True
2023-11-22
Il fiasco dell’educazione sessuale: dove si fa, si uccidono più donne
Una legge salverà le donne? Qualche ora di lezione basterà ad abbattere il famigerato patriarcato? La decostruzione della «mascolinità tossica» partirà dalle scuole?
La sinistra in crisi di idee, adesso, si aggrappa alla tragedia di Giulia Cecchettin. E in mezzo a una miriade di speculazioni politiche, prova a infilare la sua proposta rivoluzionaria: educazione sessuale obbligatoria tra i banchi. In realtà, l’opposizione non aveva aspettato l’uccisione della ventiduenne veneta per farsi avanti: anzi, aveva provato a introdurre l’insegnamento della materia, già alle elementari, con un emendamento al ddl contro la violenza sulle donne, presentato a ottobre dal Movimento 5 stelle e bocciato dal centrodestra.
L’argomento dei progressisti sembrerebbe filare: se abusi e uccisioni sono frutto di una cultura deviata, per combatterli bisognerà colmare le lacune interiori degli uomini, analfabeti sentimentali. La tesi è cristallina, ancorché opinabile: i massacratori come Filippo Turetta non sono dei mostri; sono i prodotti meglio riusciti di una società che trasmette agli uomini valori distorti. D’accordo. Prendiamo per buona la teoria. In pratica, però, ci sono prove per sostenere che la strategia funzioni? Mica tanto.
Una cosa è vera: il nostro è uno dei pochi Paesi Ue a non prevedere, nel curriculum scolastico, l’educazione sessuale. Ci fanno compagnia Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania. Ciò spiega le efferatezze? Le statistiche raccontano una storia diversa. L’equazione tra corsi in aula e diminuzione della violenza non torna.
In Germania, l’educazione sessuale è legge dal 1968. In Svezia, addirittura, dal 1955. Ma guardate le cifre sui femminicidi raccolte da Openpolis: in entrambe le nazioni, l’incidenza di tali odiosi crimini è più alta che nello Stivale. Nel 2018, in Germania si era arrivati a 0,87 vittime ogni 100.000 individui di sesso femminile; in Svezia, a 0,66; da noi - peraltro, in un periodo che aveva fatto registrare un macabro picco di assassinii - a 0,43, calate a 0,3 nell’anno in corso.
A maggior ragione, la situazione stenta a migliorare dove l’educazione ai sentimenti è stata inserita di recente: in Francia c’è dal 2001, ma il tasso di omicidi di donne era 0,71 ogni 100.000, nel 2018. Nel Regno Unito è obbligatoria, nelle scuole secondarie, dal 2020; ciononostante, l’anno seguente, sono state ammazzate 177 ragazze, cioè 1,9 ogni 100.000 abitanti di sesso femminile.
Ai piani alti della luttuosa classifica si trovano, sì, gli Stati che non prevedono la sensibilizzazione dei minori: la Lettonia, la Lituania, Cipro, la Romania. Nondimeno, se la logica di Elly Schlein e compagni reggesse, dovremmo aspettarci ecatombi simili anche a Varsavia, che rifiuta ostinatamente di organizzare corsi nelle scuole. E invece, le polacche paiono essere più al sicuro delle olandesi, benché i Paesi Bassi comincino la formazione quando i bimbi compiono 4 anni. A conti fatti, è la vituperata Italia quella in cui le donne rischiano meno di morire per mano dei loro partner.
Suona strano, visto che le litanie femministe stanno dipingendo la nostra come una terra di sistematiche brutalità, destinata a scivolare in un abisso vieppiù profondo, per colpa del governo conservatore. Il modello cui guardare, dunque, quale sarebbe? Quello dell’emancipata Scandinavia? Quello mitteleuropeo? Quello nordamericano? Diamo di nuovo la parola ai numeri: in Danimarca, l’incidenza dei femminicidi è superiore a quella svedese. L’Austria, una delle patrie del «sex work» legalizzato, è al sesto posto dell’elenco stilato da Openpolis. Il Canada, oltremodo all’avanguardia nell’eduzione sessuale, nel 2021 era arrivato a 0,54 vittime ogni 100.000 donne; toh, a nessuna hanno giovato le cervellotiche norme sull’uso corretto dei pronomi. Gli Usa, dove le iniziative educative sono di competenza dei singoli Stati, nel 2020 avevano 2,9 ragazze uccise ogni 100.000. Numeri impietosi: i popoli più inclini alla violenza sono quelli nordici, non quelli mediterranei.
Chiaramente, i propositi di Pd e grillini si prestano a molte critiche di principio. Perché mai dovrebbe essere lo Stato a incaricarsi di modellare l’uomo nuovo, estromettendo la famiglia? Ha senso demonizzarla, manco fosse una fucina di prevaricazioni? Be’, lasciamoci provocare dai fatti: la panacea non si somministra a scuola. A meno che il vero obiettivo delle anime belle sia un altro: approfittare di un dramma e rispolverare i piani per la propaganda gender in classe. I precedenti si sprecano: è a quella mania che, quasi sempre, vanno a parare i progetti di educazione sessuale. Ma la prevenzione non passa per le omelie Lgbt. La verità è questa: la povera Giulia e le altre donne sono morte e qualcuno pensa a resuscitare la legge Zan.
Gender in aula, gli islamici in rivolta
In Inghilterra, durante una «lezione di inclusione», un’insegnante delle elementari è stata ripresa per un video promozionale mentre indottrinava i suoi studenti di 10 anni a colpi di ideologia gender. A protestare fuori dai cancelli della scuola, però, questa volta non c’erano bigotte famiglie inglesi, ma i genitori dei bambini musulmani. Un cortocircuito inevitabile, che dimostra come la predilezione delle nostre sinistre per il mondo islamico sia in fondo solo un pretesto per manifestare il loro odio verso l’Occidente e la sua tradizione.
«“Se te lo dico”, disse Thomas, “potresti non essere più mio amico”», legge l’insegnante ai suoi alunni della scuola elementare di St Albans, una cittadina a circa 30 chilometri da Londra. «“Sarò sempre tuo amico, Thomas”, disse il suo miglior amico Errol. Thomas l’orsetto trattenne il respiro. “Ho bisogno di essere me stessa, Errol, nel mio cuore ho sempre saputo di essere un orsetto femmina e non un orsetto maschio. Vorrei che il mio nome fosse Tilly e non Thomas”», prosegue nella lettura la maestra prima del finale strappalacrime. «“Oh, è per questo che sei così triste?”, chiese Errol. “Non mi importa se sei un orsetto femmina o maschio: ciò che conta è che sei mio amico”». E vissero tutti felici e contenti, verrebbe da concludere. O forse non proprio tutti, perché ai cancelli della scuola, secondo quanto riportato dal Telegraph, i genitori degli studenti musulmani si sono ribellati all’indottrinamento transgender, chiedendo esplicitamente di «cacciar il signor Moffat fuori» dalla scuola.
Andrew Moffat, insegnante omosessuale presso la Parkfield community school di Birmingham, è il fondatore di No Outsider, un’organizzazione benefica che si occupa di elaborare e diffondere nelle scuole programmi didattici sull’inclusione. A loro si deve il libro sugli orsetti transgender letto dalla maestra, che peraltro è soltanto uno dei tanti opuscoli di questo tipo. L’associazione, infatti, vende guide per bambini «dalla nascita agli 11 anni» che «presentano l’ideologia gender come un dato di fatto». In una di esse, il signor Moffat scrive che questo genere di insegnamenti «deve iniziare nelle scuole elementari», perché in fondo «siamo tutti intersezionali»: «un’identità da sola non basta a definire chi siamo». «I bambini», aggiunge il paladino dell’inclusione, «devono essere incoraggiati, e anzi istruiti, a esplorare l’identità e a sviluppare fiducia in chi sono mentre attraversano l’infanzia e l’adolescenza».
Purtroppo fatti del genere sono ormai all’ordine del giorno, così come le proteste che poi si levano dalle file dei cosiddetti tradizionalisti. «Insegnare ai bambini che potrebbero essere nati “nel corpo sbagliato”», ha dichiarato al Telegraph un’attivista di Family education trust, «è un indottrinamento dannoso». Puro buon senso, d’altra parte. Ma la vera notizia, qui, è che episodi di questo tipo mettono in mostra un cortocircuito che già in termini logici risulta abbastanza evidente. D’altronde che ci azzecca lo spirito libertario e individualista dei progressisti occidentali con la cultura islamica che spesso, nei loro sermoni sull’inclusione e la diversità, si sono prodigati a difendere e ci hanno insegnato ad accettare? Evidentemente nulla, ma loro sono da sempre convinti che il fascino della libertà negativa vincerà sul sentimento della tradizione. Forse iniziano a capire di aver fatto male i conti, ma adesso il risveglio, tra la polveriera del Medio Oriente e il rifiuto dei loro dogmi woke, potrebbe non essere dolce.
Continua a leggereRiduci
La sinistra vuole introdurla nelle scuole, però i dati non sono incoraggianti: in Svezia c’è dal 1955, in Germania dal 1968, in Francia dal 2001, nel Regno Unito dal 2020. Ma ovunque il tasso di femminicidi è più alto che qui.Una maestra inglese ha letto agli alunni di 10 anni un libro su Thomas, un orsetto trans. La lezione ha scatenato le veementi proteste dei genitori, ma soltanto quelli musulmani.Lo speciale contiene due articoli.Una legge salverà le donne? Qualche ora di lezione basterà ad abbattere il famigerato patriarcato? La decostruzione della «mascolinità tossica» partirà dalle scuole?La sinistra in crisi di idee, adesso, si aggrappa alla tragedia di Giulia Cecchettin. E in mezzo a una miriade di speculazioni politiche, prova a infilare la sua proposta rivoluzionaria: educazione sessuale obbligatoria tra i banchi. In realtà, l’opposizione non aveva aspettato l’uccisione della ventiduenne veneta per farsi avanti: anzi, aveva provato a introdurre l’insegnamento della materia, già alle elementari, con un emendamento al ddl contro la violenza sulle donne, presentato a ottobre dal Movimento 5 stelle e bocciato dal centrodestra. L’argomento dei progressisti sembrerebbe filare: se abusi e uccisioni sono frutto di una cultura deviata, per combatterli bisognerà colmare le lacune interiori degli uomini, analfabeti sentimentali. La tesi è cristallina, ancorché opinabile: i massacratori come Filippo Turetta non sono dei mostri; sono i prodotti meglio riusciti di una società che trasmette agli uomini valori distorti. D’accordo. Prendiamo per buona la teoria. In pratica, però, ci sono prove per sostenere che la strategia funzioni? Mica tanto.Una cosa è vera: il nostro è uno dei pochi Paesi Ue a non prevedere, nel curriculum scolastico, l’educazione sessuale. Ci fanno compagnia Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania. Ciò spiega le efferatezze? Le statistiche raccontano una storia diversa. L’equazione tra corsi in aula e diminuzione della violenza non torna.In Germania, l’educazione sessuale è legge dal 1968. In Svezia, addirittura, dal 1955. Ma guardate le cifre sui femminicidi raccolte da Openpolis: in entrambe le nazioni, l’incidenza di tali odiosi crimini è più alta che nello Stivale. Nel 2018, in Germania si era arrivati a 0,87 vittime ogni 100.000 individui di sesso femminile; in Svezia, a 0,66; da noi - peraltro, in un periodo che aveva fatto registrare un macabro picco di assassinii - a 0,43, calate a 0,3 nell’anno in corso. A maggior ragione, la situazione stenta a migliorare dove l’educazione ai sentimenti è stata inserita di recente: in Francia c’è dal 2001, ma il tasso di omicidi di donne era 0,71 ogni 100.000, nel 2018. Nel Regno Unito è obbligatoria, nelle scuole secondarie, dal 2020; ciononostante, l’anno seguente, sono state ammazzate 177 ragazze, cioè 1,9 ogni 100.000 abitanti di sesso femminile.Ai piani alti della luttuosa classifica si trovano, sì, gli Stati che non prevedono la sensibilizzazione dei minori: la Lettonia, la Lituania, Cipro, la Romania. Nondimeno, se la logica di Elly Schlein e compagni reggesse, dovremmo aspettarci ecatombi simili anche a Varsavia, che rifiuta ostinatamente di organizzare corsi nelle scuole. E invece, le polacche paiono essere più al sicuro delle olandesi, benché i Paesi Bassi comincino la formazione quando i bimbi compiono 4 anni. A conti fatti, è la vituperata Italia quella in cui le donne rischiano meno di morire per mano dei loro partner. Suona strano, visto che le litanie femministe stanno dipingendo la nostra come una terra di sistematiche brutalità, destinata a scivolare in un abisso vieppiù profondo, per colpa del governo conservatore. Il modello cui guardare, dunque, quale sarebbe? Quello dell’emancipata Scandinavia? Quello mitteleuropeo? Quello nordamericano? Diamo di nuovo la parola ai numeri: in Danimarca, l’incidenza dei femminicidi è superiore a quella svedese. L’Austria, una delle patrie del «sex work» legalizzato, è al sesto posto dell’elenco stilato da Openpolis. Il Canada, oltremodo all’avanguardia nell’eduzione sessuale, nel 2021 era arrivato a 0,54 vittime ogni 100.000 donne; toh, a nessuna hanno giovato le cervellotiche norme sull’uso corretto dei pronomi. Gli Usa, dove le iniziative educative sono di competenza dei singoli Stati, nel 2020 avevano 2,9 ragazze uccise ogni 100.000. Numeri impietosi: i popoli più inclini alla violenza sono quelli nordici, non quelli mediterranei. Chiaramente, i propositi di Pd e grillini si prestano a molte critiche di principio. Perché mai dovrebbe essere lo Stato a incaricarsi di modellare l’uomo nuovo, estromettendo la famiglia? Ha senso demonizzarla, manco fosse una fucina di prevaricazioni? Be’, lasciamoci provocare dai fatti: la panacea non si somministra a scuola. A meno che il vero obiettivo delle anime belle sia un altro: approfittare di un dramma e rispolverare i piani per la propaganda gender in classe. I precedenti si sprecano: è a quella mania che, quasi sempre, vanno a parare i progetti di educazione sessuale. Ma la prevenzione non passa per le omelie Lgbt. La verità è questa: la povera Giulia e le altre donne sono morte e qualcuno pensa a resuscitare la legge Zan.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fiasco-educazione-sessuale-2666329420.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gender-in-aula-gli-islamici-in-rivolta" data-post-id="2666329420" data-published-at="1700633351" data-use-pagination="False"> Gender in aula, gli islamici in rivolta In Inghilterra, durante una «lezione di inclusione», un’insegnante delle elementari è stata ripresa per un video promozionale mentre indottrinava i suoi studenti di 10 anni a colpi di ideologia gender. A protestare fuori dai cancelli della scuola, però, questa volta non c’erano bigotte famiglie inglesi, ma i genitori dei bambini musulmani. Un cortocircuito inevitabile, che dimostra come la predilezione delle nostre sinistre per il mondo islamico sia in fondo solo un pretesto per manifestare il loro odio verso l’Occidente e la sua tradizione. «“Se te lo dico”, disse Thomas, “potresti non essere più mio amico”», legge l’insegnante ai suoi alunni della scuola elementare di St Albans, una cittadina a circa 30 chilometri da Londra. «“Sarò sempre tuo amico, Thomas”, disse il suo miglior amico Errol. Thomas l’orsetto trattenne il respiro. “Ho bisogno di essere me stessa, Errol, nel mio cuore ho sempre saputo di essere un orsetto femmina e non un orsetto maschio. Vorrei che il mio nome fosse Tilly e non Thomas”», prosegue nella lettura la maestra prima del finale strappalacrime. «“Oh, è per questo che sei così triste?”, chiese Errol. “Non mi importa se sei un orsetto femmina o maschio: ciò che conta è che sei mio amico”». E vissero tutti felici e contenti, verrebbe da concludere. O forse non proprio tutti, perché ai cancelli della scuola, secondo quanto riportato dal Telegraph, i genitori degli studenti musulmani si sono ribellati all’indottrinamento transgender, chiedendo esplicitamente di «cacciar il signor Moffat fuori» dalla scuola. Andrew Moffat, insegnante omosessuale presso la Parkfield community school di Birmingham, è il fondatore di No Outsider, un’organizzazione benefica che si occupa di elaborare e diffondere nelle scuole programmi didattici sull’inclusione. A loro si deve il libro sugli orsetti transgender letto dalla maestra, che peraltro è soltanto uno dei tanti opuscoli di questo tipo. L’associazione, infatti, vende guide per bambini «dalla nascita agli 11 anni» che «presentano l’ideologia gender come un dato di fatto». In una di esse, il signor Moffat scrive che questo genere di insegnamenti «deve iniziare nelle scuole elementari», perché in fondo «siamo tutti intersezionali»: «un’identità da sola non basta a definire chi siamo». «I bambini», aggiunge il paladino dell’inclusione, «devono essere incoraggiati, e anzi istruiti, a esplorare l’identità e a sviluppare fiducia in chi sono mentre attraversano l’infanzia e l’adolescenza». Purtroppo fatti del genere sono ormai all’ordine del giorno, così come le proteste che poi si levano dalle file dei cosiddetti tradizionalisti. «Insegnare ai bambini che potrebbero essere nati “nel corpo sbagliato”», ha dichiarato al Telegraph un’attivista di Family education trust, «è un indottrinamento dannoso». Puro buon senso, d’altra parte. Ma la vera notizia, qui, è che episodi di questo tipo mettono in mostra un cortocircuito che già in termini logici risulta abbastanza evidente. D’altronde che ci azzecca lo spirito libertario e individualista dei progressisti occidentali con la cultura islamica che spesso, nei loro sermoni sull’inclusione e la diversità, si sono prodigati a difendere e ci hanno insegnato ad accettare? Evidentemente nulla, ma loro sono da sempre convinti che il fascino della libertà negativa vincerà sul sentimento della tradizione. Forse iniziano a capire di aver fatto male i conti, ma adesso il risveglio, tra la polveriera del Medio Oriente e il rifiuto dei loro dogmi woke, potrebbe non essere dolce.
Renato Guttuso. Stretto di Messina Scilla, 1949
Una mostra che definirei «essenziale » e sintetica, sia per l’allestimento minimale che per le opere esposte, ma che nella sua semplicità rende bene l’idea di quella che è stata la parabola artistica di Renato Guttuso (1911-1987), politico, intellettuale e tra i più importanti pittori neorealisti italiani del XX secolo.
Siciliano di Bagheria, una passione per l’arte trasmessagli sin dall’infanzia dal padre Gioacchino, agrimensore e acquarellista, già dalla prima adolescenza Renato Guttuso comincia a distinguersi per alcune sue opere, paesaggi soprattutto, rilievi montuosi e scorci della sua Sicilia e di Bagheria, quelle origini che porterà sempre nel cuore e che saranno fonte di ispirazione durante tutta la sua carriera. Artista impegnato politicamente, amico di Sciascia e Pasolini, antifascista convinto e fedele al PCI sino alla morte (nel 1940 aderì al Partito Comunista d’Italia clandestino e nel 1976 fu eletto senatore nel collegio di Sciacca ), l’arte di Guttuso è il riflesso della sua coscienza politica, che con quel suo straordinario Neorealismo fatto di tratti decisi e colori accesi (i suoi potenti rossi innanzitutto, ma anche il giallo sole, il verde brillante, il blu intenso...), da voce al dolore, alla fatica, alle ingiustizie sociali , all’emarginazione di contadini e operai. E se uno dei suoi più noti capolavori, I funerali di Togliatti (1976), è forse l’espressione più evidente del suo credo politico, una sorta di manifesto del «realismo comunista», nell’ altrettanto famosa Vucciria (1974) come nell’ Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949), passando per il Raccoglitore di olive (opera esposta nella mostra di Sarzana)e Contadini al lavoro (1951), emerge a tutto tondo non solo il legame viscerale per la sua terra natia, ma anche tutto il suo interesse, profondo e genuino, per quel mondo oppresso, sfruttato e bistrattato, fatto di proletari , sottoproletari e poveri agricoltori. Ma se impegno politico e sociale sono tematiche costanti nell’arte del Maestro siciliano, altrettanto ricorrenti sono l’eros, il paesaggio, le nature morte e il ritratto, la sua esperienza personale che si unisce alla dimensione collettiva, arte e vita che si fondono in un unico, indissolubile gesto. Per Guttuso dipingere era un modo per prendere posizione, per dialogare con la storia e la politica non in modo astratto, ma concretamente e con partecipata sofferenza. Esponente di punta del gruppo di Corrente, costituitosi a Milano nel 1938 in contrapposizione alla cultura e al linguaggio retorico del regime fascista, Guttuso, al pari di Vedova, Sassu, Morlotti, Birolli e Treccani (quest’ultimo fondatore del gruppo), guardava all’Ottocento francese, alle Avanguardie internazionali e a quegli artisti così eccezionali da sfuggire ad ogni tentativo di «classificazione»: Van Gogh, ma soprattutto Picasso ,la cui influenza cubista emerge chiaramente in molte delle sue opere. Nella Marsigliese contadina (1947) per esempio, ma anche nello Stretto di Messina (1949), una delle tele in mostra a Sarzana.
La Mostra
Ospitata negli spazi rinascimentali della Fortezza Firmafede , come ha ben sottolineato il curatore, Lorenzo Canova «…La mostra attraversa quarant’anni della ricerca di Guttuso, dall’impegno politico e civile al paesaggio, dalla natura morta all’eros, mettendo in dialogo opere emblematiche come Figure sedute, Stretto di Messina: Scilla, I Falsari, Donna al telefono, fino a Donne nello studio di Velate. Un percorso che restituisce tutta la coerenza, la forza e l’attualità di un artista che ha sempre vissuto la pittura come un atto vitale e necessario». Certo, è innegabile che il visitatore possa «sentire la mancanza» di qualche opera iconica (per esempio le già citate Vucceria e I funerali di Togliatti), ma il percorso espositivo offre comunque l’opportunità di seguire tutta la parabola artistica del Maestro , ben equilibrandosi fra dipinti, disegni e opere grafiche, partendo dalle influenze cubiste e postcubiste picassiane degli anni ‘40 fino ad arrivare alle tele dedicate alla natura, al paesaggio, agli oggetti quotidiani e, naturalmente all’eros, altro elemento ( o forse è meglio dire energia) che attraversa tutta l’opera di Guttuso. La sua rappresentazione dell’eros è potente e sensuale, fatta di corpi femminili che attraggono e inquietano, luoghi di desiderio e di tensione emotiva, di immaginato e di reale. Che siano contadine o donne sensuali, reduci dai campi o da una notte d’amore, le donne di Guttuso sono personaggi più che persone fisiche, donne indagate e rappresentate in tutte le forme artistiche, pittoriche e grafiche, ma mai volgari, nemmeno quando si mostrano in una potente, spregiudicata nudità. Disegnatore «seriale» (è risaputo che Guttuso disegnasse sempre e ovunque) , parte della mostra accoglie anche un ciclo di interessanti disegni (bellissimi Emigranti e l’allucinata visione infernale dei Falsari ) e una piccola sezione dedicata alla grafica, che con tratti e segni raffinati, spesso arricchiti da un'intensa componente cromatica, rappresenta e unisce natura, figure femminili, politica e impegno civile. In pratica, tutto Guttuso…
Continua a leggereRiduci
La scuola di Trescore dove è avvenuta l'aggressione. Nel riquadro, Chiara Mocchi (Ansa)
«Dettata con voce flebile» dalla professoressa di 57 anni, accoltellata mercoledì scorso al collo e al torace da un tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca. Le condizioni di Mocchi sono migliorate, ieri pomeriggio ha potuto lasciare l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove era ricoverata e tornare a casa, a Berzo San Fermo.
Mentre era ancora in reparto, ha messo insieme altri particolari dell’aggressione. Scrive della sua «potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio». L’insegnante vuole ringraziare i soccorritori, tra questi l’adolescente che ha sentito la sua prof urlare e non ha esitato a intervenire. Mentre Mocchi tentava di difendersi e cadeva a terra, l’alunno di terza media ha affrontato il compagno armato di coltello prendendolo a calci e facendolo scappare. «È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia perché se le merita», ha dichiarato l’avvocato Murtas.
C’è un tredicenne che non sembra smettere di odiare, non dimostra alcun pentimento durante gli interrogatori, anzi ribadisce che la sua volontà era di uccidere l’insegnante di francese perché si considera «vittima di ingiustizie da parte sua»; è c’è uno studente che non si fa frenare dalla giovanissima età per arginare un atto di violenza estrema.
Non è scappato a nascondersi, anche se nessuno l’avrebbe biasimato: ogni allievo poteva essere vittima di altri fendenti in quegli attimi di terrore. «E» non ha dato retta alla paura che certamente l’avrà assalito, ma non bloccato. Si è buttato in difesa della donna che ha visto colpire più volte e crollare a terra. Il giovane, poco più di un bambino, era a mani nude ma le gambe sono scattate e ha preso a calci quel coetaneo impazzito. Con l’adrenalina a mille, ha reagito allo spavento sferrando colpi con i piedi riuscendo a fermare l’accanimento sull’insegnante e a far scappare l’accoltellatore.
Immaginarlo, mentre così giovane reagisce temerario e coraggioso, fa un gran bene. Perché significa che non c’è solo indifferenza, rassegnazione al male, alla violenza o, peggio, voglia di commetterla come testimonia la volontà di trasmettere in diretta su Telegram un omicidio che risultava programmato con dovizia di particolari.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, dopo aver fatto visita a Mocchi nella giornata di domenica, ha chiamato la preside dell’istituto per invitare il ragazzo e la sua classe al ministero per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio. L’insegnante aveva rischiato di non raggiungere viva l’ospedale. «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”», scrive nella seconda lettera. Durante il volo dell’eliambulanza, la trasfusione di sangue ha scongiurato l’esito letale. Ricorda: «Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo».
L’insegnante nomina tutti i componenti dell’equipaggio Blood on Board che definisce «professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai». Un pensiero speciale, commosso, lo rivolge al suo legale: «Penso - e non è un sogno - che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che ha salvato la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita».
L’insegnante si augura che il lettore «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore», se ancora non l’ha fatto e conclude con un pensiero al padre che «fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”».
Continua a leggereRiduci
iStock
Si chiama Fomo e sembra il nome di un locale all’ultima moda, invece è quello di una patologia psicologica. Il termine «fomo», infatti, in realtà è l’acronimo di Fear Of Missing Out, che significa paura di essere esclusi. Da che cosa? Non - intendiamoci - letteralmente dalla società tutta, quanto dalla socialità. E da quella esercitata da chi ci è più vicino. La paura, quindi, riguarda qualunque piccolo o grande gruppo sociale: la paura di essere esclusi dall’invito alla cena di Capodanno dei familiari oppure al matrimonio del cugino, il gruppo sociale in questo caso è familiare; la paura di essere esclusi dall’invito a pausa pranzo dal gruppo di cui si fa parte in ufficio; esclusi dall’invito del condominio alla festicciola per gli auguri di Natale. Di qualunque gruppo si faccia parte, la Fomo è il timore che il gruppo ci escluda e che, a causa di quell’esclusione, si perdano opportunità, eventi, esperienze piacevoli e il senso di appartenenza al gruppo stesso. La Fomo è, quindi, direttamente collegata al bisogno evolutivo di connessione sociale.
Si potrebbe pensare che essa nasca con i social network, in realtà la Fomo esiste da ben prima che i social network diventassero i fili che manovrano molte persone come burattini da mane a sera e da sera a mane. Facebook, per esempio, è arrivato in Italia in lingua italiana nel 2008, ma in un primo momento usufruivano dei social network soltanto coloro che in qualche modo erano fortemente digitali. Chi, per esempio, aveva un personal computer a casa o in ufficio (se l’ufficio permetteva di connettersi ad Internet anche per cose personali). Gli «scrivoni internettiani» prima dei social network avevano i propri blog oppure partecipavano coi commenti a blog altrui. Chi scrive aveva il proprio blog (e il proprio sito Internet personale), che smise di aggiornare quando si iscrisse a Facebook e Twitter oggi X. In quel primo decennio del secondo millennio, Internet non era ancora una rete capillare come oggi, si trattava di una rete per pochi smanettoni, una rete con pochi nodi: chi non aveva molto da dire, chi non avrebbe potuto riempire giornalmente un blog non aveva alcun interesse a porsi sui social network. Dopo qualche anno dalla sua nascita, avvenuta nel 2007, per la precisione con la diffusione delle antenne 3G, divenne diffusissimo lo smartphone Apple. Era almeno un quinquennio dopo il 2007 quando tutti, veramente tutti, iniziarono a possedere uno smartphone sempre connesso e ad iscriversi in massa ai social network. Se i primi modelli di iPhone Apple e prima ancora dell’iPhone Apple il pioniere dello smartphone, il Blackberry, che permetteva le notifiche push delle e-mail, erano stati appannaggio di chi doveva essere sempre connesso per lavoro, quindi liberi professionisti, politici, Vip, quadri e impiegati in settori tecnologici, con la massiccia diffusione dell’iPhone e contemporaneamente delle antenne 3G tutto il mondo si è riversato sui social network, anche se non aveva davvero niente di interessante da dire (se ricordate, in un primo momento nemmeno i politici erano sui social network. Solo poi hanno capito la potenzialità comunicativa barra propagandistica della rete, anche osservando cosa era riuscito a fare Beppe Grillo, negli anni addietro, col suo blog, cioè che movimento era riuscito a creare, divenuto poi voti in sede elettorale). Insomma, tutto il mondo si è riversato sui social network, in una sorta di Fomo collettiva di non appartenere alla rete. Tutto il mondo, infatti, ci si è riversato per essere connesso, quindi parte di un gruppo sociale, che fosse quello della famiglia, dell’ufficio, della squadra di calcetto, degli ex compagni di scuola. Giusto, bene. Ma questo, determinando la possibilità di avere sempre davanti agli occhi la vita degli altri, ha trasformato la Fomo da semplice paura che si poteva vivere una tantum, in una vita non connessa tramite la rete Internet, a paura continua. Oggi si definisce Fomo l’ansia che nasce dal timore di perdere esperienze gratificanti vissute da altri, spesso amplificata dall’uso dei social network. Ragioniamoci. Prima dei social network, per sapere chi era stato invitato, mentre noi no, al matrimonio del cugino di secondo grado a Gradoli, per dire, bisognava agire in qualunque modo per saperlo. E nemmeno era facile riuscirci. Coi social network, la vita degli altri con cui siamo connessi è continuamente rappresentata sotto i nostri occhi, basta entrare nella app sullo smartphone a seguito, innanzitutto, delle notifiche. Ma quando la dipendenza è instaurata, nemmeno si aspettano le notifiche. Si entra e si va a guardare. Quindi la Fomo digitale è sì collegata ad atavici e normali bisogni psicologici di appartenenza e connessione sociale insoddisfatti come era la Fomo prima dell’avvento dei social network, ma dopo questo avvento è divenuta un’ansia più diffusa e più pericolosa, causata dagli stessi social network che inducono le persone a controllare frequentemente aggiornamenti e interazioni online e così possono trovarsi a sapere che, per dire, alcuni colleghi di ufficio sono andati a fare l’aperitivo, ma non li hanno invitati, l’amico che aveva detto a Ruggero che sarebbe andato a dormire in realtà è andato a ballare con Mattia e Matteo e Ruggero, poverino, si sente tradito, a causa della menzogna di colui che credeva amico, e abbandonato e così via. Considerato che già il meraviglioso viaggio della vita offre comunque una serie di difficoltà, potevamo sicuramente fare a meno delle novelle difficoltà procurate dalla rete… Ma ci siamo dentro e allora conviene conoscerle per restarne lontani. I social network, se ci pensiamo, sono quei luoghi in cui la possibilità della visione delle vite altrui non ha pari. Ci fanno assaporare l’onniscienza divina, ma allo stesso tempo se non sappiamo fregarcene ci possono far dannare come se fossimo all’inferno, non nel paradiso, che è il luogo in cui risiede Dio. Fino a prima dei social network si poteva osservare fisicamente la propria realtà fisica: ora, grazie alla rete, si può osservare da remoto la rappresentazione elettronica della vita di chiunque ed essere connesso con chiunque, soffrendo se si è esclusi. I paragoni che possono ingenerare sofferenza tramite l’osservazione sui social network sono molti, ma di solito chi è saggio ne sta al riparo. Purtroppo, non tutti sono o sanno divenire saggi, tutelare la propria serenità ed alimentare correttamente la propria autostima.
Stare al riparo dai tanti problemi causati dai social network e, nello specifico, dalla Fomo, insomma, per tanti è difficile. Innanzitutto per i giovani che sono nati e crescono in un ambiente già sempre connesso e sempre digitale e quindi si trovano dentro una vita già completamente pregna di connettività praticamente obbligata. Il giovane non deve scegliere se essere connesso, la connessione è normale, ovvia, da molti coetanei si sarebbe considerati degli spostati rifiutandola in tutto o in parte. Ma non è semplice nemmeno per gli adulti. A ulteriore testimonianza del fatto che la Fomo odierna digitale è direttamente indotta dalla stessa digitalità social, spesso esordisce in maniera apparentemente blanda, per poi vivere un crescendo dei sintomi. Quali sono? L’esordio è caratterizzato dal controllo continuo dei social network, l’incapacità di trattenersi dal leggere le notifiche delle attività condivise dagli altri o, addirittura, andare a cercare direttamente le novità delle vite altrui, poi la necessità di condividere ogni propria attività per apparire interessanti. Faccio, dunque sono. Faccio anch’io, dunque valgo anche io. Quando la verità è che si è e si vale a prescindere dal fare e dal mostrarlo sui social network. Si soffre di Fomo digitale se si presentano questi due precisi elementi: sintomi di ansia, angoscia e depressione all’idea che gli altri possano avere delle esperienze piacevoli a cui il soggetto con Fomo non partecipa e poi aumento del controllo degli altri tramite i social network proprio per vedere cosa stanno facendo, stando ulteriormente male (altra ansia, altra angoscia, altra depressione) se si vede che stanno facendo cose che il soggetto con Fomo trova migliori di quelle che sta facendo lui.
Continua a leggereRiduci
Il "consiglio non richiesto" suona come un ultimo avviso ai naviganti. Il centrodestra rischia di scivolare nel più classico degli errori: chiudersi nei vertici, perdersi nei "rimpastini" e farsi distrarre dai salotti televisivi, mentre il Paese reale chiede risposte.