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2025-11-03
Il ritorno dell’ombra nera del califfato in Siria
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Il villaggio di Baghouz nella provincia orientale siriana di Deir Ezzor (Getty Images)
In Siria, lo Stato Islamico è tornato a farsi sentire. Non più come califfato territoriale, ma come un’insurrezione mobile e frammentata, capace di muoversi tra le pieghe di un Paese in disgregazione. La caduta del regime di Bashar al-Assad, deposto da Ahmad al-Sharaa-Abu Mohammad al Jolani, e la graduale ritirata americana hanno aperto nuovi spazi che i jihadisti stanno riempiendo con rapidità sorprendente. Lo confermano ufficiali curdi e comandanti statunitensi ancora presenti nell’area, sempre più preoccupati dal ritmo crescente degli attacchi.
Negli ultimi mesi il gruppo ha saccheggiato arsenali militari abbandonati dopo la fuga delle forze lealiste e dei loro alleati iraniani. Non controlla più territori vasti, ma impone una sensazione diffusa di instabilità che mina la fragile autorità del nuovo governo. Secondo i dati delle Forze Democratiche Siriane (SDF), fino alla fine di agosto i miliziani hanno condotto 117 azioni armate nel nord-est, quasi il doppio rispetto al 2024. Alcuni attentati sarebbero stati pianificati persino contro Damasco, a oltre 400 chilometri dalle roccaforti orientali.
La provincia di Deir Ezzour, un deserto grande quasi all’intero Centro Italia messo insieme, se si considerano le aree desertiche e scarsamente popolate che la caratterizzano, è tornata a essere il cuore dell’insurrezione. Qui vivono la maggior parte dei tremila combattenti stimati ancora attivi nel Paese. Viaggiare tra le città dell’area significa attraversare un territorio dove la paura è tornata a essere moneta corrente. Il gruppo colpisce funzionari locali, estorce denaro, semina panico. «Il ritiro americano sta ispirando Daesh», spiega Goran Tel Tamir, comandante delle SDF. «Stiamo vedendo un aumento degli attacchi e un peggioramento del morale della popolazione».
Un convoglio del Wall Street Journal ha seguito Tel Tamir lungo la strada che porta a Hajin, un tempo roccaforte dello Stato Islamico. Vetri in frantumi, case sventrate e sguardi ostili: mentre i veicoli curdi attraversano la città, uomini e ragazzi osservano con rancore dalle vetrine. Le donne, avvolte nel niqab nero, scompaiono al passaggio delle pattuglie. Dalle rovine dell’Iraq del 2003 alla Siria della Primavera Araba, la parabola dello Stato Islamico sembra non avere fine. Dopo aver proclamato il califfato nel 2014 e dominato milioni di persone, è stato sconfitto militarmente nel 2019 con la battaglia di Baghuz ( Siria), ma non distrutto. I superstiti si sono rifugiati tra le tribù sunnite di Deir Ezzour, mischiandosi ai civili e ricostruendo lentamente una rete clandestina. Oggi i combattenti si muovono in piccoli gruppi di quattro o cinque uomini. Usano motociclette, ordigni artigianali e imboscate. Molti non portano più divise né le note bandiere nere. Sono cittadini siriani, conoscono ogni villaggio e parlano i dialetti locali: invisibili, e per questo più pericolosi.
La riduzione delle truppe americane – circa cinquecento soldati in meno da aprile – ha lasciato vaste aree senza copertura. Il Pentagono, per bocca del portavoce Sean Parnell, parla di «riduzioni dovute al successo operativo», ma sul terreno il vuoto si sente. I rapporti interni del comando USA ammettono che le cellule jihadiste stanno approfittando della fragilità politica e della corruzione per radicarsi nuovamente. Le SDF, costrette a pattugliare migliaia di chilometri di deserto e a sorvegliare i campi dove restano rinchiusi quasi cinquantamila ex combattenti e familiari del califfato, sono ormai allo stremo. «Siamo pochi e isolati», ammette Tel Tamir. «Ogni giorno perdiamo uomini. E la gente ha paura di denunciare».
Tra i caduti di quest’anno figura Khabat Shaydi, comandante del consiglio militare di Hajin. A marzo il suo convoglio è finito in un’imboscata: i miliziani hanno gridato «Allahu akbar» e lanciato granate da un gruppo di case. Due soldati sono morti, lui è rimasto ferito. Più tardi, una voce familiare lo ha chiamato al telefono: «Infedele, la prossima volta ti uccideremo». Era un membro della sua stessa tribù, gli Al-Shaitat, massacrata dallo Stato Islamico nel 2014.
Nelle città del medio Eufrate il copione si ripete: intimidazioni, estorsioni, vendette personali. Muhammad Al Bou Herdan, imprenditore petrolifero, racconta di essere stato costretto a pagare mille dollari di zakat ai miliziani. Quando ha rifiutato di pagare una seconda volta, la sua raffineria è stata attaccata. «Mi osservavano in silenzio», dice. «Conoscevano tutto di me, anche dove vivevano i miei figli». L’attacco lo ha costretto alla fuga. Oggi vive nascosto ad Hajin, armato e scortato dai cugini. Le SDF confermano decine di casi simili. Il califfato, pur privo di uno Stato, continua a imporre la sua legge nell’ombra, alimentando un’economia sotterranea fatta di paura, riscatti e religione. Sebbene le SDF controllino gran parte del nord-est della Siria, le loro truppe sono ridotte al minimo. Oltre a pattugliare il territorio, sono responsabili della sorveglianza di campi e prigioni che ospitano quasi 50.000 ex combattenti dello Stato Islamico, insieme alle loro mogli e figli. Le SDF hanno chiesto ai paesi stranieri di rimpatriare i loro cittadini, ma la maggior parte non l'ha fatto. Mentre il nuovo governo di Ahmad al-Sharaa tenta di consolidarsi a Damasco, la Siria orientale resta una terra senza pace. Gli americani riducono la presenza, i curdi resistono a fatica e i jihadisti tornano a seminare morte nel silenzio del deserto. L’ombra nera del califfato, mai davvero svanita, torna a stendersi sulla Mezzaluna fertile.
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Dopo la caduta di Bashar al-Assad e l’ascesa di Ahmad al-Sharaa, lo Stato Islamico riemerge dalle rovine della Siria. Nelle province orientali, tra Deir Ezzour e l’Eufrate, i jihadisti tornano a colpire approfittando del vuoto di potere e del caos politico.In Siria, lo Stato Islamico è tornato a farsi sentire. Non più come califfato territoriale, ma come un’insurrezione mobile e frammentata, capace di muoversi tra le pieghe di un Paese in disgregazione. La caduta del regime di Bashar al-Assad, deposto da Ahmad al-Sharaa-Abu Mohammad al Jolani, e la graduale ritirata americana hanno aperto nuovi spazi che i jihadisti stanno riempiendo con rapidità sorprendente. Lo confermano ufficiali curdi e comandanti statunitensi ancora presenti nell’area, sempre più preoccupati dal ritmo crescente degli attacchi.Negli ultimi mesi il gruppo ha saccheggiato arsenali militari abbandonati dopo la fuga delle forze lealiste e dei loro alleati iraniani. Non controlla più territori vasti, ma impone una sensazione diffusa di instabilità che mina la fragile autorità del nuovo governo. Secondo i dati delle Forze Democratiche Siriane (SDF), fino alla fine di agosto i miliziani hanno condotto 117 azioni armate nel nord-est, quasi il doppio rispetto al 2024. Alcuni attentati sarebbero stati pianificati persino contro Damasco, a oltre 400 chilometri dalle roccaforti orientali.La provincia di Deir Ezzour, un deserto grande quasi all’intero Centro Italia messo insieme, se si considerano le aree desertiche e scarsamente popolate che la caratterizzano, è tornata a essere il cuore dell’insurrezione. Qui vivono la maggior parte dei tremila combattenti stimati ancora attivi nel Paese. Viaggiare tra le città dell’area significa attraversare un territorio dove la paura è tornata a essere moneta corrente. Il gruppo colpisce funzionari locali, estorce denaro, semina panico. «Il ritiro americano sta ispirando Daesh», spiega Goran Tel Tamir, comandante delle SDF. «Stiamo vedendo un aumento degli attacchi e un peggioramento del morale della popolazione».Un convoglio del Wall Street Journal ha seguito Tel Tamir lungo la strada che porta a Hajin, un tempo roccaforte dello Stato Islamico. Vetri in frantumi, case sventrate e sguardi ostili: mentre i veicoli curdi attraversano la città, uomini e ragazzi osservano con rancore dalle vetrine. Le donne, avvolte nel niqab nero, scompaiono al passaggio delle pattuglie. Dalle rovine dell’Iraq del 2003 alla Siria della Primavera Araba, la parabola dello Stato Islamico sembra non avere fine. Dopo aver proclamato il califfato nel 2014 e dominato milioni di persone, è stato sconfitto militarmente nel 2019 con la battaglia di Baghuz ( Siria), ma non distrutto. I superstiti si sono rifugiati tra le tribù sunnite di Deir Ezzour, mischiandosi ai civili e ricostruendo lentamente una rete clandestina. Oggi i combattenti si muovono in piccoli gruppi di quattro o cinque uomini. Usano motociclette, ordigni artigianali e imboscate. Molti non portano più divise né le note bandiere nere. Sono cittadini siriani, conoscono ogni villaggio e parlano i dialetti locali: invisibili, e per questo più pericolosi.La riduzione delle truppe americane – circa cinquecento soldati in meno da aprile – ha lasciato vaste aree senza copertura. Il Pentagono, per bocca del portavoce Sean Parnell, parla di «riduzioni dovute al successo operativo», ma sul terreno il vuoto si sente. I rapporti interni del comando USA ammettono che le cellule jihadiste stanno approfittando della fragilità politica e della corruzione per radicarsi nuovamente. Le SDF, costrette a pattugliare migliaia di chilometri di deserto e a sorvegliare i campi dove restano rinchiusi quasi cinquantamila ex combattenti e familiari del califfato, sono ormai allo stremo. «Siamo pochi e isolati», ammette Tel Tamir. «Ogni giorno perdiamo uomini. E la gente ha paura di denunciare».Tra i caduti di quest’anno figura Khabat Shaydi, comandante del consiglio militare di Hajin. A marzo il suo convoglio è finito in un’imboscata: i miliziani hanno gridato «Allahu akbar» e lanciato granate da un gruppo di case. Due soldati sono morti, lui è rimasto ferito. Più tardi, una voce familiare lo ha chiamato al telefono: «Infedele, la prossima volta ti uccideremo». Era un membro della sua stessa tribù, gli Al-Shaitat, massacrata dallo Stato Islamico nel 2014.Nelle città del medio Eufrate il copione si ripete: intimidazioni, estorsioni, vendette personali. Muhammad Al Bou Herdan, imprenditore petrolifero, racconta di essere stato costretto a pagare mille dollari di zakat ai miliziani. Quando ha rifiutato di pagare una seconda volta, la sua raffineria è stata attaccata. «Mi osservavano in silenzio», dice. «Conoscevano tutto di me, anche dove vivevano i miei figli». L’attacco lo ha costretto alla fuga. Oggi vive nascosto ad Hajin, armato e scortato dai cugini. Le SDF confermano decine di casi simili. Il califfato, pur privo di uno Stato, continua a imporre la sua legge nell’ombra, alimentando un’economia sotterranea fatta di paura, riscatti e religione. Sebbene le SDF controllino gran parte del nord-est della Siria, le loro truppe sono ridotte al minimo. Oltre a pattugliare il territorio, sono responsabili della sorveglianza di campi e prigioni che ospitano quasi 50.000 ex combattenti dello Stato Islamico, insieme alle loro mogli e figli. Le SDF hanno chiesto ai paesi stranieri di rimpatriare i loro cittadini, ma la maggior parte non l'ha fatto. Mentre il nuovo governo di Ahmad al-Sharaa tenta di consolidarsi a Damasco, la Siria orientale resta una terra senza pace. Gli americani riducono la presenza, i curdi resistono a fatica e i jihadisti tornano a seminare morte nel silenzio del deserto. L’ombra nera del califfato, mai davvero svanita, torna a stendersi sulla Mezzaluna fertile.
Alessandro Giuli (Ansa)
Qualcuno lo ha definito, forse esagerando, «un terremoto». Sicuramente si può dire che al Mic in queste ultime due settimane c’è stato grande fermento. Nelle ricostruzioni, tuttavia, c’è qualcosa che non torna. Merlino viene definito «l’uomo di fiducia di Fazzolari», si sostiene quindi che il ministro firmando la sua revoca avrebbe voluto colpire il sottosegretario di Palazzo Chigi, considerato la mente di questo esecutivo. Eppure, fino al giorno prima, a fare da sponda a Giuli nella battaglia contro il padiglione russo alla Biennale c’era proprio Fazzolari, che con ben due note a stretto giro ha spalleggiato la posizione del numero uno del Mic ribadendo, come già fatto dal premier Meloni, che la linea di Giuli fosse la stessa del governo. Quindi perché attaccare l’uomo di governo che ha legittimato la tua posizione? E se anche fosse lui l’obiettivo, perché proprio ora? Non avrebbe avuto molto senso. Merlino oltretutto non è un politico, si fa fatica a considerarlo «l’uomo di Fazzolari». Il capo della segreteria tecnica viene nominato al Mic in quanto tecnico per la sua professionalità e competenza perché si è sempre occupato di cultura nella sua ricca carriera che, di certo, non comincia a via del Collegio romano nel 2022. Un tecnico quindi, probabilmente maldigerito da Giuli così come la Proietti per dinamiche squisitamente interne al Mic. Certo è che le motivazioni addotte nei retroscena non trovano motivo di esistere e hanno più l’aria di deboli scuse per legittimare la revoca degli incarichi. Revoche che forse Giuli avrebbe voluto firmare ben prima, dal giorno del suo ingresso al Mic, e non per incapacità dei due stimati dirigenti, ma per criticabili equilibri di potere. Tradotto: Giuli si è trovato due tecnici di alto profilo che avevano il difetto di non esser stati scelti da lui.
Tra i palazzi si vocifera che questi due nomi non fossero gli unici della lista nera del ministro. Alcune fonti parlano di altri due dirigenti «morti che camminano» e che soprattutto sanno di esserlo. Voci non confermate naturalmente e che si sono magicamente sopite dopo il colloquio con il presidente Meloni.
Un colloquio che, secondo le fonti di Palazzo Chigi, è servito a «confermare e a ribadire la piena sintonia all’interno dell’azione di governo». Chigi nega anche le «presunte divergenze di opinione tra il ministro Giuli, il presidente del Consiglio e altri esponenti del governo, ricostruzioni prive di fondamento. Da parte del presidente del Consiglio è stata ribadita la piena volontà di sostenere l’azione di un ministero centrale per l’Italia. È emersa, anche sul piano formale, la solidità di un rapporto cordiale e proficuo tra il capo del governo e il ministro Giuli, relegando le polemiche emerse nelle ultime settimane alla normale dialettica politica, in un contesto reso particolarmente complesso dall’attuale scenario internazionale». Insomma traspare un confronto cordiale e disteso che più verosimilmente è stato invece più franco e chiarificatorio. L’impressione è che si siano messe le cose in chiaro: «Testa bassa e lavorare», come si ripete da settimane nelle stanze di Palazzo Chigi.
Uscito da Palazzo Chigi, Giuli avrebbe dovuto proseguire i suoi impegni come da programma: ha fatto rientro nella sede del ministero e oggi si sarebbe dovuto recare alla riunione dei ministri della Cultura a Bruxelles. Appuntamento che però salterà. Il che consente alle opposizioni di tornare all’attacco del governo. A cominciare da Piero De Luca (Pd): «L’Italia non verrà rappresentata, qualcosa si è incrinato per la Biennale nei rapporti con l’Ue. Giuli non ha più l’agibilità politica». Mentre il collega di partito Walter Verini torna a criticare le epurazioni: «Non è un normale avvicendamento di persone che hanno rapporti fiduciari. È una guerra di potere che riguarda Fratelli d’Italia come epicentro, ma che riguarda questa destra».
I capigruppo del Movimento 5 stelle in commissione Cultura al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Antonio Caso, si chiedono cosa si siano detti per più di un’ora Giuli e Meloni a Palazzo Chigi. Mentre il leader di Azione, Carlo Calenda, allarga il perimetro commentando così: «Salvini polemizza con Tajani, Giuli e anche Meloni. O esiste un problema Salvini per il governo o c’è un problema del governo nel suo complesso. Decidete».
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Imagoeconomica
Che è già stato rimesso in libertà. E anche questa non è fiction. Ma un copione reale che si ripete troppo spesso. L’ennesimo caso di un aggressore che nel giro di poche ore si ritrova a piede libero. Libero magari di colpire di nuovo. Come farebbe presagire il suo curriculum che vanta precedenti per lesioni personali e invasione di terreni. E che ora, dopo i fatti di sabato sera, si arricchisce di due denunce: lesioni personali aggravate e porto abusivo d’armi. A quanto pare non abbastanza però per far scattare eventuali misure cautelari. Così come non deve essere bastato il sangue davanti alla quale si sono trovati gli agenti dell’Upgsp. (Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico) della Questura quando sono arrivati sul posto attorno alle 23, in seguito ad una segnalazione. Un uomo sanguinante riverso a terra e una donna con profonde ferite al volto. È lei che avrebbe indicato agli agenti il presunto responsabile dell’aggressione, il trentaseienne tunisino, che in quel momento si stava allontanando rapidamente dal luogo dell’accaduto. Secondo quanto riferito dalla Polizia di Stato, tutto sarebbe scaturito da una lite tra l’uomo e la coppia che passeggiava nei pressi del lago. Poi la discussione sarebbe degenerata fino a trasformarsi in aggressione. Pur di colpire, l’uomo, armato di coltello serramanico, avrebbe inseguito i due fino a raggiungerli e sferrare i colpi. Contro ginocchio, fianco e gluteo nel caso di lui, e poi fendendo il viso di lei. Secondo alcune ricostruzioni, una volta aggrediti i due, l’uomo avrebbe cercato di disfarsi di un oggetto gettandolo sotto un’autovettura parcheggiata. Oggetto che poi si sarebbe rivelato essere un coltello a serramanico, sequestrato dagli agenti come prova dell’aggressione. Una volta fermato, l’uomo avrebbe opposto resistenza. Prima cercando di darsi alla fuga, poi vestendo le parti della presunta vittima. Avrebbe infatti tentato di giustificare il proprio comportamento lamentandosi di essere stato colpito agli occhi da uno spray urticante durante una colluttazione. Salvo poi dichiarare di non sapere chi lo avesse utilizzato contro di lui. Una serie di dettagli che stando a quanto comunicato dalla questura, le forze dell’ordine starebbero ora cercando di approfondire proseguendo le indagini, così da chiarire ulteriormente la dinamica dei fatti e accertare eventuali responsabilità aggiuntive.
Certo è che l’episodio ha destato particolare preoccupazione tra i residenti di Como per la violenza con cui si è consumata la lite, per il coinvolgimento dell’arma da taglio e per la scelta di denunciare l’uomo in stato di libertà. «Vergogna», è uno dei commenti più frequenti che si leggono a compendio degli articoli pubblicati dai giornali locali. «Ogni giorno questo continuo stillicidio di crimini... Basta. Vanno puniti severamente», scrive un altro residente della provincia di Como, notando come il profilo del presunto aggressore confermi un trend costante, quello che vede gli stranieri commettere più reati degli italiani, specialmente nei casi di aggressioni con lama dove il tasso di coinvolgimento degli stranieri sarebbe di circa 6,5 volte più alto. Chiaramente in proporzione e quindi considerando che gli stranieri rappresentano il 10% della popolazione.
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Viminale, solo a Como, i cittadini stranieri rappresenterebbero il 43% delle segnalazioni relative a persone denunciate, arrestate o fermate dalle forze di polizia. Spesso e volentieri poi rimesse subito in libertà. Come raccontano i casi di cronaca in tutto il territorio nazionale. Tra i casi più recenti quello di due giovani tunisini che lo scorso gennaio erano stati accusati di aver aggredito un rider nella zona della stazione Termini a Roma. Nonostante il giudice avesse convalidato il fermo, poi la richiesta di custodia cautelare in carcere era stata respinta per mancanza di «gravi indizi di colpevolezza» sufficienti a giustificare la detenzione preventiva. A febbraio era stata la volta di una maxi aggressione tra stranieri avvenuta a Castrovillari. Sei persone erano state identificate e denunciate ma non era stata applicata nessuna misura restrittiva. Uno dei casi più eclatanti resta però quello di un cittadino straniero di 38 anni accusato di aver picchiato e rapinato un cinquantenne che viveva in un camper a Rimini. Già noto per maltrattamenti, il presunto aggressore finisce in manette ma viene scarcerato poco dopo su decisione del giudice per le indagini preliminari. A quanto pare, a detta della toga, non si sarebbe configurata una rapina ma una «semplice» aggressione con un coltello. Era l’aprile del 2023, e da allora, le aggressioni all’arma bianca non sono certo diminuite, ma con circa 30.000 episodi violenti nel biennio 2024/2025, sono aumentate del 5.5%. Chissà perché.
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Condividevano un appartamento ed erano conoscenti. Ma - da quanto si è appreso - l’uomo avrebbe approfittato proprio dell’assenza del marito della giovane mamma per approfittare di lei. La ragazza si è trovata a vivere un dramma. Quel giovane con cui condivideva la casa, gli spazi e le giornate l’avrebbe brutalmente violentata davanti agli occhi del suo piccolo di soli tre mesi di vita. Un incubo.
Quando la giovanissima mamma è riuscita a divincolarsi e l’uomo è scappata, ha potuto avvisare le forze dell’ordine. I carabinieri sono giunti sul posto e hanno trovato la ragazza in evidente stato di choc. La diciassettenne si è recata in ospedale dove è stata sottoposta alle cure del caso e soprattutto a una serie di analisi. La giovane bengalese ha denunciato la violenza subita e ai militari ha raccontato quanto accaduto indicando il suo coinquilino come l’autore dello stupro. Intanto, i carabinieri hanno avviato le indagini e sono alla ricerca di riscontri che possano individuare nel coinquilino bengalese il responsabile della violenza. L’attività investigativa procede, adesso, ad ampio raggio. Sono in corso verifiche pure per accertare le condizioni in cui i tre bengalesi vivevano e la situazione della giovanissima vittima già mamma a diciassettenne anni. Lo stupro di Marghera ha riacceso i riflettori su diverse problematiche che riguardano sia le condizioni di vita degli stranieri in Italia che nuovamente la questione della sicurezza. Sono tanti gli interrogativi che, adesso, preoccupano i residenti di Marghera, ma anche le istituzioni e i cittadini. Non sono rimasti indifferenti all’accaduto i rappresentanti della Lega e, in particolare, il consigliere comunale di Venezia, Alex Bazzaro e l’europarlamentare Anna Maria Cisint. «Un episodio inaccettabile, uno stupro vergognoso che ha avuto come preda una minorenne bengalese. Un’altra vittima della violenza dell’Islam radicale e probabilmente del sistema marcio basato sulle ospitalità. Lo stesso schema che ho già visto a Monfalcone. Una minorenne bengalese già con figli: mi chiedo, una sposa bambina?», ha commentato Cisint. Il consigliere comunale di Venezia va oltre evidenziando la gravità dell’accaduto perché la giovane diciassettenne è stata «stuprata dall’ospite, anche lui islamico». Per Bazzarro, è la punta dell’iceberg di una situazione molto più grave: «Una presenza dietro alla quale spesso si nasconde un mercato nero di subaffitti illegali e posti letto abusivi. Un mercato islamico dell’orrore, dove la donna viene doppiamente svenduta: prima come sposa e madre a soli diciassette e anni, poi viene data in pasto agli ospiti abusivi. Secondo i due esponenti leghisti «per loro la donna vale zero, un oggetto da mercificare. Questa è la pseudo-cultura che la sinistra vuole portare anche nel Comune di Venezia. Per noi questi soggetti devono essere reimpacchettati e spediti da dove sono venuti». Non è la prima volta che la cronaca racconta episodi di violenze e abusi perpetrati da cittadini stranieri ai danni di donne, giovani e adulti. Da Nord a Sud negli ultimi mesi, si è assistito a un’escalation di episodi di violenza e di brutalità. I cittadini si sentono sempre più insicuri e chiedono maggiori controlli e più attenzione verso chi arriva in Italia e delinque. Negli scorsi mesi alcune donne sono state stuprate a Roma mentre facevano una passeggiata nel parco. Episodi diversi per i quali le forze dell’ordine hanno individuato un unico responsabile, un cittadino straniero che girovaga seminando terrore e paura.
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