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2024-10-25
Ettore Moretti. La storia del «re delle tende»
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Immagini pubblicitarie della Ettore Moretti. nel riquadro a destra, il fondatore (Getty Images)
Il Cavaliere del lavoro Ettore Moretti (Milano, 23 luglio 1878 – Velate, Varese 26 gennaio 1976) scompariva quasi centenario alla metà degli anni Settanta. L’imprenditore milanese se ne andava con un lungo elenco di onorificenze, tra cui la Medaglia di Grand Ufficiale della Corona, di Cavaliere dell’ordine Mauriziano, dei Benemeriti della Cultura e dell’Arte solo per citarne alcune. In settant’anni di carriera, aveva creato un impero (oggi quasi dimenticato) nel campo dell’industria tessile applicata ai materiali da campeggio e accampamento civile e militare. I prodotti della Ettore Moretti si legarono negli anni alle grandi imprese, quelle ancora ricordate universalmente, delle esplorazioni e delle colonie, di due guerre e dell’alpinismo italiano. Il nome dell’azienda milanese fu inoltre universalmente presente, dal secondo dopoguerra, nel progressivo sviluppo del nascente turismo di massa.
La storia della Ettore Moretti iniziò all’alba del XX secolo. Il fondatore veniva da una importante esperienza di rappresentanza per un’azienda tessile tedesca, la Gerlach &Co dalla quale apprese il know-how per alimentare il proprio futuro di imprenditore. I primi passi nel 1907, quando Moretti aprì il primo piccolo stabilimento in via Schiaffino nel quartiere della Bovisa, uno dei nuclei della crescente industrializzazione della Milano d’inizio secolo. Lo stesso anno fu chiamato a Roma dal Ministero della difesa per una commessa per la realizzazione di un grande ospedale da campo, costituito da una enorme tenda da 100 posti letto. L’impegno in campo sanitario della neonata azienda milanese sarà messo alla prova l’anno successivo, il 1908, quando un disastroso terremoto con epicentro nello Stretto di Messina sconvolse la Sicilia e la Calabria. Con i contingenti militari in soccorso alle popolazioni, giunsero anche le tende Ettore Moretti modello «Milano», la cui disponibilità provvidenziale contribuì alla crescita di notorietà della fabbrica tessile. La sorte volle che la storia si ripetesse il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò nuovamente ad Avezzano (L’Aquila) e questa volta, oltre a fornire i materiali, Ettore Moretti si recò personalmente nei luoghi della catastrofe meritando la prima medaglia di una lunga serie. Pochi mesi dopo l’ultimo sisma abruzzese la Grande Guerra infiammava l’Europa. La ditta Moretti fu tra i principali fornitori del Regio Esercito. Tra i materiali forniti, le tende e le strutture accessorie degli ospedali mobili campali, le cosiddette «ambulanze chirurgiche» sotto le quali furono operati migliaia di feriti.
Tornato il sereno sull’Italia dopo la tempesta della guerra, per la Ettore Moretti gli anni Venti e Trenta segneranno un periodo di significativa crescita, allargata al campo del neonato interesse turistico. Nel 1923 Moretti lega il nome dell’azienda al Touring Club Italiano con il finanziamento e la fornitura di tende del villaggio alpino del TCI alla Conca di By, in Valle d’Aosta. Membro del direttivo del club, l’imprenditore milanese partecipò attivamente allo sviluppo del turismo collettivo stimolato fin dai primi anni del regime, differenziando sempre di più l’offerta con modelli di tende e accessori che si adattavano alle diverse tipologie d’uso e ai climi differenti, dall’alta montagna alle pinete marine. Anche l’avventura coloniale della metà degli anni Trenta portò la firma della Ettore Moretti, che iniziò la produzione di modelli adatti ai climi dell’Africa orientale («Cheren» e «Assab»). Ma quella che diventò probabilmente la tenda più famosa del mondo era una Ettore Moretti del 1928, la «Tenda Rossa» protagonista della epica quanto sfortunata spedizione di Umberto Nobile. Uscita dalla fabbrica della Bovisa, la tenda di forma piramidale presentava una pianta quadrata di 2,70x2,70 metri, con un’altezza massima di 2,50. L’ingresso era circolare con diametro di 1 metro a 20 cm. dal terreno. Pensata specificamente per la spedizione artica, era il risultato di uno studio attento dei materiali e della qualità di questi ultimi. All’esterno, la superficie della tenda era in tessuto di seta mentre l’interno (progettato appositamente per contrastare l’oftalmia da neve) era in taffetà color blu petrolio. Tra i due strati vi era una sottile intercapedine con funzione isolante mentre le giunture erano in cuoio. La tenda era di colore sabbia, non rossa. Divenne famosa con il nome di «Tenda Rossa» perché i superstiti bloccati sul pack cosparsero la superficie esterna di anilina di colore rosso per aumentare la visibilità dall’alto per i soccorsi aerei. La tenda Moretti rimase esposta al clima estremo del Polo Nord per 48 giorni, salvando di fatto i superstiti del dirigibile «Italia» da morte sicura. Anche la spedizione per il recupero di Nobile e compagni era equipaggiata con le robustissime tende della azienda milanese, la cui sede sociale si spostò a due passi dal Castello Sforzesco, in Foro Bonaparte. Negli anni tra le due guerre il portfolio dei prodotti si ampliò, comprendendo una ampia gamma di giacche e giacconi impermeabili, seggiole da campo, sdraio e brandine di notevole design, oltre ai copertoni impermeabili per carri e autocarri.
Alla fine degli anni Trenta, Ettore Moretti partecipò con cospicui finanziamenti alla realizzazione di opere pubbliche come la sistemazione della pavimentazione di Piazza Duomo nel 1938. La Seconda guerra mondiale rappresentò per la Ettore Moretti una nuova ondata di forniture per l’esercito, che proseguirà anche dopo la fine del conflitto. Nel 1941 il fondatore è insignito di titolo di Cavaliere del lavoro. Passati gli anni più difficili del secondo dopoguerra, la Ettore Moretti non ebbe bisogno, come molte altre aziende, di operare alcuna riconversione. Al contrario, l’azienda ormai tra le più importanti d’Europa per i materiali da campeggio, colse dagli anni Cinquanta il rinnovato interesse degli italiani per il tempo libero e la natura. Una forma di turismo diversa da quella massificata dal ventennio, che aveva costruito molte infrastrutture per accogliere le schiere dei figli dei lavoratori o i gruppi del dopolavoro. Il turismo moderno ripartiva da una base familiare o individuale, offrendo così la possibilità alla Moretti di intercettare la domanda crescente con una gamma di prodotti attentamente studiata per gli usi privati, per il campeggio in montagna o al mare spesso raggiunto con lo scooter o con le auto della prima motorizzazione nazionale (che in quegli anni ebbe un nome proprio, l’«autocampeggio»). Forte rimase il legame con la montagna e l’alpinismo. Praticamente tutti i professionisti erano dotati di tende Ettore Moretti progettate per l’alta montagna. Non fecero eccezione i protagonisti delle grandi imprese alpinistiche italiane, prima tra tutte la conquista del K2 del 31 luglio 1954. Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e compagni trovarono riparo durante l’ascesa nelle piccole ma robustissime tende di color arancio firmate dalla ormai storica azienda milanese. Quasi vent’anni dopo, il logo Ettore Moretti conquistava anche l’Everest con la spedizione del 1973 organizzata da Guido Monzino, che portò la bandiera italiana sulla vetta del mondo il 5 maggio per mano degli alpinisti e militari Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang.
Sfogliando i cataloghi dell’azienda tra gli anni Sessanta e Settanta (un estratto nella gallery qui sotto) si rimane colpiti dalla modernità dell’offerta. Leader affermata nel settore del campeggio e del tempo libero, la Ettore Moretti pareva anticipare di decenni la realtà delle grandi catene estere che oggi dominano il mercato globale. Negli opuscoli era posto l’accento sull’attento controllo di qualità dei materiali di prima scelta, sulla garanzia di impermeabilizzazione e sull’innovazione in particolar modo dei sistemi di montaggio sempre più sofisticati e brevettati dalla società della Bovisa (piastrine in lega per l’assicurazione dei picchetti, supporti a compasso, tubi in acciaio saldato). Il catalogo si arricchì di accessori come sacchi a pelo, zaini alpini, lavabi smontabili, tavolini e sedie, con un occhio di riguardo al design come la storica «Sudanese».
Furono eventi globali negativi a mettere la parola fine alla storia della gloriosa azienda milanese. Nella prima metà degli anni Settanta la grave crisi economica mondiale spense la luce alla crescita del decennio precedente. Ettore Moretti, dal suo buen retiro di Gressoney Saint-Jean dove aveva rilevato il meraviglioso castello dai Savoia dal 1936, visse da ultra novantenne il declino della sua azienda. Incalzata dalla crisi e dalla concorrenza estera (in particolare francese) che offriva prodotti di qualità e prezzo inferiori, la Ettore Moretti fu messa in regime di concordato nel 1975. Il 26 gennaio 1976, all’età di 97 anni, il fondatore si spegneva nella sua villa di Velate, all’ombra delle montagne di Campo dei Fiori.
Si rinrgazia la Fondazione Biblioteca di via Senato di Milano per avere fornito i cataloghi della Ettore Moretti conservati nel Fondo Storia dell'Impresa Italiana.
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Nata all'alba del XX secolo a Milano, per 70 anni l'azienda fu leader indiscussa nel settore dei materiali da accampamento. Produsse la «Tenda Rossa» di Umberto Nobile e i materiali usati sul K2 e sull'Everest. Fornì l'esercito per due guerre mondiali, fu protagonista della rinascita del turismo del «boom» economico.Il Cavaliere del lavoro Ettore Moretti (Milano, 23 luglio 1878 – Velate, Varese 26 gennaio 1976) scompariva quasi centenario alla metà degli anni Settanta. L’imprenditore milanese se ne andava con un lungo elenco di onorificenze, tra cui la Medaglia di Grand Ufficiale della Corona, di Cavaliere dell’ordine Mauriziano, dei Benemeriti della Cultura e dell’Arte solo per citarne alcune. In settant’anni di carriera, aveva creato un impero (oggi quasi dimenticato) nel campo dell’industria tessile applicata ai materiali da campeggio e accampamento civile e militare. I prodotti della Ettore Moretti si legarono negli anni alle grandi imprese, quelle ancora ricordate universalmente, delle esplorazioni e delle colonie, di due guerre e dell’alpinismo italiano. Il nome dell’azienda milanese fu inoltre universalmente presente, dal secondo dopoguerra, nel progressivo sviluppo del nascente turismo di massa.La storia della Ettore Moretti iniziò all’alba del XX secolo. Il fondatore veniva da una importante esperienza di rappresentanza per un’azienda tessile tedesca, la Gerlach &Co dalla quale apprese il know-how per alimentare il proprio futuro di imprenditore. I primi passi nel 1907, quando Moretti aprì il primo piccolo stabilimento in via Schiaffino nel quartiere della Bovisa, uno dei nuclei della crescente industrializzazione della Milano d’inizio secolo. Lo stesso anno fu chiamato a Roma dal Ministero della difesa per una commessa per la realizzazione di un grande ospedale da campo, costituito da una enorme tenda da 100 posti letto. L’impegno in campo sanitario della neonata azienda milanese sarà messo alla prova l’anno successivo, il 1908, quando un disastroso terremoto con epicentro nello Stretto di Messina sconvolse la Sicilia e la Calabria. Con i contingenti militari in soccorso alle popolazioni, giunsero anche le tende Ettore Moretti modello «Milano», la cui disponibilità provvidenziale contribuì alla crescita di notorietà della fabbrica tessile. La sorte volle che la storia si ripetesse il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò nuovamente ad Avezzano (L’Aquila) e questa volta, oltre a fornire i materiali, Ettore Moretti si recò personalmente nei luoghi della catastrofe meritando la prima medaglia di una lunga serie. Pochi mesi dopo l’ultimo sisma abruzzese la Grande Guerra infiammava l’Europa. La ditta Moretti fu tra i principali fornitori del Regio Esercito. Tra i materiali forniti, le tende e le strutture accessorie degli ospedali mobili campali, le cosiddette «ambulanze chirurgiche» sotto le quali furono operati migliaia di feriti.Tornato il sereno sull’Italia dopo la tempesta della guerra, per la Ettore Moretti gli anni Venti e Trenta segneranno un periodo di significativa crescita, allargata al campo del neonato interesse turistico. Nel 1923 Moretti lega il nome dell’azienda al Touring Club Italiano con il finanziamento e la fornitura di tende del villaggio alpino del TCI alla Conca di By, in Valle d’Aosta. Membro del direttivo del club, l’imprenditore milanese partecipò attivamente allo sviluppo del turismo collettivo stimolato fin dai primi anni del regime, differenziando sempre di più l’offerta con modelli di tende e accessori che si adattavano alle diverse tipologie d’uso e ai climi differenti, dall’alta montagna alle pinete marine. Anche l’avventura coloniale della metà degli anni Trenta portò la firma della Ettore Moretti, che iniziò la produzione di modelli adatti ai climi dell’Africa orientale («Cheren» e «Assab»). Ma quella che diventò probabilmente la tenda più famosa del mondo era una Ettore Moretti del 1928, la «Tenda Rossa» protagonista della epica quanto sfortunata spedizione di Umberto Nobile. Uscita dalla fabbrica della Bovisa, la tenda di forma piramidale presentava una pianta quadrata di 2,70x2,70 metri, con un’altezza massima di 2,50. L’ingresso era circolare con diametro di 1 metro a 20 cm. dal terreno. Pensata specificamente per la spedizione artica, era il risultato di uno studio attento dei materiali e della qualità di questi ultimi. All’esterno, la superficie della tenda era in tessuto di seta mentre l’interno (progettato appositamente per contrastare l’oftalmia da neve) era in taffetà color blu petrolio. Tra i due strati vi era una sottile intercapedine con funzione isolante mentre le giunture erano in cuoio. La tenda era di colore sabbia, non rossa. Divenne famosa con il nome di «Tenda Rossa» perché i superstiti bloccati sul pack cosparsero la superficie esterna di anilina di colore rosso per aumentare la visibilità dall’alto per i soccorsi aerei. La tenda Moretti rimase esposta al clima estremo del Polo Nord per 48 giorni, salvando di fatto i superstiti del dirigibile «Italia» da morte sicura. Anche la spedizione per il recupero di Nobile e compagni era equipaggiata con le robustissime tende della azienda milanese, la cui sede sociale si spostò a due passi dal Castello Sforzesco, in Foro Bonaparte. Negli anni tra le due guerre il portfolio dei prodotti si ampliò, comprendendo una ampia gamma di giacche e giacconi impermeabili, seggiole da campo, sdraio e brandine di notevole design, oltre ai copertoni impermeabili per carri e autocarri. Alla fine degli anni Trenta, Ettore Moretti partecipò con cospicui finanziamenti alla realizzazione di opere pubbliche come la sistemazione della pavimentazione di Piazza Duomo nel 1938. La Seconda guerra mondiale rappresentò per la Ettore Moretti una nuova ondata di forniture per l’esercito, che proseguirà anche dopo la fine del conflitto. Nel 1941 il fondatore è insignito di titolo di Cavaliere del lavoro. Passati gli anni più difficili del secondo dopoguerra, la Ettore Moretti non ebbe bisogno, come molte altre aziende, di operare alcuna riconversione. Al contrario, l’azienda ormai tra le più importanti d’Europa per i materiali da campeggio, colse dagli anni Cinquanta il rinnovato interesse degli italiani per il tempo libero e la natura. Una forma di turismo diversa da quella massificata dal ventennio, che aveva costruito molte infrastrutture per accogliere le schiere dei figli dei lavoratori o i gruppi del dopolavoro. Il turismo moderno ripartiva da una base familiare o individuale, offrendo così la possibilità alla Moretti di intercettare la domanda crescente con una gamma di prodotti attentamente studiata per gli usi privati, per il campeggio in montagna o al mare spesso raggiunto con lo scooter o con le auto della prima motorizzazione nazionale (che in quegli anni ebbe un nome proprio, l’«autocampeggio»). Forte rimase il legame con la montagna e l’alpinismo. Praticamente tutti i professionisti erano dotati di tende Ettore Moretti progettate per l’alta montagna. Non fecero eccezione i protagonisti delle grandi imprese alpinistiche italiane, prima tra tutte la conquista del K2 del 31 luglio 1954. Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e compagni trovarono riparo durante l’ascesa nelle piccole ma robustissime tende di color arancio firmate dalla ormai storica azienda milanese. Quasi vent’anni dopo, il logo Ettore Moretti conquistava anche l’Everest con la spedizione del 1973 organizzata da Guido Monzino, che portò la bandiera italiana sulla vetta del mondo il 5 maggio per mano degli alpinisti e militari Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang.Sfogliando i cataloghi dell’azienda tra gli anni Sessanta e Settanta (un estratto nella gallery qui sotto) si rimane colpiti dalla modernità dell’offerta. Leader affermata nel settore del campeggio e del tempo libero, la Ettore Moretti pareva anticipare di decenni la realtà delle grandi catene estere che oggi dominano il mercato globale. Negli opuscoli era posto l’accento sull’attento controllo di qualità dei materiali di prima scelta, sulla garanzia di impermeabilizzazione e sull’innovazione in particolar modo dei sistemi di montaggio sempre più sofisticati e brevettati dalla società della Bovisa (piastrine in lega per l’assicurazione dei picchetti, supporti a compasso, tubi in acciaio saldato). Il catalogo si arricchì di accessori come sacchi a pelo, zaini alpini, lavabi smontabili, tavolini e sedie, con un occhio di riguardo al design come la storica «Sudanese».Furono eventi globali negativi a mettere la parola fine alla storia della gloriosa azienda milanese. Nella prima metà degli anni Settanta la grave crisi economica mondiale spense la luce alla crescita del decennio precedente. Ettore Moretti, dal suo buen retiro di Gressoney Saint-Jean dove aveva rilevato il meraviglioso castello dai Savoia dal 1936, visse da ultra novantenne il declino della sua azienda. Incalzata dalla crisi e dalla concorrenza estera (in particolare francese) che offriva prodotti di qualità e prezzo inferiori, la Ettore Moretti fu messa in regime di concordato nel 1975. Il 26 gennaio 1976, all’età di 97 anni, il fondatore si spegneva nella sua villa di Velate, all’ombra delle montagne di Campo dei Fiori.Si rinrgazia la Fondazione Biblioteca di via Senato di Milano per avere fornito i cataloghi della Ettore Moretti conservati nel Fondo Storia dell'Impresa Italiana.
Elisabetta Gardini (Imagoeconomica)
La proposta di legge a prima firma Elisabetta Gardini di Fratelli d’Italia può essere considerata solo un ricordo. «In merito alle notizie riportate dalla stampa sulla proposta di legge in materia di disciplina condominiale, si precisa che la pdl in questione è stata formalmente ritirata», ha chiarito ieri la Gardini, vice capogruppo di Fratelli d’Italia a Montecitorio a seguito della notizia pubblicata da La Verità, sull’iniziativa presa dal comitato tecnico della riforma di inviare alle associazioni di settore una convocazione per aprire tavoli di confronto. Nella missiva che La Verità ha potuto leggere c’era scritto: «Questo comitato tecnico, su mandato degli onorevoli deputati firmatari, sta procedendo con i tavoli di confronto con le parti sociali interessate allo scopo di raccogliere il loro prezioso contributo. Questa proposta», si legge ancora, «è un cantiere aperto e quindi il vostro contributo è ritenuto essenziale e funzionale alla costruzione di una versione definitiva alla proposta che possa , così, riscontrare le segnalazioni di tutti». E poi: «Tanto premesso, codesta associazione/organizzazione è convocata al tavolo che si terrà il giorno...». Seguivano in calce i nomi dei rappresentanti del comitato, Francesco Schena, Pietrantonio Lisi e Carlo Pikler, oltre all’indicazione del comitato tecnico riforma del condominio, onorevole Elisabetta Gardini. Così l’esponente di FdI ha precisato: «La proposta di legge è stata formalmente ritirata». Il caso quindi è chiuso (resta da capire in nome di chi il comitato stesse inviando queste lettere di convocazione) e i proprietari di immobili possono tirare un sospiro di sollievo. D’altronde se in molti auspicano da tempo una riforma della normativa, è pur vero che il testo presentato a dicembre scorso affrontava la materia in modo profondamente penalizzante per i condomini. Tant’è che subito dalle forze politiche della maggioranza era arrivata una levata di scudi. A cominciare dalla Lega che aveva parlato di testo «con evidenti criticità e non condiviso» facendo intendere in modo esplicito che non c’era una scelta collegiale. Anche Forza Italia aveva preso le distanze e per bocca del responsabile del dipartimento casa, Roberto Rosso, che aveva annunciato «una nuova proposta di riforma sulla disciplina dei condomìni». Mentre il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, aveva chiarito. «È una proposta che, come molte altre, è in discussione alla Camera. Trattandosi di una proposta è indispensabile un confronto tra tutti i soggetti interessati in grado di costruire una posizione di buon senso a tutela della casa degli italiani, senza la quale Fratelli d’Italia ritiene che non potrà proseguire il suo iter».
Insomma, nessuna forza politica sembrava interessata a portare avanti un testo che svantaggia i condomìni moltiplicando la burocrazia e creando i presupposti per una situazione caotica nella gestione degli immobili. Si prevedeva, per esempio, la creazione presso il Mimit (il ministero del Made in Italy), di un elenco nazionale pubblico degli amministratori che avrebbero dovuto essere in possesso di laurea. Poi, lo stop ai pagamenti in contanti e l’obbligo di versare i saldi su uno conto corrente dedicato, postale o bancario, intestato al condominio. Inoltre le informazioni relative alla sicurezza delle parti comuni dell’edificio avrebbero dovuto essere verificate e certificate da una società specializzata.
Gli immobili con oltre 20 condomìni, poi, dovevano dotarsi di un revisore. Il punto più controverso era un altro: chi è in regola con i pagamenti finisce per pagare anche per chi è moroso? I creditori infatti possono agire sulle somme sul conto corrente condominiale (alimentato da chi è in regola con i pagamenti) e in via sussidiaria sui beni dei condomìni in base alla morosità di ciascuno e infine su chi ha sempre pagato. Dopo il danno la beffa. Che a questo punto sembra davvero scampata.
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Christine Lagarde (Ansa)
È la versione monetaria del «non correte tutti verso l’uscita, le porte restano aperte». In altre parole, la Bce sta costruendo un sistema per evitare vendite obbligate prima ancora che qualcuno pensi di farle. Psicologia dei mercati. Mentre a Bruxelles si discute con tono solenne di integrazione dei mercati dei capitali e di mobilitare il risparmio europeo c’è chi ha deciso di affrontare la questione da un’angolazione sorprendente. I Paesi Bassi hanno scelto di cambiare radicalmente il modo in cui tassano le rendite finanziarie, comprese le criptovalute La riforma entrerà in vigore nel 2028 ma ha già acceso un dibattito degno di un seminario di filosofia morale.
La Camera dei Rappresentanti dei Paesi Bassi ha approvato una riforma che certo non agevola gli investimenti. Non sarà tassato solo l’incasso, ma anche ciò che aumenta di valore. Se il portafoglio cresce, anche senza vendere nulla, per il fisco quel guadagno esiste già. È reddito. È imponibile.
È la tassazione dell’arricchimento potenziale. Una metafisica fiscale che Platone avrebbe probabilmente apprezzato. E non importa se questo sistema porterà a vendite forzate visto che i risparmiatori potrebbero essere privi della liquidità necessaria per pagare la tassa.
Il vecchio sistema - che applicava rendimenti teorici stabiliti dallo Stato - era stato demolito dalla magistratura perché giudicato lesivo del diritto di proprietà.
Immobili e partecipazioni in start-up restano fuori. Continueranno a essere tassate solo al momento della vendita - segno che l’economia reale va trattata con cautela. La ricchezza finanziaria, invece, può essere misurata anno per anno, quasi fosse un termometro sociale. Anche le cripto entrano nel perimetro. E qui non è difficile leggere la preoccupazione delle autorità per un fenomeno che cresce più rapidamente delle categorie fiscali tradizionali.
La Nederlandsche Bank ha registrato l’aumento costante degli investimenti digitali tra famiglie e istituzioni, segnale che il confine tra risparmio e speculazione diventa sempre più sfumato. La banca calcola un ammontare di 1,2 miliardi nell’ottobre 2025, rispetto agli 81 milioni di fine 2020. Il settore finanziario deteneva ulteriori 113 milioni di euro in criptovalute direttamente in portafoglio nel terzo trimestre del 2025. Il segretario di Stato al Tesoro, Eugène Heijnen, ha difeso la riforma pur riconoscendo che si poteva fare meglio. Ma il fisco non poteva rinunciare ai 2,3 miliardi di tasse
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Auro Bulbarelli (Ansa)
Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente. Ridategli il microfono, scrivevamo ieri. E così sarà: sarà proprio Auro Bulbarelli, cronista sportivo di lungo corso, a raccontare la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Non è una nostra vittoria, sia chiaro: non siamo così presuntuosi. Chiedevamo soltanto di rimettere le cose in ordine visto che Bulbarelli era stato designato come «voce» per la cerimonia di inaugurazione e poi sostituito per una colpa che non era una colpa: aver «spoilerato» il siparietto tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e Valentino Rossi. Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente.
Poiché nell’appello di ieri ci eravamo rivolti al Quirinale e soprattutto ai vertici Rai, sia all’amministratore delegato Giampaolo Rossi sia allo stesso Paolo Petrecca, chiedendo di riparare l’ingiustizia ai danni di un giornalista che aveva soltanto fatto il suo dovere, ora è giusto riconoscere loro il merito di questa scelta.
Lo ribadiamo: non crediamo di aver influito sulla scelta, se non in quella minuscola porzione che in tanti avranno portato alla causa, però la parola data va onorata: Rossi e Petrecca hanno compiuto la scelta più opportuna e più corretta e se l’hanno concordata con il Colle tanto meglio perché nemmeno lassù ci stavano facendo una bella figura: davvero si può penalizzare la Rai e i telespettatori perché viene anticipato lo sketch tra Mattarella e Valentino Rossi sul tram? Sembra difficile da accettare però questo era accaduto. E l’opposizione, cui non era sembrato vero poter azzannare il direttore di RaiSport compiendo il più facile degli attacchi, in questi giorni di polemiche non ha mai speso una parola a favore di Bulbarelli, neutralizzando così ogni suo commento e ogni suo giudizio velato di difesa dell’azienda e delle professionalità.
Dalla Schlein a Conte, nessuno ha difeso il diritto di Bulbarelli di raccontare - come da prima decisione interna all’azienda, sia chiaro - la cerimonia di inaugurazione; così come, da Conte alla Schlein, nessuno ha fatto cenni critici circa il ruolo del Quirinale rispetto alla esclusione. E questo vale anche per la presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia (Cinquestelle), la quale non perde occasione per ergersi a paladina della tv pubblica: perché non ha chiesto lumi sulla esclusione di Bulbarelli? Perché non ha voluto vedere la consequenzialità dei fatti, ovvero l’anticipazione giornalistica del ruolo di Mattarella, le polemiche per lo spoiler «non concordato» (come se fosse un obbligo deontologico; e non lo è) e infine la collocazione in panchina del giornalista colpevole, perché?
Dunque, sono stati l’ad Giampaolo Rossi e il direttore Paolo Petrecca a rimediare ad una ingiustizia e a favorire il ritorno di colui che il pubblico Rai ha conosciuto nel tempo come voce autorevole del ciclismo. Pertanto, proprio noi che non risparmiamo critiche al primo e al secondo non vogliamo mancare di parola: ridate il microfono al collega Auro e ve ne renderemo merito. Così è: grazie per la scelta, è una vittoria di tutti. È una vittoria per Bulbarelli, designato in prima battuta per l’inaugurazione e quindi assolutamente competente anche per raccontare la chiusura. È una vittoria per i vertici, perché spengono le polemiche lasciando le opposizioni e i critici col cerino in mano. È una vittoria per la Rai perché la professionalità delle risorse interne torna alla sua sacrosanta valorizzazione. Ed è - last but not least - una vittoria per i telespettatori, siano essi appassionati di sport o solo curiosi delle grandi kermesse, poiché gli eventi seguono una loro liturgia che necessita di bravi giornalisti. La Rai, cui va riconosciuto il merito di una copertura importante, non poteva uscire dalle Olimpiadi con la «patacca» della ormai famigerata telecronaca di inaugurazione: doveva riscattare se stessa e chi dal divano ha scelto la tv pubblica rispetto ad altri broadcast che pure trasmettevano in chiaro i Giochi invernali. Il successo di ascolto vale come riconoscimento assegnato dai telespettatori. Finalmente il cerchio si chiude con Auro Bulbarelli che torna al suo posto di telecronista: lo spirito olimpico ha convinto anche coloro che, per reazione, avevano scelto l’opzione peggiore. Ora pensiamo al medagliere affinché sia il più ricco possibile. Così la festa di chiusura sarà ancora più bella.
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