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2023-11-22
Il fiasco dell’educazione sessuale: dove si fa, si uccidono più donne
Una legge salverà le donne? Qualche ora di lezione basterà ad abbattere il famigerato patriarcato? La decostruzione della «mascolinità tossica» partirà dalle scuole?
La sinistra in crisi di idee, adesso, si aggrappa alla tragedia di Giulia Cecchettin. E in mezzo a una miriade di speculazioni politiche, prova a infilare la sua proposta rivoluzionaria: educazione sessuale obbligatoria tra i banchi. In realtà, l’opposizione non aveva aspettato l’uccisione della ventiduenne veneta per farsi avanti: anzi, aveva provato a introdurre l’insegnamento della materia, già alle elementari, con un emendamento al ddl contro la violenza sulle donne, presentato a ottobre dal Movimento 5 stelle e bocciato dal centrodestra.
L’argomento dei progressisti sembrerebbe filare: se abusi e uccisioni sono frutto di una cultura deviata, per combatterli bisognerà colmare le lacune interiori degli uomini, analfabeti sentimentali. La tesi è cristallina, ancorché opinabile: i massacratori come Filippo Turetta non sono dei mostri; sono i prodotti meglio riusciti di una società che trasmette agli uomini valori distorti. D’accordo. Prendiamo per buona la teoria. In pratica, però, ci sono prove per sostenere che la strategia funzioni? Mica tanto.
Una cosa è vera: il nostro è uno dei pochi Paesi Ue a non prevedere, nel curriculum scolastico, l’educazione sessuale. Ci fanno compagnia Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania. Ciò spiega le efferatezze? Le statistiche raccontano una storia diversa. L’equazione tra corsi in aula e diminuzione della violenza non torna.
In Germania, l’educazione sessuale è legge dal 1968. In Svezia, addirittura, dal 1955. Ma guardate le cifre sui femminicidi raccolte da Openpolis: in entrambe le nazioni, l’incidenza di tali odiosi crimini è più alta che nello Stivale. Nel 2018, in Germania si era arrivati a 0,87 vittime ogni 100.000 individui di sesso femminile; in Svezia, a 0,66; da noi - peraltro, in un periodo che aveva fatto registrare un macabro picco di assassinii - a 0,43, calate a 0,3 nell’anno in corso.
A maggior ragione, la situazione stenta a migliorare dove l’educazione ai sentimenti è stata inserita di recente: in Francia c’è dal 2001, ma il tasso di omicidi di donne era 0,71 ogni 100.000, nel 2018. Nel Regno Unito è obbligatoria, nelle scuole secondarie, dal 2020; ciononostante, l’anno seguente, sono state ammazzate 177 ragazze, cioè 1,9 ogni 100.000 abitanti di sesso femminile.
Ai piani alti della luttuosa classifica si trovano, sì, gli Stati che non prevedono la sensibilizzazione dei minori: la Lettonia, la Lituania, Cipro, la Romania. Nondimeno, se la logica di Elly Schlein e compagni reggesse, dovremmo aspettarci ecatombi simili anche a Varsavia, che rifiuta ostinatamente di organizzare corsi nelle scuole. E invece, le polacche paiono essere più al sicuro delle olandesi, benché i Paesi Bassi comincino la formazione quando i bimbi compiono 4 anni. A conti fatti, è la vituperata Italia quella in cui le donne rischiano meno di morire per mano dei loro partner.
Suona strano, visto che le litanie femministe stanno dipingendo la nostra come una terra di sistematiche brutalità, destinata a scivolare in un abisso vieppiù profondo, per colpa del governo conservatore. Il modello cui guardare, dunque, quale sarebbe? Quello dell’emancipata Scandinavia? Quello mitteleuropeo? Quello nordamericano? Diamo di nuovo la parola ai numeri: in Danimarca, l’incidenza dei femminicidi è superiore a quella svedese. L’Austria, una delle patrie del «sex work» legalizzato, è al sesto posto dell’elenco stilato da Openpolis. Il Canada, oltremodo all’avanguardia nell’eduzione sessuale, nel 2021 era arrivato a 0,54 vittime ogni 100.000 donne; toh, a nessuna hanno giovato le cervellotiche norme sull’uso corretto dei pronomi. Gli Usa, dove le iniziative educative sono di competenza dei singoli Stati, nel 2020 avevano 2,9 ragazze uccise ogni 100.000. Numeri impietosi: i popoli più inclini alla violenza sono quelli nordici, non quelli mediterranei.
Chiaramente, i propositi di Pd e grillini si prestano a molte critiche di principio. Perché mai dovrebbe essere lo Stato a incaricarsi di modellare l’uomo nuovo, estromettendo la famiglia? Ha senso demonizzarla, manco fosse una fucina di prevaricazioni? Be’, lasciamoci provocare dai fatti: la panacea non si somministra a scuola. A meno che il vero obiettivo delle anime belle sia un altro: approfittare di un dramma e rispolverare i piani per la propaganda gender in classe. I precedenti si sprecano: è a quella mania che, quasi sempre, vanno a parare i progetti di educazione sessuale. Ma la prevenzione non passa per le omelie Lgbt. La verità è questa: la povera Giulia e le altre donne sono morte e qualcuno pensa a resuscitare la legge Zan.
Gender in aula, gli islamici in rivolta
In Inghilterra, durante una «lezione di inclusione», un’insegnante delle elementari è stata ripresa per un video promozionale mentre indottrinava i suoi studenti di 10 anni a colpi di ideologia gender. A protestare fuori dai cancelli della scuola, però, questa volta non c’erano bigotte famiglie inglesi, ma i genitori dei bambini musulmani. Un cortocircuito inevitabile, che dimostra come la predilezione delle nostre sinistre per il mondo islamico sia in fondo solo un pretesto per manifestare il loro odio verso l’Occidente e la sua tradizione.
«“Se te lo dico”, disse Thomas, “potresti non essere più mio amico”», legge l’insegnante ai suoi alunni della scuola elementare di St Albans, una cittadina a circa 30 chilometri da Londra. «“Sarò sempre tuo amico, Thomas”, disse il suo miglior amico Errol. Thomas l’orsetto trattenne il respiro. “Ho bisogno di essere me stessa, Errol, nel mio cuore ho sempre saputo di essere un orsetto femmina e non un orsetto maschio. Vorrei che il mio nome fosse Tilly e non Thomas”», prosegue nella lettura la maestra prima del finale strappalacrime. «“Oh, è per questo che sei così triste?”, chiese Errol. “Non mi importa se sei un orsetto femmina o maschio: ciò che conta è che sei mio amico”». E vissero tutti felici e contenti, verrebbe da concludere. O forse non proprio tutti, perché ai cancelli della scuola, secondo quanto riportato dal Telegraph, i genitori degli studenti musulmani si sono ribellati all’indottrinamento transgender, chiedendo esplicitamente di «cacciar il signor Moffat fuori» dalla scuola.
Andrew Moffat, insegnante omosessuale presso la Parkfield community school di Birmingham, è il fondatore di No Outsider, un’organizzazione benefica che si occupa di elaborare e diffondere nelle scuole programmi didattici sull’inclusione. A loro si deve il libro sugli orsetti transgender letto dalla maestra, che peraltro è soltanto uno dei tanti opuscoli di questo tipo. L’associazione, infatti, vende guide per bambini «dalla nascita agli 11 anni» che «presentano l’ideologia gender come un dato di fatto». In una di esse, il signor Moffat scrive che questo genere di insegnamenti «deve iniziare nelle scuole elementari», perché in fondo «siamo tutti intersezionali»: «un’identità da sola non basta a definire chi siamo». «I bambini», aggiunge il paladino dell’inclusione, «devono essere incoraggiati, e anzi istruiti, a esplorare l’identità e a sviluppare fiducia in chi sono mentre attraversano l’infanzia e l’adolescenza».
Purtroppo fatti del genere sono ormai all’ordine del giorno, così come le proteste che poi si levano dalle file dei cosiddetti tradizionalisti. «Insegnare ai bambini che potrebbero essere nati “nel corpo sbagliato”», ha dichiarato al Telegraph un’attivista di Family education trust, «è un indottrinamento dannoso». Puro buon senso, d’altra parte. Ma la vera notizia, qui, è che episodi di questo tipo mettono in mostra un cortocircuito che già in termini logici risulta abbastanza evidente. D’altronde che ci azzecca lo spirito libertario e individualista dei progressisti occidentali con la cultura islamica che spesso, nei loro sermoni sull’inclusione e la diversità, si sono prodigati a difendere e ci hanno insegnato ad accettare? Evidentemente nulla, ma loro sono da sempre convinti che il fascino della libertà negativa vincerà sul sentimento della tradizione. Forse iniziano a capire di aver fatto male i conti, ma adesso il risveglio, tra la polveriera del Medio Oriente e il rifiuto dei loro dogmi woke, potrebbe non essere dolce.
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La sinistra vuole introdurla nelle scuole, però i dati non sono incoraggianti: in Svezia c’è dal 1955, in Germania dal 1968, in Francia dal 2001, nel Regno Unito dal 2020. Ma ovunque il tasso di femminicidi è più alto che qui.Una maestra inglese ha letto agli alunni di 10 anni un libro su Thomas, un orsetto trans. La lezione ha scatenato le veementi proteste dei genitori, ma soltanto quelli musulmani.Lo speciale contiene due articoli.Una legge salverà le donne? Qualche ora di lezione basterà ad abbattere il famigerato patriarcato? La decostruzione della «mascolinità tossica» partirà dalle scuole?La sinistra in crisi di idee, adesso, si aggrappa alla tragedia di Giulia Cecchettin. E in mezzo a una miriade di speculazioni politiche, prova a infilare la sua proposta rivoluzionaria: educazione sessuale obbligatoria tra i banchi. In realtà, l’opposizione non aveva aspettato l’uccisione della ventiduenne veneta per farsi avanti: anzi, aveva provato a introdurre l’insegnamento della materia, già alle elementari, con un emendamento al ddl contro la violenza sulle donne, presentato a ottobre dal Movimento 5 stelle e bocciato dal centrodestra. L’argomento dei progressisti sembrerebbe filare: se abusi e uccisioni sono frutto di una cultura deviata, per combatterli bisognerà colmare le lacune interiori degli uomini, analfabeti sentimentali. La tesi è cristallina, ancorché opinabile: i massacratori come Filippo Turetta non sono dei mostri; sono i prodotti meglio riusciti di una società che trasmette agli uomini valori distorti. D’accordo. Prendiamo per buona la teoria. In pratica, però, ci sono prove per sostenere che la strategia funzioni? Mica tanto.Una cosa è vera: il nostro è uno dei pochi Paesi Ue a non prevedere, nel curriculum scolastico, l’educazione sessuale. Ci fanno compagnia Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania. Ciò spiega le efferatezze? Le statistiche raccontano una storia diversa. L’equazione tra corsi in aula e diminuzione della violenza non torna.In Germania, l’educazione sessuale è legge dal 1968. In Svezia, addirittura, dal 1955. Ma guardate le cifre sui femminicidi raccolte da Openpolis: in entrambe le nazioni, l’incidenza di tali odiosi crimini è più alta che nello Stivale. Nel 2018, in Germania si era arrivati a 0,87 vittime ogni 100.000 individui di sesso femminile; in Svezia, a 0,66; da noi - peraltro, in un periodo che aveva fatto registrare un macabro picco di assassinii - a 0,43, calate a 0,3 nell’anno in corso. A maggior ragione, la situazione stenta a migliorare dove l’educazione ai sentimenti è stata inserita di recente: in Francia c’è dal 2001, ma il tasso di omicidi di donne era 0,71 ogni 100.000, nel 2018. Nel Regno Unito è obbligatoria, nelle scuole secondarie, dal 2020; ciononostante, l’anno seguente, sono state ammazzate 177 ragazze, cioè 1,9 ogni 100.000 abitanti di sesso femminile.Ai piani alti della luttuosa classifica si trovano, sì, gli Stati che non prevedono la sensibilizzazione dei minori: la Lettonia, la Lituania, Cipro, la Romania. Nondimeno, se la logica di Elly Schlein e compagni reggesse, dovremmo aspettarci ecatombi simili anche a Varsavia, che rifiuta ostinatamente di organizzare corsi nelle scuole. E invece, le polacche paiono essere più al sicuro delle olandesi, benché i Paesi Bassi comincino la formazione quando i bimbi compiono 4 anni. A conti fatti, è la vituperata Italia quella in cui le donne rischiano meno di morire per mano dei loro partner. Suona strano, visto che le litanie femministe stanno dipingendo la nostra come una terra di sistematiche brutalità, destinata a scivolare in un abisso vieppiù profondo, per colpa del governo conservatore. Il modello cui guardare, dunque, quale sarebbe? Quello dell’emancipata Scandinavia? Quello mitteleuropeo? Quello nordamericano? Diamo di nuovo la parola ai numeri: in Danimarca, l’incidenza dei femminicidi è superiore a quella svedese. L’Austria, una delle patrie del «sex work» legalizzato, è al sesto posto dell’elenco stilato da Openpolis. Il Canada, oltremodo all’avanguardia nell’eduzione sessuale, nel 2021 era arrivato a 0,54 vittime ogni 100.000 donne; toh, a nessuna hanno giovato le cervellotiche norme sull’uso corretto dei pronomi. Gli Usa, dove le iniziative educative sono di competenza dei singoli Stati, nel 2020 avevano 2,9 ragazze uccise ogni 100.000. Numeri impietosi: i popoli più inclini alla violenza sono quelli nordici, non quelli mediterranei. Chiaramente, i propositi di Pd e grillini si prestano a molte critiche di principio. Perché mai dovrebbe essere lo Stato a incaricarsi di modellare l’uomo nuovo, estromettendo la famiglia? Ha senso demonizzarla, manco fosse una fucina di prevaricazioni? Be’, lasciamoci provocare dai fatti: la panacea non si somministra a scuola. A meno che il vero obiettivo delle anime belle sia un altro: approfittare di un dramma e rispolverare i piani per la propaganda gender in classe. I precedenti si sprecano: è a quella mania che, quasi sempre, vanno a parare i progetti di educazione sessuale. Ma la prevenzione non passa per le omelie Lgbt. 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Un cortocircuito inevitabile, che dimostra come la predilezione delle nostre sinistre per il mondo islamico sia in fondo solo un pretesto per manifestare il loro odio verso l’Occidente e la sua tradizione. «“Se te lo dico”, disse Thomas, “potresti non essere più mio amico”», legge l’insegnante ai suoi alunni della scuola elementare di St Albans, una cittadina a circa 30 chilometri da Londra. «“Sarò sempre tuo amico, Thomas”, disse il suo miglior amico Errol. Thomas l’orsetto trattenne il respiro. “Ho bisogno di essere me stessa, Errol, nel mio cuore ho sempre saputo di essere un orsetto femmina e non un orsetto maschio. Vorrei che il mio nome fosse Tilly e non Thomas”», prosegue nella lettura la maestra prima del finale strappalacrime. «“Oh, è per questo che sei così triste?”, chiese Errol. “Non mi importa se sei un orsetto femmina o maschio: ciò che conta è che sei mio amico”». E vissero tutti felici e contenti, verrebbe da concludere. O forse non proprio tutti, perché ai cancelli della scuola, secondo quanto riportato dal Telegraph, i genitori degli studenti musulmani si sono ribellati all’indottrinamento transgender, chiedendo esplicitamente di «cacciar il signor Moffat fuori» dalla scuola. Andrew Moffat, insegnante omosessuale presso la Parkfield community school di Birmingham, è il fondatore di No Outsider, un’organizzazione benefica che si occupa di elaborare e diffondere nelle scuole programmi didattici sull’inclusione. A loro si deve il libro sugli orsetti transgender letto dalla maestra, che peraltro è soltanto uno dei tanti opuscoli di questo tipo. L’associazione, infatti, vende guide per bambini «dalla nascita agli 11 anni» che «presentano l’ideologia gender come un dato di fatto». In una di esse, il signor Moffat scrive che questo genere di insegnamenti «deve iniziare nelle scuole elementari», perché in fondo «siamo tutti intersezionali»: «un’identità da sola non basta a definire chi siamo». «I bambini», aggiunge il paladino dell’inclusione, «devono essere incoraggiati, e anzi istruiti, a esplorare l’identità e a sviluppare fiducia in chi sono mentre attraversano l’infanzia e l’adolescenza». Purtroppo fatti del genere sono ormai all’ordine del giorno, così come le proteste che poi si levano dalle file dei cosiddetti tradizionalisti. «Insegnare ai bambini che potrebbero essere nati “nel corpo sbagliato”», ha dichiarato al Telegraph un’attivista di Family education trust, «è un indottrinamento dannoso». Puro buon senso, d’altra parte. Ma la vera notizia, qui, è che episodi di questo tipo mettono in mostra un cortocircuito che già in termini logici risulta abbastanza evidente. D’altronde che ci azzecca lo spirito libertario e individualista dei progressisti occidentali con la cultura islamica che spesso, nei loro sermoni sull’inclusione e la diversità, si sono prodigati a difendere e ci hanno insegnato ad accettare? Evidentemente nulla, ma loro sono da sempre convinti che il fascino della libertà negativa vincerà sul sentimento della tradizione. Forse iniziano a capire di aver fatto male i conti, ma adesso il risveglio, tra la polveriera del Medio Oriente e il rifiuto dei loro dogmi woke, potrebbe non essere dolce.
Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 maggio con Carlo Cambi