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2025-02-03
Fantozzi torna nei cinema. La maschera di Villaggio è ormai diventata un classico
Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci».
Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.
Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.
Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga - dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa - da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.
Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti - specie i meno nobili - del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero - e con forza - al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando - con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche - il Pantagruel di François Rabelais.
Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.
Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.
Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.
Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che - fatta eccezione per pochi privilegiati - condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza - come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito - è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.
È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.
È un vigliacco in completo marrone. Che, però, ci fa sentire tutti migliori
Rivelatore fu l’intervento di Evgenij Evtusenko, un gigante della poesia russa: «Eravamo in un seriosissimo consesso di intellettuali a Venezia. Facce truci, altere. Gli domandarono chi fosse lo scrittore italiano che apprezzava di più e lui rispose che le mie pagine gli ricordavano Cechov e Gogol. Tra l’altro il grande poeta russo mi storpiò il nome in Vigliacchio». Ecco, sta tutto qui: grandezza e infamia, onori e piccinerie, genio e meschinità. Solo i grandi potrebbero suscitare i pubblici elogi di un intellettuale indimenticabile e, tra questi grandi, solo Paolo Villaggio avrebbe potuto meritare l’umiliante storpiatura (così l’avrebbe probabilmente definita, con la consueta intonazione cavernosa fantozziana).
Perché in fondo era vero: Ugo Fantozzi, uno dei personaggi più conosciuti nella storia del cinema e della narrativa italiana - conosciuto persino da chi non ha visto i film né letto libri - è un vigliacco e dei peggiori. Gli italiani, a ben vedere, dovrebbero detestarlo e maledirlo, invece lo amano da generazioni, ne clonano la voce, ne ripetono le battute che da decenni ne hanno innervato l’immaginario e il vernacolo. Si potrebbe dire, meglio, che gli italiani adorano impersonare Fantozzi, immergersi nei suoi abissi e riemergerne rinfrancati. Come se, dopo tutto, quell’omuncolo non li riguardasse. E poi ridono, di un riso grasso che cela l’amarezza, lo sghignazzo che si riserva alla comicità slapstick, torte in faccia e botte da orbi.
Dentro, però, lo sanno - anzi, lo sappiamo - che quel ragioniere in completo marrone (o in mutande e canottiera) è il peggio di noi, un peggio che ci appartiene. Funziona, Fantozzi, forse perché fa sentire tutti migliori. E invece - come cantava Fabrizio De André, fraterno amico e compagno di scorribande di Villaggio - siamo tutti coinvolti e colpevoli. Perché qui non si tratta di sorridere dello sfigato dal cuore dolce che un po’ ricorda le comuni e umane debolezze. Fantozzi, in effetti, è un mostro. È codardo e untuoso, sottomesso ai potenti senza possibilità di redenzione. Tremebondo, ha paura di tutto, in primis di vivere. E, infatti, resta imprigionato in un lavoro che detesta e che l’opprime ma che, probabilmente, fa male e da incompetente. Si circonda di presunti amici che talvolta lo sfruttano talaltra si rivelano peggiori di lui. È costretto in una biccoca in cui l’amore coniugale scolora in «stima» («Ugo, ti stimo tantissimo», così la Pina). Del resto egli desidera una donna che non è sua moglie (la signorina Silvani), ma solo perché la desiderano tutti gli altri. E non perde l’occasione di tradirla, la moglie, non appena gli balena in petto un minimo di iniziativa, salvo poi tornare sui propri passi quando scopre di non essere all’altezza dei suoi stessi desideri.
Sì, è vero: in qualche occasione il ragioniere tenta di redimersi, ha slanci di affetto e fa funzionare il cuore intenerendo il nostro. Ma poi? Poi tutto ritorna nel grigio, nell’assenza di ideali e di motivazione, nell’apatia burocratica. Fantozzi è un ingranaggio consapevole ma privo di opinioni a riguardo, che non si ribella mai e, se lo fa accetta, la punizione tremenda come il giusto calmiere di un’arroganza nemmeno esperita fino in fondo. Fantozzi si fa calpestare e non ne gode, però nemmeno si indigna, perché dentro di sé si sente una merdaccia: lo diventa accettando che gli altri, i superiori e i suoi pari, lo trattino come tale. È un vigliacco, appunto, e tale rimane. La grandezza del Villaggio scrittore sta nell’aver concentrato tanta bassezza in un solo personaggio immortale, con la crudeltà - per niente sottomessa o sfigata - che ne ha sempre caratterizzato lo sguardo satirico e l’impronta comica. Scrittura la sua di corto respiro, inadatta al romanzo ma essenziale e implacabile, assimilabile forse soltanto a quella di Lucio Mastronardi e, in fondo, priva di eredi: come Villaggio non ce ne sono stati altri e le sue creature restano insuperate, inimitabili, tragicamente attuali.
Dovremmo odiarlo, Fantozzi, e con lui tutti i Calboni, i Filini e le Pine di questo mondo. Si salvano soltanto i megadirettori perché sono ontologicamente crudeli e, in questo, trasparenti: hanno il potere e non possono che usarlo per opprimere. La massa degli inferiori, invece, il potere potrebbe averlo ma ne rifiuta il fardello, ne teme l’impegno e, dopo tutto, non sa che farsene. Non comanda e non fotte. Dovremmo odiare tutto ciò, ma lo celebriamo perché vogliamo credere che ci assolva, quando invece ci condanna inesorabilmente. Tutti noi, figli - per dirla come Villaggio - di una cultura mostruosa.
«Spielberg sapeva i film a memoria»
«Fantoni, è lei?». Ero tentato di iniziare così, citazionisticamente, la chiacchierata telefonica con l’attore Gianni Fantoni: «Fantoni», infatti, avrebbe ben potuto essere una delle storpiature da cui è bersagliato il ragionier Ugo Fantozzi nei dieci film che ne compongono la leggendaria saga, inauguratasi - nella versione cinematografica - esattamente cinquant’anni fa. E la rassomiglianza dei due cognomi, Fantoni e Fantozzi, è forse un piccolo segno del destino, un punto di partenza per sondare il rapporto quasi fatale che lega appunto Fantoni alla maschera più celebre tra quelle ideate dal genio di Paolo Villaggio.
Ferrarese, classe 1967, Fantoni ha iniziato la carriera artistica proprio imitando Fantozzi e, pur avendo realizzato in seguito molte altre cose, non ha mai smesso di farlo. Al momento, per esempio, sta riportando in scena con successo lo spettacolo teatrale Fantozzi. Una tragedia, a cui si può ancora assistere - prima di una pausa che durerà fino al prossimo autunno - nelle città toscane di Carrara (5 e 6 febbraio, Teatro degli Animosi), Lucca (dal 7 al 9, Teatro del Giglio) e Pistoia (15 e 16, Teatro Manzoni).
Fantoni, quando ha iniziato a imitare Fantozzi?
«Alle scuole medie, perché lo imitava anche un mio professore. Mi sono appassionato al personaggio e di lì a poco ho acquistato il libro Fantozzi contro tutti, che era uscito pochi anni prima e da cui nel 1980 è stato tratto il terzo film della serie. Ma Fantozzi ha rappresentato anche il mio debutto come comico professionista».
Quando?
«Nel 1990, all’interno della trasmissione della Rai Stasera mi butto. Al provino mi ero portato una ventina di personaggi, ma andai nel pallone e non riuscii a farne nessuno tranne Villaggio. Fu sufficiente perché mi chiamassero alla seconda puntata, però il regista, Pier Francesco Pingitore, mi chiese di fare esclusivamente Fantozzi».
Accadde più o meno la stessa cosa qualche anno dopo, a La sai l’ultima? su Canale 5.
«Sì, anche Pippo Franco mi impose Fantozzi, senza concedermi alternative».
Ne soffriva?
«Non particolarmente, anche se sapevo di avere altre frecce al mio arco e diversificare un po’ non mi sarebbe dispiaciuto».
Nel frattempo aveva conosciuto Villaggio di persona. «Nel 1991, quando Antonio Ricci mi propose per Paperissima una gag in cui Villaggio avrebbe dovuto recuperare il personaggio del Professor Kranz duettando con Lorella Cuccarini. Io ero dietro le quinte e “doppiavo” Lorella dal vivo, facendo parlare anche lei come Kranz. Villaggio, in un corridoio, mi diede dei consigli per riprodurre al meglio la sua voce: “Più nasale, più nasale!”, mi diceva (qui Fantoni imita alla perfezione Villaggio). Dopodiché non ci siamo più visti per un paio d’anni».
A quando risale l’idea di portare Fantozzi in teatro?
«Ormai a una decina di anni fa. Inizialmente pensavo a un musical, poi questo progetto non ha potuto concretizzarsi e allora ho optato per la prosa. Da quel momento, Villaggio ho iniziato a frequentarlo molto di più, anche perché le trattative per il contratto sono durate almeno un anno e mezzo dato che Paolo, giustamente, era molto geloso del suo personaggio più importante («Fantozzi è la mia vita», confessava) e voleva capire bene a chi stesse per metterlo in mano. Alla fine, nel contratto, volle che fosse scritto che Fantozzi avrei potuto interpretarlo solamente io».
Un bel riconoscimento. «Paolo mi diceva: “Puoi non farlo tu soltanto se sarai prossimo alla morte”».
Villaggio parlava spesso della morte.
«Spessissimo. Era una forma di scaramanzia ma anche un modo per dare sfogo al suo umorismo nero, macabro, al suo bisogno di ironizzare su temi tabù».
A parte essere entrato già da tempo nel lessico italiano con l’aggettivo «fantozziano», Fantozzi seguita a presidiare il nostro immaginario con un formidabile ricambio generazionale. Tanti bambini, tutt’oggi, guardano i suoi film e ne imitano smorfie e movenze. Come se lo spiega?
«Alla base c’è la forza della scrittura di Villaggio. I romanzi di Fantozzi fanno ancora ridere come cinquant’anni fa e non c’è dubbio che la scrittura sia il veicolo più arduo con cui suscitare il riso; sono ormai considerabili, insomma, dei libri senza tempo, dei veri e propri classici. Poi, ovviamente, c’è la grandezza di Villaggio come attore comico».
Fantozzi, che lei sappia, ha un qualche seguito anche all’estero?
«Il fumettista Max Bunker, il creatore di Alan Ford, una volta mi ha detto che una quarantina d’anni fa passò del tempo a discorrere di Fantozzi con Steven Spielberg, il quale ne conosceva a menadito i primi tre o quattro film. Poi Fantozzi è molto amato in Russia, dove il primo romanzo della saga, uscito nel 1971, ricevette il Premio Gogol come “Miglior opera umoristica”. Dico di più: se non fosse scoppiata la guerra con l’Ucraina, il mio spettacolo avrebbe dovuto essere co-prodotto dal Teatro di San Pietroburgo».
Fantozzi. Una tragedia si rifà in particolare ai primi due capitoli di Fantozzi.
«Sì, ma con il regista, David Livermore, ci siamo immediatamente resi conto di non dover seguire la strada della fedeltà pedissequa all’originale, perché avremmo inevitabilmente dato vita a una brutta copia. Abbiamo, quindi, concepito uno spettacolo fuori dall’ordinario, privo di scenografia. È un po’ come vedere Fantozzi dentro un sogno o in un universo parallelo. Il mio è un Fantozzi alternativo, non mimetico».
È soddisfatto del riscontro di pubblico?
«Sì, molto. Ogni sera gli applausi sono convinti e copiosi. Non dico che arrivino a 92 minuti, ma decisamente non ci possiamo lamentare».
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Per i 50 anni dalla prima proiezione, la pellicola capostipite della saga di nuovo in sala il 27 marzo. Dalla signorina Silvani a Filini, da Calboni al cinefilo Riccardelli: alcuni personaggi sono eterni.Gli italiani dovrebbero odiarlo e invece lo amano, come se non li riguardasse. Eppure lo sappiamo che mostra il peggio di noi. Si salvano solo i megadirettori: hanno potere e non possono far altro che usarlo per opprimere.L’attore ed erede Gianni Fantoni: «Paolo era geloso del suo Ugo, ha messo nero su bianco che potevo interpretarlo solo io. In Russia è amato. Lo porto a teatro ma in un universo parallelo».Lo speciale contiene tre articoli.Oggi viene da chiedersi come fosse possibile, eppure c’è stato un tempo in cui, dinnanzi a un’impresa ardua o bislacca e verosimilmente destinata al fallimento, non si affermava «Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!»; in cui, al cospetto di una persona particolarmente insensibile, non si commentava con voce arrochita «Com’è umano, lei…»; in cui un’anziana signora dall’aspetto aristocratico e un po’ imbranato non veniva sarcasticamente appellata quale contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; in cui, per esprimere la propria approvazione nei riguardi di qualcosa o qualcuno, non si esclamava «Novantadue minuti di applausi!»; in cui, volendo fare esercizio di autoironia, non si diceva «Sono stato azzurro di sci». Si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo, con le citazioni tratte dalla serie cinematografica di Fantozzi; dai primi tre monumentali capitoli in particolare, il primo dei quali (ispirato al romanzo umoristico pubblicato da Rizzoli nel 1971 e intitolato anch’esso semplicemente Fantozzi) venne distribuito per la prima volta nelle sale giusto mezzo secolo fa (per celebrare l’occasione, la figlia di Paolo Villaggio, Elisabetta, ha annunciato che la pellicola tornerà nei cinema il 27 marzo, ndr). Questo per ribadire un fatto evidente e di cui tutti gli italiani è sperabile abbiano consapevolezza, ovvero che mai nessuna creazione narrativa partorita in epoca contemporanea dall’ingegno umano (nel caso specifico da quello di Villaggio) ha influenzato e plasmato l’immaginario nazionale, dopo il Pinocchio di Carlo Collodi, come hanno fatto il ragionier Ugo Fantozzi e il suo stravagante (ma per tanti versi atrocemente realistico) universo affollato di comprimari indimenticabili e, anch’essi, divenuti proverbiali: dalla signorina Silvani al ragionier Filini, dal geometra Calboni al tirannico professore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli.Ma qui siamo, appunto, nel campo della presa d’atto, della constatazione. Sicuramente meno semplice è ricercare e comprendere le ragioni per cui il mondo di Fantozzi (da cui è tra l’altro derivato un vocabolo da tempo inserito nei dizionari della lingua italiana, per esempio lo Zanichelli, che così definisce l’aggettivo «fantozziano»: «Che ricorda i modi goffi e impacciati di Ugo Fantozzi / Tragicomico, grottesco») sia penetrato tanto profondamente nella nostra cultura, riuscendo nell’impresa formidabile di parare l’urto del trascorrere del tempo e, prerogativa soltanto di ciò che ha saputo assurgere allo status di «classico», di tramandarsi di generazione in generazione.Innanzitutto ci si può soffermare sull’abilità di Villaggio (ovviamente coadiuvato, per quanto riguarda le prime due imprescindibili pellicole della saga - dittico perfettamente compiuto rispetto al quale quasi tutto ciò che è seguito assume una valenza per lo più esornativa - da un eccelso cast di attori e dalla sapiente regia di Luciano Salce) nel rendere i personaggi da lui creati degli «universali», dei caratteri sempiterni come quelli in cui ci s’imbatte leggendo la Divina Commedia o I promessi sposi manzoniani. È infatti, prima di ogni altro fattore, la forza della scrittura di Villaggio ad aver posto le basi affinché Fantozzi diventasse un intramontabile fenomeno di costume in grado di generare automatismi verbali, frasi fatte e modi di dire.Unitamente, va da sé, a un’eccezionale acutezza di sguardo verso i tratti salienti - specie i meno nobili - del popolo italiano (e forse del genere umano tutto) e verso l’ampia varietà di tipi che lo compongono; e assieme a una capacità inventiva e visionaria che, sposandosi a una potente attitudine satirica e a un debordante gusto per il macabro e il bizzarro, rimanda davvero - e con forza - al modello assoluto dell’Inferno dantesco. In Fantozzi, poi, risultano perfettamente fusi, come accade solo nei capolavori, il registro del comico e quello del tragico (non è certo casuale un titolo come Il secondo tragico Fantozzi), in un equilibrio quasi inquietante che radiografa senza pietà la condizione umana, richiamando - con le sue derive nel mostruoso, al contempo funebri e vitalistiche - il Pantagruel di François Rabelais.Requisiti che consentono al lettore (dei libri) e in misura ancora maggiore allo spettatore (dei film) di alternare di continuo l’esperienza dell’identificazione, del riconoscimento e quella, consolatoria e rassicurante, della ripulsa, della presa di distanze da situazioni talmente parossistiche che, grazie al magistrale ricorso all’iperbole e all’enfasi costantemente attuato da Villaggio, autorizzano il fruitore delle opere aventi Fantozzi per protagonista a percepirsi come migliore della fauna che le popola.Tuttavia, se può definirsi «dolceamaro» il gusto dei film e dei romanzi di Fantozzi, non c’è dubbio che tra le due componenti sia quella dell’amaro a prevalere. Se, pur nelle sue pulsioni di morte, il già richiamato Pantagruel è un gaudente che, con le sue imprese, riesce a mettere in discussione istituzioni e status quo, Fantozzi è, suo malgrado, un penitente, i cui conati di ribellione e di affrancamento, che pure ogni tanto si affacciano e per un tempo brevissimo possono persino fargli assaporare la gloria (si pensi alla sfida a biliardo, stravinta, con l’onorevole Conte Catellani o all’ovazione incassata dai colleghi dopo aver definito «cagata pazzesca» La corazzata Kotiomkin), lo conducono inesorabilmente in una discesa inarrestabile verso l’abisso.Quello di Villaggio è, in effetti, un pessimismo radicale e inemendabile, impregnato di un materialismo che non concede speranze di riscatto né presenti né future: quando, malauguratamente per lui, Fantozzi farà l’esperienza di visioni «mistiche», quel che gli apparirà sarà un aberrante arcangelo Gabriele truccato e abbigliato alla bell’e meglio come nemmeno nella più scalcinata delle recite parrocchiali.Da una parte Villaggio denuncia il meccanismo che, come società, ci governa e ci stritola, la macchina burocratica che - fatta eccezione per pochi privilegiati - condiziona orribilmente l’esistenza di uomini e donne arrivando a violarne addirittura il privato (l’impossibilità di godersi in pace la partita dell’Italia poiché costretti alla millesima visione della Corazzata), dall’altra ci dice che il «potere» (da quello sommo e volatile dei megadirettori galattici a quello minimo e concretissimo di un miserabile energumeno come Cecco il fornaio) prevarrà sempre, sarà sempre più forte di noi, e che l’unica strategia possibile di sopravvivenza - come tutti i colleghi di Fantozzi, compreso Filini, sembrano avere ben capito - è rappresentata dall’accettare il proprio ruolo subalterno, dallo scendere a patti, dall’abbassarsi senza troppi rivolgimenti di coscienza ai compromessi anche i più vili. L’unico che ogni tanto vorrebbe rialzare la testa, in fondo, è proprio il ragionier Ugo, ma mal gliene incoglie. E quando anche, come peraltro avviene sistematicamente, la presenza di Fantozzi riesce a far inceppare la «struttura», minando o proprio facendo fallire le iniziative promosse dai vari superiori (sempre contraddistinte da un’organizzazione rigidissima, ottusamente «militaresca», volta allo sfruttamento), tutto è destinato a ritornare subito come prima, senza che dal più o meno volontario sabotaggio fantozziano il sistema esca minimamente scalfito.È un’analisi delle cose, quella che Fantozzi ci consegna, che non offre soluzioni ma quantomeno nutre la consapevolezza e che rimane preziosa e valida in questo nostro tempo dominato da intelligenza artificiale, social network e virtualità. Un tempo nel quale, pure nel democratico ed evoluto Occidente, gli spazi di libertà (di pensiero, di espressione, perfino di movimento) vanno impercettibilmente ma progressivamente riducendosi. Certo, oggi il «potere» ha assunto delle forme differenti: è meno tangibile (e quindi più sottilmente insidioso) in confronto alle modalità anche sfacciate e grossolane con cui si manifestava cinquant’anni fa. Avremmo bisogno, quindi, di un nuovo Fantozzi. Soprattutto, avremmo bisogno di un nuovo Paolo Villaggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fantozzi-torna-nei-cinema-2671077276.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-un-vigliacco-in-completo-marrone-che-pero-ci-fa-sentire-tutti-migliori" data-post-id="2671077276" data-published-at="1738582962" data-use-pagination="False"> È un vigliacco in completo marrone. Che, però, ci fa sentire tutti migliori Rivelatore fu l’intervento di Evgenij Evtusenko, un gigante della poesia russa: «Eravamo in un seriosissimo consesso di intellettuali a Venezia. Facce truci, altere. Gli domandarono chi fosse lo scrittore italiano che apprezzava di più e lui rispose che le mie pagine gli ricordavano Cechov e Gogol. Tra l’altro il grande poeta russo mi storpiò il nome in Vigliacchio». Ecco, sta tutto qui: grandezza e infamia, onori e piccinerie, genio e meschinità. Solo i grandi potrebbero suscitare i pubblici elogi di un intellettuale indimenticabile e, tra questi grandi, solo Paolo Villaggio avrebbe potuto meritare l’umiliante storpiatura (così l’avrebbe probabilmente definita, con la consueta intonazione cavernosa fantozziana). Perché in fondo era vero: Ugo Fantozzi, uno dei personaggi più conosciuti nella storia del cinema e della narrativa italiana - conosciuto persino da chi non ha visto i film né letto libri - è un vigliacco e dei peggiori. Gli italiani, a ben vedere, dovrebbero detestarlo e maledirlo, invece lo amano da generazioni, ne clonano la voce, ne ripetono le battute che da decenni ne hanno innervato l’immaginario e il vernacolo. Si potrebbe dire, meglio, che gli italiani adorano impersonare Fantozzi, immergersi nei suoi abissi e riemergerne rinfrancati. Come se, dopo tutto, quell’omuncolo non li riguardasse. E poi ridono, di un riso grasso che cela l’amarezza, lo sghignazzo che si riserva alla comicità slapstick, torte in faccia e botte da orbi. Dentro, però, lo sanno - anzi, lo sappiamo - che quel ragioniere in completo marrone (o in mutande e canottiera) è il peggio di noi, un peggio che ci appartiene. Funziona, Fantozzi, forse perché fa sentire tutti migliori. E invece - come cantava Fabrizio De André, fraterno amico e compagno di scorribande di Villaggio - siamo tutti coinvolti e colpevoli. Perché qui non si tratta di sorridere dello sfigato dal cuore dolce che un po’ ricorda le comuni e umane debolezze. Fantozzi, in effetti, è un mostro. È codardo e untuoso, sottomesso ai potenti senza possibilità di redenzione. Tremebondo, ha paura di tutto, in primis di vivere. E, infatti, resta imprigionato in un lavoro che detesta e che l’opprime ma che, probabilmente, fa male e da incompetente. Si circonda di presunti amici che talvolta lo sfruttano talaltra si rivelano peggiori di lui. È costretto in una biccoca in cui l’amore coniugale scolora in «stima» («Ugo, ti stimo tantissimo», così la Pina). Del resto egli desidera una donna che non è sua moglie (la signorina Silvani), ma solo perché la desiderano tutti gli altri. E non perde l’occasione di tradirla, la moglie, non appena gli balena in petto un minimo di iniziativa, salvo poi tornare sui propri passi quando scopre di non essere all’altezza dei suoi stessi desideri. Sì, è vero: in qualche occasione il ragioniere tenta di redimersi, ha slanci di affetto e fa funzionare il cuore intenerendo il nostro. Ma poi? Poi tutto ritorna nel grigio, nell’assenza di ideali e di motivazione, nell’apatia burocratica. Fantozzi è un ingranaggio consapevole ma privo di opinioni a riguardo, che non si ribella mai e, se lo fa accetta, la punizione tremenda come il giusto calmiere di un’arroganza nemmeno esperita fino in fondo. Fantozzi si fa calpestare e non ne gode, però nemmeno si indigna, perché dentro di sé si sente una merdaccia: lo diventa accettando che gli altri, i superiori e i suoi pari, lo trattino come tale. È un vigliacco, appunto, e tale rimane. La grandezza del Villaggio scrittore sta nell’aver concentrato tanta bassezza in un solo personaggio immortale, con la crudeltà - per niente sottomessa o sfigata - che ne ha sempre caratterizzato lo sguardo satirico e l’impronta comica. Scrittura la sua di corto respiro, inadatta al romanzo ma essenziale e implacabile, assimilabile forse soltanto a quella di Lucio Mastronardi e, in fondo, priva di eredi: come Villaggio non ce ne sono stati altri e le sue creature restano insuperate, inimitabili, tragicamente attuali. Dovremmo odiarlo, Fantozzi, e con lui tutti i Calboni, i Filini e le Pine di questo mondo. Si salvano soltanto i megadirettori perché sono ontologicamente crudeli e, in questo, trasparenti: hanno il potere e non possono che usarlo per opprimere. La massa degli inferiori, invece, il potere potrebbe averlo ma ne rifiuta il fardello, ne teme l’impegno e, dopo tutto, non sa che farsene. Non comanda e non fotte. Dovremmo odiare tutto ciò, ma lo celebriamo perché vogliamo credere che ci assolva, quando invece ci condanna inesorabilmente. Tutti noi, figli - per dirla come Villaggio - di una cultura mostruosa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fantozzi-torna-nei-cinema-2671077276.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spielberg-sapeva-i-film-a-memoria" data-post-id="2671077276" data-published-at="1738582962" data-use-pagination="False"> «Spielberg sapeva i film a memoria» «Fantoni, è lei?». Ero tentato di iniziare così, citazionisticamente, la chiacchierata telefonica con l’attore Gianni Fantoni: «Fantoni», infatti, avrebbe ben potuto essere una delle storpiature da cui è bersagliato il ragionier Ugo Fantozzi nei dieci film che ne compongono la leggendaria saga, inauguratasi - nella versione cinematografica - esattamente cinquant’anni fa. E la rassomiglianza dei due cognomi, Fantoni e Fantozzi, è forse un piccolo segno del destino, un punto di partenza per sondare il rapporto quasi fatale che lega appunto Fantoni alla maschera più celebre tra quelle ideate dal genio di Paolo Villaggio. Ferrarese, classe 1967, Fantoni ha iniziato la carriera artistica proprio imitando Fantozzi e, pur avendo realizzato in seguito molte altre cose, non ha mai smesso di farlo. Al momento, per esempio, sta riportando in scena con successo lo spettacolo teatrale Fantozzi. Una tragedia, a cui si può ancora assistere - prima di una pausa che durerà fino al prossimo autunno - nelle città toscane di Carrara (5 e 6 febbraio, Teatro degli Animosi), Lucca (dal 7 al 9, Teatro del Giglio) e Pistoia (15 e 16, Teatro Manzoni). Fantoni, quando ha iniziato a imitare Fantozzi? «Alle scuole medie, perché lo imitava anche un mio professore. Mi sono appassionato al personaggio e di lì a poco ho acquistato il libro Fantozzi contro tutti, che era uscito pochi anni prima e da cui nel 1980 è stato tratto il terzo film della serie. Ma Fantozzi ha rappresentato anche il mio debutto come comico professionista». Quando? «Nel 1990, all’interno della trasmissione della Rai Stasera mi butto. Al provino mi ero portato una ventina di personaggi, ma andai nel pallone e non riuscii a farne nessuno tranne Villaggio. Fu sufficiente perché mi chiamassero alla seconda puntata, però il regista, Pier Francesco Pingitore, mi chiese di fare esclusivamente Fantozzi». Accadde più o meno la stessa cosa qualche anno dopo, a La sai l’ultima? su Canale 5. «Sì, anche Pippo Franco mi impose Fantozzi, senza concedermi alternative». Ne soffriva? «Non particolarmente, anche se sapevo di avere altre frecce al mio arco e diversificare un po’ non mi sarebbe dispiaciuto». Nel frattempo aveva conosciuto Villaggio di persona. «Nel 1991, quando Antonio Ricci mi propose per Paperissima una gag in cui Villaggio avrebbe dovuto recuperare il personaggio del Professor Kranz duettando con Lorella Cuccarini. Io ero dietro le quinte e “doppiavo” Lorella dal vivo, facendo parlare anche lei come Kranz. Villaggio, in un corridoio, mi diede dei consigli per riprodurre al meglio la sua voce: “Più nasale, più nasale!”, mi diceva (qui Fantoni imita alla perfezione Villaggio). Dopodiché non ci siamo più visti per un paio d’anni». A quando risale l’idea di portare Fantozzi in teatro? «Ormai a una decina di anni fa. Inizialmente pensavo a un musical, poi questo progetto non ha potuto concretizzarsi e allora ho optato per la prosa. Da quel momento, Villaggio ho iniziato a frequentarlo molto di più, anche perché le trattative per il contratto sono durate almeno un anno e mezzo dato che Paolo, giustamente, era molto geloso del suo personaggio più importante («Fantozzi è la mia vita», confessava) e voleva capire bene a chi stesse per metterlo in mano. Alla fine, nel contratto, volle che fosse scritto che Fantozzi avrei potuto interpretarlo solamente io». Un bel riconoscimento. «Paolo mi diceva: “Puoi non farlo tu soltanto se sarai prossimo alla morte”». Villaggio parlava spesso della morte. «Spessissimo. Era una forma di scaramanzia ma anche un modo per dare sfogo al suo umorismo nero, macabro, al suo bisogno di ironizzare su temi tabù». A parte essere entrato già da tempo nel lessico italiano con l’aggettivo «fantozziano», Fantozzi seguita a presidiare il nostro immaginario con un formidabile ricambio generazionale. Tanti bambini, tutt’oggi, guardano i suoi film e ne imitano smorfie e movenze. Come se lo spiega? «Alla base c’è la forza della scrittura di Villaggio. I romanzi di Fantozzi fanno ancora ridere come cinquant’anni fa e non c’è dubbio che la scrittura sia il veicolo più arduo con cui suscitare il riso; sono ormai considerabili, insomma, dei libri senza tempo, dei veri e propri classici. Poi, ovviamente, c’è la grandezza di Villaggio come attore comico». Fantozzi, che lei sappia, ha un qualche seguito anche all’estero? «Il fumettista Max Bunker, il creatore di Alan Ford, una volta mi ha detto che una quarantina d’anni fa passò del tempo a discorrere di Fantozzi con Steven Spielberg, il quale ne conosceva a menadito i primi tre o quattro film. Poi Fantozzi è molto amato in Russia, dove il primo romanzo della saga, uscito nel 1971, ricevette il Premio Gogol come “Miglior opera umoristica”. Dico di più: se non fosse scoppiata la guerra con l’Ucraina, il mio spettacolo avrebbe dovuto essere co-prodotto dal Teatro di San Pietroburgo». Fantozzi. Una tragedia si rifà in particolare ai primi due capitoli di Fantozzi. «Sì, ma con il regista, David Livermore, ci siamo immediatamente resi conto di non dover seguire la strada della fedeltà pedissequa all’originale, perché avremmo inevitabilmente dato vita a una brutta copia. Abbiamo, quindi, concepito uno spettacolo fuori dall’ordinario, privo di scenografia. È un po’ come vedere Fantozzi dentro un sogno o in un universo parallelo. Il mio è un Fantozzi alternativo, non mimetico». È soddisfatto del riscontro di pubblico? «Sì, molto. Ogni sera gli applausi sono convinti e copiosi. Non dico che arrivino a 92 minuti, ma decisamente non ci possiamo lamentare».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 marzo con Flaminia Camilletti
Il sassofonista, direttore artistico di Bergamo Jazz Festival, racconta con la voce e con il suo strumento la storia dei musicisti che hanno «segnato il passo» nella sua vita: dal padre, «Big T» Lovano, a Hank Jones fino a Miles Davis e John Coltrane.
Una veduta di una parte del giacimento di gas di South Pars ad Assalooyeh, sulla costa iraniana del Golfo Persico (Getty Images)
Con l’attacco agli impianti di gas di South Pars, nel sud della Repubblica islamica, il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti sta salendo di livello. E la risposta di Teheran non si è fatta attendere. Sul piano operativo, l’Iran ha lanciato una nuova offensiva contro Israele. Missili balistici hanno raggiunto il centro del Paese, provocando due morti a Tel Aviv e feriti tra Ramat Gan e Petah Tikva. Diversi i danni materiali, con abitazioni colpite, una stazione distrutta e detriti che hanno raggiunto anche l’area dell’aeroporto Ben Gurion, dove tre velivoli privati sono stati danneggiati. In contemporanea, le sirene d’allarme sono risuonate in Galilea, sulle Alture del Golan e a Eilat, mentre attacchi con droni attribuiti a Hezbollah si sono sovrapposti ai lanci balistici iraniani. Un missile è stato inoltre intercettato nell’area di Al-Kharj, nella regione di Riad.
I pasdaran hanno rivendicato l’operazione parlando di oltre cento obiettivi colpiti nel territorio israeliano, nell’ambito della «sessantunesima ondata» dall’inizio dell’operazione «True Promise 4». Stando al corpo d’élite iraniano, i missili avrebbero penetrato il sistema israeliano di difesa aerea, colpendo obiettivi militari «nel cuore dei territori occupati». L’azione è stata esplicitamente collegata alla volontà di vendicare la morte di Ali Larijani, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un raid di Israele. Sulla sua morte si è espresso ieri Mojtaba Khamenei, che ha promesso vendetta: «Ogni sangue ha un prezzo, che i criminali assassini dovranno presto pagare». Ma non c’è solo Israele nel mirino: le Guardie rivoluzionarie hanno indicato come «obiettivi legittimi» una serie di infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, invitando esplicitamente civili e lavoratori ad allontanarsi da raffinerie e complessi petrolchimici. Tra i siti citati figurano la raffineria Samref e il polo industriale di al-Jubail in Arabia Saudita, il giacimento di gas di al-Hosn negli Emirati e i complessi di Mesaieed e Ras Laffan in Qatar. Proprio in Qatar ieri un incendio è divampato nel principale impianto di gas sulla costa settentrionale, dopo un attacco iraniano. L’Arabia Saudita ha distrutto invece in serata un drone diretto verso un impianto a gas nell’Est del Paese. In parallelo, la marina dei pasdaran ha avvertito che anche le infrastrutture energetiche statunitensi rientrano tra i possibili bersagli.
La partita non si gioca solo sul piano militare. Lo ha sottolineato con forza il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, che ha parlato apertamente di una «guerra economica su larga scala», sostenendo che la sicurezza energetica della regione ha ormai raggiunto «il punto zero» e definendo l’attacco a South Pars un «suicidio politico» da parte di Stati Uniti e Israele. Sulla stessa linea anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha parlato di «nuovo livello di confronto», evocando la «legge del taglione» e definendo l’attacco alle infrastrutture un atto destinato a ritorcersi contro i suoi autori. Sempre ieri, l’Iran ha anche eseguito la condanna a morte di un cittadino con doppia nazionalità svedese-iraniana, accusato di spionaggio a favore di Israele. Stoccolma ha reagito con una dura protesta, convocando l’ambasciatore iraniano. Un episodio che, pur avulso dall’ambito militare, testimonia un atteggiamento sempre più duro da parte della Repubblica islamica, sia all’esterno sia sul fronte interno. E in effetti, gli appelli americani alla dissidenza non sembrano sortire risultati apprezzabili: ieri, in piena crisi bellica, i cittadini di Teheran sono scesi in piazza, dove hanno dato alle fiamme i fantocci di Trump e Netanyahu. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha anzi ribaltato la narrativa americana, condividendo su X il messaggio di dimissioni del funzionario statunitense Joe Kent: «Questa guerra», ha scritto Baghaei, «non è la guerra del popolo americano; prendere le distanze da questa guerra illegale è il minimo che ogni cittadino o funzionario americano con una coscienza limpida può e dovrebbe fare». Come sul piano comunicativo, anche sul piano militare - nonostante i colpi subiti - Teheran non appare del resto priva di risorse. Le stime più recenti e accreditate indicano che prima del conflitto l’Iran disponeva del più ampio arsenale missilistico del Medio Oriente, con una dotazione compresa tra i 2.500 e i 3.000 vettori. Alcune valutazioni arrivano fino a 6.000, secondo analisi citate da Reuters. Una parte significativa è già stata utilizzata o distrutta, e la capacità di lancio è stata ridotta dai raid israelo-americani. Ma, sempre secondo fonti occidentali riportate da Reuters, il Paese conserverebbe ancora una quota rilevante delle proprie scorte. In altre parole, l’Iran è ancora in grado di combattere.
Eliminato il super 007 degli iraniani. Blitz Usa-Israele su un impianto di gas
Contro il regime iraniano, Israele ha alzato l’asticella: oltre a continuare a spazzare via i vertici, ha attaccato per la prima volta il più grande giacimento di gas del Paese, aprendo a una fase di ripercussioni ancora più critica. Innanzitutto, Teheran deve fare i conti con la perdita del ministro dell’Intelligence iraniano, Esmail Khatib. A confermare ufficialmente la sua uccisione è stato il ministro della Difesa di Israele, Israel Katz. Che ha pure annunciato: «Nel corso della giornata (ieri, ndr) sono previste importanti sorprese su tutti i fronti, che intensificheranno la guerra che stiamo conducendo contro l’Iran e Hezbollah». Le Idf hanno svelato che Khatib è stato eliminato nella notte tra martedì e mercoledì a Teheran in «un attacco mirato» condotto «dall’aviazione israeliana». Khatib aveva assunto l’incarico nel 2021: nominato da Ali Khamenei, è stato quindi a capo del dicastero sia durante la presidenza di Ebrahim Raisi sia in quella di Masoud Pezeshkian. In Iran, come riferisce una nota delle forze di difesa israeliane, il ministero dell’Intelligence «costituisce uno dei principali meccanismi di repressione e terrorismo del regime. Possiede capacità di intelligence avanzate e funge da braccio centrale nella supervisione, nello spionaggio e nell’esecuzione di operazioni segrete in tutto il mondo». Tra l’altro il ministro è stato tra i protagonisti delle recenti repressioni contro le proteste interne e allo stesso modo «ha agito contro i cittadini iraniani nel contesto delle proteste per l’hijab» nel 2022.
Ma le operazioni contro i vertici iraniani proseguiranno. Visto che «in Iran sono tutti nel mirino», Katz e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, hanno autorizzato l’esercito a «eliminare qualsiasi alto funzionario iraniano senza che sia necessaria un’ulteriore approvazione». Tra l’altro, le Idf hanno reso noto che a Beirut è stato ucciso il comandante della divisione Imam Hussein, Hassan Ali Marwan. Il terrorista, insediatosi solo sei giorni prima, «in precedenza ricopriva il ruolo di capo delle operazioni della divisione ed era responsabile del collegamento tra quest’ultima e gli alti ufficiali militari di Hezbollah e della Forza Quds».
Riguardo ai raid di Israele contro la leadership iraniana, c’è da dire che non hanno smantellato il regime. A confermarlo, durante un’audizione al Senato statunitense, è stata la direttrice dell’Intelligence nazionale Usa, Tulsi Gabbard: «Il governo di Teheran è intatto» seppur «ampiamente indebolito a causa degli attacchi alla sua leadership e alla sua capacità militare».
Ciononostante, le «sorprese» preannunciate da Katz non sono tardate ad arrivare, con Israele che ha colpito un impianto di gas iraniano nel Sud del Paese, innescando un pericoloso effetto domino sul mercato energetico globale con la rappresaglia del regime che è già iniziata. Il primo a confermare l’attacco è stato il vicegovernatore della provincia meridionale di Bushehr alla tv di Stato iraniana: «Pochi istanti fa, alcune parti degli impianti di gas» della raffineria strategica di South Pars, situata nella città di Kangan, «sono state colpite da proiettili del nemico americano-sionista». Stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono stati bersagliati i serbatoi di gas e parti di una raffineria. Altri funzionari iraniani hanno parlato di quattro sezioni degli impianti petrolchimici di South Pars colpiti. In merito ai danni, il governatore di Asaluyeh, centro iraniano per il gas e la petrolchimica, alimentato dal giacimento di South Pars, ha comunicato che «non è stata segnalata alcuna perdita di sostanze tossiche dopo l’attacco». Si tratta della prima volta, dall’inizio dell’operazione Furia epica, di un attacco contro gli impianti iraniani di gas, di vitale importanza per l’economia del Paese. South Pars, che fa parte del più grande giacimento di gas naturale al mondo, è infatti fondamentale per la produzione di energia elettrica dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Financial Times, le sue infrastrutture forniscono oltre due terzi del gas consumato nel Paese. E non è escluso che l’iniziativa di Israele abbia ricevuto l’appoggio del presidente americano, Donald Trump. A confermare ad Axios il via libera degli Stati Uniti sono state alcune fonti israeliane. Poco dopo, un funzionario statunitense ha però smentito alla Cnn il coinvolgimento di Washington. A reagire duramente contro l’attacco è stata Doha, anche perché il giacimento finito nel mirino è condiviso con il Qatar attraverso il Golfo. Il portavoce del ministro degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha dichiarato: «Il fatto che Israele prenda di mira le infrastrutture legate al giacimento di gas iraniano di South Pars, che rappresenta un’estensione del giacimento di North Field del Qatar, è un passo pericoloso e irresponsabile». Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno criticato il raid, sostenendo che «colpire le infrastrutture energetiche rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza energetica globale, nonché per la sicurezza e la stabilità della regione». Sulla stessa linea l’Oman: «L’attacco israeliano è una pericolosa escalation, una minaccia diretta alla sicurezza e alle forniture energetiche della regione».
Per il dialogo serve la rivolta interna
La guerra in Iran sta seguendo una direttrice strategica precisa: colpire i vertici del potere per disarticolare l’intero sistema. Non si tratta più soltanto di neutralizzare infrastrutture militari, ma di smontare progressivamente la catena di comando attraverso eliminazioni mirate. Dopo la morte di Ali Larijani, un nuovo raid ha colpito anche Esmail Khatib, capo dell’intelligence dal 2021 e figura centrale nella gestione della sicurezza interna e nella repressione delle proteste. L’ipotesi operativa di Israele è che la pressione aerea stia producendo effetti concreti sul funzionamento dello Stato iraniano. I centri decisionali sono costretti a spostarsi continuamente, alla ricerca di luoghi ritenuti sicuri, mentre jet e droni mantengono una presenza costante nei cieli. In alcuni casi, le attività operative vengono trasferite in strutture civili, scuole o impianti sportivi, segno di una crescente difficoltà logistica anche considerato che tutte le comunicazioni sono intercettate. A questo si aggiungono segnali di cedimento interno, con defezioni tra esercito e forze di polizia che indicano una prima erosione della coesione.
Misurare però l’efficacia reale della campagna resta complesso. Teheran ha imposto un rigido controllo dell’informazione: accesso limitato alla rete, censura sistematica e arresti per chi diffonde immagini dei danni. La guerra si gioca così, anche sul piano della percezione, in un contesto opaco dove è difficile distinguere tra realtà e narrazione. All’origine del conflitto vi è una rottura diplomatica maturata nei negoziati di Ginevra. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rivendicato il diritto dell’Iran a proseguire l’arricchimento dell’uranio, scontrandosi con la posizione statunitense. Il confronto è rapidamente degenerato. L’assenza di segnali distensivi ha offerto alla Casa Bianca il contesto per autorizzare un’operazione militare già pianificata da tempo con Israele.
La strategia israelo-americana appare orientata a svuotare progressivamente il sistema di potere iraniano, eliminando i suoi principali protagonisti fino a renderlo incapace di funzionare. Ma questa impostazione si scontra con la natura stessa della Repubblica islamica, che in oltre 40 anni ha costruito una struttura complessa, resiliente e profondamente radicata. Pensare di provocarne il collasso esclusivamente con la forza militare rischia di essere una valutazione incompleta. Il nodo centrale resta l’assenza di un’opposizione interna in grado di raccogliere il vuoto di potere. Senza una mobilitazione popolare organizzata e armata, la pressione esterna difficilmente può tradursi in un cambio di regime. Alcuni segnali si sono intravisti, come gli attacchi dei Mojahedin del Popolo contro installazioni dei pasdaran a Teheran prima dell’inizio del conflitto, con un numero elevato di vittime, e le ipotesi di un coinvolgimento curdo, che Washington ha lasciato intendere di voler valutare. Poi più nulla. Nonostante l’intensità degli attacchi, il sistema iraniano non è collassato. Secondo la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard, il governo resta in piedi, pur essendo stato fortemente degradato. Se la leadership dovesse sopravvivere, Teheran potrebbe ricostruire rapidamente le proprie capacità militari, in particolare nel settore dei droni e dei missili. Proprio sul dossier nucleare emerge una contraddizione significativa. Nella relazione scritta presentata al Senato, Gabbard aveva affermato che dopo i bombardamenti del giugno 2025 contro le infrastrutture nucleari iraniane non era stato compiuto «alcuno sforzo» per ricostruire le capacità di arricchimento dell’uranio. Una valutazione che metteva in discussione una delle principali giustificazioni utilizzate dall’amministrazione Trump per lanciare l’offensiva. Durante l’audizione orale, però, la stessa Gabbard ha corretto il tiro, sostenendo che Teheran starebbe «cercando di riprendersi» dai danni subiti. Il senatore democratico Mark Warner ha contestato apertamente questa discrepanza, accusandola di aver omesso gli elementi in contrasto con la linea della Casa Bianca. Resta inoltre aperto il nodo del materiale nucleare che si ritiene ancora nascosto nell’area di Isfahan. Un’eventuale operazione per sequestrarlo o distruggerlo comporterebbe rischi elevatissimi, legati sia all’incertezza sulla localizzazione sia alla possibilità di dispersione di sostanze radioattive o reazioni incontrollate.
Sul piano politico interno, il quadro appare molto incerto e frammentato. Della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, indicato come successore del padre, si sono perse le tracce nelle prime fasi del conflitto. Il presidente Masoud Pezeshkian, considerato più aperto al dialogo, appare marginale e privo di reale potere decisionale. A dominare restano le figure della linea dura, come il capo della magistratura Mohseni-Ejei e il vertice dei pasdaran Ahmad Vahidi, mentre altri attori chiave come Alireza Arafi e Mohammad Bagher Ghalibaf continuano a muoversi in un equilibrio ancora fluido.
Di fatto mantengono ancora un ruolo centrale nella gestione politica e finanziaria della risposta bellica, senza essere finora stati colpiti, segno di una possibile valutazione strategica su equilibri ancora in evoluzione. Il quadro complessivo evidenzia una contraddizione strutturale: la strategia della decapitazione sta producendo risultati sul piano militare, ma non si traduce in un esito politico. Senza una leadership alternativa e senza una dinamica interna capace di accompagnare la pressione esterna, il rischio è quello di un conflitto lungo e logorante. L’Iran è stato colpito duramente, ma non è crollato, e continua a dimostrare una capacità di adattamento che rende incerto qualsiasi sviluppo futuro.
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Il Noma ha cambiato il nostro modo di guardare la natura, ma oggi è lo stesso Redzepi a cambiare sguardo su se stesso. Nel cuore della tempesta, tra critiche sul sistema del fine dining e la ricerca di un nuovo equilibrio, lo chef più premiato al mondo dice basta.