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2025-02-03
Fantozzi torna nei cinema. La maschera di Villaggio è ormai diventata un classico
Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci».
Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.
Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.
Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga - dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa - da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.
Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti - specie i meno nobili - del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero - e con forza - al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando - con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche - il Pantagruel di François Rabelais.
Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.
Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.
Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.
Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che - fatta eccezione per pochi privilegiati - condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza - come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito - è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.
È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.
È un vigliacco in completo marrone. Che, però, ci fa sentire tutti migliori
Rivelatore fu l’intervento di Evgenij Evtusenko, un gigante della poesia russa: «Eravamo in un seriosissimo consesso di intellettuali a Venezia. Facce truci, altere. Gli domandarono chi fosse lo scrittore italiano che apprezzava di più e lui rispose che le mie pagine gli ricordavano Cechov e Gogol. Tra l’altro il grande poeta russo mi storpiò il nome in Vigliacchio». Ecco, sta tutto qui: grandezza e infamia, onori e piccinerie, genio e meschinità. Solo i grandi potrebbero suscitare i pubblici elogi di un intellettuale indimenticabile e, tra questi grandi, solo Paolo Villaggio avrebbe potuto meritare l’umiliante storpiatura (così l’avrebbe probabilmente definita, con la consueta intonazione cavernosa fantozziana).
Perché in fondo era vero: Ugo Fantozzi, uno dei personaggi più conosciuti nella storia del cinema e della narrativa italiana - conosciuto persino da chi non ha visto i film né letto libri - è un vigliacco e dei peggiori. Gli italiani, a ben vedere, dovrebbero detestarlo e maledirlo, invece lo amano da generazioni, ne clonano la voce, ne ripetono le battute che da decenni ne hanno innervato l’immaginario e il vernacolo. Si potrebbe dire, meglio, che gli italiani adorano impersonare Fantozzi, immergersi nei suoi abissi e riemergerne rinfrancati. Come se, dopo tutto, quell’omuncolo non li riguardasse. E poi ridono, di un riso grasso che cela l’amarezza, lo sghignazzo che si riserva alla comicità slapstick, torte in faccia e botte da orbi.
Dentro, però, lo sanno - anzi, lo sappiamo - che quel ragioniere in completo marrone (o in mutande e canottiera) è il peggio di noi, un peggio che ci appartiene. Funziona, Fantozzi, forse perché fa sentire tutti migliori. E invece - come cantava Fabrizio De André, fraterno amico e compagno di scorribande di Villaggio - siamo tutti coinvolti e colpevoli. Perché qui non si tratta di sorridere dello sfigato dal cuore dolce che un po’ ricorda le comuni e umane debolezze. Fantozzi, in effetti, è un mostro. È codardo e untuoso, sottomesso ai potenti senza possibilità di redenzione. Tremebondo, ha paura di tutto, in primis di vivere. E, infatti, resta imprigionato in un lavoro che detesta e che l’opprime ma che, probabilmente, fa male e da incompetente. Si circonda di presunti amici che talvolta lo sfruttano talaltra si rivelano peggiori di lui. È costretto in una biccoca in cui l’amore coniugale scolora in «stima» («Ugo, ti stimo tantissimo», così la Pina). Del resto egli desidera una donna che non è sua moglie (la signorina Silvani), ma solo perché la desiderano tutti gli altri. E non perde l’occasione di tradirla, la moglie, non appena gli balena in petto un minimo di iniziativa, salvo poi tornare sui propri passi quando scopre di non essere all’altezza dei suoi stessi desideri.
Sì, è vero: in qualche occasione il ragioniere tenta di redimersi, ha slanci di affetto e fa funzionare il cuore intenerendo il nostro. Ma poi? Poi tutto ritorna nel grigio, nell’assenza di ideali e di motivazione, nell’apatia burocratica. Fantozzi è un ingranaggio consapevole ma privo di opinioni a riguardo, che non si ribella mai e, se lo fa accetta, la punizione tremenda come il giusto calmiere di un’arroganza nemmeno esperita fino in fondo. Fantozzi si fa calpestare e non ne gode, però nemmeno si indigna, perché dentro di sé si sente una merdaccia: lo diventa accettando che gli altri, i superiori e i suoi pari, lo trattino come tale. È un vigliacco, appunto, e tale rimane. La grandezza del Villaggio scrittore sta nell’aver concentrato tanta bassezza in un solo personaggio immortale, con la crudeltà - per niente sottomessa o sfigata - che ne ha sempre caratterizzato lo sguardo satirico e l’impronta comica. Scrittura la sua di corto respiro, inadatta al romanzo ma essenziale e implacabile, assimilabile forse soltanto a quella di Lucio Mastronardi e, in fondo, priva di eredi: come Villaggio non ce ne sono stati altri e le sue creature restano insuperate, inimitabili, tragicamente attuali.
Dovremmo odiarlo, Fantozzi, e con lui tutti i Calboni, i Filini e le Pine di questo mondo. Si salvano soltanto i megadirettori perché sono ontologicamente crudeli e, in questo, trasparenti: hanno il potere e non possono che usarlo per opprimere. La massa degli inferiori, invece, il potere potrebbe averlo ma ne rifiuta il fardello, ne teme l’impegno e, dopo tutto, non sa che farsene. Non comanda e non fotte. Dovremmo odiare tutto ciò, ma lo celebriamo perché vogliamo credere che ci assolva, quando invece ci condanna inesorabilmente. Tutti noi, figli - per dirla come Villaggio - di una cultura mostruosa.
«Spielberg sapeva i film a memoria»
«Fantoni, è lei?». Ero tentato di iniziare così, citazionisticamente, la chiacchierata telefonica con l’attore Gianni Fantoni: «Fantoni», infatti, avrebbe ben potuto essere una delle storpiature da cui è bersagliato il ragionier Ugo Fantozzi nei dieci film che ne compongono la leggendaria saga, inauguratasi - nella versione cinematografica - esattamente cinquant’anni fa. E la rassomiglianza dei due cognomi, Fantoni e Fantozzi, è forse un piccolo segno del destino, un punto di partenza per sondare il rapporto quasi fatale che lega appunto Fantoni alla maschera più celebre tra quelle ideate dal genio di Paolo Villaggio.
Ferrarese, classe 1967, Fantoni ha iniziato la carriera artistica proprio imitando Fantozzi e, pur avendo realizzato in seguito molte altre cose, non ha mai smesso di farlo. Al momento, per esempio, sta riportando in scena con successo lo spettacolo teatrale Fantozzi. Una tragedia, a cui si può ancora assistere - prima di una pausa che durerà fino al prossimo autunno - nelle città toscane di Carrara (5 e 6 febbraio, Teatro degli Animosi), Lucca (dal 7 al 9, Teatro del Giglio) e Pistoia (15 e 16, Teatro Manzoni).
Fantoni, quando ha iniziato a imitare Fantozzi?
«Alle scuole medie, perché lo imitava anche un mio professore. Mi sono appassionato al personaggio e di lì a poco ho acquistato il libro Fantozzi contro tutti, che era uscito pochi anni prima e da cui nel 1980 è stato tratto il terzo film della serie. Ma Fantozzi ha rappresentato anche il mio debutto come comico professionista».
Quando?
«Nel 1990, all’interno della trasmissione della Rai Stasera mi butto. Al provino mi ero portato una ventina di personaggi, ma andai nel pallone e non riuscii a farne nessuno tranne Villaggio. Fu sufficiente perché mi chiamassero alla seconda puntata, però il regista, Pier Francesco Pingitore, mi chiese di fare esclusivamente Fantozzi».
Accadde più o meno la stessa cosa qualche anno dopo, a La sai l’ultima? su Canale 5.
«Sì, anche Pippo Franco mi impose Fantozzi, senza concedermi alternative».
Ne soffriva?
«Non particolarmente, anche se sapevo di avere altre frecce al mio arco e diversificare un po’ non mi sarebbe dispiaciuto».
Nel frattempo aveva conosciuto Villaggio di persona. «Nel 1991, quando Antonio Ricci mi propose per Paperissima una gag in cui Villaggio avrebbe dovuto recuperare il personaggio del Professor Kranz duettando con Lorella Cuccarini. Io ero dietro le quinte e “doppiavo” Lorella dal vivo, facendo parlare anche lei come Kranz. Villaggio, in un corridoio, mi diede dei consigli per riprodurre al meglio la sua voce: “Più nasale, più nasale!”, mi diceva (qui Fantoni imita alla perfezione Villaggio). Dopodiché non ci siamo più visti per un paio d’anni».
A quando risale l’idea di portare Fantozzi in teatro?
«Ormai a una decina di anni fa. Inizialmente pensavo a un musical, poi questo progetto non ha potuto concretizzarsi e allora ho optato per la prosa. Da quel momento, Villaggio ho iniziato a frequentarlo molto di più, anche perché le trattative per il contratto sono durate almeno un anno e mezzo dato che Paolo, giustamente, era molto geloso del suo personaggio più importante («Fantozzi è la mia vita», confessava) e voleva capire bene a chi stesse per metterlo in mano. Alla fine, nel contratto, volle che fosse scritto che Fantozzi avrei potuto interpretarlo solamente io».
Un bel riconoscimento. «Paolo mi diceva: “Puoi non farlo tu soltanto se sarai prossimo alla morte”».
Villaggio parlava spesso della morte.
«Spessissimo. Era una forma di scaramanzia ma anche un modo per dare sfogo al suo umorismo nero, macabro, al suo bisogno di ironizzare su temi tabù».
A parte essere entrato già da tempo nel lessico italiano con l’aggettivo «fantozziano», Fantozzi seguita a presidiare il nostro immaginario con un formidabile ricambio generazionale. Tanti bambini, tutt’oggi, guardano i suoi film e ne imitano smorfie e movenze. Come se lo spiega?
«Alla base c’è la forza della scrittura di Villaggio. I romanzi di Fantozzi fanno ancora ridere come cinquant’anni fa e non c’è dubbio che la scrittura sia il veicolo più arduo con cui suscitare il riso; sono ormai considerabili, insomma, dei libri senza tempo, dei veri e propri classici. Poi, ovviamente, c’è la grandezza di Villaggio come attore comico».
Fantozzi, che lei sappia, ha un qualche seguito anche all’estero?
«Il fumettista Max Bunker, il creatore di Alan Ford, una volta mi ha detto che una quarantina d’anni fa passò del tempo a discorrere di Fantozzi con Steven Spielberg, il quale ne conosceva a menadito i primi tre o quattro film. Poi Fantozzi è molto amato in Russia, dove il primo romanzo della saga, uscito nel 1971, ricevette il Premio Gogol come “Miglior opera umoristica”. Dico di più: se non fosse scoppiata la guerra con l’Ucraina, il mio spettacolo avrebbe dovuto essere co-prodotto dal Teatro di San Pietroburgo».
Fantozzi. Una tragedia si rifà in particolare ai primi due capitoli di Fantozzi.
«Sì, ma con il regista, David Livermore, ci siamo immediatamente resi conto di non dover seguire la strada della fedeltà pedissequa all’originale, perché avremmo inevitabilmente dato vita a una brutta copia. Abbiamo, quindi, concepito uno spettacolo fuori dall’ordinario, privo di scenografia. È un po’ come vedere Fantozzi dentro un sogno o in un universo parallelo. Il mio è un Fantozzi alternativo, non mimetico».
È soddisfatto del riscontro di pubblico?
«Sì, molto. Ogni sera gli applausi sono convinti e copiosi. Non dico che arrivino a 92 minuti, ma decisamente non ci possiamo lamentare».
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Per i 50 anni dalla prima proiezione, la pellicola capostipite della saga di nuovo in sala il 27 marzo. Dalla signorina Silvani a Filini, da Calboni al cinefilo Riccardelli: alcuni personaggi sono eterni.Gli italiani dovrebbero odiarlo e invece lo amano, come se non li riguardasse. Eppure lo sappiamo che mostra il peggio di noi. Si salvano solo i megadirettori: hanno potere e non possono far altro che usarlo per opprimere.L’attore ed erede Gianni Fantoni: «Paolo era geloso del suo Ugo, ha messo nero su bianco che potevo interpretarlo solo io. In Russia è amato. Lo porto a teatro ma in un universo parallelo».Lo speciale contiene tre articoli.Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci». Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga - dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa - da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti - specie i meno nobili - del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero - e con forza - al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando - con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche - il Pantagruel di François Rabelais.Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che - fatta eccezione per pochi privilegiati - condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza - come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito - è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fantozzi-torna-nei-cinema-2671077276.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-un-vigliacco-in-completo-marrone-che-pero-ci-fa-sentire-tutti-migliori" data-post-id="2671077276" data-published-at="1738582962" data-use-pagination="False"> È un vigliacco in completo marrone. Che, però, ci fa sentire tutti migliori Rivelatore fu l’intervento di Evgenij Evtusenko, un gigante della poesia russa: «Eravamo in un seriosissimo consesso di intellettuali a Venezia. Facce truci, altere. Gli domandarono chi fosse lo scrittore italiano che apprezzava di più e lui rispose che le mie pagine gli ricordavano Cechov e Gogol. Tra l’altro il grande poeta russo mi storpiò il nome in Vigliacchio». Ecco, sta tutto qui: grandezza e infamia, onori e piccinerie, genio e meschinità. Solo i grandi potrebbero suscitare i pubblici elogi di un intellettuale indimenticabile e, tra questi grandi, solo Paolo Villaggio avrebbe potuto meritare l’umiliante storpiatura (così l’avrebbe probabilmente definita, con la consueta intonazione cavernosa fantozziana). Perché in fondo era vero: Ugo Fantozzi, uno dei personaggi più conosciuti nella storia del cinema e della narrativa italiana - conosciuto persino da chi non ha visto i film né letto libri - è un vigliacco e dei peggiori. Gli italiani, a ben vedere, dovrebbero detestarlo e maledirlo, invece lo amano da generazioni, ne clonano la voce, ne ripetono le battute che da decenni ne hanno innervato l’immaginario e il vernacolo. Si potrebbe dire, meglio, che gli italiani adorano impersonare Fantozzi, immergersi nei suoi abissi e riemergerne rinfrancati. Come se, dopo tutto, quell’omuncolo non li riguardasse. E poi ridono, di un riso grasso che cela l’amarezza, lo sghignazzo che si riserva alla comicità slapstick, torte in faccia e botte da orbi. Dentro, però, lo sanno - anzi, lo sappiamo - che quel ragioniere in completo marrone (o in mutande e canottiera) è il peggio di noi, un peggio che ci appartiene. Funziona, Fantozzi, forse perché fa sentire tutti migliori. E invece - come cantava Fabrizio De André, fraterno amico e compagno di scorribande di Villaggio - siamo tutti coinvolti e colpevoli. Perché qui non si tratta di sorridere dello sfigato dal cuore dolce che un po’ ricorda le comuni e umane debolezze. Fantozzi, in effetti, è un mostro. È codardo e untuoso, sottomesso ai potenti senza possibilità di redenzione. Tremebondo, ha paura di tutto, in primis di vivere. E, infatti, resta imprigionato in un lavoro che detesta e che l’opprime ma che, probabilmente, fa male e da incompetente. Si circonda di presunti amici che talvolta lo sfruttano talaltra si rivelano peggiori di lui. È costretto in una biccoca in cui l’amore coniugale scolora in «stima» («Ugo, ti stimo tantissimo», così la Pina). Del resto egli desidera una donna che non è sua moglie (la signorina Silvani), ma solo perché la desiderano tutti gli altri. E non perde l’occasione di tradirla, la moglie, non appena gli balena in petto un minimo di iniziativa, salvo poi tornare sui propri passi quando scopre di non essere all’altezza dei suoi stessi desideri. Sì, è vero: in qualche occasione il ragioniere tenta di redimersi, ha slanci di affetto e fa funzionare il cuore intenerendo il nostro. Ma poi? Poi tutto ritorna nel grigio, nell’assenza di ideali e di motivazione, nell’apatia burocratica. Fantozzi è un ingranaggio consapevole ma privo di opinioni a riguardo, che non si ribella mai e, se lo fa accetta, la punizione tremenda come il giusto calmiere di un’arroganza nemmeno esperita fino in fondo. Fantozzi si fa calpestare e non ne gode, però nemmeno si indigna, perché dentro di sé si sente una merdaccia: lo diventa accettando che gli altri, i superiori e i suoi pari, lo trattino come tale. È un vigliacco, appunto, e tale rimane. La grandezza del Villaggio scrittore sta nell’aver concentrato tanta bassezza in un solo personaggio immortale, con la crudeltà - per niente sottomessa o sfigata - che ne ha sempre caratterizzato lo sguardo satirico e l’impronta comica. Scrittura la sua di corto respiro, inadatta al romanzo ma essenziale e implacabile, assimilabile forse soltanto a quella di Lucio Mastronardi e, in fondo, priva di eredi: come Villaggio non ce ne sono stati altri e le sue creature restano insuperate, inimitabili, tragicamente attuali. Dovremmo odiarlo, Fantozzi, e con lui tutti i Calboni, i Filini e le Pine di questo mondo. Si salvano soltanto i megadirettori perché sono ontologicamente crudeli e, in questo, trasparenti: hanno il potere e non possono che usarlo per opprimere. La massa degli inferiori, invece, il potere potrebbe averlo ma ne rifiuta il fardello, ne teme l’impegno e, dopo tutto, non sa che farsene. Non comanda e non fotte. Dovremmo odiare tutto ciò, ma lo celebriamo perché vogliamo credere che ci assolva, quando invece ci condanna inesorabilmente. Tutti noi, figli - per dirla come Villaggio - di una cultura mostruosa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fantozzi-torna-nei-cinema-2671077276.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spielberg-sapeva-i-film-a-memoria" data-post-id="2671077276" data-published-at="1738582962" data-use-pagination="False"> «Spielberg sapeva i film a memoria» «Fantoni, è lei?». Ero tentato di iniziare così, citazionisticamente, la chiacchierata telefonica con l’attore Gianni Fantoni: «Fantoni», infatti, avrebbe ben potuto essere una delle storpiature da cui è bersagliato il ragionier Ugo Fantozzi nei dieci film che ne compongono la leggendaria saga, inauguratasi - nella versione cinematografica - esattamente cinquant’anni fa. E la rassomiglianza dei due cognomi, Fantoni e Fantozzi, è forse un piccolo segno del destino, un punto di partenza per sondare il rapporto quasi fatale che lega appunto Fantoni alla maschera più celebre tra quelle ideate dal genio di Paolo Villaggio. Ferrarese, classe 1967, Fantoni ha iniziato la carriera artistica proprio imitando Fantozzi e, pur avendo realizzato in seguito molte altre cose, non ha mai smesso di farlo. Al momento, per esempio, sta riportando in scena con successo lo spettacolo teatrale Fantozzi. Una tragedia, a cui si può ancora assistere - prima di una pausa che durerà fino al prossimo autunno - nelle città toscane di Carrara (5 e 6 febbraio, Teatro degli Animosi), Lucca (dal 7 al 9, Teatro del Giglio) e Pistoia (15 e 16, Teatro Manzoni). Fantoni, quando ha iniziato a imitare Fantozzi? «Alle scuole medie, perché lo imitava anche un mio professore. Mi sono appassionato al personaggio e di lì a poco ho acquistato il libro Fantozzi contro tutti, che era uscito pochi anni prima e da cui nel 1980 è stato tratto il terzo film della serie. Ma Fantozzi ha rappresentato anche il mio debutto come comico professionista». Quando? «Nel 1990, all’interno della trasmissione della Rai Stasera mi butto. Al provino mi ero portato una ventina di personaggi, ma andai nel pallone e non riuscii a farne nessuno tranne Villaggio. Fu sufficiente perché mi chiamassero alla seconda puntata, però il regista, Pier Francesco Pingitore, mi chiese di fare esclusivamente Fantozzi». Accadde più o meno la stessa cosa qualche anno dopo, a La sai l’ultima? su Canale 5. «Sì, anche Pippo Franco mi impose Fantozzi, senza concedermi alternative». Ne soffriva? «Non particolarmente, anche se sapevo di avere altre frecce al mio arco e diversificare un po’ non mi sarebbe dispiaciuto». Nel frattempo aveva conosciuto Villaggio di persona. «Nel 1991, quando Antonio Ricci mi propose per Paperissima una gag in cui Villaggio avrebbe dovuto recuperare il personaggio del Professor Kranz duettando con Lorella Cuccarini. Io ero dietro le quinte e “doppiavo” Lorella dal vivo, facendo parlare anche lei come Kranz. Villaggio, in un corridoio, mi diede dei consigli per riprodurre al meglio la sua voce: “Più nasale, più nasale!”, mi diceva (qui Fantoni imita alla perfezione Villaggio). Dopodiché non ci siamo più visti per un paio d’anni». A quando risale l’idea di portare Fantozzi in teatro? «Ormai a una decina di anni fa. Inizialmente pensavo a un musical, poi questo progetto non ha potuto concretizzarsi e allora ho optato per la prosa. Da quel momento, Villaggio ho iniziato a frequentarlo molto di più, anche perché le trattative per il contratto sono durate almeno un anno e mezzo dato che Paolo, giustamente, era molto geloso del suo personaggio più importante («Fantozzi è la mia vita», confessava) e voleva capire bene a chi stesse per metterlo in mano. Alla fine, nel contratto, volle che fosse scritto che Fantozzi avrei potuto interpretarlo solamente io». Un bel riconoscimento. «Paolo mi diceva: “Puoi non farlo tu soltanto se sarai prossimo alla morte”». Villaggio parlava spesso della morte. «Spessissimo. Era una forma di scaramanzia ma anche un modo per dare sfogo al suo umorismo nero, macabro, al suo bisogno di ironizzare su temi tabù». A parte essere entrato già da tempo nel lessico italiano con l’aggettivo «fantozziano», Fantozzi seguita a presidiare il nostro immaginario con un formidabile ricambio generazionale. Tanti bambini, tutt’oggi, guardano i suoi film e ne imitano smorfie e movenze. Come se lo spiega? «Alla base c’è la forza della scrittura di Villaggio. I romanzi di Fantozzi fanno ancora ridere come cinquant’anni fa e non c’è dubbio che la scrittura sia il veicolo più arduo con cui suscitare il riso; sono ormai considerabili, insomma, dei libri senza tempo, dei veri e propri classici. Poi, ovviamente, c’è la grandezza di Villaggio come attore comico». Fantozzi, che lei sappia, ha un qualche seguito anche all’estero? «Il fumettista Max Bunker, il creatore di Alan Ford, una volta mi ha detto che una quarantina d’anni fa passò del tempo a discorrere di Fantozzi con Steven Spielberg, il quale ne conosceva a menadito i primi tre o quattro film. Poi Fantozzi è molto amato in Russia, dove il primo romanzo della saga, uscito nel 1971, ricevette il Premio Gogol come “Miglior opera umoristica”. Dico di più: se non fosse scoppiata la guerra con l’Ucraina, il mio spettacolo avrebbe dovuto essere co-prodotto dal Teatro di San Pietroburgo». Fantozzi. Una tragedia si rifà in particolare ai primi due capitoli di Fantozzi. «Sì, ma con il regista, David Livermore, ci siamo immediatamente resi conto di non dover seguire la strada della fedeltà pedissequa all’originale, perché avremmo inevitabilmente dato vita a una brutta copia. Abbiamo, quindi, concepito uno spettacolo fuori dall’ordinario, privo di scenografia. È un po’ come vedere Fantozzi dentro un sogno o in un universo parallelo. Il mio è un Fantozzi alternativo, non mimetico». È soddisfatto del riscontro di pubblico? «Sì, molto. Ogni sera gli applausi sono convinti e copiosi. Non dico che arrivino a 92 minuti, ma decisamente non ci possiamo lamentare».
Carlo Monguzzi (Ansa)
Adesso che Carlo Monguzzi non c’è più, la sinistra milanese lo celebra come un combattente, un ambientalista puro, una coscienza critica della città. Ed è tutto vero. Ma è vero anche il contrario: negli ultimi anni quello stesso centrosinistra che oggi lo incensa lo aveva progressivamente isolato, tollerato, infine quasi espulso dal racconto ufficiale di Milano. Perché Monguzzi, fino all’ultimo, è stato la voce che continuava a rompere la scenografia del green di Palazzo Marino, a contestare il sindaco Sala su San Siro, sul verde pubblico, su Area B e Area C, sulla distanza crescente tra l’ecologia raccontata e quella praticata. E proprio questo, più ancora delle formule di cordoglio, spiega chi fosse davvero.
Un altro verde, Marco Salamon, nel suo ricordo sui social, ha scritto che Carlo aveva subito «torti gravissimi» da parte di colleghi che avrebbero dovuto imparare dal suo rigore. È un giudizio duro, ma coglie il punto. Monguzzi non era soltanto un consigliere storico dei Verdi, un veterano dell’ambientalismo o un uomo di piazza. Era rimasto, nella Milano di Sala, l’ultimo esponente della maggioranza disposto a dire che dietro il lessico della sostenibilità si stava spesso consumando un’altra storia: più cemento, più retorica, più compromessi. E per questo era diventato scomodo soprattutto ai suoi.
Monguzzi è morto a 74 anni dopo una malattia rapidissima. Ingegnere chimico, insegnante di matematica, tra i fondatori di Legambiente e dei Verdi, ex assessore regionale all’Ambiente, era una figura che sembrava appartenere a un’altra stagione della politica, ma che in realtà era rimasta modernissima proprio per la sua inflessibilità. C’era sempre alle manifestazioni ambientaliste. Sala, salutandolo, ha ricordato che era l’unico in aula a chiamarlo «Beppe» e non «Sindaco».
Quando nel 2021 tornò in Consiglio comunale con Europa Verde, da primo capogruppo, sembrò la consacrazione naturale di una storia politica lunghissima. In realtà fu l’inizio della frattura. Il primo scontro arrivò su piazzale Lavater: Monguzzi denunciò gli alberi «imprigionati» nel calcestre e, pala in mano, provò a «liberarli»; Elena Grandi, assessore al Verde, difese invece la linea del Comune. Da lì il solco si allargò: l’acqua del sindaco nel brick, la cura del verde pubblico, i parchi trascurati, fino alla critica sempre più dura a una giunta che, ai suoi occhi, usava il verde come linguaggio politico ma non come criterio reale di governo.
Su San Siro fu tra i più netti: non vide mai la rigenerazione, ma un’operazione immobiliare raccontata con lessico ecologico. Su Area B e Area C non negava la necessità di limitare traffico e smog, ma accusava il Comune di farne bandiere, con controlli incompleti, deroghe e dati poco trasparenti. Proprio questa coerenza gli valse rispetto anche a destra. La rottura diventò pubblica nell’estate 2025, quando denunciò di essere stato di fatto silenziato dai suoi colleghi di gruppo e parlò di «pochezza morale»: il segno finale di una lunga espulsione simbolica da parte di chi governava in nome di un finto ambientalismo.
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(IStock)
Viviamo infatti in anni che vedono crescere sempre di più la celebrazione quotidiana della carbonara presso le cucine casalinghe e presso quelle dei ristoranti: ogni giorno, in Italia, sono infiniti i locali e i turisti che mangiano la pasta alla carbonara. La carbonara è diventata un canone con cui ogni chef si misura, sia nei termini della tradizione, sia in quelli dell’innovazione, non solo a Roma. Un po’ come Napoleone Bonaparte negli immortali versi del grande poeta Alessandro Manzoni, «dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno» cioè in tutta Italia ed Europa fino al Nord Africa e Medio Oriente, la carbonara ha conquistato molto del territorio che ne circonda il luogo di nascita, Roma. Sono tanti, infatti, anche gli italiani e non italiani che la mangiano fuori Stivale, nei ristoranti italiani all’estero o nei ristoranti che pur non essendo italiani «mettono le mani» sulla carbonara. D’altronde, la carbonara piace e piace perché è unica ed è molto buona. Ecco perché da piatto romano, piatto tipico della cucina della capitale d’Italia, Roma, è diventata una grande passione di tanti che romani non sono.
Il Carbonara Day oltre che una festa è una festa social che si celebra con l’hashtag #CarbonaraDay e #Carbonara che poi è valido sempre. Oggi, solo su Instagram sono circa 2 milioni i contenuti con l’hashtag #Carbonara e in 10 anni il #CarbonaraDay ha raggiunto una platea potenziale di oltre 1,7 miliardi di persone, diventando un appuntamento imperdibile per food influencer, media, cuochi e appassionati. I primi appassionati sono sicuramente gli italiani: è la carbonara la ricetta da 10 e lode per 1 italiano su 2 (48,6% - molto più del 39,1% che indica la pasta al ragù e poi del 25,9% amatriciana, del 22,5% la cacio e pepe, del 18,7% la pasta al pesto). La carbonara è nel cuore di tutti, dai più giovani ai più adulti, uomini e donne, lungo tutta la penisola: una ricetta che piace alla quasi totalità degli italiani (molto per il 62,5% o abbastanza al 30,1%). Lo ha rivelato l’indagine commissionata dai pastai di Unione Italiana Food ad AstraRicerche in occasione del decimo anniversario del Carbonara Day. La ricerca è stata realizzata nel marzo 2026 mediante interviste online che hanno coinvolto 1.004 italiani tra i 18 e i 65 anni. La carbonara è la pasta regina del nostro Belpaese: nella classifica delle tre ricette di pasta più amate, con il 46% delle preferenze supera anche ricette iconiche come Spaghetti e vongole (42,6%) e Pasta al ragù (42,5%). Nettamente distaccate, seguono nella classifica delle ricette preferite l’Amatriciana (29,4%), Pomodoro e basilico (29,3%) e la Pasta al pesto (27,5%). Poi Orecchiette con cime di rapa (23,5%), Cacio e pepe (21%), Penne all’arrabbiata (20), Pasta alla norma (18,3%). Una curiosità: a dispetto della sua origine territoriale, i carbonara lovers più spiccati sono i residenti nel nord ovest (51%) e nel nord est (54%). Tantissimi sono i motivi per cui non si dice mai di no a un piatto di carbonara, ma uno prevale nettissimamente su tutti: la carbonara piace perché è golosa, è buona (63,9%). Ci sono poi molte altre ragioni per cui si apprezza la carbonara (anche se minoritarie rispetto alla bontà della ricetta): prima di tutto perché è un piatto della tradizione 27,2%, dai sapori bilanciati 21,1%, veloce da preparare 18,9%. Poi il fatto di essere un’icona in tutto il mondo (16,1%), con tante varianti, anche se la ricetta è una sola (12,4%), ed un piatto della convivialità (12,9%). Un piatto di carbonara può assumere significati diversi, accompagnare al meglio varie situazioni della quotidianità: ciascuno la ritrova in momenti, in esperienze diverse. In primo luogo, per circa un italiano su tre, rappresenta da un lato il piatto ideale per una tavolata con gli amici (36,3%), ma dall’altro anche il piatto che fa pensare alla famiglia e/o alla tradizione (30,4%). Poi, in un caso su quattro è lo strappo alla regola che ci si concede nel fine settimana (24,7%). Ma è anche una coccola che ci si fa (19,0%), una «ricompensa» dopo una giornata di lavoro (18,8%), un comfort food per tirarsi su di morale (18,4%). E, in ultimo, è il piatto preferito da ordinare quando si mangia fuori (13,9%) o anche una ricetta per rompere il ghiaccio quando si frequenta qualcuno (9,3%). Secondo gli italiani, la carbonara affonda le sue radici nella cucina romana, piatto simbolo della tradizione culinaria della città. Quasi all’unanimità, il 94,3% del campione associa molto o abbastanza la carbonara alla capitale d’Italia e in oltre due casi su tre l’associazione è molto forte (68,4%). La forte associazione a Roma è spiccata presso i residenti al centro (72%), ma è una convinzione diffusa su tutto il territorio nazionale, dal sud (69%) al nord est (67%) fino al nord ovest (66%). E anche la carbonara migliore è quella mangiata a Roma, lo pensano 2 italiani su 3 (66%). L’alternativa? Più che altre città, è quella di casa propria o di qualche parente (6,4%). Piatto iconico, quasi sempre gli italiani lo condividerebbero volentieri con un personaggio famoso espressione della romanità (solo il 7% del campione non lo farebbe). Il commensale preferito è Carlo Verdone, ma gli italiani si siederebbero volentieri a tavola davanti a una carbonara con Sabrina Ferilli o con Francesco Totti.
Gli italiani spiegano il grandissimo successo della carbonara in Italia e nel mondo prima di tutto con la sua ricetta basata su pochi ingredienti facilmente reperibili (pasta, uova, guanciale, pecorino, pepe) con un gusto speciale (45,1%). Ma il suo successo è da ricercare anche in altri elementi: nel tempo di preparazione, che è quello di cottura della pasta, offrendo un risultato saporito, il che la rende perfetta per la vita moderna e come comfort food (28,3%), nella sua natura «povera» che la rende accessibile e facile da replicare, tipica della cucina popolare (27,1%). E poi, la fama e la notorietà della ricetta sono naturalmente favorite dall’aver superato i confini italiani, diventando uno dei piatti più riconosciuti e ordinati nei ristoranti di tutto il mondo (33,6%). Le varianti della ricetta possono essere tante, ma ci sono alcuni errori nella preparazione che gli italiani proprio non accettano. Il più grave è considerato l’aggiunta della panna alla ricetta (34,9%), segue mettere l’uovo troppo presto (33,7%), con il rischio che diventi troppo cotto e perda la consistenza invece cremosamente strapazzata che deve avere, e l’utilizzo dell’aglio o cipolla (31%). Guai a sostituire gli ingredienti «sacri» della ricetta: per il 23,5% fra gli errori più gravi c’è usare la pancetta al posto del guanciale, per il 22,3% il peperoncino o altre spezie al posto del pepe, per il 17,5% un altro formaggio al posto del pecorino. Infine, il 16,6% indica come errore grave il non farla «al dente», cuocerla più a lungo del dovuto.
Abbiamo chiesto al biologo nutrizionista dottor Andrea Luzi di Bologna (http://www.andrealuzinutrizionista.com) qual è l’impatto della carbonara dal punto di vista dietetico. Dal punto di vista nutrizionale, che piatto è la carbonara? Magro, grasso, equilibrato, squilibrato…? «La carbonara, essendo un primo piatto, vede protagonisti i carboidrati contenuti nell’amido della pasta mentre il tuorlo, il pecorino ed il guanciale apportano proteine e grassi, perlopiù saturi. Sicuramente è un piatto sbilanciato dal punto di vista nutrizionale per l’eccesso di calorie, grassi e sale. Non sono favorevole a stravolgere ricette della tradizione per ricercare un compromesso “light”, ma si possono adottare alcuni accorgimenti nella preparazione della carbonara. Cuocere, ad esempio, la pasta al dente per mantenere l’amido più compatto e quindi rallentare l’assorbimento degli zuccheri durante la digestione. Usare uova biologiche garantisce un apporto di nutrienti e grassi qualitativamente migliori rispetto alle uova di allevamento intensivo. Pulire il guanciale dallo strato esterno, molto salato ed evitare di utilizzare il grasso rilasciato durante la cottura del guanciale stesso».
La pasta alla carbonara si può considerare un pasto completo, eventualmente aggiungendo che tipo di contorno? «La carbonara ha tutte le caratteristiche di un piatto completo per la compresenza di carboidrati, proteine e grassi ma si può consigliare di accompagnarla con una porzione abbondante di verdura: fonte di vitamine, minerali e fibre. Le fibre rallentano l’assorbimento intestinale di carboidrati e grassi, facilitando un rilascio graduale dell’energia. Un contorno di verdura contribuisce inoltre ad aumentare, la sazietà, abbassando le calorie del pasto, soprattutto se ci aiuta a rinunciare ad un secondo piatto di pasta. Restando in tema con la tradizione romana si può abbinare un contorno a base di cicoria o carciofi mentre eviterei di consumare contestualmente alla carbonara pane o patate poiché i carboidrati sono già abbondantemente presenti nella pasta».
Quante volte alla settimana si può mangiare una carbonara come primo piatto? «Le raccomandazioni circa la frequenza di consumo di alcuni piatti devono tenere conto delle abitudini alimentari, dello stile di vita, peso ed eventuali patologie, ricordando comunque che non è mai un solo pasto a pregiudicare una dieta, ma è la somma di più errori ripetuti nel tempo. In linea di principio, possiamo ritenere la carbonara difficilmente inquadrabile nel contesto di una dieta equilibrata, ma deve essere considerata un piatto che può trovare il suo posto a tavola in occasioni saltuarie. Ogni dieta sana ed equilibrata deve prevedere, secondo il gusto personale, dei pasti fuori dalle regole ma che rinfrancano palato e spirito».
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Sergio Cammariere (Ansa)
La vita di Sergio Cammariere è costellata di incontri e di sorprese, disseminati in una carriera lunghissima, cominciata sui banchi di scuola. Un’avventura a colpi di note.
Com’è nata la sua passione per la musica?
«Non so da quale aneddoto partire perché ce ne sono svariati. Il più importante è quando frequentavo le scuole elementari e un maestro, Giuseppe Campagna, mi fece approdare in un grande coro di quaranta bambini. Questo signore girava per le classi della scuola, faceva cantare un motivetto e si avvicinava ai più intonati per farli entrare nel coro. Lì è cominciata la mia esperienza musicale perché nel coro, oltre a cantare, si suonavano anche gli strumenti».
Lei che strumento suonava?
«Io suonavo la melodica soprano, uno strumentino che mi era stato regalato a sei anni da mio zio Michele. Studiavamo solfeggio e il maestro ci insegnava le grandi opere, per esempio Va, pensiero piuttosto che l’Ave Maria di Schubert, che poi venivano eseguite nell’Aula Magna della scuola o nel prestigioso Teatro Apollo di Crotone. Per la comunità erano eventi straordinari. Quando avevo dieci anni, al Teatro Apollo venne a trovarci il famoso maestro Nello Segurini, il quale ci insegnò una marcetta che si intitola Ugoletta d’oro. Durante l’esecuzione, sono uscito fuori dalla mia fila e ho fatto il mio primo solo blues, senza dire niente a nessuno, come nelle orchestre americane. Così è nata la mia capacità di improvvisazione».
Dopo questa prodezza cosa accadde?
«L’anno dopo andammo a Castrocaro Terme in una manifestazione canora che si chiamava proprio L’ugoletta d’oro, che fu anche ripresa dalla tv. Avevo questa propensione ad assimilare con l’orecchio senza partitura e a improvvisarci sopra».
È un dono naturale?
«Una rivelazione, quindi da quel momento in poi non mi sono sottratto».
Era considerato un bambino prodigio all’epoca, almeno a Crotone?
«Ultimamente vediamo bambini di tre-quattro anni che suonano il violino. All’epoca non era così. Eravamo dei bambini con talento, infatti molti di noi hanno fatto i musicisti o gli insegnanti di musica e Valeria Nicoletta ha partecipato al festival di Sanremo. Prendevamo lezioni private dal maestro, che sono la base perché non si può fare la musica senza aver prima studiato. Io suonavo pianoforte».
Poi da adolescente è entrato a far parte di gruppi musicali?
«Già a tredici-quattordici anni ero dentro una band. Si chiamava l’Orchestra Azzurra, un’orchestrina di nove elementi che girava la Calabria come i complessi di una volta. Si caricavano le casse e gli impianti sopra e tutti noi stipati dentro il furgoncino partivamo per le varie province della Calabria. Io ero il più piccolo. Eravamo molto richiesti, tanto che aprivamo i concerti dei complessi in voga in quel periodo, per esempio i Camaleonti. Un altro evento importante accadde quando avevo sedici anni e accompagnai con l’Orchestra Azzurra Luglio di Riccardo Del Turco».
Sono ricordi incredibili…
«A un certo punto mi venne la voglia di partire e dissi: “Ciao, mamma, papà…”. È stato il momento più emblematico e difficile: tagliai il cordone ombelicale per inseguire il mio sogno primordiale, lasciando le certezze, la mia casa, la mia stanza, il mio pianoforte, per l’incertezza. Andai a Firenze, che mi adottò per quattro anni, e mi iscrissi all’università. In realtà ero andato lì per la musica, studiavo Giurisprudenza, ma nello stesso tempo suonavo nei locali di Firenze, come il Circolo Borghese della Stampa, in via Ghibellina, e lo Yellow Bar, in via del Proconsole».
Aveva scelto Legge per passione oppure per far contenti i suoi genitori?
«In realtà, avevo scelto Scienze agrarie perché mio padre era un imprenditore agricolo, però non diedi neanche un esame. All’epoca c’era il servizio militare, per cui ogni anno davo un esame di Giurisprudenza, tutti i complementari!».
La carriera musicale com’è evoluta?
«Entrai in un’orchestra di Livorno, dove c’erano musicisti molto navigati. Io avevo vent’anni, loro ne avevano trenta-trentacinque. Avevano suonato per lo Scià di Persia e in Medio Oriente, che all’epoca era una mecca per i musicisti italiani, come adesso le crociere. Aspettavamo un telex per partire, nel frattempo facevamo tantissime prove con i pezzi voga in all’epoca e così mi hanno insegnato tutti gli standard del jazz. Purtroppo, nel 1980 scoppiò la guerra tra Iran e Iraq e il nostro impresario egiziano ci disse che non se ne faceva più niente. Fu una grande delusione per noi, ma mi ritrovai con questo repertorio e mi venne la voglia di scrivere canzoni, sebbene le mie prime esperienze furono nel mondo del cinema per comporre colonne sonore, a cominciare da Quando eravamo repressi di Pino Quartullo».
Si trasferì a Roma.
«Sì, cominciai a suonare al Tartarughino e alla Cabala e a partecipare a varietà televisivi, dove mi chiamavano come pianista di servizio e a volte avevo l’occasione di cantare delle mie canzoni. Partecipai, grazie al mio amico Stefano Palatresi, a Ieri, Goggi e domani e poi a Troppo forti. Sogni, desideri, fantasie, speranze, capricci, vanità degli italiani, il primo programma di Mara Venier, assieme a Claudio Sorrentino, entrambi su Rai 1. Con Stefano andai in tournée come pianista e nel suo gruppo c’era anche Tosca. Ci chiamò Renzo Arbore per Il caso Sanremo, una sorta di processo al festival di Sanremo, che conduceva con Lino Banfi. Noi eravamo I Campagnoli Belli, un’orchestrina formata da grandi musicisti vestiti da campagnoli! Era un programma veramente divertente e come ospiti si esibivano tutti i protagonisti della musica italiana, a partire da Nilla Pizzi».
Quando smise di suonare per gli altri?
«Alcune persone che avevo conosciuto alla Cabala, mi chiesero se avessi voglia di suonare in Brasile all’inaugurazione del loro locale. Quindi andai a Rio de Janeiro, dove mi fermai qualche mese. Ho conosciuto tanti grandi musicisti e ho acquisito gli umori di quella terra, la bossa nova, che avevo già dentro perché sono latino, per cui al mio ritorno decisi di dedicarmi solo alla mia musica».
E a quel punto?
«Entrai nella celebre casa discografica It di Vincenzo Micocci. Nella scuderia c’era Francesca Schiavo, che cantò al festival di Sanremo nel 1995 una canzone mia e di Roberto Kunstler, Amore e guerra. In precedenza, anche io e Kunstler dovevamo andare a Sanremo, con Credimi, che faceva parte del nostro primo disco del 1993, I ricordi e le persone. Il nostro nome era uscito su tutti i giornali, poi, non si capisce perché, fummo scartati».
Poi però è riuscito a partecipare due volte a Sanremo, nel 2003 e nel 2008…
«Molti anni dopo. Fu importante andare al Premio Tenco grazie a una session che avevo registrato nel 1996 con un grande maestro della musica jazz, Roberto Gatto, e con il giovane contrabbassista Luca Bugarelli, che da allora è rimasto sempre con me. Mandai i pezzi e l’anno dopo mi chiamarono al Premio Tenco, dove vinsi un importante riconoscimento e una borsa di studio dall’Imaie. Da allora ho partecipato al premio una decina di volte».
Come arrivò al festival di Sanremo?
«Fu fondamentale Biagio Pagano, il mio produttore che ha creduto in me. Purtroppo, ha lasciato questa terra subito dopo il mio successo. Mi fece firmare nel 2002 il primo contratto con una major, la Emi, e mi fece incontrare Pippo Baudo, che mi chiamò al festival. Chi se l’aspettava a 43 anni!».
Con vent’anni di attività professionale sulle spalle, che effetto le ha fatto salire sul palco dell’Ariston?
«Io sono un fotoreporter, quindi non solo mi misi a riprendere tutto quello che accadeva con la mia telecamera, ma anche con quelle dei miei amici, compreso Gianmarco Tognazzi, che ha la mia stessa passione. Giravamo ovunque, dietro il palco, in sala stampa, in albergo, nelle radio. Quindi ho il backstage di Sanremo 2003 e del 2008, un materiale unico perché da anni è vietato portare dentro le telecamere. Ho altre migliaia di ore di registrazione con personaggi che oggi non ci sono più, come Pippo Baudo, Sergio Bardotti, Giorgio Calabrese, Lucio Dalla, Mino Reitano, Umberto Bindi, Bruno Lauzi. Prima o poi farò un documentario».
Tra i grandi interpreti della canzone italiana, c’è anche Rino Gaetano, al quale è legato da una storia incredibile…
«È un film! Nel 1996, ad agosto, incontrai i nipoti di Rino Gaetano, Danilo e Alessandro, i figli della sorella Anna. Dopo un po’ di giorni che ci frequentavamo, suonavamo la chitarra sulla spiaggia e facevamo i bagni, Alessandro, il quale con la sua band porta le canzoni di Rino Gaetano in giro per l’Italia, mi disse: “Nostra nonna Maria ti vuole incontrare”».
Per quale motivo?
«Per dirmi che eravamo parenti. La mamma di Rino era la sorellastra di mio padre. Infatti era uguale alle altre sorelle di mio padre. A casa mia nessuno lo sapeva, nemmeno i miei genitori! Lo sapevano le mie cugine, che avevano quasi l’età di mio padre perché erano le figlie della primogenita di mio nonno e conoscevano le sue abitudini, però non ce l’hanno mai rivelato. Erano famiglie della fine dell’Ottocento e inizio del Novecento con tanti figli e qualche segreto».
Sentiva le canzoni di Rino Gaetano da ragazzo?
«Certo! Queste canzoni hanno una magia, sono cinquant’anni che le ascoltiamo, io ne interpreto due, Ad esempio a me piace il sud e I tuoi occhi sono pieni di sale. Sono andato a trovare Maria nella sua casa e ho ripreso tutto. Aveva conservato ogni cosa del figlio: gli strumenti, tra cui il famoso ukulele, i dischi, la collezione di orologi, i libri, i dizionari francese-italiano. Rino assimilava tutto».
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