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2023-12-24
I fan del Mes si stracciano le vesti ma finiscono per svelare gli altarini
Salvatore Rossi, presidente di Tim ed ex dg di Bankitalia (Imagoeconomica)
Bandiere a mezz’asta nelle redazioni, musi lunghi quanto gli editoriali: la reazione della stampa italiana europeista al no al Mes dimostra un encomiabile sprezzo del ridicolo, anche perché, sui grandi giornali del resto del continente, della bocciatura italiana a nessuno pare fregare assolutamente nulla. Su Repubblica di ieri, Massimo Giannini ha il merito di trovare uno spunto originale per criticare Giorgia Meloni: paragonarla a Benito Mussolini. «La lira è veramente la mia ossessione, scriveva Benito Mussolini a Gabriele D’Annunzio il 29 agosto 1926», esordisce Giannini, «subito dopo il famoso discorso di Pesaro sulla battaglia per Quota 90, il tasso di cambio sulla sterlina inglese da raggiungere a ogni costo, per rimettere in riga la perfida Albione. Quasi un secolo dopo, Giorgia Meloni ha trasformato il Mes nella sua ossessione», vola alto Giannini, «e il gran rifiuto alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità nella nuova Quota 90 alla quale ha infine impiccato il Paese, credendo di dare così una lezione alla Perfida Unione».
Non sappiamo a quale vate contemporaneo si sia rivolta la Meloni per confessare la sua ossessione verso il Mes, alcuni indizi ci conducono sulle tracce di Pino Insegno. Ma andiamo avanti: «Corsi e ricorsi storici. Del resto», ricorda Giannini, «era un anno fa esatto, il 22 dicembre 2022, quando la premier comodamente seduta sui divani bianchi di Bruno Vespa annunciava ai sudditi di Raiuno: non accederò al Mes, posso firmarlo col sangue. La stessa epica guerresca del Duce, che novantasette anni prima, affacciato al balcone del Palazzo delle Poste, giurava ai pesaresi festanti: difenderò la lira fino all’ultimo sangue». Mena duro, Giannini: paragonare il libero voto di un Parlamento alle decisioni del Duce può anche andare, considerato il delirio generale, ma quell’accostamento tra il divano bianco di Vespa e il balcone del Palazzo delle Poste di Pesaro è ingeneroso nei confronti del papà di Porta a Porta. Giannini è scatenato: «Ricattata da un Salvini in modalità Papeete Natalizio», colpisce Massimo, in modalità Decimo Meridio, «la Sorella d’Italia non ha resistito al richiamo della foresta». A proposito di ricatti, però: «Meloni», avverte Giannini, «ha consumato il primo, vero e serio strappo con la Ue, che rischia di essere gravido di conseguenze nefaste: dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo alle prossime rate del Pnrr, dall’attuazione delle politiche migratorie al completamento dell’Unione bancaria». Visto che non si capisce che cosa c’entrino le procedure di infrazione, il Pnrr e le politiche migratorie col Mes, quelle che Giannini descrive sarebbero le conseguenze di un ricatto bello e buono, tecnicamente una estorsione, con l’Europa nelle vesti di infame ricattatrice e la Repubblica italiana in quelle della vittima.
Interessanti le parole di Salvatore Rossi, attuale presidente di Tim ed ex direttore generale della Banca d’Italia, che rilascia una intervista a La Stampa favorevole all’approvazione del Mes, con un passaggio che però fa riflettere. «A pensare male, si arriva a dire che Berlino vuole il Mes perché le sue banche sono a rischio», riflette l’intervistatore: «Che alcune banche tedesche abbiano problemi», risponde Rossi, «è noto da molti anni. Le banche piccole come anche alcune di quelle più grandi. Il governo tedesco le ha sempre sostenute in modo deciso, anche piegando le regole a loro vantaggio. Le vecchie vicende dell’Unione bancaria europea», aggiunge Rossi, «sono lì a dirlo: prima i tedeschi salvarono le loro banche, poi chiesero a gran voce un restringimento delle regole europee per gli altri: si è chiusa la stalla dopo che alcuni buoi erano scappati». Dunque la Germania già in passato ha «piegato a suo vantaggio» le regole europee per salvare le proprie banche: non c’era motivo migliore per votare contro il Mes, come noi della Verità andiamo ripetendo da tempo.
Al coro anti governo si unisce anche Veronica De Romanis con un articolo sulla Stampa rilanciato su Twitter, dove scrive: «Il Mes non piace perché è un passo in avanti verso maggiore integrazione. Tutto qui». In effetti, una maggiore integrazione senza aver prima stabilito le regole dell’Unione bancaria sarebbe un boomerang.
Il clima natalizio suggerisce indulgenza e perdono, quindi non infieriamo sugli ultra europeisti de Il Foglio, che fino a quando la Meloni e i suoi fedelissimi hanno fatto i bravi bambini, in particolare esaudendo tutti i desideri di Washington e Bruxelles sull’Ucraina, hanno coccolato premier e ministri, e che negli ultimi due giorni invece si sono trasformati in Savonarola. Non possiamo però fare a meno di sottolineare un improvviso cambio di linea nei confronti del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Appena un mese fa, il 24 novembre, la «mente politica del melonismo» era dipinto come «ruvido nei modi, ma non tipo che si sottrae alle domande». Ieri, dopo il no al Mes, la musica è cambiata: «Riproponiamo la domanda», leggiamo sul Foglio a proposito di Fazzolari, al quale è stato chiesto del Mes, «e ci sentiamo rispondere che dobbiamo essere noi a rispondere alle sue. Da quando Bruno Vespa lo intervista come fosse Antony Blinken sta esplodendo di boria e bisogna dire che è colpa nostra, dei giornalisti». Magari vostra, ma il punto non è quello. È che Fazzolari, per il Foglio, si è trasformato da irreprensibile risponditore alle domande più scomode a maleducato. In appena un Mes.
Opposizione in tilt: «Favore a Putin»
La reazione delle opposizioni alla bocciatura della riforma del Mes è un vero e proprio manuale dei profeti di sventura. Alcune delle valutazioni di questi ultimi giorni sono talmente catastrofiste da far (sor)ridere di gusto. Il senatore Enrico Borghi di Italia viva batte tutti i record: «Tra le implicazioni della vicenda Mes», monita Borghi, che è pure componente del Copasir, «una che ha un risvolto geopolitico: il trattato del Mes autorizza i ministri delle Finanze a emettere obbligazioni per finanziare i governi dell’euro che si prestano a una piattaforma di ricostruzione dell’Ucraina. Il no sovranista giunto da Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 stelle blocca tutto, e si rivela così, nei fatti, anche un assist per Mosca. Sarà interessante», aggiunge Borghi, «vedere come la premier Meloni potrà giustificare questa vicenda con i nostri alleati». Peccato che nessuno, ma proprio nessuno, da Washington a Bruxelles, abbia mai accostato il Mes e la guerra in Ucraina.
Pure il presidente della Puglia, Michele Emiliano, la butta sulla geopolitica: «Il mancato voto sul Mes equivale a non aver partecipato al sostegno dell’Ucraina in guerra, abbiamo buttato all’aria un trattato europeo condiviso da tutti i Paesi, e anche dal governo Berlusconi di cui faceva parte la Meloni, per una ripicca probabilmente legata alla figuraccia che l’Italia ha fatto sul Patto di stabilità , e in maniera politicamente folle, ha risposto facendo saltare a tutti i cittadini europei la protezione del Mes, che si sarebbe estesa in questo caso ai dissesti non solo degli Stati, ma anche, eventualmente, delle banche. Il Parlamento», aggiunge Emiliano, «ha tirato un calcio negli stinchi a Ursula von der Leyen, nonostante l’Ue sia stata fondamentale per superare la crisi».
Non manca mai di regalarci grandi soddisfazioni il M5s, che sulla vicenda Mes è particolarmente frizzantino. Dopo aver votato in Aula contro la ratifica della riforma, cosa ti combina l’allegra combriccola capitanata da Giuseppe Conte? Si unisce alle altre opposizioni, che invece hanno votato a favore, e come se niente fosse sottoscrive la richiesta di una audizione urgente del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in commissione Bilancio alla Camera: «Il 20 dicembre scorso», scrivono i gruppi di Pd, M5s, Iv e Azione, «dopo mesi di negoziazione, i ministri delle Finanze dell’Unione europea hanno siglato all’unanimità un accordo sulla revisione del Patto di stabilità e crescita. All’indomani di questo traguardo comunque rilevante, quale che sia il giudizio di merito», aggiungono le minoranze, «la Camera dei deputati, nella seduta del ventuno dicembre, con un voto dell’Assemblea ha bocciato il disegno di legge che reca l’autorizzazione alla ratifica dell’accordo recante modifica del trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Alla luce di questi significativi accadimenti, riteniamo necessaria e urgente una informativa del ministro dell’Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, da svolgere già in occasione dell’esame della legge di bilancio 2024».
Immaginiamo già i componenti grillini della commissione Bilancio della Camera chiedere a Giorgetti: perché non abbiamo ratificato il Mes? «Perché avete votato contro!», risponderebbe il ministro. A differenza dei pentastellati, i deputati di Alleanza verdi e sinistra, che alla Camera sul Mes si sono astenuti, non hanno sottoscritto la richiesta. Giorgetti, a quanto si apprende, ha dato la propria disponibilità a intervenire in commissione mercoledì prossimo, 27 dicembre. La sua partecipazione, viene però precisato, sarà esclusivamente concentrata sulla legge di bilancio e non sul Patto di stabilità o sul Mes, come richiesto dalle opposizioni. Su questi temi c’è comunque l’apertura a riferire in altre sedute. Matteo Salvini si è schierato a fianco del suo ministro: «Se Giorgetti risulta indebolito dopo il voto del Mes? Assolutamente no. Abbiamo condiviso, scelto e fatto tutto per il bene degli italiani. Ne sono e ne siamo orgogliosi».
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Stampa di sinistra all’attacco: «Repubblica» paragona Giorgia Meloni al Duce. Salvatore Rossi, ex dg di Bankitalia, difende il salva Stati però ammette: «A pensar male si può sostenere che Berlino lo vuole perché ha banche a rischio».Per Enrico Borghi e Michele Emiliano la mancata ratifica offre addirittura un aiuto a Mosca. Matteo Salvini si schiera con Giancarlo Giorgetti: «Non è indebolito. Abbiamo agito per il bene degli italiani».Lo speciale contiene due articoli.Bandiere a mezz’asta nelle redazioni, musi lunghi quanto gli editoriali: la reazione della stampa italiana europeista al no al Mes dimostra un encomiabile sprezzo del ridicolo, anche perché, sui grandi giornali del resto del continente, della bocciatura italiana a nessuno pare fregare assolutamente nulla. Su Repubblica di ieri, Massimo Giannini ha il merito di trovare uno spunto originale per criticare Giorgia Meloni: paragonarla a Benito Mussolini. «La lira è veramente la mia ossessione, scriveva Benito Mussolini a Gabriele D’Annunzio il 29 agosto 1926», esordisce Giannini, «subito dopo il famoso discorso di Pesaro sulla battaglia per Quota 90, il tasso di cambio sulla sterlina inglese da raggiungere a ogni costo, per rimettere in riga la perfida Albione. Quasi un secolo dopo, Giorgia Meloni ha trasformato il Mes nella sua ossessione», vola alto Giannini, «e il gran rifiuto alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità nella nuova Quota 90 alla quale ha infine impiccato il Paese, credendo di dare così una lezione alla Perfida Unione». Non sappiamo a quale vate contemporaneo si sia rivolta la Meloni per confessare la sua ossessione verso il Mes, alcuni indizi ci conducono sulle tracce di Pino Insegno. Ma andiamo avanti: «Corsi e ricorsi storici. Del resto», ricorda Giannini, «era un anno fa esatto, il 22 dicembre 2022, quando la premier comodamente seduta sui divani bianchi di Bruno Vespa annunciava ai sudditi di Raiuno: non accederò al Mes, posso firmarlo col sangue. La stessa epica guerresca del Duce, che novantasette anni prima, affacciato al balcone del Palazzo delle Poste, giurava ai pesaresi festanti: difenderò la lira fino all’ultimo sangue». Mena duro, Giannini: paragonare il libero voto di un Parlamento alle decisioni del Duce può anche andare, considerato il delirio generale, ma quell’accostamento tra il divano bianco di Vespa e il balcone del Palazzo delle Poste di Pesaro è ingeneroso nei confronti del papà di Porta a Porta. Giannini è scatenato: «Ricattata da un Salvini in modalità Papeete Natalizio», colpisce Massimo, in modalità Decimo Meridio, «la Sorella d’Italia non ha resistito al richiamo della foresta». A proposito di ricatti, però: «Meloni», avverte Giannini, «ha consumato il primo, vero e serio strappo con la Ue, che rischia di essere gravido di conseguenze nefaste: dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo alle prossime rate del Pnrr, dall’attuazione delle politiche migratorie al completamento dell’Unione bancaria». Visto che non si capisce che cosa c’entrino le procedure di infrazione, il Pnrr e le politiche migratorie col Mes, quelle che Giannini descrive sarebbero le conseguenze di un ricatto bello e buono, tecnicamente una estorsione, con l’Europa nelle vesti di infame ricattatrice e la Repubblica italiana in quelle della vittima. Interessanti le parole di Salvatore Rossi, attuale presidente di Tim ed ex direttore generale della Banca d’Italia, che rilascia una intervista a La Stampa favorevole all’approvazione del Mes, con un passaggio che però fa riflettere. «A pensare male, si arriva a dire che Berlino vuole il Mes perché le sue banche sono a rischio», riflette l’intervistatore: «Che alcune banche tedesche abbiano problemi», risponde Rossi, «è noto da molti anni. Le banche piccole come anche alcune di quelle più grandi. Il governo tedesco le ha sempre sostenute in modo deciso, anche piegando le regole a loro vantaggio. Le vecchie vicende dell’Unione bancaria europea», aggiunge Rossi, «sono lì a dirlo: prima i tedeschi salvarono le loro banche, poi chiesero a gran voce un restringimento delle regole europee per gli altri: si è chiusa la stalla dopo che alcuni buoi erano scappati». Dunque la Germania già in passato ha «piegato a suo vantaggio» le regole europee per salvare le proprie banche: non c’era motivo migliore per votare contro il Mes, come noi della Verità andiamo ripetendo da tempo. Al coro anti governo si unisce anche Veronica De Romanis con un articolo sulla Stampa rilanciato su Twitter, dove scrive: «Il Mes non piace perché è un passo in avanti verso maggiore integrazione. Tutto qui». In effetti, una maggiore integrazione senza aver prima stabilito le regole dell’Unione bancaria sarebbe un boomerang.Il clima natalizio suggerisce indulgenza e perdono, quindi non infieriamo sugli ultra europeisti de Il Foglio, che fino a quando la Meloni e i suoi fedelissimi hanno fatto i bravi bambini, in particolare esaudendo tutti i desideri di Washington e Bruxelles sull’Ucraina, hanno coccolato premier e ministri, e che negli ultimi due giorni invece si sono trasformati in Savonarola. Non possiamo però fare a meno di sottolineare un improvviso cambio di linea nei confronti del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Appena un mese fa, il 24 novembre, la «mente politica del melonismo» era dipinto come «ruvido nei modi, ma non tipo che si sottrae alle domande». Ieri, dopo il no al Mes, la musica è cambiata: «Riproponiamo la domanda», leggiamo sul Foglio a proposito di Fazzolari, al quale è stato chiesto del Mes, «e ci sentiamo rispondere che dobbiamo essere noi a rispondere alle sue. Da quando Bruno Vespa lo intervista come fosse Antony Blinken sta esplodendo di boria e bisogna dire che è colpa nostra, dei giornalisti». Magari vostra, ma il punto non è quello. È che Fazzolari, per il Foglio, si è trasformato da irreprensibile risponditore alle domande più scomode a maleducato. 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Il senatore Enrico Borghi di Italia viva batte tutti i record: «Tra le implicazioni della vicenda Mes», monita Borghi, che è pure componente del Copasir, «una che ha un risvolto geopolitico: il trattato del Mes autorizza i ministri delle Finanze a emettere obbligazioni per finanziare i governi dell’euro che si prestano a una piattaforma di ricostruzione dell’Ucraina. Il no sovranista giunto da Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 stelle blocca tutto, e si rivela così, nei fatti, anche un assist per Mosca. Sarà interessante», aggiunge Borghi, «vedere come la premier Meloni potrà giustificare questa vicenda con i nostri alleati». Peccato che nessuno, ma proprio nessuno, da Washington a Bruxelles, abbia mai accostato il Mes e la guerra in Ucraina. Pure il presidente della Puglia, Michele Emiliano, la butta sulla geopolitica: «Il mancato voto sul Mes equivale a non aver partecipato al sostegno dell’Ucraina in guerra, abbiamo buttato all’aria un trattato europeo condiviso da tutti i Paesi, e anche dal governo Berlusconi di cui faceva parte la Meloni, per una ripicca probabilmente legata alla figuraccia che l’Italia ha fatto sul Patto di stabilità , e in maniera politicamente folle, ha risposto facendo saltare a tutti i cittadini europei la protezione del Mes, che si sarebbe estesa in questo caso ai dissesti non solo degli Stati, ma anche, eventualmente, delle banche. Il Parlamento», aggiunge Emiliano, «ha tirato un calcio negli stinchi a Ursula von der Leyen, nonostante l’Ue sia stata fondamentale per superare la crisi». Non manca mai di regalarci grandi soddisfazioni il M5s, che sulla vicenda Mes è particolarmente frizzantino. Dopo aver votato in Aula contro la ratifica della riforma, cosa ti combina l’allegra combriccola capitanata da Giuseppe Conte? Si unisce alle altre opposizioni, che invece hanno votato a favore, e come se niente fosse sottoscrive la richiesta di una audizione urgente del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in commissione Bilancio alla Camera: «Il 20 dicembre scorso», scrivono i gruppi di Pd, M5s, Iv e Azione, «dopo mesi di negoziazione, i ministri delle Finanze dell’Unione europea hanno siglato all’unanimità un accordo sulla revisione del Patto di stabilità e crescita. All’indomani di questo traguardo comunque rilevante, quale che sia il giudizio di merito», aggiungono le minoranze, «la Camera dei deputati, nella seduta del ventuno dicembre, con un voto dell’Assemblea ha bocciato il disegno di legge che reca l’autorizzazione alla ratifica dell’accordo recante modifica del trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Alla luce di questi significativi accadimenti, riteniamo necessaria e urgente una informativa del ministro dell’Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, da svolgere già in occasione dell’esame della legge di bilancio 2024». Immaginiamo già i componenti grillini della commissione Bilancio della Camera chiedere a Giorgetti: perché non abbiamo ratificato il Mes? «Perché avete votato contro!», risponderebbe il ministro. A differenza dei pentastellati, i deputati di Alleanza verdi e sinistra, che alla Camera sul Mes si sono astenuti, non hanno sottoscritto la richiesta. Giorgetti, a quanto si apprende, ha dato la propria disponibilità a intervenire in commissione mercoledì prossimo, 27 dicembre. La sua partecipazione, viene però precisato, sarà esclusivamente concentrata sulla legge di bilancio e non sul Patto di stabilità o sul Mes, come richiesto dalle opposizioni. Su questi temi c’è comunque l’apertura a riferire in altre sedute. Matteo Salvini si è schierato a fianco del suo ministro: «Se Giorgetti risulta indebolito dopo il voto del Mes? Assolutamente no. Abbiamo condiviso, scelto e fatto tutto per il bene degli italiani. Ne sono e ne siamo orgogliosi».
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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