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2024-10-25
Ettore Moretti. La storia del «re delle tende»
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Immagini pubblicitarie della Ettore Moretti. nel riquadro a destra, il fondatore (Getty Images)
Il Cavaliere del lavoro Ettore Moretti (Milano, 23 luglio 1878 – Velate, Varese 26 gennaio 1976) scompariva quasi centenario alla metà degli anni Settanta. L’imprenditore milanese se ne andava con un lungo elenco di onorificenze, tra cui la Medaglia di Grand Ufficiale della Corona, di Cavaliere dell’ordine Mauriziano, dei Benemeriti della Cultura e dell’Arte solo per citarne alcune. In settant’anni di carriera, aveva creato un impero (oggi quasi dimenticato) nel campo dell’industria tessile applicata ai materiali da campeggio e accampamento civile e militare. I prodotti della Ettore Moretti si legarono negli anni alle grandi imprese, quelle ancora ricordate universalmente, delle esplorazioni e delle colonie, di due guerre e dell’alpinismo italiano. Il nome dell’azienda milanese fu inoltre universalmente presente, dal secondo dopoguerra, nel progressivo sviluppo del nascente turismo di massa.
La storia della Ettore Moretti iniziò all’alba del XX secolo. Il fondatore veniva da una importante esperienza di rappresentanza per un’azienda tessile tedesca, la Gerlach &Co dalla quale apprese il know-how per alimentare il proprio futuro di imprenditore. I primi passi nel 1907, quando Moretti aprì il primo piccolo stabilimento in via Schiaffino nel quartiere della Bovisa, uno dei nuclei della crescente industrializzazione della Milano d’inizio secolo. Lo stesso anno fu chiamato a Roma dal Ministero della difesa per una commessa per la realizzazione di un grande ospedale da campo, costituito da una enorme tenda da 100 posti letto. L’impegno in campo sanitario della neonata azienda milanese sarà messo alla prova l’anno successivo, il 1908, quando un disastroso terremoto con epicentro nello Stretto di Messina sconvolse la Sicilia e la Calabria. Con i contingenti militari in soccorso alle popolazioni, giunsero anche le tende Ettore Moretti modello «Milano», la cui disponibilità provvidenziale contribuì alla crescita di notorietà della fabbrica tessile. La sorte volle che la storia si ripetesse il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò nuovamente ad Avezzano (L’Aquila) e questa volta, oltre a fornire i materiali, Ettore Moretti si recò personalmente nei luoghi della catastrofe meritando la prima medaglia di una lunga serie. Pochi mesi dopo l’ultimo sisma abruzzese la Grande Guerra infiammava l’Europa. La ditta Moretti fu tra i principali fornitori del Regio Esercito. Tra i materiali forniti, le tende e le strutture accessorie degli ospedali mobili campali, le cosiddette «ambulanze chirurgiche» sotto le quali furono operati migliaia di feriti.
Tornato il sereno sull’Italia dopo la tempesta della guerra, per la Ettore Moretti gli anni Venti e Trenta segneranno un periodo di significativa crescita, allargata al campo del neonato interesse turistico. Nel 1923 Moretti lega il nome dell’azienda al Touring Club Italiano con il finanziamento e la fornitura di tende del villaggio alpino del TCI alla Conca di By, in Valle d’Aosta. Membro del direttivo del club, l’imprenditore milanese partecipò attivamente allo sviluppo del turismo collettivo stimolato fin dai primi anni del regime, differenziando sempre di più l’offerta con modelli di tende e accessori che si adattavano alle diverse tipologie d’uso e ai climi differenti, dall’alta montagna alle pinete marine. Anche l’avventura coloniale della metà degli anni Trenta portò la firma della Ettore Moretti, che iniziò la produzione di modelli adatti ai climi dell’Africa orientale («Cheren» e «Assab»). Ma quella che diventò probabilmente la tenda più famosa del mondo era una Ettore Moretti del 1928, la «Tenda Rossa» protagonista della epica quanto sfortunata spedizione di Umberto Nobile. Uscita dalla fabbrica della Bovisa, la tenda di forma piramidale presentava una pianta quadrata di 2,70x2,70 metri, con un’altezza massima di 2,50. L’ingresso era circolare con diametro di 1 metro a 20 cm. dal terreno. Pensata specificamente per la spedizione artica, era il risultato di uno studio attento dei materiali e della qualità di questi ultimi. All’esterno, la superficie della tenda era in tessuto di seta mentre l’interno (progettato appositamente per contrastare l’oftalmia da neve) era in taffetà color blu petrolio. Tra i due strati vi era una sottile intercapedine con funzione isolante mentre le giunture erano in cuoio. La tenda era di colore sabbia, non rossa. Divenne famosa con il nome di «Tenda Rossa» perché i superstiti bloccati sul pack cosparsero la superficie esterna di anilina di colore rosso per aumentare la visibilità dall’alto per i soccorsi aerei. La tenda Moretti rimase esposta al clima estremo del Polo Nord per 48 giorni, salvando di fatto i superstiti del dirigibile «Italia» da morte sicura. Anche la spedizione per il recupero di Nobile e compagni era equipaggiata con le robustissime tende della azienda milanese, la cui sede sociale si spostò a due passi dal Castello Sforzesco, in Foro Bonaparte. Negli anni tra le due guerre il portfolio dei prodotti si ampliò, comprendendo una ampia gamma di giacche e giacconi impermeabili, seggiole da campo, sdraio e brandine di notevole design, oltre ai copertoni impermeabili per carri e autocarri.
Alla fine degli anni Trenta, Ettore Moretti partecipò con cospicui finanziamenti alla realizzazione di opere pubbliche come la sistemazione della pavimentazione di Piazza Duomo nel 1938. La Seconda guerra mondiale rappresentò per la Ettore Moretti una nuova ondata di forniture per l’esercito, che proseguirà anche dopo la fine del conflitto. Nel 1941 il fondatore è insignito di titolo di Cavaliere del lavoro. Passati gli anni più difficili del secondo dopoguerra, la Ettore Moretti non ebbe bisogno, come molte altre aziende, di operare alcuna riconversione. Al contrario, l’azienda ormai tra le più importanti d’Europa per i materiali da campeggio, colse dagli anni Cinquanta il rinnovato interesse degli italiani per il tempo libero e la natura. Una forma di turismo diversa da quella massificata dal ventennio, che aveva costruito molte infrastrutture per accogliere le schiere dei figli dei lavoratori o i gruppi del dopolavoro. Il turismo moderno ripartiva da una base familiare o individuale, offrendo così la possibilità alla Moretti di intercettare la domanda crescente con una gamma di prodotti attentamente studiata per gli usi privati, per il campeggio in montagna o al mare spesso raggiunto con lo scooter o con le auto della prima motorizzazione nazionale (che in quegli anni ebbe un nome proprio, l’«autocampeggio»). Forte rimase il legame con la montagna e l’alpinismo. Praticamente tutti i professionisti erano dotati di tende Ettore Moretti progettate per l’alta montagna. Non fecero eccezione i protagonisti delle grandi imprese alpinistiche italiane, prima tra tutte la conquista del K2 del 31 luglio 1954. Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e compagni trovarono riparo durante l’ascesa nelle piccole ma robustissime tende di color arancio firmate dalla ormai storica azienda milanese. Quasi vent’anni dopo, il logo Ettore Moretti conquistava anche l’Everest con la spedizione del 1973 organizzata da Guido Monzino, che portò la bandiera italiana sulla vetta del mondo il 5 maggio per mano degli alpinisti e militari Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang.
Sfogliando i cataloghi dell’azienda tra gli anni Sessanta e Settanta (un estratto nella gallery qui sotto) si rimane colpiti dalla modernità dell’offerta. Leader affermata nel settore del campeggio e del tempo libero, la Ettore Moretti pareva anticipare di decenni la realtà delle grandi catene estere che oggi dominano il mercato globale. Negli opuscoli era posto l’accento sull’attento controllo di qualità dei materiali di prima scelta, sulla garanzia di impermeabilizzazione e sull’innovazione in particolar modo dei sistemi di montaggio sempre più sofisticati e brevettati dalla società della Bovisa (piastrine in lega per l’assicurazione dei picchetti, supporti a compasso, tubi in acciaio saldato). Il catalogo si arricchì di accessori come sacchi a pelo, zaini alpini, lavabi smontabili, tavolini e sedie, con un occhio di riguardo al design come la storica «Sudanese».
Furono eventi globali negativi a mettere la parola fine alla storia della gloriosa azienda milanese. Nella prima metà degli anni Settanta la grave crisi economica mondiale spense la luce alla crescita del decennio precedente. Ettore Moretti, dal suo buen retiro di Gressoney Saint-Jean dove aveva rilevato il meraviglioso castello dai Savoia dal 1936, visse da ultra novantenne il declino della sua azienda. Incalzata dalla crisi e dalla concorrenza estera (in particolare francese) che offriva prodotti di qualità e prezzo inferiori, la Ettore Moretti fu messa in regime di concordato nel 1975. Il 26 gennaio 1976, all’età di 97 anni, il fondatore si spegneva nella sua villa di Velate, all’ombra delle montagne di Campo dei Fiori.
Si rinrgazia la Fondazione Biblioteca di via Senato di Milano per avere fornito i cataloghi della Ettore Moretti conservati nel Fondo Storia dell'Impresa Italiana.
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Nata all'alba del XX secolo a Milano, per 70 anni l'azienda fu leader indiscussa nel settore dei materiali da accampamento. Produsse la «Tenda Rossa» di Umberto Nobile e i materiali usati sul K2 e sull'Everest. Fornì l'esercito per due guerre mondiali, fu protagonista della rinascita del turismo del «boom» economico.Il Cavaliere del lavoro Ettore Moretti (Milano, 23 luglio 1878 – Velate, Varese 26 gennaio 1976) scompariva quasi centenario alla metà degli anni Settanta. L’imprenditore milanese se ne andava con un lungo elenco di onorificenze, tra cui la Medaglia di Grand Ufficiale della Corona, di Cavaliere dell’ordine Mauriziano, dei Benemeriti della Cultura e dell’Arte solo per citarne alcune. In settant’anni di carriera, aveva creato un impero (oggi quasi dimenticato) nel campo dell’industria tessile applicata ai materiali da campeggio e accampamento civile e militare. I prodotti della Ettore Moretti si legarono negli anni alle grandi imprese, quelle ancora ricordate universalmente, delle esplorazioni e delle colonie, di due guerre e dell’alpinismo italiano. Il nome dell’azienda milanese fu inoltre universalmente presente, dal secondo dopoguerra, nel progressivo sviluppo del nascente turismo di massa.La storia della Ettore Moretti iniziò all’alba del XX secolo. Il fondatore veniva da una importante esperienza di rappresentanza per un’azienda tessile tedesca, la Gerlach &Co dalla quale apprese il know-how per alimentare il proprio futuro di imprenditore. I primi passi nel 1907, quando Moretti aprì il primo piccolo stabilimento in via Schiaffino nel quartiere della Bovisa, uno dei nuclei della crescente industrializzazione della Milano d’inizio secolo. Lo stesso anno fu chiamato a Roma dal Ministero della difesa per una commessa per la realizzazione di un grande ospedale da campo, costituito da una enorme tenda da 100 posti letto. L’impegno in campo sanitario della neonata azienda milanese sarà messo alla prova l’anno successivo, il 1908, quando un disastroso terremoto con epicentro nello Stretto di Messina sconvolse la Sicilia e la Calabria. Con i contingenti militari in soccorso alle popolazioni, giunsero anche le tende Ettore Moretti modello «Milano», la cui disponibilità provvidenziale contribuì alla crescita di notorietà della fabbrica tessile. La sorte volle che la storia si ripetesse il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò nuovamente ad Avezzano (L’Aquila) e questa volta, oltre a fornire i materiali, Ettore Moretti si recò personalmente nei luoghi della catastrofe meritando la prima medaglia di una lunga serie. Pochi mesi dopo l’ultimo sisma abruzzese la Grande Guerra infiammava l’Europa. La ditta Moretti fu tra i principali fornitori del Regio Esercito. Tra i materiali forniti, le tende e le strutture accessorie degli ospedali mobili campali, le cosiddette «ambulanze chirurgiche» sotto le quali furono operati migliaia di feriti.Tornato il sereno sull’Italia dopo la tempesta della guerra, per la Ettore Moretti gli anni Venti e Trenta segneranno un periodo di significativa crescita, allargata al campo del neonato interesse turistico. Nel 1923 Moretti lega il nome dell’azienda al Touring Club Italiano con il finanziamento e la fornitura di tende del villaggio alpino del TCI alla Conca di By, in Valle d’Aosta. Membro del direttivo del club, l’imprenditore milanese partecipò attivamente allo sviluppo del turismo collettivo stimolato fin dai primi anni del regime, differenziando sempre di più l’offerta con modelli di tende e accessori che si adattavano alle diverse tipologie d’uso e ai climi differenti, dall’alta montagna alle pinete marine. Anche l’avventura coloniale della metà degli anni Trenta portò la firma della Ettore Moretti, che iniziò la produzione di modelli adatti ai climi dell’Africa orientale («Cheren» e «Assab»). Ma quella che diventò probabilmente la tenda più famosa del mondo era una Ettore Moretti del 1928, la «Tenda Rossa» protagonista della epica quanto sfortunata spedizione di Umberto Nobile. Uscita dalla fabbrica della Bovisa, la tenda di forma piramidale presentava una pianta quadrata di 2,70x2,70 metri, con un’altezza massima di 2,50. L’ingresso era circolare con diametro di 1 metro a 20 cm. dal terreno. Pensata specificamente per la spedizione artica, era il risultato di uno studio attento dei materiali e della qualità di questi ultimi. All’esterno, la superficie della tenda era in tessuto di seta mentre l’interno (progettato appositamente per contrastare l’oftalmia da neve) era in taffetà color blu petrolio. Tra i due strati vi era una sottile intercapedine con funzione isolante mentre le giunture erano in cuoio. La tenda era di colore sabbia, non rossa. Divenne famosa con il nome di «Tenda Rossa» perché i superstiti bloccati sul pack cosparsero la superficie esterna di anilina di colore rosso per aumentare la visibilità dall’alto per i soccorsi aerei. La tenda Moretti rimase esposta al clima estremo del Polo Nord per 48 giorni, salvando di fatto i superstiti del dirigibile «Italia» da morte sicura. Anche la spedizione per il recupero di Nobile e compagni era equipaggiata con le robustissime tende della azienda milanese, la cui sede sociale si spostò a due passi dal Castello Sforzesco, in Foro Bonaparte. Negli anni tra le due guerre il portfolio dei prodotti si ampliò, comprendendo una ampia gamma di giacche e giacconi impermeabili, seggiole da campo, sdraio e brandine di notevole design, oltre ai copertoni impermeabili per carri e autocarri. Alla fine degli anni Trenta, Ettore Moretti partecipò con cospicui finanziamenti alla realizzazione di opere pubbliche come la sistemazione della pavimentazione di Piazza Duomo nel 1938. La Seconda guerra mondiale rappresentò per la Ettore Moretti una nuova ondata di forniture per l’esercito, che proseguirà anche dopo la fine del conflitto. Nel 1941 il fondatore è insignito di titolo di Cavaliere del lavoro. Passati gli anni più difficili del secondo dopoguerra, la Ettore Moretti non ebbe bisogno, come molte altre aziende, di operare alcuna riconversione. Al contrario, l’azienda ormai tra le più importanti d’Europa per i materiali da campeggio, colse dagli anni Cinquanta il rinnovato interesse degli italiani per il tempo libero e la natura. Una forma di turismo diversa da quella massificata dal ventennio, che aveva costruito molte infrastrutture per accogliere le schiere dei figli dei lavoratori o i gruppi del dopolavoro. Il turismo moderno ripartiva da una base familiare o individuale, offrendo così la possibilità alla Moretti di intercettare la domanda crescente con una gamma di prodotti attentamente studiata per gli usi privati, per il campeggio in montagna o al mare spesso raggiunto con lo scooter o con le auto della prima motorizzazione nazionale (che in quegli anni ebbe un nome proprio, l’«autocampeggio»). Forte rimase il legame con la montagna e l’alpinismo. Praticamente tutti i professionisti erano dotati di tende Ettore Moretti progettate per l’alta montagna. Non fecero eccezione i protagonisti delle grandi imprese alpinistiche italiane, prima tra tutte la conquista del K2 del 31 luglio 1954. Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e compagni trovarono riparo durante l’ascesa nelle piccole ma robustissime tende di color arancio firmate dalla ormai storica azienda milanese. Quasi vent’anni dopo, il logo Ettore Moretti conquistava anche l’Everest con la spedizione del 1973 organizzata da Guido Monzino, che portò la bandiera italiana sulla vetta del mondo il 5 maggio per mano degli alpinisti e militari Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang.Sfogliando i cataloghi dell’azienda tra gli anni Sessanta e Settanta (un estratto nella gallery qui sotto) si rimane colpiti dalla modernità dell’offerta. Leader affermata nel settore del campeggio e del tempo libero, la Ettore Moretti pareva anticipare di decenni la realtà delle grandi catene estere che oggi dominano il mercato globale. Negli opuscoli era posto l’accento sull’attento controllo di qualità dei materiali di prima scelta, sulla garanzia di impermeabilizzazione e sull’innovazione in particolar modo dei sistemi di montaggio sempre più sofisticati e brevettati dalla società della Bovisa (piastrine in lega per l’assicurazione dei picchetti, supporti a compasso, tubi in acciaio saldato). Il catalogo si arricchì di accessori come sacchi a pelo, zaini alpini, lavabi smontabili, tavolini e sedie, con un occhio di riguardo al design come la storica «Sudanese».Furono eventi globali negativi a mettere la parola fine alla storia della gloriosa azienda milanese. Nella prima metà degli anni Settanta la grave crisi economica mondiale spense la luce alla crescita del decennio precedente. Ettore Moretti, dal suo buen retiro di Gressoney Saint-Jean dove aveva rilevato il meraviglioso castello dai Savoia dal 1936, visse da ultra novantenne il declino della sua azienda. Incalzata dalla crisi e dalla concorrenza estera (in particolare francese) che offriva prodotti di qualità e prezzo inferiori, la Ettore Moretti fu messa in regime di concordato nel 1975. Il 26 gennaio 1976, all’età di 97 anni, il fondatore si spegneva nella sua villa di Velate, all’ombra delle montagne di Campo dei Fiori.Si rinrgazia la Fondazione Biblioteca di via Senato di Milano per avere fornito i cataloghi della Ettore Moretti conservati nel Fondo Storia dell'Impresa Italiana.
Marine Le Pen (Ansa)
Analizzando più attentamente i dati e pur tenendo presente che il voto locale ha sempre logiche proprie, potrebbero però emergere effetti contrastanti e indicazioni di una certa rilevanza anche in vista delle presidenziali previste nel 2027. La prima indicazione evidenzia che il secondo turno delle elezioni municipali francesi ha confermato l’avanzata del Rassemblement national sul piano nazionale, anche se non si è tradotta nella conquista delle principali grandi città, offrendo così letture discordanti in vista del voto del prossimo anno. Il Rassemblement non sfonda nei grandi centri urbani in presenza di un elettorato più giovane, più istruito, più globalizzato, mentre guadagna i favori di un elettorato periferico e rurale, evidenziando così che la frattura tra una Francia urbana e una Francia periferica è una frattura politica strutturale.
Il leader del Rassemblement national Jordan Bardella ha comunque rivendicato «la più grande svolta della sua storia», sostenendo che il partito ha acquisito «un forte slancio», spendibile nel prossimo futuro. La destra ha infatti ottenuto una vittoria significativa a Nizza e si è imposta in diverse città piccole e medie, soprattutto nel Sud del Paese, come Carcassonne, Agde e Mentone, aggiungendo questi risultati al successo del primo turno a Perpignan.
Secondo un sondaggio della società di ricerca Harris Interactive, Bardella resterebbe il favorito per il primo turno delle prossime presidenziali con il 35%, 17 punti sopra l’ex primo ministro Édouard Philippe. Tuttavia, e questa è la seconda indicazione, l’esito delle municipali ha mostrato la persistente difficoltà del Rassemblement national nei ballottaggi, dove si scontra con la tradizionale convergenza delle altre forze politiche per bloccarne l’ascesa. A Tolone, ad esempio, la candidata del partito Laure Lavalette, in vantaggio al primo turno, è stata superata al ballottaggio dalla sindaca conservatrice uscente José Massi. I risultati hanno premiato anche Philippe, rieletto a Le Havre, e acceso la competizione nel campo conservatore, dove i Repubblicani, pur rivendicando il ruolo di principale forza politica, appaiono ancora privi di una candidatura presidenziale unitaria. Nel complesso, il voto municipale consegna al Rassemblement national un rafforzamento territoriale e politico, ma al contempo, conferma anche che il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella continua a incontrare forti resistenze quando si tratta di trasformare il consenso in vittorie decisive nei principali centri, dove affronta un «soffitto urbano» che può essere decisivo al secondo turno.
In questo quadro una terza indicazione emerge dall’esito elettorale di Nizza, che potrebbe configurarsi forse come un piccolo laboratorio per il resto del Paese. Da questa città infatti, la quinta della Francia, sono emersi equilibri tali da poter influenzare le prossime presidenziali. Le recenti esperienze hanno dimostrato che, quando al secondo turno arrivava una lista della destra, l’appello al cosiddetto Rassemblement republicain, l’alleanza trasversale delle altre forze politiche, bastava spesso ad orientare il voto. A Nizza questo non è avvenuto e una più ragionata politica delle alleanze ha permesso alla destra, con Eric Ciotti, di conquistare la città. Certo, e questo vale per tutti, è necessario non eccedere troppo nel considerare queste elezioni un «antipasto presidenziale», dal momento che il voto per i sindaci francesi rimane quello con maggiori implicazioni locali: sono gli stessi francesi a ritenerlo tale. Tuttavia, le indicazioni emerse invitano a un’attenta valutazione, mantenendo lo sguardo sulla Costa Azzurra, oggi più di ieri.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia a margine dell'evento «Stop the Ets to save the ceramics sector» organizzato dall'eurodeputato Stefano Cavedagna dello stesso partito.
Ursula von der Leyen (Getty Images)
Da Camberra annuncia che oggi firma l’ennesimo «accordo storico» con l’Australia. Anche questo è in gestazione da 18 anni ed è la fotocopia del Mercosur: ci guadagnano industria e finanza, ci perdono gli agricoltori. Per la verità, la Coldiretti, che dopo il sì di Francesco Lollobrigida al Mercosur (bisognava dare l’impressione che l’Italia è europeista e non si può mettere in discussione la Commissione dove siede Rafaele Fitto) si è molto ammorbidita, prova a dire che il patto con i canguri crea opportunità all’agroalimentare italiano facendoci sapere che, mentre noi esportiamo in Australia per quasi 900 milioni loro per ora ci vendono per qualcosa meno di 90. Però è un ragionamento che non guarda lontano. L’accordo azzera in un arco di tempo di almeno dieci anni i dazi su buona parte di prodotti europei e di fatto su tutti i prodotti australiani, ma a un prezzo: consentire a loro di continuare a produrre il falso made in Italy.
Il Parmesan, che loro producono a imitazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, possono continuare a venderlo in giro per il mondo, e così il loro «Prosecco». Esiste il Prosecco della King Valley, dove fin dagli anni Novanta viene spumantizzata l’uva glera importata lì da alcuni italoaustraliani. La cantina più nota è la Otto Dal Zotto che a imitazione della strada del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (sito Unesco) ha anche tracciato la Prosecco-road.
Questo spumante soddisfa al 78% il mercato interno australiano e viene esportato anche in Cina, dove noi facciamo grande fatica a vendere.
Il fatturato del Prosecco dei canguri è attorno ai 300 milioni di dollari australiani, pari a circa 130 milioni di euro, circa il 5% del fatturato dello spumante italiano. L’accordo che la Von der Leyen presenta come epocale prevede che per i prossimi dieci anni i vignaioli di Victoria possano continuare a mandare il loro Prosecco in giro per il mondo senza che nessuno possa dir loro nulla. Lo stesso vale per il Parmesan e per tutti i formaggi australiani tra cui un ottimo Gorgonzola, un saporito Romano e una Feta che è un’offesa nazionale alla Grecia. La cosa curiosa è che questi formaggi potranno essere esportati a dazio zero e così tutti gli altri prodotti a imitazione di quelli tricolore che sono in gran parte fatti da emigranti italiani.
L’Ue, come contentino agli agricoltori, ha previsto un contingentamento all’export di carne di agnello, di manzo, un tetto per lo zucchero, per il riso. Ma quello che non torna è che, come già col Mercosur, si mettono in discussione i criteri dell’etichettatura a marchio europeo. Si accetta di separare il prodotto dal luogo di produzione e il nome dalla storicità del processo. Il presidente del Consorzio del Prosecco Doc (è quello che costa meno) Giancarlo Guidolin prova a fare buon viso a cattivo gioco: «Li costringiamo a scriverci australian in etichetta, è un passo avanti». Ciò che Guidolin non dice è che gli australiani sono liberi di vendere il loro Prosecco su tutti i mercati dove la tutela del nostro Doc non vale e cioè in tutto il mondo tranne che in Europa dove però arriverà egualmente. E lo stesso vale per i formaggi. Questo accordo, che Ursula von der Leyen magnifica perché «consente agli australiani di entrare in contatto con i prodotti europei e offre anche una platea di 450 milioni di consumatori ci dà un risparmio di un miliardo sulle tariffe doganali» in realtà all’Ue interessa per due ragioni: il rafforzamento delle intese militari sulla sicurezza soprattutto in mare e progetti di ricerca comuni.
La Von der Leyen dice che in dieci anni l’interscambio crescerà del 33% e quasi a sfiorare i 18 miliardi di export. E a questo guardano i nostri produttori convinti che l’Australia sia il nuovo Eldorado (lo dice Assolatte) ma devono non aver fatto i conti con la concorrenza di ritorno e sull’esiguità del vantaggio: in fine dei conti i dazi in ingresso in Australia delle nostre merci era tra il 5 e il 15%, ma oggi gli australiani avranno via libera in Europa anche perché, come nel caso del Mercosur, non ci sono le clausole di salvaguardia. La butta in politica il capo del Ppe Manfred Weber che parla di un protagonismo europeo nell’area del Pacifico: «Approfondire i legami con un partner fidato dall’altra parte del mondo è particolarmente importante in questo periodo geopolitico, in quanto garantisce maggiore stabilità e prevedibilità per tutti noi». Gli risponde indirettamente l’eurodeputata dei 5 Stelle, Carolina Morace che nota: «L’accordo commerciale Ue-Australia è un insulto all’Italia perché autorizza vini australiani a utilizzare il termine Prosecco. Con questa decisione la Commissione europea legalizza l’Italian sounding e cioè l’imitazione delle nostre eccellenze agroalimentari nel mondo». A darle torto si fa davvero fatica.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'italia a margine dell'evento «Piumini e catene. Storie di Maranza» al Parlamento europeo a Bruxelles.