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2021-12-14
La legge nera sul suicidio assistito può fare la stessa fine del ddl Zan
(Ansa)
È stata una discussione generale veloce, quella che ieri ha fatto esordire in aula alla Camera il progetto di legge sul suicidio assistito. Un passaggio pressoché formale, che è stato utile però a confermare lo spettro delle posizioni in campo e, di conseguenza, la ragionevole certezza di un iter tormentato e a rischio affossamento, come avvenuto per il ddl Zan al Senato. Tra qualche giorno, infatti, i deputati dovranno votare (in tempi di fiducia e di testi «prendere o lasciare» il termine esaminare pare esagerato) la legge di Bilancio in arrivo da Palazzo Madama, cosa che li terrà impegnati fino a fine anno, prima della pausa festiva. Dopodiché, come tutti sanno, il Parlamento sarà assorbito, per non si sa quanto tempo, dalle votazioni per il prossimo presidente della Repubblica. Se si mette in conto l’inevitabile e consueta pattuglia di decreti in scadenza e atti parlamentari che intasano normalmente il lavoro d’aula, è verosimile prevedere che sul suicidio assistito si comincerà a toccare palla non prima della bella stagione.
È però nel merito del provvedimento in questione, nel percorso che ha seguito in commissione, nei numeri parlamentari e infine nelle posizioni espresse ancora ieri dalle forze politiche, che risiede la vera difficoltà nell’immaginare un percorso lineare e un’approvazione pacifica entro il termine della legislatura. Nell’emiciclo (semideserto come ogni lunedì) di Palazzo Montecitorio, il tenore degli interventi, improntato generalmente alla pacatezza e ai contenuti della legge, ha fatto comunque emergere una divisione interna al centrosinistra, che probabilmente orienterà le mosse dei leader di partito «giallorossi» verso un atteggiamento identitario e strumentale, volto piuttosto a tenere uniti i propri ranghi che a pervenire a un testo condiviso tra tutte le forze. Questo perché alcune affermazioni bellicose dei promotori del referendum sull’eutanasia, associate ai mal di pancia degli esponenti più radical del Pd, lasciano presagire - per fare un esempio - che il segretario dem Enrico Letta difficilmente potrà fare concessioni a chi oggi non sostiene il testo in aula, senza provocare uno smottamento tra quanti dei suoi sono tentati di saldarsi al fronte laicista capitanato da Marco Cappato.
C’è chi, come la dem Giuditta Pini, ha fatto sapere di essere disposta a farsi carico di un pacchetto di emendamenti dell’associazione Luca Coscioni, i cui esponenti peraltro hanno già cominciato a brandire la futura consultazione popolare come un’efficace arma di condizionamento per il centrosinistra parlamentare. Il che, calato in uno scenario come quello del Senato, dove i fragili equilibri e i voti segreti rendono tutto aleatorio in mancanza di accordi trasparenti, potrebbe voler dire la replica di quanto accaduto con la legge sull’omofobia, che non ha visto la luce a causa della pervicacia giallorossa sul testo Zan.
Ieri in aula i relatori Alfredo Bazoli (Pd) e Nicola Provenza (M5s) hanno insistito sulla necessità di approvare una legge sul fine vita, in virtù della sentenza sulla vicenda del suicidio assistito per Dj Fabo della Corte costituzionale che ha chiesto al Parlamento di colmare il vuoto legislativo. Dopo aver ripercorso l’iter in commissione e riassunto i contenuti dell’attuale testo (che, in estrema sintesi, consente la morte volontaria per i maggiorenni affetti da patologia irreversibile o per quelli tenuti in vita da trattamenti o macchinari che patiscono sofferenze intollerabili) i due relatori si sono detti ottimisti riguardo alla possibilità del dialogo e di un compromesso non al ribasso sulla nuova legge.
La loro convinzione, però, è entrata immediatamente in attrito con quanto affermato dagli esponenti dei partiti di centrodestra che hanno preso la parola in aula: Roberto Bagnasco, di Forza Italia, ha sottolineato i «punti di profondo e insuperabile dissenso con le nostre richieste che, purtroppo, sono rimaste inascoltate», lasciando l’impianto della proposta attuale «profondamente eutanasico». Dalla Lega si è levata la voce di Anna Rita Tateo, che si è detta «insoddisfatta» della proposta di legge all’ordine del giorno e ha insistito sull’«imprescindibile diritto alla vita», mentre ha usato toni più diretti la deputata di Fratelli d’Italia Maria Carolina Varchi, premettendo che «la Corte costituzionale ha fornito alcune indicazioni, ma, in realtà, non ha imposto un vincolo, un binario su cui camminare senza deragliare, né avrebbe potuto farlo».
L’esponente del partito di Giorgia Meloni ha messo poi in guardia da una deriva che, partendo da una legge come questa, rischia di portare «a una disponibilità del bene vita» e a una visione «nichilista che vorrebbe privilegiare la soluzione meno costosa a quella realmente da praticare nell’interesse dei cittadini». Lucia Annibali, ribadendo che Italia viva lascerà «libertà di coscienza» ai propri parlamentari, ha infine confermato quanto l’ipotesi del deja vu del ddl Zan sia concreta.
La Corte delude gli abortisti in Texas
Prosegue lo scontro sulla legge texana che vieta l’interruzione di gravidanza dopo le sei settimane di gestazione. A seguito del dibattimento tenutosi a inizio novembre, venerdì la Corte suprema degli Stati Uniti ha concesso alle cliniche che praticano l’aborto di proseguire il loro ricorso davanti alle corti federali inferiori. Una vittoria per il fronte abortista? Non esattamente.
Innanzitutto il massimo organo giudiziario statunitense ha lasciato per ora in vigore la legge del Texas. In secondo luogo, i supremi giudici hanno, sì, riconosciuto la facoltà di proseguire con il ricorso, ma hanno anche introdotto delle significative restrizioni a tale facoltà. Il ricorso potrà infatti essere presentato soltanto contro determinati funzionari del Texas (quelli che presiedono alle licenze mediche, oltre al capo del locale dipartimento della Salute), ma non contro i giudici e i cancellieri delle corti statali, come invece era nell’intenzione delle cliniche. «I cancellieri servono per registrare i casi man mano che arrivano, non per partecipare come avversari a quelle controversie. I giudici esistono per risolvere le controversie sul significato di una legge o sulla sua conformità alle costituzioni federale e statali, non per essere delle parti in causa nel contenzioso», ha scritto il giudice Neil Gorsuch, riportando l’opinione della maggioranza dei togati.
Non solo: la Corte suprema ha anche impedito ai ricorrenti di poter procedere legalmente contro il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, e ha di fatto respinto separatamente un appello intentato dall’amministrazione Biden per cercare di bloccare la legge. Lo stesso presidente americano ha emesso un comunicato, definendosi «preoccupato» per la decisione del massimo organo giudiziario di mantenere in vigore la norma. Insomma, a livello complessivo, quanto stabilito dalla maggioranza della Corte suprema può essere sostanzialmente letto come una vittoria del fronte favorevole alla legge texana.
Come detto, tale norma prevede il divieto di aborto dopo le sei settimane di gestazione. Un elemento, questo, che considerato in se stesso contraddice quanto prescritto dalle due sentenze della Corte suprema che hanno reso lecita l’interruzione di gravidanza negli Stati Uniti: parliamo di Roe v. Wade (del 1973) e di Planned Parenthood v. Casey (del 1992). Se la prima ha fatto dell’aborto una pratica costituzionalmente protetta, la seconda lo ha reso lecito esclusivamente entro le prime 24 settimane di gestazione. Ricordiamo, a tal proposito, che la stessa Corte suprema dovrà esprimersi entro giugno su un’altra legge che - approvata nel 2018 in Mississippi - vieta l’interruzione di gravidanza dopo le 15 settimane di gestazione. Ora, al di là del differente numero di settimane, le due norme - approvate entrambe da Stati a guida repubblicana - differiscono anche nel modo in cui si confrontano con le suddette sentenze della Corte suprema. Vediamo come.
Il Mississippi punta a ribaltare i precedenti, sostenendo che le due sentenze in questione sono ormai datate e che l’aborto non è un diritto ravvisabile nel testo costituzionale. Ora, la sconfessione di un precedente è qualcosa di raro, ma non impossibile. Uno dei casi più celebri (e citato durante un dibattimento di due settimane fa) fu la sentenza Brown v. Board of education del 1954, che ribaltò un’altra sentenza del 1896 - Plessy v. Ferguson - la quale aveva reso lecito il segregazionismo razziale. Il Texas, dal canto suo, sta tentando una strategia di aggiramento: la sua legge incarica non i funzionari statali ma i privati cittadini di far causa contro chi eventualmente violi la norma stessa. Finora sono infatti state bocciate come in contraddizione con Roe v. Wade quelle leggi restrittive nei confronti dell’aborto che attribuivano ai funzionari statali il compito della loro applicazione.
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Ieri ha esordito alla Camera il progetto di legge eutanasico e le analogie col bavaglio arcobaleno sono tante: tempi stretti, sinistra divisa e centrodestra compatto verso il no. Enrico Letta medita un’altra battaglia identitaria.I giudici della Corte suprema americana hanno lasciato in vigore la norma che vieta l’interruzione di gravidanza dopo sei settimane e hanno concesso uno spazio limitato per i ricorsi.Lo speciale contiene due articoli.È stata una discussione generale veloce, quella che ieri ha fatto esordire in aula alla Camera il progetto di legge sul suicidio assistito. Un passaggio pressoché formale, che è stato utile però a confermare lo spettro delle posizioni in campo e, di conseguenza, la ragionevole certezza di un iter tormentato e a rischio affossamento, come avvenuto per il ddl Zan al Senato. Tra qualche giorno, infatti, i deputati dovranno votare (in tempi di fiducia e di testi «prendere o lasciare» il termine esaminare pare esagerato) la legge di Bilancio in arrivo da Palazzo Madama, cosa che li terrà impegnati fino a fine anno, prima della pausa festiva. Dopodiché, come tutti sanno, il Parlamento sarà assorbito, per non si sa quanto tempo, dalle votazioni per il prossimo presidente della Repubblica. Se si mette in conto l’inevitabile e consueta pattuglia di decreti in scadenza e atti parlamentari che intasano normalmente il lavoro d’aula, è verosimile prevedere che sul suicidio assistito si comincerà a toccare palla non prima della bella stagione.È però nel merito del provvedimento in questione, nel percorso che ha seguito in commissione, nei numeri parlamentari e infine nelle posizioni espresse ancora ieri dalle forze politiche, che risiede la vera difficoltà nell’immaginare un percorso lineare e un’approvazione pacifica entro il termine della legislatura. Nell’emiciclo (semideserto come ogni lunedì) di Palazzo Montecitorio, il tenore degli interventi, improntato generalmente alla pacatezza e ai contenuti della legge, ha fatto comunque emergere una divisione interna al centrosinistra, che probabilmente orienterà le mosse dei leader di partito «giallorossi» verso un atteggiamento identitario e strumentale, volto piuttosto a tenere uniti i propri ranghi che a pervenire a un testo condiviso tra tutte le forze. Questo perché alcune affermazioni bellicose dei promotori del referendum sull’eutanasia, associate ai mal di pancia degli esponenti più radical del Pd, lasciano presagire - per fare un esempio - che il segretario dem Enrico Letta difficilmente potrà fare concessioni a chi oggi non sostiene il testo in aula, senza provocare uno smottamento tra quanti dei suoi sono tentati di saldarsi al fronte laicista capitanato da Marco Cappato. C’è chi, come la dem Giuditta Pini, ha fatto sapere di essere disposta a farsi carico di un pacchetto di emendamenti dell’associazione Luca Coscioni, i cui esponenti peraltro hanno già cominciato a brandire la futura consultazione popolare come un’efficace arma di condizionamento per il centrosinistra parlamentare. Il che, calato in uno scenario come quello del Senato, dove i fragili equilibri e i voti segreti rendono tutto aleatorio in mancanza di accordi trasparenti, potrebbe voler dire la replica di quanto accaduto con la legge sull’omofobia, che non ha visto la luce a causa della pervicacia giallorossa sul testo Zan.Ieri in aula i relatori Alfredo Bazoli (Pd) e Nicola Provenza (M5s) hanno insistito sulla necessità di approvare una legge sul fine vita, in virtù della sentenza sulla vicenda del suicidio assistito per Dj Fabo della Corte costituzionale che ha chiesto al Parlamento di colmare il vuoto legislativo. Dopo aver ripercorso l’iter in commissione e riassunto i contenuti dell’attuale testo (che, in estrema sintesi, consente la morte volontaria per i maggiorenni affetti da patologia irreversibile o per quelli tenuti in vita da trattamenti o macchinari che patiscono sofferenze intollerabili) i due relatori si sono detti ottimisti riguardo alla possibilità del dialogo e di un compromesso non al ribasso sulla nuova legge.La loro convinzione, però, è entrata immediatamente in attrito con quanto affermato dagli esponenti dei partiti di centrodestra che hanno preso la parola in aula: Roberto Bagnasco, di Forza Italia, ha sottolineato i «punti di profondo e insuperabile dissenso con le nostre richieste che, purtroppo, sono rimaste inascoltate», lasciando l’impianto della proposta attuale «profondamente eutanasico». Dalla Lega si è levata la voce di Anna Rita Tateo, che si è detta «insoddisfatta» della proposta di legge all’ordine del giorno e ha insistito sull’«imprescindibile diritto alla vita», mentre ha usato toni più diretti la deputata di Fratelli d’Italia Maria Carolina Varchi, premettendo che «la Corte costituzionale ha fornito alcune indicazioni, ma, in realtà, non ha imposto un vincolo, un binario su cui camminare senza deragliare, né avrebbe potuto farlo». L’esponente del partito di Giorgia Meloni ha messo poi in guardia da una deriva che, partendo da una legge come questa, rischia di portare «a una disponibilità del bene vita» e a una visione «nichilista che vorrebbe privilegiare la soluzione meno costosa a quella realmente da praticare nell’interesse dei cittadini». 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Innanzitutto il massimo organo giudiziario statunitense ha lasciato per ora in vigore la legge del Texas. In secondo luogo, i supremi giudici hanno, sì, riconosciuto la facoltà di proseguire con il ricorso, ma hanno anche introdotto delle significative restrizioni a tale facoltà. Il ricorso potrà infatti essere presentato soltanto contro determinati funzionari del Texas (quelli che presiedono alle licenze mediche, oltre al capo del locale dipartimento della Salute), ma non contro i giudici e i cancellieri delle corti statali, come invece era nell’intenzione delle cliniche. «I cancellieri servono per registrare i casi man mano che arrivano, non per partecipare come avversari a quelle controversie. I giudici esistono per risolvere le controversie sul significato di una legge o sulla sua conformità alle costituzioni federale e statali, non per essere delle parti in causa nel contenzioso», ha scritto il giudice Neil Gorsuch, riportando l’opinione della maggioranza dei togati. Non solo: la Corte suprema ha anche impedito ai ricorrenti di poter procedere legalmente contro il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, e ha di fatto respinto separatamente un appello intentato dall’amministrazione Biden per cercare di bloccare la legge. Lo stesso presidente americano ha emesso un comunicato, definendosi «preoccupato» per la decisione del massimo organo giudiziario di mantenere in vigore la norma. Insomma, a livello complessivo, quanto stabilito dalla maggioranza della Corte suprema può essere sostanzialmente letto come una vittoria del fronte favorevole alla legge texana. Come detto, tale norma prevede il divieto di aborto dopo le sei settimane di gestazione. Un elemento, questo, che considerato in se stesso contraddice quanto prescritto dalle due sentenze della Corte suprema che hanno reso lecita l’interruzione di gravidanza negli Stati Uniti: parliamo di Roe v. Wade (del 1973) e di Planned Parenthood v. Casey (del 1992). Se la prima ha fatto dell’aborto una pratica costituzionalmente protetta, la seconda lo ha reso lecito esclusivamente entro le prime 24 settimane di gestazione. Ricordiamo, a tal proposito, che la stessa Corte suprema dovrà esprimersi entro giugno su un’altra legge che - approvata nel 2018 in Mississippi - vieta l’interruzione di gravidanza dopo le 15 settimane di gestazione. Ora, al di là del differente numero di settimane, le due norme - approvate entrambe da Stati a guida repubblicana - differiscono anche nel modo in cui si confrontano con le suddette sentenze della Corte suprema. Vediamo come. Il Mississippi punta a ribaltare i precedenti, sostenendo che le due sentenze in questione sono ormai datate e che l’aborto non è un diritto ravvisabile nel testo costituzionale. Ora, la sconfessione di un precedente è qualcosa di raro, ma non impossibile. Uno dei casi più celebri (e citato durante un dibattimento di due settimane fa) fu la sentenza Brown v. Board of education del 1954, che ribaltò un’altra sentenza del 1896 - Plessy v. Ferguson - la quale aveva reso lecito il segregazionismo razziale. Il Texas, dal canto suo, sta tentando una strategia di aggiramento: la sua legge incarica non i funzionari statali ma i privati cittadini di far causa contro chi eventualmente violi la norma stessa. Finora sono infatti state bocciate come in contraddizione con Roe v. Wade quelle leggi restrittive nei confronti dell’aborto che attribuivano ai funzionari statali il compito della loro applicazione.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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