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2023-12-24
I fan del Mes si stracciano le vesti ma finiscono per svelare gli altarini
Salvatore Rossi, presidente di Tim ed ex dg di Bankitalia (Imagoeconomica)
Bandiere a mezz’asta nelle redazioni, musi lunghi quanto gli editoriali: la reazione della stampa italiana europeista al no al Mes dimostra un encomiabile sprezzo del ridicolo, anche perché, sui grandi giornali del resto del continente, della bocciatura italiana a nessuno pare fregare assolutamente nulla. Su Repubblica di ieri, Massimo Giannini ha il merito di trovare uno spunto originale per criticare Giorgia Meloni: paragonarla a Benito Mussolini. «La lira è veramente la mia ossessione, scriveva Benito Mussolini a Gabriele D’Annunzio il 29 agosto 1926», esordisce Giannini, «subito dopo il famoso discorso di Pesaro sulla battaglia per Quota 90, il tasso di cambio sulla sterlina inglese da raggiungere a ogni costo, per rimettere in riga la perfida Albione. Quasi un secolo dopo, Giorgia Meloni ha trasformato il Mes nella sua ossessione», vola alto Giannini, «e il gran rifiuto alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità nella nuova Quota 90 alla quale ha infine impiccato il Paese, credendo di dare così una lezione alla Perfida Unione».
Non sappiamo a quale vate contemporaneo si sia rivolta la Meloni per confessare la sua ossessione verso il Mes, alcuni indizi ci conducono sulle tracce di Pino Insegno. Ma andiamo avanti: «Corsi e ricorsi storici. Del resto», ricorda Giannini, «era un anno fa esatto, il 22 dicembre 2022, quando la premier comodamente seduta sui divani bianchi di Bruno Vespa annunciava ai sudditi di Raiuno: non accederò al Mes, posso firmarlo col sangue. La stessa epica guerresca del Duce, che novantasette anni prima, affacciato al balcone del Palazzo delle Poste, giurava ai pesaresi festanti: difenderò la lira fino all’ultimo sangue». Mena duro, Giannini: paragonare il libero voto di un Parlamento alle decisioni del Duce può anche andare, considerato il delirio generale, ma quell’accostamento tra il divano bianco di Vespa e il balcone del Palazzo delle Poste di Pesaro è ingeneroso nei confronti del papà di Porta a Porta. Giannini è scatenato: «Ricattata da un Salvini in modalità Papeete Natalizio», colpisce Massimo, in modalità Decimo Meridio, «la Sorella d’Italia non ha resistito al richiamo della foresta». A proposito di ricatti, però: «Meloni», avverte Giannini, «ha consumato il primo, vero e serio strappo con la Ue, che rischia di essere gravido di conseguenze nefaste: dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo alle prossime rate del Pnrr, dall’attuazione delle politiche migratorie al completamento dell’Unione bancaria». Visto che non si capisce che cosa c’entrino le procedure di infrazione, il Pnrr e le politiche migratorie col Mes, quelle che Giannini descrive sarebbero le conseguenze di un ricatto bello e buono, tecnicamente una estorsione, con l’Europa nelle vesti di infame ricattatrice e la Repubblica italiana in quelle della vittima.
Interessanti le parole di Salvatore Rossi, attuale presidente di Tim ed ex direttore generale della Banca d’Italia, che rilascia una intervista a La Stampa favorevole all’approvazione del Mes, con un passaggio che però fa riflettere. «A pensare male, si arriva a dire che Berlino vuole il Mes perché le sue banche sono a rischio», riflette l’intervistatore: «Che alcune banche tedesche abbiano problemi», risponde Rossi, «è noto da molti anni. Le banche piccole come anche alcune di quelle più grandi. Il governo tedesco le ha sempre sostenute in modo deciso, anche piegando le regole a loro vantaggio. Le vecchie vicende dell’Unione bancaria europea», aggiunge Rossi, «sono lì a dirlo: prima i tedeschi salvarono le loro banche, poi chiesero a gran voce un restringimento delle regole europee per gli altri: si è chiusa la stalla dopo che alcuni buoi erano scappati». Dunque la Germania già in passato ha «piegato a suo vantaggio» le regole europee per salvare le proprie banche: non c’era motivo migliore per votare contro il Mes, come noi della Verità andiamo ripetendo da tempo.
Al coro anti governo si unisce anche Veronica De Romanis con un articolo sulla Stampa rilanciato su Twitter, dove scrive: «Il Mes non piace perché è un passo in avanti verso maggiore integrazione. Tutto qui». In effetti, una maggiore integrazione senza aver prima stabilito le regole dell’Unione bancaria sarebbe un boomerang.
Il clima natalizio suggerisce indulgenza e perdono, quindi non infieriamo sugli ultra europeisti de Il Foglio, che fino a quando la Meloni e i suoi fedelissimi hanno fatto i bravi bambini, in particolare esaudendo tutti i desideri di Washington e Bruxelles sull’Ucraina, hanno coccolato premier e ministri, e che negli ultimi due giorni invece si sono trasformati in Savonarola. Non possiamo però fare a meno di sottolineare un improvviso cambio di linea nei confronti del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Appena un mese fa, il 24 novembre, la «mente politica del melonismo» era dipinto come «ruvido nei modi, ma non tipo che si sottrae alle domande». Ieri, dopo il no al Mes, la musica è cambiata: «Riproponiamo la domanda», leggiamo sul Foglio a proposito di Fazzolari, al quale è stato chiesto del Mes, «e ci sentiamo rispondere che dobbiamo essere noi a rispondere alle sue. Da quando Bruno Vespa lo intervista come fosse Antony Blinken sta esplodendo di boria e bisogna dire che è colpa nostra, dei giornalisti». Magari vostra, ma il punto non è quello. È che Fazzolari, per il Foglio, si è trasformato da irreprensibile risponditore alle domande più scomode a maleducato. In appena un Mes.
Opposizione in tilt: «Favore a Putin»
La reazione delle opposizioni alla bocciatura della riforma del Mes è un vero e proprio manuale dei profeti di sventura. Alcune delle valutazioni di questi ultimi giorni sono talmente catastrofiste da far (sor)ridere di gusto. Il senatore Enrico Borghi di Italia viva batte tutti i record: «Tra le implicazioni della vicenda Mes», monita Borghi, che è pure componente del Copasir, «una che ha un risvolto geopolitico: il trattato del Mes autorizza i ministri delle Finanze a emettere obbligazioni per finanziare i governi dell’euro che si prestano a una piattaforma di ricostruzione dell’Ucraina. Il no sovranista giunto da Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 stelle blocca tutto, e si rivela così, nei fatti, anche un assist per Mosca. Sarà interessante», aggiunge Borghi, «vedere come la premier Meloni potrà giustificare questa vicenda con i nostri alleati». Peccato che nessuno, ma proprio nessuno, da Washington a Bruxelles, abbia mai accostato il Mes e la guerra in Ucraina.
Pure il presidente della Puglia, Michele Emiliano, la butta sulla geopolitica: «Il mancato voto sul Mes equivale a non aver partecipato al sostegno dell’Ucraina in guerra, abbiamo buttato all’aria un trattato europeo condiviso da tutti i Paesi, e anche dal governo Berlusconi di cui faceva parte la Meloni, per una ripicca probabilmente legata alla figuraccia che l’Italia ha fatto sul Patto di stabilità , e in maniera politicamente folle, ha risposto facendo saltare a tutti i cittadini europei la protezione del Mes, che si sarebbe estesa in questo caso ai dissesti non solo degli Stati, ma anche, eventualmente, delle banche. Il Parlamento», aggiunge Emiliano, «ha tirato un calcio negli stinchi a Ursula von der Leyen, nonostante l’Ue sia stata fondamentale per superare la crisi».
Non manca mai di regalarci grandi soddisfazioni il M5s, che sulla vicenda Mes è particolarmente frizzantino. Dopo aver votato in Aula contro la ratifica della riforma, cosa ti combina l’allegra combriccola capitanata da Giuseppe Conte? Si unisce alle altre opposizioni, che invece hanno votato a favore, e come se niente fosse sottoscrive la richiesta di una audizione urgente del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in commissione Bilancio alla Camera: «Il 20 dicembre scorso», scrivono i gruppi di Pd, M5s, Iv e Azione, «dopo mesi di negoziazione, i ministri delle Finanze dell’Unione europea hanno siglato all’unanimità un accordo sulla revisione del Patto di stabilità e crescita. All’indomani di questo traguardo comunque rilevante, quale che sia il giudizio di merito», aggiungono le minoranze, «la Camera dei deputati, nella seduta del ventuno dicembre, con un voto dell’Assemblea ha bocciato il disegno di legge che reca l’autorizzazione alla ratifica dell’accordo recante modifica del trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Alla luce di questi significativi accadimenti, riteniamo necessaria e urgente una informativa del ministro dell’Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, da svolgere già in occasione dell’esame della legge di bilancio 2024».
Immaginiamo già i componenti grillini della commissione Bilancio della Camera chiedere a Giorgetti: perché non abbiamo ratificato il Mes? «Perché avete votato contro!», risponderebbe il ministro. A differenza dei pentastellati, i deputati di Alleanza verdi e sinistra, che alla Camera sul Mes si sono astenuti, non hanno sottoscritto la richiesta. Giorgetti, a quanto si apprende, ha dato la propria disponibilità a intervenire in commissione mercoledì prossimo, 27 dicembre. La sua partecipazione, viene però precisato, sarà esclusivamente concentrata sulla legge di bilancio e non sul Patto di stabilità o sul Mes, come richiesto dalle opposizioni. Su questi temi c’è comunque l’apertura a riferire in altre sedute. Matteo Salvini si è schierato a fianco del suo ministro: «Se Giorgetti risulta indebolito dopo il voto del Mes? Assolutamente no. Abbiamo condiviso, scelto e fatto tutto per il bene degli italiani. Ne sono e ne siamo orgogliosi».
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Stampa di sinistra all’attacco: «Repubblica» paragona Giorgia Meloni al Duce. Salvatore Rossi, ex dg di Bankitalia, difende il salva Stati però ammette: «A pensar male si può sostenere che Berlino lo vuole perché ha banche a rischio».Per Enrico Borghi e Michele Emiliano la mancata ratifica offre addirittura un aiuto a Mosca. Matteo Salvini si schiera con Giancarlo Giorgetti: «Non è indebolito. Abbiamo agito per il bene degli italiani».Lo speciale contiene due articoli.Bandiere a mezz’asta nelle redazioni, musi lunghi quanto gli editoriali: la reazione della stampa italiana europeista al no al Mes dimostra un encomiabile sprezzo del ridicolo, anche perché, sui grandi giornali del resto del continente, della bocciatura italiana a nessuno pare fregare assolutamente nulla. Su Repubblica di ieri, Massimo Giannini ha il merito di trovare uno spunto originale per criticare Giorgia Meloni: paragonarla a Benito Mussolini. «La lira è veramente la mia ossessione, scriveva Benito Mussolini a Gabriele D’Annunzio il 29 agosto 1926», esordisce Giannini, «subito dopo il famoso discorso di Pesaro sulla battaglia per Quota 90, il tasso di cambio sulla sterlina inglese da raggiungere a ogni costo, per rimettere in riga la perfida Albione. Quasi un secolo dopo, Giorgia Meloni ha trasformato il Mes nella sua ossessione», vola alto Giannini, «e il gran rifiuto alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità nella nuova Quota 90 alla quale ha infine impiccato il Paese, credendo di dare così una lezione alla Perfida Unione». Non sappiamo a quale vate contemporaneo si sia rivolta la Meloni per confessare la sua ossessione verso il Mes, alcuni indizi ci conducono sulle tracce di Pino Insegno. Ma andiamo avanti: «Corsi e ricorsi storici. Del resto», ricorda Giannini, «era un anno fa esatto, il 22 dicembre 2022, quando la premier comodamente seduta sui divani bianchi di Bruno Vespa annunciava ai sudditi di Raiuno: non accederò al Mes, posso firmarlo col sangue. La stessa epica guerresca del Duce, che novantasette anni prima, affacciato al balcone del Palazzo delle Poste, giurava ai pesaresi festanti: difenderò la lira fino all’ultimo sangue». Mena duro, Giannini: paragonare il libero voto di un Parlamento alle decisioni del Duce può anche andare, considerato il delirio generale, ma quell’accostamento tra il divano bianco di Vespa e il balcone del Palazzo delle Poste di Pesaro è ingeneroso nei confronti del papà di Porta a Porta. Giannini è scatenato: «Ricattata da un Salvini in modalità Papeete Natalizio», colpisce Massimo, in modalità Decimo Meridio, «la Sorella d’Italia non ha resistito al richiamo della foresta». A proposito di ricatti, però: «Meloni», avverte Giannini, «ha consumato il primo, vero e serio strappo con la Ue, che rischia di essere gravido di conseguenze nefaste: dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo alle prossime rate del Pnrr, dall’attuazione delle politiche migratorie al completamento dell’Unione bancaria». Visto che non si capisce che cosa c’entrino le procedure di infrazione, il Pnrr e le politiche migratorie col Mes, quelle che Giannini descrive sarebbero le conseguenze di un ricatto bello e buono, tecnicamente una estorsione, con l’Europa nelle vesti di infame ricattatrice e la Repubblica italiana in quelle della vittima. Interessanti le parole di Salvatore Rossi, attuale presidente di Tim ed ex direttore generale della Banca d’Italia, che rilascia una intervista a La Stampa favorevole all’approvazione del Mes, con un passaggio che però fa riflettere. «A pensare male, si arriva a dire che Berlino vuole il Mes perché le sue banche sono a rischio», riflette l’intervistatore: «Che alcune banche tedesche abbiano problemi», risponde Rossi, «è noto da molti anni. Le banche piccole come anche alcune di quelle più grandi. Il governo tedesco le ha sempre sostenute in modo deciso, anche piegando le regole a loro vantaggio. Le vecchie vicende dell’Unione bancaria europea», aggiunge Rossi, «sono lì a dirlo: prima i tedeschi salvarono le loro banche, poi chiesero a gran voce un restringimento delle regole europee per gli altri: si è chiusa la stalla dopo che alcuni buoi erano scappati». Dunque la Germania già in passato ha «piegato a suo vantaggio» le regole europee per salvare le proprie banche: non c’era motivo migliore per votare contro il Mes, come noi della Verità andiamo ripetendo da tempo. Al coro anti governo si unisce anche Veronica De Romanis con un articolo sulla Stampa rilanciato su Twitter, dove scrive: «Il Mes non piace perché è un passo in avanti verso maggiore integrazione. Tutto qui». In effetti, una maggiore integrazione senza aver prima stabilito le regole dell’Unione bancaria sarebbe un boomerang.Il clima natalizio suggerisce indulgenza e perdono, quindi non infieriamo sugli ultra europeisti de Il Foglio, che fino a quando la Meloni e i suoi fedelissimi hanno fatto i bravi bambini, in particolare esaudendo tutti i desideri di Washington e Bruxelles sull’Ucraina, hanno coccolato premier e ministri, e che negli ultimi due giorni invece si sono trasformati in Savonarola. Non possiamo però fare a meno di sottolineare un improvviso cambio di linea nei confronti del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Appena un mese fa, il 24 novembre, la «mente politica del melonismo» era dipinto come «ruvido nei modi, ma non tipo che si sottrae alle domande». Ieri, dopo il no al Mes, la musica è cambiata: «Riproponiamo la domanda», leggiamo sul Foglio a proposito di Fazzolari, al quale è stato chiesto del Mes, «e ci sentiamo rispondere che dobbiamo essere noi a rispondere alle sue. Da quando Bruno Vespa lo intervista come fosse Antony Blinken sta esplodendo di boria e bisogna dire che è colpa nostra, dei giornalisti». Magari vostra, ma il punto non è quello. È che Fazzolari, per il Foglio, si è trasformato da irreprensibile risponditore alle domande più scomode a maleducato. In appena un Mes.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fan-mes-si-stracciano-vesti-2666796200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="opposizione-in-tilt-favore-a-putin" data-post-id="2666796200" data-published-at="1703393777" data-use-pagination="False"> Opposizione in tilt: «Favore a Putin» La reazione delle opposizioni alla bocciatura della riforma del Mes è un vero e proprio manuale dei profeti di sventura. Alcune delle valutazioni di questi ultimi giorni sono talmente catastrofiste da far (sor)ridere di gusto. Il senatore Enrico Borghi di Italia viva batte tutti i record: «Tra le implicazioni della vicenda Mes», monita Borghi, che è pure componente del Copasir, «una che ha un risvolto geopolitico: il trattato del Mes autorizza i ministri delle Finanze a emettere obbligazioni per finanziare i governi dell’euro che si prestano a una piattaforma di ricostruzione dell’Ucraina. Il no sovranista giunto da Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 stelle blocca tutto, e si rivela così, nei fatti, anche un assist per Mosca. Sarà interessante», aggiunge Borghi, «vedere come la premier Meloni potrà giustificare questa vicenda con i nostri alleati». Peccato che nessuno, ma proprio nessuno, da Washington a Bruxelles, abbia mai accostato il Mes e la guerra in Ucraina. Pure il presidente della Puglia, Michele Emiliano, la butta sulla geopolitica: «Il mancato voto sul Mes equivale a non aver partecipato al sostegno dell’Ucraina in guerra, abbiamo buttato all’aria un trattato europeo condiviso da tutti i Paesi, e anche dal governo Berlusconi di cui faceva parte la Meloni, per una ripicca probabilmente legata alla figuraccia che l’Italia ha fatto sul Patto di stabilità , e in maniera politicamente folle, ha risposto facendo saltare a tutti i cittadini europei la protezione del Mes, che si sarebbe estesa in questo caso ai dissesti non solo degli Stati, ma anche, eventualmente, delle banche. Il Parlamento», aggiunge Emiliano, «ha tirato un calcio negli stinchi a Ursula von der Leyen, nonostante l’Ue sia stata fondamentale per superare la crisi». Non manca mai di regalarci grandi soddisfazioni il M5s, che sulla vicenda Mes è particolarmente frizzantino. Dopo aver votato in Aula contro la ratifica della riforma, cosa ti combina l’allegra combriccola capitanata da Giuseppe Conte? Si unisce alle altre opposizioni, che invece hanno votato a favore, e come se niente fosse sottoscrive la richiesta di una audizione urgente del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in commissione Bilancio alla Camera: «Il 20 dicembre scorso», scrivono i gruppi di Pd, M5s, Iv e Azione, «dopo mesi di negoziazione, i ministri delle Finanze dell’Unione europea hanno siglato all’unanimità un accordo sulla revisione del Patto di stabilità e crescita. All’indomani di questo traguardo comunque rilevante, quale che sia il giudizio di merito», aggiungono le minoranze, «la Camera dei deputati, nella seduta del ventuno dicembre, con un voto dell’Assemblea ha bocciato il disegno di legge che reca l’autorizzazione alla ratifica dell’accordo recante modifica del trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Alla luce di questi significativi accadimenti, riteniamo necessaria e urgente una informativa del ministro dell’Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, da svolgere già in occasione dell’esame della legge di bilancio 2024». Immaginiamo già i componenti grillini della commissione Bilancio della Camera chiedere a Giorgetti: perché non abbiamo ratificato il Mes? «Perché avete votato contro!», risponderebbe il ministro. A differenza dei pentastellati, i deputati di Alleanza verdi e sinistra, che alla Camera sul Mes si sono astenuti, non hanno sottoscritto la richiesta. Giorgetti, a quanto si apprende, ha dato la propria disponibilità a intervenire in commissione mercoledì prossimo, 27 dicembre. La sua partecipazione, viene però precisato, sarà esclusivamente concentrata sulla legge di bilancio e non sul Patto di stabilità o sul Mes, come richiesto dalle opposizioni. Su questi temi c’è comunque l’apertura a riferire in altre sedute. Matteo Salvini si è schierato a fianco del suo ministro: «Se Giorgetti risulta indebolito dopo il voto del Mes? Assolutamente no. Abbiamo condiviso, scelto e fatto tutto per il bene degli italiani. Ne sono e ne siamo orgogliosi».
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Un dato che va naturalmente preso con le molle, ma che riflette non solo il trend in crescita che anche altri istituti segnalano per Vannacci, ma anche il solido dato di realtà costituito dalle tante adesioni a Fn in ogni parte d’Italia.
Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8% (+0,1); crescono il Pd (22,2%,+0,5), Forza Italia (8,2%,+0,4) e Alleanza Verdi Sinistra (6,8%,+0,4). Vistoso il calo del M5s (12,1%,-1,4). Azione è al 3,1%(-0,1) e Italia Viva al 2,1 (-0,1). Il Partito Liberaldemocratico è stabile all’1,2%, , Ora! all’1,1%, +Europa all’1% e Noi Moderati allo 0,9%. Di corto muso, direbbe Massimiliano Allegri, ma il sorpasso c’è, e viene celebrato sulla pagina Fb di Futuro nazionale: «Dovevano essere una parentesi», recita il post, «dovevano essere folklore. Dovevamo essere il partito personale destinato a sparire. E invece Futuro nazionale cresce ancora e, secondo il sondaggio Youtrend per Sky Tg24, raggiunge il 5,9% e supera la Lega. Un risultato che non nasce nei salotti televisivi, ma nelle piazze, nei territori, tra la gente che non si rassegna alla solita politica, ai giochi di palazzo e ai compromessi al ribasso. Che c’è un popolo che vuole identità, coraggio, sovranità, sicurezza, libertà di parola e difesa degli interessi nazionali. Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo». «Le cose stanno andando secondo i piani», commenta Vannacci a La Presse, «molto bene. Ma i veri sondaggi rimangono quelli fatti tra la gente e in mezzo alla strada. Noi non ci occupiamo delle dinamiche degli altri partiti e di quanto dicano i loro esponenti ma lavoriamo solo affinché Futuro nazionale cresca e per il bene dell’Italia e degli italiani». E nel frattempo rispunta un video del 2025 in cui il generale si dichiara pronto per Palazzo Chigi: «Se l’elettorato lo vorrà, io certamente non mi tiro indietro».
Lucida come sempre l’analisi dell’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato della Lega che ha aderito a Futuro nazionale: «Attenzione», dice Rinaldi alla Verità, «perché i sondaggi sono voti virtuali, i voti reali sono un’altra cosa. Il fatto che ci sia attenzione su Futuro nazionale sicuramente premia i nostri sforzi. Penso che il nostro bacino sia anche l’astensione e da questi dati si evince anche un’erosione del M5s. Ci sono dei delusi anche lì dalle promesse andate al vento. Il centrodestra dovrebbe essere contento se noi riusciamo a recuperare voti che loro non riescono a intercettare».
Non si scompone il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo: «Siamo un po’ stanchi», commenta Romeo, «tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini. Stiamo facendo bene nel campo della sicurezza e i rimpatri dal 2023 ad oggi sono più di 20.000. Le norme che abbiamo voluto nei decreti sicurezza sul contrasto ai maranza stanno dando i loro frutti», aggiunge Romeo, «il nuovo regolamento europeo sui migranti dà ragione al fatto che bisogna essere più rapidi e più veloci sulle espulsioni, come ha voluto la Lega nell’ultimo decreto sicurezza. Sostanzialmente siamo stati legittimati anche rispetto alla costruzione di centri in paesi fuori dall’Unione europea. Quindi si sta andando nella direzione che i cittadini vogliono».
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