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2024-10-25
Ettore Moretti. La storia del «re delle tende»
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Immagini pubblicitarie della Ettore Moretti. nel riquadro a destra, il fondatore (Getty Images)
Il Cavaliere del lavoro Ettore Moretti (Milano, 23 luglio 1878 – Velate, Varese 26 gennaio 1976) scompariva quasi centenario alla metà degli anni Settanta. L’imprenditore milanese se ne andava con un lungo elenco di onorificenze, tra cui la Medaglia di Grand Ufficiale della Corona, di Cavaliere dell’ordine Mauriziano, dei Benemeriti della Cultura e dell’Arte solo per citarne alcune. In settant’anni di carriera, aveva creato un impero (oggi quasi dimenticato) nel campo dell’industria tessile applicata ai materiali da campeggio e accampamento civile e militare. I prodotti della Ettore Moretti si legarono negli anni alle grandi imprese, quelle ancora ricordate universalmente, delle esplorazioni e delle colonie, di due guerre e dell’alpinismo italiano. Il nome dell’azienda milanese fu inoltre universalmente presente, dal secondo dopoguerra, nel progressivo sviluppo del nascente turismo di massa.
La storia della Ettore Moretti iniziò all’alba del XX secolo. Il fondatore veniva da una importante esperienza di rappresentanza per un’azienda tessile tedesca, la Gerlach &Co dalla quale apprese il know-how per alimentare il proprio futuro di imprenditore. I primi passi nel 1907, quando Moretti aprì il primo piccolo stabilimento in via Schiaffino nel quartiere della Bovisa, uno dei nuclei della crescente industrializzazione della Milano d’inizio secolo. Lo stesso anno fu chiamato a Roma dal Ministero della difesa per una commessa per la realizzazione di un grande ospedale da campo, costituito da una enorme tenda da 100 posti letto. L’impegno in campo sanitario della neonata azienda milanese sarà messo alla prova l’anno successivo, il 1908, quando un disastroso terremoto con epicentro nello Stretto di Messina sconvolse la Sicilia e la Calabria. Con i contingenti militari in soccorso alle popolazioni, giunsero anche le tende Ettore Moretti modello «Milano», la cui disponibilità provvidenziale contribuì alla crescita di notorietà della fabbrica tessile. La sorte volle che la storia si ripetesse il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò nuovamente ad Avezzano (L’Aquila) e questa volta, oltre a fornire i materiali, Ettore Moretti si recò personalmente nei luoghi della catastrofe meritando la prima medaglia di una lunga serie. Pochi mesi dopo l’ultimo sisma abruzzese la Grande Guerra infiammava l’Europa. La ditta Moretti fu tra i principali fornitori del Regio Esercito. Tra i materiali forniti, le tende e le strutture accessorie degli ospedali mobili campali, le cosiddette «ambulanze chirurgiche» sotto le quali furono operati migliaia di feriti.
Tornato il sereno sull’Italia dopo la tempesta della guerra, per la Ettore Moretti gli anni Venti e Trenta segneranno un periodo di significativa crescita, allargata al campo del neonato interesse turistico. Nel 1923 Moretti lega il nome dell’azienda al Touring Club Italiano con il finanziamento e la fornitura di tende del villaggio alpino del TCI alla Conca di By, in Valle d’Aosta. Membro del direttivo del club, l’imprenditore milanese partecipò attivamente allo sviluppo del turismo collettivo stimolato fin dai primi anni del regime, differenziando sempre di più l’offerta con modelli di tende e accessori che si adattavano alle diverse tipologie d’uso e ai climi differenti, dall’alta montagna alle pinete marine. Anche l’avventura coloniale della metà degli anni Trenta portò la firma della Ettore Moretti, che iniziò la produzione di modelli adatti ai climi dell’Africa orientale («Cheren» e «Assab»). Ma quella che diventò probabilmente la tenda più famosa del mondo era una Ettore Moretti del 1928, la «Tenda Rossa» protagonista della epica quanto sfortunata spedizione di Umberto Nobile. Uscita dalla fabbrica della Bovisa, la tenda di forma piramidale presentava una pianta quadrata di 2,70x2,70 metri, con un’altezza massima di 2,50. L’ingresso era circolare con diametro di 1 metro a 20 cm. dal terreno. Pensata specificamente per la spedizione artica, era il risultato di uno studio attento dei materiali e della qualità di questi ultimi. All’esterno, la superficie della tenda era in tessuto di seta mentre l’interno (progettato appositamente per contrastare l’oftalmia da neve) era in taffetà color blu petrolio. Tra i due strati vi era una sottile intercapedine con funzione isolante mentre le giunture erano in cuoio. La tenda era di colore sabbia, non rossa. Divenne famosa con il nome di «Tenda Rossa» perché i superstiti bloccati sul pack cosparsero la superficie esterna di anilina di colore rosso per aumentare la visibilità dall’alto per i soccorsi aerei. La tenda Moretti rimase esposta al clima estremo del Polo Nord per 48 giorni, salvando di fatto i superstiti del dirigibile «Italia» da morte sicura. Anche la spedizione per il recupero di Nobile e compagni era equipaggiata con le robustissime tende della azienda milanese, la cui sede sociale si spostò a due passi dal Castello Sforzesco, in Foro Bonaparte. Negli anni tra le due guerre il portfolio dei prodotti si ampliò, comprendendo una ampia gamma di giacche e giacconi impermeabili, seggiole da campo, sdraio e brandine di notevole design, oltre ai copertoni impermeabili per carri e autocarri.
Alla fine degli anni Trenta, Ettore Moretti partecipò con cospicui finanziamenti alla realizzazione di opere pubbliche come la sistemazione della pavimentazione di Piazza Duomo nel 1938. La Seconda guerra mondiale rappresentò per la Ettore Moretti una nuova ondata di forniture per l’esercito, che proseguirà anche dopo la fine del conflitto. Nel 1941 il fondatore è insignito di titolo di Cavaliere del lavoro. Passati gli anni più difficili del secondo dopoguerra, la Ettore Moretti non ebbe bisogno, come molte altre aziende, di operare alcuna riconversione. Al contrario, l’azienda ormai tra le più importanti d’Europa per i materiali da campeggio, colse dagli anni Cinquanta il rinnovato interesse degli italiani per il tempo libero e la natura. Una forma di turismo diversa da quella massificata dal ventennio, che aveva costruito molte infrastrutture per accogliere le schiere dei figli dei lavoratori o i gruppi del dopolavoro. Il turismo moderno ripartiva da una base familiare o individuale, offrendo così la possibilità alla Moretti di intercettare la domanda crescente con una gamma di prodotti attentamente studiata per gli usi privati, per il campeggio in montagna o al mare spesso raggiunto con lo scooter o con le auto della prima motorizzazione nazionale (che in quegli anni ebbe un nome proprio, l’«autocampeggio»). Forte rimase il legame con la montagna e l’alpinismo. Praticamente tutti i professionisti erano dotati di tende Ettore Moretti progettate per l’alta montagna. Non fecero eccezione i protagonisti delle grandi imprese alpinistiche italiane, prima tra tutte la conquista del K2 del 31 luglio 1954. Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e compagni trovarono riparo durante l’ascesa nelle piccole ma robustissime tende di color arancio firmate dalla ormai storica azienda milanese. Quasi vent’anni dopo, il logo Ettore Moretti conquistava anche l’Everest con la spedizione del 1973 organizzata da Guido Monzino, che portò la bandiera italiana sulla vetta del mondo il 5 maggio per mano degli alpinisti e militari Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang.
Sfogliando i cataloghi dell’azienda tra gli anni Sessanta e Settanta (un estratto nella gallery qui sotto) si rimane colpiti dalla modernità dell’offerta. Leader affermata nel settore del campeggio e del tempo libero, la Ettore Moretti pareva anticipare di decenni la realtà delle grandi catene estere che oggi dominano il mercato globale. Negli opuscoli era posto l’accento sull’attento controllo di qualità dei materiali di prima scelta, sulla garanzia di impermeabilizzazione e sull’innovazione in particolar modo dei sistemi di montaggio sempre più sofisticati e brevettati dalla società della Bovisa (piastrine in lega per l’assicurazione dei picchetti, supporti a compasso, tubi in acciaio saldato). Il catalogo si arricchì di accessori come sacchi a pelo, zaini alpini, lavabi smontabili, tavolini e sedie, con un occhio di riguardo al design come la storica «Sudanese».
Furono eventi globali negativi a mettere la parola fine alla storia della gloriosa azienda milanese. Nella prima metà degli anni Settanta la grave crisi economica mondiale spense la luce alla crescita del decennio precedente. Ettore Moretti, dal suo buen retiro di Gressoney Saint-Jean dove aveva rilevato il meraviglioso castello dai Savoia dal 1936, visse da ultra novantenne il declino della sua azienda. Incalzata dalla crisi e dalla concorrenza estera (in particolare francese) che offriva prodotti di qualità e prezzo inferiori, la Ettore Moretti fu messa in regime di concordato nel 1975. Il 26 gennaio 1976, all’età di 97 anni, il fondatore si spegneva nella sua villa di Velate, all’ombra delle montagne di Campo dei Fiori.
Si rinrgazia la Fondazione Biblioteca di via Senato di Milano per avere fornito i cataloghi della Ettore Moretti conservati nel Fondo Storia dell'Impresa Italiana.
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Nata all'alba del XX secolo a Milano, per 70 anni l'azienda fu leader indiscussa nel settore dei materiali da accampamento. Produsse la «Tenda Rossa» di Umberto Nobile e i materiali usati sul K2 e sull'Everest. Fornì l'esercito per due guerre mondiali, fu protagonista della rinascita del turismo del «boom» economico.Il Cavaliere del lavoro Ettore Moretti (Milano, 23 luglio 1878 – Velate, Varese 26 gennaio 1976) scompariva quasi centenario alla metà degli anni Settanta. L’imprenditore milanese se ne andava con un lungo elenco di onorificenze, tra cui la Medaglia di Grand Ufficiale della Corona, di Cavaliere dell’ordine Mauriziano, dei Benemeriti della Cultura e dell’Arte solo per citarne alcune. In settant’anni di carriera, aveva creato un impero (oggi quasi dimenticato) nel campo dell’industria tessile applicata ai materiali da campeggio e accampamento civile e militare. I prodotti della Ettore Moretti si legarono negli anni alle grandi imprese, quelle ancora ricordate universalmente, delle esplorazioni e delle colonie, di due guerre e dell’alpinismo italiano. Il nome dell’azienda milanese fu inoltre universalmente presente, dal secondo dopoguerra, nel progressivo sviluppo del nascente turismo di massa.La storia della Ettore Moretti iniziò all’alba del XX secolo. Il fondatore veniva da una importante esperienza di rappresentanza per un’azienda tessile tedesca, la Gerlach &Co dalla quale apprese il know-how per alimentare il proprio futuro di imprenditore. I primi passi nel 1907, quando Moretti aprì il primo piccolo stabilimento in via Schiaffino nel quartiere della Bovisa, uno dei nuclei della crescente industrializzazione della Milano d’inizio secolo. Lo stesso anno fu chiamato a Roma dal Ministero della difesa per una commessa per la realizzazione di un grande ospedale da campo, costituito da una enorme tenda da 100 posti letto. L’impegno in campo sanitario della neonata azienda milanese sarà messo alla prova l’anno successivo, il 1908, quando un disastroso terremoto con epicentro nello Stretto di Messina sconvolse la Sicilia e la Calabria. Con i contingenti militari in soccorso alle popolazioni, giunsero anche le tende Ettore Moretti modello «Milano», la cui disponibilità provvidenziale contribuì alla crescita di notorietà della fabbrica tessile. La sorte volle che la storia si ripetesse il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò nuovamente ad Avezzano (L’Aquila) e questa volta, oltre a fornire i materiali, Ettore Moretti si recò personalmente nei luoghi della catastrofe meritando la prima medaglia di una lunga serie. Pochi mesi dopo l’ultimo sisma abruzzese la Grande Guerra infiammava l’Europa. La ditta Moretti fu tra i principali fornitori del Regio Esercito. Tra i materiali forniti, le tende e le strutture accessorie degli ospedali mobili campali, le cosiddette «ambulanze chirurgiche» sotto le quali furono operati migliaia di feriti.Tornato il sereno sull’Italia dopo la tempesta della guerra, per la Ettore Moretti gli anni Venti e Trenta segneranno un periodo di significativa crescita, allargata al campo del neonato interesse turistico. Nel 1923 Moretti lega il nome dell’azienda al Touring Club Italiano con il finanziamento e la fornitura di tende del villaggio alpino del TCI alla Conca di By, in Valle d’Aosta. Membro del direttivo del club, l’imprenditore milanese partecipò attivamente allo sviluppo del turismo collettivo stimolato fin dai primi anni del regime, differenziando sempre di più l’offerta con modelli di tende e accessori che si adattavano alle diverse tipologie d’uso e ai climi differenti, dall’alta montagna alle pinete marine. Anche l’avventura coloniale della metà degli anni Trenta portò la firma della Ettore Moretti, che iniziò la produzione di modelli adatti ai climi dell’Africa orientale («Cheren» e «Assab»). Ma quella che diventò probabilmente la tenda più famosa del mondo era una Ettore Moretti del 1928, la «Tenda Rossa» protagonista della epica quanto sfortunata spedizione di Umberto Nobile. Uscita dalla fabbrica della Bovisa, la tenda di forma piramidale presentava una pianta quadrata di 2,70x2,70 metri, con un’altezza massima di 2,50. L’ingresso era circolare con diametro di 1 metro a 20 cm. dal terreno. Pensata specificamente per la spedizione artica, era il risultato di uno studio attento dei materiali e della qualità di questi ultimi. All’esterno, la superficie della tenda era in tessuto di seta mentre l’interno (progettato appositamente per contrastare l’oftalmia da neve) era in taffetà color blu petrolio. Tra i due strati vi era una sottile intercapedine con funzione isolante mentre le giunture erano in cuoio. La tenda era di colore sabbia, non rossa. Divenne famosa con il nome di «Tenda Rossa» perché i superstiti bloccati sul pack cosparsero la superficie esterna di anilina di colore rosso per aumentare la visibilità dall’alto per i soccorsi aerei. La tenda Moretti rimase esposta al clima estremo del Polo Nord per 48 giorni, salvando di fatto i superstiti del dirigibile «Italia» da morte sicura. Anche la spedizione per il recupero di Nobile e compagni era equipaggiata con le robustissime tende della azienda milanese, la cui sede sociale si spostò a due passi dal Castello Sforzesco, in Foro Bonaparte. Negli anni tra le due guerre il portfolio dei prodotti si ampliò, comprendendo una ampia gamma di giacche e giacconi impermeabili, seggiole da campo, sdraio e brandine di notevole design, oltre ai copertoni impermeabili per carri e autocarri. Alla fine degli anni Trenta, Ettore Moretti partecipò con cospicui finanziamenti alla realizzazione di opere pubbliche come la sistemazione della pavimentazione di Piazza Duomo nel 1938. La Seconda guerra mondiale rappresentò per la Ettore Moretti una nuova ondata di forniture per l’esercito, che proseguirà anche dopo la fine del conflitto. Nel 1941 il fondatore è insignito di titolo di Cavaliere del lavoro. Passati gli anni più difficili del secondo dopoguerra, la Ettore Moretti non ebbe bisogno, come molte altre aziende, di operare alcuna riconversione. Al contrario, l’azienda ormai tra le più importanti d’Europa per i materiali da campeggio, colse dagli anni Cinquanta il rinnovato interesse degli italiani per il tempo libero e la natura. Una forma di turismo diversa da quella massificata dal ventennio, che aveva costruito molte infrastrutture per accogliere le schiere dei figli dei lavoratori o i gruppi del dopolavoro. Il turismo moderno ripartiva da una base familiare o individuale, offrendo così la possibilità alla Moretti di intercettare la domanda crescente con una gamma di prodotti attentamente studiata per gli usi privati, per il campeggio in montagna o al mare spesso raggiunto con lo scooter o con le auto della prima motorizzazione nazionale (che in quegli anni ebbe un nome proprio, l’«autocampeggio»). Forte rimase il legame con la montagna e l’alpinismo. Praticamente tutti i professionisti erano dotati di tende Ettore Moretti progettate per l’alta montagna. Non fecero eccezione i protagonisti delle grandi imprese alpinistiche italiane, prima tra tutte la conquista del K2 del 31 luglio 1954. Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e compagni trovarono riparo durante l’ascesa nelle piccole ma robustissime tende di color arancio firmate dalla ormai storica azienda milanese. Quasi vent’anni dopo, il logo Ettore Moretti conquistava anche l’Everest con la spedizione del 1973 organizzata da Guido Monzino, che portò la bandiera italiana sulla vetta del mondo il 5 maggio per mano degli alpinisti e militari Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang.Sfogliando i cataloghi dell’azienda tra gli anni Sessanta e Settanta (un estratto nella gallery qui sotto) si rimane colpiti dalla modernità dell’offerta. Leader affermata nel settore del campeggio e del tempo libero, la Ettore Moretti pareva anticipare di decenni la realtà delle grandi catene estere che oggi dominano il mercato globale. Negli opuscoli era posto l’accento sull’attento controllo di qualità dei materiali di prima scelta, sulla garanzia di impermeabilizzazione e sull’innovazione in particolar modo dei sistemi di montaggio sempre più sofisticati e brevettati dalla società della Bovisa (piastrine in lega per l’assicurazione dei picchetti, supporti a compasso, tubi in acciaio saldato). Il catalogo si arricchì di accessori come sacchi a pelo, zaini alpini, lavabi smontabili, tavolini e sedie, con un occhio di riguardo al design come la storica «Sudanese».Furono eventi globali negativi a mettere la parola fine alla storia della gloriosa azienda milanese. Nella prima metà degli anni Settanta la grave crisi economica mondiale spense la luce alla crescita del decennio precedente. Ettore Moretti, dal suo buen retiro di Gressoney Saint-Jean dove aveva rilevato il meraviglioso castello dai Savoia dal 1936, visse da ultra novantenne il declino della sua azienda. Incalzata dalla crisi e dalla concorrenza estera (in particolare francese) che offriva prodotti di qualità e prezzo inferiori, la Ettore Moretti fu messa in regime di concordato nel 1975. Il 26 gennaio 1976, all’età di 97 anni, il fondatore si spegneva nella sua villa di Velate, all’ombra delle montagne di Campo dei Fiori.Si rinrgazia la Fondazione Biblioteca di via Senato di Milano per avere fornito i cataloghi della Ettore Moretti conservati nel Fondo Storia dell'Impresa Italiana.
(Ansa)
«Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra». Nella riuscita trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, la sceneggiatura cofirmata da Emmanuel Carrère salva uno dei passaggi più acuti del libro. Il protagonista del romanzo, l’enigmatico consigliori di Vladimir Putin Vadim Baranov, fissa le priorità della guerra ibrida che la Russia deve impegnare sul fronte digitale col suo esercito di hacker. Per farlo, illustra la teoria del filo di ferro: «Man mano che costruirete la vostra rete, vi renderete conto che ci sono dei temi ai quali le persone tengono di più. Io non so quali siano, ve lo diranno i clic. [...] L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più. Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. Non abbiamo preferenze. La nostra unica linea è il filo di ferro. Torciamo da una parte e poi dall’altra. Finché il filo si spezza».
Oggi, a oltre un mese di guerra in Iran, a torcere quel filo che saremmo noi non ci sono (solo) gli eredi della disinformatia sovietica ma da un lato la prima potenza mondiale e dall’altro la Repubblica islamica dell’Iran. E, come ha spiegato al New York Times Darren Linvill, direttore del Media forensics hub della Clemson university, «Teheran sta vincendo la guerra di propaganda. Erano più pronti dell’amministrazione americana, perché si erano preparati per questo conflitto da 50 anni». Una preparazione che non include solo gli arsenali di missili e droni (costruito a spese di una difesa del popolo ritenuta non altrettanto strategica), ma anche una sofisticata rete di «attacco» informatico destinato al mondo occidentale, se è vero che la teocrazia ha praticamente «chiuso» Internet ai suoi cittadini.
Un report stilato in marzo dal Network contagion research institute descrive le caratteristiche di questa offensiva: «Un’architettura di influenza ibrida molto efficace, in cui media controllati dallo Stato (iraniano, ndr), piattaforme di intermediari e attivisti interni (americani contrari al conflitto, ndr) operano in un unico ecosistema che si rafforza. Al centro di questo sistema c’è un circolo facilmente attivabile di mobilitazione e amplificazione [...] il cui risultato è una dinamica rapidamente disponibile in cui proteste localizzate (sempre negli Usa, ndr) si trasformano in una narrazione globalmente disseminata di propaganda». In questo ecosistema, una conferenza stampa di Trump è letteralmente equiparata a un meme creato da bot gestiti dai pasdaran in grado di influenzare milioni di utenti, magari irridendo le spacconate del presidente Usa, accanendosi sulle bare americane nello Stretto di Hormuz, giocando sulle purghe dell’esercito a stelle e strisce, vero «regime change». Secondo la già citata Clemnson university, ci sono 62 account affiliati all’Irgc (Corpo di guardia della rivoluzione islamica) che operano protetti da Vpn che li fanno apparire americani e inglesi. Il resto lo fanno sistemi di traduzione automatica con Ia, e gli algoritmi di X, Tiktok, Facebook. Di questa trumpizzazione polarizzante del mondo è finita vittima anche la spettacolare operazione di salvataggio a Pasqua, ampiamente raccontata dai media americani: il pilota ferito che, su suolo nemico, fugge su una cresta a 2.100 metri, si nasconde in un anfratto per 36 ore, viene recuperato con 155 velivoli e al prezzo di due C-130 distrutti e dopo un gigantesco depistaggio a danno forze iraniane. Per Teheran è tutto falso: gli americani volevano l’uranio arricchito e il colonnello precipitato era un pretesto.
La verità in guerra è tra le prime vittime, da sempre. Qui siamo di fronte a un fatto nuovo, cioè che anche l’Iran ha imparato la lezione di Baranov: «Tutto ciò che fa credere alla forza l’accresce per davvero». E la potenza digitale è terribilmente reale.
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Nel riquadro: Franco Gattinoni, presidente Fto (Ansa)
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
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Christian Raimo (Imagoeconomica)
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
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