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2025-02-03
Fantozzi torna nei cinema. La maschera di Villaggio è ormai diventata un classico
Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci».
Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.
Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.
Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga - dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa - da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.
Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti - specie i meno nobili - del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero - e con forza - al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando - con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche - il Pantagruel di François Rabelais.
Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.
Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.
Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.
Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che - fatta eccezione per pochi privilegiati - condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza - come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito - è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.
È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.
È un vigliacco in completo marrone. Che, però, ci fa sentire tutti migliori
Rivelatore fu l’intervento di Evgenij Evtusenko, un gigante della poesia russa: «Eravamo in un seriosissimo consesso di intellettuali a Venezia. Facce truci, altere. Gli domandarono chi fosse lo scrittore italiano che apprezzava di più e lui rispose che le mie pagine gli ricordavano Cechov e Gogol. Tra l’altro il grande poeta russo mi storpiò il nome in Vigliacchio». Ecco, sta tutto qui: grandezza e infamia, onori e piccinerie, genio e meschinità. Solo i grandi potrebbero suscitare i pubblici elogi di un intellettuale indimenticabile e, tra questi grandi, solo Paolo Villaggio avrebbe potuto meritare l’umiliante storpiatura (così l’avrebbe probabilmente definita, con la consueta intonazione cavernosa fantozziana).
Perché in fondo era vero: Ugo Fantozzi, uno dei personaggi più conosciuti nella storia del cinema e della narrativa italiana - conosciuto persino da chi non ha visto i film né letto libri - è un vigliacco e dei peggiori. Gli italiani, a ben vedere, dovrebbero detestarlo e maledirlo, invece lo amano da generazioni, ne clonano la voce, ne ripetono le battute che da decenni ne hanno innervato l’immaginario e il vernacolo. Si potrebbe dire, meglio, che gli italiani adorano impersonare Fantozzi, immergersi nei suoi abissi e riemergerne rinfrancati. Come se, dopo tutto, quell’omuncolo non li riguardasse. E poi ridono, di un riso grasso che cela l’amarezza, lo sghignazzo che si riserva alla comicità slapstick, torte in faccia e botte da orbi.
Dentro, però, lo sanno - anzi, lo sappiamo - che quel ragioniere in completo marrone (o in mutande e canottiera) è il peggio di noi, un peggio che ci appartiene. Funziona, Fantozzi, forse perché fa sentire tutti migliori. E invece - come cantava Fabrizio De André, fraterno amico e compagno di scorribande di Villaggio - siamo tutti coinvolti e colpevoli. Perché qui non si tratta di sorridere dello sfigato dal cuore dolce che un po’ ricorda le comuni e umane debolezze. Fantozzi, in effetti, è un mostro. È codardo e untuoso, sottomesso ai potenti senza possibilità di redenzione. Tremebondo, ha paura di tutto, in primis di vivere. E, infatti, resta imprigionato in un lavoro che detesta e che l’opprime ma che, probabilmente, fa male e da incompetente. Si circonda di presunti amici che talvolta lo sfruttano talaltra si rivelano peggiori di lui. È costretto in una biccoca in cui l’amore coniugale scolora in «stima» («Ugo, ti stimo tantissimo», così la Pina). Del resto egli desidera una donna che non è sua moglie (la signorina Silvani), ma solo perché la desiderano tutti gli altri. E non perde l’occasione di tradirla, la moglie, non appena gli balena in petto un minimo di iniziativa, salvo poi tornare sui propri passi quando scopre di non essere all’altezza dei suoi stessi desideri.
Sì, è vero: in qualche occasione il ragioniere tenta di redimersi, ha slanci di affetto e fa funzionare il cuore intenerendo il nostro. Ma poi? Poi tutto ritorna nel grigio, nell’assenza di ideali e di motivazione, nell’apatia burocratica. Fantozzi è un ingranaggio consapevole ma privo di opinioni a riguardo, che non si ribella mai e, se lo fa accetta, la punizione tremenda come il giusto calmiere di un’arroganza nemmeno esperita fino in fondo. Fantozzi si fa calpestare e non ne gode, però nemmeno si indigna, perché dentro di sé si sente una merdaccia: lo diventa accettando che gli altri, i superiori e i suoi pari, lo trattino come tale. È un vigliacco, appunto, e tale rimane. La grandezza del Villaggio scrittore sta nell’aver concentrato tanta bassezza in un solo personaggio immortale, con la crudeltà - per niente sottomessa o sfigata - che ne ha sempre caratterizzato lo sguardo satirico e l’impronta comica. Scrittura la sua di corto respiro, inadatta al romanzo ma essenziale e implacabile, assimilabile forse soltanto a quella di Lucio Mastronardi e, in fondo, priva di eredi: come Villaggio non ce ne sono stati altri e le sue creature restano insuperate, inimitabili, tragicamente attuali.
Dovremmo odiarlo, Fantozzi, e con lui tutti i Calboni, i Filini e le Pine di questo mondo. Si salvano soltanto i megadirettori perché sono ontologicamente crudeli e, in questo, trasparenti: hanno il potere e non possono che usarlo per opprimere. La massa degli inferiori, invece, il potere potrebbe averlo ma ne rifiuta il fardello, ne teme l’impegno e, dopo tutto, non sa che farsene. Non comanda e non fotte. Dovremmo odiare tutto ciò, ma lo celebriamo perché vogliamo credere che ci assolva, quando invece ci condanna inesorabilmente. Tutti noi, figli - per dirla come Villaggio - di una cultura mostruosa.
«Spielberg sapeva i film a memoria»
«Fantoni, è lei?». Ero tentato di iniziare così, citazionisticamente, la chiacchierata telefonica con l’attore Gianni Fantoni: «Fantoni», infatti, avrebbe ben potuto essere una delle storpiature da cui è bersagliato il ragionier Ugo Fantozzi nei dieci film che ne compongono la leggendaria saga, inauguratasi - nella versione cinematografica - esattamente cinquant’anni fa. E la rassomiglianza dei due cognomi, Fantoni e Fantozzi, è forse un piccolo segno del destino, un punto di partenza per sondare il rapporto quasi fatale che lega appunto Fantoni alla maschera più celebre tra quelle ideate dal genio di Paolo Villaggio.
Ferrarese, classe 1967, Fantoni ha iniziato la carriera artistica proprio imitando Fantozzi e, pur avendo realizzato in seguito molte altre cose, non ha mai smesso di farlo. Al momento, per esempio, sta riportando in scena con successo lo spettacolo teatrale Fantozzi. Una tragedia, a cui si può ancora assistere - prima di una pausa che durerà fino al prossimo autunno - nelle città toscane di Carrara (5 e 6 febbraio, Teatro degli Animosi), Lucca (dal 7 al 9, Teatro del Giglio) e Pistoia (15 e 16, Teatro Manzoni).
Fantoni, quando ha iniziato a imitare Fantozzi?
«Alle scuole medie, perché lo imitava anche un mio professore. Mi sono appassionato al personaggio e di lì a poco ho acquistato il libro Fantozzi contro tutti, che era uscito pochi anni prima e da cui nel 1980 è stato tratto il terzo film della serie. Ma Fantozzi ha rappresentato anche il mio debutto come comico professionista».
Quando?
«Nel 1990, all’interno della trasmissione della Rai Stasera mi butto. Al provino mi ero portato una ventina di personaggi, ma andai nel pallone e non riuscii a farne nessuno tranne Villaggio. Fu sufficiente perché mi chiamassero alla seconda puntata, però il regista, Pier Francesco Pingitore, mi chiese di fare esclusivamente Fantozzi».
Accadde più o meno la stessa cosa qualche anno dopo, a La sai l’ultima? su Canale 5.
«Sì, anche Pippo Franco mi impose Fantozzi, senza concedermi alternative».
Ne soffriva?
«Non particolarmente, anche se sapevo di avere altre frecce al mio arco e diversificare un po’ non mi sarebbe dispiaciuto».
Nel frattempo aveva conosciuto Villaggio di persona. «Nel 1991, quando Antonio Ricci mi propose per Paperissima una gag in cui Villaggio avrebbe dovuto recuperare il personaggio del Professor Kranz duettando con Lorella Cuccarini. Io ero dietro le quinte e “doppiavo” Lorella dal vivo, facendo parlare anche lei come Kranz. Villaggio, in un corridoio, mi diede dei consigli per riprodurre al meglio la sua voce: “Più nasale, più nasale!”, mi diceva (qui Fantoni imita alla perfezione Villaggio). Dopodiché non ci siamo più visti per un paio d’anni».
A quando risale l’idea di portare Fantozzi in teatro?
«Ormai a una decina di anni fa. Inizialmente pensavo a un musical, poi questo progetto non ha potuto concretizzarsi e allora ho optato per la prosa. Da quel momento, Villaggio ho iniziato a frequentarlo molto di più, anche perché le trattative per il contratto sono durate almeno un anno e mezzo dato che Paolo, giustamente, era molto geloso del suo personaggio più importante («Fantozzi è la mia vita», confessava) e voleva capire bene a chi stesse per metterlo in mano. Alla fine, nel contratto, volle che fosse scritto che Fantozzi avrei potuto interpretarlo solamente io».
Un bel riconoscimento. «Paolo mi diceva: “Puoi non farlo tu soltanto se sarai prossimo alla morte”».
Villaggio parlava spesso della morte.
«Spessissimo. Era una forma di scaramanzia ma anche un modo per dare sfogo al suo umorismo nero, macabro, al suo bisogno di ironizzare su temi tabù».
A parte essere entrato già da tempo nel lessico italiano con l’aggettivo «fantozziano», Fantozzi seguita a presidiare il nostro immaginario con un formidabile ricambio generazionale. Tanti bambini, tutt’oggi, guardano i suoi film e ne imitano smorfie e movenze. Come se lo spiega?
«Alla base c’è la forza della scrittura di Villaggio. I romanzi di Fantozzi fanno ancora ridere come cinquant’anni fa e non c’è dubbio che la scrittura sia il veicolo più arduo con cui suscitare il riso; sono ormai considerabili, insomma, dei libri senza tempo, dei veri e propri classici. Poi, ovviamente, c’è la grandezza di Villaggio come attore comico».
Fantozzi, che lei sappia, ha un qualche seguito anche all’estero?
«Il fumettista Max Bunker, il creatore di Alan Ford, una volta mi ha detto che una quarantina d’anni fa passò del tempo a discorrere di Fantozzi con Steven Spielberg, il quale ne conosceva a menadito i primi tre o quattro film. Poi Fantozzi è molto amato in Russia, dove il primo romanzo della saga, uscito nel 1971, ricevette il Premio Gogol come “Miglior opera umoristica”. Dico di più: se non fosse scoppiata la guerra con l’Ucraina, il mio spettacolo avrebbe dovuto essere co-prodotto dal Teatro di San Pietroburgo».
Fantozzi. Una tragedia si rifà in particolare ai primi due capitoli di Fantozzi.
«Sì, ma con il regista, David Livermore, ci siamo immediatamente resi conto di non dover seguire la strada della fedeltà pedissequa all’originale, perché avremmo inevitabilmente dato vita a una brutta copia. Abbiamo, quindi, concepito uno spettacolo fuori dall’ordinario, privo di scenografia. È un po’ come vedere Fantozzi dentro un sogno o in un universo parallelo. Il mio è un Fantozzi alternativo, non mimetico».
È soddisfatto del riscontro di pubblico?
«Sì, molto. Ogni sera gli applausi sono convinti e copiosi. Non dico che arrivino a 92 minuti, ma decisamente non ci possiamo lamentare».
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Per i 50 anni dalla prima proiezione, la pellicola capostipite della saga di nuovo in sala il 27 marzo. Dalla signorina Silvani a Filini, da Calboni al cinefilo Riccardelli: alcuni personaggi sono eterni.Gli italiani dovrebbero odiarlo e invece lo amano, come se non li riguardasse. Eppure lo sappiamo che mostra il peggio di noi. Si salvano solo i megadirettori: hanno potere e non possono far altro che usarlo per opprimere.L’attore ed erede Gianni Fantoni: «Paolo era geloso del suo Ugo, ha messo nero su bianco che potevo interpretarlo solo io. In Russia è amato. Lo porto a teatro ma in un universo parallelo».Lo speciale contiene tre articoli.Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci». Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga - dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa - da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti - specie i meno nobili - del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero - e con forza - al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando - con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche - il Pantagruel di François Rabelais.Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che - fatta eccezione per pochi privilegiati - condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza - come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito - è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fantozzi-torna-nei-cinema-2671077276.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-un-vigliacco-in-completo-marrone-che-pero-ci-fa-sentire-tutti-migliori" data-post-id="2671077276" data-published-at="1738582962" data-use-pagination="False"> È un vigliacco in completo marrone. Che, però, ci fa sentire tutti migliori Rivelatore fu l’intervento di Evgenij Evtusenko, un gigante della poesia russa: «Eravamo in un seriosissimo consesso di intellettuali a Venezia. Facce truci, altere. Gli domandarono chi fosse lo scrittore italiano che apprezzava di più e lui rispose che le mie pagine gli ricordavano Cechov e Gogol. Tra l’altro il grande poeta russo mi storpiò il nome in Vigliacchio». Ecco, sta tutto qui: grandezza e infamia, onori e piccinerie, genio e meschinità. Solo i grandi potrebbero suscitare i pubblici elogi di un intellettuale indimenticabile e, tra questi grandi, solo Paolo Villaggio avrebbe potuto meritare l’umiliante storpiatura (così l’avrebbe probabilmente definita, con la consueta intonazione cavernosa fantozziana). Perché in fondo era vero: Ugo Fantozzi, uno dei personaggi più conosciuti nella storia del cinema e della narrativa italiana - conosciuto persino da chi non ha visto i film né letto libri - è un vigliacco e dei peggiori. Gli italiani, a ben vedere, dovrebbero detestarlo e maledirlo, invece lo amano da generazioni, ne clonano la voce, ne ripetono le battute che da decenni ne hanno innervato l’immaginario e il vernacolo. Si potrebbe dire, meglio, che gli italiani adorano impersonare Fantozzi, immergersi nei suoi abissi e riemergerne rinfrancati. Come se, dopo tutto, quell’omuncolo non li riguardasse. E poi ridono, di un riso grasso che cela l’amarezza, lo sghignazzo che si riserva alla comicità slapstick, torte in faccia e botte da orbi. Dentro, però, lo sanno - anzi, lo sappiamo - che quel ragioniere in completo marrone (o in mutande e canottiera) è il peggio di noi, un peggio che ci appartiene. Funziona, Fantozzi, forse perché fa sentire tutti migliori. E invece - come cantava Fabrizio De André, fraterno amico e compagno di scorribande di Villaggio - siamo tutti coinvolti e colpevoli. Perché qui non si tratta di sorridere dello sfigato dal cuore dolce che un po’ ricorda le comuni e umane debolezze. Fantozzi, in effetti, è un mostro. È codardo e untuoso, sottomesso ai potenti senza possibilità di redenzione. Tremebondo, ha paura di tutto, in primis di vivere. E, infatti, resta imprigionato in un lavoro che detesta e che l’opprime ma che, probabilmente, fa male e da incompetente. Si circonda di presunti amici che talvolta lo sfruttano talaltra si rivelano peggiori di lui. È costretto in una biccoca in cui l’amore coniugale scolora in «stima» («Ugo, ti stimo tantissimo», così la Pina). Del resto egli desidera una donna che non è sua moglie (la signorina Silvani), ma solo perché la desiderano tutti gli altri. E non perde l’occasione di tradirla, la moglie, non appena gli balena in petto un minimo di iniziativa, salvo poi tornare sui propri passi quando scopre di non essere all’altezza dei suoi stessi desideri. Sì, è vero: in qualche occasione il ragioniere tenta di redimersi, ha slanci di affetto e fa funzionare il cuore intenerendo il nostro. Ma poi? Poi tutto ritorna nel grigio, nell’assenza di ideali e di motivazione, nell’apatia burocratica. Fantozzi è un ingranaggio consapevole ma privo di opinioni a riguardo, che non si ribella mai e, se lo fa accetta, la punizione tremenda come il giusto calmiere di un’arroganza nemmeno esperita fino in fondo. Fantozzi si fa calpestare e non ne gode, però nemmeno si indigna, perché dentro di sé si sente una merdaccia: lo diventa accettando che gli altri, i superiori e i suoi pari, lo trattino come tale. È un vigliacco, appunto, e tale rimane. La grandezza del Villaggio scrittore sta nell’aver concentrato tanta bassezza in un solo personaggio immortale, con la crudeltà - per niente sottomessa o sfigata - che ne ha sempre caratterizzato lo sguardo satirico e l’impronta comica. Scrittura la sua di corto respiro, inadatta al romanzo ma essenziale e implacabile, assimilabile forse soltanto a quella di Lucio Mastronardi e, in fondo, priva di eredi: come Villaggio non ce ne sono stati altri e le sue creature restano insuperate, inimitabili, tragicamente attuali. Dovremmo odiarlo, Fantozzi, e con lui tutti i Calboni, i Filini e le Pine di questo mondo. Si salvano soltanto i megadirettori perché sono ontologicamente crudeli e, in questo, trasparenti: hanno il potere e non possono che usarlo per opprimere. La massa degli inferiori, invece, il potere potrebbe averlo ma ne rifiuta il fardello, ne teme l’impegno e, dopo tutto, non sa che farsene. Non comanda e non fotte. Dovremmo odiare tutto ciò, ma lo celebriamo perché vogliamo credere che ci assolva, quando invece ci condanna inesorabilmente. Tutti noi, figli - per dirla come Villaggio - di una cultura mostruosa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fantozzi-torna-nei-cinema-2671077276.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spielberg-sapeva-i-film-a-memoria" data-post-id="2671077276" data-published-at="1738582962" data-use-pagination="False"> «Spielberg sapeva i film a memoria» «Fantoni, è lei?». Ero tentato di iniziare così, citazionisticamente, la chiacchierata telefonica con l’attore Gianni Fantoni: «Fantoni», infatti, avrebbe ben potuto essere una delle storpiature da cui è bersagliato il ragionier Ugo Fantozzi nei dieci film che ne compongono la leggendaria saga, inauguratasi - nella versione cinematografica - esattamente cinquant’anni fa. E la rassomiglianza dei due cognomi, Fantoni e Fantozzi, è forse un piccolo segno del destino, un punto di partenza per sondare il rapporto quasi fatale che lega appunto Fantoni alla maschera più celebre tra quelle ideate dal genio di Paolo Villaggio. Ferrarese, classe 1967, Fantoni ha iniziato la carriera artistica proprio imitando Fantozzi e, pur avendo realizzato in seguito molte altre cose, non ha mai smesso di farlo. Al momento, per esempio, sta riportando in scena con successo lo spettacolo teatrale Fantozzi. Una tragedia, a cui si può ancora assistere - prima di una pausa che durerà fino al prossimo autunno - nelle città toscane di Carrara (5 e 6 febbraio, Teatro degli Animosi), Lucca (dal 7 al 9, Teatro del Giglio) e Pistoia (15 e 16, Teatro Manzoni). Fantoni, quando ha iniziato a imitare Fantozzi? «Alle scuole medie, perché lo imitava anche un mio professore. Mi sono appassionato al personaggio e di lì a poco ho acquistato il libro Fantozzi contro tutti, che era uscito pochi anni prima e da cui nel 1980 è stato tratto il terzo film della serie. Ma Fantozzi ha rappresentato anche il mio debutto come comico professionista». Quando? «Nel 1990, all’interno della trasmissione della Rai Stasera mi butto. Al provino mi ero portato una ventina di personaggi, ma andai nel pallone e non riuscii a farne nessuno tranne Villaggio. Fu sufficiente perché mi chiamassero alla seconda puntata, però il regista, Pier Francesco Pingitore, mi chiese di fare esclusivamente Fantozzi». Accadde più o meno la stessa cosa qualche anno dopo, a La sai l’ultima? su Canale 5. «Sì, anche Pippo Franco mi impose Fantozzi, senza concedermi alternative». Ne soffriva? «Non particolarmente, anche se sapevo di avere altre frecce al mio arco e diversificare un po’ non mi sarebbe dispiaciuto». Nel frattempo aveva conosciuto Villaggio di persona. «Nel 1991, quando Antonio Ricci mi propose per Paperissima una gag in cui Villaggio avrebbe dovuto recuperare il personaggio del Professor Kranz duettando con Lorella Cuccarini. Io ero dietro le quinte e “doppiavo” Lorella dal vivo, facendo parlare anche lei come Kranz. Villaggio, in un corridoio, mi diede dei consigli per riprodurre al meglio la sua voce: “Più nasale, più nasale!”, mi diceva (qui Fantoni imita alla perfezione Villaggio). Dopodiché non ci siamo più visti per un paio d’anni». A quando risale l’idea di portare Fantozzi in teatro? «Ormai a una decina di anni fa. Inizialmente pensavo a un musical, poi questo progetto non ha potuto concretizzarsi e allora ho optato per la prosa. Da quel momento, Villaggio ho iniziato a frequentarlo molto di più, anche perché le trattative per il contratto sono durate almeno un anno e mezzo dato che Paolo, giustamente, era molto geloso del suo personaggio più importante («Fantozzi è la mia vita», confessava) e voleva capire bene a chi stesse per metterlo in mano. Alla fine, nel contratto, volle che fosse scritto che Fantozzi avrei potuto interpretarlo solamente io». Un bel riconoscimento. «Paolo mi diceva: “Puoi non farlo tu soltanto se sarai prossimo alla morte”». Villaggio parlava spesso della morte. «Spessissimo. Era una forma di scaramanzia ma anche un modo per dare sfogo al suo umorismo nero, macabro, al suo bisogno di ironizzare su temi tabù». A parte essere entrato già da tempo nel lessico italiano con l’aggettivo «fantozziano», Fantozzi seguita a presidiare il nostro immaginario con un formidabile ricambio generazionale. Tanti bambini, tutt’oggi, guardano i suoi film e ne imitano smorfie e movenze. Come se lo spiega? «Alla base c’è la forza della scrittura di Villaggio. I romanzi di Fantozzi fanno ancora ridere come cinquant’anni fa e non c’è dubbio che la scrittura sia il veicolo più arduo con cui suscitare il riso; sono ormai considerabili, insomma, dei libri senza tempo, dei veri e propri classici. Poi, ovviamente, c’è la grandezza di Villaggio come attore comico». Fantozzi, che lei sappia, ha un qualche seguito anche all’estero? «Il fumettista Max Bunker, il creatore di Alan Ford, una volta mi ha detto che una quarantina d’anni fa passò del tempo a discorrere di Fantozzi con Steven Spielberg, il quale ne conosceva a menadito i primi tre o quattro film. Poi Fantozzi è molto amato in Russia, dove il primo romanzo della saga, uscito nel 1971, ricevette il Premio Gogol come “Miglior opera umoristica”. Dico di più: se non fosse scoppiata la guerra con l’Ucraina, il mio spettacolo avrebbe dovuto essere co-prodotto dal Teatro di San Pietroburgo». Fantozzi. Una tragedia si rifà in particolare ai primi due capitoli di Fantozzi. «Sì, ma con il regista, David Livermore, ci siamo immediatamente resi conto di non dover seguire la strada della fedeltà pedissequa all’originale, perché avremmo inevitabilmente dato vita a una brutta copia. Abbiamo, quindi, concepito uno spettacolo fuori dall’ordinario, privo di scenografia. È un po’ come vedere Fantozzi dentro un sogno o in un universo parallelo. Il mio è un Fantozzi alternativo, non mimetico». È soddisfatto del riscontro di pubblico? «Sì, molto. Ogni sera gli applausi sono convinti e copiosi. Non dico che arrivino a 92 minuti, ma decisamente non ci possiamo lamentare».
Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo (Getty Images)
Contro la sua partecipazione al festival letterario di Polignano a mare è partita diverse settimane fa una petizione firmata dal vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, dal sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, e persino da Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che parlando alla Stampa ha rivendicato il gesto spiegando che Nevo di fatto avalla lo sterminio dei palestinesi. Il caso è particolarmente emblematico (e grottesco) per varie ragioni. La prima è che Nevo è scrittore famoso e fino all’altro giorno coccolatissimo dalla sinistra intellettuale e dalla stampa di area, ha collaborato pure con Vanity Fair, rivista di riferimento del progressismo chic, e Repubblica non gli nega mai paginate ogni volta che esce un suo nuovo libro. C’è poi il dettaglio della posizione politica del nostro. Come praticamente tutti gli esponenti del mondo letterario, Nevo è ostile a Netanyahu e al suo governo, ma non abbastanza. Condanna cioè gli attacchi israeliani ma non il genocidio dei palestinesi. È dunque dalla parte giusta, ma non del tutto. Cioè non usa le precise parole, i precisi toni e i precisi concetti richiesti dalla mente collettiva dell’artista di sinistra. Almeno Erri De Luca si era dichiarato sionista, Nevo nemmeno quello: ne si richiede la censura non perché non si conforma, ma perché non si conforma a sufficienza.
Certo, anche stavolta ci sono i difensori progressisti della libertà di espressione, che hanno preso la penna per contestare la mordacchia al collega. Paolo Giordano ha scritto sul Corriere che non si può annegare uno scrittore in una ideologia e attribuirgli le malefatte di un governo. Anna Foa paventa la discriminazione ai danni dell’ebreo in quanto tale. Posizioni interessanti ma comunque curiose. Giordano era fra quelli che appoggiavano la censura del padiglione russo alla Biennale, la Foa ha scritto che cacciare De Luca da un festival «non è censura».
Di nuovo, tocca notare alcuni particolari. Il primo è che non c’è nessuno che si schieri contro la censura a prescindere, tutti fanno sempre dei distinguo. Chi ha difeso De Luca e chi si schiera con Nevo deve ogni volta ricordare che «hanno condannato Netanyahu», per spiegare che non sono poi così cattivi. Significa che non si tutela la libertà dell’artista: si difende un membro della corporazione cercando di dimostrare che non è troppo distante dall’ortodossia. Si difende quello che comunque è ostile al governo di Israele, che comunque è di sinistra, che comunque è «uno di noi». Su tutti gli altri la mannaia può calare serenamente. Non risulta infatti che ci siano stati accorati dibattiti fra illustri romanzieri sulle esclusioni di putiniani, no vax, razzisti, fascisti, e spauracchi assortiti. Questi discutono fra loro sull’opportunità di sanzionare il compagno che sbaglia, ma con i nemici del popolo nessuna pietà.
Non a caso non si leva mezza voce a contestare il delirante patentino antifascista che l’organizzazione del festival romano Più libri più liberi vuole imporre agli editori partecipanti, con il chiaro fine di escludere case editrici non conformi. Ricorderete la polemica: Passaggio al bosco ottenne regolarmente lo stand e subito si levarono appelli e proteste. Zerocalcare decise di boicottare la kermesse (sì, lo stesso fumettista autore del manifesto dell’assurdo corteo di sabato organizzato dalla Cgil per chiedere l’oscuramento della marcia per la remigrazione e della manifestazione per la vita). Ebbene, per evitare che alla prossima edizione di Più libri più liberi qualche sincero democratico si indisponga, ecco il patentino antifascista: se vuoi partecipare, devi aderire al pensiero prevalente.
«È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono», ha detto ieri Giorgia Meloni. «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Sante parole che dovrebbero essere pronunciate da scrittori e intellettuali, non da un premier. Ma gli intellettuali tacciono, perché ovviamente approvano la mordacchia. Non tacciono i politici del campo largo, che però aprono bocca per sostenere la censura. Giuseppe Conte ad esempio dice che la Meloni fa polemiche surreali sulla fiera del libro. Capito? È surreale lei, non il patentino da attribuire ai diligenti servi del potere.
Questo è il livello della sinistra italiana. Censura gli avversari politici, censura gli amici che dicono una parola di troppo o una di meno, censura (o prova a farlo) le manifestazioni pacifiche e autorizzate che non gradisce. Poi però evoca il ritorno del regime blaterando di Vannacci, di estrema destra e di onda nera. E lo fa stando all’opposizione: pensate che cosa accadrebbe se questa gente tornasse a governare, se riprendesse in mano anche le poche leve del potere che in questi anni ha dovuto abbandonare. Grazie alle polemiche su De Luca, Nevo, Vannacci eccetera sappiamo che cosa aspettarci da un eventuale ritorno dei progressisti: saranno più feroci di prima, e non faranno prigionieri.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Come si è visto nel 2019, quando con una mossa del cavallo portò il Pd ad allearsi con i 5 stelle per dare vita al Conte bis, è nelle situazioni di incertezza che il Bullo dà il meglio di sé. Del resto, pur non avendo fatto il militare, Renzi sarebbe perfetto come capo del Genio guastatori. Non sa vincere le guerre e neppure è in grado di assicurare la stabilità necessaria una volta raggiunta una tregua, ma è bravissimo a distruggere. Dunque, non mi stupisce che adesso stia scommettendo su Vannacci. Futuro nazionale rappresenta anche il suo futuro. La strategia è chiara: Renzi vuole gettare scompiglio nelle linee nemiche. Come gli americani quando in Afghanistan diedero le armi ai Talebani nella speranza che sconfiggessero per conto loro i russi, il Rottamatore sogna che il generale sia in grado di mettere in campo una milizia che sconfigga Giorgia Meloni. Più lui cresce, è il ragionamento del senatore semplice di Rignano, più il presidente del Consiglio perde.
Fin qui nulla da dire: fa parte delle regole del gioco. E quella in cui si è specializzato Renzi è una partita spregiudicata, dove ogni sgambetto e qualsiasi giravolta valgono. Detto ciò, però io non capisco perché il centrodestra si stia dando tanto da fare per demonizzare Vannacci. Le critiche contro il generale e contro la sua banda di descamisados non credo riusciranno a ottenere il risultato che ci si aspetta. Anzi: semmai contribuiranno a rafforzare Fn, dando a Vannacci e agli straccioni (la definizione è sua) che ha raccolto, maggiore visibilità. Attaccarlo, criminalizzarlo, definirlo un utile idiota pronto ad aiutare la sinistra, non servirà a fermarlo, ma semmai a innalzarlo a nemico numero uno. Nel centrodestra dovrebbero saperlo bene, perché per anni sono stati all’opposizione. Il gioco dell’uno contro tutti, contro la sinistra perché si dicono cose controcorrente, ma anche contro la destra perché non ci si è allineati, premia.
L’attuale maggioranza ha due modi per disinnescare Vannacci. Il primo è riuscire a rinchiudere il consenso del generale in un recinto che gli impedisca di andare oltre il 4%. Il secondo è raggiungere con lui un accordo. A mio parere, la prima possibilità è ormai sfumata, perché i sondaggi danno l’ex parà della Folgore già vicino al 5% e nei prossimi mesi potrebbe ancora salire. Dunque, escluderlo dalla competizione, con una legge elettorale che fissi una soglia di sbarramento oltre il 5%, pare impossibile. A questo punto resta, perciò, una sola strada: raggiungere un’intesa affinché il nuovo partito non contribuisca involontariamente alla vittoria della sinistra.
Lo so che è molto più facile stare all’opposizione che al governo. Dire che si devono smantellare le stupide regole europee che stanno condannando il nostro Paese alla deindustrializzazione è semplicissimo: la parte difficile consiste nello stabilire come fermare le politiche green della Ue e, soprattutto, evitare le sanzioni che Bruxelles ha escogitato per impedire a ogni singolo Stato di sottrarsi alle follie comunitarie. Non comporta grandi difficoltà, salvo replicare alle polemiche e alle accuse di xenofobia, neppure parlare di remigrazione: il problema è riuscire a farla, districandosi fra norme costituzionali, regole della magistratura e impedimenti dei trattati internazionali. Quando Giorgia Meloni stava all’opposizione, voleva attuare un blocco navale contro i migranti ma, una volta giunta nella stanza dei bottoni, si è resa conto che la magistratura, la presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, l’Europa e pure l’Onu non le avrebbero consentito nulla di tutto ciò. Dunque, si è dovuta barcamenare tra le difficoltà, riuscendo comunque a frenare gli sbarchi e ad aumentare i rimpatri. Ora, non avendo un trascorso al governo che gli possa venire rimproverato, Vannacci rilancia il blocco navale e la remigrazione, promettendo anche di dichiarare guerra all’Europa e al Green deal di Ursula von der Leyen. Nessuno sa dire come intenda fare tutto ciò e lui si guarda bene dal svelarlo. Critica la deriva woke e Lgbt, con un linguaggio che alcuni ritengono provocatorio? Ma per tre quarti e forse più è ciò che pensa l’opinione pubblica che, per quieto vivere, non si azzarda ad ammetterlo. Il generale, anche se non offre ricette concrete, sostiene ciò che gran parte dell’elettorato reputa giusto, sia in fatto di immigrazione che di transizione energetica o di politically correct.
Attaccarlo, dunque, a mio parere non serve a nulla. Anzi, rischia perfino di essere controproducente per i partiti che compongono il centrodestra, perché significa lasciare aperta a Vannacci la strada della grande prateria dei moderati, che certo vogliono la remigrazione, considerano il Green deal un suicidio e si augurano di poter fermare la propaganda Lgbt. Capisco che nella maggioranza lo considerino un populista e comprendo che qualcuno desidererebbe farlo sparire con un colpo di bacchetta magica, oppure silenziarlo (o imbavagliare i giornali) affinché smetta di parlare. Ma non è possibile. Il generale ha conquistato un’enclave nel centrodestra ed è intenzionato a difenderla con le unghie e i denti. Dunque, per non indebolire la maggioranza e perdere le elezioni (con i risultati horror di cui ho parlato ieri), resta una una sola possibilità: fare un accordo con lui. Piaccia o non piaccia (a Forza Italia o ad altri), un’altra via non c’è. Non ricordo più quale stratega lo dicesse, ma se non puoi battere l’avversario devi necessariamente scendere a patti.
Ps. La discesa in campo del generale può anche essere un’opportunità. Alla fine, si discute di remigrazione, sicurezza, Green deal, deriva woke senza più nessun timore. Paradossalmente, l’effetto Vannacci potrebbe portare allo stesso risultato visto in Ungheria, con una sfida tutta a destra che ha cancellato la sinistra.
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