Famiglia, la grande calunniata
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  • L’addio a Michela Murgia è stata l’occasione per riproporre i classici attacchi. Eppure la letteratura scientifica dimostra che all’interno dei nuclei tradizionali le persone sono più felici e in salute. Mentre le donne subiscono meno violenze.
  • L’istituto fu una delle prime vittime della rivoluzione. Con effetti nefasti per la società.

Lo speciale contiene due articoli

L’addio a Michela Murgia, la scrittrice divenuta nell’ultima parte della sua vita testimonial delle unioni queer, è diventata l’occasione per attaccare la cosiddetta famiglia tradizionale. Emma Bonino ha twittato lamentandosi di vivere «in un Paese nel quale, per la maggioranza, l’unico modello di affetto è: lui, lei e due figli, stile Mulino Bianco». Sul Manifesto Shendi Veli ha scritto che l’autrice sarda ha dato voce ai «tanti esodati della famiglia stereotipata». Sulla Stampa Elena Stancanelli è stata ancora più esplicita: «La famiglia mononucleare, vincolata, non somiglia più a quello che siamo e va stretta a tutti. Perché non proviamo a smontarla così da renderla più efficace per crescere figli felici?».

Anche Roberto Saviano, grande amico della Murgia, non è tenero con l’istituto familiare. Nell’agosto 2021 sul Corriere della Sera è arrivato ad individuare nella fine della famiglia perfino un antidoto al crimine. «Quando mi chiedono quando finiranno le mafie», aveva scritto, «rispondo quando finiranno le famiglie. Quando l’umanità troverà nuove forme di organizzazione sociale, nuovi patti d’affetto, nuove dinamiche in cui crescere vite». L’idea della famiglia come culla della violenza era stata espressa con forse ancor maggior vigore in un titolo apparso sull’edizione on line del Corriere il 23 agosto 2012: «La famiglia uccide più dei criminali». Ora, dinnanzi ad affermazioni così perentorie viene da immaginare che esse abbiano alla base chissà quali riscontri.

In realtà, la ricerca scientifica racconta tutt’altra storia rispetto alla vituperata famiglia tradizionale, ossia quella composta da un’unione stabile e pubblicamente riconosciuta tra un uomo ed una donna. Tanto per cominciare perché si tratta del solo tipo di unione presente in tutte le civiltà conosciute. Restano al riguardo fondamentali, per qualità e spessore, le ricerche dell’antropologo George Peter Murdock, il quale nel suo Social Structure (1949), esaminati i dati raccolti da 250 società di tutto il mondo, aveva riscontrato l’universalità della famiglia nucleare, intesa come organizzazione composta «da un uomo e da una donna sposati e dalla loro prole, sebbene in qualche caso particolare possa risiedere con loro anche un’altra persona o più persone».

Beninteso, ci sono società che si sono permesse di fare a meno della famiglia nucleare; ma, come fanno notare sociologi del calibro di Pierpaolo Donati, sono le società che si sono estinte: non proprio un bell’esempio. Dunque l’unione tra uomo e donna con figli è universale e, peraltro, precede come valore lo stesso cristianesimo; non è un caso che pure pensatori non cristiani quali Aristotele e Cicerone descrivessero la famiglia rispettivamente come «associazione istituita dalla natura» e «la prima forma di società». Tutto vero, si potrebbe ribattere, resta però che la famiglia basata sul matrimonio e monogamica sia ora soffocante e nemica della felicità. Ma è davvero così?

Già oltre due decenni or sono la sociologa Linda Waite e la studiosa Maggie Gallagher pubblicarono un testo, The Case for Marriage (2000), in cui, dati alla mano, spiegavano che «le persone sposate sono più felici, più sane e hanno migliori condizioni economiche: infatti, praticamente tutti gli studi realizzati hanno scoperto che uomini e donne sposati sono più felici dei single. Il vantaggio della felicità per le persone sposate è molto grande e molto simile per uomini e donne, e appare in ogni Paese su cui abbiamo informazioni». A distanza di anni, quelle parole sono state rafforzate dalla stessa letteratura medica, che ha messo in luce come le coppie sposate presentino tassi di mortalità significativamente inferiori rispetto alle altre, grazie anche a migliori condizioni di salute.

Prova ne è uno studio uscito nel 2016 sulla rivista Cancer che, considerati un campione di quasi 800.000 persone – composto da oltre 393.000 uomini e quasi 390.000 donne – e 10 differenti tipologie di cancro, ha osservato come i coniugati beneficino della riduzione di un rischio di morte, rispetto agli altri, che si aggira sul 20%; un divario notevole e che ha resistito anche tenendo sotto controllo variabili etniche, sociali ed economiche. E con la violenza sulle donne come la mettiamo? Sul serio la famiglia tradizionale è così pericolosa?

Anche qui la ricerca racconta altro, sottolineando come la condizione coniugale esponga la donna a minore violenza domestica già rispetto alla semplice convivenza, con le conviventi che, rispetto alle sposate – dicono studi pubblicati sulla rivista Bmc public health nel 2011 e nel 2016 – sono esposte ad un rischio medio più elevato fino al doppio di riportare lesioni al collo, alla testa, al viso, al busto e agli arti. Esaminando più di 400.000 omicidi commessi dal 1976 al 1994, Todd K. Shackelford, docente alla Oakland University, ha trovato per le conviventi rispetto alle sposate rischi molto più elevati di essere uccise. Come se non bastasse, anche per i figli papà e mamma sposati costituiscono una garanzia senza eguali.

Gli studi pro adozioni omogenitoriali, se da un lato sono in effetti numerosi, dall’altro scontano spesso seri limiti metodologici: sono condotti su campioni ridotti e non casuali, sovente considerando coppie più benestanti della media, rarissimamente dando voce ai figli stessi e quasi mai considerando la loro condizione nell’età adulta. Viceversa, già quando si utilizzano database meno parziali, il tormentone del #loveislove mostra crepe. Non a caso il sociologo americano Donald Sullins, a partire dal National health interview survey (Nhis), nel suo studio The case for mom and dad (2021) ha registrato come i bambini che vivono in una famiglia intatta e sposata, rispetto a quelli all’interno di coppie dello stesso sesso, riportino migliori punteggi per i problemi emotivi, le difficoltà scolastiche, la salute generale e quella psicologica. Per questo, in un intervento pubblicato a giugno sul mensile Il Timone, il sociologo texano Mark Regnerus ha scritto che «il matrimonio è l’unione che, da sempre, lega i padri alle madri e ai figli che esse portano in grembo. Queste famiglie sono i muri portanti della storia dell’Europa».

L’Europa però pare essersene dimenticata e, lo si è visto, i suoi intellettuali più in vista non esitano a criminalizzare la famiglia, indicandola come fonte del crimine e dell’omertà. Una tesi, questa del familismo amorale, di cui scrisse già sul finire degli anni Cinquanta, peraltro dopo una ricerca sul campo condotta proprio nel meridione italiano – per la precisione in Basilicata –, lo studioso Edward C. Banfield, riportando le sue conclusioni nel testo, divenuto un classico, The moral basis of a backward society (1958). La ricerca più recente e accurata dice però altro, e cioè che il matrimonio dà un forte contributo alla riduzione della delinquenza, essendo associato non all’incentivo bensì alla desistenza dal crimine.

Uno studio uscito nel 2015 sul Journal of Marriage and Family ha osservato un effetto protettivo del matrimonio pure rispetto alla recidiva; e ciò per restare alla sola dimensione di coppia. Se difatti si vanno a guardare i legami intergenerazionali le cose si accentuano ancora, con una larga maggioranza dei giovani a rischio criminalità o già delinquente che sconta l’assenza del padre. Che poi sarebbe il marito e il «patriarca», insomma l’altro grande calunniato insieme alla famiglia, una realtà che una società che avesse a cuore il suo presente, oltre che suo il futuro, tornerebbe a valorizzare. Altro che queer.

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