dettagli sul contributo Usa alla forza multinazionale sono stati rimossi da una bozza iniziale, nella quale era scritto che l’esercito a stelle e strisce sarebbe stato vincolato a intervenire «in caso di attacco» nemico e a fornire assistenza logistica e di intelligence.
Con gli Stati Uniti, poi, rimane aperta la questione dei territori e del controllo della centrale di Zaporizhzhia; temi di cui l’inviato di Trump, Steve Witkoff, ha continuato a discutere ieri, sempre nella capitale francese, con l’ucraino Rustem Umerov.
Zelensky, nel frattempo, era volato a Cipro, il Paese più «putianiano» tra i 27, cui tocca la presidenza di turno del Consiglio, per parlare dell’adesione dell’Ucraina all’Ue. Un percorso che, a suo avviso, andrebbe coordinato con quello della Moldavia. Ha chiesto che Washington catturi il leader ceceno Ramzan Kadyrov come ha fatto con Nicolás Maduro. Ma a chi sa attribuire peso alle parole, in realtà è parso che abbia ridimensionato le sue aspettative: prima esigeva una «pace giusta», ora si accontenta di una «pace degna». Deve aver intuito che, al di là dei proclami, l’Eliseo ha allestito una messinscena, più che un protocollo a tutela dell’Ucraina. Il presidente, infatti, ha lamentato di «non aver ricevuto una risposta chiara» dagli europei su come reagirebbero in caso di nuova offensiva russa. «È esattamente la domanda che ho posto a tutti i nostri partner. Finora, non ho ricevuto una risposta chiara e inequivocabile». Quando il gioco si fa duro, i duri per finta smettono di giocare.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
«Televisor», o «televisione». Nel gennaio del 1926 la parola suonò come un neologismo assoluto quando l’inventore John Logie Baird portò a termine con successo il suo più grande esperimento: trasmettere a distanza immagini in movimento in tempo reale.
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Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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Né la cattura di Maduro né i dazi di Washington hanno frenato i titoli: Caracas segna +148% dal 23 dicembre. Messico da record, il Brasile rimane attraente. Gli operatori considerano l’area troppo cruciale per tutti.
Dopo il blitz Usa in Venezuela e la clamorosa «cattura» di Nicolás Maduro, i mercati non frenano: dal 23 dicembre la borsa di Caracas è salita del 148%. Reuters lega il repricing alla riapertura del dossier ristrutturazione (150-170 miliardi di debito, con la Cina esposta per 13-15), ma le sanzioni americane restano l’ostacolo tecnico che può accelerare o congelare tutto.
«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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