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2025-02-03
Fantozzi torna nei cinema. La maschera di Villaggio è ormai diventata un classico
Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci».
Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.
Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.
Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga - dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa - da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.
Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti - specie i meno nobili - del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero - e con forza - al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando - con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche - il Pantagruel di François Rabelais.
Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.
Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.
Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.
Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che - fatta eccezione per pochi privilegiati - condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza - come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito - è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.
È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.
È un vigliacco in completo marrone. Che, però, ci fa sentire tutti migliori
Rivelatore fu l’intervento di Evgenij Evtusenko, un gigante della poesia russa: «Eravamo in un seriosissimo consesso di intellettuali a Venezia. Facce truci, altere. Gli domandarono chi fosse lo scrittore italiano che apprezzava di più e lui rispose che le mie pagine gli ricordavano Cechov e Gogol. Tra l’altro il grande poeta russo mi storpiò il nome in Vigliacchio». Ecco, sta tutto qui: grandezza e infamia, onori e piccinerie, genio e meschinità. Solo i grandi potrebbero suscitare i pubblici elogi di un intellettuale indimenticabile e, tra questi grandi, solo Paolo Villaggio avrebbe potuto meritare l’umiliante storpiatura (così l’avrebbe probabilmente definita, con la consueta intonazione cavernosa fantozziana).
Perché in fondo era vero: Ugo Fantozzi, uno dei personaggi più conosciuti nella storia del cinema e della narrativa italiana - conosciuto persino da chi non ha visto i film né letto libri - è un vigliacco e dei peggiori. Gli italiani, a ben vedere, dovrebbero detestarlo e maledirlo, invece lo amano da generazioni, ne clonano la voce, ne ripetono le battute che da decenni ne hanno innervato l’immaginario e il vernacolo. Si potrebbe dire, meglio, che gli italiani adorano impersonare Fantozzi, immergersi nei suoi abissi e riemergerne rinfrancati. Come se, dopo tutto, quell’omuncolo non li riguardasse. E poi ridono, di un riso grasso che cela l’amarezza, lo sghignazzo che si riserva alla comicità slapstick, torte in faccia e botte da orbi.
Dentro, però, lo sanno - anzi, lo sappiamo - che quel ragioniere in completo marrone (o in mutande e canottiera) è il peggio di noi, un peggio che ci appartiene. Funziona, Fantozzi, forse perché fa sentire tutti migliori. E invece - come cantava Fabrizio De André, fraterno amico e compagno di scorribande di Villaggio - siamo tutti coinvolti e colpevoli. Perché qui non si tratta di sorridere dello sfigato dal cuore dolce che un po’ ricorda le comuni e umane debolezze. Fantozzi, in effetti, è un mostro. È codardo e untuoso, sottomesso ai potenti senza possibilità di redenzione. Tremebondo, ha paura di tutto, in primis di vivere. E, infatti, resta imprigionato in un lavoro che detesta e che l’opprime ma che, probabilmente, fa male e da incompetente. Si circonda di presunti amici che talvolta lo sfruttano talaltra si rivelano peggiori di lui. È costretto in una biccoca in cui l’amore coniugale scolora in «stima» («Ugo, ti stimo tantissimo», così la Pina). Del resto egli desidera una donna che non è sua moglie (la signorina Silvani), ma solo perché la desiderano tutti gli altri. E non perde l’occasione di tradirla, la moglie, non appena gli balena in petto un minimo di iniziativa, salvo poi tornare sui propri passi quando scopre di non essere all’altezza dei suoi stessi desideri.
Sì, è vero: in qualche occasione il ragioniere tenta di redimersi, ha slanci di affetto e fa funzionare il cuore intenerendo il nostro. Ma poi? Poi tutto ritorna nel grigio, nell’assenza di ideali e di motivazione, nell’apatia burocratica. Fantozzi è un ingranaggio consapevole ma privo di opinioni a riguardo, che non si ribella mai e, se lo fa accetta, la punizione tremenda come il giusto calmiere di un’arroganza nemmeno esperita fino in fondo. Fantozzi si fa calpestare e non ne gode, però nemmeno si indigna, perché dentro di sé si sente una merdaccia: lo diventa accettando che gli altri, i superiori e i suoi pari, lo trattino come tale. È un vigliacco, appunto, e tale rimane. La grandezza del Villaggio scrittore sta nell’aver concentrato tanta bassezza in un solo personaggio immortale, con la crudeltà - per niente sottomessa o sfigata - che ne ha sempre caratterizzato lo sguardo satirico e l’impronta comica. Scrittura la sua di corto respiro, inadatta al romanzo ma essenziale e implacabile, assimilabile forse soltanto a quella di Lucio Mastronardi e, in fondo, priva di eredi: come Villaggio non ce ne sono stati altri e le sue creature restano insuperate, inimitabili, tragicamente attuali.
Dovremmo odiarlo, Fantozzi, e con lui tutti i Calboni, i Filini e le Pine di questo mondo. Si salvano soltanto i megadirettori perché sono ontologicamente crudeli e, in questo, trasparenti: hanno il potere e non possono che usarlo per opprimere. La massa degli inferiori, invece, il potere potrebbe averlo ma ne rifiuta il fardello, ne teme l’impegno e, dopo tutto, non sa che farsene. Non comanda e non fotte. Dovremmo odiare tutto ciò, ma lo celebriamo perché vogliamo credere che ci assolva, quando invece ci condanna inesorabilmente. Tutti noi, figli - per dirla come Villaggio - di una cultura mostruosa.
«Spielberg sapeva i film a memoria»
«Fantoni, è lei?». Ero tentato di iniziare così, citazionisticamente, la chiacchierata telefonica con l’attore Gianni Fantoni: «Fantoni», infatti, avrebbe ben potuto essere una delle storpiature da cui è bersagliato il ragionier Ugo Fantozzi nei dieci film che ne compongono la leggendaria saga, inauguratasi - nella versione cinematografica - esattamente cinquant’anni fa. E la rassomiglianza dei due cognomi, Fantoni e Fantozzi, è forse un piccolo segno del destino, un punto di partenza per sondare il rapporto quasi fatale che lega appunto Fantoni alla maschera più celebre tra quelle ideate dal genio di Paolo Villaggio.
Ferrarese, classe 1967, Fantoni ha iniziato la carriera artistica proprio imitando Fantozzi e, pur avendo realizzato in seguito molte altre cose, non ha mai smesso di farlo. Al momento, per esempio, sta riportando in scena con successo lo spettacolo teatrale Fantozzi. Una tragedia, a cui si può ancora assistere - prima di una pausa che durerà fino al prossimo autunno - nelle città toscane di Carrara (5 e 6 febbraio, Teatro degli Animosi), Lucca (dal 7 al 9, Teatro del Giglio) e Pistoia (15 e 16, Teatro Manzoni).
Fantoni, quando ha iniziato a imitare Fantozzi?
«Alle scuole medie, perché lo imitava anche un mio professore. Mi sono appassionato al personaggio e di lì a poco ho acquistato il libro Fantozzi contro tutti, che era uscito pochi anni prima e da cui nel 1980 è stato tratto il terzo film della serie. Ma Fantozzi ha rappresentato anche il mio debutto come comico professionista».
Quando?
«Nel 1990, all’interno della trasmissione della Rai Stasera mi butto. Al provino mi ero portato una ventina di personaggi, ma andai nel pallone e non riuscii a farne nessuno tranne Villaggio. Fu sufficiente perché mi chiamassero alla seconda puntata, però il regista, Pier Francesco Pingitore, mi chiese di fare esclusivamente Fantozzi».
Accadde più o meno la stessa cosa qualche anno dopo, a La sai l’ultima? su Canale 5.
«Sì, anche Pippo Franco mi impose Fantozzi, senza concedermi alternative».
Ne soffriva?
«Non particolarmente, anche se sapevo di avere altre frecce al mio arco e diversificare un po’ non mi sarebbe dispiaciuto».
Nel frattempo aveva conosciuto Villaggio di persona. «Nel 1991, quando Antonio Ricci mi propose per Paperissima una gag in cui Villaggio avrebbe dovuto recuperare il personaggio del Professor Kranz duettando con Lorella Cuccarini. Io ero dietro le quinte e “doppiavo” Lorella dal vivo, facendo parlare anche lei come Kranz. Villaggio, in un corridoio, mi diede dei consigli per riprodurre al meglio la sua voce: “Più nasale, più nasale!”, mi diceva (qui Fantoni imita alla perfezione Villaggio). Dopodiché non ci siamo più visti per un paio d’anni».
A quando risale l’idea di portare Fantozzi in teatro?
«Ormai a una decina di anni fa. Inizialmente pensavo a un musical, poi questo progetto non ha potuto concretizzarsi e allora ho optato per la prosa. Da quel momento, Villaggio ho iniziato a frequentarlo molto di più, anche perché le trattative per il contratto sono durate almeno un anno e mezzo dato che Paolo, giustamente, era molto geloso del suo personaggio più importante («Fantozzi è la mia vita», confessava) e voleva capire bene a chi stesse per metterlo in mano. Alla fine, nel contratto, volle che fosse scritto che Fantozzi avrei potuto interpretarlo solamente io».
Un bel riconoscimento. «Paolo mi diceva: “Puoi non farlo tu soltanto se sarai prossimo alla morte”».
Villaggio parlava spesso della morte.
«Spessissimo. Era una forma di scaramanzia ma anche un modo per dare sfogo al suo umorismo nero, macabro, al suo bisogno di ironizzare su temi tabù».
A parte essere entrato già da tempo nel lessico italiano con l’aggettivo «fantozziano», Fantozzi seguita a presidiare il nostro immaginario con un formidabile ricambio generazionale. Tanti bambini, tutt’oggi, guardano i suoi film e ne imitano smorfie e movenze. Come se lo spiega?
«Alla base c’è la forza della scrittura di Villaggio. I romanzi di Fantozzi fanno ancora ridere come cinquant’anni fa e non c’è dubbio che la scrittura sia il veicolo più arduo con cui suscitare il riso; sono ormai considerabili, insomma, dei libri senza tempo, dei veri e propri classici. Poi, ovviamente, c’è la grandezza di Villaggio come attore comico».
Fantozzi, che lei sappia, ha un qualche seguito anche all’estero?
«Il fumettista Max Bunker, il creatore di Alan Ford, una volta mi ha detto che una quarantina d’anni fa passò del tempo a discorrere di Fantozzi con Steven Spielberg, il quale ne conosceva a menadito i primi tre o quattro film. Poi Fantozzi è molto amato in Russia, dove il primo romanzo della saga, uscito nel 1971, ricevette il Premio Gogol come “Miglior opera umoristica”. Dico di più: se non fosse scoppiata la guerra con l’Ucraina, il mio spettacolo avrebbe dovuto essere co-prodotto dal Teatro di San Pietroburgo».
Fantozzi. Una tragedia si rifà in particolare ai primi due capitoli di Fantozzi.
«Sì, ma con il regista, David Livermore, ci siamo immediatamente resi conto di non dover seguire la strada della fedeltà pedissequa all’originale, perché avremmo inevitabilmente dato vita a una brutta copia. Abbiamo, quindi, concepito uno spettacolo fuori dall’ordinario, privo di scenografia. È un po’ come vedere Fantozzi dentro un sogno o in un universo parallelo. Il mio è un Fantozzi alternativo, non mimetico».
È soddisfatto del riscontro di pubblico?
«Sì, molto. Ogni sera gli applausi sono convinti e copiosi. Non dico che arrivino a 92 minuti, ma decisamente non ci possiamo lamentare».
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Per i 50 anni dalla prima proiezione, la pellicola capostipite della saga di nuovo in sala il 27 marzo. Dalla signorina Silvani a Filini, da Calboni al cinefilo Riccardelli: alcuni personaggi sono eterni.Gli italiani dovrebbero odiarlo e invece lo amano, come se non li riguardasse. Eppure lo sappiamo che mostra il peggio di noi. Si salvano solo i megadirettori: hanno potere e non possono far altro che usarlo per opprimere.L’attore ed erede Gianni Fantoni: «Paolo era geloso del suo Ugo, ha messo nero su bianco che potevo interpretarlo solo io. In Russia è amato. Lo porto a teatro ma in un universo parallelo».Lo speciale contiene tre articoli.Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci». Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga - dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa - da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti - specie i meno nobili - del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero - e con forza - al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando - con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche - il Pantagruel di François Rabelais.Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che - fatta eccezione per pochi privilegiati - condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza - come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito - è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fantozzi-torna-nei-cinema-2671077276.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-un-vigliacco-in-completo-marrone-che-pero-ci-fa-sentire-tutti-migliori" data-post-id="2671077276" data-published-at="1738582962" data-use-pagination="False"> È un vigliacco in completo marrone. Che, però, ci fa sentire tutti migliori Rivelatore fu l’intervento di Evgenij Evtusenko, un gigante della poesia russa: «Eravamo in un seriosissimo consesso di intellettuali a Venezia. Facce truci, altere. Gli domandarono chi fosse lo scrittore italiano che apprezzava di più e lui rispose che le mie pagine gli ricordavano Cechov e Gogol. Tra l’altro il grande poeta russo mi storpiò il nome in Vigliacchio». Ecco, sta tutto qui: grandezza e infamia, onori e piccinerie, genio e meschinità. Solo i grandi potrebbero suscitare i pubblici elogi di un intellettuale indimenticabile e, tra questi grandi, solo Paolo Villaggio avrebbe potuto meritare l’umiliante storpiatura (così l’avrebbe probabilmente definita, con la consueta intonazione cavernosa fantozziana). Perché in fondo era vero: Ugo Fantozzi, uno dei personaggi più conosciuti nella storia del cinema e della narrativa italiana - conosciuto persino da chi non ha visto i film né letto libri - è un vigliacco e dei peggiori. Gli italiani, a ben vedere, dovrebbero detestarlo e maledirlo, invece lo amano da generazioni, ne clonano la voce, ne ripetono le battute che da decenni ne hanno innervato l’immaginario e il vernacolo. Si potrebbe dire, meglio, che gli italiani adorano impersonare Fantozzi, immergersi nei suoi abissi e riemergerne rinfrancati. Come se, dopo tutto, quell’omuncolo non li riguardasse. E poi ridono, di un riso grasso che cela l’amarezza, lo sghignazzo che si riserva alla comicità slapstick, torte in faccia e botte da orbi. Dentro, però, lo sanno - anzi, lo sappiamo - che quel ragioniere in completo marrone (o in mutande e canottiera) è il peggio di noi, un peggio che ci appartiene. Funziona, Fantozzi, forse perché fa sentire tutti migliori. E invece - come cantava Fabrizio De André, fraterno amico e compagno di scorribande di Villaggio - siamo tutti coinvolti e colpevoli. Perché qui non si tratta di sorridere dello sfigato dal cuore dolce che un po’ ricorda le comuni e umane debolezze. Fantozzi, in effetti, è un mostro. È codardo e untuoso, sottomesso ai potenti senza possibilità di redenzione. Tremebondo, ha paura di tutto, in primis di vivere. E, infatti, resta imprigionato in un lavoro che detesta e che l’opprime ma che, probabilmente, fa male e da incompetente. Si circonda di presunti amici che talvolta lo sfruttano talaltra si rivelano peggiori di lui. È costretto in una biccoca in cui l’amore coniugale scolora in «stima» («Ugo, ti stimo tantissimo», così la Pina). Del resto egli desidera una donna che non è sua moglie (la signorina Silvani), ma solo perché la desiderano tutti gli altri. E non perde l’occasione di tradirla, la moglie, non appena gli balena in petto un minimo di iniziativa, salvo poi tornare sui propri passi quando scopre di non essere all’altezza dei suoi stessi desideri. Sì, è vero: in qualche occasione il ragioniere tenta di redimersi, ha slanci di affetto e fa funzionare il cuore intenerendo il nostro. Ma poi? Poi tutto ritorna nel grigio, nell’assenza di ideali e di motivazione, nell’apatia burocratica. Fantozzi è un ingranaggio consapevole ma privo di opinioni a riguardo, che non si ribella mai e, se lo fa accetta, la punizione tremenda come il giusto calmiere di un’arroganza nemmeno esperita fino in fondo. Fantozzi si fa calpestare e non ne gode, però nemmeno si indigna, perché dentro di sé si sente una merdaccia: lo diventa accettando che gli altri, i superiori e i suoi pari, lo trattino come tale. È un vigliacco, appunto, e tale rimane. La grandezza del Villaggio scrittore sta nell’aver concentrato tanta bassezza in un solo personaggio immortale, con la crudeltà - per niente sottomessa o sfigata - che ne ha sempre caratterizzato lo sguardo satirico e l’impronta comica. Scrittura la sua di corto respiro, inadatta al romanzo ma essenziale e implacabile, assimilabile forse soltanto a quella di Lucio Mastronardi e, in fondo, priva di eredi: come Villaggio non ce ne sono stati altri e le sue creature restano insuperate, inimitabili, tragicamente attuali. Dovremmo odiarlo, Fantozzi, e con lui tutti i Calboni, i Filini e le Pine di questo mondo. Si salvano soltanto i megadirettori perché sono ontologicamente crudeli e, in questo, trasparenti: hanno il potere e non possono che usarlo per opprimere. La massa degli inferiori, invece, il potere potrebbe averlo ma ne rifiuta il fardello, ne teme l’impegno e, dopo tutto, non sa che farsene. Non comanda e non fotte. Dovremmo odiare tutto ciò, ma lo celebriamo perché vogliamo credere che ci assolva, quando invece ci condanna inesorabilmente. Tutti noi, figli - per dirla come Villaggio - di una cultura mostruosa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fantozzi-torna-nei-cinema-2671077276.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spielberg-sapeva-i-film-a-memoria" data-post-id="2671077276" data-published-at="1738582962" data-use-pagination="False"> «Spielberg sapeva i film a memoria» «Fantoni, è lei?». Ero tentato di iniziare così, citazionisticamente, la chiacchierata telefonica con l’attore Gianni Fantoni: «Fantoni», infatti, avrebbe ben potuto essere una delle storpiature da cui è bersagliato il ragionier Ugo Fantozzi nei dieci film che ne compongono la leggendaria saga, inauguratasi - nella versione cinematografica - esattamente cinquant’anni fa. E la rassomiglianza dei due cognomi, Fantoni e Fantozzi, è forse un piccolo segno del destino, un punto di partenza per sondare il rapporto quasi fatale che lega appunto Fantoni alla maschera più celebre tra quelle ideate dal genio di Paolo Villaggio. Ferrarese, classe 1967, Fantoni ha iniziato la carriera artistica proprio imitando Fantozzi e, pur avendo realizzato in seguito molte altre cose, non ha mai smesso di farlo. Al momento, per esempio, sta riportando in scena con successo lo spettacolo teatrale Fantozzi. Una tragedia, a cui si può ancora assistere - prima di una pausa che durerà fino al prossimo autunno - nelle città toscane di Carrara (5 e 6 febbraio, Teatro degli Animosi), Lucca (dal 7 al 9, Teatro del Giglio) e Pistoia (15 e 16, Teatro Manzoni). Fantoni, quando ha iniziato a imitare Fantozzi? «Alle scuole medie, perché lo imitava anche un mio professore. Mi sono appassionato al personaggio e di lì a poco ho acquistato il libro Fantozzi contro tutti, che era uscito pochi anni prima e da cui nel 1980 è stato tratto il terzo film della serie. Ma Fantozzi ha rappresentato anche il mio debutto come comico professionista». Quando? «Nel 1990, all’interno della trasmissione della Rai Stasera mi butto. Al provino mi ero portato una ventina di personaggi, ma andai nel pallone e non riuscii a farne nessuno tranne Villaggio. Fu sufficiente perché mi chiamassero alla seconda puntata, però il regista, Pier Francesco Pingitore, mi chiese di fare esclusivamente Fantozzi». Accadde più o meno la stessa cosa qualche anno dopo, a La sai l’ultima? su Canale 5. «Sì, anche Pippo Franco mi impose Fantozzi, senza concedermi alternative». Ne soffriva? «Non particolarmente, anche se sapevo di avere altre frecce al mio arco e diversificare un po’ non mi sarebbe dispiaciuto». Nel frattempo aveva conosciuto Villaggio di persona. «Nel 1991, quando Antonio Ricci mi propose per Paperissima una gag in cui Villaggio avrebbe dovuto recuperare il personaggio del Professor Kranz duettando con Lorella Cuccarini. Io ero dietro le quinte e “doppiavo” Lorella dal vivo, facendo parlare anche lei come Kranz. Villaggio, in un corridoio, mi diede dei consigli per riprodurre al meglio la sua voce: “Più nasale, più nasale!”, mi diceva (qui Fantoni imita alla perfezione Villaggio). Dopodiché non ci siamo più visti per un paio d’anni». A quando risale l’idea di portare Fantozzi in teatro? «Ormai a una decina di anni fa. Inizialmente pensavo a un musical, poi questo progetto non ha potuto concretizzarsi e allora ho optato per la prosa. Da quel momento, Villaggio ho iniziato a frequentarlo molto di più, anche perché le trattative per il contratto sono durate almeno un anno e mezzo dato che Paolo, giustamente, era molto geloso del suo personaggio più importante («Fantozzi è la mia vita», confessava) e voleva capire bene a chi stesse per metterlo in mano. Alla fine, nel contratto, volle che fosse scritto che Fantozzi avrei potuto interpretarlo solamente io». Un bel riconoscimento. «Paolo mi diceva: “Puoi non farlo tu soltanto se sarai prossimo alla morte”». Villaggio parlava spesso della morte. «Spessissimo. Era una forma di scaramanzia ma anche un modo per dare sfogo al suo umorismo nero, macabro, al suo bisogno di ironizzare su temi tabù». A parte essere entrato già da tempo nel lessico italiano con l’aggettivo «fantozziano», Fantozzi seguita a presidiare il nostro immaginario con un formidabile ricambio generazionale. Tanti bambini, tutt’oggi, guardano i suoi film e ne imitano smorfie e movenze. Come se lo spiega? «Alla base c’è la forza della scrittura di Villaggio. I romanzi di Fantozzi fanno ancora ridere come cinquant’anni fa e non c’è dubbio che la scrittura sia il veicolo più arduo con cui suscitare il riso; sono ormai considerabili, insomma, dei libri senza tempo, dei veri e propri classici. Poi, ovviamente, c’è la grandezza di Villaggio come attore comico». Fantozzi, che lei sappia, ha un qualche seguito anche all’estero? «Il fumettista Max Bunker, il creatore di Alan Ford, una volta mi ha detto che una quarantina d’anni fa passò del tempo a discorrere di Fantozzi con Steven Spielberg, il quale ne conosceva a menadito i primi tre o quattro film. Poi Fantozzi è molto amato in Russia, dove il primo romanzo della saga, uscito nel 1971, ricevette il Premio Gogol come “Miglior opera umoristica”. Dico di più: se non fosse scoppiata la guerra con l’Ucraina, il mio spettacolo avrebbe dovuto essere co-prodotto dal Teatro di San Pietroburgo». Fantozzi. Una tragedia si rifà in particolare ai primi due capitoli di Fantozzi. «Sì, ma con il regista, David Livermore, ci siamo immediatamente resi conto di non dover seguire la strada della fedeltà pedissequa all’originale, perché avremmo inevitabilmente dato vita a una brutta copia. Abbiamo, quindi, concepito uno spettacolo fuori dall’ordinario, privo di scenografia. È un po’ come vedere Fantozzi dentro un sogno o in un universo parallelo. Il mio è un Fantozzi alternativo, non mimetico». È soddisfatto del riscontro di pubblico? «Sì, molto. Ogni sera gli applausi sono convinti e copiosi. Non dico che arrivino a 92 minuti, ma decisamente non ci possiamo lamentare».
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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