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2023-11-22
Il fiasco dell’educazione sessuale: dove si fa, si uccidono più donne
Una legge salverà le donne? Qualche ora di lezione basterà ad abbattere il famigerato patriarcato? La decostruzione della «mascolinità tossica» partirà dalle scuole?
La sinistra in crisi di idee, adesso, si aggrappa alla tragedia di Giulia Cecchettin. E in mezzo a una miriade di speculazioni politiche, prova a infilare la sua proposta rivoluzionaria: educazione sessuale obbligatoria tra i banchi. In realtà, l’opposizione non aveva aspettato l’uccisione della ventiduenne veneta per farsi avanti: anzi, aveva provato a introdurre l’insegnamento della materia, già alle elementari, con un emendamento al ddl contro la violenza sulle donne, presentato a ottobre dal Movimento 5 stelle e bocciato dal centrodestra.
L’argomento dei progressisti sembrerebbe filare: se abusi e uccisioni sono frutto di una cultura deviata, per combatterli bisognerà colmare le lacune interiori degli uomini, analfabeti sentimentali. La tesi è cristallina, ancorché opinabile: i massacratori come Filippo Turetta non sono dei mostri; sono i prodotti meglio riusciti di una società che trasmette agli uomini valori distorti. D’accordo. Prendiamo per buona la teoria. In pratica, però, ci sono prove per sostenere che la strategia funzioni? Mica tanto.
Una cosa è vera: il nostro è uno dei pochi Paesi Ue a non prevedere, nel curriculum scolastico, l’educazione sessuale. Ci fanno compagnia Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania. Ciò spiega le efferatezze? Le statistiche raccontano una storia diversa. L’equazione tra corsi in aula e diminuzione della violenza non torna.
In Germania, l’educazione sessuale è legge dal 1968. In Svezia, addirittura, dal 1955. Ma guardate le cifre sui femminicidi raccolte da Openpolis: in entrambe le nazioni, l’incidenza di tali odiosi crimini è più alta che nello Stivale. Nel 2018, in Germania si era arrivati a 0,87 vittime ogni 100.000 individui di sesso femminile; in Svezia, a 0,66; da noi - peraltro, in un periodo che aveva fatto registrare un macabro picco di assassinii - a 0,43, calate a 0,3 nell’anno in corso.
A maggior ragione, la situazione stenta a migliorare dove l’educazione ai sentimenti è stata inserita di recente: in Francia c’è dal 2001, ma il tasso di omicidi di donne era 0,71 ogni 100.000, nel 2018. Nel Regno Unito è obbligatoria, nelle scuole secondarie, dal 2020; ciononostante, l’anno seguente, sono state ammazzate 177 ragazze, cioè 1,9 ogni 100.000 abitanti di sesso femminile.
Ai piani alti della luttuosa classifica si trovano, sì, gli Stati che non prevedono la sensibilizzazione dei minori: la Lettonia, la Lituania, Cipro, la Romania. Nondimeno, se la logica di Elly Schlein e compagni reggesse, dovremmo aspettarci ecatombi simili anche a Varsavia, che rifiuta ostinatamente di organizzare corsi nelle scuole. E invece, le polacche paiono essere più al sicuro delle olandesi, benché i Paesi Bassi comincino la formazione quando i bimbi compiono 4 anni. A conti fatti, è la vituperata Italia quella in cui le donne rischiano meno di morire per mano dei loro partner.
Suona strano, visto che le litanie femministe stanno dipingendo la nostra come una terra di sistematiche brutalità, destinata a scivolare in un abisso vieppiù profondo, per colpa del governo conservatore. Il modello cui guardare, dunque, quale sarebbe? Quello dell’emancipata Scandinavia? Quello mitteleuropeo? Quello nordamericano? Diamo di nuovo la parola ai numeri: in Danimarca, l’incidenza dei femminicidi è superiore a quella svedese. L’Austria, una delle patrie del «sex work» legalizzato, è al sesto posto dell’elenco stilato da Openpolis. Il Canada, oltremodo all’avanguardia nell’eduzione sessuale, nel 2021 era arrivato a 0,54 vittime ogni 100.000 donne; toh, a nessuna hanno giovato le cervellotiche norme sull’uso corretto dei pronomi. Gli Usa, dove le iniziative educative sono di competenza dei singoli Stati, nel 2020 avevano 2,9 ragazze uccise ogni 100.000. Numeri impietosi: i popoli più inclini alla violenza sono quelli nordici, non quelli mediterranei.
Chiaramente, i propositi di Pd e grillini si prestano a molte critiche di principio. Perché mai dovrebbe essere lo Stato a incaricarsi di modellare l’uomo nuovo, estromettendo la famiglia? Ha senso demonizzarla, manco fosse una fucina di prevaricazioni? Be’, lasciamoci provocare dai fatti: la panacea non si somministra a scuola. A meno che il vero obiettivo delle anime belle sia un altro: approfittare di un dramma e rispolverare i piani per la propaganda gender in classe. I precedenti si sprecano: è a quella mania che, quasi sempre, vanno a parare i progetti di educazione sessuale. Ma la prevenzione non passa per le omelie Lgbt. La verità è questa: la povera Giulia e le altre donne sono morte e qualcuno pensa a resuscitare la legge Zan.
Gender in aula, gli islamici in rivolta
In Inghilterra, durante una «lezione di inclusione», un’insegnante delle elementari è stata ripresa per un video promozionale mentre indottrinava i suoi studenti di 10 anni a colpi di ideologia gender. A protestare fuori dai cancelli della scuola, però, questa volta non c’erano bigotte famiglie inglesi, ma i genitori dei bambini musulmani. Un cortocircuito inevitabile, che dimostra come la predilezione delle nostre sinistre per il mondo islamico sia in fondo solo un pretesto per manifestare il loro odio verso l’Occidente e la sua tradizione.
«“Se te lo dico”, disse Thomas, “potresti non essere più mio amico”», legge l’insegnante ai suoi alunni della scuola elementare di St Albans, una cittadina a circa 30 chilometri da Londra. «“Sarò sempre tuo amico, Thomas”, disse il suo miglior amico Errol. Thomas l’orsetto trattenne il respiro. “Ho bisogno di essere me stessa, Errol, nel mio cuore ho sempre saputo di essere un orsetto femmina e non un orsetto maschio. Vorrei che il mio nome fosse Tilly e non Thomas”», prosegue nella lettura la maestra prima del finale strappalacrime. «“Oh, è per questo che sei così triste?”, chiese Errol. “Non mi importa se sei un orsetto femmina o maschio: ciò che conta è che sei mio amico”». E vissero tutti felici e contenti, verrebbe da concludere. O forse non proprio tutti, perché ai cancelli della scuola, secondo quanto riportato dal Telegraph, i genitori degli studenti musulmani si sono ribellati all’indottrinamento transgender, chiedendo esplicitamente di «cacciar il signor Moffat fuori» dalla scuola.
Andrew Moffat, insegnante omosessuale presso la Parkfield community school di Birmingham, è il fondatore di No Outsider, un’organizzazione benefica che si occupa di elaborare e diffondere nelle scuole programmi didattici sull’inclusione. A loro si deve il libro sugli orsetti transgender letto dalla maestra, che peraltro è soltanto uno dei tanti opuscoli di questo tipo. L’associazione, infatti, vende guide per bambini «dalla nascita agli 11 anni» che «presentano l’ideologia gender come un dato di fatto». In una di esse, il signor Moffat scrive che questo genere di insegnamenti «deve iniziare nelle scuole elementari», perché in fondo «siamo tutti intersezionali»: «un’identità da sola non basta a definire chi siamo». «I bambini», aggiunge il paladino dell’inclusione, «devono essere incoraggiati, e anzi istruiti, a esplorare l’identità e a sviluppare fiducia in chi sono mentre attraversano l’infanzia e l’adolescenza».
Purtroppo fatti del genere sono ormai all’ordine del giorno, così come le proteste che poi si levano dalle file dei cosiddetti tradizionalisti. «Insegnare ai bambini che potrebbero essere nati “nel corpo sbagliato”», ha dichiarato al Telegraph un’attivista di Family education trust, «è un indottrinamento dannoso». Puro buon senso, d’altra parte. Ma la vera notizia, qui, è che episodi di questo tipo mettono in mostra un cortocircuito che già in termini logici risulta abbastanza evidente. D’altronde che ci azzecca lo spirito libertario e individualista dei progressisti occidentali con la cultura islamica che spesso, nei loro sermoni sull’inclusione e la diversità, si sono prodigati a difendere e ci hanno insegnato ad accettare? Evidentemente nulla, ma loro sono da sempre convinti che il fascino della libertà negativa vincerà sul sentimento della tradizione. Forse iniziano a capire di aver fatto male i conti, ma adesso il risveglio, tra la polveriera del Medio Oriente e il rifiuto dei loro dogmi woke, potrebbe non essere dolce.
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La sinistra vuole introdurla nelle scuole, però i dati non sono incoraggianti: in Svezia c’è dal 1955, in Germania dal 1968, in Francia dal 2001, nel Regno Unito dal 2020. Ma ovunque il tasso di femminicidi è più alto che qui.Una maestra inglese ha letto agli alunni di 10 anni un libro su Thomas, un orsetto trans. La lezione ha scatenato le veementi proteste dei genitori, ma soltanto quelli musulmani.Lo speciale contiene due articoli.Una legge salverà le donne? Qualche ora di lezione basterà ad abbattere il famigerato patriarcato? La decostruzione della «mascolinità tossica» partirà dalle scuole?La sinistra in crisi di idee, adesso, si aggrappa alla tragedia di Giulia Cecchettin. E in mezzo a una miriade di speculazioni politiche, prova a infilare la sua proposta rivoluzionaria: educazione sessuale obbligatoria tra i banchi. In realtà, l’opposizione non aveva aspettato l’uccisione della ventiduenne veneta per farsi avanti: anzi, aveva provato a introdurre l’insegnamento della materia, già alle elementari, con un emendamento al ddl contro la violenza sulle donne, presentato a ottobre dal Movimento 5 stelle e bocciato dal centrodestra. L’argomento dei progressisti sembrerebbe filare: se abusi e uccisioni sono frutto di una cultura deviata, per combatterli bisognerà colmare le lacune interiori degli uomini, analfabeti sentimentali. La tesi è cristallina, ancorché opinabile: i massacratori come Filippo Turetta non sono dei mostri; sono i prodotti meglio riusciti di una società che trasmette agli uomini valori distorti. D’accordo. Prendiamo per buona la teoria. In pratica, però, ci sono prove per sostenere che la strategia funzioni? Mica tanto.Una cosa è vera: il nostro è uno dei pochi Paesi Ue a non prevedere, nel curriculum scolastico, l’educazione sessuale. Ci fanno compagnia Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania. Ciò spiega le efferatezze? Le statistiche raccontano una storia diversa. L’equazione tra corsi in aula e diminuzione della violenza non torna.In Germania, l’educazione sessuale è legge dal 1968. In Svezia, addirittura, dal 1955. Ma guardate le cifre sui femminicidi raccolte da Openpolis: in entrambe le nazioni, l’incidenza di tali odiosi crimini è più alta che nello Stivale. Nel 2018, in Germania si era arrivati a 0,87 vittime ogni 100.000 individui di sesso femminile; in Svezia, a 0,66; da noi - peraltro, in un periodo che aveva fatto registrare un macabro picco di assassinii - a 0,43, calate a 0,3 nell’anno in corso. A maggior ragione, la situazione stenta a migliorare dove l’educazione ai sentimenti è stata inserita di recente: in Francia c’è dal 2001, ma il tasso di omicidi di donne era 0,71 ogni 100.000, nel 2018. Nel Regno Unito è obbligatoria, nelle scuole secondarie, dal 2020; ciononostante, l’anno seguente, sono state ammazzate 177 ragazze, cioè 1,9 ogni 100.000 abitanti di sesso femminile.Ai piani alti della luttuosa classifica si trovano, sì, gli Stati che non prevedono la sensibilizzazione dei minori: la Lettonia, la Lituania, Cipro, la Romania. Nondimeno, se la logica di Elly Schlein e compagni reggesse, dovremmo aspettarci ecatombi simili anche a Varsavia, che rifiuta ostinatamente di organizzare corsi nelle scuole. E invece, le polacche paiono essere più al sicuro delle olandesi, benché i Paesi Bassi comincino la formazione quando i bimbi compiono 4 anni. A conti fatti, è la vituperata Italia quella in cui le donne rischiano meno di morire per mano dei loro partner. Suona strano, visto che le litanie femministe stanno dipingendo la nostra come una terra di sistematiche brutalità, destinata a scivolare in un abisso vieppiù profondo, per colpa del governo conservatore. Il modello cui guardare, dunque, quale sarebbe? Quello dell’emancipata Scandinavia? Quello mitteleuropeo? Quello nordamericano? Diamo di nuovo la parola ai numeri: in Danimarca, l’incidenza dei femminicidi è superiore a quella svedese. L’Austria, una delle patrie del «sex work» legalizzato, è al sesto posto dell’elenco stilato da Openpolis. Il Canada, oltremodo all’avanguardia nell’eduzione sessuale, nel 2021 era arrivato a 0,54 vittime ogni 100.000 donne; toh, a nessuna hanno giovato le cervellotiche norme sull’uso corretto dei pronomi. Gli Usa, dove le iniziative educative sono di competenza dei singoli Stati, nel 2020 avevano 2,9 ragazze uccise ogni 100.000. Numeri impietosi: i popoli più inclini alla violenza sono quelli nordici, non quelli mediterranei. Chiaramente, i propositi di Pd e grillini si prestano a molte critiche di principio. Perché mai dovrebbe essere lo Stato a incaricarsi di modellare l’uomo nuovo, estromettendo la famiglia? Ha senso demonizzarla, manco fosse una fucina di prevaricazioni? Be’, lasciamoci provocare dai fatti: la panacea non si somministra a scuola. A meno che il vero obiettivo delle anime belle sia un altro: approfittare di un dramma e rispolverare i piani per la propaganda gender in classe. I precedenti si sprecano: è a quella mania che, quasi sempre, vanno a parare i progetti di educazione sessuale. Ma la prevenzione non passa per le omelie Lgbt. 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Un cortocircuito inevitabile, che dimostra come la predilezione delle nostre sinistre per il mondo islamico sia in fondo solo un pretesto per manifestare il loro odio verso l’Occidente e la sua tradizione. «“Se te lo dico”, disse Thomas, “potresti non essere più mio amico”», legge l’insegnante ai suoi alunni della scuola elementare di St Albans, una cittadina a circa 30 chilometri da Londra. «“Sarò sempre tuo amico, Thomas”, disse il suo miglior amico Errol. Thomas l’orsetto trattenne il respiro. “Ho bisogno di essere me stessa, Errol, nel mio cuore ho sempre saputo di essere un orsetto femmina e non un orsetto maschio. Vorrei che il mio nome fosse Tilly e non Thomas”», prosegue nella lettura la maestra prima del finale strappalacrime. «“Oh, è per questo che sei così triste?”, chiese Errol. “Non mi importa se sei un orsetto femmina o maschio: ciò che conta è che sei mio amico”». E vissero tutti felici e contenti, verrebbe da concludere. O forse non proprio tutti, perché ai cancelli della scuola, secondo quanto riportato dal Telegraph, i genitori degli studenti musulmani si sono ribellati all’indottrinamento transgender, chiedendo esplicitamente di «cacciar il signor Moffat fuori» dalla scuola. Andrew Moffat, insegnante omosessuale presso la Parkfield community school di Birmingham, è il fondatore di No Outsider, un’organizzazione benefica che si occupa di elaborare e diffondere nelle scuole programmi didattici sull’inclusione. A loro si deve il libro sugli orsetti transgender letto dalla maestra, che peraltro è soltanto uno dei tanti opuscoli di questo tipo. L’associazione, infatti, vende guide per bambini «dalla nascita agli 11 anni» che «presentano l’ideologia gender come un dato di fatto». In una di esse, il signor Moffat scrive che questo genere di insegnamenti «deve iniziare nelle scuole elementari», perché in fondo «siamo tutti intersezionali»: «un’identità da sola non basta a definire chi siamo». «I bambini», aggiunge il paladino dell’inclusione, «devono essere incoraggiati, e anzi istruiti, a esplorare l’identità e a sviluppare fiducia in chi sono mentre attraversano l’infanzia e l’adolescenza». Purtroppo fatti del genere sono ormai all’ordine del giorno, così come le proteste che poi si levano dalle file dei cosiddetti tradizionalisti. «Insegnare ai bambini che potrebbero essere nati “nel corpo sbagliato”», ha dichiarato al Telegraph un’attivista di Family education trust, «è un indottrinamento dannoso». Puro buon senso, d’altra parte. Ma la vera notizia, qui, è che episodi di questo tipo mettono in mostra un cortocircuito che già in termini logici risulta abbastanza evidente. D’altronde che ci azzecca lo spirito libertario e individualista dei progressisti occidentali con la cultura islamica che spesso, nei loro sermoni sull’inclusione e la diversità, si sono prodigati a difendere e ci hanno insegnato ad accettare? Evidentemente nulla, ma loro sono da sempre convinti che il fascino della libertà negativa vincerà sul sentimento della tradizione. Forse iniziano a capire di aver fatto male i conti, ma adesso il risveglio, tra la polveriera del Medio Oriente e il rifiuto dei loro dogmi woke, potrebbe non essere dolce.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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