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2024-10-25
Ettore Moretti. La storia del «re delle tende»
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Immagini pubblicitarie della Ettore Moretti. nel riquadro a destra, il fondatore (Getty Images)
Il Cavaliere del lavoro Ettore Moretti (Milano, 23 luglio 1878 – Velate, Varese 26 gennaio 1976) scompariva quasi centenario alla metà degli anni Settanta. L’imprenditore milanese se ne andava con un lungo elenco di onorificenze, tra cui la Medaglia di Grand Ufficiale della Corona, di Cavaliere dell’ordine Mauriziano, dei Benemeriti della Cultura e dell’Arte solo per citarne alcune. In settant’anni di carriera, aveva creato un impero (oggi quasi dimenticato) nel campo dell’industria tessile applicata ai materiali da campeggio e accampamento civile e militare. I prodotti della Ettore Moretti si legarono negli anni alle grandi imprese, quelle ancora ricordate universalmente, delle esplorazioni e delle colonie, di due guerre e dell’alpinismo italiano. Il nome dell’azienda milanese fu inoltre universalmente presente, dal secondo dopoguerra, nel progressivo sviluppo del nascente turismo di massa.
La storia della Ettore Moretti iniziò all’alba del XX secolo. Il fondatore veniva da una importante esperienza di rappresentanza per un’azienda tessile tedesca, la Gerlach &Co dalla quale apprese il know-how per alimentare il proprio futuro di imprenditore. I primi passi nel 1907, quando Moretti aprì il primo piccolo stabilimento in via Schiaffino nel quartiere della Bovisa, uno dei nuclei della crescente industrializzazione della Milano d’inizio secolo. Lo stesso anno fu chiamato a Roma dal Ministero della difesa per una commessa per la realizzazione di un grande ospedale da campo, costituito da una enorme tenda da 100 posti letto. L’impegno in campo sanitario della neonata azienda milanese sarà messo alla prova l’anno successivo, il 1908, quando un disastroso terremoto con epicentro nello Stretto di Messina sconvolse la Sicilia e la Calabria. Con i contingenti militari in soccorso alle popolazioni, giunsero anche le tende Ettore Moretti modello «Milano», la cui disponibilità provvidenziale contribuì alla crescita di notorietà della fabbrica tessile. La sorte volle che la storia si ripetesse il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò nuovamente ad Avezzano (L’Aquila) e questa volta, oltre a fornire i materiali, Ettore Moretti si recò personalmente nei luoghi della catastrofe meritando la prima medaglia di una lunga serie. Pochi mesi dopo l’ultimo sisma abruzzese la Grande Guerra infiammava l’Europa. La ditta Moretti fu tra i principali fornitori del Regio Esercito. Tra i materiali forniti, le tende e le strutture accessorie degli ospedali mobili campali, le cosiddette «ambulanze chirurgiche» sotto le quali furono operati migliaia di feriti.
Tornato il sereno sull’Italia dopo la tempesta della guerra, per la Ettore Moretti gli anni Venti e Trenta segneranno un periodo di significativa crescita, allargata al campo del neonato interesse turistico. Nel 1923 Moretti lega il nome dell’azienda al Touring Club Italiano con il finanziamento e la fornitura di tende del villaggio alpino del TCI alla Conca di By, in Valle d’Aosta. Membro del direttivo del club, l’imprenditore milanese partecipò attivamente allo sviluppo del turismo collettivo stimolato fin dai primi anni del regime, differenziando sempre di più l’offerta con modelli di tende e accessori che si adattavano alle diverse tipologie d’uso e ai climi differenti, dall’alta montagna alle pinete marine. Anche l’avventura coloniale della metà degli anni Trenta portò la firma della Ettore Moretti, che iniziò la produzione di modelli adatti ai climi dell’Africa orientale («Cheren» e «Assab»). Ma quella che diventò probabilmente la tenda più famosa del mondo era una Ettore Moretti del 1928, la «Tenda Rossa» protagonista della epica quanto sfortunata spedizione di Umberto Nobile. Uscita dalla fabbrica della Bovisa, la tenda di forma piramidale presentava una pianta quadrata di 2,70x2,70 metri, con un’altezza massima di 2,50. L’ingresso era circolare con diametro di 1 metro a 20 cm. dal terreno. Pensata specificamente per la spedizione artica, era il risultato di uno studio attento dei materiali e della qualità di questi ultimi. All’esterno, la superficie della tenda era in tessuto di seta mentre l’interno (progettato appositamente per contrastare l’oftalmia da neve) era in taffetà color blu petrolio. Tra i due strati vi era una sottile intercapedine con funzione isolante mentre le giunture erano in cuoio. La tenda era di colore sabbia, non rossa. Divenne famosa con il nome di «Tenda Rossa» perché i superstiti bloccati sul pack cosparsero la superficie esterna di anilina di colore rosso per aumentare la visibilità dall’alto per i soccorsi aerei. La tenda Moretti rimase esposta al clima estremo del Polo Nord per 48 giorni, salvando di fatto i superstiti del dirigibile «Italia» da morte sicura. Anche la spedizione per il recupero di Nobile e compagni era equipaggiata con le robustissime tende della azienda milanese, la cui sede sociale si spostò a due passi dal Castello Sforzesco, in Foro Bonaparte. Negli anni tra le due guerre il portfolio dei prodotti si ampliò, comprendendo una ampia gamma di giacche e giacconi impermeabili, seggiole da campo, sdraio e brandine di notevole design, oltre ai copertoni impermeabili per carri e autocarri.
Alla fine degli anni Trenta, Ettore Moretti partecipò con cospicui finanziamenti alla realizzazione di opere pubbliche come la sistemazione della pavimentazione di Piazza Duomo nel 1938. La Seconda guerra mondiale rappresentò per la Ettore Moretti una nuova ondata di forniture per l’esercito, che proseguirà anche dopo la fine del conflitto. Nel 1941 il fondatore è insignito di titolo di Cavaliere del lavoro. Passati gli anni più difficili del secondo dopoguerra, la Ettore Moretti non ebbe bisogno, come molte altre aziende, di operare alcuna riconversione. Al contrario, l’azienda ormai tra le più importanti d’Europa per i materiali da campeggio, colse dagli anni Cinquanta il rinnovato interesse degli italiani per il tempo libero e la natura. Una forma di turismo diversa da quella massificata dal ventennio, che aveva costruito molte infrastrutture per accogliere le schiere dei figli dei lavoratori o i gruppi del dopolavoro. Il turismo moderno ripartiva da una base familiare o individuale, offrendo così la possibilità alla Moretti di intercettare la domanda crescente con una gamma di prodotti attentamente studiata per gli usi privati, per il campeggio in montagna o al mare spesso raggiunto con lo scooter o con le auto della prima motorizzazione nazionale (che in quegli anni ebbe un nome proprio, l’«autocampeggio»). Forte rimase il legame con la montagna e l’alpinismo. Praticamente tutti i professionisti erano dotati di tende Ettore Moretti progettate per l’alta montagna. Non fecero eccezione i protagonisti delle grandi imprese alpinistiche italiane, prima tra tutte la conquista del K2 del 31 luglio 1954. Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e compagni trovarono riparo durante l’ascesa nelle piccole ma robustissime tende di color arancio firmate dalla ormai storica azienda milanese. Quasi vent’anni dopo, il logo Ettore Moretti conquistava anche l’Everest con la spedizione del 1973 organizzata da Guido Monzino, che portò la bandiera italiana sulla vetta del mondo il 5 maggio per mano degli alpinisti e militari Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang.
Sfogliando i cataloghi dell’azienda tra gli anni Sessanta e Settanta (un estratto nella gallery qui sotto) si rimane colpiti dalla modernità dell’offerta. Leader affermata nel settore del campeggio e del tempo libero, la Ettore Moretti pareva anticipare di decenni la realtà delle grandi catene estere che oggi dominano il mercato globale. Negli opuscoli era posto l’accento sull’attento controllo di qualità dei materiali di prima scelta, sulla garanzia di impermeabilizzazione e sull’innovazione in particolar modo dei sistemi di montaggio sempre più sofisticati e brevettati dalla società della Bovisa (piastrine in lega per l’assicurazione dei picchetti, supporti a compasso, tubi in acciaio saldato). Il catalogo si arricchì di accessori come sacchi a pelo, zaini alpini, lavabi smontabili, tavolini e sedie, con un occhio di riguardo al design come la storica «Sudanese».
Furono eventi globali negativi a mettere la parola fine alla storia della gloriosa azienda milanese. Nella prima metà degli anni Settanta la grave crisi economica mondiale spense la luce alla crescita del decennio precedente. Ettore Moretti, dal suo buen retiro di Gressoney Saint-Jean dove aveva rilevato il meraviglioso castello dai Savoia dal 1936, visse da ultra novantenne il declino della sua azienda. Incalzata dalla crisi e dalla concorrenza estera (in particolare francese) che offriva prodotti di qualità e prezzo inferiori, la Ettore Moretti fu messa in regime di concordato nel 1975. Il 26 gennaio 1976, all’età di 97 anni, il fondatore si spegneva nella sua villa di Velate, all’ombra delle montagne di Campo dei Fiori.
Si rinrgazia la Fondazione Biblioteca di via Senato di Milano per avere fornito i cataloghi della Ettore Moretti conservati nel Fondo Storia dell'Impresa Italiana.
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Nata all'alba del XX secolo a Milano, per 70 anni l'azienda fu leader indiscussa nel settore dei materiali da accampamento. Produsse la «Tenda Rossa» di Umberto Nobile e i materiali usati sul K2 e sull'Everest. Fornì l'esercito per due guerre mondiali, fu protagonista della rinascita del turismo del «boom» economico.Il Cavaliere del lavoro Ettore Moretti (Milano, 23 luglio 1878 – Velate, Varese 26 gennaio 1976) scompariva quasi centenario alla metà degli anni Settanta. L’imprenditore milanese se ne andava con un lungo elenco di onorificenze, tra cui la Medaglia di Grand Ufficiale della Corona, di Cavaliere dell’ordine Mauriziano, dei Benemeriti della Cultura e dell’Arte solo per citarne alcune. In settant’anni di carriera, aveva creato un impero (oggi quasi dimenticato) nel campo dell’industria tessile applicata ai materiali da campeggio e accampamento civile e militare. I prodotti della Ettore Moretti si legarono negli anni alle grandi imprese, quelle ancora ricordate universalmente, delle esplorazioni e delle colonie, di due guerre e dell’alpinismo italiano. Il nome dell’azienda milanese fu inoltre universalmente presente, dal secondo dopoguerra, nel progressivo sviluppo del nascente turismo di massa.La storia della Ettore Moretti iniziò all’alba del XX secolo. Il fondatore veniva da una importante esperienza di rappresentanza per un’azienda tessile tedesca, la Gerlach &Co dalla quale apprese il know-how per alimentare il proprio futuro di imprenditore. I primi passi nel 1907, quando Moretti aprì il primo piccolo stabilimento in via Schiaffino nel quartiere della Bovisa, uno dei nuclei della crescente industrializzazione della Milano d’inizio secolo. Lo stesso anno fu chiamato a Roma dal Ministero della difesa per una commessa per la realizzazione di un grande ospedale da campo, costituito da una enorme tenda da 100 posti letto. L’impegno in campo sanitario della neonata azienda milanese sarà messo alla prova l’anno successivo, il 1908, quando un disastroso terremoto con epicentro nello Stretto di Messina sconvolse la Sicilia e la Calabria. Con i contingenti militari in soccorso alle popolazioni, giunsero anche le tende Ettore Moretti modello «Milano», la cui disponibilità provvidenziale contribuì alla crescita di notorietà della fabbrica tessile. La sorte volle che la storia si ripetesse il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò nuovamente ad Avezzano (L’Aquila) e questa volta, oltre a fornire i materiali, Ettore Moretti si recò personalmente nei luoghi della catastrofe meritando la prima medaglia di una lunga serie. Pochi mesi dopo l’ultimo sisma abruzzese la Grande Guerra infiammava l’Europa. La ditta Moretti fu tra i principali fornitori del Regio Esercito. Tra i materiali forniti, le tende e le strutture accessorie degli ospedali mobili campali, le cosiddette «ambulanze chirurgiche» sotto le quali furono operati migliaia di feriti.Tornato il sereno sull’Italia dopo la tempesta della guerra, per la Ettore Moretti gli anni Venti e Trenta segneranno un periodo di significativa crescita, allargata al campo del neonato interesse turistico. Nel 1923 Moretti lega il nome dell’azienda al Touring Club Italiano con il finanziamento e la fornitura di tende del villaggio alpino del TCI alla Conca di By, in Valle d’Aosta. Membro del direttivo del club, l’imprenditore milanese partecipò attivamente allo sviluppo del turismo collettivo stimolato fin dai primi anni del regime, differenziando sempre di più l’offerta con modelli di tende e accessori che si adattavano alle diverse tipologie d’uso e ai climi differenti, dall’alta montagna alle pinete marine. Anche l’avventura coloniale della metà degli anni Trenta portò la firma della Ettore Moretti, che iniziò la produzione di modelli adatti ai climi dell’Africa orientale («Cheren» e «Assab»). Ma quella che diventò probabilmente la tenda più famosa del mondo era una Ettore Moretti del 1928, la «Tenda Rossa» protagonista della epica quanto sfortunata spedizione di Umberto Nobile. Uscita dalla fabbrica della Bovisa, la tenda di forma piramidale presentava una pianta quadrata di 2,70x2,70 metri, con un’altezza massima di 2,50. L’ingresso era circolare con diametro di 1 metro a 20 cm. dal terreno. Pensata specificamente per la spedizione artica, era il risultato di uno studio attento dei materiali e della qualità di questi ultimi. All’esterno, la superficie della tenda era in tessuto di seta mentre l’interno (progettato appositamente per contrastare l’oftalmia da neve) era in taffetà color blu petrolio. Tra i due strati vi era una sottile intercapedine con funzione isolante mentre le giunture erano in cuoio. La tenda era di colore sabbia, non rossa. Divenne famosa con il nome di «Tenda Rossa» perché i superstiti bloccati sul pack cosparsero la superficie esterna di anilina di colore rosso per aumentare la visibilità dall’alto per i soccorsi aerei. La tenda Moretti rimase esposta al clima estremo del Polo Nord per 48 giorni, salvando di fatto i superstiti del dirigibile «Italia» da morte sicura. Anche la spedizione per il recupero di Nobile e compagni era equipaggiata con le robustissime tende della azienda milanese, la cui sede sociale si spostò a due passi dal Castello Sforzesco, in Foro Bonaparte. Negli anni tra le due guerre il portfolio dei prodotti si ampliò, comprendendo una ampia gamma di giacche e giacconi impermeabili, seggiole da campo, sdraio e brandine di notevole design, oltre ai copertoni impermeabili per carri e autocarri. Alla fine degli anni Trenta, Ettore Moretti partecipò con cospicui finanziamenti alla realizzazione di opere pubbliche come la sistemazione della pavimentazione di Piazza Duomo nel 1938. La Seconda guerra mondiale rappresentò per la Ettore Moretti una nuova ondata di forniture per l’esercito, che proseguirà anche dopo la fine del conflitto. Nel 1941 il fondatore è insignito di titolo di Cavaliere del lavoro. Passati gli anni più difficili del secondo dopoguerra, la Ettore Moretti non ebbe bisogno, come molte altre aziende, di operare alcuna riconversione. Al contrario, l’azienda ormai tra le più importanti d’Europa per i materiali da campeggio, colse dagli anni Cinquanta il rinnovato interesse degli italiani per il tempo libero e la natura. Una forma di turismo diversa da quella massificata dal ventennio, che aveva costruito molte infrastrutture per accogliere le schiere dei figli dei lavoratori o i gruppi del dopolavoro. Il turismo moderno ripartiva da una base familiare o individuale, offrendo così la possibilità alla Moretti di intercettare la domanda crescente con una gamma di prodotti attentamente studiata per gli usi privati, per il campeggio in montagna o al mare spesso raggiunto con lo scooter o con le auto della prima motorizzazione nazionale (che in quegli anni ebbe un nome proprio, l’«autocampeggio»). Forte rimase il legame con la montagna e l’alpinismo. Praticamente tutti i professionisti erano dotati di tende Ettore Moretti progettate per l’alta montagna. Non fecero eccezione i protagonisti delle grandi imprese alpinistiche italiane, prima tra tutte la conquista del K2 del 31 luglio 1954. Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e compagni trovarono riparo durante l’ascesa nelle piccole ma robustissime tende di color arancio firmate dalla ormai storica azienda milanese. Quasi vent’anni dopo, il logo Ettore Moretti conquistava anche l’Everest con la spedizione del 1973 organizzata da Guido Monzino, che portò la bandiera italiana sulla vetta del mondo il 5 maggio per mano degli alpinisti e militari Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang.Sfogliando i cataloghi dell’azienda tra gli anni Sessanta e Settanta (un estratto nella gallery qui sotto) si rimane colpiti dalla modernità dell’offerta. Leader affermata nel settore del campeggio e del tempo libero, la Ettore Moretti pareva anticipare di decenni la realtà delle grandi catene estere che oggi dominano il mercato globale. Negli opuscoli era posto l’accento sull’attento controllo di qualità dei materiali di prima scelta, sulla garanzia di impermeabilizzazione e sull’innovazione in particolar modo dei sistemi di montaggio sempre più sofisticati e brevettati dalla società della Bovisa (piastrine in lega per l’assicurazione dei picchetti, supporti a compasso, tubi in acciaio saldato). Il catalogo si arricchì di accessori come sacchi a pelo, zaini alpini, lavabi smontabili, tavolini e sedie, con un occhio di riguardo al design come la storica «Sudanese».Furono eventi globali negativi a mettere la parola fine alla storia della gloriosa azienda milanese. Nella prima metà degli anni Settanta la grave crisi economica mondiale spense la luce alla crescita del decennio precedente. Ettore Moretti, dal suo buen retiro di Gressoney Saint-Jean dove aveva rilevato il meraviglioso castello dai Savoia dal 1936, visse da ultra novantenne il declino della sua azienda. Incalzata dalla crisi e dalla concorrenza estera (in particolare francese) che offriva prodotti di qualità e prezzo inferiori, la Ettore Moretti fu messa in regime di concordato nel 1975. Il 26 gennaio 1976, all’età di 97 anni, il fondatore si spegneva nella sua villa di Velate, all’ombra delle montagne di Campo dei Fiori.Si rinrgazia la Fondazione Biblioteca di via Senato di Milano per avere fornito i cataloghi della Ettore Moretti conservati nel Fondo Storia dell'Impresa Italiana.
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
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Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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