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2023-06-12
Ora l’Europa vuole imporci i vestiti green
Bruxelles ha un altro nemico: la moda. O meglio la moda alla portata di tutte le tasche, il fast fashion. All’improvviso, dopo aver detto per anni che per essere glamour non è necessario un alto reddito, dopo aver stimolato l’e-commerce e il più estremo consumismo, aver riempito gli armadi, ora dietrofront. Bruxelles dice categorica: è tutto sbagliato, i vestiti non vanno buttati dopo una stagione, vanno rammendati, aggiustati per farli durare di più e se proprio non piacciono c’è il riciclo o il mercato dell’usato.
Dopo l’auto elettrica, le case green, la battaglia della transizione ecologica è sulla moda «usa e getta». Vestiremo tutti green, è la nuova crociata della Commissione europea che vuole imporre alle aziende e ai consumatori una vera e propria rivoluzione. Entro il 2030, addio fibre sintetiche, quelle finora padrone dell’abbigliamento perché veloci da asciugare e nemiche del ferro da stiro, addio moda usa e getta, quella che con poche decine di euro, trasforma ogni persona in un influencer. Probabilmente torneranno di moda le sartine ora relegate, al massimo, a qualche abito da cerimonia. Vietato distruggere i capi; dovranno essere lasciati negli appositi cassonetti della raccolta differenziata del tessile o affidati ai mercatini dell’usato.
Gli ecologisti sventolano numeri allarmistici. Secondo le stime della Commissione europea, ciascun cittadino europeo compra ogni anno, in media, 26 chili di prodotti tessili, il 40% in più rispetto agli anni Novanta, scarta circa 6 milioni di tonnellate e solo il 38% degli abiti usati viene destinato al riciclo, mentre il restante 62% viene scartato in modo indifferenziato. Una ricerca della Ellen MacArthur Foundation, dice che la produzione di indumenti è raddoppiata negli ultimi 15 anni, mentre il numero medio di volte in cui li indossiamo si è ridotta del 36%. L’industria della moda produce oltre 100 miliardi di capi all’anno.
Lo scorso 30 marzo la Commissione europea ha pubblicato la nuova Eu Strategy for Sustainable and Circular Textile che il Parlamento europeo il 31 maggio scorso ha votato a larga maggioranza. Questa prevede ben 16 norme sulla sostenibilità che dovranno tradursi in altrettanti vincoli per le industrie del tessile. Una iperegolamentazione che ha messo in allarme i governi preoccupati di veder affossare uno dei settori più dinamici dell’economia. Tant’è che il premier francese Macron ha chiesto a Bruxelles una «pausa normativa», in modo che l’Europa possa concentrarsi sull’applicazione di quelle esistenti.
Ma la Commissione non sente ragioni. A settembre dovrebbe esserci il cosiddetto trilogo, cioè la discussione tra Commissione, Consiglio e Parlamento per arrivare all’adozione finale del testo a inizio 2024 e l’entrata in vigore tra il 2026 e il 2028. Alcuni provvedimenti come la raccolta differenziata del tessile dovrà essere avviata entro gennaio 2025. L’Italia ha anticipato la data di tre anni, al 1° gennaio 2022, anche se le strutture sono ancora quasi inesistenti.
Per capire quali interessi saranno stravolti ecco alcuni numeri: l’ecosistema del tessile coinvolge in Europa 160.000 imprese, 1,5 milioni
di lavoratori e genera un giro di 162 miliardi di euro annui (2019). Le nuove norme avranno l’effetto di uno tsunami. Le aziende saranno costrette a rispettare una serie di requisiti, da quelli di progettazione e riciclo, ai livelli minimi di utilizzo di fibre riciclate. Ogni capo inoltre sarà dotato di un passaporto digitale che indica la sua natura e come può essere riciclato. Poi divieto assoluto di distruzione dei prodotti invenduti e azioni contro la sovrapproduzione e il consumo eccessivo.
La priorità delle aziende non sarà più di sfornare prodotti creativi ma di preoccuparsi che siano ad impatto zero per l’ambiente e in grado di durare il più possibile. Il Sistema Moda Italia vede già un futuro fatto di aggregati di imprese che mettono in comune il know how. Ma se la prospettiva è quella di grandi reti, che fine faranno le piccole imprese artigiane che sono la punta di diamante della creatività italiana? Molte saranno destinate a scomparire, incapaci di far fronte agli alti costi che una rivoluzione di questo genere comporta. Inoltre regole uguali per tutti, può significare la fine della diversità e una omologazione del prodotto.
Il fast fashion è destinato a scomparire e con esso milioni di posti di lavoro. Ad oggi solo l’1% di tutto il tessile nel mondo viene riciclato. Ma qualora l’Europa riuscisse davvero a incrementare questa pratica, il costo per l’industria del tessile sarebbe altissimo e il suo contributo all’ambiente resterebbe comunque marginale. Extra Ue, colossi della produzione come India, Cina, Bangladesh, Indonesia, continueranno a ignorare le regole della sostenibilità, inondando i mercati della loro merce sempre più concorrenziale. Che dire poi delle numerose imprese europee che saranno incentivate a delocalizzare la produzione pur di sfuggire ai vincoli di Bruxelles.
La Commissione sostiene che il passaporto digitale sui capi sarà un deterrente contro le importazioni di tessili non a norma di sostenibilità. È evidente a tutti che potrà ben poco. Inoltre gran parte dell’abbigliamento a basso costo, oggi viaggia su internet, su migliaia di piccole e grandi piattaforme che sfuggono ad ogni controllo.
«Con l'Ue sarà uno tsunami: Dovremo farci carico anche dei rifiuti»
«Tutta la filiera è sottoposta a un cambiamento di marcia epocale. Non basterà più fare un buon prodotto, essere creativi. Il capo di abbigliamento dovrà essere ecologicamente sostenibile, quindi riciclabile o riutilizzabile e in regola con le norme Ue». Sono almeno 16 le nuove disposizioni della Commissione europea, alle quali le imprese dovranno adeguarsi nell’arco di 4-5 anni. Una tagliola che rischia di mettere a terra il tessile made in Italy. Mauro Chezzi è vicedirettore generale del Sistema Moda Italia, federazione che rappresenta le industrie dell’intera filiera. «La Commissione Ue l’ha detto chiaramente: il fast fashion non è più fashion. È un modello basato sulla iperproduzione e iperconsumo e come tale non è più sostenibile».
Però il fast fashion ha reso la moda accessibile a tutti. Ci dovremmo vestire ai mercatini dell’usato?
«Siamo arrivati all’assurdo che troppo spesso indossiamo il capo una sola volta e poi lo buttiamo. Questo stile di consumo è insostenibile».
Quali sono le nuove regole che possono creare problemi alla nostra industria del tessile?
«Al primo posto di questo tsunami metterei la responsabilità estesa del produttore che avrà una serie di obblighi. Dovrà farsi carico del fine vita dei prodotti, cioè, dal punto di vista organizzativo e finanziario, dei rifiuti che derivano dalla raccolta differenziata tessile/moda degli scarti urbani».
Bruxelles vuole che le aziende oltre a fare moda si occupino di gestire i rifiuti?
«Non lo faranno direttamente le aziende, che non hanno competenza e struttura, ma i consorzi. Questi gestiranno tutto il processo, dalla raccolta dalle municipalizzate, alla selezione e poi l’avvio al riutilizzo, se possibile, o al riciclo altrimenti, ma sempre meno, ai termovalorizzatori».
Un’operazione costosa. Sarà scaricata sul consumatore?
«L’eco-contributo a carico dell’azienda è una partita di giro nel senso che le imprese hanno responsabilità finanziaria, cioè anticipano il contributo che poi grava sul consumatore finale e viene recuperato tramite la fatturazione del prodotto finito».
L’estensione della responsabilità al produttore vuol dire più incombenze?
«È evidente che l’azienda dovrà affrontare le nuove procedure, ma sarà comunque aiutata dal consorzio. Il Sistema Moda Italia ha costituito il Retex. Green, per la gestione dei rifiuti del tessile, dell’abbigliamento, delle calzature e della pelletteria. Siamo in anticipo sulla normativa italiana per preparare le aziende a capire quali saranno le nuove modalità operative».
Un altro obbligo posto dalla Ue è l’ecodesign, in che consiste?
«Vuol dire cambiare completamente il modo di pensare il prodotto dall’inizio. L’azienda deve approfondire le nuove tecnologie di riciclo».
Quindi oltre ai creativi, un’azienda dovrà avere uno staff di chimici?
«Servirà uno sforzo in più da parte delle imprese. Ora gli uffici di stile sono più attenti all’aspetto estetico che ai contenuti di sostenibilità e circolarità del capo di abbigliamento. Bisognerà trovare un giusto compromesso tra i due aspetti della produzione».
Che fine farà la creatività dello stilista?
«Il consumatore finale va coinvolto. Gli va spiegato che la sostenibilità prevede alcune scelte sui materiali e sulle lavorazioni».
Lo stilista non sarà più libero?
«Diciamo che si esploreranno nuove frontiere. Dobbiamo passare dall’eccellenza di una bella manifattura al ben fatto e sostenibile. È una sfida. La creatività va declinata nel rispetto dell’ambiente».
E il passaporto di sostenibilità per i vestiti?
«È una sorta di carta di carta di identità del prodotto con le informazioni dettagliate sulle fasi produttive, utili a chi dovrà occuparsi del riciclo. Sarà un lavoro in più per le aziende, è innegabile. La sfida è saper cavalcare questo tsunami. Sarà una spinta alle aggregazioni, a creare reti di imprese che mettono insieme il know how sulla sostenibilità».
Quale è il cronoprogramma di questa rivoluzione?
«I prossimi 3-5 anni saranno decisivi. C’è stata una accelerazione. Entro il 2030 dovranno diventare operative 16 normative europee contenenti vincoli legali per le aziende della filiera. La responsabilità al produttore già da quest’anno e l’ecodesign (con il documento specifico per il tessile) prevediamo dal 2024».
E chi produce extra Ue?
«La Commissione ha promesso la sorveglianza alle frontiere per i prodotti che entrano. E il digital product passport sarà d’aiuto. L’obiettivo è l’omogeneità di qualità e sostenibilità di tutti i prodotti dentro la Ue».
Ma le piattaforme web cinesi sfuggiranno ai controlli: chi ne approfitta
La Commissione europea ha dichiarato guerra al fast fashion ma questo nasce soprattutto in Paesi che non hanno alcuna intenzione di aderire ai vincoli ambientalistici e si servono delle piattaforme web. Il fast fashion deve il suo successo planetario all’abbattimento dei costi della «moda di tendenza», dando la possibilità ai consumatori di indossare capi simili a quelli delle griffe più famose a prezzi da mercatino delle pulci. Le catene di fornitura sono talmente vaste e dislocate in decine di Paesi del mondo che è impossibile tracciarle. Quasi nessuno produce in casa propria. La maggior parte infatti affida commesse ad altre aziende micro e piccole che costituiscono una lunga filiera e sono presenti soprattutto in Paesi quali Bangladesh, Cambogia, India e Cina che utilizzano materie prime non sottoposte a controlli o esami chimico-fisici previsti dalle leggi europee.
È un sistema che sfugge ad ogni controllo e anche quel passaporto digitale che Bruxelles vorrebbe introdurre a tutela della sostenibilità del prodotto, perde di efficacia quando applicato alle grandi catene dei distribuzione della moda veloce. Usare i tessuti ecologici significherebbe per questo tipo di catene produttive aumentare i costi e ciò è contrario alla loro mission. I marchi fast fashion sono migliaia. Tra i più noti ci sono H&M, Zara, Topshop, Primark, Benetton, Mango, Pull&Bea, Miss Selfridge, Esprit. La maggior parte della moda usa e getta viaggia su piattaforme online. Quelle cinesi sono le più aggressive. Un’analisi dell’americana U.S.- China Economic and Security Review Commission ha lanciato l’allarme: le piattaforme cinesi di fast fashion, in particolare Shein, presentano seri rischi per lo sfruttamento delle scappatoie commerciali nazionali, la sicurezza dei prodotti, l’uso del lavoro forzato, per una significativa concorrenza sleale. Pioniere della «moda ultraveloce», Shein non ha sedi fisiche e spedisce vestiti online direttamente ai consumatori in tutto il mondo. L’azienda non vende nel mercato interno, ma commercializza prodotti esclusivamente all’estero. Secondo dati resi pubblici dalla società, nel 2020 i ricavi sono stati di quasi 10 miliardi di dollari, superiori a quelli online del gigante Zara.
Secondo un rapporto di Bloomberg, a giugno 2021 la valutazione della società si aggirava intorno ai 30 miliardi di dollari. A maggio 2021, per un breve periodo Shein ha anche superato Amazon come l’app per lo shopping più scaricata negli Stati Uniti e oggi ha una posizione dominante nel mercato statunitense (è passata, come quota di mercato, dal 18% nel marzo 2020 al 40% nel marzo 2022). Il problema della sostenibilità della moda si pone in maniera forte: da una parte si vogliono prezzi sempre più bassi ed una crescita del fatturato mentre dall’altra gli azionisti e gli stakeholders vorrebbero aziende «etiche, durevoli e sostenibili».
Il paradosso: con queste regole riciclo impossibile
«Ad oggi sono poche le città che si sono dotate di strutture per il deposito e lo stoccaggio dei tessuti», afferma Fabrizio Tesi, presidente dell’Associazione Tessile Riciclato (Astri) e indica tra le cause dell’ostacolo alla raccolta differenziata anche la burocrazia. «Chi vuole riciclare i prodotti usati si trova intrappolato in una contraddizione di leggi nazionali e regionali». Il Parlamento europeo durante la revisione delle normative quadro sui rifiuti ha posto il 2025 come data di avvio della raccolta differenziata obbligatoria dei rifiuti tessili. «L’Italia ha pensato di poter anticipare la pratica al 2022 ma ad oggi sono una rarità i cassonetti appositi per depositari la differenziata sul tessile. Si è fatto un annuncio ma non si è dato seguito. La raccolta viene gestita soprattutto da associazioni caritatevoli che delegano aziende autorizzate alla raccolta e la selezione della frazione tessile che è stata depositata dei cassonetti appositi, dove una parte sarà destinata al second hand e il rimanente recuperata per essere riciclata», afferma Tesi.
L’imprenditore poi spiega che mentre si fa un nuovo regolamento sulla sostenibilità dei prodotti tessili, si mantiene una norma sulla chimica che ostacola il riciclo. «Il Regolamento Reach, in vigore dal 2007 in Europa, stabilisce quali sostanze e quali composti chimici possono essere utilizzati nei processi industriali. Poiché l’area di applicazione della normativa è limitata all’Ue, ne consegue che i prodotti di importazione possono contenere sostanze non ritenute pericolose nei Paesi in cui sono stati fabbricati. Non solo. Il Regolamento va in contrasto con la volontà di poter riciclare i prodotti». Tesi fa l’esempio di un vecchio maglione e spiega che la chimica in esso contenuta non corrisponde ai valori che il Reach impone oggi. Pertanto «bisognerebbe distinguere i materiali vergini e quelli riciclati. I valori chimici che si devono rispettare nel riciclato non possono essere gli stessi che si devono rispettare nelle fibre vergini. Il Regolamento Reach andrebbe modificato. L’Europa ha fatto passi da gigante nell’eliminare tante sostanze chimiche. Siamo passati da circa 145.000 a 23.000. Ma con quei capi che appartengono al passato, che si fa?». Non ci sono solo le contraddizioni e la burocrazia che vanno contro il riciclo.
Il presidente di Astri, indica anche la tassazione. «Non si capisce come mai chi acquista un’auto usata non paga l’Iva una seconda volta mentre questa imposta è applicata sul prodotto riciclato. Servirebbero condizioni economiche favorevoli per i consumatori e i produttori, allora sì che il riciclo funzionerebbe meglio».
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La nuova crociata di Bruxelles è contro le fibre sintetiche e la moda «usa e getta», accessibile a tutte le tasche. Per le aziende significherà altri costi. E le piccole rischieranno la chiusura.Il vicedirettore di Sistema Moda Italia Mauro Chezzi: «Fare un bel prodotto non basterà più. E gli stili di consumo andranno cambiati».Le piattaforme web cinesi del fast fashion sfuggiranno ai controlli di Bruxelles.Fabrizio Tesi (presidente dell’Associazione Tessile Riciclato): con queste regole impossibile il riciclo.Lo speciale contiene quattro articoli.Bruxelles ha un altro nemico: la moda. O meglio la moda alla portata di tutte le tasche, il fast fashion. All’improvviso, dopo aver detto per anni che per essere glamour non è necessario un alto reddito, dopo aver stimolato l’e-commerce e il più estremo consumismo, aver riempito gli armadi, ora dietrofront. Bruxelles dice categorica: è tutto sbagliato, i vestiti non vanno buttati dopo una stagione, vanno rammendati, aggiustati per farli durare di più e se proprio non piacciono c’è il riciclo o il mercato dell’usato. Dopo l’auto elettrica, le case green, la battaglia della transizione ecologica è sulla moda «usa e getta». Vestiremo tutti green, è la nuova crociata della Commissione europea che vuole imporre alle aziende e ai consumatori una vera e propria rivoluzione. Entro il 2030, addio fibre sintetiche, quelle finora padrone dell’abbigliamento perché veloci da asciugare e nemiche del ferro da stiro, addio moda usa e getta, quella che con poche decine di euro, trasforma ogni persona in un influencer. Probabilmente torneranno di moda le sartine ora relegate, al massimo, a qualche abito da cerimonia. Vietato distruggere i capi; dovranno essere lasciati negli appositi cassonetti della raccolta differenziata del tessile o affidati ai mercatini dell’usato.Gli ecologisti sventolano numeri allarmistici. Secondo le stime della Commissione europea, ciascun cittadino europeo compra ogni anno, in media, 26 chili di prodotti tessili, il 40% in più rispetto agli anni Novanta, scarta circa 6 milioni di tonnellate e solo il 38% degli abiti usati viene destinato al riciclo, mentre il restante 62% viene scartato in modo indifferenziato. Una ricerca della Ellen MacArthur Foundation, dice che la produzione di indumenti è raddoppiata negli ultimi 15 anni, mentre il numero medio di volte in cui li indossiamo si è ridotta del 36%. L’industria della moda produce oltre 100 miliardi di capi all’anno.Lo scorso 30 marzo la Commissione europea ha pubblicato la nuova Eu Strategy for Sustainable and Circular Textile che il Parlamento europeo il 31 maggio scorso ha votato a larga maggioranza. Questa prevede ben 16 norme sulla sostenibilità che dovranno tradursi in altrettanti vincoli per le industrie del tessile. Una iperegolamentazione che ha messo in allarme i governi preoccupati di veder affossare uno dei settori più dinamici dell’economia. Tant’è che il premier francese Macron ha chiesto a Bruxelles una «pausa normativa», in modo che l’Europa possa concentrarsi sull’applicazione di quelle esistenti. Ma la Commissione non sente ragioni. A settembre dovrebbe esserci il cosiddetto trilogo, cioè la discussione tra Commissione, Consiglio e Parlamento per arrivare all’adozione finale del testo a inizio 2024 e l’entrata in vigore tra il 2026 e il 2028. Alcuni provvedimenti come la raccolta differenziata del tessile dovrà essere avviata entro gennaio 2025. L’Italia ha anticipato la data di tre anni, al 1° gennaio 2022, anche se le strutture sono ancora quasi inesistenti.Per capire quali interessi saranno stravolti ecco alcuni numeri: l’ecosistema del tessile coinvolge in Europa 160.000 imprese, 1,5 milionidi lavoratori e genera un giro di 162 miliardi di euro annui (2019). Le nuove norme avranno l’effetto di uno tsunami. Le aziende saranno costrette a rispettare una serie di requisiti, da quelli di progettazione e riciclo, ai livelli minimi di utilizzo di fibre riciclate. Ogni capo inoltre sarà dotato di un passaporto digitale che indica la sua natura e come può essere riciclato. Poi divieto assoluto di distruzione dei prodotti invenduti e azioni contro la sovrapproduzione e il consumo eccessivo.La priorità delle aziende non sarà più di sfornare prodotti creativi ma di preoccuparsi che siano ad impatto zero per l’ambiente e in grado di durare il più possibile. Il Sistema Moda Italia vede già un futuro fatto di aggregati di imprese che mettono in comune il know how. Ma se la prospettiva è quella di grandi reti, che fine faranno le piccole imprese artigiane che sono la punta di diamante della creatività italiana? Molte saranno destinate a scomparire, incapaci di far fronte agli alti costi che una rivoluzione di questo genere comporta. Inoltre regole uguali per tutti, può significare la fine della diversità e una omologazione del prodotto.Il fast fashion è destinato a scomparire e con esso milioni di posti di lavoro. Ad oggi solo l’1% di tutto il tessile nel mondo viene riciclato. Ma qualora l’Europa riuscisse davvero a incrementare questa pratica, il costo per l’industria del tessile sarebbe altissimo e il suo contributo all’ambiente resterebbe comunque marginale. Extra Ue, colossi della produzione come India, Cina, Bangladesh, Indonesia, continueranno a ignorare le regole della sostenibilità, inondando i mercati della loro merce sempre più concorrenziale. Che dire poi delle numerose imprese europee che saranno incentivate a delocalizzare la produzione pur di sfuggire ai vincoli di Bruxelles.La Commissione sostiene che il passaporto digitale sui capi sarà un deterrente contro le importazioni di tessili non a norma di sostenibilità. È evidente a tutti che potrà ben poco. 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Una tagliola che rischia di mettere a terra il tessile made in Italy. Mauro Chezzi è vicedirettore generale del Sistema Moda Italia, federazione che rappresenta le industrie dell’intera filiera. «La Commissione Ue l’ha detto chiaramente: il fast fashion non è più fashion. È un modello basato sulla iperproduzione e iperconsumo e come tale non è più sostenibile». Però il fast fashion ha reso la moda accessibile a tutti. Ci dovremmo vestire ai mercatini dell’usato? «Siamo arrivati all’assurdo che troppo spesso indossiamo il capo una sola volta e poi lo buttiamo. Questo stile di consumo è insostenibile». Quali sono le nuove regole che possono creare problemi alla nostra industria del tessile? «Al primo posto di questo tsunami metterei la responsabilità estesa del produttore che avrà una serie di obblighi. Dovrà farsi carico del fine vita dei prodotti, cioè, dal punto di vista organizzativo e finanziario, dei rifiuti che derivano dalla raccolta differenziata tessile/moda degli scarti urbani». Bruxelles vuole che le aziende oltre a fare moda si occupino di gestire i rifiuti? «Non lo faranno direttamente le aziende, che non hanno competenza e struttura, ma i consorzi. Questi gestiranno tutto il processo, dalla raccolta dalle municipalizzate, alla selezione e poi l’avvio al riutilizzo, se possibile, o al riciclo altrimenti, ma sempre meno, ai termovalorizzatori». Un’operazione costosa. Sarà scaricata sul consumatore? «L’eco-contributo a carico dell’azienda è una partita di giro nel senso che le imprese hanno responsabilità finanziaria, cioè anticipano il contributo che poi grava sul consumatore finale e viene recuperato tramite la fatturazione del prodotto finito». L’estensione della responsabilità al produttore vuol dire più incombenze? «È evidente che l’azienda dovrà affrontare le nuove procedure, ma sarà comunque aiutata dal consorzio. Il Sistema Moda Italia ha costituito il Retex. Green, per la gestione dei rifiuti del tessile, dell’abbigliamento, delle calzature e della pelletteria. Siamo in anticipo sulla normativa italiana per preparare le aziende a capire quali saranno le nuove modalità operative». Un altro obbligo posto dalla Ue è l’ecodesign, in che consiste? «Vuol dire cambiare completamente il modo di pensare il prodotto dall’inizio. L’azienda deve approfondire le nuove tecnologie di riciclo». Quindi oltre ai creativi, un’azienda dovrà avere uno staff di chimici? «Servirà uno sforzo in più da parte delle imprese. Ora gli uffici di stile sono più attenti all’aspetto estetico che ai contenuti di sostenibilità e circolarità del capo di abbigliamento. Bisognerà trovare un giusto compromesso tra i due aspetti della produzione». Che fine farà la creatività dello stilista? «Il consumatore finale va coinvolto. Gli va spiegato che la sostenibilità prevede alcune scelte sui materiali e sulle lavorazioni». Lo stilista non sarà più libero? «Diciamo che si esploreranno nuove frontiere. Dobbiamo passare dall’eccellenza di una bella manifattura al ben fatto e sostenibile. È una sfida. La creatività va declinata nel rispetto dell’ambiente». E il passaporto di sostenibilità per i vestiti? «È una sorta di carta di carta di identità del prodotto con le informazioni dettagliate sulle fasi produttive, utili a chi dovrà occuparsi del riciclo. Sarà un lavoro in più per le aziende, è innegabile. La sfida è saper cavalcare questo tsunami. Sarà una spinta alle aggregazioni, a creare reti di imprese che mettono insieme il know how sulla sostenibilità». Quale è il cronoprogramma di questa rivoluzione? «I prossimi 3-5 anni saranno decisivi. C’è stata una accelerazione. Entro il 2030 dovranno diventare operative 16 normative europee contenenti vincoli legali per le aziende della filiera. La responsabilità al produttore già da quest’anno e l’ecodesign (con il documento specifico per il tessile) prevediamo dal 2024». E chi produce extra Ue? «La Commissione ha promesso la sorveglianza alle frontiere per i prodotti che entrano. E il digital product passport sarà d’aiuto. 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Le catene di fornitura sono talmente vaste e dislocate in decine di Paesi del mondo che è impossibile tracciarle. Quasi nessuno produce in casa propria. La maggior parte infatti affida commesse ad altre aziende micro e piccole che costituiscono una lunga filiera e sono presenti soprattutto in Paesi quali Bangladesh, Cambogia, India e Cina che utilizzano materie prime non sottoposte a controlli o esami chimico-fisici previsti dalle leggi europee. È un sistema che sfugge ad ogni controllo e anche quel passaporto digitale che Bruxelles vorrebbe introdurre a tutela della sostenibilità del prodotto, perde di efficacia quando applicato alle grandi catene dei distribuzione della moda veloce. Usare i tessuti ecologici significherebbe per questo tipo di catene produttive aumentare i costi e ciò è contrario alla loro mission. I marchi fast fashion sono migliaia. Tra i più noti ci sono H&M, Zara, Topshop, Primark, Benetton, Mango, Pull&Bea, Miss Selfridge, Esprit. La maggior parte della moda usa e getta viaggia su piattaforme online. Quelle cinesi sono le più aggressive. Un’analisi dell’americana U.S.- China Economic and Security Review Commission ha lanciato l’allarme: le piattaforme cinesi di fast fashion, in particolare Shein, presentano seri rischi per lo sfruttamento delle scappatoie commerciali nazionali, la sicurezza dei prodotti, l’uso del lavoro forzato, per una significativa concorrenza sleale. Pioniere della «moda ultraveloce», Shein non ha sedi fisiche e spedisce vestiti online direttamente ai consumatori in tutto il mondo. L’azienda non vende nel mercato interno, ma commercializza prodotti esclusivamente all’estero. Secondo dati resi pubblici dalla società, nel 2020 i ricavi sono stati di quasi 10 miliardi di dollari, superiori a quelli online del gigante Zara. Secondo un rapporto di Bloomberg, a giugno 2021 la valutazione della società si aggirava intorno ai 30 miliardi di dollari. A maggio 2021, per un breve periodo Shein ha anche superato Amazon come l’app per lo shopping più scaricata negli Stati Uniti e oggi ha una posizione dominante nel mercato statunitense (è passata, come quota di mercato, dal 18% nel marzo 2020 al 40% nel marzo 2022). 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Il Parlamento europeo durante la revisione delle normative quadro sui rifiuti ha posto il 2025 come data di avvio della raccolta differenziata obbligatoria dei rifiuti tessili. «L’Italia ha pensato di poter anticipare la pratica al 2022 ma ad oggi sono una rarità i cassonetti appositi per depositari la differenziata sul tessile. Si è fatto un annuncio ma non si è dato seguito. La raccolta viene gestita soprattutto da associazioni caritatevoli che delegano aziende autorizzate alla raccolta e la selezione della frazione tessile che è stata depositata dei cassonetti appositi, dove una parte sarà destinata al second hand e il rimanente recuperata per essere riciclata», afferma Tesi. L’imprenditore poi spiega che mentre si fa un nuovo regolamento sulla sostenibilità dei prodotti tessili, si mantiene una norma sulla chimica che ostacola il riciclo. «Il Regolamento Reach, in vigore dal 2007 in Europa, stabilisce quali sostanze e quali composti chimici possono essere utilizzati nei processi industriali. Poiché l’area di applicazione della normativa è limitata all’Ue, ne consegue che i prodotti di importazione possono contenere sostanze non ritenute pericolose nei Paesi in cui sono stati fabbricati. Non solo. Il Regolamento va in contrasto con la volontà di poter riciclare i prodotti». Tesi fa l’esempio di un vecchio maglione e spiega che la chimica in esso contenuta non corrisponde ai valori che il Reach impone oggi. Pertanto «bisognerebbe distinguere i materiali vergini e quelli riciclati. I valori chimici che si devono rispettare nel riciclato non possono essere gli stessi che si devono rispettare nelle fibre vergini. Il Regolamento Reach andrebbe modificato. L’Europa ha fatto passi da gigante nell’eliminare tante sostanze chimiche. Siamo passati da circa 145.000 a 23.000. Ma con quei capi che appartengono al passato, che si fa?». Non ci sono solo le contraddizioni e la burocrazia che vanno contro il riciclo. Il presidente di Astri, indica anche la tassazione. «Non si capisce come mai chi acquista un’auto usata non paga l’Iva una seconda volta mentre questa imposta è applicata sul prodotto riciclato. Servirebbero condizioni economiche favorevoli per i consumatori e i produttori, allora sì che il riciclo funzionerebbe meglio».
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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