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2024-02-06
Gli eurosocialisti usano il caso Salis contro l’intesa tra Orbán e meloniani
Ansa
Un fantasma si aggira per l’Europa. È Viktor Orbán che rischia di diventare l’ago della bilancia alle prossime elezioni. Per questo sul premier ungherese si concentrano le attenzioni della sinistra, impegnata a enfatizzare la sua presunta impresentabilità internazionale. È accaduto anche ieri, quando in assemblea plenaria a Strasburgo è stato al centro degli strali comunitari sul caso Ilaria Salis, accusato di «detenzione vessatoria» e di «avere scambiato l’Europa per un bancomat».
Le plenarie di Strasburgo ormai sono comizi elettorali. Lo stesso spirito speculativo con cui due settimane fa fu calendarizzato un dibattito surreale sul ritorno del fascismo in Italia (dopo i saluti romani ad Acca Larentia) ha caratterizzato ieri i lavori. Prima dell’invasione dei trattori, prima degli aiuti all’Ucraina, prima della delicatissima questione Israele-Hamas, prima della spedizione navale contro i ribelli Huthi, ecco comparire in aula il tema più cruciale: le manette della maestra col manganello. Titolo che affligge i cuori: «Detenzione e trattamento riservato all’italiana Ilaria Salis nelle carceri ungheresi».
Il dibattito si è rivelato un boomerang, demolito da un intervento introduttivo (in italiano) della deputata ungherese Eniko Gyori (Fidesz) che rivolgendosi alla presidente Roberta Metsola ha dipinto uno scenario un po’ diverso rispetto alla narrazione mainstream. «Ilaria Salis è stata arrestata in Ungheria per aver brutalmente aggredito dei cittadini ungheresi, insieme ad altri, selezionandoli casualmente in base al loro abbigliamento. Questa parte di plenaria viola i valori europei. Uno Stato membro, l’Ungheria, è gravemente accusato, e in quanto deputato ungherese non mi è concesso il diritto di intervenire nel dibattito».
Poi fra la sorpresa generale Gyori ha aggiunto: «Questo non rispetta il principio del giusto procedimento, va contro lo Stato di diritto. Il Parlamento europeo sta assumendo il ruolo di un tribunale e non concede la parola all’accusato. Mi chiedo che tipo di procedura è questa, mentre la situazione di base è che una cittadina italiana è stata arrestata a Budapest per aver brutalmente aggredito cittadini ungheresi. Tutto è stato registrato dalle telecamere di sorveglianza; ci accusa di trovarsi in condizione non degne ma ci ha mentito durante la procedura legale. La verità è che un criminale, cioè una persona, ha commesso dei crimini molto gravi in Ungheria».
Mentre a sinistra venivano ribadite le accuse di vessazione orbaniana di una vittima democratica, è intervenuto Piero Fiocchi (Fdi): «Il dibattito non avrebbe dovuto neanche avere luogo, è solo un’occasione dell’opposizione italiana per attaccare l’Italia e l’Ungheria, e lo dimostra la presenza della leader Pd qui a Strasburgo». A mettere il dito nella piaga ecco Jean-Lin Lacapelle (gruppo di Marine Le Pen): «Per l’ennesima volta il Parlamento ha messo all’ordine del giorno una discussione ostile all’Ungheria. Il pretesto è la condizione dei detenuti in carcere, tra cui Ilaria Salis, motivata da ideologia di estrema sinistra violenta. Lei è entrata in Ungheria per imporre la sua legge attaccando dei nazionalisti con dei martelli. Se fossero stati dei nazionalisti a varcare la frontiera per attaccare la sinistra, l’Ue urlerebbe a morte. Invece ora si preoccupa dell’aggressore e non delle vittime».
Anche questa volta a spettacolarizzare un fatto di cronaca per trasformarlo in uno show politico-mediatico è stato il Pd, che ieri ha organizzato un flash-mob a supporto, con la partecipazione straordinaria di Elly Schlein. Il gruppo socialista guidato da Iratxe Garcia Perez si è subito adeguato e il Ppe si è accodato con subalternità. La protesta in piazza ha visto i rappresentanti dem esporre cartelli («Riportiamo a casa Ilaria», «Le catene non sono degne dell’Europa») che contestavano le condizioni detentive in Ungheria della donna italiana, accusata di lesioni aggravate ai danni di due militanti di estrema destra.
Prima di andare in piazza, Schlein ha sottolineato che «il governo si è occupato di questo caso con enorme ritardo e in modo insufficiente. Il ministro Carlo Nordio si è detto addolorato e sorpreso ma i diritti di Salis sono stati lesi davanti al mondo, e lei non se ne fa nulla del dolore e della sorpresa di Nordio». Poi la segretaria piddina si è lasciata scappare il vero motivo del circo Medrano da esportazione: «Ho trovato imbarazzante che Giorgia Meloni sia pronta ad accogliere Orbán nel suo gruppo europeo a braccia aperte».
La coloritura della vicenda è chiara: il fantasma ungherese va tenuto nell’angolo. L’Europa a trazione socialista mostra ormai una paura ancestrale per le elezioni di giugno e in questo contesto diventa fondamentale impedire che Orbán entri nel gruppo dei Conservatori, dove lo attende Meloni. Una mossa alla quale la premier italiana sta lavorando per modificare gli equilibri elettorali. Uno scacco che sta mandando nel panico la maggioranza Ursula al tramonto.
Il papà di Ilaria attacca l’esecutivo
«Stiamo aspettando una dichiarazione delle autorità italiane nel caso di Ilaria Salis, per poter poi presentare una nuova istanza per i domiciliari»: così Gyorgy Magyar, l’avvocato difensore ungherese della detenuta milanese, ha commentato con l’Ansa gli ultimi sviluppi del caso, ricordando che altre richieste in merito sono state già presentate e respinte dai giudici di Budapest per il pericolo di fuga della imputata. «Comunque», ha aggiunto, «ci vorrà almeno un mese dalla presentazione della richiesta fino alla decisione della Corte». Probabilmente il riferimento di Magyar è alla possibilità che il governo italiano trasmetta a Budapest un documento con tutte le cautele che verrebbero adottate in Italia nel caso in cui alla Salis venissero accordati i domiciliari nel nostro Paese, a partire dal braccialetto elettronico, per eliminare il pericolo di fuga. «Per Ilaria Salis», ha ribadito il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, a La7, «abbiamo l’obbligo di spingere su dialogo e collaborazione affinché possa ottenere un provvedimento di arresti domiciliari in Ungheria per poi portarla in Italia. Questo è possibile anche dando rassicurazioni sull’esecuzione della misura; per esempio siamo in grado di attestare che il braccialetto elettronico utilizzato in Italia è in condizione di garantire la sicurezza della custodia domiciliare».
Ieri la plenaria dell’Europarlamento di Stasburgo ha affrontato la vicenda: prima della seduta, la Schlein e alcuni parlamentari socialisti hanno inscenato un flash mob con cartelli pro Salis. Un modo per complicare la situazione, irrigidendo gli ungheresi: manco a dirlo Enyko Gyori, deputata magiara di Fidesz, il partito di Viktor Orbán, è intervenuta molto duramente: «Il dibattito sul caso Salis», ha detto in italiano, «viola i valori europei. Una cittadina italiana è stata arrestata a Budapest per aver brutalmente aggredito cittadini ungheresi, insieme ad altri, selezionando casualmente le loro vittime in base al loro abbigliamento». «La Commissione», ha sottolineato la commissaria Ue per i Servizi finanziari, Mairead McGuinness, «sa che ci sono stati contatti bilaterali tra Italia e Ungheria che hanno discusso la possibilità di una detenzione alternativa, compresi i domiciliari. Questa misura sarebbe in linea con le conclusioni del Consiglio Ue sulle misure alternative alla detenzione».
Intanto ieri Roberto Salis, il papà di Ilaria, ha incontrato il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Giustizia Carlo Nordio: «È andata molto peggio di quanto ci aspettassimo», ha detto Salis dopo i colloqui, «non vediamo nessuna azione che possa alleviare la situazione di mia figlia. Siamo stati lasciati soli. Abbiamo chiesto due cose, i domiciliari in Italia o in alternativa in ambasciata in Ungheria e entrambe ci sono state negate. Sulla nota che avrebbe fornito garanzie sull’applicazione delle misure per i domiciliari in Italia, ritengono che dallo Stato italiano sarebbe mostrata come una excusatio non petita. Credo che mia figlia resterà ancora per molto tempo in carcere e la vedremo ancora in catene ai processi». Tajani e Nordio, riferisce una nota dei due ministeri, «hanno evidenziato a Salis che i principi di sovranità giurisdizionale di uno Stato impediscono ogni interferenza nella conduzione del processo e nel mutamento dello status libertatis dell’indagato. I ministri hanno rappresentato le ragioni di diritto e di fatto per cui la richiesta di sostituzione della misura cautelare presso l’ambasciata italiana non è possibile. Nordio», prosegue la nota, «ha prospettato l’opportunità che il difensore ungherese insista presso l’organo competente per la modifica della detenzione carceraria, condizione indispensabile per attivare la decisione quadro Ue del 2009 e quindi l’eventuale esecuzione degli arresti domiciliari in Italia». Insomma, per il governo la Salis deve chiedere i domiciliari in Ungheria. E si ritorna al punto di partenza.
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Sessione plenaria del Parlamento di Strasburgo dedicata alla ragazza prigioniera a Budapest. Ma ai deputati ungheresi è impedito di parlare. Elly Schlein rivela il vero motivo dell’iniziativa: evitare che Fidesz entri in Ecr.Il papà di Ilaria attacca l’esecutivo. Prima l’incontro con Antonio Tajani e Carlo Nordio, poi l’accusa: «Il governo ci ha abbandonati». I ministri spiegano di non poter interferire nelle vicende giudiziarie di un altro Stato.Lo speciale contiene due articoli. Un fantasma si aggira per l’Europa. È Viktor Orbán che rischia di diventare l’ago della bilancia alle prossime elezioni. Per questo sul premier ungherese si concentrano le attenzioni della sinistra, impegnata a enfatizzare la sua presunta impresentabilità internazionale. È accaduto anche ieri, quando in assemblea plenaria a Strasburgo è stato al centro degli strali comunitari sul caso Ilaria Salis, accusato di «detenzione vessatoria» e di «avere scambiato l’Europa per un bancomat». Le plenarie di Strasburgo ormai sono comizi elettorali. Lo stesso spirito speculativo con cui due settimane fa fu calendarizzato un dibattito surreale sul ritorno del fascismo in Italia (dopo i saluti romani ad Acca Larentia) ha caratterizzato ieri i lavori. Prima dell’invasione dei trattori, prima degli aiuti all’Ucraina, prima della delicatissima questione Israele-Hamas, prima della spedizione navale contro i ribelli Huthi, ecco comparire in aula il tema più cruciale: le manette della maestra col manganello. Titolo che affligge i cuori: «Detenzione e trattamento riservato all’italiana Ilaria Salis nelle carceri ungheresi».Il dibattito si è rivelato un boomerang, demolito da un intervento introduttivo (in italiano) della deputata ungherese Eniko Gyori (Fidesz) che rivolgendosi alla presidente Roberta Metsola ha dipinto uno scenario un po’ diverso rispetto alla narrazione mainstream. «Ilaria Salis è stata arrestata in Ungheria per aver brutalmente aggredito dei cittadini ungheresi, insieme ad altri, selezionandoli casualmente in base al loro abbigliamento. Questa parte di plenaria viola i valori europei. Uno Stato membro, l’Ungheria, è gravemente accusato, e in quanto deputato ungherese non mi è concesso il diritto di intervenire nel dibattito». Poi fra la sorpresa generale Gyori ha aggiunto: «Questo non rispetta il principio del giusto procedimento, va contro lo Stato di diritto. Il Parlamento europeo sta assumendo il ruolo di un tribunale e non concede la parola all’accusato. Mi chiedo che tipo di procedura è questa, mentre la situazione di base è che una cittadina italiana è stata arrestata a Budapest per aver brutalmente aggredito cittadini ungheresi. Tutto è stato registrato dalle telecamere di sorveglianza; ci accusa di trovarsi in condizione non degne ma ci ha mentito durante la procedura legale. La verità è che un criminale, cioè una persona, ha commesso dei crimini molto gravi in Ungheria».Mentre a sinistra venivano ribadite le accuse di vessazione orbaniana di una vittima democratica, è intervenuto Piero Fiocchi (Fdi): «Il dibattito non avrebbe dovuto neanche avere luogo, è solo un’occasione dell’opposizione italiana per attaccare l’Italia e l’Ungheria, e lo dimostra la presenza della leader Pd qui a Strasburgo». A mettere il dito nella piaga ecco Jean-Lin Lacapelle (gruppo di Marine Le Pen): «Per l’ennesima volta il Parlamento ha messo all’ordine del giorno una discussione ostile all’Ungheria. Il pretesto è la condizione dei detenuti in carcere, tra cui Ilaria Salis, motivata da ideologia di estrema sinistra violenta. Lei è entrata in Ungheria per imporre la sua legge attaccando dei nazionalisti con dei martelli. Se fossero stati dei nazionalisti a varcare la frontiera per attaccare la sinistra, l’Ue urlerebbe a morte. Invece ora si preoccupa dell’aggressore e non delle vittime». Anche questa volta a spettacolarizzare un fatto di cronaca per trasformarlo in uno show politico-mediatico è stato il Pd, che ieri ha organizzato un flash-mob a supporto, con la partecipazione straordinaria di Elly Schlein. Il gruppo socialista guidato da Iratxe Garcia Perez si è subito adeguato e il Ppe si è accodato con subalternità. La protesta in piazza ha visto i rappresentanti dem esporre cartelli («Riportiamo a casa Ilaria», «Le catene non sono degne dell’Europa») che contestavano le condizioni detentive in Ungheria della donna italiana, accusata di lesioni aggravate ai danni di due militanti di estrema destra. Prima di andare in piazza, Schlein ha sottolineato che «il governo si è occupato di questo caso con enorme ritardo e in modo insufficiente. Il ministro Carlo Nordio si è detto addolorato e sorpreso ma i diritti di Salis sono stati lesi davanti al mondo, e lei non se ne fa nulla del dolore e della sorpresa di Nordio». Poi la segretaria piddina si è lasciata scappare il vero motivo del circo Medrano da esportazione: «Ho trovato imbarazzante che Giorgia Meloni sia pronta ad accogliere Orbán nel suo gruppo europeo a braccia aperte».La coloritura della vicenda è chiara: il fantasma ungherese va tenuto nell’angolo. L’Europa a trazione socialista mostra ormai una paura ancestrale per le elezioni di giugno e in questo contesto diventa fondamentale impedire che Orbán entri nel gruppo dei Conservatori, dove lo attende Meloni. Una mossa alla quale la premier italiana sta lavorando per modificare gli equilibri elettorali. 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Probabilmente il riferimento di Magyar è alla possibilità che il governo italiano trasmetta a Budapest un documento con tutte le cautele che verrebbero adottate in Italia nel caso in cui alla Salis venissero accordati i domiciliari nel nostro Paese, a partire dal braccialetto elettronico, per eliminare il pericolo di fuga. «Per Ilaria Salis», ha ribadito il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, a La7, «abbiamo l’obbligo di spingere su dialogo e collaborazione affinché possa ottenere un provvedimento di arresti domiciliari in Ungheria per poi portarla in Italia. Questo è possibile anche dando rassicurazioni sull’esecuzione della misura; per esempio siamo in grado di attestare che il braccialetto elettronico utilizzato in Italia è in condizione di garantire la sicurezza della custodia domiciliare». Ieri la plenaria dell’Europarlamento di Stasburgo ha affrontato la vicenda: prima della seduta, la Schlein e alcuni parlamentari socialisti hanno inscenato un flash mob con cartelli pro Salis. Un modo per complicare la situazione, irrigidendo gli ungheresi: manco a dirlo Enyko Gyori, deputata magiara di Fidesz, il partito di Viktor Orbán, è intervenuta molto duramente: «Il dibattito sul caso Salis», ha detto in italiano, «viola i valori europei. Una cittadina italiana è stata arrestata a Budapest per aver brutalmente aggredito cittadini ungheresi, insieme ad altri, selezionando casualmente le loro vittime in base al loro abbigliamento». «La Commissione», ha sottolineato la commissaria Ue per i Servizi finanziari, Mairead McGuinness, «sa che ci sono stati contatti bilaterali tra Italia e Ungheria che hanno discusso la possibilità di una detenzione alternativa, compresi i domiciliari. Questa misura sarebbe in linea con le conclusioni del Consiglio Ue sulle misure alternative alla detenzione». Intanto ieri Roberto Salis, il papà di Ilaria, ha incontrato il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Giustizia Carlo Nordio: «È andata molto peggio di quanto ci aspettassimo», ha detto Salis dopo i colloqui, «non vediamo nessuna azione che possa alleviare la situazione di mia figlia. Siamo stati lasciati soli. Abbiamo chiesto due cose, i domiciliari in Italia o in alternativa in ambasciata in Ungheria e entrambe ci sono state negate. Sulla nota che avrebbe fornito garanzie sull’applicazione delle misure per i domiciliari in Italia, ritengono che dallo Stato italiano sarebbe mostrata come una excusatio non petita. Credo che mia figlia resterà ancora per molto tempo in carcere e la vedremo ancora in catene ai processi». Tajani e Nordio, riferisce una nota dei due ministeri, «hanno evidenziato a Salis che i principi di sovranità giurisdizionale di uno Stato impediscono ogni interferenza nella conduzione del processo e nel mutamento dello status libertatis dell’indagato. I ministri hanno rappresentato le ragioni di diritto e di fatto per cui la richiesta di sostituzione della misura cautelare presso l’ambasciata italiana non è possibile. Nordio», prosegue la nota, «ha prospettato l’opportunità che il difensore ungherese insista presso l’organo competente per la modifica della detenzione carceraria, condizione indispensabile per attivare la decisione quadro Ue del 2009 e quindi l’eventuale esecuzione degli arresti domiciliari in Italia». Insomma, per il governo la Salis deve chiedere i domiciliari in Ungheria. E si ritorna al punto di partenza.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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