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2021-04-08
Europa del Sud in crisi, ma le Borse corrono
L'acronimo Pigs è stato usato fin dagli anni Novanta per indicare quattro Paesi dell'Europa meridionale (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Con queste quattro lettere si aveva l'intenzione di raggruppare gli Stati che presentavano una precaria condizione dei conti pubblici che, unita a una scarsa competitività dell'economia nazionale, rendeva incerta la capacità di ripagare il debito pubblico accumulato.
Il termine, usato soprattutto dalla stampa anglosassone (in inglese «pigs» significa maiali), oggi sembra quasi sparito anche perché a partire dal 2008 il ministro delle finanze del Portogallo Manuel Pinho, la stampa portoghese e quella di lingua spagnola hanno a più riprese dichiarato che Pigs «è un termine dispregiativo e razzista».
Ma i problemi di molte di queste economie, tra cui quella italiana, non sono scomparsi e, anzi, con la pandemia si sono ingigantiti. Non a caso, Spagna, Italia, Portogallo e Grecia sono in proporzione i principali beneficiari del Recovery plan e fra le nazioni che in questo ultimo ventennio - calcolando anche le previsioni di crescita del Pil 2021 e 2022 - hanno maggiormente perso posizioni nell'Eurozona come quota del Pil.
La Grecia che nel 2001 valeva il 2,07% del Pil dell'Eurozona nel 2022 dovrebbe valere l'1,47 e subito dopo nel banco dei peggiori siede proprio l'Italia che valeva a inizio millennio il 17,7% e ora è vista al 14,5% scarso nel 2021. Male anche il Portogallo nonostante il recupero degli ultimi anni (-2,8%) e la Spagna che con +5,2% nel ventennio è stata la «migliore» fra i quattro Paesi anche se il Covid-19 ha buttato nell'ultimo anno in una profonda crisi la penisola iberica. In particolare, la Spagna non è riuscita ancora a recuperare la discesa dell'anno passato, anche perché ha vissuto la peggiore recessione dal 1970: -11%. Nessuna economia in Europa ha sofferto più per la pandemia rispetto a Madrid. Meglio (relativamente parlando) si sono comportati il Portogallo (-7,6%) e la Grecia (-8,2%) in confronto alla Spagna e anche all'Italia (-8,9%).
La buona notizia è che queste Borse comunque sono viste in recupero. In particolare, nel listino spagnolo un peso significativo dell'indice Ibex è determinato dalle banche (circa il 33%) e le previsioni danno a Madrid forti spazi di recupero (intorno al +6% del Pil) grazie anche agli aiuti massicci dell'Unione europea.
Pure la Grecia quest'anno dovrebbe rimbalzare come Pil anche per merito del fatto che il tasso dei crediti deteriorati delle banche greche dovrebbe attestarsi al 25% rispetto al 30,2% di fine 2020.
«Nel 2021 per l'Italia la crescita del Pil potrebbe essere perfino superiore a quella della Germania (che aveva però nel 2020 perso quasi la metà)», dice Salvatore Gaziano, direttore investimenti di Soldiexpert scf, «ma la crisi è stata devastante e simile a un bollettino di guerra: 150 miliardi di Pil persi e rapporto debito/Pil schizzato in area 160%. La produzione industriale è in ripresa e la flessibilità italiana (e molte società quotate a Piazza Affari ne sono un esempio) funziona ancora, anche se molti settori importanti (come quello turistico) rischiano di restare al palo, con Paesi proprio come la Spagna, la Grecia e il Portogallo che questa estate potrebbero mettere la freccia di sorpasso. La presenza di Mario Draghi è stata salutata da Piazza Affari (fra le Borse migliori nel primo trimestre 2021) come la possibilità concreta di una svolta, ma ora dalle attese bisogna passare ai fatti e tanti sono i dossier sul tavolo».
Una buona cosa è comunque il fatto che numerose società quotate italiane (molte delle Mid cap) hanno scelto la strada dell'internazionalizzazione, tanto che la Penisola spesso non è nemmeno più il mercato di riferimento. Si può «scommettere» sull'Italia anche con un piede fuori perché «non si sa mai» e «il consiglio da consulenti finanziari indipendenti è comunque sempre quello di diversificare», conclude Gaziano.
«Gli indicatori di fiducia del settore dei servizi evidenziano un nuova accelerazione dopo le flessioni registrate negli ultimi mesi del 2020», aggiunge Mario Romano, direttore investimenti di Sella sgr, «Si conferma solido il trend di crescita del settore manifatturiero grazie alla ripresa dell'export. Discorso analogo vale per i settori legati alla vita sociale, dopo mesi di misure di distanziamento. Il percorso verso la normalità riporterà l'attenzione sulle aziende che offrono beni e servizi legati ai viaggi, all'ospitalità, alle attività ricreative e al tempo libero. La recente risalita dei tassi, poi, favorisce il comparto bancario che era stato penalizzato nel corso del 2020. Il settore finanziario», conclude l'esperto, «potrà costituire un altro tassello utile a costruire un portafoglio azionario in grado di coniugare esposizioni di breve con previsioni positive di medio lungo termine, ancorate agli importanti piani di rilancio che anche in Europa costituiranno il punto di riferimento per gli investimenti dei prossimi anni».
«L'indebolimento del tech aiuta auto, hotel e aerei»
Il timido ritorno alla normalità cui stiamo andando incontro sarà prima di tutto una nuova opportunità di rendimento per molti settori dell'economia. Secondo Alessio Gerbella, responsabile gestioni family office di Banca Generali, è arrivato il momento di puntare sui settori ciclici a patto, però, che si sappia fare un'adeguata selezione.
Quali le prospettive sui mercati ora che, a livello mondiale, i vaccini stanno lentamente riportando i Paesi verso la normalità?
«Con la diffusione dei vaccini gli investitori stanno concentrando la loro attenzione proprio sui settori cosiddetti “back to normal", ossia quelli legati alla riapertura progressiva delle economie. Se guardiamo infatti all'ambito azionario, i settori ciclici delle automobili, delle costruzioni, e più recentemente quelli legati al tempo libero come hotel, ristorazione e viaggi aerei stanno registrando le migliori performance da inizio anno. A farne le spese d'altro canto sono tutti i settori che hanno meglio performato durante tutto il lockdown, quali ad esempio la tecnologia, la sanità e le telecomunicazioni».
Quali le piazze più interessanti?
«La rotazione settoriale in corso, che privilegia appunto i settori più ciclici, ha come diretta conseguenza la preferenza per quelle aree geografiche dove i questi settori sono più rappresentati, e in particolare l'Europa e il Giappone. Gli Stati Uniti, d'altro canto, sono invece più ricchi di tecnologia e di altri settori cosiddetti “growth" (caratterizzati da titoli azionari con un rapporto prezzo/rendimento abbastanza alto, ndr), che hanno meglio funzionato nelle fasi di chiusura delle economie, ma che oggi sono responsabili del ritardo del listino americano. La Cina è ancora un'area azionaria interessante, soprattutto dopo la fase di presa di profitto che la vede quale unico mercato con performance negativa da inizio anno. Infine, dalla firma dell'accordo sulla Brexit, il mercato azionario inglese è attualmente una delle nostre idee d'investimento ad alta convinzione, arrivando da un lungo periodo di sottoperformance ed essendo oggi tornato appetibile anche per gli investitori esteri».
Su quali settori puntare?
«Come dicevo, sono da preferire i comparti ciclici come quelli già menzionati, ma usando ulteriori criteri di selettività. Nel settore delle automobili, ad esempio, è meglio puntare sui costruttori più avanti nel processo di elettrificazione e nelle auto ibride, come Daimler, Volvo e Volkswagen. Un tema simile può essere sfruttato guardando alle utilities verdi, come Schneider electric, che è tra i principali produttori di batterie per auto ibride. Nel settore delle linee aeree, meglio privilegiare le compagnie low cost e specializzate nei viaggi a più corto raggio, ad esempio Ryanair; quando infatti torneremo a viaggiare, ci sarà una maggiore attenzione ai costi e più limitazioni per gli spostamenti intercontinentali».
Da quali stare alla larga?
«La tecnologia finora è il settore più debole quest'anno: ha funzionato molto bene durante tutto il 2020, nel pieno della pandemia, ma si trova oggi frenata dal fenomeno di rotazione sopra menzionato. Gli investitori prendono infatti profitto dalla tecnologia per finanziare gli acquisti sui settori ciclici che hanno performato meno, nella speranza, finora concretizzatasi, di maggiori possibilità di profitto. Anche il recente rialzo dei rendimenti governativi rappresenta un vento contrario al settore tech e agli altri investimenti con un rapporto prezzo/rendimento abbastanza alto».
Quanto è interessante oggi per un risparmiatore l'investimento in prodotti Esg?
«L'Esg (che include la considerazione degli impatti ambientali, sociali e di governance, ndr) è ormai un trend in consolidamento, che attira sempre più flussi di capitali da parte di un range di investitori ampio; quindi, al di là degli aspetti etici sicuramente importanti per molti risparmiatori, i flussi in ingresso tendono a sostenere la valutazione degli investimenti targati Esg a scapito di tutto il resto e questo è già evidente nel buon andamento degli indici Esg rispetto ai corrispondenti classici».
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In Portogallo, Italia, Grecia e Spagna i listini azionari salgono anche se pandemia e debito pubblico azzoppano l'economia reale. L'esperto di Sella: «Il manifatturiero tricolore cresce grazie all'export e aumenta la fiducia nei servizi. Bene gli istituti di credito».Il responsabile delle gestioni family office di Banca Generali: «Interessanti i comparti ciclici che hanno sofferto nel 2020».Lo speciale contiene due articoli.L'acronimo Pigs è stato usato fin dagli anni Novanta per indicare quattro Paesi dell'Europa meridionale (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Con queste quattro lettere si aveva l'intenzione di raggruppare gli Stati che presentavano una precaria condizione dei conti pubblici che, unita a una scarsa competitività dell'economia nazionale, rendeva incerta la capacità di ripagare il debito pubblico accumulato. Il termine, usato soprattutto dalla stampa anglosassone (in inglese «pigs» significa maiali), oggi sembra quasi sparito anche perché a partire dal 2008 il ministro delle finanze del Portogallo Manuel Pinho, la stampa portoghese e quella di lingua spagnola hanno a più riprese dichiarato che Pigs «è un termine dispregiativo e razzista». Ma i problemi di molte di queste economie, tra cui quella italiana, non sono scomparsi e, anzi, con la pandemia si sono ingigantiti. Non a caso, Spagna, Italia, Portogallo e Grecia sono in proporzione i principali beneficiari del Recovery plan e fra le nazioni che in questo ultimo ventennio - calcolando anche le previsioni di crescita del Pil 2021 e 2022 - hanno maggiormente perso posizioni nell'Eurozona come quota del Pil.La Grecia che nel 2001 valeva il 2,07% del Pil dell'Eurozona nel 2022 dovrebbe valere l'1,47 e subito dopo nel banco dei peggiori siede proprio l'Italia che valeva a inizio millennio il 17,7% e ora è vista al 14,5% scarso nel 2021. Male anche il Portogallo nonostante il recupero degli ultimi anni (-2,8%) e la Spagna che con +5,2% nel ventennio è stata la «migliore» fra i quattro Paesi anche se il Covid-19 ha buttato nell'ultimo anno in una profonda crisi la penisola iberica. In particolare, la Spagna non è riuscita ancora a recuperare la discesa dell'anno passato, anche perché ha vissuto la peggiore recessione dal 1970: -11%. Nessuna economia in Europa ha sofferto più per la pandemia rispetto a Madrid. Meglio (relativamente parlando) si sono comportati il Portogallo (-7,6%) e la Grecia (-8,2%) in confronto alla Spagna e anche all'Italia (-8,9%).La buona notizia è che queste Borse comunque sono viste in recupero. In particolare, nel listino spagnolo un peso significativo dell'indice Ibex è determinato dalle banche (circa il 33%) e le previsioni danno a Madrid forti spazi di recupero (intorno al +6% del Pil) grazie anche agli aiuti massicci dell'Unione europea. Pure la Grecia quest'anno dovrebbe rimbalzare come Pil anche per merito del fatto che il tasso dei crediti deteriorati delle banche greche dovrebbe attestarsi al 25% rispetto al 30,2% di fine 2020. «Nel 2021 per l'Italia la crescita del Pil potrebbe essere perfino superiore a quella della Germania (che aveva però nel 2020 perso quasi la metà)», dice Salvatore Gaziano, direttore investimenti di Soldiexpert scf, «ma la crisi è stata devastante e simile a un bollettino di guerra: 150 miliardi di Pil persi e rapporto debito/Pil schizzato in area 160%. La produzione industriale è in ripresa e la flessibilità italiana (e molte società quotate a Piazza Affari ne sono un esempio) funziona ancora, anche se molti settori importanti (come quello turistico) rischiano di restare al palo, con Paesi proprio come la Spagna, la Grecia e il Portogallo che questa estate potrebbero mettere la freccia di sorpasso. La presenza di Mario Draghi è stata salutata da Piazza Affari (fra le Borse migliori nel primo trimestre 2021) come la possibilità concreta di una svolta, ma ora dalle attese bisogna passare ai fatti e tanti sono i dossier sul tavolo». Una buona cosa è comunque il fatto che numerose società quotate italiane (molte delle Mid cap) hanno scelto la strada dell'internazionalizzazione, tanto che la Penisola spesso non è nemmeno più il mercato di riferimento. Si può «scommettere» sull'Italia anche con un piede fuori perché «non si sa mai» e «il consiglio da consulenti finanziari indipendenti è comunque sempre quello di diversificare», conclude Gaziano. «Gli indicatori di fiducia del settore dei servizi evidenziano un nuova accelerazione dopo le flessioni registrate negli ultimi mesi del 2020», aggiunge Mario Romano, direttore investimenti di Sella sgr, «Si conferma solido il trend di crescita del settore manifatturiero grazie alla ripresa dell'export. Discorso analogo vale per i settori legati alla vita sociale, dopo mesi di misure di distanziamento. Il percorso verso la normalità riporterà l'attenzione sulle aziende che offrono beni e servizi legati ai viaggi, all'ospitalità, alle attività ricreative e al tempo libero. La recente risalita dei tassi, poi, favorisce il comparto bancario che era stato penalizzato nel corso del 2020. Il settore finanziario», conclude l'esperto, «potrà costituire un altro tassello utile a costruire un portafoglio azionario in grado di coniugare esposizioni di breve con previsioni positive di medio lungo termine, ancorate agli importanti piani di rilancio che anche in Europa costituiranno il punto di riferimento per gli investimenti dei prossimi anni». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/europa-del-sud-in-crisi-ma-le-borse-corrono-2651383015.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-indebolimento-del-tech-aiuta-auto-hotel-e-aerei" data-post-id="2651383015" data-published-at="1617821551" data-use-pagination="False"> «L'indebolimento del tech aiuta auto, hotel e aerei» Il timido ritorno alla normalità cui stiamo andando incontro sarà prima di tutto una nuova opportunità di rendimento per molti settori dell'economia. Secondo Alessio Gerbella, responsabile gestioni family office di Banca Generali, è arrivato il momento di puntare sui settori ciclici a patto, però, che si sappia fare un'adeguata selezione. Quali le prospettive sui mercati ora che, a livello mondiale, i vaccini stanno lentamente riportando i Paesi verso la normalità? «Con la diffusione dei vaccini gli investitori stanno concentrando la loro attenzione proprio sui settori cosiddetti “back to normal", ossia quelli legati alla riapertura progressiva delle economie. Se guardiamo infatti all'ambito azionario, i settori ciclici delle automobili, delle costruzioni, e più recentemente quelli legati al tempo libero come hotel, ristorazione e viaggi aerei stanno registrando le migliori performance da inizio anno. A farne le spese d'altro canto sono tutti i settori che hanno meglio performato durante tutto il lockdown, quali ad esempio la tecnologia, la sanità e le telecomunicazioni». Quali le piazze più interessanti? «La rotazione settoriale in corso, che privilegia appunto i settori più ciclici, ha come diretta conseguenza la preferenza per quelle aree geografiche dove i questi settori sono più rappresentati, e in particolare l'Europa e il Giappone. Gli Stati Uniti, d'altro canto, sono invece più ricchi di tecnologia e di altri settori cosiddetti “growth" (caratterizzati da titoli azionari con un rapporto prezzo/rendimento abbastanza alto, ndr), che hanno meglio funzionato nelle fasi di chiusura delle economie, ma che oggi sono responsabili del ritardo del listino americano. La Cina è ancora un'area azionaria interessante, soprattutto dopo la fase di presa di profitto che la vede quale unico mercato con performance negativa da inizio anno. Infine, dalla firma dell'accordo sulla Brexit, il mercato azionario inglese è attualmente una delle nostre idee d'investimento ad alta convinzione, arrivando da un lungo periodo di sottoperformance ed essendo oggi tornato appetibile anche per gli investitori esteri». Su quali settori puntare? «Come dicevo, sono da preferire i comparti ciclici come quelli già menzionati, ma usando ulteriori criteri di selettività. Nel settore delle automobili, ad esempio, è meglio puntare sui costruttori più avanti nel processo di elettrificazione e nelle auto ibride, come Daimler, Volvo e Volkswagen. Un tema simile può essere sfruttato guardando alle utilities verdi, come Schneider electric, che è tra i principali produttori di batterie per auto ibride. Nel settore delle linee aeree, meglio privilegiare le compagnie low cost e specializzate nei viaggi a più corto raggio, ad esempio Ryanair; quando infatti torneremo a viaggiare, ci sarà una maggiore attenzione ai costi e più limitazioni per gli spostamenti intercontinentali». Da quali stare alla larga? «La tecnologia finora è il settore più debole quest'anno: ha funzionato molto bene durante tutto il 2020, nel pieno della pandemia, ma si trova oggi frenata dal fenomeno di rotazione sopra menzionato. Gli investitori prendono infatti profitto dalla tecnologia per finanziare gli acquisti sui settori ciclici che hanno performato meno, nella speranza, finora concretizzatasi, di maggiori possibilità di profitto. Anche il recente rialzo dei rendimenti governativi rappresenta un vento contrario al settore tech e agli altri investimenti con un rapporto prezzo/rendimento abbastanza alto». Quanto è interessante oggi per un risparmiatore l'investimento in prodotti Esg? «L'Esg (che include la considerazione degli impatti ambientali, sociali e di governance, ndr) è ormai un trend in consolidamento, che attira sempre più flussi di capitali da parte di un range di investitori ampio; quindi, al di là degli aspetti etici sicuramente importanti per molti risparmiatori, i flussi in ingresso tendono a sostenere la valutazione degli investimenti targati Esg a scapito di tutto il resto e questo è già evidente nel buon andamento degli indici Esg rispetto ai corrispondenti classici».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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