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2025-11-03
Il Nobel a Machado, il pressing Usa. Finisce l’era Maduro in Venezuela?
Nicolás Maduro (Getty Images)
Con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, la figura più carismatica dell’opposizione venezuelana, il mondo torna a parlare di Venezuela. Dopo anni di silenzio mediatico e di marginalità diplomatica, la decisione del Comitato di Oslo riporta alla ribalta una nazione intrappolata in una spirale di autoritarismo, narcotraffico, censura e collasso economico. Il Nobel non è solo un riconoscimento morale: diventa un detonatore politico. L’interesse americano per il Venezuela è, prima di tutto, energetico. Dopo la guerra in Ucraina e la crisi del Medio Oriente, il controllo delle forniture petrolifere torna a essere una priorità strategica. L’amministrazione Usa sa che un Venezuela allineato garantisce accesso diretto a risorse cruciali e riduce la dipendenza da regioni instabili. Le grandi compagnie energetiche statunitensi, escluse dal mercato venezuelano dal 2007, premono per rientrare.
Secondo fonti statunitensi informate, l’amministrazione di Donald Trump avrebbe individuato obiettivi in Venezuela, comprese infrastrutture militari impiegate nel contrabbando di stupefacenti. I funzionari sostengono che, se il presidente dovesse ordinare raid aerei, i colpi invierebbero a Nicolás Maduro un messaggio chiaro: «È il momento di lasciare il potere». Pur senza una decisione definitiva sui raid terrestri, le valutazioni interne indicano che una campagna aerea mirerebbe ai nodi logistici che, nella ricostruzione americana, collegherebbero reti di narcotraffico e apparato statale venezuelano. Tra i potenziali obiettivi figurano porti gestiti da unità militari, aeroporti e basi navali, punti chiave per il transito e l’imbarco della droga. Dal suo insediamento, Trump ha fatto della lotta all’afflusso di narcotici una priorità, richiamando il numero delle vittime per overdose. Il Pentagono ha intensificato la presenza nei Caraibi e nell’area orientale del Pacifico con intercettazioni e attacchi contro imbarcazioni sospette; l’ulteriore passaggio sarebbe colpire infrastrutture terrestri nel Paese. I consiglieri della Casa Bianca hanno posto l’accento sulla crisi del fentanyl, oppioide sintetico responsabile di un’impennata di decessi negli Stati Uniti. Pur essendo la produzione del fentanyl prevalentemente legata al Messico con precursori cinesi, le autorità americane hanno le prove di come il Venezuela è coinvolto nel quadro logistico più ampio dei flussi di stupefacenti, in particolare quello della cocaina.
Gli organi di salute pubblica citati indicano numeri allarmanti: circa 80.000 morti per overdose nel 2024, con gli oppioidi sintetici responsabili della maggior parte delle vittime. Questa emergenza costituisce la cifra morale che l’amministrazione usa per giustificare la pressione politica e militare: «Il presidente è pronto a usare ogni elemento del potere americano per impedire che la droga invada la nostra patria», ha detto il portavoce della Casa Bianca Anna Kelly. Il Venezuela è stato definito come un «narco-stato» i cui legami con reti criminali rappresentano una minaccia diretta. Tra i più accesi sostenitori di questa impostazione figura il segretario di Stato Marco Rubio, che ha parlato di un’azione contro i «narcoterroristi» dell’emisfero occidentale. L’ipotesi di attacchi terrestri rientra in una strategia volta a spingere la cerchia di Maduro a defezionare o a costringerlo all’esilio. «Se fossi Maduro, andrei subito in Russia o in Cina», ha commentato il senatore Rick Scott. Analisti come Geoff Ramsey dell’Atlantic Council avvertono dei rischi: un intervento militare potrebbe indebolire lo Stato o, al contrario, rafforzare la solidarietà attorno al presidente, un effetto noto come «rally around the flag». Finora non sono emerse prove di defezioni significative nell’esercito, che continua a mostrarsi fedele a Maduro. Per aumentare la pressione, il Pentagono ha trasferito assetti navali e aeronavali nella regione, incluse portaerei scortate da cacciatorpediniere dotati di Tomahawk, caccia F/A-18 e velivoli per contromisure elettroniche. Missioni di sorveglianza e passaggi di bombardieri strategici vicino alle coste hanno lo scopo di sondare le difese e raccogliere informazioni.
Come scrive il Wall Street Journal, Trump ha confermato di aver autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in territorio venezuelano; il presidente ha evitato di rispondere direttamente all’ipotesi di azioni mirate contro la leadership, limitandosi a dire che il Venezuela «sente la pressione». Il governo di Caracas rivendica una presunta solidità difensiva: tra i sistemi in dotazione vengono indicati sistemi antiaerei russi S-300 e migliaia di missili Igla-S portatili. L’efficacia operativa di questi sistemi è dibattuta, ma la loro presenza è un fattore concreto che potrebbe complicare un’eventuale campagna aerea. Inoltre, i registri di volo e le tracce radar indicano l’arrivo a Caracas di aeromobili collegati a interessi russi, circostanza che ha riacceso i timori di un possibile rafforzamento del sostegno esterno al regime in caso di escalation. Il presidente venezuelano dispone di risorse militari limitate per contrastare un’eventuale offensiva statunitense. Il suo arsenale comprende sistemi missilistici terra-aria S-300 di fabbricazione russa, caccia Sukhoi Su-30 armati con missili antinave e droni a lungo raggio.
Nel tentativo di potenziare le proprie difese, Caracas si è rivolta a Teheran per ottenere sistemi radar passivi in grado di rilevare gli F-35, nuovi droni e apparati di guerra elettronica capaci di schermare le coordinate gps. Maduro ha chiesto inoltre al Cremlino l’ammodernamento dei Sukhoi e la fornitura di nuovi radar, missili antiaerei e balistici. Tuttavia, appare improbabile che Mosca possa destinare al Venezuela equipaggiamenti di tale portata, oggi indispensabili per proteggere le proprie infrastrutture energetiche dagli attacchi ucraini. La Russia, pur mantenendo uno stretto legame strategico con Caracas, sembra orientata a inviare soltanto droni Shahed e missili balistici di vecchia generazione. Analoghi appelli sono stati rivolti anche a Pechino, che dispone di un ampio catalogo di armamenti pronti per l’esportazione. Cina e Russia hanno entrambe un interesse concreto nel preservare la stabilità del regime venezuelano – Putin per ragioni geopolitiche, Xi Jinping per garantire la continuità delle forniture di greggio – ma nessuno dei due leader appare disposto a misurarsi apertamente con Donald Trump su un terreno di confronto militare. I potenziali costi di una campagna vanno oltre il teatro militare: le ripercussioni economiche e umanitarie potrebbero includere perturbazioni dei traffici commerciali, impatti sui mercati energetici regionali e ondate migratorie. Organizzazioni umanitarie e Nazioni Unite hanno già espresso preoccupazioni in tal senso. L’aspetto legale e diplomatico rimane cruciale: un intervento su vasta scala solleverebbe questioni di diritto internazionale e attirerebbe critiche nelle sedi multilaterali. A livello non convenzionale, aumentano i timori di ritorsioni informatiche e di campagne di disinformazione che potrebbero estendere l’impatto del confronto. I venti di guerra tornano a farsi sentire con forza. Lo dimostra la chiusura, decisa sabato, dello spazio aereo sopra Porto Rico, dove il Pentagono ha trasferito il proprio centro di comando. E dove, proprio ieri, ha comunicato che il corpo dei marines ha condotto esercitazioni di sbarco e infiltrazione. Ogni mossa resta però sospesa all’incognita del meteo: dopo il ciclone Melissa, non si prevedono nuovi uragani, ma la prudenza impone di attendere almeno la metà di novembre prima di avviare un’offensiva.
«Escludo un’invasione in stile Panama 1989. È troppo complicato»
Giovanni Giacalone coordina il gruppo «America Latina» del centro studi Itss di Verona
Quante possibilità ha Nicolas Maduro di restare al potere dopo che Donald Trump gli ha dichiararato guerra?
«Difficile dirlo. Sicuramente la posizione di Maduro allo stato attuale non è delle più felici. Gli Stati Uniti hanno schierato un imponente apparato militare con circa 10.000 soldati statunitensi, la maggior parte dei quali nelle basi di Porto Rico, ma anche un contingente di marines su navi d’assalto anfibie, oltre a caccia F-35, MQ-9 reaper drones, otto navi da guerra e un sottomarino. Se poi tutta questa mobilitazione serva soltanto a far pressione sul dittatore affinché lasci pacificamente il potere o sia invece funzionale a un’operazione di “regime change” è un altro discorso».
C’è chi ha parlato di una possibile invasione.
«Escludo l’eventualità di una vera e propria invasione da parte degli Stati Uniti in stile Panama 1989 in quanto il Venezuela è un Paese vasto e dal territorio molto complesso anche dal punto di vista geografico, con zone montagnose, selva, caratteristiche ideali per l’attività di guerriglia. È più probabile che Washington punti eventualmente a un importante supporto militare nei confronti di una spinta autoctona alla rivolta contro il regime, magari anche tramite il lavoro della Cia che ritengo stia operando da tempo in Venezuela, come del resto affermato recentemente anche da Trump. Maduro nei giorni scorsi ha esortato gli Usa alla “pace”, segnale che indica estrema preoccupazione da parte del dittatore».
In che modo la Cia può farlo cadere?
«La questione è un po’ complessa per poter essere sintetizzata, ma proverò a evidenziare alcuni aspetti. In primis, bisogna tener presente che Maduro è stato molto abile non soltanto nell’instaurare una rete interna a prova di golpe, ma ha anche concentrato tutto il potere su di sé tramite una rapida de-istituzionalizzazione delle strutture. Ogni istituzione in quel Paese è stata riorganizzata per sostenere un numero esiguo di persone vicine a Maduro: Corte Suprema, magistratura, esercito, polizia, i famigerati colectivos (gruppi paramilitari armati di estrema sinistra formati in prevalenza da volontari provenienti dai barrios), sono tutti suoi alleati. La popolazione dal canto suo è drasticamente divisa tra chi si oppone alla dittatura (e sono tantissimi come si è visto nelle marce a favore della leader dell’opposizione, Maria Corina Machado) e quelli che invece, volenti o nolenti, sostengono il regime. Del resto in Venezuela, se vuoi avere generi alimentari gratis, un lavoro, un passaporto per poter viaggiare, devi partecipare alle attività dei bolivariani, devi essere della cerchia».
Quindi fomentare una divisione interna?
«È probabile che la Cia possa cercare di creare un “gap”, una rottura tra Maduro e i suoi generali, ad esempio; con quale garanzia però? Chiunque possa attivarsi per destituirlo vorrà chiaramente delle garanzie di non passare il resto della propria esistenza in carcere o peggio; devono riscuotere vantaggi consistenti per tradire il regime. Questi personaggi sono però compatibili con una re-istituzionalizzazione del Paese che porti a una nuova era democratica? Non dimentichiamo che molti dei soggetti vicini a Maduro, generali inclusi, sono anche legati al Cartel de los Soles, organizzazione criminale dedita al narcotraffico. Il Dipartimento di Stato americano, proprio lo scorso luglio, ha sanzionato Maduro indicandolo come a capo del Cartello. Non sarà certo semplice reintegrarli in un nuovo Venezuela democratico. In alternativa la Cia potrebbe operare tramite un’infiltrazione del tessuto sociale e militare del Paese, agganciando bassi ranghi insoddisfatti del sistema per poi armarli, svilupparne le capacità operative e sostenerli nella rivolta con il supporto dell’assetto militare statunitense nell’area. Una volta caduto il regime, si procederebbe al conferimento del potere alla Machado. Resterebbe comunque l’incognita Farc ed Eln, formazioni dedite alla guerrilla ancora attive al confine tra Venezuela e Colombia che non prenderebbero certo bene un’eventuale caduta di Maduro».
Se dovesse accadere, María Corina Machado può sostituirlo?
«Teoricamente si, anche perché Maduro è una figura molto impopolare, anche tra tanti che prima lo sostenevano o sostenevano il chavismo. Maria Corina Machado è una politica di grande capacità. Ha catturato l’attenzione della stragrande maggioranza dei venezuelani, come dimostrato dalle manifestazioni svoltesi in suo favore a Caracas, con una marea di sostenitori che hanno rischiato la vita per scendere in strada, ma anche dalla sua vittoria alle primarie e quella del suo vice, Edmundo Gonzalez, nel luglio dello scorso anno. Come accennato bisogna valutare bene le dinamiche interne».
E in che modo in politici locali sono coinvolti con i narcos?
«Il Cartel de los Soles è un’organizzazione di narcotraffico composta da alti membri dello Stato e delle Forze Armate venezuelane. Il nome nasce nel 1993, quando due generali della Guardia Nazionale, identificati dai “soli” sulle mostrine, furono indagati per traffico di droga. Originariamente chiamato Grupo Fenix, era formato da ufficiali di medio livello, poi sostituiti da vertici militari e politici. Nel 2025 gli Usa hanno inserito nella blacklist Padrino López, Cabello Rondón e Maduro, già accusati di dirigere il sistema criminale del regime».
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Il premio all’oppositrice è stato un segnale: da allora gli Stati Uniti hanno iniziato a tramare contro il dittatore per accedere alle risorse di Caracas. Russia e Cina non sono disposte a scontrarsi con Trump nei Caraibi.L’analista Giovanni Giacalone: «Il territorio del Paese è vasto e geograficamente articolato. Più probabile il supporto a una rivolta interna».Lo speciale contiene due articoli.Con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, la figura più carismatica dell’opposizione venezuelana, il mondo torna a parlare di Venezuela. Dopo anni di silenzio mediatico e di marginalità diplomatica, la decisione del Comitato di Oslo riporta alla ribalta una nazione intrappolata in una spirale di autoritarismo, narcotraffico, censura e collasso economico. Il Nobel non è solo un riconoscimento morale: diventa un detonatore politico. L’interesse americano per il Venezuela è, prima di tutto, energetico. Dopo la guerra in Ucraina e la crisi del Medio Oriente, il controllo delle forniture petrolifere torna a essere una priorità strategica. L’amministrazione Usa sa che un Venezuela allineato garantisce accesso diretto a risorse cruciali e riduce la dipendenza da regioni instabili. Le grandi compagnie energetiche statunitensi, escluse dal mercato venezuelano dal 2007, premono per rientrare. Secondo fonti statunitensi informate, l’amministrazione di Donald Trump avrebbe individuato obiettivi in Venezuela, comprese infrastrutture militari impiegate nel contrabbando di stupefacenti. I funzionari sostengono che, se il presidente dovesse ordinare raid aerei, i colpi invierebbero a Nicolás Maduro un messaggio chiaro: «È il momento di lasciare il potere». Pur senza una decisione definitiva sui raid terrestri, le valutazioni interne indicano che una campagna aerea mirerebbe ai nodi logistici che, nella ricostruzione americana, collegherebbero reti di narcotraffico e apparato statale venezuelano. Tra i potenziali obiettivi figurano porti gestiti da unità militari, aeroporti e basi navali, punti chiave per il transito e l’imbarco della droga. Dal suo insediamento, Trump ha fatto della lotta all’afflusso di narcotici una priorità, richiamando il numero delle vittime per overdose. Il Pentagono ha intensificato la presenza nei Caraibi e nell’area orientale del Pacifico con intercettazioni e attacchi contro imbarcazioni sospette; l’ulteriore passaggio sarebbe colpire infrastrutture terrestri nel Paese. I consiglieri della Casa Bianca hanno posto l’accento sulla crisi del fentanyl, oppioide sintetico responsabile di un’impennata di decessi negli Stati Uniti. Pur essendo la produzione del fentanyl prevalentemente legata al Messico con precursori cinesi, le autorità americane hanno le prove di come il Venezuela è coinvolto nel quadro logistico più ampio dei flussi di stupefacenti, in particolare quello della cocaina.Gli organi di salute pubblica citati indicano numeri allarmanti: circa 80.000 morti per overdose nel 2024, con gli oppioidi sintetici responsabili della maggior parte delle vittime. Questa emergenza costituisce la cifra morale che l’amministrazione usa per giustificare la pressione politica e militare: «Il presidente è pronto a usare ogni elemento del potere americano per impedire che la droga invada la nostra patria», ha detto il portavoce della Casa Bianca Anna Kelly. Il Venezuela è stato definito come un «narco-stato» i cui legami con reti criminali rappresentano una minaccia diretta. Tra i più accesi sostenitori di questa impostazione figura il segretario di Stato Marco Rubio, che ha parlato di un’azione contro i «narcoterroristi» dell’emisfero occidentale. L’ipotesi di attacchi terrestri rientra in una strategia volta a spingere la cerchia di Maduro a defezionare o a costringerlo all’esilio. «Se fossi Maduro, andrei subito in Russia o in Cina», ha commentato il senatore Rick Scott. Analisti come Geoff Ramsey dell’Atlantic Council avvertono dei rischi: un intervento militare potrebbe indebolire lo Stato o, al contrario, rafforzare la solidarietà attorno al presidente, un effetto noto come «rally around the flag». Finora non sono emerse prove di defezioni significative nell’esercito, che continua a mostrarsi fedele a Maduro. Per aumentare la pressione, il Pentagono ha trasferito assetti navali e aeronavali nella regione, incluse portaerei scortate da cacciatorpediniere dotati di Tomahawk, caccia F/A-18 e velivoli per contromisure elettroniche. Missioni di sorveglianza e passaggi di bombardieri strategici vicino alle coste hanno lo scopo di sondare le difese e raccogliere informazioni. Come scrive il Wall Street Journal, Trump ha confermato di aver autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in territorio venezuelano; il presidente ha evitato di rispondere direttamente all’ipotesi di azioni mirate contro la leadership, limitandosi a dire che il Venezuela «sente la pressione». Il governo di Caracas rivendica una presunta solidità difensiva: tra i sistemi in dotazione vengono indicati sistemi antiaerei russi S-300 e migliaia di missili Igla-S portatili. L’efficacia operativa di questi sistemi è dibattuta, ma la loro presenza è un fattore concreto che potrebbe complicare un’eventuale campagna aerea. Inoltre, i registri di volo e le tracce radar indicano l’arrivo a Caracas di aeromobili collegati a interessi russi, circostanza che ha riacceso i timori di un possibile rafforzamento del sostegno esterno al regime in caso di escalation. Il presidente venezuelano dispone di risorse militari limitate per contrastare un’eventuale offensiva statunitense. Il suo arsenale comprende sistemi missilistici terra-aria S-300 di fabbricazione russa, caccia Sukhoi Su-30 armati con missili antinave e droni a lungo raggio.Nel tentativo di potenziare le proprie difese, Caracas si è rivolta a Teheran per ottenere sistemi radar passivi in grado di rilevare gli F-35, nuovi droni e apparati di guerra elettronica capaci di schermare le coordinate gps. Maduro ha chiesto inoltre al Cremlino l’ammodernamento dei Sukhoi e la fornitura di nuovi radar, missili antiaerei e balistici. Tuttavia, appare improbabile che Mosca possa destinare al Venezuela equipaggiamenti di tale portata, oggi indispensabili per proteggere le proprie infrastrutture energetiche dagli attacchi ucraini. La Russia, pur mantenendo uno stretto legame strategico con Caracas, sembra orientata a inviare soltanto droni Shahed e missili balistici di vecchia generazione. Analoghi appelli sono stati rivolti anche a Pechino, che dispone di un ampio catalogo di armamenti pronti per l’esportazione. Cina e Russia hanno entrambe un interesse concreto nel preservare la stabilità del regime venezuelano – Putin per ragioni geopolitiche, Xi Jinping per garantire la continuità delle forniture di greggio – ma nessuno dei due leader appare disposto a misurarsi apertamente con Donald Trump su un terreno di confronto militare. I potenziali costi di una campagna vanno oltre il teatro militare: le ripercussioni economiche e umanitarie potrebbero includere perturbazioni dei traffici commerciali, impatti sui mercati energetici regionali e ondate migratorie. Organizzazioni umanitarie e Nazioni Unite hanno già espresso preoccupazioni in tal senso. L’aspetto legale e diplomatico rimane cruciale: un intervento su vasta scala solleverebbe questioni di diritto internazionale e attirerebbe critiche nelle sedi multilaterali. A livello non convenzionale, aumentano i timori di ritorsioni informatiche e di campagne di disinformazione che potrebbero estendere l’impatto del confronto. I venti di guerra tornano a farsi sentire con forza. Lo dimostra la chiusura, decisa sabato, dello spazio aereo sopra Porto Rico, dove il Pentagono ha trasferito il proprio centro di comando. E dove, proprio ieri, ha comunicato che il corpo dei marines ha condotto esercitazioni di sbarco e infiltrazione. 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Gli Stati Uniti hanno schierato un imponente apparato militare con circa 10.000 soldati statunitensi, la maggior parte dei quali nelle basi di Porto Rico, ma anche un contingente di marines su navi d’assalto anfibie, oltre a caccia F-35, MQ-9 reaper drones, otto navi da guerra e un sottomarino. Se poi tutta questa mobilitazione serva soltanto a far pressione sul dittatore affinché lasci pacificamente il potere o sia invece funzionale a un’operazione di “regime change” è un altro discorso».C’è chi ha parlato di una possibile invasione.«Escludo l’eventualità di una vera e propria invasione da parte degli Stati Uniti in stile Panama 1989 in quanto il Venezuela è un Paese vasto e dal territorio molto complesso anche dal punto di vista geografico, con zone montagnose, selva, caratteristiche ideali per l’attività di guerriglia. È più probabile che Washington punti eventualmente a un importante supporto militare nei confronti di una spinta autoctona alla rivolta contro il regime, magari anche tramite il lavoro della Cia che ritengo stia operando da tempo in Venezuela, come del resto affermato recentemente anche da Trump. Maduro nei giorni scorsi ha esortato gli Usa alla “pace”, segnale che indica estrema preoccupazione da parte del dittatore».In che modo la Cia può farlo cadere? «La questione è un po’ complessa per poter essere sintetizzata, ma proverò a evidenziare alcuni aspetti. In primis, bisogna tener presente che Maduro è stato molto abile non soltanto nell’instaurare una rete interna a prova di golpe, ma ha anche concentrato tutto il potere su di sé tramite una rapida de-istituzionalizzazione delle strutture. Ogni istituzione in quel Paese è stata riorganizzata per sostenere un numero esiguo di persone vicine a Maduro: Corte Suprema, magistratura, esercito, polizia, i famigerati colectivos (gruppi paramilitari armati di estrema sinistra formati in prevalenza da volontari provenienti dai barrios), sono tutti suoi alleati. La popolazione dal canto suo è drasticamente divisa tra chi si oppone alla dittatura (e sono tantissimi come si è visto nelle marce a favore della leader dell’opposizione, Maria Corina Machado) e quelli che invece, volenti o nolenti, sostengono il regime. Del resto in Venezuela, se vuoi avere generi alimentari gratis, un lavoro, un passaporto per poter viaggiare, devi partecipare alle attività dei bolivariani, devi essere della cerchia».Quindi fomentare una divisione interna?«È probabile che la Cia possa cercare di creare un “gap”, una rottura tra Maduro e i suoi generali, ad esempio; con quale garanzia però? Chiunque possa attivarsi per destituirlo vorrà chiaramente delle garanzie di non passare il resto della propria esistenza in carcere o peggio; devono riscuotere vantaggi consistenti per tradire il regime. Questi personaggi sono però compatibili con una re-istituzionalizzazione del Paese che porti a una nuova era democratica? Non dimentichiamo che molti dei soggetti vicini a Maduro, generali inclusi, sono anche legati al Cartel de los Soles, organizzazione criminale dedita al narcotraffico. Il Dipartimento di Stato americano, proprio lo scorso luglio, ha sanzionato Maduro indicandolo come a capo del Cartello. Non sarà certo semplice reintegrarli in un nuovo Venezuela democratico. In alternativa la Cia potrebbe operare tramite un’infiltrazione del tessuto sociale e militare del Paese, agganciando bassi ranghi insoddisfatti del sistema per poi armarli, svilupparne le capacità operative e sostenerli nella rivolta con il supporto dell’assetto militare statunitense nell’area. Una volta caduto il regime, si procederebbe al conferimento del potere alla Machado. Resterebbe comunque l’incognita Farc ed Eln, formazioni dedite alla guerrilla ancora attive al confine tra Venezuela e Colombia che non prenderebbero certo bene un’eventuale caduta di Maduro».Se dovesse accadere, María Corina Machado può sostituirlo?«Teoricamente si, anche perché Maduro è una figura molto impopolare, anche tra tanti che prima lo sostenevano o sostenevano il chavismo. Maria Corina Machado è una politica di grande capacità. Ha catturato l’attenzione della stragrande maggioranza dei venezuelani, come dimostrato dalle manifestazioni svoltesi in suo favore a Caracas, con una marea di sostenitori che hanno rischiato la vita per scendere in strada, ma anche dalla sua vittoria alle primarie e quella del suo vice, Edmundo Gonzalez, nel luglio dello scorso anno. Come accennato bisogna valutare bene le dinamiche interne».E in che modo in politici locali sono coinvolti con i narcos?«Il Cartel de los Soles è un’organizzazione di narcotraffico composta da alti membri dello Stato e delle Forze Armate venezuelane. Il nome nasce nel 1993, quando due generali della Guardia Nazionale, identificati dai “soli” sulle mostrine, furono indagati per traffico di droga. Originariamente chiamato Grupo Fenix, era formato da ufficiali di medio livello, poi sostituiti da vertici militari e politici. Nel 2025 gli Usa hanno inserito nella blacklist Padrino López, Cabello Rondón e Maduro, già accusati di dirigere il sistema criminale del regime».
Papa Leoen XIV (Ansa)
Il pontefice ha anche ricordato che «l'unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico». Dopo questo monito, ieri mattina 178 cardinali hanno preso parte al Concistoro, appunto, aperto da un altro significativo intervento del Papa, preceduto da un saluto del cardinale Giovanni Battista Re.
Ma prima di soffermarsi su tale intervento, vale la pena ricordare il significato ecclesiale di questo Concistoro, che è già il secondo convocato da Prevost: a poco più di un anno dalla sua elezione, di certo cosa non marginale. Tanto più se si pensa che, durante il pontificato di Papa Francesco, i porporati trascorsero diversi anni senza incontrarsi a Roma. Venendo più nello specifico della due giorni iniziata ieri, i cardinali sono stati divisi in due insiemi: uno di 9 gruppi di cardinali elettori ordinari - inclusi nunzi e porporati elettori che hanno concluso il servizio come ordinari - e l’altro di 11 gruppi di cardinali elettori della Curia romana e cardinali non elettori; ogni gruppo con un presidente e un segretario.
Come anticipato in una lettera dal cardinale decano Giovanni Battista Re, l’agenda dei lavori ha quattro focus tematici: la situazione internazionale, la pace e il superamento della teoria della «guerra giusta», l’enciclica Magnifica humanitas e l’attuazione del Sinodo. Per affrontare tali temi, ieri mattina i porporati - nella prima sessione, intitolata «In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?» - hanno riflettuto su due interrogativi. Il primo si chiedeva «quali sofferenze, tensioni e interrogativi» attraversino «oggi con maggiore forza i popoli e le comunità ecclesiali affidate alla Sua cura»; il secondo verteva su «quali segni di speranza, di fedeltà al Vangelo e di possibile riconciliazione è importante portare all’ascolto comune».
Sviluppando tali interrogativi, i cardinali hanno fatto emergere «la necessità di misurarsi in maniera cristiana sul fenomeno migratorio» e sul «bisogno di reali politiche di integrazione». Dinnanzi a ciò, e anche ai contesti di sfiducia e di degrado, è altresì affiorato «come sia necessario che la Chiesa si mostri madre, luogo accogliente, anche ristrutturando le parrocchie». Nel pomeriggio, invece, i cardinali - nella seconda sessione, intitolata «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore» - hanno riflettuto sul modo in cui «le tensioni, le divisioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese e dei nostri popoli» e su «quali linguaggi, atteggiamenti e pratiche possono aiutare a costruire riconciliazione, convivenza e pace». Tutti questi lavori sono però stati anticipati da un intervento di Papa Leone XIV molto significativo, e non solo per il concistoro.
Infatti, dopo il canto del Veni Creator Spiritus e il saluto del cardinale Re - dettosi «lieto» di partecipare al Concistoro in un «momento difficile per l’umanità» -, Prevost ha preso la parola per un intervento introduttivo dei lavori, nel quale ci sono stati diversi passaggi significativi. I più rilevanti sono stati due. Anzitutto il Papa ha chiesto ai cardinali un sostegno «forte, esplicito, pubblico». Tre aggettivi - specie l’ultimo - difficili da ricondurre ad una prassi; dunque parlare di semplice richiesta di aiuto (per quanto, in effetti, lo stesso Prevost lo abbia detto: «Desidero chiedervi un aiuto particolare»), rischia di essere fuorviante o, quanto meno, parziale. Anche perché viene da chiedersi perché mai Leone XIV - un leader religioso indiscusso nonché un monarca - abbia bisogno di un appoggio «pubblico». La sensazione è che dietro quest’ultimo termine vi sia, nel Papa, la consapevolezza che per la Chiesa si profilano giorni complessi. Le partite sul tavolo sono almeno due. Da un lato, a giorni verranno effettuate dalla Fraternità San Pio X le annunciate nomine di vescovi senza mandato e accordo con Roma - cosa che può concretizzare un rischio di scisma -, dall’altro mal di pancia non più lievi si levano continuamente dalla Germania, dove l’establishment del Cammino sinodale (Synodaler Weg) da tempo esige più «aperture» su diversi temi. In secondo luogo, nel suo intervento di ieri, Leone XIV ha anche fatto una seconda esortazione significativa: «Non siamo qui principalmente per riflettere sulla vita interna della Chiesa». Parole che riflettono l’interpretazione che il pontefice dà non solo all’assemblea in corso ma anche alla Chiesa, che - dal suo punto di vista, e non solo dal suo c’è da sperare - ha una missione principale: annunciare Cristo al mondo. «La missione non è uno dei tanti compiti della Chiesa. È la sua stessa ragion d’essere», ha insistito Prevost. Che, non senza qualche difficoltà, sta lavorando non solo per preservare l’unità della Chiesa a fronte delle spinte, poc’anzi accennate, che la scuotono, ma anche per riportarla alla sua «missione» originale. Una sfida accanto alla quale il Papa non perde di vista, come si diceva in apertura, un tema da oggi cui dipende il futuro di tutta la famiglia umana: la pace.
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Il presidente libanese Joseph Aoun (Getty Images)
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
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