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2024-02-06
Gli eurosocialisti usano il caso Salis contro l’intesa tra Orbán e meloniani
Ansa
Un fantasma si aggira per l’Europa. È Viktor Orbán che rischia di diventare l’ago della bilancia alle prossime elezioni. Per questo sul premier ungherese si concentrano le attenzioni della sinistra, impegnata a enfatizzare la sua presunta impresentabilità internazionale. È accaduto anche ieri, quando in assemblea plenaria a Strasburgo è stato al centro degli strali comunitari sul caso Ilaria Salis, accusato di «detenzione vessatoria» e di «avere scambiato l’Europa per un bancomat».
Le plenarie di Strasburgo ormai sono comizi elettorali. Lo stesso spirito speculativo con cui due settimane fa fu calendarizzato un dibattito surreale sul ritorno del fascismo in Italia (dopo i saluti romani ad Acca Larentia) ha caratterizzato ieri i lavori. Prima dell’invasione dei trattori, prima degli aiuti all’Ucraina, prima della delicatissima questione Israele-Hamas, prima della spedizione navale contro i ribelli Huthi, ecco comparire in aula il tema più cruciale: le manette della maestra col manganello. Titolo che affligge i cuori: «Detenzione e trattamento riservato all’italiana Ilaria Salis nelle carceri ungheresi».
Il dibattito si è rivelato un boomerang, demolito da un intervento introduttivo (in italiano) della deputata ungherese Eniko Gyori (Fidesz) che rivolgendosi alla presidente Roberta Metsola ha dipinto uno scenario un po’ diverso rispetto alla narrazione mainstream. «Ilaria Salis è stata arrestata in Ungheria per aver brutalmente aggredito dei cittadini ungheresi, insieme ad altri, selezionandoli casualmente in base al loro abbigliamento. Questa parte di plenaria viola i valori europei. Uno Stato membro, l’Ungheria, è gravemente accusato, e in quanto deputato ungherese non mi è concesso il diritto di intervenire nel dibattito».
Poi fra la sorpresa generale Gyori ha aggiunto: «Questo non rispetta il principio del giusto procedimento, va contro lo Stato di diritto. Il Parlamento europeo sta assumendo il ruolo di un tribunale e non concede la parola all’accusato. Mi chiedo che tipo di procedura è questa, mentre la situazione di base è che una cittadina italiana è stata arrestata a Budapest per aver brutalmente aggredito cittadini ungheresi. Tutto è stato registrato dalle telecamere di sorveglianza; ci accusa di trovarsi in condizione non degne ma ci ha mentito durante la procedura legale. La verità è che un criminale, cioè una persona, ha commesso dei crimini molto gravi in Ungheria».
Mentre a sinistra venivano ribadite le accuse di vessazione orbaniana di una vittima democratica, è intervenuto Piero Fiocchi (Fdi): «Il dibattito non avrebbe dovuto neanche avere luogo, è solo un’occasione dell’opposizione italiana per attaccare l’Italia e l’Ungheria, e lo dimostra la presenza della leader Pd qui a Strasburgo». A mettere il dito nella piaga ecco Jean-Lin Lacapelle (gruppo di Marine Le Pen): «Per l’ennesima volta il Parlamento ha messo all’ordine del giorno una discussione ostile all’Ungheria. Il pretesto è la condizione dei detenuti in carcere, tra cui Ilaria Salis, motivata da ideologia di estrema sinistra violenta. Lei è entrata in Ungheria per imporre la sua legge attaccando dei nazionalisti con dei martelli. Se fossero stati dei nazionalisti a varcare la frontiera per attaccare la sinistra, l’Ue urlerebbe a morte. Invece ora si preoccupa dell’aggressore e non delle vittime».
Anche questa volta a spettacolarizzare un fatto di cronaca per trasformarlo in uno show politico-mediatico è stato il Pd, che ieri ha organizzato un flash-mob a supporto, con la partecipazione straordinaria di Elly Schlein. Il gruppo socialista guidato da Iratxe Garcia Perez si è subito adeguato e il Ppe si è accodato con subalternità. La protesta in piazza ha visto i rappresentanti dem esporre cartelli («Riportiamo a casa Ilaria», «Le catene non sono degne dell’Europa») che contestavano le condizioni detentive in Ungheria della donna italiana, accusata di lesioni aggravate ai danni di due militanti di estrema destra.
Prima di andare in piazza, Schlein ha sottolineato che «il governo si è occupato di questo caso con enorme ritardo e in modo insufficiente. Il ministro Carlo Nordio si è detto addolorato e sorpreso ma i diritti di Salis sono stati lesi davanti al mondo, e lei non se ne fa nulla del dolore e della sorpresa di Nordio». Poi la segretaria piddina si è lasciata scappare il vero motivo del circo Medrano da esportazione: «Ho trovato imbarazzante che Giorgia Meloni sia pronta ad accogliere Orbán nel suo gruppo europeo a braccia aperte».
La coloritura della vicenda è chiara: il fantasma ungherese va tenuto nell’angolo. L’Europa a trazione socialista mostra ormai una paura ancestrale per le elezioni di giugno e in questo contesto diventa fondamentale impedire che Orbán entri nel gruppo dei Conservatori, dove lo attende Meloni. Una mossa alla quale la premier italiana sta lavorando per modificare gli equilibri elettorali. Uno scacco che sta mandando nel panico la maggioranza Ursula al tramonto.
Il papà di Ilaria attacca l’esecutivo
«Stiamo aspettando una dichiarazione delle autorità italiane nel caso di Ilaria Salis, per poter poi presentare una nuova istanza per i domiciliari»: così Gyorgy Magyar, l’avvocato difensore ungherese della detenuta milanese, ha commentato con l’Ansa gli ultimi sviluppi del caso, ricordando che altre richieste in merito sono state già presentate e respinte dai giudici di Budapest per il pericolo di fuga della imputata. «Comunque», ha aggiunto, «ci vorrà almeno un mese dalla presentazione della richiesta fino alla decisione della Corte». Probabilmente il riferimento di Magyar è alla possibilità che il governo italiano trasmetta a Budapest un documento con tutte le cautele che verrebbero adottate in Italia nel caso in cui alla Salis venissero accordati i domiciliari nel nostro Paese, a partire dal braccialetto elettronico, per eliminare il pericolo di fuga. «Per Ilaria Salis», ha ribadito il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, a La7, «abbiamo l’obbligo di spingere su dialogo e collaborazione affinché possa ottenere un provvedimento di arresti domiciliari in Ungheria per poi portarla in Italia. Questo è possibile anche dando rassicurazioni sull’esecuzione della misura; per esempio siamo in grado di attestare che il braccialetto elettronico utilizzato in Italia è in condizione di garantire la sicurezza della custodia domiciliare».
Ieri la plenaria dell’Europarlamento di Stasburgo ha affrontato la vicenda: prima della seduta, la Schlein e alcuni parlamentari socialisti hanno inscenato un flash mob con cartelli pro Salis. Un modo per complicare la situazione, irrigidendo gli ungheresi: manco a dirlo Enyko Gyori, deputata magiara di Fidesz, il partito di Viktor Orbán, è intervenuta molto duramente: «Il dibattito sul caso Salis», ha detto in italiano, «viola i valori europei. Una cittadina italiana è stata arrestata a Budapest per aver brutalmente aggredito cittadini ungheresi, insieme ad altri, selezionando casualmente le loro vittime in base al loro abbigliamento». «La Commissione», ha sottolineato la commissaria Ue per i Servizi finanziari, Mairead McGuinness, «sa che ci sono stati contatti bilaterali tra Italia e Ungheria che hanno discusso la possibilità di una detenzione alternativa, compresi i domiciliari. Questa misura sarebbe in linea con le conclusioni del Consiglio Ue sulle misure alternative alla detenzione».
Intanto ieri Roberto Salis, il papà di Ilaria, ha incontrato il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Giustizia Carlo Nordio: «È andata molto peggio di quanto ci aspettassimo», ha detto Salis dopo i colloqui, «non vediamo nessuna azione che possa alleviare la situazione di mia figlia. Siamo stati lasciati soli. Abbiamo chiesto due cose, i domiciliari in Italia o in alternativa in ambasciata in Ungheria e entrambe ci sono state negate. Sulla nota che avrebbe fornito garanzie sull’applicazione delle misure per i domiciliari in Italia, ritengono che dallo Stato italiano sarebbe mostrata come una excusatio non petita. Credo che mia figlia resterà ancora per molto tempo in carcere e la vedremo ancora in catene ai processi». Tajani e Nordio, riferisce una nota dei due ministeri, «hanno evidenziato a Salis che i principi di sovranità giurisdizionale di uno Stato impediscono ogni interferenza nella conduzione del processo e nel mutamento dello status libertatis dell’indagato. I ministri hanno rappresentato le ragioni di diritto e di fatto per cui la richiesta di sostituzione della misura cautelare presso l’ambasciata italiana non è possibile. Nordio», prosegue la nota, «ha prospettato l’opportunità che il difensore ungherese insista presso l’organo competente per la modifica della detenzione carceraria, condizione indispensabile per attivare la decisione quadro Ue del 2009 e quindi l’eventuale esecuzione degli arresti domiciliari in Italia». Insomma, per il governo la Salis deve chiedere i domiciliari in Ungheria. E si ritorna al punto di partenza.
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Sessione plenaria del Parlamento di Strasburgo dedicata alla ragazza prigioniera a Budapest. Ma ai deputati ungheresi è impedito di parlare. Elly Schlein rivela il vero motivo dell’iniziativa: evitare che Fidesz entri in Ecr.Il papà di Ilaria attacca l’esecutivo. Prima l’incontro con Antonio Tajani e Carlo Nordio, poi l’accusa: «Il governo ci ha abbandonati». I ministri spiegano di non poter interferire nelle vicende giudiziarie di un altro Stato.Lo speciale contiene due articoli. Un fantasma si aggira per l’Europa. È Viktor Orbán che rischia di diventare l’ago della bilancia alle prossime elezioni. Per questo sul premier ungherese si concentrano le attenzioni della sinistra, impegnata a enfatizzare la sua presunta impresentabilità internazionale. È accaduto anche ieri, quando in assemblea plenaria a Strasburgo è stato al centro degli strali comunitari sul caso Ilaria Salis, accusato di «detenzione vessatoria» e di «avere scambiato l’Europa per un bancomat». Le plenarie di Strasburgo ormai sono comizi elettorali. Lo stesso spirito speculativo con cui due settimane fa fu calendarizzato un dibattito surreale sul ritorno del fascismo in Italia (dopo i saluti romani ad Acca Larentia) ha caratterizzato ieri i lavori. Prima dell’invasione dei trattori, prima degli aiuti all’Ucraina, prima della delicatissima questione Israele-Hamas, prima della spedizione navale contro i ribelli Huthi, ecco comparire in aula il tema più cruciale: le manette della maestra col manganello. Titolo che affligge i cuori: «Detenzione e trattamento riservato all’italiana Ilaria Salis nelle carceri ungheresi».Il dibattito si è rivelato un boomerang, demolito da un intervento introduttivo (in italiano) della deputata ungherese Eniko Gyori (Fidesz) che rivolgendosi alla presidente Roberta Metsola ha dipinto uno scenario un po’ diverso rispetto alla narrazione mainstream. «Ilaria Salis è stata arrestata in Ungheria per aver brutalmente aggredito dei cittadini ungheresi, insieme ad altri, selezionandoli casualmente in base al loro abbigliamento. Questa parte di plenaria viola i valori europei. Uno Stato membro, l’Ungheria, è gravemente accusato, e in quanto deputato ungherese non mi è concesso il diritto di intervenire nel dibattito». Poi fra la sorpresa generale Gyori ha aggiunto: «Questo non rispetta il principio del giusto procedimento, va contro lo Stato di diritto. Il Parlamento europeo sta assumendo il ruolo di un tribunale e non concede la parola all’accusato. Mi chiedo che tipo di procedura è questa, mentre la situazione di base è che una cittadina italiana è stata arrestata a Budapest per aver brutalmente aggredito cittadini ungheresi. Tutto è stato registrato dalle telecamere di sorveglianza; ci accusa di trovarsi in condizione non degne ma ci ha mentito durante la procedura legale. La verità è che un criminale, cioè una persona, ha commesso dei crimini molto gravi in Ungheria».Mentre a sinistra venivano ribadite le accuse di vessazione orbaniana di una vittima democratica, è intervenuto Piero Fiocchi (Fdi): «Il dibattito non avrebbe dovuto neanche avere luogo, è solo un’occasione dell’opposizione italiana per attaccare l’Italia e l’Ungheria, e lo dimostra la presenza della leader Pd qui a Strasburgo». A mettere il dito nella piaga ecco Jean-Lin Lacapelle (gruppo di Marine Le Pen): «Per l’ennesima volta il Parlamento ha messo all’ordine del giorno una discussione ostile all’Ungheria. Il pretesto è la condizione dei detenuti in carcere, tra cui Ilaria Salis, motivata da ideologia di estrema sinistra violenta. Lei è entrata in Ungheria per imporre la sua legge attaccando dei nazionalisti con dei martelli. Se fossero stati dei nazionalisti a varcare la frontiera per attaccare la sinistra, l’Ue urlerebbe a morte. Invece ora si preoccupa dell’aggressore e non delle vittime». Anche questa volta a spettacolarizzare un fatto di cronaca per trasformarlo in uno show politico-mediatico è stato il Pd, che ieri ha organizzato un flash-mob a supporto, con la partecipazione straordinaria di Elly Schlein. Il gruppo socialista guidato da Iratxe Garcia Perez si è subito adeguato e il Ppe si è accodato con subalternità. La protesta in piazza ha visto i rappresentanti dem esporre cartelli («Riportiamo a casa Ilaria», «Le catene non sono degne dell’Europa») che contestavano le condizioni detentive in Ungheria della donna italiana, accusata di lesioni aggravate ai danni di due militanti di estrema destra. Prima di andare in piazza, Schlein ha sottolineato che «il governo si è occupato di questo caso con enorme ritardo e in modo insufficiente. Il ministro Carlo Nordio si è detto addolorato e sorpreso ma i diritti di Salis sono stati lesi davanti al mondo, e lei non se ne fa nulla del dolore e della sorpresa di Nordio». Poi la segretaria piddina si è lasciata scappare il vero motivo del circo Medrano da esportazione: «Ho trovato imbarazzante che Giorgia Meloni sia pronta ad accogliere Orbán nel suo gruppo europeo a braccia aperte».La coloritura della vicenda è chiara: il fantasma ungherese va tenuto nell’angolo. L’Europa a trazione socialista mostra ormai una paura ancestrale per le elezioni di giugno e in questo contesto diventa fondamentale impedire che Orbán entri nel gruppo dei Conservatori, dove lo attende Meloni. Una mossa alla quale la premier italiana sta lavorando per modificare gli equilibri elettorali. Uno scacco che sta mandando nel panico la maggioranza Ursula al tramonto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eurosocialisti-usano-caso-salis-2667175162.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-papa-di-ilaria-attacca-lesecutivo" data-post-id="2667175162" data-published-at="1707176846" data-use-pagination="False"> Il papà di Ilaria attacca l’esecutivo «Stiamo aspettando una dichiarazione delle autorità italiane nel caso di Ilaria Salis, per poter poi presentare una nuova istanza per i domiciliari»: così Gyorgy Magyar, l’avvocato difensore ungherese della detenuta milanese, ha commentato con l’Ansa gli ultimi sviluppi del caso, ricordando che altre richieste in merito sono state già presentate e respinte dai giudici di Budapest per il pericolo di fuga della imputata. «Comunque», ha aggiunto, «ci vorrà almeno un mese dalla presentazione della richiesta fino alla decisione della Corte». Probabilmente il riferimento di Magyar è alla possibilità che il governo italiano trasmetta a Budapest un documento con tutte le cautele che verrebbero adottate in Italia nel caso in cui alla Salis venissero accordati i domiciliari nel nostro Paese, a partire dal braccialetto elettronico, per eliminare il pericolo di fuga. «Per Ilaria Salis», ha ribadito il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, a La7, «abbiamo l’obbligo di spingere su dialogo e collaborazione affinché possa ottenere un provvedimento di arresti domiciliari in Ungheria per poi portarla in Italia. Questo è possibile anche dando rassicurazioni sull’esecuzione della misura; per esempio siamo in grado di attestare che il braccialetto elettronico utilizzato in Italia è in condizione di garantire la sicurezza della custodia domiciliare». Ieri la plenaria dell’Europarlamento di Stasburgo ha affrontato la vicenda: prima della seduta, la Schlein e alcuni parlamentari socialisti hanno inscenato un flash mob con cartelli pro Salis. Un modo per complicare la situazione, irrigidendo gli ungheresi: manco a dirlo Enyko Gyori, deputata magiara di Fidesz, il partito di Viktor Orbán, è intervenuta molto duramente: «Il dibattito sul caso Salis», ha detto in italiano, «viola i valori europei. Una cittadina italiana è stata arrestata a Budapest per aver brutalmente aggredito cittadini ungheresi, insieme ad altri, selezionando casualmente le loro vittime in base al loro abbigliamento». «La Commissione», ha sottolineato la commissaria Ue per i Servizi finanziari, Mairead McGuinness, «sa che ci sono stati contatti bilaterali tra Italia e Ungheria che hanno discusso la possibilità di una detenzione alternativa, compresi i domiciliari. Questa misura sarebbe in linea con le conclusioni del Consiglio Ue sulle misure alternative alla detenzione». Intanto ieri Roberto Salis, il papà di Ilaria, ha incontrato il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Giustizia Carlo Nordio: «È andata molto peggio di quanto ci aspettassimo», ha detto Salis dopo i colloqui, «non vediamo nessuna azione che possa alleviare la situazione di mia figlia. Siamo stati lasciati soli. Abbiamo chiesto due cose, i domiciliari in Italia o in alternativa in ambasciata in Ungheria e entrambe ci sono state negate. Sulla nota che avrebbe fornito garanzie sull’applicazione delle misure per i domiciliari in Italia, ritengono che dallo Stato italiano sarebbe mostrata come una excusatio non petita. Credo che mia figlia resterà ancora per molto tempo in carcere e la vedremo ancora in catene ai processi». Tajani e Nordio, riferisce una nota dei due ministeri, «hanno evidenziato a Salis che i principi di sovranità giurisdizionale di uno Stato impediscono ogni interferenza nella conduzione del processo e nel mutamento dello status libertatis dell’indagato. I ministri hanno rappresentato le ragioni di diritto e di fatto per cui la richiesta di sostituzione della misura cautelare presso l’ambasciata italiana non è possibile. Nordio», prosegue la nota, «ha prospettato l’opportunità che il difensore ungherese insista presso l’organo competente per la modifica della detenzione carceraria, condizione indispensabile per attivare la decisione quadro Ue del 2009 e quindi l’eventuale esecuzione degli arresti domiciliari in Italia». Insomma, per il governo la Salis deve chiedere i domiciliari in Ungheria. E si ritorna al punto di partenza.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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