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2019-12-27
Fioramonti sbatte la porta e apre l’ennesima crepa nella maggioranza agonizzante
Ansa
La tegola piomba sul governo e sulla maggioranza giallorossa nella tarda serata di Natale: Lorenzo Fioramonti, del M5s, si dimette da ministro della Pubblica istruzione. Il gesto di Fioramonti, al di là delle parole piene di retorica con le quali l'ex ministro delle Merendine spiega la sua decisione, è una legnata tremenda sulla testa ciuffata del premier Giuseppe Conte.
«La sera del 23 dicembre», scrive Fioramonti su Facebook , «ho inviato al presidente del Consiglio la lettera formale con cui rassegno le dimissioni da ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca. Prima di prendere questa decisione ho atteso il voto definitivo sulla legge di Bilancio, in modo da non porre tale carico sulle spalle del Parlamento in un momento così delicato. Le ragioni sono da tempo e a tutti ben note: ho accettato il mio incarico con l'unico fine di invertire in modo radicale la tendenza che da decenni mette la scuola, la formazione superiore e la ricerca italiana in condizioni di forte sofferenza. La verità, però, è che sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l'università e la ricerca. Pare che le risorse non si trovino mai», attacca Fioramonti, «quando si tratta della scuola e della ricerca, eppure si recuperano centinaia di milioni di euro in poche ore da destinare ad altre finalità quando c'è la volontà politica. Alcuni mi hanno criticato per non aver rimesso il mio mandato prima, visto che le risorse era improbabile che si trovassero. Ma io ho sempre chiarito che avrei lottato per ogni euro in più fino all'ultimo, tirando le somme solo dopo l'approvazione della legge di Bilancio. Ora forse mi criticheranno perché, in coerenza con quanto promesso, ho avuto l'ardire di mantenere la parola. Le dimissioni sono una scelta individuale, eppure vorrei che, sgomberato il campo dalla mia persona, non si perdesse l'occasione per riflettere sull'importanza della funzione che riconsegno nelle mani del governo. Un governo che può fare ancora molto e bene per il Paese», accusa Fioramonti, « se riuscirà a trovare il coraggio di cui abbiamo bisogno».
Il dado è tratto, dunque, e arriva la risposta al vetriolo della Dadone. A replicare alle accuse di Fioramonti, senza mai nominarlo, infatti, è Fabiana Dadone, ministro della Pubblica amministrazione, fedelissima di Luigi Di Maio: «Cos'è il coraggio in politica? Forse sbaglierò e chiedo scusa», scrive la Dadone su Facebook, «ma questo è un umile pensiero fuori da strategie e ipocrisie. Trovo stucchevole che chi professi coraggio agli elettori poi scappi dalle responsabilità politiche. Se hai coraggio, non scappi. Se condividi davvero una battaglia, non scappi, ma mangi sale quando devi e porti avanti un progetto (ammesso che lo si abbia mai realmente condiviso). Dividere l'opinione pubblica scappando dalle responsabilità con scuse variopinte», argomenta la Dadone, «premia nell'immediato. La stampa ha bisogno di gossip, ma le persone hanno bisogno di gente che sappia governare. Governare è difficile, perché riduce al nulla gli slogan o le promesse senza criterio. Governare spesso non è trendy, non è pop e non è social. La coerenza è per lo più un pregio, ma a volte rischia di sconfinare nella sterile testimonianza che, peraltro, si addice poco a chi occupa posizioni di responsabilità. Il coraggio in politica è anche ammettere che non si è in grado di governare, è saper chiedere scusa se non si ha più coraggio. Il resto non è certamente coraggio, sono scuse, incapacità, protagonismo, gossip. Tutto alla fine viene a galla. Tempo al tempo», conclude la Dadone, «che come sempre saprà essere galantuomo!». E mentre il deputato Emilio Carelli parla di «dimissioni incomprensibili», nel M5s c'è anche chi polemizza con Fioramonti, accusandolo di non avere restituito al Mmovimento alcune decine di migliaia di euro.
L'opposizione di centrodestra, granitica, affonda i colpi. Il leader della Lega, Matteo Salvini, sceglie la strada dell'ironia, pubblicando sui social una sua foto sorridente mentre gioca con la figlia con i mattoncini: «Mentre il governo perde pezzi», scrive Salvini, «noi ricostruiamo col Lego!». «Non sentiremo la mancanza del ministro Fioramonti», sottolinea la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «che avrebbe dovuto rassegnare le sue dimissioni già da tempo per i suoi post ignobili e deliranti contro le forze dell'ordine e le donne. Lo ha fatto solo dopo l'approvazione della manovra, ammettendo il fallimento su scuola e università di un governo guidato da un professore».
«Era l'inizio di ottobre», dice Gigi Casciello, deputato di Forza Italia e componente della commissione Istruzione alla Camera, «quando, nel sottolineare l'improbabile approccio avuto al suo ruolo, invocai le dimissioni di Lorenzo Fioramonti, ministro della (d)Istruzione del governo giallorosso. Oggi, con qualche mese di ritardo, questa inevitabile ipotesi si è materializzata, e ora auspico una scelta fuori dai partiti perché il ministro dell'Istruzione non può essere piegato alle logiche stataliste e settarie del M5s».
La maggioranza accusa il colpo: «Il governo», fanno sapere del M5s, «è al lavoro per migliorare la scuola, l'istruzione e sostenere la ricerca. Guardiamo avanti, c'è piena fiducia nel premier Conte per individuare un nuovo ministro dell'istruzione, la scuola non può aspettare». «La tassa sulle merendine», scrive su Twitter Luciano Nobili, deputato di Italia viva, «la rimozione del crocifisso, la iena Giarrusso a controllare i concorsi. Sarà doloroso rinunciare alle sue mosse geniali ma una cosa è certa: la scenata natalizia di Fioramonti con la scuola non c'entra nulla. È solo un regolamento di conti tra grillini». Duro Gianfranco Librandi: «Chi lascia il campo di battaglia dimostra il livello del suo coraggio e la qualità del suo impegno». «Questo governo perde i ministri come le foglie d'autunno di un albero», commenta invece il deputato Giacomo Portas.
Intanto scalda i motori Morra, l’anti Giggino
Le dimissioni di Lorenzo Fioramonti aprono la corsa alla successione: in pole position per diventare ministro della Pubblica istruzione c'è Nicola Morra, senatore del M5s, presidente della commissione parlamentare Antimafia. Morra, genovese di nascita e calabrese di adozione, era dato come probabile candidato alla presidenza della Regione Calabria se il M5s si fosse alleato con il Pd. Come sappiamo, la piattaforma Rousseau ha bocciato l'alleanza e così Morra ha dovuto rimettere nel cassetto i suoi sogni da governatore.
Critico con la gestione di Luigi Di Maio, Morra potrebbe essere «accontentato» con la poltrona che fu di Fioramonti: le voci di dentro del M5s raccontano che il presidente dell'Antimafia, negli ultimi giorni, stia comunque dedicando una parte delle sue giornate alla campagna elettorale calabrese, non facendo mancare riflessioni critiche sulla gestione dell'intera vicenda, sfociata nella candidatura alla presidenza per il M5s del docente universitario Francesco Aiello, nonostante Di Maio si fosse espresso a favore dell'accordo giallorosso, sia in Calabria che in Emilia Romagna: «Il voto su Rousseau», disse Morra lo scorso 22 novembre, poche ore dopo il responso della consultazione on line tra gli attivisti, «dimostra che l'uomo solo al comando scoppia. C'è la necessità di gestire il M5s in maniera più collegiale e plurale. Noi i voti li rispettiamo ma Emilia Romagna e Calabria sono realtà diverse. Le mele non si associano alle pere e per questo io ho deciso di non votare. Dobbiamo difendere la nostra identità», aggiunse Morra, «perché dovremmo sostenere Bonaccini? La richiesta degli attivisti è un'altra».
Due settimane prima, dopo la disfatta in Umbria, Morra aveva riunito a Roma una trentina di parlamentari estremamente critici nei confronti di Di Maio. Morra, in sostanza, è una sorta di pontiere tra le varie anime grilline che considerano esaurita la spinta propulsiva della gestione dello statista di Pomigliano d'Arco. Ieri, ai piani alti del M5s, si considerava plausibile l'approdo di Morra al ministero della Pubblica istruzione: sarebbe un modo per tentare di stabilizzare il governo, ridimensionando le spinte critiche dei dissidenti.
Ma c'è un ma: se Morra lasciasse la poltrona di presidente della commissione parlamentare Antimafia, si dovrebbe scegliere il suo successore, e per il M5s potrebbe essere un problema mantenere entrambe le posizioni, considerato che questo ulteriore problema nasce tutto in casa grillina. Il Pd potrebbe rivendicare la casella, dando luogo a un ennesimo braccio di ferro interno alla maggioranza, potenzialmente distruttivo, considerato che incombe sulla strada del governo la densa nube rappresentata dall'entrata in vigore del blocco della prescrizione, prevista per il prossimo primo gennaio, sulla quale Pd e Italia viva non sono d'accordo.
Non solo: c'è anche chi fa notare che, soprattutto in vista delle elezioni regionali del 2020, la presidenza della Commissione parlamentare antimafia è una posizione importantissima: tutti ricordano gli elenchi di «impresentabili» stilati da Rosy Bindi quando era presidente della Commissione.
In ogni caso, oltre a Morra, c'è un altro aspirante nel M5s alla successione di Fioramonti. Si tratta del deputato Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura di Montecitorio, vicinissimo al presidente della Camera, Roberto Fico. Gallo, eterno autocandidato a qualunque poltrona, ieri su Facebook ha elogiato Fioramonti e pubblicato una sorta di suo programma per la scuola.
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Il ministro dell'Istruzione lascia: «Pochi soldi per la scuola». Nella coalizione volano gli stracci I grillini chiedono indietro lo stipendio. Dura Italia viva: «Conte perde uomini come le foglie».Intanto scalda i motori Nicola Morra, l'anti Giggino. Il presidente della commissione Antimafia in pole per il posto vacante. Poi sarà battaglia per sostituire lui.Lo speciale comprende due articoli. La tegola piomba sul governo e sulla maggioranza giallorossa nella tarda serata di Natale: Lorenzo Fioramonti, del M5s, si dimette da ministro della Pubblica istruzione. Il gesto di Fioramonti, al di là delle parole piene di retorica con le quali l'ex ministro delle Merendine spiega la sua decisione, è una legnata tremenda sulla testa ciuffata del premier Giuseppe Conte. «La sera del 23 dicembre», scrive Fioramonti su Facebook , «ho inviato al presidente del Consiglio la lettera formale con cui rassegno le dimissioni da ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca. Prima di prendere questa decisione ho atteso il voto definitivo sulla legge di Bilancio, in modo da non porre tale carico sulle spalle del Parlamento in un momento così delicato. Le ragioni sono da tempo e a tutti ben note: ho accettato il mio incarico con l'unico fine di invertire in modo radicale la tendenza che da decenni mette la scuola, la formazione superiore e la ricerca italiana in condizioni di forte sofferenza. La verità, però, è che sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella linea di galleggiamento finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l'università e la ricerca. Pare che le risorse non si trovino mai», attacca Fioramonti, «quando si tratta della scuola e della ricerca, eppure si recuperano centinaia di milioni di euro in poche ore da destinare ad altre finalità quando c'è la volontà politica. Alcuni mi hanno criticato per non aver rimesso il mio mandato prima, visto che le risorse era improbabile che si trovassero. Ma io ho sempre chiarito che avrei lottato per ogni euro in più fino all'ultimo, tirando le somme solo dopo l'approvazione della legge di Bilancio. Ora forse mi criticheranno perché, in coerenza con quanto promesso, ho avuto l'ardire di mantenere la parola. Le dimissioni sono una scelta individuale, eppure vorrei che, sgomberato il campo dalla mia persona, non si perdesse l'occasione per riflettere sull'importanza della funzione che riconsegno nelle mani del governo. Un governo che può fare ancora molto e bene per il Paese», accusa Fioramonti, « se riuscirà a trovare il coraggio di cui abbiamo bisogno». Il dado è tratto, dunque, e arriva la risposta al vetriolo della Dadone. A replicare alle accuse di Fioramonti, senza mai nominarlo, infatti, è Fabiana Dadone, ministro della Pubblica amministrazione, fedelissima di Luigi Di Maio: «Cos'è il coraggio in politica? Forse sbaglierò e chiedo scusa», scrive la Dadone su Facebook, «ma questo è un umile pensiero fuori da strategie e ipocrisie. Trovo stucchevole che chi professi coraggio agli elettori poi scappi dalle responsabilità politiche. Se hai coraggio, non scappi. Se condividi davvero una battaglia, non scappi, ma mangi sale quando devi e porti avanti un progetto (ammesso che lo si abbia mai realmente condiviso). Dividere l'opinione pubblica scappando dalle responsabilità con scuse variopinte», argomenta la Dadone, «premia nell'immediato. La stampa ha bisogno di gossip, ma le persone hanno bisogno di gente che sappia governare. Governare è difficile, perché riduce al nulla gli slogan o le promesse senza criterio. Governare spesso non è trendy, non è pop e non è social. La coerenza è per lo più un pregio, ma a volte rischia di sconfinare nella sterile testimonianza che, peraltro, si addice poco a chi occupa posizioni di responsabilità. Il coraggio in politica è anche ammettere che non si è in grado di governare, è saper chiedere scusa se non si ha più coraggio. Il resto non è certamente coraggio, sono scuse, incapacità, protagonismo, gossip. Tutto alla fine viene a galla. Tempo al tempo», conclude la Dadone, «che come sempre saprà essere galantuomo!». E mentre il deputato Emilio Carelli parla di «dimissioni incomprensibili», nel M5s c'è anche chi polemizza con Fioramonti, accusandolo di non avere restituito al Mmovimento alcune decine di migliaia di euro. L'opposizione di centrodestra, granitica, affonda i colpi. Il leader della Lega, Matteo Salvini, sceglie la strada dell'ironia, pubblicando sui social una sua foto sorridente mentre gioca con la figlia con i mattoncini: «Mentre il governo perde pezzi», scrive Salvini, «noi ricostruiamo col Lego!». «Non sentiremo la mancanza del ministro Fioramonti», sottolinea la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «che avrebbe dovuto rassegnare le sue dimissioni già da tempo per i suoi post ignobili e deliranti contro le forze dell'ordine e le donne. Lo ha fatto solo dopo l'approvazione della manovra, ammettendo il fallimento su scuola e università di un governo guidato da un professore». «Era l'inizio di ottobre», dice Gigi Casciello, deputato di Forza Italia e componente della commissione Istruzione alla Camera, «quando, nel sottolineare l'improbabile approccio avuto al suo ruolo, invocai le dimissioni di Lorenzo Fioramonti, ministro della (d)Istruzione del governo giallorosso. Oggi, con qualche mese di ritardo, questa inevitabile ipotesi si è materializzata, e ora auspico una scelta fuori dai partiti perché il ministro dell'Istruzione non può essere piegato alle logiche stataliste e settarie del M5s».La maggioranza accusa il colpo: «Il governo», fanno sapere del M5s, «è al lavoro per migliorare la scuola, l'istruzione e sostenere la ricerca. Guardiamo avanti, c'è piena fiducia nel premier Conte per individuare un nuovo ministro dell'istruzione, la scuola non può aspettare». «La tassa sulle merendine», scrive su Twitter Luciano Nobili, deputato di Italia viva, «la rimozione del crocifisso, la iena Giarrusso a controllare i concorsi. Sarà doloroso rinunciare alle sue mosse geniali ma una cosa è certa: la scenata natalizia di Fioramonti con la scuola non c'entra nulla. È solo un regolamento di conti tra grillini». 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Morra, genovese di nascita e calabrese di adozione, era dato come probabile candidato alla presidenza della Regione Calabria se il M5s si fosse alleato con il Pd. Come sappiamo, la piattaforma Rousseau ha bocciato l'alleanza e così Morra ha dovuto rimettere nel cassetto i suoi sogni da governatore. Critico con la gestione di Luigi Di Maio, Morra potrebbe essere «accontentato» con la poltrona che fu di Fioramonti: le voci di dentro del M5s raccontano che il presidente dell'Antimafia, negli ultimi giorni, stia comunque dedicando una parte delle sue giornate alla campagna elettorale calabrese, non facendo mancare riflessioni critiche sulla gestione dell'intera vicenda, sfociata nella candidatura alla presidenza per il M5s del docente universitario Francesco Aiello, nonostante Di Maio si fosse espresso a favore dell'accordo giallorosso, sia in Calabria che in Emilia Romagna: «Il voto su Rousseau», disse Morra lo scorso 22 novembre, poche ore dopo il responso della consultazione on line tra gli attivisti, «dimostra che l'uomo solo al comando scoppia. C'è la necessità di gestire il M5s in maniera più collegiale e plurale. Noi i voti li rispettiamo ma Emilia Romagna e Calabria sono realtà diverse. Le mele non si associano alle pere e per questo io ho deciso di non votare. Dobbiamo difendere la nostra identità», aggiunse Morra, «perché dovremmo sostenere Bonaccini? La richiesta degli attivisti è un'altra». Due settimane prima, dopo la disfatta in Umbria, Morra aveva riunito a Roma una trentina di parlamentari estremamente critici nei confronti di Di Maio. Morra, in sostanza, è una sorta di pontiere tra le varie anime grilline che considerano esaurita la spinta propulsiva della gestione dello statista di Pomigliano d'Arco. Ieri, ai piani alti del M5s, si considerava plausibile l'approdo di Morra al ministero della Pubblica istruzione: sarebbe un modo per tentare di stabilizzare il governo, ridimensionando le spinte critiche dei dissidenti. Ma c'è un ma: se Morra lasciasse la poltrona di presidente della commissione parlamentare Antimafia, si dovrebbe scegliere il suo successore, e per il M5s potrebbe essere un problema mantenere entrambe le posizioni, considerato che questo ulteriore problema nasce tutto in casa grillina. Il Pd potrebbe rivendicare la casella, dando luogo a un ennesimo braccio di ferro interno alla maggioranza, potenzialmente distruttivo, considerato che incombe sulla strada del governo la densa nube rappresentata dall'entrata in vigore del blocco della prescrizione, prevista per il prossimo primo gennaio, sulla quale Pd e Italia viva non sono d'accordo. Non solo: c'è anche chi fa notare che, soprattutto in vista delle elezioni regionali del 2020, la presidenza della Commissione parlamentare antimafia è una posizione importantissima: tutti ricordano gli elenchi di «impresentabili» stilati da Rosy Bindi quando era presidente della Commissione. In ogni caso, oltre a Morra, c'è un altro aspirante nel M5s alla successione di Fioramonti. Si tratta del deputato Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura di Montecitorio, vicinissimo al presidente della Camera, Roberto Fico. Gallo, eterno autocandidato a qualunque poltrona, ieri su Facebook ha elogiato Fioramonti e pubblicato una sorta di suo programma per la scuola.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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