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2020-04-22
Fase 2, Conte in stato confusionale: «Riapriremo a scaglioni. Anzi no»
Giuseppe Conte (Ansa)
Un Giuseppe Conte totalmente fuori fase parla di fase 2 in Parlamento, ma la confusione regna sovrana sotto il ciuffo più scuro e brillantinato del solito, attaccato alla tempia, per nulla svolazzante come ai bei tempi delle strette di mano con Donald Trump. L'aula sorda e grigia del Senato, nel primo pomeriggio, e quella della Camera, subito dopo, assistono in silenzio alla lettura del compitino scritto di un premier senza idee, o peggio con le idee assai confuse. La fase 2, la ripartenza dell'Italia, sembra più una speranza che un piano: Conte ormai è totalmente in balia dell'esercito di tecnici dei quali si è circondato, e non riesce a dare una sola certezza agli italiani su cosa succederà dal prossimo 4 maggio, dove succederà, quando succederà, e come.
Già disorientati a causa di questa epidemia canaglia, gli italiani si svegliano con un lungo post su Facebook del premier, che tra le tante banalità messe nero su bianco, si lascia andare a questa riflessione riguardo alla riapertura: «Dobbiamo agire sulla base di un programma nazionale», scrive il Conte mattutino, «che tenga però conto delle peculiarità territoriali. Perché le caratteristiche e le modalità del trasporto in Basilicata non sono le stesse che in Lombardia. Come pure la recettività delle strutture ospedaliere cambia da Regione a Regione e deve essere costantemente commisurata al numero dei contagiati e dei pazienti di Covid-19». Bene: ogni italiano in grado di leggere e scrivere, comprende bene che Conte sta dicendo che la riapertura sarà differenziata a seconda della situazione nelle diverse regioni.
Lo comprende bene anche Attilio Fontana, presidente della Lombardia, che infatti va all'attacco: «Un'eventuale riapertura diversificata per regioni», dice Fontana a Radio24, «credo sia una riapertura monca, zoppa, che non consentirebbe un equilibrato sviluppo alle regioni che aprono. Sono convinto che la riapertura debba avvenire quando il rischio del contagio si sia concluso o sia vicino alla conclusione su tutto il territorio». Lo comprende perfino Vito Crimi, autoreggente del M5s, che su Facebook smentisce il suo premier: «La ripartenza», scrive Crimi, «dovrà interessare il Paese nel suo complesso, senza discriminazioni geografiche o settoriali».
Dunque, l'idea della riapertura differenziata a seconda delle regioni viene bocciata in rapida successione da Crimi e Fontana, ovvero dal primo partito di maggioranza (il M5s) e dal primo partito di opposizione (la Lega). Un bel record, che convince Conte ad aggiustare il tiro, e così in Senato il concetto viene completamente ribaltato: «Con l'ausilio degli esperti», dice Conte in aula, «stiamo elaborando un programma di progressive aperture che sia omogeneo su base nazionale, e che ci consenta di riaprire buona parte delle attività produttive e anche commerciali tenendo però sotto controllo la curva del contagio. Questo è molto importante. Dobbiamo tenere sotto controllo», aggiunge Conte, «la curva del contagio in modo da intervenire, se nel caso anche successivamente, laddove questa si rinnalzi oltre una certa soglia. Soglia che non pensiamo debba essere formulata in termini meramente astratti, ma che vogliamo commisurata alla specifica recettività delle strutture ospedaliere dell'area di riferimento».
Grande è la confusione sotto il ciuffo, e la sensazione è che Conte non sia in grado di prendere mezza decisione senza aver prima consultato le centinaia di esperti di cui si è circondato. Manca, a Conte, la qualità che ogni amministratore pubblico, dal sindaco di un piccolo Comune al presidente del Consiglio, deve necessariamente avere: il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, di fare delle scelte, di decidere. Se lo stesso governo non sa ancora cosa fare, come pensate sia possibile che riesca a spiegare agli italiani cosa dovranno fare, dal prossimo, benedetto, 4 maggio?
Confuso e (in)felice, Conte si limita a enunciare concetti generali: «I motori del Paese», dice stancamente, «devono riavviarsi. Ma questo riavvio deve avvenire sulla base di un piano ben strutturato e articolato, che comporti una revisione dei modelli organizzativi di lavoro, delle modalità del trasporto pubblico e privato e di tutte le attività connesse. Una volta completato questo programma lo discuteremo con tutti i soggetti coinvolti, quindi anche enti territoriali», sottolinea Conte, «organizzazioni datoriali, sindacati, al fine di acquisire le loro valutazioni e di condividerlo con tutti i soggetti interessati». Bene (anzi, male): al 4 maggio mancano meno di due settimane, e di questo piano «ben strutturato e articolato», che Conte garantisce sarà pronto «entro la settimana», non si vede traccia.
Considerato che questo programma dovrà essere pure discusso con tutti i soggetti coinvolti, viene da pensare che Conte si riferisca al 4 maggio del 2021. E i soldi? Conte rimette nel cassetto le favolette da 800 miliardi di cui ha parlato in recenti interviste: «In aggiunta ai 25 miliardi di euro già stanziati con il cosiddetto decreto legge Cura Italia», annuncia il premier, «il governo invierà a brevissimo al Parlamento un'ulteriore relazione, contenente una richiesta di scostamento dagli obiettivi di bilancio programmati per il 2020, pari a una cifra ben superiore a quella stanziata a marzo. Una cifra davvero consistente», sottolinea Conte, «non inferiore a 50 miliardi di euro, che si aggiungeranno ai 25 miliardi già stanziati per un intervento complessivo non inferiore a 75 miliardi di euro». Un'altra promessa.
Lega e Fdi: «Camere esautorate»
Il centrodestra, seppure con diverse sfumature, va all'attacco del premier Giuseppe Conte. Fonti della Lega, in merito all'informativa in Parlamento del presidente del Consiglio, parlano di «40 minuti di intervento del governo, non una parola chiara su cassa integrazione, affitti, mutui, bollette, aiuti e soldi veri per famiglie, imprenditori, artigiani e precari, riapertura e ricostruzione. Che delusione. Fondi per le imprese? Zero, solo nuovi debiti. Ascolto delle opposizioni? Balle. Su 204 proposte fatte dalla Lega per migliorare il decreto Cura Italia», aggiunge il Carroccio, «la maggioranza ne ha bocciate 203. Alla faccia del dialogo. Sull'Europa solo rinvii e nessun impegno, con l'aggravante di aver impedito un voto del Parlamento violando la legge, e la preoccupazione che l'Italia porti a casa poco o niente da Bruxelles, soprattutto per la divisione fra Pd e M5s. La proposta della Lega», aggiungono le fonti, «comune a tanti imprenditori e a tanti economisti delle università italiane, è chiara: emissione straordinaria di buoni del Tesoro esentasse offerti agli italiani e massiccio intervento della Banca centrale europea. Non vogliamo lasciare il futuro dell'Italia e dei nostri figli in mano agli interessi di Berlino o di Pechino».
Il senatore leghista Alberto Bagnai, rivolgendosi in aula a Conte, denuncia il «senso di impunità di questo governo», e infilza il premier: «Non so se, come alcuni dicono, il virus sia il risultato di un esperimento mal riuscito. Lei», dice Bagnai, «certamente lo è. Lei è un esperimento mal riuscito ed è necessario che lei rassegni le dimissioni. La pandemia ha offerto al Pd una preziosa opportunità per manifestare la sua genetica vocazione totalitaria. Assistiamo a una eversione delle regole parlamentari, della democrazia parlamentare».
Sferzante l'intervento in aula, alla Camera, della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni: «Perché», dice la Meloni rivolgendosi a Conte, «non sente il dovere di chiedere un mandato serio da questo Parlamento? Forse a forza di frequentare i cinesi si è convinto di essere Xi Jinping. Non ci faccia lezioni in televisione perché sì, lei preferisce lavorare con il favore delle tenebre. Avete esautorato il Parlamento, rinviato le elezioni, ristrette le libertà, ma sulla spartizione delle poltrone è tutto come prima, non c'è differenza». La Meloni poi si rivolge al M5s: «Dovevate specificare», incalza, «che volevate aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno per abboffarvi».
«Nonostante lei, presidente Conte», afferma il vicepresidente vicario dei senatori di Forza Italia, Lucio Malan, «abbia mostrato il disprezzo per il Parlamento, che a differenza sua è votato dai cittadini, preferendo anticipare su Facebook ciò che avrebbe detto al Senato, nonostante abbia pervicacemente voluto evitare un mandato chiaro delle Camere, nonostante tutto ciò, vogliamo ugualmente darle alcuni consigli per la prossima riunione del Consiglio europeo, nell'interesse dei cittadini italiani. Intanto», argomenta Malan, «non si contrapponga alla nuova linea di credito del Mes che prevede la possibilità di utilizzare per la sanità ben 36 miliardi di euro, ma si batta affinché tale unica condizione, che dovrà valere sia al momento della richiesta che al rientro dal prestito, sia messa per iscritto. Si batta inoltre con forza per i Recovery fund, visto che ottenere gli eurobond, che pure erano previsti nel prima formulazione del Mes nel 2010 sottoscritto dal governo Berlusconi, sarà al momento impossibile».
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Ieri mattina il premier online parla di esigenze diverse in ogni regione. Poi nel pomeriggio in Parlamento annuncia «omogeneità» in tutta Italia. Il decreto aprile ancora non si vede, ma lui promette 50 miliardi.Duro attacco di Giorgia Meloni. Il Carroccio: «Nemmeno una parola chiara sugli aiuti a cittadini e imprese. Bocciata ogni nostra proposta». Più morbida Forza Italia.Lo speciale contiene due articoli.Un Giuseppe Conte totalmente fuori fase parla di fase 2 in Parlamento, ma la confusione regna sovrana sotto il ciuffo più scuro e brillantinato del solito, attaccato alla tempia, per nulla svolazzante come ai bei tempi delle strette di mano con Donald Trump. L'aula sorda e grigia del Senato, nel primo pomeriggio, e quella della Camera, subito dopo, assistono in silenzio alla lettura del compitino scritto di un premier senza idee, o peggio con le idee assai confuse. La fase 2, la ripartenza dell'Italia, sembra più una speranza che un piano: Conte ormai è totalmente in balia dell'esercito di tecnici dei quali si è circondato, e non riesce a dare una sola certezza agli italiani su cosa succederà dal prossimo 4 maggio, dove succederà, quando succederà, e come.Già disorientati a causa di questa epidemia canaglia, gli italiani si svegliano con un lungo post su Facebook del premier, che tra le tante banalità messe nero su bianco, si lascia andare a questa riflessione riguardo alla riapertura: «Dobbiamo agire sulla base di un programma nazionale», scrive il Conte mattutino, «che tenga però conto delle peculiarità territoriali. Perché le caratteristiche e le modalità del trasporto in Basilicata non sono le stesse che in Lombardia. Come pure la recettività delle strutture ospedaliere cambia da Regione a Regione e deve essere costantemente commisurata al numero dei contagiati e dei pazienti di Covid-19». Bene: ogni italiano in grado di leggere e scrivere, comprende bene che Conte sta dicendo che la riapertura sarà differenziata a seconda della situazione nelle diverse regioni. Lo comprende bene anche Attilio Fontana, presidente della Lombardia, che infatti va all'attacco: «Un'eventuale riapertura diversificata per regioni», dice Fontana a Radio24, «credo sia una riapertura monca, zoppa, che non consentirebbe un equilibrato sviluppo alle regioni che aprono. Sono convinto che la riapertura debba avvenire quando il rischio del contagio si sia concluso o sia vicino alla conclusione su tutto il territorio». Lo comprende perfino Vito Crimi, autoreggente del M5s, che su Facebook smentisce il suo premier: «La ripartenza», scrive Crimi, «dovrà interessare il Paese nel suo complesso, senza discriminazioni geografiche o settoriali».Dunque, l'idea della riapertura differenziata a seconda delle regioni viene bocciata in rapida successione da Crimi e Fontana, ovvero dal primo partito di maggioranza (il M5s) e dal primo partito di opposizione (la Lega). Un bel record, che convince Conte ad aggiustare il tiro, e così in Senato il concetto viene completamente ribaltato: «Con l'ausilio degli esperti», dice Conte in aula, «stiamo elaborando un programma di progressive aperture che sia omogeneo su base nazionale, e che ci consenta di riaprire buona parte delle attività produttive e anche commerciali tenendo però sotto controllo la curva del contagio. Questo è molto importante. Dobbiamo tenere sotto controllo», aggiunge Conte, «la curva del contagio in modo da intervenire, se nel caso anche successivamente, laddove questa si rinnalzi oltre una certa soglia. Soglia che non pensiamo debba essere formulata in termini meramente astratti, ma che vogliamo commisurata alla specifica recettività delle strutture ospedaliere dell'area di riferimento».Grande è la confusione sotto il ciuffo, e la sensazione è che Conte non sia in grado di prendere mezza decisione senza aver prima consultato le centinaia di esperti di cui si è circondato. Manca, a Conte, la qualità che ogni amministratore pubblico, dal sindaco di un piccolo Comune al presidente del Consiglio, deve necessariamente avere: il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, di fare delle scelte, di decidere. Se lo stesso governo non sa ancora cosa fare, come pensate sia possibile che riesca a spiegare agli italiani cosa dovranno fare, dal prossimo, benedetto, 4 maggio?Confuso e (in)felice, Conte si limita a enunciare concetti generali: «I motori del Paese», dice stancamente, «devono riavviarsi. Ma questo riavvio deve avvenire sulla base di un piano ben strutturato e articolato, che comporti una revisione dei modelli organizzativi di lavoro, delle modalità del trasporto pubblico e privato e di tutte le attività connesse. Una volta completato questo programma lo discuteremo con tutti i soggetti coinvolti, quindi anche enti territoriali», sottolinea Conte, «organizzazioni datoriali, sindacati, al fine di acquisire le loro valutazioni e di condividerlo con tutti i soggetti interessati». Bene (anzi, male): al 4 maggio mancano meno di due settimane, e di questo piano «ben strutturato e articolato», che Conte garantisce sarà pronto «entro la settimana», non si vede traccia.Considerato che questo programma dovrà essere pure discusso con tutti i soggetti coinvolti, viene da pensare che Conte si riferisca al 4 maggio del 2021. E i soldi? Conte rimette nel cassetto le favolette da 800 miliardi di cui ha parlato in recenti interviste: «In aggiunta ai 25 miliardi di euro già stanziati con il cosiddetto decreto legge Cura Italia», annuncia il premier, «il governo invierà a brevissimo al Parlamento un'ulteriore relazione, contenente una richiesta di scostamento dagli obiettivi di bilancio programmati per il 2020, pari a una cifra ben superiore a quella stanziata a marzo. Una cifra davvero consistente», sottolinea Conte, «non inferiore a 50 miliardi di euro, che si aggiungeranno ai 25 miliardi già stanziati per un intervento complessivo non inferiore a 75 miliardi di euro». 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Su 204 proposte fatte dalla Lega per migliorare il decreto Cura Italia», aggiunge il Carroccio, «la maggioranza ne ha bocciate 203. Alla faccia del dialogo. Sull'Europa solo rinvii e nessun impegno, con l'aggravante di aver impedito un voto del Parlamento violando la legge, e la preoccupazione che l'Italia porti a casa poco o niente da Bruxelles, soprattutto per la divisione fra Pd e M5s. La proposta della Lega», aggiungono le fonti, «comune a tanti imprenditori e a tanti economisti delle università italiane, è chiara: emissione straordinaria di buoni del Tesoro esentasse offerti agli italiani e massiccio intervento della Banca centrale europea. Non vogliamo lasciare il futuro dell'Italia e dei nostri figli in mano agli interessi di Berlino o di Pechino». Il senatore leghista Alberto Bagnai, rivolgendosi in aula a Conte, denuncia il «senso di impunità di questo governo», e infilza il premier: «Non so se, come alcuni dicono, il virus sia il risultato di un esperimento mal riuscito. Lei», dice Bagnai, «certamente lo è. Lei è un esperimento mal riuscito ed è necessario che lei rassegni le dimissioni. La pandemia ha offerto al Pd una preziosa opportunità per manifestare la sua genetica vocazione totalitaria. Assistiamo a una eversione delle regole parlamentari, della democrazia parlamentare». Sferzante l'intervento in aula, alla Camera, della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni: «Perché», dice la Meloni rivolgendosi a Conte, «non sente il dovere di chiedere un mandato serio da questo Parlamento? Forse a forza di frequentare i cinesi si è convinto di essere Xi Jinping. Non ci faccia lezioni in televisione perché sì, lei preferisce lavorare con il favore delle tenebre. Avete esautorato il Parlamento, rinviato le elezioni, ristrette le libertà, ma sulla spartizione delle poltrone è tutto come prima, non c'è differenza». La Meloni poi si rivolge al M5s: «Dovevate specificare», incalza, «che volevate aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno per abboffarvi». «Nonostante lei, presidente Conte», afferma il vicepresidente vicario dei senatori di Forza Italia, Lucio Malan, «abbia mostrato il disprezzo per il Parlamento, che a differenza sua è votato dai cittadini, preferendo anticipare su Facebook ciò che avrebbe detto al Senato, nonostante abbia pervicacemente voluto evitare un mandato chiaro delle Camere, nonostante tutto ciò, vogliamo ugualmente darle alcuni consigli per la prossima riunione del Consiglio europeo, nell'interesse dei cittadini italiani. Intanto», argomenta Malan, «non si contrapponga alla nuova linea di credito del Mes che prevede la possibilità di utilizzare per la sanità ben 36 miliardi di euro, ma si batta affinché tale unica condizione, che dovrà valere sia al momento della richiesta che al rientro dal prestito, sia messa per iscritto. Si batta inoltre con forza per i Recovery fund, visto che ottenere gli eurobond, che pure erano previsti nel prima formulazione del Mes nel 2010 sottoscritto dal governo Berlusconi, sarà al momento impossibile».
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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