True
2025-11-03
Il Nobel a Machado, il pressing Usa. Finisce l’era Maduro in Venezuela?
Nicolás Maduro (Getty Images)
Con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, la figura più carismatica dell’opposizione venezuelana, il mondo torna a parlare di Venezuela. Dopo anni di silenzio mediatico e di marginalità diplomatica, la decisione del Comitato di Oslo riporta alla ribalta una nazione intrappolata in una spirale di autoritarismo, narcotraffico, censura e collasso economico. Il Nobel non è solo un riconoscimento morale: diventa un detonatore politico. L’interesse americano per il Venezuela è, prima di tutto, energetico. Dopo la guerra in Ucraina e la crisi del Medio Oriente, il controllo delle forniture petrolifere torna a essere una priorità strategica. L’amministrazione Usa sa che un Venezuela allineato garantisce accesso diretto a risorse cruciali e riduce la dipendenza da regioni instabili. Le grandi compagnie energetiche statunitensi, escluse dal mercato venezuelano dal 2007, premono per rientrare.
Secondo fonti statunitensi informate, l’amministrazione di Donald Trump avrebbe individuato obiettivi in Venezuela, comprese infrastrutture militari impiegate nel contrabbando di stupefacenti. I funzionari sostengono che, se il presidente dovesse ordinare raid aerei, i colpi invierebbero a Nicolás Maduro un messaggio chiaro: «È il momento di lasciare il potere». Pur senza una decisione definitiva sui raid terrestri, le valutazioni interne indicano che una campagna aerea mirerebbe ai nodi logistici che, nella ricostruzione americana, collegherebbero reti di narcotraffico e apparato statale venezuelano. Tra i potenziali obiettivi figurano porti gestiti da unità militari, aeroporti e basi navali, punti chiave per il transito e l’imbarco della droga. Dal suo insediamento, Trump ha fatto della lotta all’afflusso di narcotici una priorità, richiamando il numero delle vittime per overdose. Il Pentagono ha intensificato la presenza nei Caraibi e nell’area orientale del Pacifico con intercettazioni e attacchi contro imbarcazioni sospette; l’ulteriore passaggio sarebbe colpire infrastrutture terrestri nel Paese. I consiglieri della Casa Bianca hanno posto l’accento sulla crisi del fentanyl, oppioide sintetico responsabile di un’impennata di decessi negli Stati Uniti. Pur essendo la produzione del fentanyl prevalentemente legata al Messico con precursori cinesi, le autorità americane hanno le prove di come il Venezuela è coinvolto nel quadro logistico più ampio dei flussi di stupefacenti, in particolare quello della cocaina.
Gli organi di salute pubblica citati indicano numeri allarmanti: circa 80.000 morti per overdose nel 2024, con gli oppioidi sintetici responsabili della maggior parte delle vittime. Questa emergenza costituisce la cifra morale che l’amministrazione usa per giustificare la pressione politica e militare: «Il presidente è pronto a usare ogni elemento del potere americano per impedire che la droga invada la nostra patria», ha detto il portavoce della Casa Bianca Anna Kelly. Il Venezuela è stato definito come un «narco-stato» i cui legami con reti criminali rappresentano una minaccia diretta. Tra i più accesi sostenitori di questa impostazione figura il segretario di Stato Marco Rubio, che ha parlato di un’azione contro i «narcoterroristi» dell’emisfero occidentale. L’ipotesi di attacchi terrestri rientra in una strategia volta a spingere la cerchia di Maduro a defezionare o a costringerlo all’esilio. «Se fossi Maduro, andrei subito in Russia o in Cina», ha commentato il senatore Rick Scott. Analisti come Geoff Ramsey dell’Atlantic Council avvertono dei rischi: un intervento militare potrebbe indebolire lo Stato o, al contrario, rafforzare la solidarietà attorno al presidente, un effetto noto come «rally around the flag». Finora non sono emerse prove di defezioni significative nell’esercito, che continua a mostrarsi fedele a Maduro. Per aumentare la pressione, il Pentagono ha trasferito assetti navali e aeronavali nella regione, incluse portaerei scortate da cacciatorpediniere dotati di Tomahawk, caccia F/A-18 e velivoli per contromisure elettroniche. Missioni di sorveglianza e passaggi di bombardieri strategici vicino alle coste hanno lo scopo di sondare le difese e raccogliere informazioni.
Come scrive il Wall Street Journal, Trump ha confermato di aver autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in territorio venezuelano; il presidente ha evitato di rispondere direttamente all’ipotesi di azioni mirate contro la leadership, limitandosi a dire che il Venezuela «sente la pressione». Il governo di Caracas rivendica una presunta solidità difensiva: tra i sistemi in dotazione vengono indicati sistemi antiaerei russi S-300 e migliaia di missili Igla-S portatili. L’efficacia operativa di questi sistemi è dibattuta, ma la loro presenza è un fattore concreto che potrebbe complicare un’eventuale campagna aerea. Inoltre, i registri di volo e le tracce radar indicano l’arrivo a Caracas di aeromobili collegati a interessi russi, circostanza che ha riacceso i timori di un possibile rafforzamento del sostegno esterno al regime in caso di escalation. Il presidente venezuelano dispone di risorse militari limitate per contrastare un’eventuale offensiva statunitense. Il suo arsenale comprende sistemi missilistici terra-aria S-300 di fabbricazione russa, caccia Sukhoi Su-30 armati con missili antinave e droni a lungo raggio.
Nel tentativo di potenziare le proprie difese, Caracas si è rivolta a Teheran per ottenere sistemi radar passivi in grado di rilevare gli F-35, nuovi droni e apparati di guerra elettronica capaci di schermare le coordinate gps. Maduro ha chiesto inoltre al Cremlino l’ammodernamento dei Sukhoi e la fornitura di nuovi radar, missili antiaerei e balistici. Tuttavia, appare improbabile che Mosca possa destinare al Venezuela equipaggiamenti di tale portata, oggi indispensabili per proteggere le proprie infrastrutture energetiche dagli attacchi ucraini. La Russia, pur mantenendo uno stretto legame strategico con Caracas, sembra orientata a inviare soltanto droni Shahed e missili balistici di vecchia generazione. Analoghi appelli sono stati rivolti anche a Pechino, che dispone di un ampio catalogo di armamenti pronti per l’esportazione. Cina e Russia hanno entrambe un interesse concreto nel preservare la stabilità del regime venezuelano – Putin per ragioni geopolitiche, Xi Jinping per garantire la continuità delle forniture di greggio – ma nessuno dei due leader appare disposto a misurarsi apertamente con Donald Trump su un terreno di confronto militare. I potenziali costi di una campagna vanno oltre il teatro militare: le ripercussioni economiche e umanitarie potrebbero includere perturbazioni dei traffici commerciali, impatti sui mercati energetici regionali e ondate migratorie. Organizzazioni umanitarie e Nazioni Unite hanno già espresso preoccupazioni in tal senso. L’aspetto legale e diplomatico rimane cruciale: un intervento su vasta scala solleverebbe questioni di diritto internazionale e attirerebbe critiche nelle sedi multilaterali. A livello non convenzionale, aumentano i timori di ritorsioni informatiche e di campagne di disinformazione che potrebbero estendere l’impatto del confronto. I venti di guerra tornano a farsi sentire con forza. Lo dimostra la chiusura, decisa sabato, dello spazio aereo sopra Porto Rico, dove il Pentagono ha trasferito il proprio centro di comando. E dove, proprio ieri, ha comunicato che il corpo dei marines ha condotto esercitazioni di sbarco e infiltrazione. Ogni mossa resta però sospesa all’incognita del meteo: dopo il ciclone Melissa, non si prevedono nuovi uragani, ma la prudenza impone di attendere almeno la metà di novembre prima di avviare un’offensiva.
«Escludo un’invasione in stile Panama 1989. È troppo complicato»
Giovanni Giacalone coordina il gruppo «America Latina» del centro studi Itss di Verona
Quante possibilità ha Nicolas Maduro di restare al potere dopo che Donald Trump gli ha dichiararato guerra?
«Difficile dirlo. Sicuramente la posizione di Maduro allo stato attuale non è delle più felici. Gli Stati Uniti hanno schierato un imponente apparato militare con circa 10.000 soldati statunitensi, la maggior parte dei quali nelle basi di Porto Rico, ma anche un contingente di marines su navi d’assalto anfibie, oltre a caccia F-35, MQ-9 reaper drones, otto navi da guerra e un sottomarino. Se poi tutta questa mobilitazione serva soltanto a far pressione sul dittatore affinché lasci pacificamente il potere o sia invece funzionale a un’operazione di “regime change” è un altro discorso».
C’è chi ha parlato di una possibile invasione.
«Escludo l’eventualità di una vera e propria invasione da parte degli Stati Uniti in stile Panama 1989 in quanto il Venezuela è un Paese vasto e dal territorio molto complesso anche dal punto di vista geografico, con zone montagnose, selva, caratteristiche ideali per l’attività di guerriglia. È più probabile che Washington punti eventualmente a un importante supporto militare nei confronti di una spinta autoctona alla rivolta contro il regime, magari anche tramite il lavoro della Cia che ritengo stia operando da tempo in Venezuela, come del resto affermato recentemente anche da Trump. Maduro nei giorni scorsi ha esortato gli Usa alla “pace”, segnale che indica estrema preoccupazione da parte del dittatore».
In che modo la Cia può farlo cadere?
«La questione è un po’ complessa per poter essere sintetizzata, ma proverò a evidenziare alcuni aspetti. In primis, bisogna tener presente che Maduro è stato molto abile non soltanto nell’instaurare una rete interna a prova di golpe, ma ha anche concentrato tutto il potere su di sé tramite una rapida de-istituzionalizzazione delle strutture. Ogni istituzione in quel Paese è stata riorganizzata per sostenere un numero esiguo di persone vicine a Maduro: Corte Suprema, magistratura, esercito, polizia, i famigerati colectivos (gruppi paramilitari armati di estrema sinistra formati in prevalenza da volontari provenienti dai barrios), sono tutti suoi alleati. La popolazione dal canto suo è drasticamente divisa tra chi si oppone alla dittatura (e sono tantissimi come si è visto nelle marce a favore della leader dell’opposizione, Maria Corina Machado) e quelli che invece, volenti o nolenti, sostengono il regime. Del resto in Venezuela, se vuoi avere generi alimentari gratis, un lavoro, un passaporto per poter viaggiare, devi partecipare alle attività dei bolivariani, devi essere della cerchia».
Quindi fomentare una divisione interna?
«È probabile che la Cia possa cercare di creare un “gap”, una rottura tra Maduro e i suoi generali, ad esempio; con quale garanzia però? Chiunque possa attivarsi per destituirlo vorrà chiaramente delle garanzie di non passare il resto della propria esistenza in carcere o peggio; devono riscuotere vantaggi consistenti per tradire il regime. Questi personaggi sono però compatibili con una re-istituzionalizzazione del Paese che porti a una nuova era democratica? Non dimentichiamo che molti dei soggetti vicini a Maduro, generali inclusi, sono anche legati al Cartel de los Soles, organizzazione criminale dedita al narcotraffico. Il Dipartimento di Stato americano, proprio lo scorso luglio, ha sanzionato Maduro indicandolo come a capo del Cartello. Non sarà certo semplice reintegrarli in un nuovo Venezuela democratico. In alternativa la Cia potrebbe operare tramite un’infiltrazione del tessuto sociale e militare del Paese, agganciando bassi ranghi insoddisfatti del sistema per poi armarli, svilupparne le capacità operative e sostenerli nella rivolta con il supporto dell’assetto militare statunitense nell’area. Una volta caduto il regime, si procederebbe al conferimento del potere alla Machado. Resterebbe comunque l’incognita Farc ed Eln, formazioni dedite alla guerrilla ancora attive al confine tra Venezuela e Colombia che non prenderebbero certo bene un’eventuale caduta di Maduro».
Se dovesse accadere, María Corina Machado può sostituirlo?
«Teoricamente si, anche perché Maduro è una figura molto impopolare, anche tra tanti che prima lo sostenevano o sostenevano il chavismo. Maria Corina Machado è una politica di grande capacità. Ha catturato l’attenzione della stragrande maggioranza dei venezuelani, come dimostrato dalle manifestazioni svoltesi in suo favore a Caracas, con una marea di sostenitori che hanno rischiato la vita per scendere in strada, ma anche dalla sua vittoria alle primarie e quella del suo vice, Edmundo Gonzalez, nel luglio dello scorso anno. Come accennato bisogna valutare bene le dinamiche interne».
E in che modo in politici locali sono coinvolti con i narcos?
«Il Cartel de los Soles è un’organizzazione di narcotraffico composta da alti membri dello Stato e delle Forze Armate venezuelane. Il nome nasce nel 1993, quando due generali della Guardia Nazionale, identificati dai “soli” sulle mostrine, furono indagati per traffico di droga. Originariamente chiamato Grupo Fenix, era formato da ufficiali di medio livello, poi sostituiti da vertici militari e politici. Nel 2025 gli Usa hanno inserito nella blacklist Padrino López, Cabello Rondón e Maduro, già accusati di dirigere il sistema criminale del regime».
Continua a leggereRiduci
Il premio all’oppositrice è stato un segnale: da allora gli Stati Uniti hanno iniziato a tramare contro il dittatore per accedere alle risorse di Caracas. Russia e Cina non sono disposte a scontrarsi con Trump nei Caraibi.L’analista Giovanni Giacalone: «Il territorio del Paese è vasto e geograficamente articolato. Più probabile il supporto a una rivolta interna».Lo speciale contiene due articoli.Con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, la figura più carismatica dell’opposizione venezuelana, il mondo torna a parlare di Venezuela. Dopo anni di silenzio mediatico e di marginalità diplomatica, la decisione del Comitato di Oslo riporta alla ribalta una nazione intrappolata in una spirale di autoritarismo, narcotraffico, censura e collasso economico. Il Nobel non è solo un riconoscimento morale: diventa un detonatore politico. L’interesse americano per il Venezuela è, prima di tutto, energetico. Dopo la guerra in Ucraina e la crisi del Medio Oriente, il controllo delle forniture petrolifere torna a essere una priorità strategica. L’amministrazione Usa sa che un Venezuela allineato garantisce accesso diretto a risorse cruciali e riduce la dipendenza da regioni instabili. Le grandi compagnie energetiche statunitensi, escluse dal mercato venezuelano dal 2007, premono per rientrare. Secondo fonti statunitensi informate, l’amministrazione di Donald Trump avrebbe individuato obiettivi in Venezuela, comprese infrastrutture militari impiegate nel contrabbando di stupefacenti. I funzionari sostengono che, se il presidente dovesse ordinare raid aerei, i colpi invierebbero a Nicolás Maduro un messaggio chiaro: «È il momento di lasciare il potere». Pur senza una decisione definitiva sui raid terrestri, le valutazioni interne indicano che una campagna aerea mirerebbe ai nodi logistici che, nella ricostruzione americana, collegherebbero reti di narcotraffico e apparato statale venezuelano. Tra i potenziali obiettivi figurano porti gestiti da unità militari, aeroporti e basi navali, punti chiave per il transito e l’imbarco della droga. Dal suo insediamento, Trump ha fatto della lotta all’afflusso di narcotici una priorità, richiamando il numero delle vittime per overdose. Il Pentagono ha intensificato la presenza nei Caraibi e nell’area orientale del Pacifico con intercettazioni e attacchi contro imbarcazioni sospette; l’ulteriore passaggio sarebbe colpire infrastrutture terrestri nel Paese. I consiglieri della Casa Bianca hanno posto l’accento sulla crisi del fentanyl, oppioide sintetico responsabile di un’impennata di decessi negli Stati Uniti. Pur essendo la produzione del fentanyl prevalentemente legata al Messico con precursori cinesi, le autorità americane hanno le prove di come il Venezuela è coinvolto nel quadro logistico più ampio dei flussi di stupefacenti, in particolare quello della cocaina.Gli organi di salute pubblica citati indicano numeri allarmanti: circa 80.000 morti per overdose nel 2024, con gli oppioidi sintetici responsabili della maggior parte delle vittime. Questa emergenza costituisce la cifra morale che l’amministrazione usa per giustificare la pressione politica e militare: «Il presidente è pronto a usare ogni elemento del potere americano per impedire che la droga invada la nostra patria», ha detto il portavoce della Casa Bianca Anna Kelly. Il Venezuela è stato definito come un «narco-stato» i cui legami con reti criminali rappresentano una minaccia diretta. Tra i più accesi sostenitori di questa impostazione figura il segretario di Stato Marco Rubio, che ha parlato di un’azione contro i «narcoterroristi» dell’emisfero occidentale. L’ipotesi di attacchi terrestri rientra in una strategia volta a spingere la cerchia di Maduro a defezionare o a costringerlo all’esilio. «Se fossi Maduro, andrei subito in Russia o in Cina», ha commentato il senatore Rick Scott. Analisti come Geoff Ramsey dell’Atlantic Council avvertono dei rischi: un intervento militare potrebbe indebolire lo Stato o, al contrario, rafforzare la solidarietà attorno al presidente, un effetto noto come «rally around the flag». Finora non sono emerse prove di defezioni significative nell’esercito, che continua a mostrarsi fedele a Maduro. Per aumentare la pressione, il Pentagono ha trasferito assetti navali e aeronavali nella regione, incluse portaerei scortate da cacciatorpediniere dotati di Tomahawk, caccia F/A-18 e velivoli per contromisure elettroniche. Missioni di sorveglianza e passaggi di bombardieri strategici vicino alle coste hanno lo scopo di sondare le difese e raccogliere informazioni. Come scrive il Wall Street Journal, Trump ha confermato di aver autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in territorio venezuelano; il presidente ha evitato di rispondere direttamente all’ipotesi di azioni mirate contro la leadership, limitandosi a dire che il Venezuela «sente la pressione». Il governo di Caracas rivendica una presunta solidità difensiva: tra i sistemi in dotazione vengono indicati sistemi antiaerei russi S-300 e migliaia di missili Igla-S portatili. L’efficacia operativa di questi sistemi è dibattuta, ma la loro presenza è un fattore concreto che potrebbe complicare un’eventuale campagna aerea. Inoltre, i registri di volo e le tracce radar indicano l’arrivo a Caracas di aeromobili collegati a interessi russi, circostanza che ha riacceso i timori di un possibile rafforzamento del sostegno esterno al regime in caso di escalation. Il presidente venezuelano dispone di risorse militari limitate per contrastare un’eventuale offensiva statunitense. Il suo arsenale comprende sistemi missilistici terra-aria S-300 di fabbricazione russa, caccia Sukhoi Su-30 armati con missili antinave e droni a lungo raggio.Nel tentativo di potenziare le proprie difese, Caracas si è rivolta a Teheran per ottenere sistemi radar passivi in grado di rilevare gli F-35, nuovi droni e apparati di guerra elettronica capaci di schermare le coordinate gps. Maduro ha chiesto inoltre al Cremlino l’ammodernamento dei Sukhoi e la fornitura di nuovi radar, missili antiaerei e balistici. Tuttavia, appare improbabile che Mosca possa destinare al Venezuela equipaggiamenti di tale portata, oggi indispensabili per proteggere le proprie infrastrutture energetiche dagli attacchi ucraini. La Russia, pur mantenendo uno stretto legame strategico con Caracas, sembra orientata a inviare soltanto droni Shahed e missili balistici di vecchia generazione. Analoghi appelli sono stati rivolti anche a Pechino, che dispone di un ampio catalogo di armamenti pronti per l’esportazione. Cina e Russia hanno entrambe un interesse concreto nel preservare la stabilità del regime venezuelano – Putin per ragioni geopolitiche, Xi Jinping per garantire la continuità delle forniture di greggio – ma nessuno dei due leader appare disposto a misurarsi apertamente con Donald Trump su un terreno di confronto militare. I potenziali costi di una campagna vanno oltre il teatro militare: le ripercussioni economiche e umanitarie potrebbero includere perturbazioni dei traffici commerciali, impatti sui mercati energetici regionali e ondate migratorie. Organizzazioni umanitarie e Nazioni Unite hanno già espresso preoccupazioni in tal senso. L’aspetto legale e diplomatico rimane cruciale: un intervento su vasta scala solleverebbe questioni di diritto internazionale e attirerebbe critiche nelle sedi multilaterali. A livello non convenzionale, aumentano i timori di ritorsioni informatiche e di campagne di disinformazione che potrebbero estendere l’impatto del confronto. I venti di guerra tornano a farsi sentire con forza. Lo dimostra la chiusura, decisa sabato, dello spazio aereo sopra Porto Rico, dove il Pentagono ha trasferito il proprio centro di comando. E dove, proprio ieri, ha comunicato che il corpo dei marines ha condotto esercitazioni di sbarco e infiltrazione. Ogni mossa resta però sospesa all’incognita del meteo: dopo il ciclone Melissa, non si prevedono nuovi uragani, ma la prudenza impone di attendere almeno la metà di novembre prima di avviare un’offensiva.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/finisce-era-maduro-in-venezuela-2674257819.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="escludo-uninvasione-in-stile-panama-1989-e-troppo-complicato" data-post-id="2674257819" data-published-at="1762109374" data-use-pagination="False"> «Escludo un’invasione in stile Panama 1989. È troppo complicato» Giovanni Giacalone coordina il gruppo «America Latina» del centro studi Itss di VeronaQuante possibilità ha Nicolas Maduro di restare al potere dopo che Donald Trump gli ha dichiararato guerra?«Difficile dirlo. Sicuramente la posizione di Maduro allo stato attuale non è delle più felici. Gli Stati Uniti hanno schierato un imponente apparato militare con circa 10.000 soldati statunitensi, la maggior parte dei quali nelle basi di Porto Rico, ma anche un contingente di marines su navi d’assalto anfibie, oltre a caccia F-35, MQ-9 reaper drones, otto navi da guerra e un sottomarino. Se poi tutta questa mobilitazione serva soltanto a far pressione sul dittatore affinché lasci pacificamente il potere o sia invece funzionale a un’operazione di “regime change” è un altro discorso».C’è chi ha parlato di una possibile invasione.«Escludo l’eventualità di una vera e propria invasione da parte degli Stati Uniti in stile Panama 1989 in quanto il Venezuela è un Paese vasto e dal territorio molto complesso anche dal punto di vista geografico, con zone montagnose, selva, caratteristiche ideali per l’attività di guerriglia. È più probabile che Washington punti eventualmente a un importante supporto militare nei confronti di una spinta autoctona alla rivolta contro il regime, magari anche tramite il lavoro della Cia che ritengo stia operando da tempo in Venezuela, come del resto affermato recentemente anche da Trump. Maduro nei giorni scorsi ha esortato gli Usa alla “pace”, segnale che indica estrema preoccupazione da parte del dittatore».In che modo la Cia può farlo cadere? «La questione è un po’ complessa per poter essere sintetizzata, ma proverò a evidenziare alcuni aspetti. In primis, bisogna tener presente che Maduro è stato molto abile non soltanto nell’instaurare una rete interna a prova di golpe, ma ha anche concentrato tutto il potere su di sé tramite una rapida de-istituzionalizzazione delle strutture. Ogni istituzione in quel Paese è stata riorganizzata per sostenere un numero esiguo di persone vicine a Maduro: Corte Suprema, magistratura, esercito, polizia, i famigerati colectivos (gruppi paramilitari armati di estrema sinistra formati in prevalenza da volontari provenienti dai barrios), sono tutti suoi alleati. La popolazione dal canto suo è drasticamente divisa tra chi si oppone alla dittatura (e sono tantissimi come si è visto nelle marce a favore della leader dell’opposizione, Maria Corina Machado) e quelli che invece, volenti o nolenti, sostengono il regime. Del resto in Venezuela, se vuoi avere generi alimentari gratis, un lavoro, un passaporto per poter viaggiare, devi partecipare alle attività dei bolivariani, devi essere della cerchia».Quindi fomentare una divisione interna?«È probabile che la Cia possa cercare di creare un “gap”, una rottura tra Maduro e i suoi generali, ad esempio; con quale garanzia però? Chiunque possa attivarsi per destituirlo vorrà chiaramente delle garanzie di non passare il resto della propria esistenza in carcere o peggio; devono riscuotere vantaggi consistenti per tradire il regime. Questi personaggi sono però compatibili con una re-istituzionalizzazione del Paese che porti a una nuova era democratica? Non dimentichiamo che molti dei soggetti vicini a Maduro, generali inclusi, sono anche legati al Cartel de los Soles, organizzazione criminale dedita al narcotraffico. Il Dipartimento di Stato americano, proprio lo scorso luglio, ha sanzionato Maduro indicandolo come a capo del Cartello. Non sarà certo semplice reintegrarli in un nuovo Venezuela democratico. In alternativa la Cia potrebbe operare tramite un’infiltrazione del tessuto sociale e militare del Paese, agganciando bassi ranghi insoddisfatti del sistema per poi armarli, svilupparne le capacità operative e sostenerli nella rivolta con il supporto dell’assetto militare statunitense nell’area. Una volta caduto il regime, si procederebbe al conferimento del potere alla Machado. Resterebbe comunque l’incognita Farc ed Eln, formazioni dedite alla guerrilla ancora attive al confine tra Venezuela e Colombia che non prenderebbero certo bene un’eventuale caduta di Maduro».Se dovesse accadere, María Corina Machado può sostituirlo?«Teoricamente si, anche perché Maduro è una figura molto impopolare, anche tra tanti che prima lo sostenevano o sostenevano il chavismo. Maria Corina Machado è una politica di grande capacità. Ha catturato l’attenzione della stragrande maggioranza dei venezuelani, come dimostrato dalle manifestazioni svoltesi in suo favore a Caracas, con una marea di sostenitori che hanno rischiato la vita per scendere in strada, ma anche dalla sua vittoria alle primarie e quella del suo vice, Edmundo Gonzalez, nel luglio dello scorso anno. Come accennato bisogna valutare bene le dinamiche interne».E in che modo in politici locali sono coinvolti con i narcos?«Il Cartel de los Soles è un’organizzazione di narcotraffico composta da alti membri dello Stato e delle Forze Armate venezuelane. Il nome nasce nel 1993, quando due generali della Guardia Nazionale, identificati dai “soli” sulle mostrine, furono indagati per traffico di droga. Originariamente chiamato Grupo Fenix, era formato da ufficiali di medio livello, poi sostituiti da vertici militari e politici. Nel 2025 gli Usa hanno inserito nella blacklist Padrino López, Cabello Rondón e Maduro, già accusati di dirigere il sistema criminale del regime».
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
Continua a leggereRiduci