(IStock)
Bruxelles ci ha sempre esortato ad aumentare le scorte per ridurre i costi, ma adesso consiglia il contrario: meno stoccaggi. E invita imprese e famiglie a limitare i consumi: un buon modo per avere più disoccupazione.
L’Europa se n’è inventata un’altra. Seguite il ragionamento perché è talmente sottile, arguto e fino da rasentare pericolosamente il nulla assoluto. Poiché con la guerra ci può essere un problema di approvvigionamento del gas (ma va’?, ci era sfuggito), e ora già costa troppo (menomale che ce l’hanno detto, sennò avremmo pensato che qualcuno ci stesse rubando i soldi nel portafoglio), mettetene da parte un po’ meno e, soprattutto, consumatene di meno perché se aumenta troppo il numero di coloro che ne comprano tanto (la domanda) poi aumenta il prezzo e cresce l’inflazione.
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.
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2026-03-22
Titoli di Stato in «guerra»: Usa vicini alla soglia critica e sale il costo per i Btp
I nostri bond tornano a ballare, ma i fondamentali non c’entrano: dipende da conflitto nel Golfo e giochi degli investitori. Il debito americano sfora i 39 triliardi, il 124% del Pil.
C’è stato un tempo non troppo lontano in cui i Btp erano diventati quasi noiosi. Il titolo di Stato italiano non faceva più paura: roba buona per tranquilli cassettisti. Poi è arrivata la guerra e il mercato ha ricordato a tutti che la memoria è corta ma il rischio no.
Da quando è esploso il conflitto con l’Iran, i titoli di Stato italiani hanno ripreso a muoversi come ai vecchi tempi. Nervosi, suscettibili, pronti a diventare, ancora una volta, l’anello debole dell’eurozona. I rendimenti sono saliti di scatto superando la soglia del 3,9%. Se il picco si consolida il Tesoro dovrà pagare 3,5 miliardi di interessi in più. In un mese, da quando è cominciata la guerra, c’è stata una impennata dei rendimenti del 20,9%. Un indice di paura che non ha eguali fra le grandi economie avanzate, come dimostra la tabella accanto. Lo spread è tornato a farsi notare: 92 punti base. Nulla di drammatico ancora. Ma abbastanza per far drizzare le antenne a chi, negli ultimi anni, si era abituato a considerarlo un rifugio sicuro e ben remunerato. Il punto, però, è che questa volta non è colpa dell’Italia. O almeno non direttamente. Non ci sono manovre sballate, né conti pubblici fuori controllo. Il problema è più sottile e proprio per questo più insidioso: si chiama «carry trade». Un nome elegante per una strategia molto semplice e diffusa.
Funziona così: si prende in prestito denaro a tassi contenuti, e lo si investe in titoli che rendono di più. Come i Btp. Il guadagno è nello spread, nella differenza di rendimento. Finché il mare è calmo, è una macchina da soldi perfetta. Ma appena arriva la tempesta, tutti corrono al salvagente. Esattamente quello che sta succedendo adesso. Spiegano gli strateghi di Natixis che «l’allargamento sembra essere dovuto principalmente alla continua liquidazione delle posizioni di carry trade e all’elevata volatilità, piuttosto che a un deterioramento dei fondamentali». In altre parole, non è l’Italia che va male, sono gli investitori che stanno smontando in fretta e furia le loro scommesse.
Laura Cooper di Nuveen mette il dito nella piaga vera: l’Italia paga la sua maggiore dipendenza energetica. «Il mercato sembra sempre più attento ai rischi derivanti da un’eccessiva concentrazione di posizioni lunghe in Italia, aggravati dalla forte dipendenza del Paese dal petrolio e dal gas». Se il conflitto dovesse durare, il rischio è che crescita e conti pubblici tornino sotto pressione. A quel punto, la narrativa rassicurante degli ultimi anni potrebbe incrinarsi. Intendiamoci: siamo ancora lontani dalle zone rosse. Quattro anni fa lo spread viaggiava sopra i 250 punti. Oggi siamo sotto i 100. Ma i mercati non ragionano per livelli assoluti, bensì per direzione e velocità. E la direzione, in questo momento, non è delle migliori. Anche perché sullo sfondo si muove un altro gigante, molto meno disciplinato dell’Italia e molto meno osservato con sospetto: gli Stati Uniti. Qui i numeri non sono nervosi, sono semplicemente fuori scala. Il debito federale ha superato i 39.000 miliardi di dollari. In otto mesi è aumentato di 2.000 miliardi. Dal 2018 è quasi raddoppiato. E secondo le stime, continuerà a crescere di oltre 2.400 miliardi l’anno, fino a sfondare quota 64.000 miliardi nel 2036.
Il rapporto debito/Pil è al 124%. Un livello che, se appartenesse a un Paese europeo, scatenerebbe editoriali indignati, riunioni straordinarie e probabilmente qualche crisi di governo. Ma siccome si tratta di Washington, tutto scorre. O quasi. Perché ieri il presidente della Fed, Jerome Powell, non ha mancato, ancora una volta, di mettere sotto accusa le scelte di Trump. Lo ha fatto in maniera indiretta citando Paul Volker, mitico capo della Fed negli anni Ottanta che non ebbe paura di sfidare un inquilino della Casa Bianca del calibro di Ronald Reagan stringendo i tassi fino al soffocamento pur di fermare l’inflazione. Allora come oggi a innescarla era stato il petrolio. Perché la verità è che il mercato globale dei titoli di Stato è sempre più interconnesso. E quando il debito americano accelera in modo così vistoso, inevitabilmente influenza anche il resto del mondo. I rendimenti salgono, il costo del denaro cambia, e le strategie diventano improvvisamente molto più rischiose. In questo quadro, l’Italia si ritrova esposta due volte: per la sua struttura economica e per il suo ruolo nei portafogli degli investitori. È un asset che rende di più, e proprio per questo viene comprato e venduto più velocemente. È il solito gioco. Finché funziona, sembra semplice. Quando si inceppa, si scopre quanto fosse fragile. La sensazione, oggi, è che i titoli di Stato siano tornati in guerra. Non solo per effetto delle bombe in Medio Oriente, ma per le tensioni accumulate negli anni. L’Italia, ancora una volta, si ritrova nel posto meno comodo: quello dove i movimenti si vedono prima e si sentono di più.
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Il martirio di San Simonino da Trento di Giovanni Gasparro (nel riquadro)
Il pittore Giovanni Gasparro finito sotto accusa per il suo «Martirio di San Simonino da Trento»: «Il pm chiedeva la reclusione ma sono stato assolto perché il fatto non sussiste. In questo tempo ho subito danni negli affetti e sul lavoro».
Giovanni Gasparro è uno dei più grandi pittori italiani, apprezzato nel mondo. Negli ultimi sei anni la sua vita e il suo lavoro sono stati funestati da una accusa infamante: quella di essere un antisemita che istiga alla discriminazione razziale. Pochi giorni fa è stato assolto, ma la vicenda lascia un segno.
Finalmente si è conclusa questa storia assurda. Che cosa ha deciso il tribunale?
«Il tribunale di Bari, in composizione collegiale, mi ha assolto “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, mossa dalla comunità ebraica, per il dipinto Martirio di San Simonino da Trento e i commenti esplicativi relativi all’opera. Sostanzialmente, i giudici hanno confermato quanto stabilito già nel 2022 nell’ordinanza di archiviazione emessa dal gip presso il tribunale di Milano dove ero imputato per il medesimo dipinto. Oltretutto, l’archiviazione per infondatezza della notizia di reato era in accoglimento della richiesta del pubblico ministero e fu accolta dal gip. Cosa che non è successa a Bari, la mia città, dove sono stato rinviato a giudizio con un’accusa infamante quanto ingiusta, lontana dalla mia indole e dalla mia opera artistica. Sarebbe bastato guardare la mia produzione pittorica, la mia attività di incisore, scenografo o leggere i miei scritti per capire che artisticamente e umanamente penso e agisco in modo diametralmente opposto rispetto alle accuse che mi sono state rivolte dai miei denuncianti».
Quanto è durato questo procedimento?
«Il dipinto (che ha avuto una lunga genesi, dal 2018 al 2019) fu pubblicato online nel marzo del 2020 ma mai esposto fisicamente. All’indomani della pubblicazione fui denunciato e da allora è iniziato un calvario giudiziario che si è diramato in due filoni, quello di Milano e quello di Roma, quest’ultimo poi passato a Bari. Da allora, sino alla sentenza dell’altro giorno, sono trascorsi sei lunghi anni. Un lasso di tempo interminabile in cui i media enfatizzavano la mia potenziale colpevolezza e io declinavo tutte le richieste di interviste che mi pervenivano da tutte le maggiori testate nazionali e persino dagli Usa, Israele, Polonia, Brasile, ecc, con il fermo proposito di non alimentare il clamore sulla vicenda».
Non è difficile immaginare che impatto possa avere avuto tutto ciò sulla sua vita...
«Sono innumerevoli i risvolti negativi innescati da questo procedimento penale. Sul piano umano e familiare sono facilmente intuibili, oltretutto in un periodo della mia vita in cui sono pesantemente peggiorate le condizioni di salute di mia madre e che, poi, l’hanno portata alla morte. La pressione emotiva, il rischio di una condanna penale (il pm chiedeva per me sei mesi di reclusione) e la gogna sono già una condanna inflitta a un imputato che si vede catapultato in un’aula di tribunale alla stregua di un comune malfattore, interrogato per il suo operato artistico. Ricevere la visita improvvisa della Digos a casa come fossi un delinquente, dover subire interrogatori in questura in una Bari deserta, in pieno lockdown, e poi tutta la trafila giudiziaria con il processo è stato umiliante quanto surreale. Tutto per aver dipinto su tela la riproposizione di un’iconografia d’arte sacra che ha una storia lunga mezzo millennio (tanto è durato il culto del piccolo Simonino come compatrono di Trento) e i cui esemplari antichi sono ancora esposti alla pubblica fruizione in chiese, musei, biblioteche e persino sulla pubblica via, in tutta Europa. Davvero una situazione surreale che mi ha lasciato sbigottito ed incredulo».
E sul lavoro è stato danneggiato?
«Ovviamente, pur avendo quest’unico carico pendente riferito al processo, non ho potuto concorrere a bandi e concorsi d’arte prestigiosissimi come quello indetto per la realizzazione della Via Crucis per la basilica di San Pietro in Vaticano, non ho potuto firmare commissioni altrettanto prestigiose per l’acquisizione di mie opere per musei e collezioni private di tutto il mondo. Questo, insieme alle onerose spese legali da sostenere, mi ha causato anche un danno materiale ed economico esorbitante. Molti collezionisti privati o istituzioni hanno dovuto, obtorto collo, o per ragioni ideologiche connesse con la vicenda, negarmi rapporti professionali. E chissà quanti altri non hanno neppure provato a contattarmi, dissuasi dalla vicenda giudiziaria che mi vedeva coinvolto. Dai primissimi mesi ne scrissero il Times of Israel e il Jerusalem Post e anche in Italia sono stato oggetto di una campagna mediatica di infimo livello, senza possibilità d’appello, ancora trattato come un pericoloso antisemita».
Sei anni per confermare una decisione che era già stata presa da un altro tribunale non le sembrano troppi?
«Mi sono sembrati un tempo biblico. Perché tra i trenta e i quarant’anni un artista è nell’età in cui può estrinsecare il proprio pensiero e le proprie abilità tecniche con maggior vigore fisico e intellettuale. Sicché sento di esser stato defraudato di sei preziosissimi anni di lavoro e arte che nessuno potrà restituirmi».
È uscito da questa storia a testa alta, totalmente innocente. C’è, tuttavia, qualche macchia che rimane?
«Tutta la vicenda mi ha cagionato un danno d’immagine ma anche in termini finanziari, artistici, familiari, professionali, ecc, incalcolabili. In parallelo e a seguito dello stigma infamante di antisemita, sono stato oggetto di hackeraggi dei miei siti Web, i miei detrattori hanno tentato (talvolta riuscendoci), di farmi revocare commissioni artistiche, premi internazionali già vinti, spogliare gli altari delle chiese dalle mie pale dipinte. Sono stato oggetto di insulti in tutte le lingue e su tutti i miei canali di comunicazione, nonché di pedinamenti a Bari (finanche nella cripta della cattedrale) e minacce di morte. Il tutto, ripeto, con una pressione mediatica di certi giornali che oggi sono silenti rispetto alla mia assoluzione. Tutte le istituzioni civili, religiose e culturali del mio contesto d’origine, comprese quelle che ostentano a ogni piè sospinto la propria indignazione per le censure artistiche, non hanno mosso un dito in mia difesa».
Quali istituzioni?
«L’episodio più eclatante e inopportuno è stato quello legato alla censura subita dal sindaco di Bari, Vito Leccese, quando, a ridosso dell’inaugurazione, ha cancellato la mia esposizione personale presso la Pinacoteca Corrado Giaquinto. Mostra che era stata voluta dalla precedente amministrazione. Il sindaco ammise, a mezzo stampa, come riportato da tutte le testate locali, “di aver annullato, da sindaco, la mostra del pittore Giovanni Gasparro dopo le segnalazioni di Chiara di Segni della comunità ebraica, secondo cui le opere contenevano messaggi antisemiti”. Un vero e proprio atto di censura culturale per un cittadino e pittore libero e incensurato. Sicché è parsa a tutti come una pretestuosa e ingiustificabile censura. Inoltre, ero già a processo quando mi fu chiesto insistentemente dalla direzione della Pinacoteca e dalla delegata alla cultura della Città metropolitana di Bari, di realizzare questa mostra. Tutto il personale del museo, la curatrice dell’esposizione e la direzione erano a conoscenza delle opere che sarebbero state esposte e quindi anche l’operato di costoro è stato screditato. La censura subita non ha riguardato il dipinto Martirio di San Simonino da Trento, per cui ero a processo (considerando il fatto che non era affatto prevista la sua esposizione a Bari) bensì l’intera mia opera artistica».
Un colpo bruttissimo...
«Per il catalogo della mostra stavano scrivendo storici dell’arte di fama internazionale. Un danno d’immagine e professionale indicibile. Ho esposto in tutto il mondo da quando avevo vent’anni. Mai mi sarei aspettato, proprio nella città in cui sono nato e ho scelto di tornare a vivere, di subire in parallelo un processo penale ed una censura artistica di questo calibro. Questo mi ha profondamente ferito e ho meditato di trasferirmi altrove. A ogni modo, in questi anni, altri spiriti intellettualmente onesti, culturalmente e spiritualmente nobili non mi hanno fatto mancare commissioni e coinvolgimenti in mostre di ancor più rilevante prestigio».
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Potremmo quasi definirla una ricetta di base da arricchire a piacimento. Noi l’abbiamo preparata così perché aspettiamo amici non carnivori a cena e dunque ci serviva di proporre un piatto d’intermezzo che fosse compatibile con le loro preferenze alimentari. Ma voi potete arricchire con salsiccia, pancetta, speck o magari inserendo altro formaggio a cubetti. La ricetta è semplice e di sicuro effetto. Si può gustare sia tiepida che fredda, evitate però di servirla appena sfornata.
Ingredienti – 300 gr di bietole già lessate, 250 gr di ricotta mista, una confezione di pasta brisé, un uovo, 6 noci, 150 gr di Parmigiano Reggiano o Grana Padano grattugiati, 4 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale, peperoncino (o pepe) in polvere e noce moscata qb
Procedimento – In una ciotola amalgamate la ricotta con le bietole che avrete sminuzzato grossolanamente, aggiustate di sale e peperoncino e abbondante noce moscata. Sgusciate le noci e riducetele a granella. Separate il bianco dell’uovo dal tuorlo che terrete da parte Ora aggiungete al composto di bietola e ricotta tutto il formaggio grattugiato, l’olio extravergine di oliva, la granella di noci e la chiara dell’uovo. Amalgamate bene. In una tortiera sistemate con la carta forno la pasta brisé e riempite con il composto. Sbattete il rosso d’uovo. Ripiegate i bordi della pasta brisé al centro della torta e pennellate con l’uovo. Guarnite con un paio di mezze noci e andate in forno a 180 gradi per circa una mezz’ora.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di amalgamare gli ingredienti girando con un cucchiaione di legno!
Abbinamento – Ricotta chiama un grande bianco: il Trebbiano d’Abruzzo! In alternativa ottimi il Vermentino o il Fiano di Avellino.
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