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2023-12-24
I fan del Mes si stracciano le vesti ma finiscono per svelare gli altarini
Salvatore Rossi, presidente di Tim ed ex dg di Bankitalia (Imagoeconomica)
Bandiere a mezz’asta nelle redazioni, musi lunghi quanto gli editoriali: la reazione della stampa italiana europeista al no al Mes dimostra un encomiabile sprezzo del ridicolo, anche perché, sui grandi giornali del resto del continente, della bocciatura italiana a nessuno pare fregare assolutamente nulla. Su Repubblica di ieri, Massimo Giannini ha il merito di trovare uno spunto originale per criticare Giorgia Meloni: paragonarla a Benito Mussolini. «La lira è veramente la mia ossessione, scriveva Benito Mussolini a Gabriele D’Annunzio il 29 agosto 1926», esordisce Giannini, «subito dopo il famoso discorso di Pesaro sulla battaglia per Quota 90, il tasso di cambio sulla sterlina inglese da raggiungere a ogni costo, per rimettere in riga la perfida Albione. Quasi un secolo dopo, Giorgia Meloni ha trasformato il Mes nella sua ossessione», vola alto Giannini, «e il gran rifiuto alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità nella nuova Quota 90 alla quale ha infine impiccato il Paese, credendo di dare così una lezione alla Perfida Unione».
Non sappiamo a quale vate contemporaneo si sia rivolta la Meloni per confessare la sua ossessione verso il Mes, alcuni indizi ci conducono sulle tracce di Pino Insegno. Ma andiamo avanti: «Corsi e ricorsi storici. Del resto», ricorda Giannini, «era un anno fa esatto, il 22 dicembre 2022, quando la premier comodamente seduta sui divani bianchi di Bruno Vespa annunciava ai sudditi di Raiuno: non accederò al Mes, posso firmarlo col sangue. La stessa epica guerresca del Duce, che novantasette anni prima, affacciato al balcone del Palazzo delle Poste, giurava ai pesaresi festanti: difenderò la lira fino all’ultimo sangue». Mena duro, Giannini: paragonare il libero voto di un Parlamento alle decisioni del Duce può anche andare, considerato il delirio generale, ma quell’accostamento tra il divano bianco di Vespa e il balcone del Palazzo delle Poste di Pesaro è ingeneroso nei confronti del papà di Porta a Porta. Giannini è scatenato: «Ricattata da un Salvini in modalità Papeete Natalizio», colpisce Massimo, in modalità Decimo Meridio, «la Sorella d’Italia non ha resistito al richiamo della foresta». A proposito di ricatti, però: «Meloni», avverte Giannini, «ha consumato il primo, vero e serio strappo con la Ue, che rischia di essere gravido di conseguenze nefaste: dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo alle prossime rate del Pnrr, dall’attuazione delle politiche migratorie al completamento dell’Unione bancaria». Visto che non si capisce che cosa c’entrino le procedure di infrazione, il Pnrr e le politiche migratorie col Mes, quelle che Giannini descrive sarebbero le conseguenze di un ricatto bello e buono, tecnicamente una estorsione, con l’Europa nelle vesti di infame ricattatrice e la Repubblica italiana in quelle della vittima.
Interessanti le parole di Salvatore Rossi, attuale presidente di Tim ed ex direttore generale della Banca d’Italia, che rilascia una intervista a La Stampa favorevole all’approvazione del Mes, con un passaggio che però fa riflettere. «A pensare male, si arriva a dire che Berlino vuole il Mes perché le sue banche sono a rischio», riflette l’intervistatore: «Che alcune banche tedesche abbiano problemi», risponde Rossi, «è noto da molti anni. Le banche piccole come anche alcune di quelle più grandi. Il governo tedesco le ha sempre sostenute in modo deciso, anche piegando le regole a loro vantaggio. Le vecchie vicende dell’Unione bancaria europea», aggiunge Rossi, «sono lì a dirlo: prima i tedeschi salvarono le loro banche, poi chiesero a gran voce un restringimento delle regole europee per gli altri: si è chiusa la stalla dopo che alcuni buoi erano scappati». Dunque la Germania già in passato ha «piegato a suo vantaggio» le regole europee per salvare le proprie banche: non c’era motivo migliore per votare contro il Mes, come noi della Verità andiamo ripetendo da tempo.
Al coro anti governo si unisce anche Veronica De Romanis con un articolo sulla Stampa rilanciato su Twitter, dove scrive: «Il Mes non piace perché è un passo in avanti verso maggiore integrazione. Tutto qui». In effetti, una maggiore integrazione senza aver prima stabilito le regole dell’Unione bancaria sarebbe un boomerang.
Il clima natalizio suggerisce indulgenza e perdono, quindi non infieriamo sugli ultra europeisti de Il Foglio, che fino a quando la Meloni e i suoi fedelissimi hanno fatto i bravi bambini, in particolare esaudendo tutti i desideri di Washington e Bruxelles sull’Ucraina, hanno coccolato premier e ministri, e che negli ultimi due giorni invece si sono trasformati in Savonarola. Non possiamo però fare a meno di sottolineare un improvviso cambio di linea nei confronti del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Appena un mese fa, il 24 novembre, la «mente politica del melonismo» era dipinto come «ruvido nei modi, ma non tipo che si sottrae alle domande». Ieri, dopo il no al Mes, la musica è cambiata: «Riproponiamo la domanda», leggiamo sul Foglio a proposito di Fazzolari, al quale è stato chiesto del Mes, «e ci sentiamo rispondere che dobbiamo essere noi a rispondere alle sue. Da quando Bruno Vespa lo intervista come fosse Antony Blinken sta esplodendo di boria e bisogna dire che è colpa nostra, dei giornalisti». Magari vostra, ma il punto non è quello. È che Fazzolari, per il Foglio, si è trasformato da irreprensibile risponditore alle domande più scomode a maleducato. In appena un Mes.
Opposizione in tilt: «Favore a Putin»
La reazione delle opposizioni alla bocciatura della riforma del Mes è un vero e proprio manuale dei profeti di sventura. Alcune delle valutazioni di questi ultimi giorni sono talmente catastrofiste da far (sor)ridere di gusto. Il senatore Enrico Borghi di Italia viva batte tutti i record: «Tra le implicazioni della vicenda Mes», monita Borghi, che è pure componente del Copasir, «una che ha un risvolto geopolitico: il trattato del Mes autorizza i ministri delle Finanze a emettere obbligazioni per finanziare i governi dell’euro che si prestano a una piattaforma di ricostruzione dell’Ucraina. Il no sovranista giunto da Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 stelle blocca tutto, e si rivela così, nei fatti, anche un assist per Mosca. Sarà interessante», aggiunge Borghi, «vedere come la premier Meloni potrà giustificare questa vicenda con i nostri alleati». Peccato che nessuno, ma proprio nessuno, da Washington a Bruxelles, abbia mai accostato il Mes e la guerra in Ucraina.
Pure il presidente della Puglia, Michele Emiliano, la butta sulla geopolitica: «Il mancato voto sul Mes equivale a non aver partecipato al sostegno dell’Ucraina in guerra, abbiamo buttato all’aria un trattato europeo condiviso da tutti i Paesi, e anche dal governo Berlusconi di cui faceva parte la Meloni, per una ripicca probabilmente legata alla figuraccia che l’Italia ha fatto sul Patto di stabilità , e in maniera politicamente folle, ha risposto facendo saltare a tutti i cittadini europei la protezione del Mes, che si sarebbe estesa in questo caso ai dissesti non solo degli Stati, ma anche, eventualmente, delle banche. Il Parlamento», aggiunge Emiliano, «ha tirato un calcio negli stinchi a Ursula von der Leyen, nonostante l’Ue sia stata fondamentale per superare la crisi».
Non manca mai di regalarci grandi soddisfazioni il M5s, che sulla vicenda Mes è particolarmente frizzantino. Dopo aver votato in Aula contro la ratifica della riforma, cosa ti combina l’allegra combriccola capitanata da Giuseppe Conte? Si unisce alle altre opposizioni, che invece hanno votato a favore, e come se niente fosse sottoscrive la richiesta di una audizione urgente del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in commissione Bilancio alla Camera: «Il 20 dicembre scorso», scrivono i gruppi di Pd, M5s, Iv e Azione, «dopo mesi di negoziazione, i ministri delle Finanze dell’Unione europea hanno siglato all’unanimità un accordo sulla revisione del Patto di stabilità e crescita. All’indomani di questo traguardo comunque rilevante, quale che sia il giudizio di merito», aggiungono le minoranze, «la Camera dei deputati, nella seduta del ventuno dicembre, con un voto dell’Assemblea ha bocciato il disegno di legge che reca l’autorizzazione alla ratifica dell’accordo recante modifica del trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Alla luce di questi significativi accadimenti, riteniamo necessaria e urgente una informativa del ministro dell’Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, da svolgere già in occasione dell’esame della legge di bilancio 2024».
Immaginiamo già i componenti grillini della commissione Bilancio della Camera chiedere a Giorgetti: perché non abbiamo ratificato il Mes? «Perché avete votato contro!», risponderebbe il ministro. A differenza dei pentastellati, i deputati di Alleanza verdi e sinistra, che alla Camera sul Mes si sono astenuti, non hanno sottoscritto la richiesta. Giorgetti, a quanto si apprende, ha dato la propria disponibilità a intervenire in commissione mercoledì prossimo, 27 dicembre. La sua partecipazione, viene però precisato, sarà esclusivamente concentrata sulla legge di bilancio e non sul Patto di stabilità o sul Mes, come richiesto dalle opposizioni. Su questi temi c’è comunque l’apertura a riferire in altre sedute. Matteo Salvini si è schierato a fianco del suo ministro: «Se Giorgetti risulta indebolito dopo il voto del Mes? Assolutamente no. Abbiamo condiviso, scelto e fatto tutto per il bene degli italiani. Ne sono e ne siamo orgogliosi».
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Stampa di sinistra all’attacco: «Repubblica» paragona Giorgia Meloni al Duce. Salvatore Rossi, ex dg di Bankitalia, difende il salva Stati però ammette: «A pensar male si può sostenere che Berlino lo vuole perché ha banche a rischio».Per Enrico Borghi e Michele Emiliano la mancata ratifica offre addirittura un aiuto a Mosca. Matteo Salvini si schiera con Giancarlo Giorgetti: «Non è indebolito. Abbiamo agito per il bene degli italiani».Lo speciale contiene due articoli.Bandiere a mezz’asta nelle redazioni, musi lunghi quanto gli editoriali: la reazione della stampa italiana europeista al no al Mes dimostra un encomiabile sprezzo del ridicolo, anche perché, sui grandi giornali del resto del continente, della bocciatura italiana a nessuno pare fregare assolutamente nulla. Su Repubblica di ieri, Massimo Giannini ha il merito di trovare uno spunto originale per criticare Giorgia Meloni: paragonarla a Benito Mussolini. «La lira è veramente la mia ossessione, scriveva Benito Mussolini a Gabriele D’Annunzio il 29 agosto 1926», esordisce Giannini, «subito dopo il famoso discorso di Pesaro sulla battaglia per Quota 90, il tasso di cambio sulla sterlina inglese da raggiungere a ogni costo, per rimettere in riga la perfida Albione. Quasi un secolo dopo, Giorgia Meloni ha trasformato il Mes nella sua ossessione», vola alto Giannini, «e il gran rifiuto alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità nella nuova Quota 90 alla quale ha infine impiccato il Paese, credendo di dare così una lezione alla Perfida Unione». Non sappiamo a quale vate contemporaneo si sia rivolta la Meloni per confessare la sua ossessione verso il Mes, alcuni indizi ci conducono sulle tracce di Pino Insegno. Ma andiamo avanti: «Corsi e ricorsi storici. Del resto», ricorda Giannini, «era un anno fa esatto, il 22 dicembre 2022, quando la premier comodamente seduta sui divani bianchi di Bruno Vespa annunciava ai sudditi di Raiuno: non accederò al Mes, posso firmarlo col sangue. La stessa epica guerresca del Duce, che novantasette anni prima, affacciato al balcone del Palazzo delle Poste, giurava ai pesaresi festanti: difenderò la lira fino all’ultimo sangue». Mena duro, Giannini: paragonare il libero voto di un Parlamento alle decisioni del Duce può anche andare, considerato il delirio generale, ma quell’accostamento tra il divano bianco di Vespa e il balcone del Palazzo delle Poste di Pesaro è ingeneroso nei confronti del papà di Porta a Porta. Giannini è scatenato: «Ricattata da un Salvini in modalità Papeete Natalizio», colpisce Massimo, in modalità Decimo Meridio, «la Sorella d’Italia non ha resistito al richiamo della foresta». A proposito di ricatti, però: «Meloni», avverte Giannini, «ha consumato il primo, vero e serio strappo con la Ue, che rischia di essere gravido di conseguenze nefaste: dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo alle prossime rate del Pnrr, dall’attuazione delle politiche migratorie al completamento dell’Unione bancaria». Visto che non si capisce che cosa c’entrino le procedure di infrazione, il Pnrr e le politiche migratorie col Mes, quelle che Giannini descrive sarebbero le conseguenze di un ricatto bello e buono, tecnicamente una estorsione, con l’Europa nelle vesti di infame ricattatrice e la Repubblica italiana in quelle della vittima. Interessanti le parole di Salvatore Rossi, attuale presidente di Tim ed ex direttore generale della Banca d’Italia, che rilascia una intervista a La Stampa favorevole all’approvazione del Mes, con un passaggio che però fa riflettere. «A pensare male, si arriva a dire che Berlino vuole il Mes perché le sue banche sono a rischio», riflette l’intervistatore: «Che alcune banche tedesche abbiano problemi», risponde Rossi, «è noto da molti anni. Le banche piccole come anche alcune di quelle più grandi. Il governo tedesco le ha sempre sostenute in modo deciso, anche piegando le regole a loro vantaggio. Le vecchie vicende dell’Unione bancaria europea», aggiunge Rossi, «sono lì a dirlo: prima i tedeschi salvarono le loro banche, poi chiesero a gran voce un restringimento delle regole europee per gli altri: si è chiusa la stalla dopo che alcuni buoi erano scappati». Dunque la Germania già in passato ha «piegato a suo vantaggio» le regole europee per salvare le proprie banche: non c’era motivo migliore per votare contro il Mes, come noi della Verità andiamo ripetendo da tempo. Al coro anti governo si unisce anche Veronica De Romanis con un articolo sulla Stampa rilanciato su Twitter, dove scrive: «Il Mes non piace perché è un passo in avanti verso maggiore integrazione. Tutto qui». In effetti, una maggiore integrazione senza aver prima stabilito le regole dell’Unione bancaria sarebbe un boomerang.Il clima natalizio suggerisce indulgenza e perdono, quindi non infieriamo sugli ultra europeisti de Il Foglio, che fino a quando la Meloni e i suoi fedelissimi hanno fatto i bravi bambini, in particolare esaudendo tutti i desideri di Washington e Bruxelles sull’Ucraina, hanno coccolato premier e ministri, e che negli ultimi due giorni invece si sono trasformati in Savonarola. Non possiamo però fare a meno di sottolineare un improvviso cambio di linea nei confronti del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Appena un mese fa, il 24 novembre, la «mente politica del melonismo» era dipinto come «ruvido nei modi, ma non tipo che si sottrae alle domande». Ieri, dopo il no al Mes, la musica è cambiata: «Riproponiamo la domanda», leggiamo sul Foglio a proposito di Fazzolari, al quale è stato chiesto del Mes, «e ci sentiamo rispondere che dobbiamo essere noi a rispondere alle sue. Da quando Bruno Vespa lo intervista come fosse Antony Blinken sta esplodendo di boria e bisogna dire che è colpa nostra, dei giornalisti». Magari vostra, ma il punto non è quello. È che Fazzolari, per il Foglio, si è trasformato da irreprensibile risponditore alle domande più scomode a maleducato. In appena un Mes.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fan-mes-si-stracciano-vesti-2666796200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="opposizione-in-tilt-favore-a-putin" data-post-id="2666796200" data-published-at="1703393777" data-use-pagination="False"> Opposizione in tilt: «Favore a Putin» La reazione delle opposizioni alla bocciatura della riforma del Mes è un vero e proprio manuale dei profeti di sventura. Alcune delle valutazioni di questi ultimi giorni sono talmente catastrofiste da far (sor)ridere di gusto. Il senatore Enrico Borghi di Italia viva batte tutti i record: «Tra le implicazioni della vicenda Mes», monita Borghi, che è pure componente del Copasir, «una che ha un risvolto geopolitico: il trattato del Mes autorizza i ministri delle Finanze a emettere obbligazioni per finanziare i governi dell’euro che si prestano a una piattaforma di ricostruzione dell’Ucraina. Il no sovranista giunto da Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 stelle blocca tutto, e si rivela così, nei fatti, anche un assist per Mosca. Sarà interessante», aggiunge Borghi, «vedere come la premier Meloni potrà giustificare questa vicenda con i nostri alleati». Peccato che nessuno, ma proprio nessuno, da Washington a Bruxelles, abbia mai accostato il Mes e la guerra in Ucraina. Pure il presidente della Puglia, Michele Emiliano, la butta sulla geopolitica: «Il mancato voto sul Mes equivale a non aver partecipato al sostegno dell’Ucraina in guerra, abbiamo buttato all’aria un trattato europeo condiviso da tutti i Paesi, e anche dal governo Berlusconi di cui faceva parte la Meloni, per una ripicca probabilmente legata alla figuraccia che l’Italia ha fatto sul Patto di stabilità , e in maniera politicamente folle, ha risposto facendo saltare a tutti i cittadini europei la protezione del Mes, che si sarebbe estesa in questo caso ai dissesti non solo degli Stati, ma anche, eventualmente, delle banche. Il Parlamento», aggiunge Emiliano, «ha tirato un calcio negli stinchi a Ursula von der Leyen, nonostante l’Ue sia stata fondamentale per superare la crisi». Non manca mai di regalarci grandi soddisfazioni il M5s, che sulla vicenda Mes è particolarmente frizzantino. Dopo aver votato in Aula contro la ratifica della riforma, cosa ti combina l’allegra combriccola capitanata da Giuseppe Conte? Si unisce alle altre opposizioni, che invece hanno votato a favore, e come se niente fosse sottoscrive la richiesta di una audizione urgente del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in commissione Bilancio alla Camera: «Il 20 dicembre scorso», scrivono i gruppi di Pd, M5s, Iv e Azione, «dopo mesi di negoziazione, i ministri delle Finanze dell’Unione europea hanno siglato all’unanimità un accordo sulla revisione del Patto di stabilità e crescita. All’indomani di questo traguardo comunque rilevante, quale che sia il giudizio di merito», aggiungono le minoranze, «la Camera dei deputati, nella seduta del ventuno dicembre, con un voto dell’Assemblea ha bocciato il disegno di legge che reca l’autorizzazione alla ratifica dell’accordo recante modifica del trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Alla luce di questi significativi accadimenti, riteniamo necessaria e urgente una informativa del ministro dell’Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, da svolgere già in occasione dell’esame della legge di bilancio 2024». Immaginiamo già i componenti grillini della commissione Bilancio della Camera chiedere a Giorgetti: perché non abbiamo ratificato il Mes? «Perché avete votato contro!», risponderebbe il ministro. A differenza dei pentastellati, i deputati di Alleanza verdi e sinistra, che alla Camera sul Mes si sono astenuti, non hanno sottoscritto la richiesta. Giorgetti, a quanto si apprende, ha dato la propria disponibilità a intervenire in commissione mercoledì prossimo, 27 dicembre. La sua partecipazione, viene però precisato, sarà esclusivamente concentrata sulla legge di bilancio e non sul Patto di stabilità o sul Mes, come richiesto dalle opposizioni. Su questi temi c’è comunque l’apertura a riferire in altre sedute. Matteo Salvini si è schierato a fianco del suo ministro: «Se Giorgetti risulta indebolito dopo il voto del Mes? Assolutamente no. Abbiamo condiviso, scelto e fatto tutto per il bene degli italiani. Ne sono e ne siamo orgogliosi».
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.