«Fare guerra all’Italia è un suicidio». Per l’Ue una bocciatura dietro l’altra

Si allunga ancora la lista degli osservatori internazionali (diversissimi tra loro per estrazione, cultura, posizionamento politico) che, chiamati a un ipotetico gioco della torre tra la manovra decisa dal governo di Roma (magari discutibile, per alcuni di loro) e le rigidità di Bruxelles, non hanno esitazione a salvare i gialloblù, e a buttar giù metaforicamente la Commissione Ue.
I lettori della Verità hanno potuto conoscere in esclusiva, nelle interviste concesse al nostro giornale, le posizioni in questo senso dell'economista liberale Paul De Grauwe e del suo collega (che è invece di orientamento più keynesiano) Jean-Paul Fitoussi. E sempre questo giornale è stato l'unico a valorizzare la posizione espressa dalla direzione del Wall Street Journal («i mandarini di Bruxelles stanno facendo la battaglia sbagliata») e dei neocon del Weekly Standard.
Si è aggiunta ieri un'altra voce rilevante, quella del corrispondente economico del periodico anglosassone The Week, Jeff Spross, a sua volta rilanciato dal seguitissimo sito economico ZeroHedge. Il titolo del commento dice tutto: «La guerra dell'Europa contro l'Italia è suicida». Spross descrive la crisi italiana di questi anni, la rivolta degli elettori nel voto della scorsa primavera, e il programma economico dei vincitori delle elezioni: «Ma», scrive The Week, «i feudatari dell'Ue non sono d'accordo con questo piano», anche per lo «stupido limite del 3%», che peraltro l'Italia vuole rispettare. Poi Spross arriva al cuore della questione: «I tassi di interesse in salita di cui l'Italia soffre sono il risultato di scelte politiche arbitrarie costruite dalla governance Ue, e comunque attuate e rafforzate dai tecnocrati regnanti a Bruxelles». Conclusione: «La Commissione Ue non si era mai spinta al punto di respingere il bilancio di uno Stato membro. Se davvero lo farà, e se la battaglia che ne deriverà dovesse distruggere le fondamenta del progetto europeo, la leadership dell'Ue non avrà nessun altro a cui dare la colpa, se non a sé stessa». Insomma, un altro schiaffo alle posizioni del team Juncker-Moscovici.
Ricapitolando, ci sono almeno due punti che tornano nelle analisi di tutti questi osservatori stranieri (lo ripetiamo ancora, pur così diversi tra loro).
Primo: il pieno riconoscimento del buon diritto di una maggioranza politica a realizzare il programma su cui ha vinto le elezioni. Quel programma può piacere o no: ma metterne in discussione la legittimità significa svuotare il senso stesso delle elezioni. Secondo: l'insistenza sulle misure più adatte a irrobustire la crescita. Su questo secondo aspetto, le analisi si dividono: vi è chi ritiene che anche le misure assistenziali e di sostegno al reddito possano funzionare, mentre altri (in particolare il Wall Street Journal, a nostro avviso con valide ragioni) perorano la causa di maggiori tagli di tasse nel «dosaggio» delle risorse della manovra.
La giornata di ieri è stata importante anche perché ha segnato un momento di maggiore tranquillità sui mercati (Borsa in sensibile rialzo, bene i titoli bancari, spread in discesa a 297). Morale: sarebbe interesse del governo proseguire in un'opera di rassicurazione, e sarebbe contemporaneamente compito di tutti (maggioranza e opposizione, al di là delle fisiologiche contrapposizioni politiche) tutelare l'interesse nazionale, non accendere altri fuochi, non seminare il panico, non descrivere catastrofi che (fortunatamente) sembrano meno probabili.
In ogni caso, nel perimetro del governo e della maggioranza, il dibattito sulla possibilità di modificare la manovra c'è, e del resto i passaggi parlamentari, da ora a Natale, serviranno esattamente a questo, attraverso la doppia via degli emendamenti di deputati e senatori e dei consueti maxi emendamenti governativi.
Ieri si è svolta a Palazzo Chigi un'altra riunione tra il premier Giuseppe Conte (che ha posticipato apposta la partenza per l'India) e il ministro dell'economia Giovanni Tria. Realisticamente, il disegno di legge di bilancio (la manovra vera e propria) potrebbe arrivare alla Camera già oggi o al più tardi mercoledì per iniziare il suo iter in Commissione Bilancio, mentre in parallelo procederanno per un verso il decreto fiscale (con le misure di «pace» e condono) e per altro verso i disegni di legge su pensioni e reddito di cittadinanza. C'è la possibilità (esclusa da più voci, a onor del vero) di un ritocco al ribasso del deficit: lo stesso primo ministro Conte ha più volte detto che il 2,4% è un tetto, quindi si potrebbe anche restare sotto quella soglia, se ciò servisse a stemperare il negoziato con Bruxelles. E, anche nel merito delle singole misure, si fanno strada diverse ipotesi: è tuttora da stabilire il momento della partenza (e la platea definitiva) di reddito e pensioni di cittadinanza, così come - sulle pensioni - sono ancora allo studio conteggi e simulazioni su quota 100. Al momento sono solo scenari e ulteriori opzioni di lavoro, che il Mef da un lato e le forze politiche dall'altro hanno il dovere di predisporre: poi la sintesi politica porterà alla scelta finale tra le diverse ipotesi.





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