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2023-11-22
Il fiasco dell’educazione sessuale: dove si fa, si uccidono più donne
Una legge salverà le donne? Qualche ora di lezione basterà ad abbattere il famigerato patriarcato? La decostruzione della «mascolinità tossica» partirà dalle scuole?
La sinistra in crisi di idee, adesso, si aggrappa alla tragedia di Giulia Cecchettin. E in mezzo a una miriade di speculazioni politiche, prova a infilare la sua proposta rivoluzionaria: educazione sessuale obbligatoria tra i banchi. In realtà, l’opposizione non aveva aspettato l’uccisione della ventiduenne veneta per farsi avanti: anzi, aveva provato a introdurre l’insegnamento della materia, già alle elementari, con un emendamento al ddl contro la violenza sulle donne, presentato a ottobre dal Movimento 5 stelle e bocciato dal centrodestra.
L’argomento dei progressisti sembrerebbe filare: se abusi e uccisioni sono frutto di una cultura deviata, per combatterli bisognerà colmare le lacune interiori degli uomini, analfabeti sentimentali. La tesi è cristallina, ancorché opinabile: i massacratori come Filippo Turetta non sono dei mostri; sono i prodotti meglio riusciti di una società che trasmette agli uomini valori distorti. D’accordo. Prendiamo per buona la teoria. In pratica, però, ci sono prove per sostenere che la strategia funzioni? Mica tanto.
Una cosa è vera: il nostro è uno dei pochi Paesi Ue a non prevedere, nel curriculum scolastico, l’educazione sessuale. Ci fanno compagnia Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania. Ciò spiega le efferatezze? Le statistiche raccontano una storia diversa. L’equazione tra corsi in aula e diminuzione della violenza non torna.
In Germania, l’educazione sessuale è legge dal 1968. In Svezia, addirittura, dal 1955. Ma guardate le cifre sui femminicidi raccolte da Openpolis: in entrambe le nazioni, l’incidenza di tali odiosi crimini è più alta che nello Stivale. Nel 2018, in Germania si era arrivati a 0,87 vittime ogni 100.000 individui di sesso femminile; in Svezia, a 0,66; da noi - peraltro, in un periodo che aveva fatto registrare un macabro picco di assassinii - a 0,43, calate a 0,3 nell’anno in corso.
A maggior ragione, la situazione stenta a migliorare dove l’educazione ai sentimenti è stata inserita di recente: in Francia c’è dal 2001, ma il tasso di omicidi di donne era 0,71 ogni 100.000, nel 2018. Nel Regno Unito è obbligatoria, nelle scuole secondarie, dal 2020; ciononostante, l’anno seguente, sono state ammazzate 177 ragazze, cioè 1,9 ogni 100.000 abitanti di sesso femminile.
Ai piani alti della luttuosa classifica si trovano, sì, gli Stati che non prevedono la sensibilizzazione dei minori: la Lettonia, la Lituania, Cipro, la Romania. Nondimeno, se la logica di Elly Schlein e compagni reggesse, dovremmo aspettarci ecatombi simili anche a Varsavia, che rifiuta ostinatamente di organizzare corsi nelle scuole. E invece, le polacche paiono essere più al sicuro delle olandesi, benché i Paesi Bassi comincino la formazione quando i bimbi compiono 4 anni. A conti fatti, è la vituperata Italia quella in cui le donne rischiano meno di morire per mano dei loro partner.
Suona strano, visto che le litanie femministe stanno dipingendo la nostra come una terra di sistematiche brutalità, destinata a scivolare in un abisso vieppiù profondo, per colpa del governo conservatore. Il modello cui guardare, dunque, quale sarebbe? Quello dell’emancipata Scandinavia? Quello mitteleuropeo? Quello nordamericano? Diamo di nuovo la parola ai numeri: in Danimarca, l’incidenza dei femminicidi è superiore a quella svedese. L’Austria, una delle patrie del «sex work» legalizzato, è al sesto posto dell’elenco stilato da Openpolis. Il Canada, oltremodo all’avanguardia nell’eduzione sessuale, nel 2021 era arrivato a 0,54 vittime ogni 100.000 donne; toh, a nessuna hanno giovato le cervellotiche norme sull’uso corretto dei pronomi. Gli Usa, dove le iniziative educative sono di competenza dei singoli Stati, nel 2020 avevano 2,9 ragazze uccise ogni 100.000. Numeri impietosi: i popoli più inclini alla violenza sono quelli nordici, non quelli mediterranei.
Chiaramente, i propositi di Pd e grillini si prestano a molte critiche di principio. Perché mai dovrebbe essere lo Stato a incaricarsi di modellare l’uomo nuovo, estromettendo la famiglia? Ha senso demonizzarla, manco fosse una fucina di prevaricazioni? Be’, lasciamoci provocare dai fatti: la panacea non si somministra a scuola. A meno che il vero obiettivo delle anime belle sia un altro: approfittare di un dramma e rispolverare i piani per la propaganda gender in classe. I precedenti si sprecano: è a quella mania che, quasi sempre, vanno a parare i progetti di educazione sessuale. Ma la prevenzione non passa per le omelie Lgbt. La verità è questa: la povera Giulia e le altre donne sono morte e qualcuno pensa a resuscitare la legge Zan.
Gender in aula, gli islamici in rivolta
In Inghilterra, durante una «lezione di inclusione», un’insegnante delle elementari è stata ripresa per un video promozionale mentre indottrinava i suoi studenti di 10 anni a colpi di ideologia gender. A protestare fuori dai cancelli della scuola, però, questa volta non c’erano bigotte famiglie inglesi, ma i genitori dei bambini musulmani. Un cortocircuito inevitabile, che dimostra come la predilezione delle nostre sinistre per il mondo islamico sia in fondo solo un pretesto per manifestare il loro odio verso l’Occidente e la sua tradizione.
«“Se te lo dico”, disse Thomas, “potresti non essere più mio amico”», legge l’insegnante ai suoi alunni della scuola elementare di St Albans, una cittadina a circa 30 chilometri da Londra. «“Sarò sempre tuo amico, Thomas”, disse il suo miglior amico Errol. Thomas l’orsetto trattenne il respiro. “Ho bisogno di essere me stessa, Errol, nel mio cuore ho sempre saputo di essere un orsetto femmina e non un orsetto maschio. Vorrei che il mio nome fosse Tilly e non Thomas”», prosegue nella lettura la maestra prima del finale strappalacrime. «“Oh, è per questo che sei così triste?”, chiese Errol. “Non mi importa se sei un orsetto femmina o maschio: ciò che conta è che sei mio amico”». E vissero tutti felici e contenti, verrebbe da concludere. O forse non proprio tutti, perché ai cancelli della scuola, secondo quanto riportato dal Telegraph, i genitori degli studenti musulmani si sono ribellati all’indottrinamento transgender, chiedendo esplicitamente di «cacciar il signor Moffat fuori» dalla scuola.
Andrew Moffat, insegnante omosessuale presso la Parkfield community school di Birmingham, è il fondatore di No Outsider, un’organizzazione benefica che si occupa di elaborare e diffondere nelle scuole programmi didattici sull’inclusione. A loro si deve il libro sugli orsetti transgender letto dalla maestra, che peraltro è soltanto uno dei tanti opuscoli di questo tipo. L’associazione, infatti, vende guide per bambini «dalla nascita agli 11 anni» che «presentano l’ideologia gender come un dato di fatto». In una di esse, il signor Moffat scrive che questo genere di insegnamenti «deve iniziare nelle scuole elementari», perché in fondo «siamo tutti intersezionali»: «un’identità da sola non basta a definire chi siamo». «I bambini», aggiunge il paladino dell’inclusione, «devono essere incoraggiati, e anzi istruiti, a esplorare l’identità e a sviluppare fiducia in chi sono mentre attraversano l’infanzia e l’adolescenza».
Purtroppo fatti del genere sono ormai all’ordine del giorno, così come le proteste che poi si levano dalle file dei cosiddetti tradizionalisti. «Insegnare ai bambini che potrebbero essere nati “nel corpo sbagliato”», ha dichiarato al Telegraph un’attivista di Family education trust, «è un indottrinamento dannoso». Puro buon senso, d’altra parte. Ma la vera notizia, qui, è che episodi di questo tipo mettono in mostra un cortocircuito che già in termini logici risulta abbastanza evidente. D’altronde che ci azzecca lo spirito libertario e individualista dei progressisti occidentali con la cultura islamica che spesso, nei loro sermoni sull’inclusione e la diversità, si sono prodigati a difendere e ci hanno insegnato ad accettare? Evidentemente nulla, ma loro sono da sempre convinti che il fascino della libertà negativa vincerà sul sentimento della tradizione. Forse iniziano a capire di aver fatto male i conti, ma adesso il risveglio, tra la polveriera del Medio Oriente e il rifiuto dei loro dogmi woke, potrebbe non essere dolce.
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La sinistra vuole introdurla nelle scuole, però i dati non sono incoraggianti: in Svezia c’è dal 1955, in Germania dal 1968, in Francia dal 2001, nel Regno Unito dal 2020. Ma ovunque il tasso di femminicidi è più alto che qui.Una maestra inglese ha letto agli alunni di 10 anni un libro su Thomas, un orsetto trans. La lezione ha scatenato le veementi proteste dei genitori, ma soltanto quelli musulmani.Lo speciale contiene due articoli.Una legge salverà le donne? Qualche ora di lezione basterà ad abbattere il famigerato patriarcato? La decostruzione della «mascolinità tossica» partirà dalle scuole?La sinistra in crisi di idee, adesso, si aggrappa alla tragedia di Giulia Cecchettin. E in mezzo a una miriade di speculazioni politiche, prova a infilare la sua proposta rivoluzionaria: educazione sessuale obbligatoria tra i banchi. In realtà, l’opposizione non aveva aspettato l’uccisione della ventiduenne veneta per farsi avanti: anzi, aveva provato a introdurre l’insegnamento della materia, già alle elementari, con un emendamento al ddl contro la violenza sulle donne, presentato a ottobre dal Movimento 5 stelle e bocciato dal centrodestra. L’argomento dei progressisti sembrerebbe filare: se abusi e uccisioni sono frutto di una cultura deviata, per combatterli bisognerà colmare le lacune interiori degli uomini, analfabeti sentimentali. La tesi è cristallina, ancorché opinabile: i massacratori come Filippo Turetta non sono dei mostri; sono i prodotti meglio riusciti di una società che trasmette agli uomini valori distorti. D’accordo. Prendiamo per buona la teoria. In pratica, però, ci sono prove per sostenere che la strategia funzioni? Mica tanto.Una cosa è vera: il nostro è uno dei pochi Paesi Ue a non prevedere, nel curriculum scolastico, l’educazione sessuale. Ci fanno compagnia Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania. Ciò spiega le efferatezze? Le statistiche raccontano una storia diversa. L’equazione tra corsi in aula e diminuzione della violenza non torna.In Germania, l’educazione sessuale è legge dal 1968. In Svezia, addirittura, dal 1955. Ma guardate le cifre sui femminicidi raccolte da Openpolis: in entrambe le nazioni, l’incidenza di tali odiosi crimini è più alta che nello Stivale. Nel 2018, in Germania si era arrivati a 0,87 vittime ogni 100.000 individui di sesso femminile; in Svezia, a 0,66; da noi - peraltro, in un periodo che aveva fatto registrare un macabro picco di assassinii - a 0,43, calate a 0,3 nell’anno in corso. A maggior ragione, la situazione stenta a migliorare dove l’educazione ai sentimenti è stata inserita di recente: in Francia c’è dal 2001, ma il tasso di omicidi di donne era 0,71 ogni 100.000, nel 2018. Nel Regno Unito è obbligatoria, nelle scuole secondarie, dal 2020; ciononostante, l’anno seguente, sono state ammazzate 177 ragazze, cioè 1,9 ogni 100.000 abitanti di sesso femminile.Ai piani alti della luttuosa classifica si trovano, sì, gli Stati che non prevedono la sensibilizzazione dei minori: la Lettonia, la Lituania, Cipro, la Romania. Nondimeno, se la logica di Elly Schlein e compagni reggesse, dovremmo aspettarci ecatombi simili anche a Varsavia, che rifiuta ostinatamente di organizzare corsi nelle scuole. E invece, le polacche paiono essere più al sicuro delle olandesi, benché i Paesi Bassi comincino la formazione quando i bimbi compiono 4 anni. A conti fatti, è la vituperata Italia quella in cui le donne rischiano meno di morire per mano dei loro partner. Suona strano, visto che le litanie femministe stanno dipingendo la nostra come una terra di sistematiche brutalità, destinata a scivolare in un abisso vieppiù profondo, per colpa del governo conservatore. Il modello cui guardare, dunque, quale sarebbe? Quello dell’emancipata Scandinavia? Quello mitteleuropeo? Quello nordamericano? Diamo di nuovo la parola ai numeri: in Danimarca, l’incidenza dei femminicidi è superiore a quella svedese. L’Austria, una delle patrie del «sex work» legalizzato, è al sesto posto dell’elenco stilato da Openpolis. Il Canada, oltremodo all’avanguardia nell’eduzione sessuale, nel 2021 era arrivato a 0,54 vittime ogni 100.000 donne; toh, a nessuna hanno giovato le cervellotiche norme sull’uso corretto dei pronomi. Gli Usa, dove le iniziative educative sono di competenza dei singoli Stati, nel 2020 avevano 2,9 ragazze uccise ogni 100.000. Numeri impietosi: i popoli più inclini alla violenza sono quelli nordici, non quelli mediterranei. Chiaramente, i propositi di Pd e grillini si prestano a molte critiche di principio. Perché mai dovrebbe essere lo Stato a incaricarsi di modellare l’uomo nuovo, estromettendo la famiglia? Ha senso demonizzarla, manco fosse una fucina di prevaricazioni? Be’, lasciamoci provocare dai fatti: la panacea non si somministra a scuola. A meno che il vero obiettivo delle anime belle sia un altro: approfittare di un dramma e rispolverare i piani per la propaganda gender in classe. I precedenti si sprecano: è a quella mania che, quasi sempre, vanno a parare i progetti di educazione sessuale. Ma la prevenzione non passa per le omelie Lgbt. 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Un cortocircuito inevitabile, che dimostra come la predilezione delle nostre sinistre per il mondo islamico sia in fondo solo un pretesto per manifestare il loro odio verso l’Occidente e la sua tradizione. «“Se te lo dico”, disse Thomas, “potresti non essere più mio amico”», legge l’insegnante ai suoi alunni della scuola elementare di St Albans, una cittadina a circa 30 chilometri da Londra. «“Sarò sempre tuo amico, Thomas”, disse il suo miglior amico Errol. Thomas l’orsetto trattenne il respiro. “Ho bisogno di essere me stessa, Errol, nel mio cuore ho sempre saputo di essere un orsetto femmina e non un orsetto maschio. Vorrei che il mio nome fosse Tilly e non Thomas”», prosegue nella lettura la maestra prima del finale strappalacrime. «“Oh, è per questo che sei così triste?”, chiese Errol. “Non mi importa se sei un orsetto femmina o maschio: ciò che conta è che sei mio amico”». E vissero tutti felici e contenti, verrebbe da concludere. O forse non proprio tutti, perché ai cancelli della scuola, secondo quanto riportato dal Telegraph, i genitori degli studenti musulmani si sono ribellati all’indottrinamento transgender, chiedendo esplicitamente di «cacciar il signor Moffat fuori» dalla scuola. Andrew Moffat, insegnante omosessuale presso la Parkfield community school di Birmingham, è il fondatore di No Outsider, un’organizzazione benefica che si occupa di elaborare e diffondere nelle scuole programmi didattici sull’inclusione. A loro si deve il libro sugli orsetti transgender letto dalla maestra, che peraltro è soltanto uno dei tanti opuscoli di questo tipo. L’associazione, infatti, vende guide per bambini «dalla nascita agli 11 anni» che «presentano l’ideologia gender come un dato di fatto». In una di esse, il signor Moffat scrive che questo genere di insegnamenti «deve iniziare nelle scuole elementari», perché in fondo «siamo tutti intersezionali»: «un’identità da sola non basta a definire chi siamo». «I bambini», aggiunge il paladino dell’inclusione, «devono essere incoraggiati, e anzi istruiti, a esplorare l’identità e a sviluppare fiducia in chi sono mentre attraversano l’infanzia e l’adolescenza». Purtroppo fatti del genere sono ormai all’ordine del giorno, così come le proteste che poi si levano dalle file dei cosiddetti tradizionalisti. «Insegnare ai bambini che potrebbero essere nati “nel corpo sbagliato”», ha dichiarato al Telegraph un’attivista di Family education trust, «è un indottrinamento dannoso». Puro buon senso, d’altra parte. Ma la vera notizia, qui, è che episodi di questo tipo mettono in mostra un cortocircuito che già in termini logici risulta abbastanza evidente. D’altronde che ci azzecca lo spirito libertario e individualista dei progressisti occidentali con la cultura islamica che spesso, nei loro sermoni sull’inclusione e la diversità, si sono prodigati a difendere e ci hanno insegnato ad accettare? Evidentemente nulla, ma loro sono da sempre convinti che il fascino della libertà negativa vincerà sul sentimento della tradizione. Forse iniziano a capire di aver fatto male i conti, ma adesso il risveglio, tra la polveriera del Medio Oriente e il rifiuto dei loro dogmi woke, potrebbe non essere dolce.
Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
Per scaricare il numero di «Industria» basta cliccare sul link qui sotto.
INDUSTRIA 05-2026.pdf
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