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2023-08-21
Famiglia, la grande calunniata
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L’addio a Michela Murgia, la scrittrice divenuta nell’ultima parte della sua vita testimonial delle unioni queer, è diventata l’occasione per attaccare la cosiddetta famiglia tradizionale. Emma Bonino ha twittato lamentandosi di vivere «in un Paese nel quale, per la maggioranza, l’unico modello di affetto è: lui, lei e due figli, stile Mulino Bianco». Sul Manifesto Shendi Veli ha scritto che l’autrice sarda ha dato voce ai «tanti esodati della famiglia stereotipata». Sulla Stampa Elena Stancanelli è stata ancora più esplicita: «La famiglia mononucleare, vincolata, non somiglia più a quello che siamo e va stretta a tutti. Perché non proviamo a smontarla così da renderla più efficace per crescere figli felici?».
Anche Roberto Saviano, grande amico della Murgia, non è tenero con l’istituto familiare. Nell’agosto 2021 sul Corriere della Sera è arrivato ad individuare nella fine della famiglia perfino un antidoto al crimine. «Quando mi chiedono quando finiranno le mafie», aveva scritto, «rispondo quando finiranno le famiglie. Quando l’umanità troverà nuove forme di organizzazione sociale, nuovi patti d’affetto, nuove dinamiche in cui crescere vite». L’idea della famiglia come culla della violenza era stata espressa con forse ancor maggior vigore in un titolo apparso sull’edizione on line del Corriere il 23 agosto 2012: «La famiglia uccide più dei criminali». Ora, dinnanzi ad affermazioni così perentorie viene da immaginare che esse abbiano alla base chissà quali riscontri.
In realtà, la ricerca scientifica racconta tutt’altra storia rispetto alla vituperata famiglia tradizionale, ossia quella composta da un’unione stabile e pubblicamente riconosciuta tra un uomo ed una donna. Tanto per cominciare perché si tratta del solo tipo di unione presente in tutte le civiltà conosciute. Restano al riguardo fondamentali, per qualità e spessore, le ricerche dell’antropologo George Peter Murdock, il quale nel suo Social Structure (1949), esaminati i dati raccolti da 250 società di tutto il mondo, aveva riscontrato l’universalità della famiglia nucleare, intesa come organizzazione composta «da un uomo e da una donna sposati e dalla loro prole, sebbene in qualche caso particolare possa risiedere con loro anche un’altra persona o più persone».
Beninteso, ci sono società che si sono permesse di fare a meno della famiglia nucleare; ma, come fanno notare sociologi del calibro di Pierpaolo Donati, sono le società che si sono estinte: non proprio un bell’esempio. Dunque l’unione tra uomo e donna con figli è universale e, peraltro, precede come valore lo stesso cristianesimo; non è un caso che pure pensatori non cristiani quali Aristotele e Cicerone descrivessero la famiglia rispettivamente come «associazione istituita dalla natura» e «la prima forma di società». Tutto vero, si potrebbe ribattere, resta però che la famiglia basata sul matrimonio e monogamica sia ora soffocante e nemica della felicità. Ma è davvero così?
Già oltre due decenni or sono la sociologa Linda Waite e la studiosa Maggie Gallagher pubblicarono un testo, The Case for Marriage (2000), in cui, dati alla mano, spiegavano che «le persone sposate sono più felici, più sane e hanno migliori condizioni economiche: infatti, praticamente tutti gli studi realizzati hanno scoperto che uomini e donne sposati sono più felici dei single. Il vantaggio della felicità per le persone sposate è molto grande e molto simile per uomini e donne, e appare in ogni Paese su cui abbiamo informazioni». A distanza di anni, quelle parole sono state rafforzate dalla stessa letteratura medica, che ha messo in luce come le coppie sposate presentino tassi di mortalità significativamente inferiori rispetto alle altre, grazie anche a migliori condizioni di salute.
Prova ne è uno studio uscito nel 2016 sulla rivista Cancer che, considerati un campione di quasi 800.000 persone - composto da oltre 393.000 uomini e quasi 390.000 donne - e 10 differenti tipologie di cancro, ha osservato come i coniugati beneficino della riduzione di un rischio di morte, rispetto agli altri, che si aggira sul 20%; un divario notevole e che ha resistito anche tenendo sotto controllo variabili etniche, sociali ed economiche. E con la violenza sulle donne come la mettiamo? Sul serio la famiglia tradizionale è così pericolosa?
Anche qui la ricerca racconta altro, sottolineando come la condizione coniugale esponga la donna a minore violenza domestica già rispetto alla semplice convivenza, con le conviventi che, rispetto alle sposate – dicono studi pubblicati sulla rivista Bmc public health nel 2011 e nel 2016 – sono esposte ad un rischio medio più elevato fino al doppio di riportare lesioni al collo, alla testa, al viso, al busto e agli arti. Esaminando più di 400.000 omicidi commessi dal 1976 al 1994, Todd K. Shackelford, docente alla Oakland University, ha trovato per le conviventi rispetto alle sposate rischi molto più elevati di essere uccise. Come se non bastasse, anche per i figli papà e mamma sposati costituiscono una garanzia senza eguali.
Gli studi pro adozioni omogenitoriali, se da un lato sono in effetti numerosi, dall’altro scontano spesso seri limiti metodologici: sono condotti su campioni ridotti e non casuali, sovente considerando coppie più benestanti della media, rarissimamente dando voce ai figli stessi e quasi mai considerando la loro condizione nell’età adulta. Viceversa, già quando si utilizzano database meno parziali, il tormentone del #loveislove mostra crepe. Non a caso il sociologo americano Donald Sullins, a partire dal National health interview survey (Nhis), nel suo studio The case for mom and dad (2021) ha registrato come i bambini che vivono in una famiglia intatta e sposata, rispetto a quelli all’interno di coppie dello stesso sesso, riportino migliori punteggi per i problemi emotivi, le difficoltà scolastiche, la salute generale e quella psicologica. Per questo, in un intervento pubblicato a giugno sul mensile Il Timone, il sociologo texano Mark Regnerus ha scritto che «il matrimonio è l’unione che, da sempre, lega i padri alle madri e ai figli che esse portano in grembo. Queste famiglie sono i muri portanti della storia dell’Europa».
L’Europa però pare essersene dimenticata e, lo si è visto, i suoi intellettuali più in vista non esitano a criminalizzare la famiglia, indicandola come fonte del crimine e dell’omertà. Una tesi, questa del familismo amorale, di cui scrisse già sul finire degli anni Cinquanta, peraltro dopo una ricerca sul campo condotta proprio nel meridione italiano – per la precisione in Basilicata –, lo studioso Edward C. Banfield, riportando le sue conclusioni nel testo, divenuto un classico, The moral basis of a backward society (1958). La ricerca più recente e accurata dice però altro, e cioè che il matrimonio dà un forte contributo alla riduzione della delinquenza, essendo associato non all’incentivo bensì alla desistenza dal crimine.
Uno studio uscito nel 2015 sul Journal of Marriage and Family ha osservato un effetto protettivo del matrimonio pure rispetto alla recidiva; e ciò per restare alla sola dimensione di coppia. Se difatti si vanno a guardare i legami intergenerazionali le cose si accentuano ancora, con una larga maggioranza dei giovani a rischio criminalità o già delinquente che sconta l’assenza del padre. Che poi sarebbe il marito e il «patriarca», insomma l’altro grande calunniato insieme alla famiglia, una realtà che una società che avesse a cuore il suo presente, oltre che suo il futuro, tornerebbe a valorizzare. Altro che queer.
I sovietici provarono ad abrogarla ma alla fine perfino Stalin la rivalutò
E se la famiglia cosiddetta tradizionale collassasse? Il fatto che sia in crisi è noto: ma se le cose precipitassero? I più lo ignoreranno, ma una risposta a tale dilemma esiste e viene dalla storia; precisamente, dalla storia dell’Unione sovietica. I comunisti, infatti, odiavano la famiglia con tutto loro stessi, convinti che se ne potesse fare a meno. «Lo Stato», assicurava infatti la rivoluzionaria Aleksandra Kollontaj, «non ha bisogno della famiglia, perché l’economia domestica non è più redditizia: la famiglia distoglie il lavoratore da un lavoro più utile e produttivo». «Nemmeno i membri della famiglia», aggiungeva, «hanno bisogno della famiglia, perché il compito di allevare i figli, che prima era loro, passa sempre più nelle mani della collettività».
Parole accompagnate dai fatti, se si pensa che i sovietici vararono già nel dicembre 1917 due leggi di peso come quella del divorzio, che stabiliva bastasse la richiesta di uno solo dei coniugi per ottenerlo, e quella dell’abolizione del matrimonio religioso in favore del solo riconoscimento di unioni civili. A seguire fu legalizzato l’aborto. Con il Codice introdotto 1926, si arrivò poi perfino a contemplare, accanto al matrimonio registrato, la semplice unione di fatto, attribuendole il medesimo valore giuridico. Ebbene, tutto ciò non tardò a mostrare i suoi frutti. Che furono amarissimi.
Già nel 1920, per dire, a Pietrogrado il 41% dei matrimoni civili non durava più di sei mesi, il 22% meno di due e l’11% meno di un mese. L’instabilità coniugale si diffuse su tutto l’immenso territorio russo, colpendo naturalmente pure la capitale. Nel 1926 a Mosca, a fronte di 1.000 matrimoni, si contavano 477 divorzi e nell’Unione sovietica, nello stesso anno, si stimavano oltre 500.000 donne divorziate, ma appena 12.000 di queste ricevevano gli alimenti mentre alle altre toccavano povertà e solitudine. Tutto ciò determinò un quadro disastroso per la gioventù, alimentando delinquenza e prostituzione a livelli difficili da immaginare oggi - sui marciapiedi di Kiev, negli anni Venti, si vedevano bambine di dieci anni o anche meno -, ma soprattutto determinò un terremoto demografico a danno della società russa. Del resto, i dati parlano chiaro: a dispetto delle gravissime perdite dovute alla Prima Guerra Mondiale, fra il 1914 e il 1917 la popolazione russa è aumentata, mentre nel corso dei sei anni seguenti, invece, la popolazione totale stimata in Russia è diminuita di oltre tre milioni.
Morale: alla fine toccò nientemeno che a Stalin rimediare varando prima nel ’36 e poi ’44 due controriforme familiari. «Il ritorno ai legami familiari», scrisse nel febbraio del ’52 The Atlantic a proposito di tali misure, «fu anche una risposta diretta ai problemi familiari pratici creati in parte dalle politiche precedenti. La delinquenza giovanile era notevolmente aumentata, almeno nelle grandi città. Il tasso di aborti in alcune città era arrivato a superare il tasso di natalità». Domanda: se perfino un tiranno sanguinario come Stalin arrivò, obtorto collo, a rivalutare la famiglia, perché mai nel 2023 chiunque spenda parole in tale direzione passa per omofobo e intollerante? Viene il sospetto che i sovietici di quasi 100 anni fa, ed è tutto dire, fossero meno ideologici dei progressisti di oggi.
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L’addio a Michela Murgia è stata l’occasione per riproporre i classici attacchi. Eppure la letteratura scientifica dimostra che all’interno dei nuclei tradizionali le persone sono più felici e in salute. Mentre le donne subiscono meno violenze.L’istituto fu una delle prime vittime della rivoluzione. Con effetti nefasti per la società.Lo speciale contiene due articoliL’addio a Michela Murgia, la scrittrice divenuta nell’ultima parte della sua vita testimonial delle unioni queer, è diventata l’occasione per attaccare la cosiddetta famiglia tradizionale. Emma Bonino ha twittato lamentandosi di vivere «in un Paese nel quale, per la maggioranza, l’unico modello di affetto è: lui, lei e due figli, stile Mulino Bianco». Sul Manifesto Shendi Veli ha scritto che l’autrice sarda ha dato voce ai «tanti esodati della famiglia stereotipata». Sulla Stampa Elena Stancanelli è stata ancora più esplicita: «La famiglia mononucleare, vincolata, non somiglia più a quello che siamo e va stretta a tutti. Perché non proviamo a smontarla così da renderla più efficace per crescere figli felici?».Anche Roberto Saviano, grande amico della Murgia, non è tenero con l’istituto familiare. Nell’agosto 2021 sul Corriere della Sera è arrivato ad individuare nella fine della famiglia perfino un antidoto al crimine. «Quando mi chiedono quando finiranno le mafie», aveva scritto, «rispondo quando finiranno le famiglie. Quando l’umanità troverà nuove forme di organizzazione sociale, nuovi patti d’affetto, nuove dinamiche in cui crescere vite». L’idea della famiglia come culla della violenza era stata espressa con forse ancor maggior vigore in un titolo apparso sull’edizione on line del Corriere il 23 agosto 2012: «La famiglia uccide più dei criminali». Ora, dinnanzi ad affermazioni così perentorie viene da immaginare che esse abbiano alla base chissà quali riscontri. In realtà, la ricerca scientifica racconta tutt’altra storia rispetto alla vituperata famiglia tradizionale, ossia quella composta da un’unione stabile e pubblicamente riconosciuta tra un uomo ed una donna. Tanto per cominciare perché si tratta del solo tipo di unione presente in tutte le civiltà conosciute. Restano al riguardo fondamentali, per qualità e spessore, le ricerche dell’antropologo George Peter Murdock, il quale nel suo Social Structure (1949), esaminati i dati raccolti da 250 società di tutto il mondo, aveva riscontrato l’universalità della famiglia nucleare, intesa come organizzazione composta «da un uomo e da una donna sposati e dalla loro prole, sebbene in qualche caso particolare possa risiedere con loro anche un’altra persona o più persone».Beninteso, ci sono società che si sono permesse di fare a meno della famiglia nucleare; ma, come fanno notare sociologi del calibro di Pierpaolo Donati, sono le società che si sono estinte: non proprio un bell’esempio. Dunque l’unione tra uomo e donna con figli è universale e, peraltro, precede come valore lo stesso cristianesimo; non è un caso che pure pensatori non cristiani quali Aristotele e Cicerone descrivessero la famiglia rispettivamente come «associazione istituita dalla natura» e «la prima forma di società». Tutto vero, si potrebbe ribattere, resta però che la famiglia basata sul matrimonio e monogamica sia ora soffocante e nemica della felicità. Ma è davvero così?Già oltre due decenni or sono la sociologa Linda Waite e la studiosa Maggie Gallagher pubblicarono un testo, The Case for Marriage (2000), in cui, dati alla mano, spiegavano che «le persone sposate sono più felici, più sane e hanno migliori condizioni economiche: infatti, praticamente tutti gli studi realizzati hanno scoperto che uomini e donne sposati sono più felici dei single. Il vantaggio della felicità per le persone sposate è molto grande e molto simile per uomini e donne, e appare in ogni Paese su cui abbiamo informazioni». A distanza di anni, quelle parole sono state rafforzate dalla stessa letteratura medica, che ha messo in luce come le coppie sposate presentino tassi di mortalità significativamente inferiori rispetto alle altre, grazie anche a migliori condizioni di salute.Prova ne è uno studio uscito nel 2016 sulla rivista Cancer che, considerati un campione di quasi 800.000 persone - composto da oltre 393.000 uomini e quasi 390.000 donne - e 10 differenti tipologie di cancro, ha osservato come i coniugati beneficino della riduzione di un rischio di morte, rispetto agli altri, che si aggira sul 20%; un divario notevole e che ha resistito anche tenendo sotto controllo variabili etniche, sociali ed economiche. E con la violenza sulle donne come la mettiamo? Sul serio la famiglia tradizionale è così pericolosa? Anche qui la ricerca racconta altro, sottolineando come la condizione coniugale esponga la donna a minore violenza domestica già rispetto alla semplice convivenza, con le conviventi che, rispetto alle sposate – dicono studi pubblicati sulla rivista Bmc public health nel 2011 e nel 2016 – sono esposte ad un rischio medio più elevato fino al doppio di riportare lesioni al collo, alla testa, al viso, al busto e agli arti. Esaminando più di 400.000 omicidi commessi dal 1976 al 1994, Todd K. Shackelford, docente alla Oakland University, ha trovato per le conviventi rispetto alle sposate rischi molto più elevati di essere uccise. Come se non bastasse, anche per i figli papà e mamma sposati costituiscono una garanzia senza eguali.Gli studi pro adozioni omogenitoriali, se da un lato sono in effetti numerosi, dall’altro scontano spesso seri limiti metodologici: sono condotti su campioni ridotti e non casuali, sovente considerando coppie più benestanti della media, rarissimamente dando voce ai figli stessi e quasi mai considerando la loro condizione nell’età adulta. Viceversa, già quando si utilizzano database meno parziali, il tormentone del #loveislove mostra crepe. Non a caso il sociologo americano Donald Sullins, a partire dal National health interview survey (Nhis), nel suo studio The case for mom and dad (2021) ha registrato come i bambini che vivono in una famiglia intatta e sposata, rispetto a quelli all’interno di coppie dello stesso sesso, riportino migliori punteggi per i problemi emotivi, le difficoltà scolastiche, la salute generale e quella psicologica. Per questo, in un intervento pubblicato a giugno sul mensile Il Timone, il sociologo texano Mark Regnerus ha scritto che «il matrimonio è l’unione che, da sempre, lega i padri alle madri e ai figli che esse portano in grembo. Queste famiglie sono i muri portanti della storia dell’Europa».L’Europa però pare essersene dimenticata e, lo si è visto, i suoi intellettuali più in vista non esitano a criminalizzare la famiglia, indicandola come fonte del crimine e dell’omertà. Una tesi, questa del familismo amorale, di cui scrisse già sul finire degli anni Cinquanta, peraltro dopo una ricerca sul campo condotta proprio nel meridione italiano – per la precisione in Basilicata –, lo studioso Edward C. Banfield, riportando le sue conclusioni nel testo, divenuto un classico, The moral basis of a backward society (1958). La ricerca più recente e accurata dice però altro, e cioè che il matrimonio dà un forte contributo alla riduzione della delinquenza, essendo associato non all’incentivo bensì alla desistenza dal crimine.Uno studio uscito nel 2015 sul Journal of Marriage and Family ha osservato un effetto protettivo del matrimonio pure rispetto alla recidiva; e ciò per restare alla sola dimensione di coppia. Se difatti si vanno a guardare i legami intergenerazionali le cose si accentuano ancora, con una larga maggioranza dei giovani a rischio criminalità o già delinquente che sconta l’assenza del padre. Che poi sarebbe il marito e il «patriarca», insomma l’altro grande calunniato insieme alla famiglia, una realtà che una società che avesse a cuore il suo presente, oltre che suo il futuro, tornerebbe a valorizzare. 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I comunisti, infatti, odiavano la famiglia con tutto loro stessi, convinti che se ne potesse fare a meno. «Lo Stato», assicurava infatti la rivoluzionaria Aleksandra Kollontaj, «non ha bisogno della famiglia, perché l’economia domestica non è più redditizia: la famiglia distoglie il lavoratore da un lavoro più utile e produttivo». «Nemmeno i membri della famiglia», aggiungeva, «hanno bisogno della famiglia, perché il compito di allevare i figli, che prima era loro, passa sempre più nelle mani della collettività». Parole accompagnate dai fatti, se si pensa che i sovietici vararono già nel dicembre 1917 due leggi di peso come quella del divorzio, che stabiliva bastasse la richiesta di uno solo dei coniugi per ottenerlo, e quella dell’abolizione del matrimonio religioso in favore del solo riconoscimento di unioni civili. A seguire fu legalizzato l’aborto. Con il Codice introdotto 1926, si arrivò poi perfino a contemplare, accanto al matrimonio registrato, la semplice unione di fatto, attribuendole il medesimo valore giuridico. Ebbene, tutto ciò non tardò a mostrare i suoi frutti. Che furono amarissimi. Già nel 1920, per dire, a Pietrogrado il 41% dei matrimoni civili non durava più di sei mesi, il 22% meno di due e l’11% meno di un mese. L’instabilità coniugale si diffuse su tutto l’immenso territorio russo, colpendo naturalmente pure la capitale. Nel 1926 a Mosca, a fronte di 1.000 matrimoni, si contavano 477 divorzi e nell’Unione sovietica, nello stesso anno, si stimavano oltre 500.000 donne divorziate, ma appena 12.000 di queste ricevevano gli alimenti mentre alle altre toccavano povertà e solitudine. Tutto ciò determinò un quadro disastroso per la gioventù, alimentando delinquenza e prostituzione a livelli difficili da immaginare oggi - sui marciapiedi di Kiev, negli anni Venti, si vedevano bambine di dieci anni o anche meno -, ma soprattutto determinò un terremoto demografico a danno della società russa. Del resto, i dati parlano chiaro: a dispetto delle gravissime perdite dovute alla Prima Guerra Mondiale, fra il 1914 e il 1917 la popolazione russa è aumentata, mentre nel corso dei sei anni seguenti, invece, la popolazione totale stimata in Russia è diminuita di oltre tre milioni. Morale: alla fine toccò nientemeno che a Stalin rimediare varando prima nel ’36 e poi ’44 due controriforme familiari. «Il ritorno ai legami familiari», scrisse nel febbraio del ’52 The Atlantic a proposito di tali misure, «fu anche una risposta diretta ai problemi familiari pratici creati in parte dalle politiche precedenti. La delinquenza giovanile era notevolmente aumentata, almeno nelle grandi città. Il tasso di aborti in alcune città era arrivato a superare il tasso di natalità». Domanda: se perfino un tiranno sanguinario come Stalin arrivò, obtorto collo, a rivalutare la famiglia, perché mai nel 2023 chiunque spenda parole in tale direzione passa per omofobo e intollerante? Viene il sospetto che i sovietici di quasi 100 anni fa, ed è tutto dire, fossero meno ideologici dei progressisti di oggi.
Ecco una preparazione co coniuga la Primavera con un classico della cucina di magro: il baccalà con i ceci. Se si afa in questo modo il piatto acquista freschezza e diventa saporito pur rimanendo nutriente e leggero. Si prepara in pochissimi minuti e il successo è garantito.
Ingredienti – 500 gr di baccalà già ammollato, 300 gr di ceci già lesati, 200 gr di fave, 5 o 6 foglie di salvia, almeno tre spicchi d’aglio, sale, pepe, olio extravergine di oliva qb.
Preparazione – In una capace padella scaldate in un generoso giro di olio extravergine di oliva gli spicchi d’aglio e la salvia. Andate a fuoco moderato perché si deve aromatizzare il grasso, ma non devono prendere colore le verdure. Versate in padella i ceci scolati e fate prendere sapore. Aggiustate di sale e di pepe. Nel frattempo mettete a sbollentare le fave che avrete sgusciato. Basta che prendano il bollore per un minuto. Ritiratele, ma non scolate l’acqua di cottura che vi sarà utile. Ora prendete i ceci e sistemateli in un bicchiere da frullatore con un po’ di acqua di cottura delle fave e un altro cucchiaio di extravergine. Con il frullatore a immersione riduceteli in crema. Nella padella dove sono rimasti aglio e salvia fate scottare a fuoco vivace il baccalà che avrete fatto in quattro pezzi per circa sei minuti dalla parte della pelle e quattro dalla parte della polpa. Nel frattempo freddate le fave e sbucciatele ulteriormente. E’ facilissimo: basta incidere la parte superiore del frutto e fare una leggerissima pressione; vedrete che “l’anima” uscirà da sola. Ora impiattate. Mettete a specchio sul piatto una generosa quantità di crema di ceci adagiatevi sopra un trancio di baccalà, fate cadere una manciata di fave e aggiustate di abbondante pepe e ancora un giro di olio extravergine a crudo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di sbucciare per due volte le fave.
Abbinamento – Certamente un bianco e ci siamo ispirati alle città del baccalà: Verdicchio dei Castelli di Jesi pensando ad Ancona, Vermentino della Costa degli Etruschi pensando a Livorno, Soave pensando a Venezia, una Biancolella d’Ischia pensando a Napoli.
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La nave «Mv Hondius» (Ansa)
Per loro, il ministero delle Salute ha attivato la «sorveglianza attiva». I recapiti dei quattro, sottolinea una nota, sono stati acquisiti e le informazioni trasmesse alle regioni di competenza affinché, appunto, fosse attivata la sorveglianza «nel principio di massima cautela», il che significa regime di quarantena precauzionale in attesa degli accertamenti clinici necessari per verificare l’eventuale contrazione del virus. Per la donna residente a Firenze è subito scattato non soltanto l’isolamento, ma anche il tracciamento dei contatti e il monitoraggio clinico, come annunciato dal premuroso presidente della Regione Eugenio Giani e dall’assessore alle politiche sociali Monia Monni: «Non sottovalutiamo alcun elemento e continueremo a informare tempestivamente la cittadinanza su ogni sviluppo», fanno sapere. Le prime notizie, comunque, è che stanno tutti bene e non presentano sintomi. Anche le altre Regioni, nel corso della giornata, hanno annunciato di aver attivato tutti i protocolli previsti in questi casi e confermato il quadro.
L’epicentro europeo della nuova emergenza, stavolta, non è più l’Italia ma la Spagna: è alle Canarie, infatti, che saranno sbarcati tutti i passeggeri della Hondius, come voluto dall’Organizzazione mondiale della sanità che, insieme con le istituzioni europee, ha chiesto al premier anti-trumpiano Pedro Sánchez di utilizzare Tenerife come base di supporto sanitario. Il governo centrale ha accettato, «in linea con gli impegni internazionali in materia di salute pubblica e assistenza umanitaria». Cinque aerei sono già stati predisposti per l’evacuazione dei passeggeri, in una complessa operazione sanitaria e logistica che prevedibilmente si concluderà domani; i velivoli saranno messi a disposizione da Regno Unito, Stati Uniti, Paesi Bassi, Spagna e da un consorzio europeo. Il Tribunale di Madrid ha inoltre predisposto la quarantena precauzionale sui passeggeri e membri spagnoli dell’equipaggio della Hondius: «È prevedibile che i primi a essere sbarcati siano loro», ha fatto sapere il ministro della salute Monica Garcia. Dopo lo sbarco, i 14 passeggeri spagnoli saranno trasferiti a bordo di un aereo militare alla base di Torrejon de Ardoz (Madrid), da dove saranno portati all’Ospedale Centrale della Difesa Gomez Ulla.
Riparte, insomma, il rullo di tamburi: su giornali e tv si ricomincia a parlare di «paziente zero», sebbene «le valutazioni condivise a livello internazionale dall’Oms e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie indichino attualmente un rischio basso per la popolazione generale a livello mondiale e molto basso in Europa», fanno sapere da Lungotevere Ripa, dove in queste ore il ministro Orazio Schillaci sta gestendo la nuova emergenza.
L’Oms è sulla plancia di comando con rinnovati bollettini giornalieri, come ai tempi del Coronavirus: a ieri, fanno sapere dall’Organizzazione, i casi di hantavirus confermati erano sei su otto sospetti, tutti a bordo della Hondius. E ripartono le solite notizie contraddittorie. Nei primi giorni, infatti, gli esperti dell’Oms avevano sottolineato che casi di trasmissione tra persone erano sporadici e isolati, ma ieri sono arrivate precisazioni diverse su un tasso di mortalità del 38% e su casi «identificati come dovuti al virus Andes, noto per essere trasmissibile tra esseri umani».
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, che da anni annuncia come una cassandra che «la storia ci insegna che la prossima pandemia non è una questione di “se”, ma di “quando”», ieri è giunto in Spagna a dirigere il traffico. Dopo l’incontro alla Moncloa con Sánchez, si recherà a Tenerife per coordinare l’operazione di sbarco dei passeggeri dalla nave, che arriverà già oggi con le luci dell’alba. Tedros vuole essere a tutti i costi alle Canarie per «gestire» le operazioni di sbarco. L’attitudine delle istituzioni, insomma, se a parole è rassicurante, nei fatti lo è un po’ di meno e fa pensare a quei due mesi tra gennaio e febbraio 2020, quando si passò in un batter d’occhio dalla scorpacciata di involtini primavera al lockdown nazionale. Tedros ha comunque rassicurato gli abitanti di Tenerife sul fatto che il rischio derivante dalla nave infetta sia «basso», spiegando in una lettera rivolta alla popolazione che non si tratta di «un altro Covid» e che i locali non avranno alcun contatto coni passeggeri.
«Accettare la richiesta dell’Oms e offrire un porto sicuro è un dovere morale e legale nei confronti dei nostri cittadini, dell’Europa e del diritto internazionale. La Spagna starà sempre al fianco di chi ha bisogno di aiuto. Perché ci sono decisioni che definiscono chi siamo come società», ha scritto invece Sánchez su X dopo il colloquio con la guida dell’Oms.
Ieri il professor Francesco Vaia, già direttore dell’Istituto nazionale per le malattie infettive dello Spallanzani di Roma, ha lanciato un appello: «L’esperienza del Covid sembra non aver insegnato nulla. Si continua a spaventare le persone con il “nuovo” virus di turno. Nuova pandemia? Certamente no. Abbiamo bisogno di vaccinarci? Certamente no. Abbiamo bisogno di rinverdire la nostra fama? Da parte di alcuni, sì. Tutto già visto. Evitiamo di dare spazio a chi la spara più grossa», ha chiesto l’ex direttore della Prevenzione del ministero della Salute rivolgendosi alla Rai ma anche alle tv commerciali. «La comunicazione è una cosa seria, in particolar modo per la salute».
Amen.
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Le proteste davanti alla Biennale di Venezia (Ansa)
Aperta ieri la Biennale della discordia. Non si respira aria di festa, ma di guerriglia, con calli blindate ed elicotteri per aria.
Le polemiche sulla presenza della Russia e di Israele tengono ancora banco. La più importante manifestazione d’arte contemporanea, che si chiuderà il 22 novembre, è funestata come non mai da controversie e imprevisti. Malgrado questo, lunghissime code si sono viste davanti all’ingresso dei Giardini e all’Arsenale, con migliaia di visitatori in attesa di entrare. La cerimonia d’apertura è saltata, così come l’assegnazione dei Leoni d’oro e d’argento a causa del fatto che, la settimana scorsa, la giuria si è dimessa in blocco (un fatto senza precedenti dalla fondazione nel 1895). I premi saranno assegnati attraverso una votazione del pubblico.
Il padiglione russo rimane chiuso e l’interno è visibile solo dall’esterno su grandi schermi. Venerdì sera 2.000 persone hanno manifestato contro la partecipazione di Israele e c’è stato uno scontro con la polizia. Venti padiglioni sono rimasti chiusi perché il personale ha scioperato contro la presenza dello Stato ebraico, in solidarietà, pure, degli attivisti della Flotilla imprigionati a Gaza: «Nessun artista o lavoratore dovrebbe essere obbligato a condividere spazi con chi è responsabile di genocidio», protestano i pro Pal. L’annuncio dello sciopero è arrivato dal canale Telegram Global Project. E in alto bandiere della Palestina, kefiah al collo e cartelloni con scritte come «Free Palestine, abolish Zionism».
Le ispezioni ministeriali, le richieste di chiarimento rivolte alla Fondazione e il fitto carteggio con ministero della Cultura, Farnesina e Palazzo Chigi non hanno fatto emergere irregolarità. Resta aperta una richiesta di chiarimenti dell’Ue sul rispetto del regime sanzionatorio nei confronti della Russia. La Biennale dovrà rispondere entro domani, pur avendo già anticipato che «tutto risulta conforme». La Commissione Ue in mancanza di una risposta convincente minaccia un taglio di due milioni di euro per progetti legati alla cinematografia.
Il vicepremier Matteo Salvini si è precipitato a Venezia per cercare di placare gli animi: «Penso che l’arte, come lo sport debbano essere esenti da conflitti». Visitando il padiglione russo dice: «Non penso che venendo qua si sostenga il conflitto o un governo di una parte o dell’altra. Penso, invece, che l’arte e la Biennale servano a riavvicinare». Salvini attacca poi l’intervento dell’Ue: «È volgare. Possiamo fare a meno dei loro 2 milioni».
Per il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, invece le proteste «sono legittime». Dal Pd si leva la voce di Piero De Luca, capogruppo in commissione Affari europei della Camera: «Palazzo Chigi ha definito quanto accaduto alla Biennale un pasticcio, ma i pasticci hanno sempre dei responsabili. Il governo aveva tutti gli strumenti per impedire che la propaganda russa sbarcasse in laguna». Prende la parola il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco e, subito, sfotte il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, assente all’inaugurazione. «Grazie al ministro che sostiene le nostre iniziative...». Giuli accetta la provocazione: «Ho scritto un messaggio a Buttafuoco, ma non mi risponde. Il 20 sarò alla Biennale, lui verrà?».
Intanto, ieri il suono delle sirene antiaeree che avvisa gli ucraini dei bombardamenti è stato riprodotto davanti al padiglione russo nel corso di un flash mob organizzato da +Europa. Presenti il segretario Riccardo Magi e l’ex ministro Cécile Kyenge. «La realtà non è quella raccontata da Salvini. La realtà è che in quel padiglione c’è arte di regime e non c’è arte libera perché l’arte libera viene perseguitata da Putin in Russia», dice Magi.
Quando la politica entra nell’arte non è mai cosa buona. Di certo questa sarà una Biennale che ci ricorderemo per molto tempo. E non solo per le polemiche: ieri sono stati 10.000 con un +10% sul 2024. Gli accreditati nei giorni di pre-apertura sono stati 27.935 (+4%) e 3.733 i giornalisti presenti (70% della stampa internazionale.
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Donald Trump (Ansa)
Ci fosse ancora Dante direbbe: «Stavvi Minòs orribilmente e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia», perché il presidente degli Stati Uniti assolve e danna sentendosi giudice universale. Nella seconda telefonata improvvisa al Corriere della Sera ieri Donald Trump, ancora un po’ piccato con Giorgia Meloni, ha dettato: «Sto ancora prendendo in considerazione la possibilità di spostare le truppe dall’Italia». Poi il maestrone dal pennarello nero - quello con cui firma gli estemporanei e incisivi executive order - ci ha dato la pagella: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese». Viviana Mazza la corrispondente da Washington del Corriere che ha risposto alla Casa Bianca come già il 14 aprile quando Trump si disse scioccato da Gorgia Meloni ha provato a insistere: l’Italia potrebbe fornire utilissimi cacciamine per bonificare Hormuz, e Trump: «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno e quanto a Hormuz sulla lettera di risposta dell’Iran non commento». Quello del presidente Usa è evidentemente uno «squillo» politico. Il 3 maggio alla vigila della visita di Marco Rubio in Italia - venerdì si è intrattenuto per un’ora e mezzo con Giorgia Meloni e giovedì il Segretario di Stato ha avuto un lungo colloquio con Leone XIV per ricucire le relazioni col Papa - il presidente americano aveva rilanciato su Truth, il suo social personale, un’intervista di Matteo Salvini al sito ultra conservatore Breitbart in cui tra l’altro ha affermato: «Il presidente Trump è il nostro alleato e il nostro amico e ogni malinteso sarà risolto molto presto», aggiungendo: «Siamo stati gli unici a sostenere apertamente il presidente Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. È stata una bella conversazione quella che ho avuto con il vicepresidente J.D. Vance». A domanda di Viviana Mazza sul perché abbia ripostato quella intervista, il tycoon ha tagliato corto: «Lo ritenevo appropriato». Per avvertire silenziosamente Giorgia Meloni che ora il suo interlocutore più prossimo è Matteo Salvini dopo le critiche che la premier gli ha avanzato sulle frasi che Trump ha rivolto al Papa da lei definite «inaccettabili»? O per lanciare un messaggio a Marco Rubio avvertendolo: chi decide sono io. Non è un caso che la telefonata arrivi il giorno dopo l’incontro - «franco e costruttivo in una cornice di comune aderenza ai valori occidentali» - tra il Segretario di Stato americano e il presidente del Consiglio italiano. Meloni ha sintetizzato: «Entrambi comprendiamo quanto sia importante il rapporto transatlantico, ma entrambi comprendiamo quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali. Ed è bene che su questo ci si trovi d’accordo». Marco Rubio nulla ha detto di preciso sulla presenza delle truppe americane in Italia. Ben sapendo che Trump ci «sta ancora pensando» si è limitato a confermare che si è discusso «delle sfide alla sicurezza regionale, tra cui il Medio Oriente e l’Ucraina, e dell’importanza di una collaborazione transatlantica costante per affrontare le minacce globali in un quadro di rafforzamento della partnership strategica tra Usa e Italia». Insomma molto è appeso alle volontà di Trump, ma anche all’opera di ricucitura che Giorgia Meloni farà con la Casa Bianca. Peraltro Trump è ben consapevole che l’Italia resta il suo alleato più forte in Europa e infatti mentre ha maltrattato sia Friedrich Merz (le truppe dalla Germania le ritira sul serio) sia Pedro Sánchez (lo spagnolo ribelle a parole) con Meloni ha avuto toni duri, ma non di rottura. E se per Nicola Fratoianni (Avs) l’incontro con Rubio «è stato una farsa», Elly Schlein (Pd) che è alla corte di Barack Obama a Toronto, ha commentato: «Noi siamo alleati degli Usa, non di Trump». Peraltro si sa che la premier con Rubio si è «lamentata» della imprevedibilità e delle reazioni di Trump dicendo sostanzialmente che per l’alleanza con lui in Europa ha pagato un prezzo.
La lettura più «morbida» di queste ore l’ha data il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che peraltro ha visto Rubio prima di Meloni suggerendo che non è alle viste un incontro della premier con Trump e così ha riassunto questi due giorni «americani»: «Gli Stati Uniti sono il nostro principale alleato. I rapporti transatlantici sono fondamentali e siamo sempre pronti ad avere un dialogo franco. Se ci sono delle cose che non condividiamo, le diciamo. Noi le abbiamo sempre dette. Questo perché siamo convinti che l’Italia e l’Europa hanno bisogno degli Stati Uniti, ma anche gli Usa hanno bisogno dell’Italia e dell’Europa».
Un po’ più deciso il ministro della Difesa Guido Crosetto che pone l’accento su un punto, la qualità delle relazioni: «Sono contento», ha detto il ministro, «di essere, il 4 luglio, a New York, a festeggiare con gli Stati Uniti i 250 anni di indipendenza. È un momento nel quale sembra che le relazioni tra Italia e Stati Uniti non siano buone. Noi ricordiamo però che le relazioni sono tra popoli».
Trump: «Aspetto presto risposte dall’Iran»
La tensione nel Golfo Persico continua a crescere mentre Stati Uniti, Iran e potenze internazionali cercano un equilibrio sempre più fragile tra diplomazia e pressione militare. Washington ha rivisto la propria proposta di risoluzione all’Onu sullo Stretto di Hormuz nel tentativo di evitare uno scontro diretto con Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza. Secondo Reuters, la nuova bozza chiede all’Iran di interrompere gli attacchi e le attività di minamento nello Stretto, eliminando però il riferimento al Capitolo VII della Carta Onu che avrebbe potuto aprire formalmente la strada a sanzioni o azioni militari.
Nonostante il linguaggio più prudente, il testo resta duro contro Teheran. La risoluzione prevede infatti che, in caso di mancato rispetto, il Consiglio possa valutare «misure efficaci, comprese le sanzioni» per garantire la libertà di navigazione. Viene inoltre riaffermato il diritto degli Stati membri a difendere le proprie navi da minacce e attacchi nello Stretto di Hormuz. Sulle modifiche americane pesa soprattutto il fattore geopolitico: un veto cinese rappresenterebbe infatti un grave imbarazzo diplomatico per Donald Trump alla vigilia del suo viaggio a Pechino previsto la prossima settimana. Nel frattempo il Comando centrale americano ha annunciato di aver reindirizzato 57 navi commerciali e impedito ad altre quattro di entrare o uscire dai porti iraniani. Il Centcom ha inoltre confermato che i cacciatorpediniere Uss Truxtun, Uss Rafael Peralta e Uss Mason stanno operando nel Mar Arabico a sostegno del blocco navale contro Teheran.
La crisi rischia però di trasformarsi anche in un’emergenza ambientale. Una vasta chiazza di petrolio si sta espandendo al largo dell’isola iraniana di Kharg, terminale strategico per le esportazioni energetiche della Repubblica islamica. Il New York Times, citando immagini satellitari, riferisce che lo sversamento avrebbe già raggiunto oltre 52 chilometri quadrati e si starebbe spostando verso Sud, in direzione delle acque saudite.
Sul fronte interno iraniano cresce intanto il peso politico di Mojtaba Khamenei, figlio della storica Guida suprema, morta all’inizio della guerra. Secondo la Cnn, l’intelligence americana ritiene che Mojtaba stia assumendo un ruolo centrale nella strategia militare iraniana. Per la prima volta Teheran ha anche confermato che il nuovo leader ha riportato ferite alla rotula e alla schiena durante i bombardamenti. La situazione resta estremamente delicata anche all’interno del Paese. Domani il Parlamento iraniano tornerà a riunirsi in sessione plenaria per la prima volta dall’inizio della guerra, ma lo farà in videoconferenza per motivi di sicurezza. Il dibattito si concentrerà soprattutto sull’aumento dei prezzi e sulla crisi economica aggravata dal conflitto e dalle sanzioni.
Mentre la pressione militare continua, emergono segnali di stanchezza anche da parte americana. Secondo The Atlantic, Donald Trump sarebbe sempre più riluttante a riaprire le ostilità contro l’Iran. Il presidente statunitense teme di restare intrappolato in un nuovo conflitto mediorientale e vuole evitare nuove escalation almeno fino alla conclusione della visita in Cina. Trump ha inoltre dichiarato di attendere «molto presto» una risposta ufficiale di Teheran all’ultima proposta americana per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz.
Le mosse americane continuano però ad alimentare la diffidenza di Teheran. Il New York Times rivela che la Russia starebbe usando il Mar Caspio come corridoio strategico per rifornire l’Iran aggirando il blocco navale americano. Per questo il Caspio viene ormai definito da diversi analisti un «corridoio ombra» tra Mosca e Teheran. In quest’ottica va letto anche il recente attacco israeliano contro Bandar Anzali: non solo un raid contro una base navale iraniana, ma un colpo a una infrastruttura chiave per i collegamenti logistici e militari tra Russia e Iran.
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