2021-04-07
Follia pandemica. I fan spendono più di 1.000 euro per chattare con le star
(Ansa, Getty Images)
«Senza fan non c'è guadagno». È questo il motto alla base della fan economy, una sfaccettatura dell'economia che studia le rendite di attori, cantanti e influencer, in base alle vendite di prodotti che portano il loro nome o marchio e generate principalmente dalle loro fan base.
Il concetto di per sé è semplicissimo ed esiste da sempre ma con l'avvento del Covid-19 e l'interruzione forzata delle esperienze dal vivo, sta assumendo un valore nuovo. Nata come un fenomeno sfruttato da alcuni cantanti come Madonna o Michael Jackson, la fan economy negli ultimi anni si è imposta fino a diventare, nel 2020, una delle principali fonti di guadagno per gli artisti di tutto il mondo. Il concetto è semplice: l'artista oltre a promuovere il suo nuovo prodotto (un album, un singolo musicale, un nuovo film o una serie tv di cui fa parte) crea prodotti e gadget in grado di coprire varie fasce di prezzo (di solito dai 10 euro fino ai 100) ed esperienze (oggi virtuali) collegate al lancio del nuovo progetto. Attraverso i social network e una fitta rete di promozione, composta dai media classici ma soprattutto dai contatti con i fan base master (ovvero chi gestisce internamente l'organizzazione dei gruppi di fan, ndr.) crea il cosiddetto hype ovvero la voglia di avere a tutti i costi quel prodotto per supportare la celebrity preferita. Si crea così una rete fittissima che da una parte fidelizza ancora di più il gruppo di fan e dall'altra genera guadagno.
Nel 2018, in tempi in cui una pandemia globale era un'eventualità più che remota, un idol cinese Fan Chengcheng decise di aprire un servizio a pagamento per i suoi fan utilizzando la piattaforma social Weibo. Pagando circa 10 euro ogni sei mesi, i fan avrebbero avuto accesso a immagini esclusive, in altissima definizione. L'unica richiesta dell'idol cinese era quella di non condividere le foto al di fuori della piattaforma con chi non aveva pagato il servizio. Una richiesta semplicissima che, in una notte, ha generato un guadagno di circa 1.000 euro.
A comprendere il potere delle fandom, come generalmente ci si riferisce ai gruppi di fan più numerosi, sono soprattutto gli artisti di nuova generazione. Taylor Swift, Justin Bieber, BTS (e con loro tutti i gruppi e artisti coreani) hanno ben chiaro che per alzare le vendite devono proporre qualcosa che ai fan sembri unico e raro. O accattivante. Ecco dunque che Taylor Swift, per prima, ha lanciato la formula degli album prodotti in più versioni, tutte diverse tra loro, al cui interno si possono trovare gadget sempre diversi. A random. Una strategia, questa, utilizzata anche dai BTS che oltre a produrre più versioni dello stesso cd possono avvalersi del fatto che, all'interno del cofanetto, si può trovare una tra otto card fotografiche diverse (7 membri + una di gruppo). Il gioco vale la candela: perché in questo modo si spingono i fan da tutto il mondo ad acquistare non solo tutte le copie degli album, ma anche più di una, tutto pur di aumentare le possibilità di scovare la propria foto preferita. Con buona pace dei propri risparmi che sono i primi a subire da questa "fame" di collezionismo esplosa ancor di più con la pandemia.
Proprio la k-pop band coreana dei Bangtan Sonyeondan è uno dei modelli a cui oggi si guarda con più interesse quando si parla di fan economy. Nel 2020 il gruppo, composto a sette membri, era ai blocchi di partenza con un tour pronto a infrangere tutti i record a livello di sold out e vendite correlate. Poi è arrivato il Covid. La chiusura degli stadi. La sospensione di tutte le attività. Nonostante il danno, la società di intrattenimento dietro i BTS, la Big Hit Entertainment, ora Hybe, ha riportato profitti record nel bel mezzo di una pandemia globale. «Abbiamo creato entrate con le vendite degli album, lo streaming, i concerti online, il merch e i contenuti video» ha spiegato il presidente e amministratore delegato della società, Bang Si-Hyuk, che ha ribadito come «Nonostante le difficoltà, ci siamo concentrati su ciò che abbiamo sempre apprezzato: i fan e i contenuti».
La vera forza della fan economy, e al tempo stesso il suo punto debole, è la capacità dell'artista di far sentire il fan parte della propria vita. Se su questo aspetto le Kardashian hanno costruito un vero e proprio impero, Justin Bieber e Logan Paul sono due esempi lampanti di come l'oversharing, ovvero il riempire di contenuti i propri fan sui social media, sia una delle tecniche migliori per fidelizzare i propri supporter. Drew e Maverick, i brand rispettivamente di Bieber e Paul, sono oggi tra i marchi social più richiesti e gettonati. Quello che pubblicano va sold out nel giro di pochi minuti. E poco importa che si viva dall'altra parte del mondo e le spese di spedizione - e l'annesso rischio di dazi doganali - siano elevatissimi: pur di avere la felpa o i calzini indossati dai propri idol tutto è concesso. Semplice, veloce, come inviare un post su Instagram, come ha ammesso candidamente lo stesso Logan Paul affermando che «con il mio brand riesco a fare milioni senza fare nulla»
Parlando di numeri, uno studio condotto da iPrice ha sottolineato come, nel 2020, un fan abbia speso in media 1.000 euro circa per supportare il proprio beniamino acquistando biglietti per concerti o fan meet virtuali, ma soprattutto merchandise ufficiale. Con un'eccezione: i fan del k-pop spendono in media circa 200 euro in più, gli Army (la fandom dei BTS) ne spende invece fino a 500 in più della media. Guardando più attentamente ai numeri, se nel caso degli influencer a vendere sono soprattutto le membership ai fan club ufficiali e il merchandise, per quanto riguarda i musicisti occidentali gli album - fisici e digitali - restano ancora oggi il primo canale di guadagno con il 70% del budget annuale destinato all'acquisto di una o più copie. Diverso è invece l'approccio con le band orientali: i fan delle Blackpink, uno dei gruppi femminili coreani più famosi, prediligono spendere per oggetti indossati dalle proprie beniamine (30%) o per il merch ufficiale del gruppo (56%). Lo stesso ragionamento vale per i BTS. Uno dei membri, il più piccolo del gruppo, è stato rinominato il sold out boy per la capacita di mandare esaurito ogni tipo di prodotto nel giro di poche ore. Nell'ultimo periodo, è toccato nell'ordine a un braccialetto simile ai rosari buddisti, creato da un'associazione benefica e a delle bustine di kombucha. In entrambi i casi i prodotti sono andati esauriti in tutto il mondo, e da una notte all'altra le piccole aziende si sono ritrovate sommerse da richieste di ordini da ogni angolo del pianeta.
In tempi di pandemia addio ai fan meeting: i propri beniamini si incontrano in chat

Un tempo c'erano i fan meeting. Oggi ci sono le app, simili a Whatsapp, in cui si può chattare con il proprio idol preferito. È il caso di Bubble, una piattaforma creata dalla JYPE, una delle agenzie di intrattenimento coreane più famose che consente, attraverso la sottoscrizione di un abbonamento, di poter entrare in contatto in chat con gli idol dell'etichetta.
Il costo del servizio oscilla tra i 3.99 e 25.49 dollari e varia in base al numero di ticket che ti acquistano e al gruppo che si sceglie. Tra i servizi che vengono offerti c'è quello del messaggio di buongiorno, inviato ogni mattina dall'idol prescelto, personalizzato con il proprio nome, gli auguri di compleanno, dediche speciali e la possibilità di chattare e ottenere risposte nella propria lingua.
Qualcosa di simile più a un gioco è invece Universe, un'app in cui vengono inseriti anche in questo caso a pagamento, contenuti audio, video e fotografici sul mondo del k-pop. Tra gli artisti presenti, e più richiesti, c'è anche il giovanissimo Cha Eun-woo, attore e membro della boy band Astro.
A rimanere l'app più di successo è però Weverse, creata dalla ex Big Hit Entertainment e casa dei BTS, dei TXT e degli Enhypen. L'app, oggi ospita molteplici attori e cantanti ed è vista come il punto di riferimento per chi vuole rimanere in contatto con i propri beniamini anche in tempi di lockdown. Weverse funziona come una bacheca digitale in cui tutti, previa iscrizione gratuita, possono lasciare messaggi, ottenere reazioni e commenti da utenti da tutto il mondo e sperare di essere notati dal proprio cantante o attore preferito.
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Justin Bieber, i BTS e Taylor Swift sono solo alcuni degli artisti il cui successo universale sfrutta i gruppi di appassionati. La vendita di gadget, album e incontri virtuali è divenuta la principale fonte di guadagno per il mondo dello spettacolo.Bubble, Universe, Weverse. Sono le app più richieste per tenere un filo diretto con cantanti e attori. Pagando una somma mensile si può addirittura ricevere il buongiorno personalizzato ogni mattina. Lo speciale comprende due articoli.«Senza fan non c'è guadagno». È questo il motto alla base della fan economy, una sfaccettatura dell'economia che studia le rendite di attori, cantanti e influencer, in base alle vendite di prodotti che portano il loro nome o marchio e generate principalmente dalle loro fan base. Il concetto di per sé è semplicissimo ed esiste da sempre ma con l'avvento del Covid-19 e l'interruzione forzata delle esperienze dal vivo, sta assumendo un valore nuovo. Nata come un fenomeno sfruttato da alcuni cantanti come Madonna o Michael Jackson, la fan economy negli ultimi anni si è imposta fino a diventare, nel 2020, una delle principali fonti di guadagno per gli artisti di tutto il mondo. Il concetto è semplice: l'artista oltre a promuovere il suo nuovo prodotto (un album, un singolo musicale, un nuovo film o una serie tv di cui fa parte) crea prodotti e gadget in grado di coprire varie fasce di prezzo (di solito dai 10 euro fino ai 100) ed esperienze (oggi virtuali) collegate al lancio del nuovo progetto. Attraverso i social network e una fitta rete di promozione, composta dai media classici ma soprattutto dai contatti con i fan base master (ovvero chi gestisce internamente l'organizzazione dei gruppi di fan, ndr.) crea il cosiddetto hype ovvero la voglia di avere a tutti i costi quel prodotto per supportare la celebrity preferita. Si crea così una rete fittissima che da una parte fidelizza ancora di più il gruppo di fan e dall'altra genera guadagno.Nel 2018, in tempi in cui una pandemia globale era un'eventualità più che remota, un idol cinese Fan Chengcheng decise di aprire un servizio a pagamento per i suoi fan utilizzando la piattaforma social Weibo. Pagando circa 10 euro ogni sei mesi, i fan avrebbero avuto accesso a immagini esclusive, in altissima definizione. L'unica richiesta dell'idol cinese era quella di non condividere le foto al di fuori della piattaforma con chi non aveva pagato il servizio. Una richiesta semplicissima che, in una notte, ha generato un guadagno di circa 1.000 euro.A comprendere il potere delle fandom, come generalmente ci si riferisce ai gruppi di fan più numerosi, sono soprattutto gli artisti di nuova generazione. Taylor Swift, Justin Bieber, BTS (e con loro tutti i gruppi e artisti coreani) hanno ben chiaro che per alzare le vendite devono proporre qualcosa che ai fan sembri unico e raro. O accattivante. Ecco dunque che Taylor Swift, per prima, ha lanciato la formula degli album prodotti in più versioni, tutte diverse tra loro, al cui interno si possono trovare gadget sempre diversi. A random. Una strategia, questa, utilizzata anche dai BTS che oltre a produrre più versioni dello stesso cd possono avvalersi del fatto che, all'interno del cofanetto, si può trovare una tra otto card fotografiche diverse (7 membri + una di gruppo). Il gioco vale la candela: perché in questo modo si spingono i fan da tutto il mondo ad acquistare non solo tutte le copie degli album, ma anche più di una, tutto pur di aumentare le possibilità di scovare la propria foto preferita. Con buona pace dei propri risparmi che sono i primi a subire da questa "fame" di collezionismo esplosa ancor di più con la pandemia.Proprio la k-pop band coreana dei Bangtan Sonyeondan è uno dei modelli a cui oggi si guarda con più interesse quando si parla di fan economy. Nel 2020 il gruppo, composto a sette membri, era ai blocchi di partenza con un tour pronto a infrangere tutti i record a livello di sold out e vendite correlate. Poi è arrivato il Covid. La chiusura degli stadi. La sospensione di tutte le attività. Nonostante il danno, la società di intrattenimento dietro i BTS, la Big Hit Entertainment, ora Hybe, ha riportato profitti record nel bel mezzo di una pandemia globale. «Abbiamo creato entrate con le vendite degli album, lo streaming, i concerti online, il merch e i contenuti video» ha spiegato il presidente e amministratore delegato della società, Bang Si-Hyuk, che ha ribadito come «Nonostante le difficoltà, ci siamo concentrati su ciò che abbiamo sempre apprezzato: i fan e i contenuti».La vera forza della fan economy, e al tempo stesso il suo punto debole, è la capacità dell'artista di far sentire il fan parte della propria vita. Se su questo aspetto le Kardashian hanno costruito un vero e proprio impero, Justin Bieber e Logan Paul sono due esempi lampanti di come l'oversharing, ovvero il riempire di contenuti i propri fan sui social media, sia una delle tecniche migliori per fidelizzare i propri supporter. Drew e Maverick, i brand rispettivamente di Bieber e Paul, sono oggi tra i marchi social più richiesti e gettonati. Quello che pubblicano va sold out nel giro di pochi minuti. E poco importa che si viva dall'altra parte del mondo e le spese di spedizione - e l'annesso rischio di dazi doganali - siano elevatissimi: pur di avere la felpa o i calzini indossati dai propri idol tutto è concesso. Semplice, veloce, come inviare un post su Instagram, come ha ammesso candidamente lo stesso Logan Paul affermando che «con il mio brand riesco a fare milioni senza fare nulla»Parlando di numeri, uno studio condotto da iPrice ha sottolineato come, nel 2020, un fan abbia speso in media 1.000 euro circa per supportare il proprio beniamino acquistando biglietti per concerti o fan meet virtuali, ma soprattutto merchandise ufficiale. Con un'eccezione: i fan del k-pop spendono in media circa 200 euro in più, gli Army (la fandom dei BTS) ne spende invece fino a 500 in più della media. Guardando più attentamente ai numeri, se nel caso degli influencer a vendere sono soprattutto le membership ai fan club ufficiali e il merchandise, per quanto riguarda i musicisti occidentali gli album - fisici e digitali - restano ancora oggi il primo canale di guadagno con il 70% del budget annuale destinato all'acquisto di una o più copie. Diverso è invece l'approccio con le band orientali: i fan delle Blackpink, uno dei gruppi femminili coreani più famosi, prediligono spendere per oggetti indossati dalle proprie beniamine (30%) o per il merch ufficiale del gruppo (56%). Lo stesso ragionamento vale per i BTS. Uno dei membri, il più piccolo del gruppo, è stato rinominato il sold out boy per la capacita di mandare esaurito ogni tipo di prodotto nel giro di poche ore. Nell'ultimo periodo, è toccato nell'ordine a un braccialetto simile ai rosari buddisti, creato da un'associazione benefica e a delle bustine di kombucha. 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È il caso di Bubble, una piattaforma creata dalla JYPE, una delle agenzie di intrattenimento coreane più famose che consente, attraverso la sottoscrizione di un abbonamento, di poter entrare in contatto in chat con gli idol dell'etichetta. Il costo del servizio oscilla tra i 3.99 e 25.49 dollari e varia in base al numero di ticket che ti acquistano e al gruppo che si sceglie. Tra i servizi che vengono offerti c'è quello del messaggio di buongiorno, inviato ogni mattina dall'idol prescelto, personalizzato con il proprio nome, gli auguri di compleanno, dediche speciali e la possibilità di chattare e ottenere risposte nella propria lingua. Qualcosa di simile più a un gioco è invece Universe, un'app in cui vengono inseriti anche in questo caso a pagamento, contenuti audio, video e fotografici sul mondo del k-pop. Tra gli artisti presenti, e più richiesti, c'è anche il giovanissimo Cha Eun-woo, attore e membro della boy band Astro. A rimanere l'app più di successo è però Weverse, creata dalla ex Big Hit Entertainment e casa dei BTS, dei TXT e degli Enhypen. L'app, oggi ospita molteplici attori e cantanti ed è vista come il punto di riferimento per chi vuole rimanere in contatto con i propri beniamini anche in tempi di lockdown. Weverse funziona come una bacheca digitale in cui tutti, previa iscrizione gratuita, possono lasciare messaggi, ottenere reazioni e commenti da utenti da tutto il mondo e sperare di essere notati dal proprio cantante o attore preferito.
Contadini altoatesini alla fine degli anni Quaranta (Getty Images)
Alla fine della Seconda guerra mondiale, il Sudtirolo (o Alto Adige, come fu obbligatorio chiamarlo durante il ventennio) era stretto in una morsa che rendeva il suo destino alquanto incerto. Dagli anni Trenta era stato sottoposto ad un processo di italianizzazione sia nella lingua (la scuola tedesca era stata vietata, così come i toponimi cambiati con nomi italiani) che nella composizione etnica, con l’immissione di migliaia di lavoratori italiani nelle nuove grandi fabbriche (come Falck e Lancia) costruite sul territorio altoatesino in quegli anni. La questione dell’appartenenza storica della regione a Sud del Brennero all’Austria, che la perse dopo gli accordi del 1919, riemerse dopo l’annessione di quest’ultima al Terzo Reich (Anschluss) nel 1938. Hitler e Mussolini giunsero ad un accordo nel 1939 che lasciava liberi gli altoatesini di lingua tedesca di scegliere se rimanere italiani e perdere lo status di minoranza oppure se trasferirsi in Germania entro un tempo limitato. Erano i cosiddetti «optanti». Al voto, oltre 166.000 sudtirolesi scelsero il Reich, spinti anche dalla propaganda sul territorio dell’organizzazione filonazista Vks (Völkischer Kampfring Südtirols). Dopo l’8 settembre l’Alto Adige fu invaso dalla Wehrmacht e annesso al Reich sotto la guida del Gauleiter Franz Hofer. Oltre 10.000 furono i sudtirolesi che combatterono per il Reich, in parte arruolandosi anche nelle Waffen-SS. A Bolzano era stato istituito un lager di transito verso i campi di sterminio, mentre per i cosiddetti Dableiber, cioè coloro che non avevano voluto lasciare il Sudtirolo per la Germania, iniziò il calvario: le autorità naziste, oltre a reclutare forzatamente gli uomini e a mobilitare le donne per il lavoro obbligatorio, perseguitarono quegli oppositori del Reich prevalentemente di matrice cattolica che, come il parroco Michael Gamper e il commerciante Erich Amonn, organizzarono un movimento di resistenza sotto la sigla di Andreas Hofer Bund, che rappresentava i Dableiber che si opponevano alla tirannia nazista. Un centinaio di membri furono deportati nei campi di sterminio.
Nel maggio del 1945 la guerra finì e sia il nazismo che il fascismo erano caduti. Gli altoatesini si trovarono così nel mezzo di una sorta di «anno zero», arbitrato di fatto dalle potenze vincitrici. L’Italia, pur sconfitta, si trovava però in vantaggio rispetto all’Austria: era stata una nazione co-belligerante e contava la presenza di un movimento di resistenza, mentre l’Austria annessa al Reich non poteva dimostrare altrettanto. Molti sudtirolesi, inoltre, erano stati fedeli nazisti e combattenti nella Wehrmacht e nelle SS. Dall’altra parte Vienna invocava la naturale etnia germanica del popolo altoatesino usurpata nel 1919 e repressa dal fascismo, portando avanti la tesi della propria posizione di vittima del nazismo in seguito all’Anschluss del 1938. Ma l’Italia era considerata già Stato sovrano, mentre l’Austria era sottoposta come la Germania all’amministrazione delle truppe di occupazione alleate. Le spinte alla riannessione all’Austria tra il 1945 e il 1946 furono molto forti nel primo anno di pace in Alto Adige. Già nel maggio del 1945, pochi giorni dopo la fine del conflitto, era nata la Südtiroler Völkspartei (Svp), nata dai Dableiber tra cui Erich Amonn. Il movimento si espresse subito per la riannessione all’Austria, mentre dall’altra parte del Brennero, ad Innsbruck, si assistette a manifestazioni di piazza per il ritorno ad un solo Tirolo. Lo stesso Karl Gruber, futuro ministro degli Esteri austriaco, inoltrò alle potenze vincitrici richiesta formale di riannessione. Anche a Bolzano, presso Castel Firmiano, si tenne una manifestazione di massa il 22 aprile 1946 che preannunciò l’iniziativa di una petizione per la riannessione che raccolse oltre 150.000 firme, consegnate poi al cancelliere austriaco Leopold Figl. Gli alleati la respinsero, non riconoscendo la richiesta di referendum e ribadendo che ogni decisione sulla questione altoatesina (e sulle altre come quella di Trieste) sarebbero state trattate unicamente per le vie diplomatiche alla conferenza di pace di Parigi. Anche a Roma le richieste di separazione furono fortemente respinte dai principali partiti: risolutamente contrario fu Togliatti, che riteneva il confine del Brennero violato dalle truppe tedesche e non provava alcuna simpatia per l’autonomia, rispecchiando l'assoluta ostilità di Mosca a qualunque concessione territoriale ai popoli tedeschi sconfitti. Più morbido, ma comunque risolutamente contrario alla riannessione fu Alcide De Gasperi (egli stesso trentino ed in gioventù suddito dell’Impero Austro-ungarico). Il leader democristiano e presidente del Consiglio sarà protagonista della risoluzione diplomatica della questione altoatesina durante lo stesso 1946, anno del suo secondo dicastero. Nel frattempo gli optanti, che avevano scelto di trasferirsi nella Germania nazista si erano venuti a trovare in un Paese in ginocchio, raso al suolo dai bombardamenti e sottoposto all’occupazione militare dei vincitori. Alcuni scelsero di rientrare clandestinamente già alcuni mesi dopo la fine della guerra, ma si trovarono paradossalmente stranieri in patria perché avevano scelto di abbandonare la cittadinanza italiana. In Alto Adige non avevano più diritti, erano di fatto stranieri. E molti neppure ritrovarono le proprietà lasciate pochi anni prima, occupate o assegnate ad altri dalle autorità italiane o confiscate direttamente dai restanti. Al di là del Brennero gli altoatesini cacciati dalla Germania occupata, dalla Boemia e dalla Polonia occupate dai sovietici finirono in campi profughi nei dintorni di Innsbruck in condizioni miserevoli, in attesa che la situazione si sbloccasse. Tra i giovani profughi, diverse centinaia si arruolarono per fame nella Legione straniera francese, in quanto il Tirolo settentrionale era sotto il controllo delle truppe di Parigi. Spediti in Indocina, rimasero fino alla battaglia di Diem Bien Phu del 1954, che costò la vita a diversi ex optanti.
Il conflitto sociale raggiunse dunque picchi altissimi nel 1946, nel momento in cui la palla della politica locale era passata a quegli altoatesini che avevano sofferto sotto l’occupazione nazista senza lasciare la propria terra e contemporaneamente dall’Austria giungeva una forte propaganda per l’annessione.
Una miscela così esplosiva indusse le potenze riunite a Parigi ad accelerare la risoluzione della questione, che si risolverà giuridicamente con la firma dell’Accordo tra Austria e Italia sull’Alto Adige, noto come «Accordo De Gasperi-Gruber» dal nome dei due premier. Era il 5 settembre del 1946 quando a Parigi fu siglato e consegnato agli alleati. Il testo conteneva le garanzie per la tutela linguistica delle comunità tedesche e la parità di diritti tra la popolazione tedesca, ladina e italiana. Riammetteva l’insegnamento del tedesco nelle scuole, che durante il ventennio si era svolto clandestinamente nelle Katakombenschule, le scuole organizzate nei sotterranei da Martin Gamper. Riconosceva l’autonomia amministrativa dell’Alto Adige (che con un abile mossa De Gasperi estese a livello regionale, includendo così anche il Trentino) e garantiva la nazionalità ed un passaporto valido anche per gli optanti in rientro e il riconoscimento dei titoli di studio. L’Austria avrebbe avuto il ruolo di controllore e garante dell’accordo.
Molti furono i delusi, che speravano in un ricongiungimento del Sudtirolo con l’Austria, ma i vincitori seduti al tavolo delle trattative postbelliche lo esclusero categoricamente. Volevano evitare una nuova area di tensioni etnico-geografiche in un periodo delicato in cui nascevano le premesse della Guerra fredda. Altri altoatesini tuttavia accettarono l’accordo, consolati dalle garanzie che avrebbero impedito una nuova italianizzazione forzata. Chi rientrò dalla Germania dovette ricominciare spesso tutto da capo, con lunghe trafile burocratiche e legali per riacquistare ciò che era stato lasciato all’atto della scelta di emigrare nel Reich.
La Costituzione del 1948 recepì l’accordo del 1946 e nel Decreto Legislativo n.23/1948 si trattò la regolarizzazione dello status degli optanti. Si apriva il capitolo difficile del pieno reintegro, non ultimo quello del ritorno delle proprietà o dell’assegnazione di abitazioni e terre vendute o confiscate negli anni delle opzioni dallo Stato italiano, dai Dableiber o assegnate ai lavoratori italiani di recente immigrazione in Alto Adige. Questo difficilissimo aspetto fu affidato ad un giovane Giulio Andreotti, che fu a fianco di De Gasperi il giorno degli accordi con Gruber. A lui fu affidata la gestione politica dell’Uzc, l’Ufficio governativo per le Zone di Confine, chiamato da una parte al reintegro degli altoatesini rientranti, dall’altro alla difesa della comunità degli italiani che risiedevano e lavoravano in Alto Adige. L’Uzc si trovò a gestire le richieste degli optanti di rientro e le pratiche di concessione della nuova cittadinanza italiana, scegliendo una politica di controbilanciamento delle due componenti etnico-linguistiche tramite progressivi finanziamenti, per evitare che il reintegro degli optanti finisse per minacciare gli italiani della regione. A partire dagli anni Cinquanta l’Uzc favorì in particolare lo sviluppo di chiese ed oratori, nonché il sostegno ad una stampa di lingua italiana, in particolare del quotidiano «L’Alto Adige», che mirava a creare una voce alternativa al germanofono «Dolomiten».
L’azione italiana tuttavia non riuscirà a placare le spinte secessioniste e le forti tensioni etniche dell’Alto Adige del dopoguerra. Nonostante la ripresa economica e l’inizio dello sviluppo di un turismo di massa unita alla ripresa industriale, il ritorno degli optanti significò anche una svolta all’interno del primo partito germanofono, l’Svp. Gestito nell’immediato dopoguerra da una maggioranza di cattolici antinazisti, il ricambio della classe politica altoatesina vide il ritorno di alcuni esponenti intransigenti e precedentemente compromessi con il defunto Terzo Reich. Molti, alla fine degli anni Cinquanta, furono gli episodi di segregazione e di separazione etnica attuate a livello locale in risposta alle politiche di Roma, accusata di favorire gli italiani. Inoltre l’Austria, divenuta repubblica dopo la fine di un lungo decennio di occupazione alleata, aveva ripreso le rivendicazioni sul Sudtirolo. A livello nazionale, la Svp allora guidata dall’ex soldato della Wermacht Silvius Magnago chiedeva l’autonomia non solo da Roma, ma anche da Trento, inclusa assieme all’Alto Adige dopo gli accordi del 1946. Queste forti tensioni porteranno al fenomeno del terrorismo del decennio successivo con la stagione degli attacchi dinamitardi dei separatisti. Il cammino verso un’autonomia bilanciata e un’integrazione vera sarebbe stato ancora molto lungo, passando dallo Statuto di autonomia del 1972 e fino alla ratifica del Pacchetto di autonomie del 1992, ratificato dai governi di Italia e Austria di fronte all’Onu.
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«The Testaments» (Disney+)
Il romanzo che Margaret Atwood ha scritto nel 2019, sulla carta, dovrebbe essere un sequel del suo più famoso, Il racconto dell'ancella. Di fatto, The Testaments è ambientato quindici anni dopo le vicende narrate in quel libro, che le ha dato fama. Eppure, non racconta molto oltre il finale noto.
The Testaments, da cui Disney+ ha tratto un'altra serie televisiva, pronta a debuttare sulla piattaforma mercoledì 8 aprile, usa un espediente narrativo per tornare alla fine del ventesimo secolo, nel mezzo della teocrazia totalitaria che ha sovvertito l'ordine degli Stati Uniti d'America. Allora, a fronte di un pianeta devastato dalle guerre e dalle successive difficoltà economiche, difficoltà che hanno portato ad una crescita zero, pochi uomini, pochi potenti hanno deciso di instaurare in America una Repubblica basata sulla religione. Non la religione così come la si è conosciuta, ma una sua lettura forzata e ortodossa, una sorta di fanatismo biblico che ha trasformato gli Usa, un tempo patria della libertà, nella Repubblica di Gilead: una società piramidale, governata da un'oligarchia di privilegiata e popolata, per lo più, di schiavi. Nessuna mobilità sociale, nessuna inclinazione personale. All'interno di Gilead, non ha trovato spazio nulla oltre l'applicazione maniacale dei dogmi ispirati alle sacre scritture. Un Medioevo nuovo ha preso il sopravvento, si è tornati a processore chiunque manifestasse dissenso, a punire la disobbedienza civile e il pensiero critico. Le donne sono state ridotte a macchine riproduttive, e a loro è stata proibita la gioia dell'amore. Per dare a Gilead dei figli e ripopolare così la Terra, gli oligarchi hanno deciso che si sarebbero accoppiati con donne fertili, tenute in cattività. Non sarebbero state mogli, ma incubatrici. Le altre, non più fertili o sterili, sarebbero state eliminate. Il racconto dell'ancella, celebrato urbi et orbi e poi adattato in una serie tv di successo planetario, ha raccontato la silenziosa insurrezione delle ancelle, la loro vita di prigioniere.
The Testaments, con lo stesso impianto produttivo, promette, invece, di raccontare tre storie diverse e interconnesse, storie nuove e vecchie capaci, soprattutto, di spiegare gli antefatti che hanno preceduto l’ascesa al potere degli oligarchi di Gilead. Cos'ha portato dove si è ora, quali alternative possono esistere oltre la costrizione, che costo ha l'obbedienza. Questo si chiedono le trame dello show, deciso a tener vivo l'universo della Atwood.
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L’idea che bastino buone leggi per uniformare popoli e culture diverse è il grande inganno del nostro tempo. Senza una popolazione storicamente e culturalmente coesa, la legge diventa impotente e lo Stato perde la sua funzione.
Laos e Cambogia sono due nazioni storicamente legate alla Francia e all’Indocina francese, ma sono anche due realtà vivaci e produttive. Questi due paesi, che nella loro storia hanno spesso vissuto all’ombra del più grande ed importante Vietnam, hanno storie diverse anche se con alcuni punti in comune, soprattutto dopo la guerra del Vietnam. Il Laos resta ancora oggi una Repubblica socialista monopartitica dominata dal Partito Rivoluzionario del Popolo Lao che soltanto dalla metà degli anni 2000 ha cominciato ad aprire agli investimenti stranieri, soprattutto da Cina e dalla confinante Thailandia. Più complicata la storia della piccola Cambogia che ha vissuto negli anni ’70 l’incubo del regime sanguinario dei khmer rossi. Questi pseudo-rivoluzionari hanno massacrato un terzo della popolazione con l’idea della creazione dell’uomo nuovo, fino all’intervento vietnamita che rovesciò il regno del terrore del leader dei khmer rossi di Pol Pot. Dopo anni di una specie di protettorato politico del Vietnam nel 1993 la Cambogia, con un referendum, è tornata ad essere un regno rimettendo sul trono Norodom Sihanouk che aveva già regnato dal 1941 al 1955. Ancora oggi Phnom Penh rimane una monarchia elettiva e da oltre 20 anni è stato scelto come sovrano il figlio di Sihanouk Norodom Sihamoni.
Oggi la Cambogia è una nazione che punta sul turismo, quasi 7 milioni di visitatori nel 2024, e sugli investimenti stranieri grazie alla sua posizione strategica sul Golfo di Thailandia. La crescita di Phnom Penh è stata costante con una media di 6,88% tra il 1994 ed il 2024, dati che gli hanno permesso di diventare una delle economie più dinamiche dell’intero sud-est asiatico. Negli anni la Cambogia è diventata una nazione a reddito medio-basso, lasciando la fascia inferiore grazie, oltre che al turismo, ai settori del tessile e dell’edilizia. Sia il Laos che la Cambogia sono sempre stati guardati con particolare attenzione dalla Cina, anche in funzione anti-vietnamita. I rapporti Pechino-Hanoi sono complicati da decenni e l’avvicinamento agli Stati Uniti del Vietnam ha cambiato gli equilibri geopolitici regionali.
L’interesse cinese appare più forte in Laos dove la ferrovia China-Laos Railway rappresenta un progetto da 5,9 miliardi di dollari, al 70% dei quali finanziati da Pechino e i rimanenti pagati da Vientiane sotto forma di debito con la Cina. Questa infrastruttura dal 2021 ha trasportato oltre 15 milioni di tonnellate di merci per la maggior parte frutta cresciuta del 60%, che ha migliorato le esportazioni agricole laotiane. Pechino si interessa al Laos per la sua posizione nella Belt and Road Initiative, la nuova via della seta, ma anche per le possibilità di crescita della nazione che prevede di superare il 5% nel periodo che va dal 2026 al 2030. Secondo Pechino il paese ha grandi potenzialità che porterebbero il Pil pro capite a 2980 dollari entro il 2030. La Cambogia è stato lo stato più colpito dai dazi di Trump, che l’accusa di fungere da punto di transito per prodotti cinesi da immettere nel mercato. Washington aveva deciso di imporre una tassazione del 49%, la seconda più alta al mondo dopo il Lesotho arrivato al 50%, che andava a colpire le esportazioni cambogiane di abbigliamento e calzature negli Stati Uniti. Come per Vientiane anche per Phnom Penh la Cina è un partner chiave e soprattutto il principale creditore, detenendo oltre il 40% del suo debito estero, stimato in circa 10 miliardi di dollari. Nel regno indocinese Pechino ha costruito un canale fluviale che collega la capitale con la costa della provincia cambogiana di Kep, nel sud del paese, con un costo di circa 1,7 miliardi di dollari e che permetterebbe l’accesso al Mar Cinese Meridionale. In cambio la Cambogia ha ceduto la base navale di Ream, nella provincia di Sihanoukville, alla marina cinese, una struttura in posizione strategica verso territori insulari contesi a Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei. Due piccole tigri asiatiche che vogliono imitare la crescita vista negli anni scorsi in Malesia e Thailandia, ma che sono legate a doppio filo alla Cina che ha già preso il controllo delle loro vivaci economie.
Il calvario dei missionari e dei preti cattolici nella Cambogia dei Khmer rossi (1972-1979)
Era il 17 aprile 1975 quando i Khmer rossi entrarono a Phnom Penh. La data funesta diede inizio ad un lungo periodo di terrore guidato dalla cieca ideologia maoista che portò al genocidio di circa un quarto della popolazione cambogiana. Il Paese, ex colonia dell’Indocina francese fino al 1953, era stato in seguito retto da un regime autoritario che si era dichiarato neutrale durante la guerra del Vietnam ma aveva ospitato i Vietcong ed aveva subito i bombardamenti americani. Nel 1970 un colpo di Stato guidato dal generale Lon Nol rovesciò il sovrano Sihanouk in accordo con gli Stati Uniti, ma il paese sprofondò nella guerra civile contro i Khmer rossi di Pol Pot appoggiati dalla Cina e dai nordvietnamiti, che ebbero alla fine successo.
Il folle programma di Pol Pot prevedeva la trasformazione della Cambogia in un Paese esclusivamente rurale gestito integralmente dallo Stato (Phnom Penh fu forzatamente spopolata per questo motivo), mentre ogni differenza di classe (anche intellettuale) fu nel mirino dei Khmer rossi, che operarono esecuzioni di massa anche per i più piccoli sospetti. Le banche e il denaro furono aboliti e i funzionari del precedente regno massacrati. Le religioni, che furono bandite integralmente, non fecero eccezione, a partire da quella maggioritaria, il buddhismo. I cattolici erano una minoranza, presenti dai tempi della colonizzazione portoghese con l’opera dei missionari e facevano capo al vicariato della capitale. Erano relativamente pochi, circa 60.000 su un totale di 15 milioni di abitanti, quasi tutti vietnamiti scappati dal Paese in guerra per finire nel braciere della Cambogia. Già dal 1970, per i fedeli e i preti cattolici iniziò il calvario nelle zone già controllate dai Khmer di Pol Pot. Il 24 febbraio 1972 nella provincia di Kampong Chan sulle rive del fiume Mekong il prete cattolico francese Pierre Rapin, già confinato al domicilio coatto dai guerriglieri comunisti, fu fatto oggetto di un attentato. Ferito nell’esplosione di un ordigno, fu trasferito dagli stessi Khmer in ospedale e ritornato cadavere. Le sue ultime parole piene di fede, scritte al vicario che lo supplicava di lasciare la Cambogia, furono: «I cristiani mi hanno chiesto di rimanere. Rimango. Sia fatta la volontà di Dio. Rimarrò finché ci sarà anche uno solo di voi». Assieme a lui perse la vita anche il sacerdote vietnamita Pam Van Than.
Padre Joseph Chhmar Salas tornò in Cambogia nel tragico 1975 dopo un periodo di studi canonici in Francia, chiamato dal vicario di Phnom Penh monsignor Yves Ramousse. L’entrata imminente dei Khmer rossi suggeriva al vicariato apostolico di nominare un cambogiano alla guida della Chiesa cattolica. Fu inviato nella provincia dove morì padre Rapin, dove il prete si offrì volontario per i lavori forzati imposti dagli uomini di Pol Pot nella speranza di organizzare una forma di unione e resistenza tra i cattolici della regione. Morirà di fame e di stenti in una pagoda-ospedale dopo aver passato due anni all’inferno. La sorella, superstite del terrore, racconterà delle messe clandestine celebrate nelle capanne del campo di lavoro dal martire della furia comunista.
Tra le vittime cattoliche del regime di Pol Pot, anche missionari laici tra cui Joseph Ros En, docente universitario a Phnom Penh e Pierre Chhum Somchay, padre di 12 figli tutti uccisi dall’odio Khmer assieme al padre. Tra loro anche due religiose, le suore cambogiane Lydie Nou Savan e Jacqueline Kim Son.
La Chiesa cattolica cambogiana, azzerata dalla ferocia del regime di Pol Pot, rinascerà soltanto negli anni Novanta a piccoli passi, ma determinati. Fondamentale l’apporto dei missionari, tra cui gli italiani Luca Bolelli , Mario Ghezzi, Gianluca Tavola e Antonio Bergamin (scomparso nel 2021) tutti del Pime, il Pontificio Istituto delle Missioni Estere. Si occupano oggi di una comunità di fedeli che oggi conta circa 20.000 persone, tra cui molti giovani.
Nel 2015 Papa Francesco ha istituito la causa di beatificazione di 12 martiri della Chiesa Cambogiana, tra cui Joseph Chhmar Salas. Dopo la raccolta per oltre un decennio di testimonianze di chi conobbe i religiosi in vita, la parte cambogiana del processo si è conclusa il 18 marzo 2026 sotto la guida del vicario apostolico in Cambogia, monsignor Olivier Schmitthaeusler.
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