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2025-02-03
Fantozzi torna nei cinema. La maschera di Villaggio è ormai diventata un classico
Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci».
Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.
Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.
Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga - dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa - da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.
Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti - specie i meno nobili - del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero - e con forza - al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando - con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche - il Pantagruel di François Rabelais.
Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.
Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.
Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.
Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che - fatta eccezione per pochi privilegiati - condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza - come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito - è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.
È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.
È un vigliacco in completo marrone. Che, però, ci fa sentire tutti migliori
Rivelatore fu l’intervento di Evgenij Evtusenko, un gigante della poesia russa: «Eravamo in un seriosissimo consesso di intellettuali a Venezia. Facce truci, altere. Gli domandarono chi fosse lo scrittore italiano che apprezzava di più e lui rispose che le mie pagine gli ricordavano Cechov e Gogol. Tra l’altro il grande poeta russo mi storpiò il nome in Vigliacchio». Ecco, sta tutto qui: grandezza e infamia, onori e piccinerie, genio e meschinità. Solo i grandi potrebbero suscitare i pubblici elogi di un intellettuale indimenticabile e, tra questi grandi, solo Paolo Villaggio avrebbe potuto meritare l’umiliante storpiatura (così l’avrebbe probabilmente definita, con la consueta intonazione cavernosa fantozziana).
Perché in fondo era vero: Ugo Fantozzi, uno dei personaggi più conosciuti nella storia del cinema e della narrativa italiana - conosciuto persino da chi non ha visto i film né letto libri - è un vigliacco e dei peggiori. Gli italiani, a ben vedere, dovrebbero detestarlo e maledirlo, invece lo amano da generazioni, ne clonano la voce, ne ripetono le battute che da decenni ne hanno innervato l’immaginario e il vernacolo. Si potrebbe dire, meglio, che gli italiani adorano impersonare Fantozzi, immergersi nei suoi abissi e riemergerne rinfrancati. Come se, dopo tutto, quell’omuncolo non li riguardasse. E poi ridono, di un riso grasso che cela l’amarezza, lo sghignazzo che si riserva alla comicità slapstick, torte in faccia e botte da orbi.
Dentro, però, lo sanno - anzi, lo sappiamo - che quel ragioniere in completo marrone (o in mutande e canottiera) è il peggio di noi, un peggio che ci appartiene. Funziona, Fantozzi, forse perché fa sentire tutti migliori. E invece - come cantava Fabrizio De André, fraterno amico e compagno di scorribande di Villaggio - siamo tutti coinvolti e colpevoli. Perché qui non si tratta di sorridere dello sfigato dal cuore dolce che un po’ ricorda le comuni e umane debolezze. Fantozzi, in effetti, è un mostro. È codardo e untuoso, sottomesso ai potenti senza possibilità di redenzione. Tremebondo, ha paura di tutto, in primis di vivere. E, infatti, resta imprigionato in un lavoro che detesta e che l’opprime ma che, probabilmente, fa male e da incompetente. Si circonda di presunti amici che talvolta lo sfruttano talaltra si rivelano peggiori di lui. È costretto in una biccoca in cui l’amore coniugale scolora in «stima» («Ugo, ti stimo tantissimo», così la Pina). Del resto egli desidera una donna che non è sua moglie (la signorina Silvani), ma solo perché la desiderano tutti gli altri. E non perde l’occasione di tradirla, la moglie, non appena gli balena in petto un minimo di iniziativa, salvo poi tornare sui propri passi quando scopre di non essere all’altezza dei suoi stessi desideri.
Sì, è vero: in qualche occasione il ragioniere tenta di redimersi, ha slanci di affetto e fa funzionare il cuore intenerendo il nostro. Ma poi? Poi tutto ritorna nel grigio, nell’assenza di ideali e di motivazione, nell’apatia burocratica. Fantozzi è un ingranaggio consapevole ma privo di opinioni a riguardo, che non si ribella mai e, se lo fa accetta, la punizione tremenda come il giusto calmiere di un’arroganza nemmeno esperita fino in fondo. Fantozzi si fa calpestare e non ne gode, però nemmeno si indigna, perché dentro di sé si sente una merdaccia: lo diventa accettando che gli altri, i superiori e i suoi pari, lo trattino come tale. È un vigliacco, appunto, e tale rimane. La grandezza del Villaggio scrittore sta nell’aver concentrato tanta bassezza in un solo personaggio immortale, con la crudeltà - per niente sottomessa o sfigata - che ne ha sempre caratterizzato lo sguardo satirico e l’impronta comica. Scrittura la sua di corto respiro, inadatta al romanzo ma essenziale e implacabile, assimilabile forse soltanto a quella di Lucio Mastronardi e, in fondo, priva di eredi: come Villaggio non ce ne sono stati altri e le sue creature restano insuperate, inimitabili, tragicamente attuali.
Dovremmo odiarlo, Fantozzi, e con lui tutti i Calboni, i Filini e le Pine di questo mondo. Si salvano soltanto i megadirettori perché sono ontologicamente crudeli e, in questo, trasparenti: hanno il potere e non possono che usarlo per opprimere. La massa degli inferiori, invece, il potere potrebbe averlo ma ne rifiuta il fardello, ne teme l’impegno e, dopo tutto, non sa che farsene. Non comanda e non fotte. Dovremmo odiare tutto ciò, ma lo celebriamo perché vogliamo credere che ci assolva, quando invece ci condanna inesorabilmente. Tutti noi, figli - per dirla come Villaggio - di una cultura mostruosa.
«Spielberg sapeva i film a memoria»
«Fantoni, è lei?». Ero tentato di iniziare così, citazionisticamente, la chiacchierata telefonica con l’attore Gianni Fantoni: «Fantoni», infatti, avrebbe ben potuto essere una delle storpiature da cui è bersagliato il ragionier Ugo Fantozzi nei dieci film che ne compongono la leggendaria saga, inauguratasi - nella versione cinematografica - esattamente cinquant’anni fa. E la rassomiglianza dei due cognomi, Fantoni e Fantozzi, è forse un piccolo segno del destino, un punto di partenza per sondare il rapporto quasi fatale che lega appunto Fantoni alla maschera più celebre tra quelle ideate dal genio di Paolo Villaggio.
Ferrarese, classe 1967, Fantoni ha iniziato la carriera artistica proprio imitando Fantozzi e, pur avendo realizzato in seguito molte altre cose, non ha mai smesso di farlo. Al momento, per esempio, sta riportando in scena con successo lo spettacolo teatrale Fantozzi. Una tragedia, a cui si può ancora assistere - prima di una pausa che durerà fino al prossimo autunno - nelle città toscane di Carrara (5 e 6 febbraio, Teatro degli Animosi), Lucca (dal 7 al 9, Teatro del Giglio) e Pistoia (15 e 16, Teatro Manzoni).
Fantoni, quando ha iniziato a imitare Fantozzi?
«Alle scuole medie, perché lo imitava anche un mio professore. Mi sono appassionato al personaggio e di lì a poco ho acquistato il libro Fantozzi contro tutti, che era uscito pochi anni prima e da cui nel 1980 è stato tratto il terzo film della serie. Ma Fantozzi ha rappresentato anche il mio debutto come comico professionista».
Quando?
«Nel 1990, all’interno della trasmissione della Rai Stasera mi butto. Al provino mi ero portato una ventina di personaggi, ma andai nel pallone e non riuscii a farne nessuno tranne Villaggio. Fu sufficiente perché mi chiamassero alla seconda puntata, però il regista, Pier Francesco Pingitore, mi chiese di fare esclusivamente Fantozzi».
Accadde più o meno la stessa cosa qualche anno dopo, a La sai l’ultima? su Canale 5.
«Sì, anche Pippo Franco mi impose Fantozzi, senza concedermi alternative».
Ne soffriva?
«Non particolarmente, anche se sapevo di avere altre frecce al mio arco e diversificare un po’ non mi sarebbe dispiaciuto».
Nel frattempo aveva conosciuto Villaggio di persona. «Nel 1991, quando Antonio Ricci mi propose per Paperissima una gag in cui Villaggio avrebbe dovuto recuperare il personaggio del Professor Kranz duettando con Lorella Cuccarini. Io ero dietro le quinte e “doppiavo” Lorella dal vivo, facendo parlare anche lei come Kranz. Villaggio, in un corridoio, mi diede dei consigli per riprodurre al meglio la sua voce: “Più nasale, più nasale!”, mi diceva (qui Fantoni imita alla perfezione Villaggio). Dopodiché non ci siamo più visti per un paio d’anni».
A quando risale l’idea di portare Fantozzi in teatro?
«Ormai a una decina di anni fa. Inizialmente pensavo a un musical, poi questo progetto non ha potuto concretizzarsi e allora ho optato per la prosa. Da quel momento, Villaggio ho iniziato a frequentarlo molto di più, anche perché le trattative per il contratto sono durate almeno un anno e mezzo dato che Paolo, giustamente, era molto geloso del suo personaggio più importante («Fantozzi è la mia vita», confessava) e voleva capire bene a chi stesse per metterlo in mano. Alla fine, nel contratto, volle che fosse scritto che Fantozzi avrei potuto interpretarlo solamente io».
Un bel riconoscimento. «Paolo mi diceva: “Puoi non farlo tu soltanto se sarai prossimo alla morte”».
Villaggio parlava spesso della morte.
«Spessissimo. Era una forma di scaramanzia ma anche un modo per dare sfogo al suo umorismo nero, macabro, al suo bisogno di ironizzare su temi tabù».
A parte essere entrato già da tempo nel lessico italiano con l’aggettivo «fantozziano», Fantozzi seguita a presidiare il nostro immaginario con un formidabile ricambio generazionale. Tanti bambini, tutt’oggi, guardano i suoi film e ne imitano smorfie e movenze. Come se lo spiega?
«Alla base c’è la forza della scrittura di Villaggio. I romanzi di Fantozzi fanno ancora ridere come cinquant’anni fa e non c’è dubbio che la scrittura sia il veicolo più arduo con cui suscitare il riso; sono ormai considerabili, insomma, dei libri senza tempo, dei veri e propri classici. Poi, ovviamente, c’è la grandezza di Villaggio come attore comico».
Fantozzi, che lei sappia, ha un qualche seguito anche all’estero?
«Il fumettista Max Bunker, il creatore di Alan Ford, una volta mi ha detto che una quarantina d’anni fa passò del tempo a discorrere di Fantozzi con Steven Spielberg, il quale ne conosceva a menadito i primi tre o quattro film. Poi Fantozzi è molto amato in Russia, dove il primo romanzo della saga, uscito nel 1971, ricevette il Premio Gogol come “Miglior opera umoristica”. Dico di più: se non fosse scoppiata la guerra con l’Ucraina, il mio spettacolo avrebbe dovuto essere co-prodotto dal Teatro di San Pietroburgo».
Fantozzi. Una tragedia si rifà in particolare ai primi due capitoli di Fantozzi.
«Sì, ma con il regista, David Livermore, ci siamo immediatamente resi conto di non dover seguire la strada della fedeltà pedissequa all’originale, perché avremmo inevitabilmente dato vita a una brutta copia. Abbiamo, quindi, concepito uno spettacolo fuori dall’ordinario, privo di scenografia. È un po’ come vedere Fantozzi dentro un sogno o in un universo parallelo. Il mio è un Fantozzi alternativo, non mimetico».
È soddisfatto del riscontro di pubblico?
«Sì, molto. Ogni sera gli applausi sono convinti e copiosi. Non dico che arrivino a 92 minuti, ma decisamente non ci possiamo lamentare».
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Per i 50 anni dalla prima proiezione, la pellicola capostipite della saga di nuovo in sala il 27 marzo. Dalla signorina Silvani a Filini, da Calboni al cinefilo Riccardelli: alcuni personaggi sono eterni.Gli italiani dovrebbero odiarlo e invece lo amano, come se non li riguardasse. Eppure lo sappiamo che mostra il peggio di noi. Si salvano solo i megadirettori: hanno potere e non possono far altro che usarlo per opprimere.L’attore ed erede Gianni Fantoni: «Paolo era geloso del suo Ugo, ha messo nero su bianco che potevo interpretarlo solo io. In Russia è amato. Lo porto a teatro ma in un universo parallelo».Lo speciale contiene tre articoli.Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci». Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga - dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa - da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti - specie i meno nobili - del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero - e con forza - al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando - con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche - il Pantagruel di François Rabelais.Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che - fatta eccezione per pochi privilegiati - condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza - come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito - è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fantozzi-torna-nei-cinema-2671077276.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-un-vigliacco-in-completo-marrone-che-pero-ci-fa-sentire-tutti-migliori" data-post-id="2671077276" data-published-at="1738582962" data-use-pagination="False"> È un vigliacco in completo marrone. Che, però, ci fa sentire tutti migliori Rivelatore fu l’intervento di Evgenij Evtusenko, un gigante della poesia russa: «Eravamo in un seriosissimo consesso di intellettuali a Venezia. Facce truci, altere. Gli domandarono chi fosse lo scrittore italiano che apprezzava di più e lui rispose che le mie pagine gli ricordavano Cechov e Gogol. Tra l’altro il grande poeta russo mi storpiò il nome in Vigliacchio». Ecco, sta tutto qui: grandezza e infamia, onori e piccinerie, genio e meschinità. Solo i grandi potrebbero suscitare i pubblici elogi di un intellettuale indimenticabile e, tra questi grandi, solo Paolo Villaggio avrebbe potuto meritare l’umiliante storpiatura (così l’avrebbe probabilmente definita, con la consueta intonazione cavernosa fantozziana). Perché in fondo era vero: Ugo Fantozzi, uno dei personaggi più conosciuti nella storia del cinema e della narrativa italiana - conosciuto persino da chi non ha visto i film né letto libri - è un vigliacco e dei peggiori. Gli italiani, a ben vedere, dovrebbero detestarlo e maledirlo, invece lo amano da generazioni, ne clonano la voce, ne ripetono le battute che da decenni ne hanno innervato l’immaginario e il vernacolo. Si potrebbe dire, meglio, che gli italiani adorano impersonare Fantozzi, immergersi nei suoi abissi e riemergerne rinfrancati. Come se, dopo tutto, quell’omuncolo non li riguardasse. E poi ridono, di un riso grasso che cela l’amarezza, lo sghignazzo che si riserva alla comicità slapstick, torte in faccia e botte da orbi. Dentro, però, lo sanno - anzi, lo sappiamo - che quel ragioniere in completo marrone (o in mutande e canottiera) è il peggio di noi, un peggio che ci appartiene. Funziona, Fantozzi, forse perché fa sentire tutti migliori. E invece - come cantava Fabrizio De André, fraterno amico e compagno di scorribande di Villaggio - siamo tutti coinvolti e colpevoli. Perché qui non si tratta di sorridere dello sfigato dal cuore dolce che un po’ ricorda le comuni e umane debolezze. Fantozzi, in effetti, è un mostro. È codardo e untuoso, sottomesso ai potenti senza possibilità di redenzione. Tremebondo, ha paura di tutto, in primis di vivere. E, infatti, resta imprigionato in un lavoro che detesta e che l’opprime ma che, probabilmente, fa male e da incompetente. Si circonda di presunti amici che talvolta lo sfruttano talaltra si rivelano peggiori di lui. È costretto in una biccoca in cui l’amore coniugale scolora in «stima» («Ugo, ti stimo tantissimo», così la Pina). Del resto egli desidera una donna che non è sua moglie (la signorina Silvani), ma solo perché la desiderano tutti gli altri. E non perde l’occasione di tradirla, la moglie, non appena gli balena in petto un minimo di iniziativa, salvo poi tornare sui propri passi quando scopre di non essere all’altezza dei suoi stessi desideri. Sì, è vero: in qualche occasione il ragioniere tenta di redimersi, ha slanci di affetto e fa funzionare il cuore intenerendo il nostro. Ma poi? Poi tutto ritorna nel grigio, nell’assenza di ideali e di motivazione, nell’apatia burocratica. Fantozzi è un ingranaggio consapevole ma privo di opinioni a riguardo, che non si ribella mai e, se lo fa accetta, la punizione tremenda come il giusto calmiere di un’arroganza nemmeno esperita fino in fondo. Fantozzi si fa calpestare e non ne gode, però nemmeno si indigna, perché dentro di sé si sente una merdaccia: lo diventa accettando che gli altri, i superiori e i suoi pari, lo trattino come tale. È un vigliacco, appunto, e tale rimane. La grandezza del Villaggio scrittore sta nell’aver concentrato tanta bassezza in un solo personaggio immortale, con la crudeltà - per niente sottomessa o sfigata - che ne ha sempre caratterizzato lo sguardo satirico e l’impronta comica. Scrittura la sua di corto respiro, inadatta al romanzo ma essenziale e implacabile, assimilabile forse soltanto a quella di Lucio Mastronardi e, in fondo, priva di eredi: come Villaggio non ce ne sono stati altri e le sue creature restano insuperate, inimitabili, tragicamente attuali. Dovremmo odiarlo, Fantozzi, e con lui tutti i Calboni, i Filini e le Pine di questo mondo. Si salvano soltanto i megadirettori perché sono ontologicamente crudeli e, in questo, trasparenti: hanno il potere e non possono che usarlo per opprimere. La massa degli inferiori, invece, il potere potrebbe averlo ma ne rifiuta il fardello, ne teme l’impegno e, dopo tutto, non sa che farsene. Non comanda e non fotte. Dovremmo odiare tutto ciò, ma lo celebriamo perché vogliamo credere che ci assolva, quando invece ci condanna inesorabilmente. Tutti noi, figli - per dirla come Villaggio - di una cultura mostruosa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fantozzi-torna-nei-cinema-2671077276.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spielberg-sapeva-i-film-a-memoria" data-post-id="2671077276" data-published-at="1738582962" data-use-pagination="False"> «Spielberg sapeva i film a memoria» «Fantoni, è lei?». Ero tentato di iniziare così, citazionisticamente, la chiacchierata telefonica con l’attore Gianni Fantoni: «Fantoni», infatti, avrebbe ben potuto essere una delle storpiature da cui è bersagliato il ragionier Ugo Fantozzi nei dieci film che ne compongono la leggendaria saga, inauguratasi - nella versione cinematografica - esattamente cinquant’anni fa. E la rassomiglianza dei due cognomi, Fantoni e Fantozzi, è forse un piccolo segno del destino, un punto di partenza per sondare il rapporto quasi fatale che lega appunto Fantoni alla maschera più celebre tra quelle ideate dal genio di Paolo Villaggio. Ferrarese, classe 1967, Fantoni ha iniziato la carriera artistica proprio imitando Fantozzi e, pur avendo realizzato in seguito molte altre cose, non ha mai smesso di farlo. Al momento, per esempio, sta riportando in scena con successo lo spettacolo teatrale Fantozzi. Una tragedia, a cui si può ancora assistere - prima di una pausa che durerà fino al prossimo autunno - nelle città toscane di Carrara (5 e 6 febbraio, Teatro degli Animosi), Lucca (dal 7 al 9, Teatro del Giglio) e Pistoia (15 e 16, Teatro Manzoni). Fantoni, quando ha iniziato a imitare Fantozzi? «Alle scuole medie, perché lo imitava anche un mio professore. Mi sono appassionato al personaggio e di lì a poco ho acquistato il libro Fantozzi contro tutti, che era uscito pochi anni prima e da cui nel 1980 è stato tratto il terzo film della serie. Ma Fantozzi ha rappresentato anche il mio debutto come comico professionista». Quando? «Nel 1990, all’interno della trasmissione della Rai Stasera mi butto. Al provino mi ero portato una ventina di personaggi, ma andai nel pallone e non riuscii a farne nessuno tranne Villaggio. Fu sufficiente perché mi chiamassero alla seconda puntata, però il regista, Pier Francesco Pingitore, mi chiese di fare esclusivamente Fantozzi». Accadde più o meno la stessa cosa qualche anno dopo, a La sai l’ultima? su Canale 5. «Sì, anche Pippo Franco mi impose Fantozzi, senza concedermi alternative». Ne soffriva? «Non particolarmente, anche se sapevo di avere altre frecce al mio arco e diversificare un po’ non mi sarebbe dispiaciuto». Nel frattempo aveva conosciuto Villaggio di persona. «Nel 1991, quando Antonio Ricci mi propose per Paperissima una gag in cui Villaggio avrebbe dovuto recuperare il personaggio del Professor Kranz duettando con Lorella Cuccarini. Io ero dietro le quinte e “doppiavo” Lorella dal vivo, facendo parlare anche lei come Kranz. Villaggio, in un corridoio, mi diede dei consigli per riprodurre al meglio la sua voce: “Più nasale, più nasale!”, mi diceva (qui Fantoni imita alla perfezione Villaggio). Dopodiché non ci siamo più visti per un paio d’anni». A quando risale l’idea di portare Fantozzi in teatro? «Ormai a una decina di anni fa. Inizialmente pensavo a un musical, poi questo progetto non ha potuto concretizzarsi e allora ho optato per la prosa. Da quel momento, Villaggio ho iniziato a frequentarlo molto di più, anche perché le trattative per il contratto sono durate almeno un anno e mezzo dato che Paolo, giustamente, era molto geloso del suo personaggio più importante («Fantozzi è la mia vita», confessava) e voleva capire bene a chi stesse per metterlo in mano. Alla fine, nel contratto, volle che fosse scritto che Fantozzi avrei potuto interpretarlo solamente io». Un bel riconoscimento. «Paolo mi diceva: “Puoi non farlo tu soltanto se sarai prossimo alla morte”». Villaggio parlava spesso della morte. «Spessissimo. Era una forma di scaramanzia ma anche un modo per dare sfogo al suo umorismo nero, macabro, al suo bisogno di ironizzare su temi tabù». A parte essere entrato già da tempo nel lessico italiano con l’aggettivo «fantozziano», Fantozzi seguita a presidiare il nostro immaginario con un formidabile ricambio generazionale. Tanti bambini, tutt’oggi, guardano i suoi film e ne imitano smorfie e movenze. Come se lo spiega? «Alla base c’è la forza della scrittura di Villaggio. I romanzi di Fantozzi fanno ancora ridere come cinquant’anni fa e non c’è dubbio che la scrittura sia il veicolo più arduo con cui suscitare il riso; sono ormai considerabili, insomma, dei libri senza tempo, dei veri e propri classici. Poi, ovviamente, c’è la grandezza di Villaggio come attore comico». Fantozzi, che lei sappia, ha un qualche seguito anche all’estero? «Il fumettista Max Bunker, il creatore di Alan Ford, una volta mi ha detto che una quarantina d’anni fa passò del tempo a discorrere di Fantozzi con Steven Spielberg, il quale ne conosceva a menadito i primi tre o quattro film. Poi Fantozzi è molto amato in Russia, dove il primo romanzo della saga, uscito nel 1971, ricevette il Premio Gogol come “Miglior opera umoristica”. Dico di più: se non fosse scoppiata la guerra con l’Ucraina, il mio spettacolo avrebbe dovuto essere co-prodotto dal Teatro di San Pietroburgo». Fantozzi. Una tragedia si rifà in particolare ai primi due capitoli di Fantozzi. «Sì, ma con il regista, David Livermore, ci siamo immediatamente resi conto di non dover seguire la strada della fedeltà pedissequa all’originale, perché avremmo inevitabilmente dato vita a una brutta copia. Abbiamo, quindi, concepito uno spettacolo fuori dall’ordinario, privo di scenografia. È un po’ come vedere Fantozzi dentro un sogno o in un universo parallelo. Il mio è un Fantozzi alternativo, non mimetico». È soddisfatto del riscontro di pubblico? «Sì, molto. Ogni sera gli applausi sono convinti e copiosi. Non dico che arrivino a 92 minuti, ma decisamente non ci possiamo lamentare».
Elly Schlein e Beppe Sala (Imagoeconomica)
All’indomani del referendum sulla riforma della giustizia che ha visto trionfare il fronte del No, diventerebbe difficile giustificare un passaggio del genere. Di conseguenza il trasloco da Palazzo Marino a Roma per Sala si complica molto. E i nuovi sviluppi giudiziari non sono passati inosservati all’interno della politica, milanese e nazionale.
Tra i primi a commentare c’è stato Enrico Fedrighini, del Gruppo misto, da sempre contrario alla cessione dello stadio di Milano, operazione di cui ha sempre contestato l’opacità. «Come ripeto da tempo, la partita del Meazza è ancora aperta». La Lega, col segretario provinciale Samuele Piscina, ha definito «inquietanti» le rivelazioni della Procura e invita «la sinistra» a fare «l’unica cosa dignitosa: lasciare Palazzo Marino».
«Registriamo un silenzio imbarazzato e imbarazzante dai vertici del Pd nazionale. Siamo garantisti con tutti, lo siamo anche ora, ma mai come adesso servirebbe un po’ di chiarezza su questa vicenda, coperta da troppe zone d’ombra. Vediamo se il Pd milanese ritrova il dono della parola…», è il duro commento di Massimiliano Romeo, capogruppo dei senatori della Lega e segretario regionale della Lega Lombarda.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, già consigliere a Milano, si aspettava anche questo nuovo filone d’inchiesta sullo stadio: «Lo dissi già a suo tempo, esattamente lo scorso 1° ottobre, quando misi in guardia Sala dicendogli di aspettare a cantar vittoria sulla vendita perché la partita era ancora apertissima. Lo dissi e lo sottolineai, sia per le precedenti vicende relative a molti immobiliaristi ma soprattutto dopo che il centrosinistra tagliò notevolmente numerosi emendamenti in Consiglio comunale». De Corato poi ha puntualizzato: «Dopo i disastri su sicurezza, urbanistica e dulcis in fundo sullo stadio», prosegue, «è arrivato il momento che il sindaco vada a casa. Manca solo un anno e i milanesi non possono continuare a soffrire ed essere succubi di inchieste e vicende giudiziarie. Non se lo meritano». Per Deborah Giovanati, consigliere comunale di Forza Italia, «ciò che sta accadendo solleva interrogativi legittimi che non possono essere ignorati. Assistiamo a un susseguirsi di indagini che troppo spesso non portano a esiti concreti, alimentando il dubbio che si sta andando oltre il perimetro strettamente giudiziario». Poi ha aggiunto di avere «l’impressione che una parte della magistratura, in particolare quella riconducibile a Magistratura democratica, stia esercitando una pressione che finisce per avere un impatto politico diretto, colpendo di fatto il sindaco Sala e l’azione amministrativa della città. Ma il punto politico è ancora più chiaro: siamo di fronte a una lotta tutta interna alla sinistra, una resa dei conti che nulla ha a che fare con l’interesse dei cittadini. Una dinamica che, purtroppo, sta utilizzando anche lo strumento delle inchieste come terreno di scontro».
«La notizia dell’indagine della Procura di Milano sulla vendita dello stadio di San Siro non ci coglie affatto di sorpresa. Da anni il Movimento 5 stelle denuncia l’opacità e le critiche di un’operazione condotta all’insegna della scarsa trasparenza e di un rapporto malsano tra pubblico e interessi privati», il commento dell’europarlamentare Gaetano Pedullà, che puntualizza: «Le informazioni emerse confermano la fondatezza delle nostre preoccupazioni. Chi oggi cade dalle nuvole finge di non ricordare le numerose prese di posizione del M5s, sia in Comune che a livello nazionale ed europeo, contro una gestione del dossier San Siro che abbiamo sempre ritenuto ambigua e potenzialmente dannosa per i milanesi, il patrimonio pubblico e il tessuto urbano».
Per Nicola Di Marco, capogruppo pentastellato nel Consiglio regionale della Lombardia, «la speculazione immobiliare ha raggiunto livelli insostenibili e anche San Siro è stato sacrificato sull’altare del profitto. Nessuna consultazione con i cittadini, nessuna trasparenza nei processi decisionali, nessuna pianificazione chiara. Gli impatti ambientali vengono ignorati, i veri beneficiari delle operazioni restano nascosti dietro fondi di investimento opachi».
Diversa la posizione di Francesco Ascioti, segretario milanese di Azione: «Milano negli ultimi 15 anni si è affermata come capitale europea e un nuovo stadio era necessario. La politica sia all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte», per questo «ribadiamo la necessità di riconoscere alla città di Milano poteri speciali che siano idonei ad affrontare le complessità con cui il sindaco e la giunta si misurano ogni giorno e che siano adatti ad amministrare, anche in chiave metropolitana una grande città internazionale come la nostra».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ennio Flaiano direbbe: «La situazione politica italiana è grave ma non è seria». Il suo giudizio, già valido allora, lo è ancor di più oggi. L’esito del referendum, sul quale evidentemente ogni partito aveva puntato tutto, ha prodotto una serie di conseguenze molto gravi ma a tratti anche grottesche. Sia a sinistra che a destra. Un’isteria collettiva che rischia di generare mostri come quello delle elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese in mano a Giuseppe Conte. Ecco, per scongiurare questa sventura, il governo ha solo una possibilità per poter essere ricordato alle urne: fare qualcosa per il ceto medio. Abbassare le tasse, il costo del lavoro, i carburanti, o qualsiasi altra diavoleria che permetta agli italiani di mettersi un po’ di soldi in tasca. Altrimenti il rischio di regalare la vittoria a Schlein & Co. è molto probabile. La premier Giorgia Meloni tira dritto come un caterpillar. La Camera approva la fiducia al governo sul decreto bollette. Tra le novità c’è un bonus una tantum da 115 euro e alcune misure per le imprese.
A una settimana dalla débâcle referendaria si sta ancora riflettendo su cosa sia andato storto, sul perché gli italiani abbiano bocciato la riforma. La premier, che non è una sprovveduta e sa quello che fa, punta ad archiviare rapidamente la faccenda e a ricucire lo strappo con gli elettori.
Segniamoci questa data: 9 aprile. Meloni esporrà un’informativa alla Camera e al Senato (senza voto dell’aula), per fugare le malsane idee di qualcuno circa un voto anticipato e dimostrare che l’intenzione è quella di andare avanti e che il referendum non ha affossato il suo governo. La premier illustrerà i provvedimenti «su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare», dicono da Palazzo Chigi. Sarà la prima uscita pubblica ufficiale della presidente del Consiglio dopo un lungo e inedito silenzio.
«La premier non sfugge dal Parlamento», commenta il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. «L’informativa sarà l’occasione per raccontare cosa sta facendo sui dossier principali del governo e che non sono le fantasie sul voto anticipato e rimpasti che sono già alle nostre spalle». Parte, dunque, la fase due del governo. «Sapete come dicono i francesi? Reculer pour mieux avancer. Prendere la rincorsa per avanzare meglio», il commento del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Forse la premier annuncerà anche i nuovi nomi della squadra di governo ferma restando la volontà di non andare a un rimpasto che porti a un Meloni bis. Semmai un «rimpastino». Non vuole un Meloni bis e scongiura le elezioni anticipate perché coltiva l’obiettivo di essere a capo del governo più longevo della storia repubblicana. Senza però dover tirare a campare.
All’interno della maggioranza, però, c’è lo stesso chi guarda con preoccupazione all’ultimo miglio della legislatura: una sfida che sembra ancora aperta tra centrosinistra e centrodestra. Per alcuni il voto anticipato servirebbe a spiazzare gli avversari e conservare un bacino elettorale che ancora tiene malgrado l’esito del referendum, evitando così di affrontare alcuni dossier economici delicati e i continui litigi interni. L’indiscrezione circola ma è piuttosto irrealistica. C’è una data che riecheggia nell’aria: domenica 7 giugno. L’unica finestra temporale per garantire lo svolgimento del voto nel 2026, prima dell’estate e della marcia a tappe forzate verso la prossima manovra.
Matteo Salvini da giorni parla il meno possibile. Al suo posto lo fa l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, in missione verso l’Ucraina: «Nessuno pensa a elezioni anticipate. Si stanno perdendo ore importanti nei dibattiti sul dopo voto». «Non mi risultano elezioni anticipate, ma aggiustamenti di direzione, del tutto compatibili con una impostazione che vede nella stabilità del governo un valore aggiunto per l’Italia», aggiunge il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Il focus adesso è sulla legge elettorale. Partita ieri in commissione Affari Costituzionali alla Camera l’esame dello Stabilicum, la proposta targata centrodestra. La maggioranza cercherà l’intesa con il centrosinistra, ma le opposizioni per il momento fanno muro.
I prossimi mesi non saranno comunque una passeggiata di salute per il governo. Forza Italia è alle prese con un processo di rinnovamento richiesto da Marina Berlusconi: Maurizio Gasparri ieri è stato eletto presidente della commissione Esteri e Difesa al Senato, dopo le dimissioni coatte da capogruppo di Forza Italia al Senato, sostituito da Stefania Craxi. La Lega cerca di spostarsi più a destra per frenare l’emorragia di voti verso Futuro nazionale di Roberto Vannacci che intanto ieri ha votato no al decreto bollette e contro la fiducia al governo.
La presidente del Consiglio per ora rimane in silenzio: non ha impegni istituzionali, non ci sono nemmeno Consigli dei ministri in agenda fino a dopo Pasqua. È concentrata sulle prossime mosse per fronteggiare i rincari energetici: il 7 aprile scade la misura sulle accise mobili. Nuovi «incisivi» interventi, dovrebbero arrivare dopo Pasqua. «Si va avanti», ripete in privato a chiunque le scriva o la chiami: «Lasciamoci il referendum alle spalle».
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Nel riquadro la giornalista americana Shelly Kittleson (Ansa)
La notizia è stata successivamente confermata dal ministero dell’Interno iracheno attraverso una nota ufficiale, nella quale però non veniva indicata l’identità della persona coinvolta. Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità, al sequestro avrebbero partecipato due automobili: una di queste è stata intercettata durante la fuga e si è schiantata, mentre il mezzo su cui viaggiava la giornalista è riuscito ad allontanarsi. «Le forze di sicurezza hanno avviato immediatamente un’operazione per individuare i responsabili, basandosi su informazioni di intelligence accurate», ha fatto sapere il ministero anche se restano da chiarire la dinamica e il movente dell’episodio.
Sul fronte di Teheran, i pasdaran hanno annunciato che dal 1° aprile prenderanno di mira le aziende statunitensi presenti nella regione in risposta agli attacchi contro Teheran. Secondo i media statali, tra le società citate figurano Microsoft, Google, Apple, Intel, Ibm, Tesla e Boeing. Nel comunicato si afferma che queste aziende «devono aspettarsi la distruzione delle loro unità» con l’avvio delle azioni fissato alle 20 ora locale. La tensione è aumentata anche dopo l’attacco contro una petroliera nel porto di Dubai. La Kuwait Petroleum Corporation ha confermato che la nave kuwaitiana al-Salmi, completamente carica, ha subito danni allo scafo e un incendio a bordo successivamente contenuto. Non risultano vittime, mentre proseguono i controlli per escludere perdite di greggio. Sul piano militare, gli Stati Uniti avrebbero colpito un grande deposito di munizioni a Isfahan con bombe antibunker da circa 900 chilogrammi, secondo un funzionario citato dal Wall Street Journal. Nelle stesse ore i media iraniani hanno segnalato esplosioni a Teheran e Zanjan, mentre l’agenzia Tasnim ha riferito di una sottostazione elettrica colpita nella capitale. Israele ha annunciato l’intercettazione di missili lanciati dall’Iran, con sirene d’allarme attivate a Gerusalemme e in altre città del Sud e del Nord. Allarmi anche in Bahrein, mentre l’Arabia Saudita ha comunicato l’intercettazione di tre missili balistici diretti verso Riad. Preoccupazione crescente riguarda anche la missione Onu in Libano: dieci Paesi europei e l’Unione europea hanno chiesto garanzie per il contingente Unifil dopo la morte di tre militari nelle ultime 48 ore. Intanto, secondo fonti diplomatiche, diversi alleati arabi degli Stati Uniti nel Golfo avrebbero sollecitato Washington a proseguire l’offensiva contro Teheran. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe informato il governo di contatti con Paesi arabi per valutare un’azione coordinata. Da Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha negato negoziati diretti con Washington, parlando solo di eventuali contatti indiretti. Un funzionario iraniano ha inoltre dichiarato che nessuna nave potrà attraversare lo Stretto di Hormuz senza autorizzazione, mentre il parlamento ha approvato un piano per introdurre pedaggi alle imbarcazioni in transito. In questo contesto, il Pakistan starebbe valutando di garantire passaggi sicuri registrando navi straniere sotto «bandiera di comodo», con l’Iran che avrebbe già autorizzato il transito di 20 imbarcazioni sotto bandiera pakistana. Infine, l’ambasciatore russo a Teheran afferma che Mojtaba Khamenei è in Iran e non in Russia «ma non si mostra per motivi di sicurezza».
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