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2020-04-22
Fase 2, Conte in stato confusionale: «Riapriremo a scaglioni. Anzi no»
Giuseppe Conte (Ansa)
Un Giuseppe Conte totalmente fuori fase parla di fase 2 in Parlamento, ma la confusione regna sovrana sotto il ciuffo più scuro e brillantinato del solito, attaccato alla tempia, per nulla svolazzante come ai bei tempi delle strette di mano con Donald Trump. L'aula sorda e grigia del Senato, nel primo pomeriggio, e quella della Camera, subito dopo, assistono in silenzio alla lettura del compitino scritto di un premier senza idee, o peggio con le idee assai confuse. La fase 2, la ripartenza dell'Italia, sembra più una speranza che un piano: Conte ormai è totalmente in balia dell'esercito di tecnici dei quali si è circondato, e non riesce a dare una sola certezza agli italiani su cosa succederà dal prossimo 4 maggio, dove succederà, quando succederà, e come.
Già disorientati a causa di questa epidemia canaglia, gli italiani si svegliano con un lungo post su Facebook del premier, che tra le tante banalità messe nero su bianco, si lascia andare a questa riflessione riguardo alla riapertura: «Dobbiamo agire sulla base di un programma nazionale», scrive il Conte mattutino, «che tenga però conto delle peculiarità territoriali. Perché le caratteristiche e le modalità del trasporto in Basilicata non sono le stesse che in Lombardia. Come pure la recettività delle strutture ospedaliere cambia da Regione a Regione e deve essere costantemente commisurata al numero dei contagiati e dei pazienti di Covid-19». Bene: ogni italiano in grado di leggere e scrivere, comprende bene che Conte sta dicendo che la riapertura sarà differenziata a seconda della situazione nelle diverse regioni.
Lo comprende bene anche Attilio Fontana, presidente della Lombardia, che infatti va all'attacco: «Un'eventuale riapertura diversificata per regioni», dice Fontana a Radio24, «credo sia una riapertura monca, zoppa, che non consentirebbe un equilibrato sviluppo alle regioni che aprono. Sono convinto che la riapertura debba avvenire quando il rischio del contagio si sia concluso o sia vicino alla conclusione su tutto il territorio». Lo comprende perfino Vito Crimi, autoreggente del M5s, che su Facebook smentisce il suo premier: «La ripartenza», scrive Crimi, «dovrà interessare il Paese nel suo complesso, senza discriminazioni geografiche o settoriali».
Dunque, l'idea della riapertura differenziata a seconda delle regioni viene bocciata in rapida successione da Crimi e Fontana, ovvero dal primo partito di maggioranza (il M5s) e dal primo partito di opposizione (la Lega). Un bel record, che convince Conte ad aggiustare il tiro, e così in Senato il concetto viene completamente ribaltato: «Con l'ausilio degli esperti», dice Conte in aula, «stiamo elaborando un programma di progressive aperture che sia omogeneo su base nazionale, e che ci consenta di riaprire buona parte delle attività produttive e anche commerciali tenendo però sotto controllo la curva del contagio. Questo è molto importante. Dobbiamo tenere sotto controllo», aggiunge Conte, «la curva del contagio in modo da intervenire, se nel caso anche successivamente, laddove questa si rinnalzi oltre una certa soglia. Soglia che non pensiamo debba essere formulata in termini meramente astratti, ma che vogliamo commisurata alla specifica recettività delle strutture ospedaliere dell'area di riferimento».
Grande è la confusione sotto il ciuffo, e la sensazione è che Conte non sia in grado di prendere mezza decisione senza aver prima consultato le centinaia di esperti di cui si è circondato. Manca, a Conte, la qualità che ogni amministratore pubblico, dal sindaco di un piccolo Comune al presidente del Consiglio, deve necessariamente avere: il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, di fare delle scelte, di decidere. Se lo stesso governo non sa ancora cosa fare, come pensate sia possibile che riesca a spiegare agli italiani cosa dovranno fare, dal prossimo, benedetto, 4 maggio?
Confuso e (in)felice, Conte si limita a enunciare concetti generali: «I motori del Paese», dice stancamente, «devono riavviarsi. Ma questo riavvio deve avvenire sulla base di un piano ben strutturato e articolato, che comporti una revisione dei modelli organizzativi di lavoro, delle modalità del trasporto pubblico e privato e di tutte le attività connesse. Una volta completato questo programma lo discuteremo con tutti i soggetti coinvolti, quindi anche enti territoriali», sottolinea Conte, «organizzazioni datoriali, sindacati, al fine di acquisire le loro valutazioni e di condividerlo con tutti i soggetti interessati». Bene (anzi, male): al 4 maggio mancano meno di due settimane, e di questo piano «ben strutturato e articolato», che Conte garantisce sarà pronto «entro la settimana», non si vede traccia.
Considerato che questo programma dovrà essere pure discusso con tutti i soggetti coinvolti, viene da pensare che Conte si riferisca al 4 maggio del 2021. E i soldi? Conte rimette nel cassetto le favolette da 800 miliardi di cui ha parlato in recenti interviste: «In aggiunta ai 25 miliardi di euro già stanziati con il cosiddetto decreto legge Cura Italia», annuncia il premier, «il governo invierà a brevissimo al Parlamento un'ulteriore relazione, contenente una richiesta di scostamento dagli obiettivi di bilancio programmati per il 2020, pari a una cifra ben superiore a quella stanziata a marzo. Una cifra davvero consistente», sottolinea Conte, «non inferiore a 50 miliardi di euro, che si aggiungeranno ai 25 miliardi già stanziati per un intervento complessivo non inferiore a 75 miliardi di euro». Un'altra promessa.
Lega e Fdi: «Camere esautorate»
Il centrodestra, seppure con diverse sfumature, va all'attacco del premier Giuseppe Conte. Fonti della Lega, in merito all'informativa in Parlamento del presidente del Consiglio, parlano di «40 minuti di intervento del governo, non una parola chiara su cassa integrazione, affitti, mutui, bollette, aiuti e soldi veri per famiglie, imprenditori, artigiani e precari, riapertura e ricostruzione. Che delusione. Fondi per le imprese? Zero, solo nuovi debiti. Ascolto delle opposizioni? Balle. Su 204 proposte fatte dalla Lega per migliorare il decreto Cura Italia», aggiunge il Carroccio, «la maggioranza ne ha bocciate 203. Alla faccia del dialogo. Sull'Europa solo rinvii e nessun impegno, con l'aggravante di aver impedito un voto del Parlamento violando la legge, e la preoccupazione che l'Italia porti a casa poco o niente da Bruxelles, soprattutto per la divisione fra Pd e M5s. La proposta della Lega», aggiungono le fonti, «comune a tanti imprenditori e a tanti economisti delle università italiane, è chiara: emissione straordinaria di buoni del Tesoro esentasse offerti agli italiani e massiccio intervento della Banca centrale europea. Non vogliamo lasciare il futuro dell'Italia e dei nostri figli in mano agli interessi di Berlino o di Pechino».
Il senatore leghista Alberto Bagnai, rivolgendosi in aula a Conte, denuncia il «senso di impunità di questo governo», e infilza il premier: «Non so se, come alcuni dicono, il virus sia il risultato di un esperimento mal riuscito. Lei», dice Bagnai, «certamente lo è. Lei è un esperimento mal riuscito ed è necessario che lei rassegni le dimissioni. La pandemia ha offerto al Pd una preziosa opportunità per manifestare la sua genetica vocazione totalitaria. Assistiamo a una eversione delle regole parlamentari, della democrazia parlamentare».
Sferzante l'intervento in aula, alla Camera, della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni: «Perché», dice la Meloni rivolgendosi a Conte, «non sente il dovere di chiedere un mandato serio da questo Parlamento? Forse a forza di frequentare i cinesi si è convinto di essere Xi Jinping. Non ci faccia lezioni in televisione perché sì, lei preferisce lavorare con il favore delle tenebre. Avete esautorato il Parlamento, rinviato le elezioni, ristrette le libertà, ma sulla spartizione delle poltrone è tutto come prima, non c'è differenza». La Meloni poi si rivolge al M5s: «Dovevate specificare», incalza, «che volevate aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno per abboffarvi».
«Nonostante lei, presidente Conte», afferma il vicepresidente vicario dei senatori di Forza Italia, Lucio Malan, «abbia mostrato il disprezzo per il Parlamento, che a differenza sua è votato dai cittadini, preferendo anticipare su Facebook ciò che avrebbe detto al Senato, nonostante abbia pervicacemente voluto evitare un mandato chiaro delle Camere, nonostante tutto ciò, vogliamo ugualmente darle alcuni consigli per la prossima riunione del Consiglio europeo, nell'interesse dei cittadini italiani. Intanto», argomenta Malan, «non si contrapponga alla nuova linea di credito del Mes che prevede la possibilità di utilizzare per la sanità ben 36 miliardi di euro, ma si batta affinché tale unica condizione, che dovrà valere sia al momento della richiesta che al rientro dal prestito, sia messa per iscritto. Si batta inoltre con forza per i Recovery fund, visto che ottenere gli eurobond, che pure erano previsti nel prima formulazione del Mes nel 2010 sottoscritto dal governo Berlusconi, sarà al momento impossibile».
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Ieri mattina il premier online parla di esigenze diverse in ogni regione. Poi nel pomeriggio in Parlamento annuncia «omogeneità» in tutta Italia. Il decreto aprile ancora non si vede, ma lui promette 50 miliardi.Duro attacco di Giorgia Meloni. Il Carroccio: «Nemmeno una parola chiara sugli aiuti a cittadini e imprese. Bocciata ogni nostra proposta». Più morbida Forza Italia.Lo speciale contiene due articoli.Un Giuseppe Conte totalmente fuori fase parla di fase 2 in Parlamento, ma la confusione regna sovrana sotto il ciuffo più scuro e brillantinato del solito, attaccato alla tempia, per nulla svolazzante come ai bei tempi delle strette di mano con Donald Trump. L'aula sorda e grigia del Senato, nel primo pomeriggio, e quella della Camera, subito dopo, assistono in silenzio alla lettura del compitino scritto di un premier senza idee, o peggio con le idee assai confuse. La fase 2, la ripartenza dell'Italia, sembra più una speranza che un piano: Conte ormai è totalmente in balia dell'esercito di tecnici dei quali si è circondato, e non riesce a dare una sola certezza agli italiani su cosa succederà dal prossimo 4 maggio, dove succederà, quando succederà, e come.Già disorientati a causa di questa epidemia canaglia, gli italiani si svegliano con un lungo post su Facebook del premier, che tra le tante banalità messe nero su bianco, si lascia andare a questa riflessione riguardo alla riapertura: «Dobbiamo agire sulla base di un programma nazionale», scrive il Conte mattutino, «che tenga però conto delle peculiarità territoriali. Perché le caratteristiche e le modalità del trasporto in Basilicata non sono le stesse che in Lombardia. Come pure la recettività delle strutture ospedaliere cambia da Regione a Regione e deve essere costantemente commisurata al numero dei contagiati e dei pazienti di Covid-19». Bene: ogni italiano in grado di leggere e scrivere, comprende bene che Conte sta dicendo che la riapertura sarà differenziata a seconda della situazione nelle diverse regioni. Lo comprende bene anche Attilio Fontana, presidente della Lombardia, che infatti va all'attacco: «Un'eventuale riapertura diversificata per regioni», dice Fontana a Radio24, «credo sia una riapertura monca, zoppa, che non consentirebbe un equilibrato sviluppo alle regioni che aprono. Sono convinto che la riapertura debba avvenire quando il rischio del contagio si sia concluso o sia vicino alla conclusione su tutto il territorio». Lo comprende perfino Vito Crimi, autoreggente del M5s, che su Facebook smentisce il suo premier: «La ripartenza», scrive Crimi, «dovrà interessare il Paese nel suo complesso, senza discriminazioni geografiche o settoriali».Dunque, l'idea della riapertura differenziata a seconda delle regioni viene bocciata in rapida successione da Crimi e Fontana, ovvero dal primo partito di maggioranza (il M5s) e dal primo partito di opposizione (la Lega). Un bel record, che convince Conte ad aggiustare il tiro, e così in Senato il concetto viene completamente ribaltato: «Con l'ausilio degli esperti», dice Conte in aula, «stiamo elaborando un programma di progressive aperture che sia omogeneo su base nazionale, e che ci consenta di riaprire buona parte delle attività produttive e anche commerciali tenendo però sotto controllo la curva del contagio. Questo è molto importante. Dobbiamo tenere sotto controllo», aggiunge Conte, «la curva del contagio in modo da intervenire, se nel caso anche successivamente, laddove questa si rinnalzi oltre una certa soglia. Soglia che non pensiamo debba essere formulata in termini meramente astratti, ma che vogliamo commisurata alla specifica recettività delle strutture ospedaliere dell'area di riferimento».Grande è la confusione sotto il ciuffo, e la sensazione è che Conte non sia in grado di prendere mezza decisione senza aver prima consultato le centinaia di esperti di cui si è circondato. Manca, a Conte, la qualità che ogni amministratore pubblico, dal sindaco di un piccolo Comune al presidente del Consiglio, deve necessariamente avere: il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, di fare delle scelte, di decidere. Se lo stesso governo non sa ancora cosa fare, come pensate sia possibile che riesca a spiegare agli italiani cosa dovranno fare, dal prossimo, benedetto, 4 maggio?Confuso e (in)felice, Conte si limita a enunciare concetti generali: «I motori del Paese», dice stancamente, «devono riavviarsi. Ma questo riavvio deve avvenire sulla base di un piano ben strutturato e articolato, che comporti una revisione dei modelli organizzativi di lavoro, delle modalità del trasporto pubblico e privato e di tutte le attività connesse. Una volta completato questo programma lo discuteremo con tutti i soggetti coinvolti, quindi anche enti territoriali», sottolinea Conte, «organizzazioni datoriali, sindacati, al fine di acquisire le loro valutazioni e di condividerlo con tutti i soggetti interessati». Bene (anzi, male): al 4 maggio mancano meno di due settimane, e di questo piano «ben strutturato e articolato», che Conte garantisce sarà pronto «entro la settimana», non si vede traccia.Considerato che questo programma dovrà essere pure discusso con tutti i soggetti coinvolti, viene da pensare che Conte si riferisca al 4 maggio del 2021. E i soldi? Conte rimette nel cassetto le favolette da 800 miliardi di cui ha parlato in recenti interviste: «In aggiunta ai 25 miliardi di euro già stanziati con il cosiddetto decreto legge Cura Italia», annuncia il premier, «il governo invierà a brevissimo al Parlamento un'ulteriore relazione, contenente una richiesta di scostamento dagli obiettivi di bilancio programmati per il 2020, pari a una cifra ben superiore a quella stanziata a marzo. Una cifra davvero consistente», sottolinea Conte, «non inferiore a 50 miliardi di euro, che si aggiungeranno ai 25 miliardi già stanziati per un intervento complessivo non inferiore a 75 miliardi di euro». 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Su 204 proposte fatte dalla Lega per migliorare il decreto Cura Italia», aggiunge il Carroccio, «la maggioranza ne ha bocciate 203. Alla faccia del dialogo. Sull'Europa solo rinvii e nessun impegno, con l'aggravante di aver impedito un voto del Parlamento violando la legge, e la preoccupazione che l'Italia porti a casa poco o niente da Bruxelles, soprattutto per la divisione fra Pd e M5s. La proposta della Lega», aggiungono le fonti, «comune a tanti imprenditori e a tanti economisti delle università italiane, è chiara: emissione straordinaria di buoni del Tesoro esentasse offerti agli italiani e massiccio intervento della Banca centrale europea. Non vogliamo lasciare il futuro dell'Italia e dei nostri figli in mano agli interessi di Berlino o di Pechino». Il senatore leghista Alberto Bagnai, rivolgendosi in aula a Conte, denuncia il «senso di impunità di questo governo», e infilza il premier: «Non so se, come alcuni dicono, il virus sia il risultato di un esperimento mal riuscito. Lei», dice Bagnai, «certamente lo è. Lei è un esperimento mal riuscito ed è necessario che lei rassegni le dimissioni. La pandemia ha offerto al Pd una preziosa opportunità per manifestare la sua genetica vocazione totalitaria. Assistiamo a una eversione delle regole parlamentari, della democrazia parlamentare». Sferzante l'intervento in aula, alla Camera, della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni: «Perché», dice la Meloni rivolgendosi a Conte, «non sente il dovere di chiedere un mandato serio da questo Parlamento? Forse a forza di frequentare i cinesi si è convinto di essere Xi Jinping. Non ci faccia lezioni in televisione perché sì, lei preferisce lavorare con il favore delle tenebre. Avete esautorato il Parlamento, rinviato le elezioni, ristrette le libertà, ma sulla spartizione delle poltrone è tutto come prima, non c'è differenza». La Meloni poi si rivolge al M5s: «Dovevate specificare», incalza, «che volevate aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno per abboffarvi». «Nonostante lei, presidente Conte», afferma il vicepresidente vicario dei senatori di Forza Italia, Lucio Malan, «abbia mostrato il disprezzo per il Parlamento, che a differenza sua è votato dai cittadini, preferendo anticipare su Facebook ciò che avrebbe detto al Senato, nonostante abbia pervicacemente voluto evitare un mandato chiaro delle Camere, nonostante tutto ciò, vogliamo ugualmente darle alcuni consigli per la prossima riunione del Consiglio europeo, nell'interesse dei cittadini italiani. Intanto», argomenta Malan, «non si contrapponga alla nuova linea di credito del Mes che prevede la possibilità di utilizzare per la sanità ben 36 miliardi di euro, ma si batta affinché tale unica condizione, che dovrà valere sia al momento della richiesta che al rientro dal prestito, sia messa per iscritto. Si batta inoltre con forza per i Recovery fund, visto che ottenere gli eurobond, che pure erano previsti nel prima formulazione del Mes nel 2010 sottoscritto dal governo Berlusconi, sarà al momento impossibile».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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