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Lo ha dichiarato il responsabile giovani del Movimento per la Vita, Davide Rapinesi, a margine dell'evento del premio «Alessio Solinas» al Parlamento europeo di Strasburgo.
Lo ha dichiarato il responsabile giovani del Movimento per la Vita, Davide Rapinesi, a margine dell'evento del premio «Alessio Solinas» al Parlamento europeo di Strasburgo.
Lo ha dichiarato l'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint a margine del voto in plenaria sul Mercosur, dove è stato approvato il passaggio alla Corte di Giustizia europea.
Il 22 gennaio 1506 veniva istituita da Papa Giulio II la Guardia svizzera pontificia, oggi il più antico corpo militare in servizio. Decimata nel «Sacco di Roma» del 1527, sopravvisse a Carlo V e alle soppressioni di Napoleone e della Repubblica Romana. Oggi conta 135 effettivi a protezione di Leone XIV.
Il 22 gennaio 1506, centocinquanta mercenari svizzeri fecero ingresso a Roma e si misero al servizio di Giuliano della Rovere, Papa Giulio II. Negli stessi mesi la Penisola era flagellata dalle Guerre d’Italia, scatenate dalle grandi potenze dinastiche per il predominio in Europa e in Vaticano iniziava la costruzione della basilica di San Pietro. Già nel 1478 il pontefice Sisto IV aveva concluso accordi con la Confederazione Elvetica, patria storica di soldati mercenari, per l’impiego di soldati svizzeri da impiegare a fianco dell’esercito pontificio, che all’alba del secolo XVI rappresentava il braccio armato dello Stato della Chiesa impegnato in quegli anni in una forte politica di espansione territoriale in Italia. Nel 1503 Giulio II chiese alla Dieta svizzera la fornitura di 200 uomini a protezione del Papa e della Santa Sede. Nel settembre 1505 furono inviati a Roma i primi 150 uomini che costituiranno il primo nucleo della Guardia Svizzera Pontificia, comandati da Kaspar von Silenen, membro di una nobile famiglia del Cantone Uri di lunga tradizione militare. Al servizio di Giulio II, i soldati elvetici proteggono il pontefice e gli edifici papali in un periodo storico turbolento per Roma, caratterizzato dalle lotte intestine fra le famiglie nobili della Città eterna, che mettevano quotidianamente a rischio la vita del Papa oggetto di intrighi e congiure. Ma la minaccia più grande arrivava dall’esterno ed in particolare dalle armate di Carlo V, in guerra contro la Francia per il dominio sulla Penisola. Il 6 maggio 1527 i lanzichenecchi, mercenari tedeschi, assaltavano la città del Papa nel giorno passato alla storia come il «Sacco di Roma». La Guardia svizzera fu decisiva per la salvezza del pontefice Clemente VII, che fu trasferito attraverso il Passetto di Borgo nella residenza di Castel sant’Angelo dove il Papa rimase prigioniero per mesi. Gli svizzeri pagarono un altissimo tributo di sangue, con soltanto 42 superstiti su 189 effettivi. Dopo l’ingresso di Carlo V, la guardia pontificia fu sostituita da un corpo di spagnoli e lanzichenecchi. Fu sotto Paolo III che nel 1548 un nuovo contingente elvetico fu richiamato a difesa della Santa Sede, grazie all’intercessione del cardinale Ennio Filonardi, già Nunzio apostolico in Svizzera. Per i due secoli successivi la «Päpstliche Schweizergarde» smise definitivamente di essere impiegata in campagne militari e rimase unicamente a difesa del Pontefice e impiegata nei cerimoniali. Comandata prevalentemente da membri di nobili famiglie di Lucerna (in particolare quella degli Altishofen), la guardia venne sciolta una prima volta durante il dominio napoleonico e, dopo la ricostituzione nel 1814, nuovamente soppressa durante l’effimera Repubblica Romana del 1848. Nuovamente richiamata da Pio IX, la Guardia pontificia non combatté in occasione della Presa di Roma del 1870, in quanto la difesa della Capitale era stata affidata agli Zuavi.
All’inizio del XX secolo il Corpo fu oggetto di una profonda riforma ad opera del comandante Jules Repond, con la volontà di aumentare la disciplina, addestrare all’uso di armi moderne e limitare il reclutamento ai soli candidati svizzeri di nascita. Fu durante questo periodo che furono adottate le uniformi che ancora oggi sono adottate, ispirate a quelle del Cinquecento. Con la nascita dello Stato Vaticano dopo il Concordato del 1929, la Guardia svizzera divenne il corpo ufficiale di Stato e gli effettivi furono aumentati da Pio XII durante la Seconda guerra mondiale a 300.
Dal dopoguerra fu impiagata assieme alla Gendarmeria vaticana, mentre gli antichi corpi nobiliari rimasti furono soppressi nel 1970 da Paolo VI. Il 13 maggio 1981 la Guardia Svizzera Pontificia si trovò coinvolta nell’attentato a Giovanni Paolo II e svolse un ruolo cruciale nella protezione del Pontefice ferito dai colpi di Ali Agca. L’episodio portò alla necessità di modernizzare l’addestramento e l’armamento del Corpo, includendo la presenza delle guardie in borghese anche durante i viaggi all’estero del Papa. Attualmente l’organico è di 135 effettivi, aumentati di 25 unità nel 2019 sotto il pontificato di Jorge Mario Bergoglio.
La Guardia svizzera pontificia è il corpo militare più antico attualmente in servizio.
«Ora la baronessa s’attacca al Trump». La battuta circolava ieri con divertita insistenza all’Eurocamera, e in più lingue: il voto con cui il Parlamento Ue ha deciso di rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Unione europea affinché esprima un parere di legittimità sull’accordo col Mercosur rappresenta una doppia novità politica, oltreché una rivincita della rappresentanza democratica su Ursula von der Leyen. Ora il trattato resta congelato: il Parlamento potrà ratificarlo solo dopo la sentenza dei giudici e ci possono volere da uno a tre anni. A difenderlo resta il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida: «È un buon affare che tutela l’economia nazionale e noi lo abbiamo fatto cambiare. I rischi per i settori sensibili sono sovrastimati». È però un brusco risveglio dalla molta retorica che la presidente della Commissione ed Emmanuel Macron hanno sparso a Davos.
La baronessa è arrivata a proclamare beffarda verso Trump: «Col Mercosur l’Europa invia un messaggio potente al mondo: scegliamo il commercio equo al posto dei dazi». Solo che il messaggio, chissà per quanto, torna nel cassetto. Peraltro dall’altra parte dell’Atlantico sono già sorti serissimi dubbi se sia davvero conveniente commerciare così con Bruxelles. È una doppia novità politica perché ultradestra, ultrasinistra, verdi e una folta pattuglia dei liberali hanno votato insieme contro la «maggioranza Ursula» e soprattutto il Ppe ha avuto un’emorragia di voti: una cinquantina di eurodeputati popolari è andata in direzione ostinata e contraria agli ordini del gran capo Manfred Weber. Il quale aveva rampognato: «Ricordatevi che è un voto anti Trump». La seconda novità è che in questa Europa anti sovranismi i deputati dei cinque Paesi - più la Grecia - da sempre dichiaratisi contro il Mercosur - francesi, polacchi, irlandesi, ungheresi e austriaci - incuranti dei richiami di partito hanno detto no all’accordo. Anche tra gli italiani ci sono anomalie. Lega (entusiasta) 5 Stelle e Avs hanno votato a favore della mozione; contrari Fratelli d’Italia, Forza Italia e Pd.
Per la baronessa è un colpo durissimo. Si era spesa prima di partire per Davos con i big dei gruppi parlamentari: «Se non passa il Mercosur dite addio all’Europa come protagonista globale». Detto fatto. Alle 12.30 di ieri, con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti, su una mozione proposta da Renew (i liberali macroniani) e dai Verdi (è stata respinta una mozione analoga presentata da Patriots, che è l’ala ultradestra: ha avuto solo 253 voti favorevoli) il Parlamento europeo ha inoltrato alla Corte di giustizia con sede in Lussemburgo un quesito specifico: se l’accordo col Mercosur e i conseguenti comportamenti della Commissione violano o meno i trattati dell’Unione. In particolare c’è un punto che è speculare a quanto sta avvenendo in Sudamerica. Il cartello della soia Cargill, Jbs, Dreyfus si è accorto che nel trattato ci sono troppi vincoli ambientali. Lo stesso vale per l’Argentina. Invece i parlamentari europei sono convinti che Ursula von der Leyen abbia svenduto il rigore normativo. Il portavoce della Commissione Olof Gill - il solo ad aprire bocca - ha dichiarato: «La Commissione si rammarica della decisione del Parlamento. Le questioni sollevate non sono giustificate, perché la Commissione le ha già affrontate in modo molto dettagliato». Gill nulla ha detto se si farà ricorso all’esercizio provvisorio. E la ragione c’è: Ursula von der Leyen oggi va di nuovo a giudizio. Il Parlamento vota la mozione di sfiducia alla Commissione proposta da Jordan Bardella (gruppo Patriots) e ora la baronessa non è tranquillissima. Come non lo sono né i popolari (che con Forza Italia dicono: «Inutili ritardi in un momento in cui c’è bisogno invece di scelte») né i socialisti («Ci rammarichiamo che non si possa avviare il controllo democratico a causa di queste tattiche dilatorie»).
In Italia esulta la Lega anche con Gian Marco Centinaio: «È una vittoria di chi, come noi, ha sempre detto che questo trattato non tutela le nostre imprese agricole, la salute dei consumatori, una concorrenza leale. Ora la baronessa sarà costretta a fermarsi». I 5 Stelle aggiungono: «È una nostra vittoria, degli agricoltori e una clamorosa sconfitta personale di Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni». E l’Europa unita? Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, sottolinea: «La Francia sa dire di “no” quando serve; la lotta continua per garantire la nostra sovranità alimentare». Gli risponde il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «È una decisione deplorevole: l’accordo deve essere applicato in via provvisoria». Chi ha ragione di cantare vittoria è Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. Martedì era alla testa di 10.000 agricoltori e migliaia di trattori e ora può sostenere: «È una risposta politica alle follie della presidente e della sua cerchia di tecnocrati; continuiamo la nostra battaglia per l’agricoltura». Sui cartelli c’era scritto: «Von der Leyen go home». Oggi c’è la sfiducia. Chissà che anche stavolta l’Eurocamera dia ragione ai contadini…
Sul Board per Gaza Giorgia Meloni prende tempo: ospite della puntata speciale per i 30 anni della trasmissione Porta a Porta, in onda ieri sera su Rai 1, la premier non chiude all’ingresso dell’Italia: «La posizione dell’Italia», spiega, «è di apertura: siamo disponibili e interessati. C’è per noi», precisa la Meloni, «un problema costituzionale perché dalla lettura dello statuto è emerso che ci sono alcuni elementi di incompatibilità con la nostra Costituzione, questo non ci consente di firmare sicuramente domani, però ci serve più tempo». C’è il rischio che questo board diventi una sorta di Onu privata? «È un dubbio che ho letto», risponde la premier, «credo che nessun organismo in generale possa sostituirsi alle Nazioni Unite. La presenza di Putin? In qualsiasi organismo multilaterale ci si siede al tavolo con persone distanti da noi», aggiunge la Meloni, «e ricordo che la Russia siede al G20 e alle Nazioni Unite».
Sulla pressione di Donald Trump, che ieri ha escluso l’opzione militare per acquisire la Groenlandia, la Meloni tiene ferma la sua classica posizione di mediazione e di ricuciture: «Secondo me», sottolinea la premier, «non è realistico che gli Stati Uniti invadano militarmente la Groenlandia. Chiaramente tutti capiamo quali sarebbero le conseguenze di una scelta del genere e quindi a me non ha stupito, sono contenta che lo abbia ribadito, dopodiché però bisogna cercare delle soluzioni. La questione che gli americani pongono è una questione di sicurezza su un territorio strategico: questo è un tema corretto, è un tema che riguarda anche noi. È una materia», aggiunge, «che va trattata nell’ambito dell’Alleanza atlantica. Nelle settimane passate alcuni Paesi europei hanno deciso di inviare dei soldati per operazioni di training in Groenlandia, questo è stato letto dall’amministrazione americana come un attacco nei confronti degli americani. Io credo che invece fosse il tentativo di rispondere a un’esigenza che anche gli americani pongono: è la ragione per la quale ho chiamato Donald Trump e gli ho detto “credo che non si sia capito e credo che sia un errore la previsione o la minaccia di aggiungere dazi a quelle nazioni che avevano fatto questa scelta”, ma c’è una parte di questi problemi che è soprattutto data da un’assenza di comunicazione che bisogna ripristinare».
La Meloni replica a muso duro a chi la accusa di essere troppo accondiscendente con Trump: «Io vengo contestata per essere una persona che cerca di abbassare la tensione», argomenta la premier, «risolvere il problema, trovare degli accordi e mi si dice che sono troppo accondiscendente perché cerco di fare quello che è nell’interesse nazionale italiano fare. Non vuol dire che il mio atteggiamento è remissivo. Quando c’è stata la questione dei dazi», ricorda, «in Europa credo che nessuno si sia battuto con Donald Trump come si è battuta la sottoscritta, solo che io lavoravo per trovare un accordo e altri preferivano una escalation».
Quando approverete, chiede Bruno Vespa, il decreto sicurezza? «Stiamo approvando dei nuovi provvedimenti», chiarisce Meloni, «il focus sarà sulla lotta alla violenza delle gang giovanili, c’è il tema delle stazioni, e pensiamo a delle zone rosse, in materia di immigrazione lavoriamo a misure più efficaci per velocizzare i rimpatri di chi non ha diritto a stare in Italia. Dopodiché certamente servono più forze dell’ordine, ma abbiamo fatto anche questo: negli ultimi tre anni abbiamo assunto circa 39.000 nuove forze di polizia. Nei prossimi due anni ne assumeremo altre 30.000. Abbiamo rinnovato i contratti, rafforzato i presidi. Chiaramente possiamo assumere tutte le forze di polizia che vogliamo ma se il loro lavoro viene mortificato non risolveremo il problema. Purtroppo continuo a vedere cose che non riesco a capire. Ieri (l’altro ieri, ndr) il Tar della Lombardia», attacca la Meloni, «ha deciso di annullare il provvedimento di daspo urbano nei confronti dei manifestanti che avevano devastato la stazione di Milano. Come si fa a garantire la sicurezza così? Ci sono stati degli agenti che hanno rischiato la loro incolumità per fermare quelle devastazioni alla stazione di Milano e per arrestare queste persone, quindi francamente diventa un po’ difficile se non lavoriamo tutti nella stessa direzione». «Sull’immigrazione irregolare», sottolinea inoltre la Meloni, «la nostra strategia è a 360 gradi. Norme più dure nei confronti dei trafficanti, regolamentazione delle Ong, accelerazione sui rimpatri (tema sul quale torneeremo nei prossimi provvedimenti), lavoro con i Paesi di origine e transito. È una strategia sulla quale ci segue tutta l’Europa, anche su strumenti innovativi come l’Albania. Non è facile, perché quando si lavora per fermare l’immigrazione irregolare in Italia ci sono parecchi che si mobilitano».
Le toghe? «Tutta l’Europa guarda con interesse quello che abbiamo fatto in Albania», risponde la premier, «noi non l’abbiamo finora potuto far funzionare perché c’erano delle sentenze ideologiche dei giudici, che ci hanno detto che era incompatibile con la legislazione dell’Unione europea. Bene: abbiamo corretto la legislazione dell’Unione europea. Arriveremo allo stesso risultato, ma con due anni di ritardo».
Apparentemente potrebbe sembrare l’ennesimo bisticcio tra Lega e Forza Italia, ma il nodo che si è creato sul prossimo numero uno della Consob nasconde dinamiche decisamente più complesse. Da giorni molti giornali davano per scontata la nomina di Federico Freni, sottosegretario leghista al Mef, come prossima guida della Consob, l’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari. Si sarebbe dovuto chiudere tutto nel Consiglio dei ministri di martedì scorso, ma il leader di Forza Italia e vicepremier Antonio Tajani improvvisamente ha deciso di mettere il veto. Il problema non è lui in sé, lo ribadisce chiaramente il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. «Federico Freni alla Consob? È una cosa che vola sopra la mia testa, io mi occupo di referendum, però dico che è un eccellente sottosegretario e ha tutte le capacità per ricoprire quel ruolo, per me non c’è nessun “ma”, è una persona straordinaria con una grandissima cultura».
Si sarebbe fatta poi menzione a ulteriori «approfondimenti» sul nome di chi potrebbe andare a occupare la poltrona su cui ora siede Paolo Savona. Va ricordato che nel 2004 è entrata in vigore la legge Frattini che stabilisce che i membri del governo (ministri, sottosegretari) non possono ricoprire incarichi in enti pubblici sottoposti a vigilanza per un periodo di 12 mesi dopo la fine del loro mandato, proprio per evitare conflitti di interesse. Nel caso di Freni, lui si occuperebbe proprio di ricoprire queste deleghe, il che renderebbe il conflitto ancora più evidente. Quindi ecco combinato il pasticcio: la nomina di Freni potrebbe rendere l’esecutivo attaccabile in qualche modo. Da Fratelli d’Italia ieri ha parlato solo Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei, chiarendo - e quindi in qualche modo dando un’indicazione - che «non c’è stata alcuna tensione, la riunione è durata 22 minuti e non c’è stata tensione». Aggiungendo: «Premesso che io stimo Freni, lui è stato uno dei protagonisti di tutte le leggi di bilancio, se lui va sono contento per lui, sono un po' meno contento per la prossima legge di bilancio».
Il capogruppo della Lega Riccardo Molinari ha dichiarato: quello di Freni è un «nome che noi abbiamo proposto come partito, c’era un accordo di massima in Consiglio dei ministri, come è emerso anche dalle cronache». E ha puntualizzato: «Chiaro che noi continueremo a portare avanti quel nome, anche perché la Lega ha rinunciato ad altre nomine, su altri enti, ad esempio importanti, nei mesi passati». «Non c’è mai stato nessun accordo», ha replicato il portavoce di Fi Raffaele Nevi. A quanto sembra Forza Italia spingerebbe per la nomina di un’altra figura che siede nel consiglio di amministrazione di Assicurazioni General, Marina Brogi. Ma sono in molti a sostenere che acquisirebbe troppe posizioni di potere e in qualche modo conflittuali tra loro. C’è un nome, quello di Federico Cornelli, uno dei cinque componenti dell’Autorità per la vigilanza dei mercati finanziari e noto per la sua grande esperienza. Inoltre è l’unico a essere stato votato all’unanimità dal Parlamento italiano e per questo è giudicato super partes. Tajani ha detto chiaramente che lo vorrebbe, e lo ha detto talmente chiaramente che sembra quasi un tentativo per bruciarlo, quasi lo stesso fatto, forse, nei confronti di Freni. Eppure quello del sottosegretario alla fine sembra restare il nome più quotato, anche perché, come dichiarato da tutti, non si tratta della persona, considerata «di valore». Il problema, eventualmente, riguarderebbe soltanto la sua posizione.
Maurizio Lupi, che spesso va allo scontro con gli azzurri, ha detto: «Ribadiamo la nostra stima nei confronti di Federico Freni, profilo di grande autorevolezza e competenza, che sta dimostrando le sue qualità al governo. Non abbiamo motivo di dubitare che farebbe un ottimo lavoro anche alla guida della Consob e per questo invitiamo ad evitare i veti pregiudiziali: fare politica non può e non deve diventare un limite».

