- Ieri ha esordito alla Camera il progetto di legge eutanasico e le analogie col bavaglio arcobaleno sono tante: tempi stretti, sinistra divisa e centrodestra compatto verso il no. Enrico Letta medita un’altra battaglia identitaria.
- I giudici della Corte suprema americana hanno lasciato in vigore la norma che vieta l’interruzione di gravidanza dopo sei settimane e hanno concesso uno spazio limitato per i ricorsi.
Lo speciale contiene due articoli.
È stata una discussione generale veloce, quella che ieri ha fatto esordire in aula alla Camera il progetto di legge sul suicidio assistito. Un passaggio pressoché formale, che è stato utile però a confermare lo spettro delle posizioni in campo e, di conseguenza, la ragionevole certezza di un iter tormentato e a rischio affossamento, come avvenuto per il ddl Zan al Senato. Tra qualche giorno, infatti, i deputati dovranno votare (in tempi di fiducia e di testi «prendere o lasciare» il termine esaminare pare esagerato) la legge di Bilancio in arrivo da Palazzo Madama, cosa che li terrà impegnati fino a fine anno, prima della pausa festiva. Dopodiché, come tutti sanno, il Parlamento sarà assorbito, per non si sa quanto tempo, dalle votazioni per il prossimo presidente della Repubblica. Se si mette in conto l’inevitabile e consueta pattuglia di decreti in scadenza e atti parlamentari che intasano normalmente il lavoro d’aula, è verosimile prevedere che sul suicidio assistito si comincerà a toccare palla non prima della bella stagione.
È però nel merito del provvedimento in questione, nel percorso che ha seguito in commissione, nei numeri parlamentari e infine nelle posizioni espresse ancora ieri dalle forze politiche, che risiede la vera difficoltà nell’immaginare un percorso lineare e un’approvazione pacifica entro il termine della legislatura. Nell’emiciclo (semideserto come ogni lunedì) di Palazzo Montecitorio, il tenore degli interventi, improntato generalmente alla pacatezza e ai contenuti della legge, ha fatto comunque emergere una divisione interna al centrosinistra, che probabilmente orienterà le mosse dei leader di partito «giallorossi» verso un atteggiamento identitario e strumentale, volto piuttosto a tenere uniti i propri ranghi che a pervenire a un testo condiviso tra tutte le forze. Questo perché alcune affermazioni bellicose dei promotori del referendum sull’eutanasia, associate ai mal di pancia degli esponenti più radical del Pd, lasciano presagire – per fare un esempio – che il segretario dem Enrico Letta difficilmente potrà fare concessioni a chi oggi non sostiene il testo in aula, senza provocare uno smottamento tra quanti dei suoi sono tentati di saldarsi al fronte laicista capitanato da Marco Cappato.
C’è chi, come la dem Giuditta Pini, ha fatto sapere di essere disposta a farsi carico di un pacchetto di emendamenti dell’associazione Luca Coscioni, i cui esponenti peraltro hanno già cominciato a brandire la futura consultazione popolare come un’efficace arma di condizionamento per il centrosinistra parlamentare. Il che, calato in uno scenario come quello del Senato, dove i fragili equilibri e i voti segreti rendono tutto aleatorio in mancanza di accordi trasparenti, potrebbe voler dire la replica di quanto accaduto con la legge sull’omofobia, che non ha visto la luce a causa della pervicacia giallorossa sul testo Zan.
Ieri in aula i relatori Alfredo Bazoli (Pd) e Nicola Provenza (M5s) hanno insistito sulla necessità di approvare una legge sul fine vita, in virtù della sentenza sulla vicenda del suicidio assistito per Dj Fabo della Corte costituzionale che ha chiesto al Parlamento di colmare il vuoto legislativo. Dopo aver ripercorso l’iter in commissione e riassunto i contenuti dell’attuale testo (che, in estrema sintesi, consente la morte volontaria per i maggiorenni affetti da patologia irreversibile o per quelli tenuti in vita da trattamenti o macchinari che patiscono sofferenze intollerabili) i due relatori si sono detti ottimisti riguardo alla possibilità del dialogo e di un compromesso non al ribasso sulla nuova legge.
La loro convinzione, però, è entrata immediatamente in attrito con quanto affermato dagli esponenti dei partiti di centrodestra che hanno preso la parola in aula: Roberto Bagnasco, di Forza Italia, ha sottolineato i «punti di profondo e insuperabile dissenso con le nostre richieste che, purtroppo, sono rimaste inascoltate», lasciando l’impianto della proposta attuale «profondamente eutanasico». Dalla Lega si è levata la voce di Anna Rita Tateo, che si è detta «insoddisfatta» della proposta di legge all’ordine del giorno e ha insistito sull’«imprescindibile diritto alla vita», mentre ha usato toni più diretti la deputata di Fratelli d’Italia Maria Carolina Varchi, premettendo che «la Corte costituzionale ha fornito alcune indicazioni, ma, in realtà, non ha imposto un vincolo, un binario su cui camminare senza deragliare, né avrebbe potuto farlo».
L’esponente del partito di Giorgia Meloni ha messo poi in guardia da una deriva che, partendo da una legge come questa, rischia di portare «a una disponibilità del bene vita» e a una visione «nichilista che vorrebbe privilegiare la soluzione meno costosa a quella realmente da praticare nell’interesse dei cittadini». Lucia Annibali, ribadendo che Italia viva lascerà «libertà di coscienza» ai propri parlamentari, ha infine confermato quanto l’ipotesi del deja vu del ddl Zan sia concreta.
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