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2024-10-25
Ettore Moretti. La storia del «re delle tende»
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Immagini pubblicitarie della Ettore Moretti. nel riquadro a destra, il fondatore (Getty Images)
Il Cavaliere del lavoro Ettore Moretti (Milano, 23 luglio 1878 – Velate, Varese 26 gennaio 1976) scompariva quasi centenario alla metà degli anni Settanta. L’imprenditore milanese se ne andava con un lungo elenco di onorificenze, tra cui la Medaglia di Grand Ufficiale della Corona, di Cavaliere dell’ordine Mauriziano, dei Benemeriti della Cultura e dell’Arte solo per citarne alcune. In settant’anni di carriera, aveva creato un impero (oggi quasi dimenticato) nel campo dell’industria tessile applicata ai materiali da campeggio e accampamento civile e militare. I prodotti della Ettore Moretti si legarono negli anni alle grandi imprese, quelle ancora ricordate universalmente, delle esplorazioni e delle colonie, di due guerre e dell’alpinismo italiano. Il nome dell’azienda milanese fu inoltre universalmente presente, dal secondo dopoguerra, nel progressivo sviluppo del nascente turismo di massa.
La storia della Ettore Moretti iniziò all’alba del XX secolo. Il fondatore veniva da una importante esperienza di rappresentanza per un’azienda tessile tedesca, la Gerlach &Co dalla quale apprese il know-how per alimentare il proprio futuro di imprenditore. I primi passi nel 1907, quando Moretti aprì il primo piccolo stabilimento in via Schiaffino nel quartiere della Bovisa, uno dei nuclei della crescente industrializzazione della Milano d’inizio secolo. Lo stesso anno fu chiamato a Roma dal Ministero della difesa per una commessa per la realizzazione di un grande ospedale da campo, costituito da una enorme tenda da 100 posti letto. L’impegno in campo sanitario della neonata azienda milanese sarà messo alla prova l’anno successivo, il 1908, quando un disastroso terremoto con epicentro nello Stretto di Messina sconvolse la Sicilia e la Calabria. Con i contingenti militari in soccorso alle popolazioni, giunsero anche le tende Ettore Moretti modello «Milano», la cui disponibilità provvidenziale contribuì alla crescita di notorietà della fabbrica tessile. La sorte volle che la storia si ripetesse il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò nuovamente ad Avezzano (L’Aquila) e questa volta, oltre a fornire i materiali, Ettore Moretti si recò personalmente nei luoghi della catastrofe meritando la prima medaglia di una lunga serie. Pochi mesi dopo l’ultimo sisma abruzzese la Grande Guerra infiammava l’Europa. La ditta Moretti fu tra i principali fornitori del Regio Esercito. Tra i materiali forniti, le tende e le strutture accessorie degli ospedali mobili campali, le cosiddette «ambulanze chirurgiche» sotto le quali furono operati migliaia di feriti.
Tornato il sereno sull’Italia dopo la tempesta della guerra, per la Ettore Moretti gli anni Venti e Trenta segneranno un periodo di significativa crescita, allargata al campo del neonato interesse turistico. Nel 1923 Moretti lega il nome dell’azienda al Touring Club Italiano con il finanziamento e la fornitura di tende del villaggio alpino del TCI alla Conca di By, in Valle d’Aosta. Membro del direttivo del club, l’imprenditore milanese partecipò attivamente allo sviluppo del turismo collettivo stimolato fin dai primi anni del regime, differenziando sempre di più l’offerta con modelli di tende e accessori che si adattavano alle diverse tipologie d’uso e ai climi differenti, dall’alta montagna alle pinete marine. Anche l’avventura coloniale della metà degli anni Trenta portò la firma della Ettore Moretti, che iniziò la produzione di modelli adatti ai climi dell’Africa orientale («Cheren» e «Assab»). Ma quella che diventò probabilmente la tenda più famosa del mondo era una Ettore Moretti del 1928, la «Tenda Rossa» protagonista della epica quanto sfortunata spedizione di Umberto Nobile. Uscita dalla fabbrica della Bovisa, la tenda di forma piramidale presentava una pianta quadrata di 2,70x2,70 metri, con un’altezza massima di 2,50. L’ingresso era circolare con diametro di 1 metro a 20 cm. dal terreno. Pensata specificamente per la spedizione artica, era il risultato di uno studio attento dei materiali e della qualità di questi ultimi. All’esterno, la superficie della tenda era in tessuto di seta mentre l’interno (progettato appositamente per contrastare l’oftalmia da neve) era in taffetà color blu petrolio. Tra i due strati vi era una sottile intercapedine con funzione isolante mentre le giunture erano in cuoio. La tenda era di colore sabbia, non rossa. Divenne famosa con il nome di «Tenda Rossa» perché i superstiti bloccati sul pack cosparsero la superficie esterna di anilina di colore rosso per aumentare la visibilità dall’alto per i soccorsi aerei. La tenda Moretti rimase esposta al clima estremo del Polo Nord per 48 giorni, salvando di fatto i superstiti del dirigibile «Italia» da morte sicura. Anche la spedizione per il recupero di Nobile e compagni era equipaggiata con le robustissime tende della azienda milanese, la cui sede sociale si spostò a due passi dal Castello Sforzesco, in Foro Bonaparte. Negli anni tra le due guerre il portfolio dei prodotti si ampliò, comprendendo una ampia gamma di giacche e giacconi impermeabili, seggiole da campo, sdraio e brandine di notevole design, oltre ai copertoni impermeabili per carri e autocarri.
Alla fine degli anni Trenta, Ettore Moretti partecipò con cospicui finanziamenti alla realizzazione di opere pubbliche come la sistemazione della pavimentazione di Piazza Duomo nel 1938. La Seconda guerra mondiale rappresentò per la Ettore Moretti una nuova ondata di forniture per l’esercito, che proseguirà anche dopo la fine del conflitto. Nel 1941 il fondatore è insignito di titolo di Cavaliere del lavoro. Passati gli anni più difficili del secondo dopoguerra, la Ettore Moretti non ebbe bisogno, come molte altre aziende, di operare alcuna riconversione. Al contrario, l’azienda ormai tra le più importanti d’Europa per i materiali da campeggio, colse dagli anni Cinquanta il rinnovato interesse degli italiani per il tempo libero e la natura. Una forma di turismo diversa da quella massificata dal ventennio, che aveva costruito molte infrastrutture per accogliere le schiere dei figli dei lavoratori o i gruppi del dopolavoro. Il turismo moderno ripartiva da una base familiare o individuale, offrendo così la possibilità alla Moretti di intercettare la domanda crescente con una gamma di prodotti attentamente studiata per gli usi privati, per il campeggio in montagna o al mare spesso raggiunto con lo scooter o con le auto della prima motorizzazione nazionale (che in quegli anni ebbe un nome proprio, l’«autocampeggio»). Forte rimase il legame con la montagna e l’alpinismo. Praticamente tutti i professionisti erano dotati di tende Ettore Moretti progettate per l’alta montagna. Non fecero eccezione i protagonisti delle grandi imprese alpinistiche italiane, prima tra tutte la conquista del K2 del 31 luglio 1954. Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e compagni trovarono riparo durante l’ascesa nelle piccole ma robustissime tende di color arancio firmate dalla ormai storica azienda milanese. Quasi vent’anni dopo, il logo Ettore Moretti conquistava anche l’Everest con la spedizione del 1973 organizzata da Guido Monzino, che portò la bandiera italiana sulla vetta del mondo il 5 maggio per mano degli alpinisti e militari Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang.
Sfogliando i cataloghi dell’azienda tra gli anni Sessanta e Settanta (un estratto nella gallery qui sotto) si rimane colpiti dalla modernità dell’offerta. Leader affermata nel settore del campeggio e del tempo libero, la Ettore Moretti pareva anticipare di decenni la realtà delle grandi catene estere che oggi dominano il mercato globale. Negli opuscoli era posto l’accento sull’attento controllo di qualità dei materiali di prima scelta, sulla garanzia di impermeabilizzazione e sull’innovazione in particolar modo dei sistemi di montaggio sempre più sofisticati e brevettati dalla società della Bovisa (piastrine in lega per l’assicurazione dei picchetti, supporti a compasso, tubi in acciaio saldato). Il catalogo si arricchì di accessori come sacchi a pelo, zaini alpini, lavabi smontabili, tavolini e sedie, con un occhio di riguardo al design come la storica «Sudanese».
Furono eventi globali negativi a mettere la parola fine alla storia della gloriosa azienda milanese. Nella prima metà degli anni Settanta la grave crisi economica mondiale spense la luce alla crescita del decennio precedente. Ettore Moretti, dal suo buen retiro di Gressoney Saint-Jean dove aveva rilevato il meraviglioso castello dai Savoia dal 1936, visse da ultra novantenne il declino della sua azienda. Incalzata dalla crisi e dalla concorrenza estera (in particolare francese) che offriva prodotti di qualità e prezzo inferiori, la Ettore Moretti fu messa in regime di concordato nel 1975. Il 26 gennaio 1976, all’età di 97 anni, il fondatore si spegneva nella sua villa di Velate, all’ombra delle montagne di Campo dei Fiori.
Si rinrgazia la Fondazione Biblioteca di via Senato di Milano per avere fornito i cataloghi della Ettore Moretti conservati nel Fondo Storia dell'Impresa Italiana.
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Nata all'alba del XX secolo a Milano, per 70 anni l'azienda fu leader indiscussa nel settore dei materiali da accampamento. Produsse la «Tenda Rossa» di Umberto Nobile e i materiali usati sul K2 e sull'Everest. Fornì l'esercito per due guerre mondiali, fu protagonista della rinascita del turismo del «boom» economico.Il Cavaliere del lavoro Ettore Moretti (Milano, 23 luglio 1878 – Velate, Varese 26 gennaio 1976) scompariva quasi centenario alla metà degli anni Settanta. L’imprenditore milanese se ne andava con un lungo elenco di onorificenze, tra cui la Medaglia di Grand Ufficiale della Corona, di Cavaliere dell’ordine Mauriziano, dei Benemeriti della Cultura e dell’Arte solo per citarne alcune. In settant’anni di carriera, aveva creato un impero (oggi quasi dimenticato) nel campo dell’industria tessile applicata ai materiali da campeggio e accampamento civile e militare. I prodotti della Ettore Moretti si legarono negli anni alle grandi imprese, quelle ancora ricordate universalmente, delle esplorazioni e delle colonie, di due guerre e dell’alpinismo italiano. Il nome dell’azienda milanese fu inoltre universalmente presente, dal secondo dopoguerra, nel progressivo sviluppo del nascente turismo di massa.La storia della Ettore Moretti iniziò all’alba del XX secolo. Il fondatore veniva da una importante esperienza di rappresentanza per un’azienda tessile tedesca, la Gerlach &Co dalla quale apprese il know-how per alimentare il proprio futuro di imprenditore. I primi passi nel 1907, quando Moretti aprì il primo piccolo stabilimento in via Schiaffino nel quartiere della Bovisa, uno dei nuclei della crescente industrializzazione della Milano d’inizio secolo. Lo stesso anno fu chiamato a Roma dal Ministero della difesa per una commessa per la realizzazione di un grande ospedale da campo, costituito da una enorme tenda da 100 posti letto. L’impegno in campo sanitario della neonata azienda milanese sarà messo alla prova l’anno successivo, il 1908, quando un disastroso terremoto con epicentro nello Stretto di Messina sconvolse la Sicilia e la Calabria. Con i contingenti militari in soccorso alle popolazioni, giunsero anche le tende Ettore Moretti modello «Milano», la cui disponibilità provvidenziale contribuì alla crescita di notorietà della fabbrica tessile. La sorte volle che la storia si ripetesse il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò nuovamente ad Avezzano (L’Aquila) e questa volta, oltre a fornire i materiali, Ettore Moretti si recò personalmente nei luoghi della catastrofe meritando la prima medaglia di una lunga serie. Pochi mesi dopo l’ultimo sisma abruzzese la Grande Guerra infiammava l’Europa. La ditta Moretti fu tra i principali fornitori del Regio Esercito. Tra i materiali forniti, le tende e le strutture accessorie degli ospedali mobili campali, le cosiddette «ambulanze chirurgiche» sotto le quali furono operati migliaia di feriti.Tornato il sereno sull’Italia dopo la tempesta della guerra, per la Ettore Moretti gli anni Venti e Trenta segneranno un periodo di significativa crescita, allargata al campo del neonato interesse turistico. Nel 1923 Moretti lega il nome dell’azienda al Touring Club Italiano con il finanziamento e la fornitura di tende del villaggio alpino del TCI alla Conca di By, in Valle d’Aosta. Membro del direttivo del club, l’imprenditore milanese partecipò attivamente allo sviluppo del turismo collettivo stimolato fin dai primi anni del regime, differenziando sempre di più l’offerta con modelli di tende e accessori che si adattavano alle diverse tipologie d’uso e ai climi differenti, dall’alta montagna alle pinete marine. Anche l’avventura coloniale della metà degli anni Trenta portò la firma della Ettore Moretti, che iniziò la produzione di modelli adatti ai climi dell’Africa orientale («Cheren» e «Assab»). Ma quella che diventò probabilmente la tenda più famosa del mondo era una Ettore Moretti del 1928, la «Tenda Rossa» protagonista della epica quanto sfortunata spedizione di Umberto Nobile. Uscita dalla fabbrica della Bovisa, la tenda di forma piramidale presentava una pianta quadrata di 2,70x2,70 metri, con un’altezza massima di 2,50. L’ingresso era circolare con diametro di 1 metro a 20 cm. dal terreno. Pensata specificamente per la spedizione artica, era il risultato di uno studio attento dei materiali e della qualità di questi ultimi. All’esterno, la superficie della tenda era in tessuto di seta mentre l’interno (progettato appositamente per contrastare l’oftalmia da neve) era in taffetà color blu petrolio. Tra i due strati vi era una sottile intercapedine con funzione isolante mentre le giunture erano in cuoio. La tenda era di colore sabbia, non rossa. Divenne famosa con il nome di «Tenda Rossa» perché i superstiti bloccati sul pack cosparsero la superficie esterna di anilina di colore rosso per aumentare la visibilità dall’alto per i soccorsi aerei. La tenda Moretti rimase esposta al clima estremo del Polo Nord per 48 giorni, salvando di fatto i superstiti del dirigibile «Italia» da morte sicura. Anche la spedizione per il recupero di Nobile e compagni era equipaggiata con le robustissime tende della azienda milanese, la cui sede sociale si spostò a due passi dal Castello Sforzesco, in Foro Bonaparte. Negli anni tra le due guerre il portfolio dei prodotti si ampliò, comprendendo una ampia gamma di giacche e giacconi impermeabili, seggiole da campo, sdraio e brandine di notevole design, oltre ai copertoni impermeabili per carri e autocarri. Alla fine degli anni Trenta, Ettore Moretti partecipò con cospicui finanziamenti alla realizzazione di opere pubbliche come la sistemazione della pavimentazione di Piazza Duomo nel 1938. La Seconda guerra mondiale rappresentò per la Ettore Moretti una nuova ondata di forniture per l’esercito, che proseguirà anche dopo la fine del conflitto. Nel 1941 il fondatore è insignito di titolo di Cavaliere del lavoro. Passati gli anni più difficili del secondo dopoguerra, la Ettore Moretti non ebbe bisogno, come molte altre aziende, di operare alcuna riconversione. Al contrario, l’azienda ormai tra le più importanti d’Europa per i materiali da campeggio, colse dagli anni Cinquanta il rinnovato interesse degli italiani per il tempo libero e la natura. Una forma di turismo diversa da quella massificata dal ventennio, che aveva costruito molte infrastrutture per accogliere le schiere dei figli dei lavoratori o i gruppi del dopolavoro. Il turismo moderno ripartiva da una base familiare o individuale, offrendo così la possibilità alla Moretti di intercettare la domanda crescente con una gamma di prodotti attentamente studiata per gli usi privati, per il campeggio in montagna o al mare spesso raggiunto con lo scooter o con le auto della prima motorizzazione nazionale (che in quegli anni ebbe un nome proprio, l’«autocampeggio»). Forte rimase il legame con la montagna e l’alpinismo. Praticamente tutti i professionisti erano dotati di tende Ettore Moretti progettate per l’alta montagna. Non fecero eccezione i protagonisti delle grandi imprese alpinistiche italiane, prima tra tutte la conquista del K2 del 31 luglio 1954. Compagnoni, Lacedelli, Bonatti e compagni trovarono riparo durante l’ascesa nelle piccole ma robustissime tende di color arancio firmate dalla ormai storica azienda milanese. Quasi vent’anni dopo, il logo Ettore Moretti conquistava anche l’Everest con la spedizione del 1973 organizzata da Guido Monzino, che portò la bandiera italiana sulla vetta del mondo il 5 maggio per mano degli alpinisti e militari Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo con gli Sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang.Sfogliando i cataloghi dell’azienda tra gli anni Sessanta e Settanta (un estratto nella gallery qui sotto) si rimane colpiti dalla modernità dell’offerta. Leader affermata nel settore del campeggio e del tempo libero, la Ettore Moretti pareva anticipare di decenni la realtà delle grandi catene estere che oggi dominano il mercato globale. Negli opuscoli era posto l’accento sull’attento controllo di qualità dei materiali di prima scelta, sulla garanzia di impermeabilizzazione e sull’innovazione in particolar modo dei sistemi di montaggio sempre più sofisticati e brevettati dalla società della Bovisa (piastrine in lega per l’assicurazione dei picchetti, supporti a compasso, tubi in acciaio saldato). Il catalogo si arricchì di accessori come sacchi a pelo, zaini alpini, lavabi smontabili, tavolini e sedie, con un occhio di riguardo al design come la storica «Sudanese».Furono eventi globali negativi a mettere la parola fine alla storia della gloriosa azienda milanese. Nella prima metà degli anni Settanta la grave crisi economica mondiale spense la luce alla crescita del decennio precedente. Ettore Moretti, dal suo buen retiro di Gressoney Saint-Jean dove aveva rilevato il meraviglioso castello dai Savoia dal 1936, visse da ultra novantenne il declino della sua azienda. Incalzata dalla crisi e dalla concorrenza estera (in particolare francese) che offriva prodotti di qualità e prezzo inferiori, la Ettore Moretti fu messa in regime di concordato nel 1975. Il 26 gennaio 1976, all’età di 97 anni, il fondatore si spegneva nella sua villa di Velate, all’ombra delle montagne di Campo dei Fiori.Si rinrgazia la Fondazione Biblioteca di via Senato di Milano per avere fornito i cataloghi della Ettore Moretti conservati nel Fondo Storia dell'Impresa Italiana.
Matteo Zoppas (Imagoeconomica)
Facciamo il punto. Sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10% annunciati dal Customs and border protection, l’Agenzia delle dogane. Ma questo è solo un primo passo perché Trump punta comunque al 15% annunciato dopo la sentenza della Corte Suprema della scorsa settimana ed è quindi presumibile che stia lavorando per trovare il supporto giuridico per arrivare a questo obiettivo. Nel frattempo il presidente americano avverte che chi «volesse giocare» con la decisione della Corte Suprema, rischia tariffe molto più alte.
Per le esportazioni italiane questo cosa vuol dire?
«È un momento in cui bisogna essere cauti e prudenti. La situazione che si è venuta a creare tra il presidente Donald Trump e la Corte suprema, è una questione interna americana che è da osservare e capire. Dal canto nostro non bisogna abbassare la guardia e fare il massimo dello sforzo per continuare a promuovere gli Usa. Bisogna capire se i dazi passati saranno sostituiti o sommato ad altre aliquote. Il ministro Tajani ha fatto bene a convocare tutte le categorie del sistema Paese e le imprese per dare un aggiornamento sulla situazione. Il messaggio è di non perdere l’impegno a lavorare con gli Usa che comunque sono una destinazione strategica. Un’impresa che ha una consolidata penetrazione negli Stati Uniti usa questo come biglietto di presentazione per accreditarsi su altri mercati. Essere negli States significa essere in una vetrina importante».
Quali sono le informazioni che vi arrivano?
«A quanto pare per l’Europa si torna a un’imposta doganale del 15% per tutti i prodotti, ad eccezione di quelli, come acciaio e alluminio, per i quali i dazi nascono da un’altra normativa. L’aliquota varrà per 150 giorni. Stanno cercando una formula giuridica per arrivare quanto prima a sbloccare l’impasse creato dalla sentenza della Corte suprema e arrivare ad un 15% anche oltre ai 150 giorni. Nel frattempo si raccomanda di non fare dell’allarmismo. Vale l’invito della Farnesina ad evitare una guerra commerciale. Gli imprenditori ci diranno cosa accade alle merci alla dogana. Ora tutta l’attenzione è giustamente e comprensibilmente focalizzata sulle tariffe doganali e la disputa tra la Casa Bianca e la Corte suprema ma c’è un altro nemico, ben più pericoloso per le imprese, ed è il cambio sfavorevole con il dollaro. Questo raddoppia l’onere dei dazi. Auspichiamo che l’Europa si muova con misure che possono aiutare a far fronte a questa situazione penalizzante. Resta la raccomandazione di non abbassare la guardia sugli Usa che, ripeto, sono destinazione strategica».
Temete ritorsioni da parte del presidente Trump qualora qualcosa dovesse andare storto?
«Certo che le temiamo ed è per questo che mai come adesso è necessario muoversi con estrema prudenza. La diplomazia europea e con essa quella italiana, stanno lavorando per tornare ad una situazione di stabilità».
Avete notizie se le esportazioni, alla luce di questa incertezza, si sono bloccate o hanno rallentato?
«È presto per arrivare a valutazioni di questo tipo. Credo che tutti siano in attesa di una schiarita sulle norme attuative. Questa altalena di notizie, prima il 10% poi il 15 non aiutano ma bisogna tenere i nervi saldi».
C’è la tentazione di smarcarsi dagli Usa e cercare nuovi mercati di sbocco?
«Ogni categoria merceologica si comporta in modo diverso ma tutte rispondono alla strategia che, dove c’è un varco con prospettive di mercato interessante, vale la pena inserirsi e andare a vedere. Gli accordi con il Mercosur e con l’India aprono scenari interessanti. Non dimentichiamo che dal 2014 al 2023 siamo passati da 450 a circa 2400 barriere tariffarie a livello globale. Il che vuol dire che la globalizzazione è ancora lontana e c’è molto da fare. Questo non vuol dire smettere di marcare stretto gli Stati Uniti, che restano uno sbocco importante. Per quanto riguarda l’India, il passaggio per il vino da dazi del 150% al 20% è un’apertura incredibile».
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 febbraio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega perché il Pentagono sconsiglia a Donald Trump un intervento in Iran.
Un soldato dell'M23 di guardia mentre la leadership provinciale del Nord Kivu celebra un anno di controllo di Goma (Getty Images)
Nell’est della Repubblica Democratica del Congo quasi 10 milioni di persone soffrono la fame per il blocco di mercati e campagne. L’M23, gruppo ribelle attivo nel Kivu e accusato di legami con il Ruanda, controlla Goma e le rotte commerciali.
Nell’est della Repubblica Democratica del Congo quasi dieci milioni di persone soffrono la fame. Non perché il cibo sia inesistente, ma perché è diventato irraggiungibile. Le derrate ci sarebbero, ma intere comunità non hanno più la possibilità di acquistarle o trasportarle. È una crisi di accesso, non solo di produzione.
A un anno dalla conquista di Goma, principale centro urbano del Kivu, il movimento ribelle M23 ha tentato di trasformarsi in autorità dominante della regione. Il risultato, secondo testimonianze di commercianti e attivisti, è stato l’allontanamento forzato di agricoltori dalle campagne, il blocco delle merci ai posti di controllo, il deterioramento dei raccolti lasciati marcire e lo stop alle importazioni, salvo quelle provenienti dal Ruanda. Nei mercati restano scaffali vuoti e prezzi fuori controllo. Carne, latte, cereali e ortaggi hanno raggiunto livelli insostenibili. Le Nazioni Unite stimano che entro fine giugno circa tre milioni di persone nell’est del Paese precipiteranno in una fase di emergenza alimentare grave, uno stadio che nei parametri internazionali prelude a un aumento significativo della mortalità. La regione è abituata a instabilità e rincari dopo anni di conflitti, ma l’offensiva dell’M23, sostenuta secondo vari osservatori da Kigali, e la presa di città strategiche come Goma e Bukavu hanno aggravato drasticamente la situazione. Molti abitanti rovistano tra banchi devastati in cerca di avanzi; altri vendono vestiti, elettrodomestici e beni personali per comprare il poco che riescono a trovare.
Nei territori sotto controllo ribelle, i supermercati sono deserti. I campi coltivati restano inaccessibili e i prodotti deperiscono lungo strade sbarrate dai check-point. Investigatori dell’Onu sostengono che il Ruanda abbia rafforzato la propria presenza militare nella zona, combattendo al fianco dell’M23 e contribuendo alla creazione di un’entità autonoma di fatto nel cuore minerario del Paese. Ed è proprio il sottosuolo a spiegare molte delle dinamiche in corso. L’est del Congo è uno dei bacini minerari più ricchi del pianeta. Coltan, oro, stagno, tungsteno e soprattutto cobalto – elemento chiave per batterie, elettronica e transizione energetica – rendono il Kivu un nodo strategico globale. Controllare il territorio significa controllare le miniere, le rotte di esportazione e i flussi finanziari che ne derivano.
Secondo numerosi rapporti internazionali, parte di questi minerali viene esportata attraverso circuiti paralleli che attraversano il confine ruandese prima di raggiungere i mercati internazionali. In questo quadro, la presenza dell’M23 nelle aree estrattive assume una dimensione economica oltre che militare: presidiare le miniere equivale a presidiare una delle filiere più sensibili dell’economia globale. La crisi alimentare si intreccia così con una competizione più ampia per il controllo delle risorse strategiche. Diversi economisti osservano che il Ruanda registra da anni una crescita sostenuta, favorita anche dalla centralità nei traffici minerari regionali. Intanto, la paralisi dell’agricoltura, dei trasporti e dei mercati locali sta trasformando la scarsità in una catastrofe strutturale. Analisti evocano precedenti drammatici, dalla carestia etiope del 1985 al conflitto in corso in Sudan, dove aree un tempo fertili sono diventate epicentri di denutrizione.
«L’M23 sta imponendo una tassazione brutale e un controllo capillare sul commercio alimentare e sulle proprietà», ha dichiarato al Wall Street Journal Richard Moncrieff dell’International Crisis Group. Secondo residenti e operatori economici, l’ingresso di carne e latticini è consentito solo se provenienti dal Ruanda. In alcune zone, anche l’importazione di riso, grano e olio da Paesi confinanti richiede autorizzazioni specifiche.mIl movimento ribelle e il governo ruandese non hanno rilasciato commenti. Kigali respinge le accuse e afferma che la propria presenza militare risponde a esigenze di sicurezza contro milizie hutu rifugiate in Congo dopo il genocidio del 1994.
Nel frattempo, la popolazione continua a pagare il prezzo più alto. Molti negozi hanno chiuso; quelli ancora aperti sono privi di scorte. Nonostante l’annuncio del presidente Donald Trump di un accordo di pace tra Congo e Ruanda lo scorso anno, i combattimenti non si sono fermati. Oltre tre milioni di persone sono state costrette alla fuga negli ultimi dodici mesi. Con la caduta della regione, la banca centrale congolese ha sospeso le operazioni nell’area, interrompendo un flusso fiscale che valeva fino a 900 milioni di dollari annui. Secondo le Nazioni Unite, l’M23 fatica a sostenere le proprie truppe a causa della mancanza di liquidità nelle zone occupate e farebbe affidamento su finanziamenti esterni. In cambio, prodotti ruandesi godrebbero di una posizione dominante nei mercati locali. Il ministro congolese della Comunicazione, Patrick Muyaya, accusa il Ruanda di esercitare una pressione deliberata sulla popolazione limitando aiuti e rifornimenti. «Non è autodifesa», afferma. «È un tentativo di controllo economico tramite un gruppo armato».
Nel distretto di Rutshuru, investigatori Onu riferiscono dell’uccisione di centinaia di agricoltori lo scorso anno e della fuga di circa 70.000 residenti verso l’Uganda. Le terre coltivabili sono state abbandonate o confiscate. Le organizzazioni umanitarie segnalano che l’insicurezza rende quasi impossibile raggiungere le comunità più vulnerabili. L’aeroporto di Goma, un tempo snodo essenziale per gli aiuti, è chiuso. Le Nazioni Unite chiedono con urgenza 350 milioni di dollari per sostenere le operazioni nei prossimi sei mesi, ma finora è stato raccolto meno del 20% dei fondi necessari. Intanto, mentre il sottosuolo del Kivu continua ad alimentare equilibri economici globali, in superficie la popolazione lotta per un pugno di farina.
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Peraltro, si potrebbero citare diversi esempi di decisioni da prendere per ridestare un po’ di fiducia nella società civile. Il più emblematico è rappresentato dal «sistema della doppia sede» del Parlamento europeo, con la relativa transumanza mensile che ciò comporta: una settimana al mese, dal lunedì al giovedì, un esercito tra le 12 e le 15.000 persone percorre i 450 chilometri di distanza tra Bruxelles (sede operativa) e Strasburgo (sede ufficiale) e ritorno, per celebrare il rito della seduta plenaria. Il bell’edificio della cittadina alsaziana, costato 600 milioni di euro, rimane vuoto per le restanti settimane, per 317 giorni all’anno su 365.
Questo avviene perché nei Trattati fondativi e successive modificazioni è scritto che «12 riunioni plenarie all’anno del Parlamento europeo si tengono nella sede di Strasburgo». Lo pretesero i francesi, e allora (fine anni Cinquanta) la scelta aveva sia un senso sia un valore simbolico: Strasburgo, città di confine, bilingue, dominata a fasi alterne da francesi e tedeschi, simboleggiava perfettamente la volontà di riconciliazione e lo spirito unitario. La scelta venne confermata nel 1965 e definitivamente dal Protocollo n. 6 del trattato di Amsterdam del 1997. Oggi però i costi di questo sistema sono diventati insostenibili: una stima attendibile calcola che le spese di mantenimento dell’edificio, di trasferta e missione di deputati, assistenti, funzionari e personale di servizio ammontino ad almeno 180 milioni di euro all’anno, quasi un miliardo di euro per ogni legislatura. Senza contare la questione ambientale: gli spostamenti di auto, aerei, treni e dei mezzi logistici che trasportano i materiali spargono in atmosfera oltre 19.000 tonnellate di anidride carbonica. L’Ue impone ai Paesi membri regole sempre più stringenti e assurde in materia ambientale ma non fa nulla sulle cose che la riguardano direttamente.
Il Parlamento europeo, nelle annuali discussioni di bilancio, ha sollecitato più volte il Consiglio a operare una scelta in materia, visti i costi iperbolici: ma ogni volta che se ne discute, dovendosi modificare i Trattati, è proprio la Francia che si oppone ponendo il veto. Uno dei Paesi più attivi nel voler superare il voto all’unanimità utilizza a riguardo due pesi e due misure.
È giusto non dimenticare la storia, ma per celebrare la riconciliazione i due Paesi hanno già un simbolo: si tratta del monumento ai caduti di tutte le guerre di Strasburgo. Raffigura una madre che regge tra le braccia due figli morti in guerra, nudi e senza uniformi né insegne: due fratelli morti combattendo uno per i francesi e l’altro per i tedeschi, cosa non infrequente in Alsazia.
Ma oltre alle ragioni di natura storica, ve ne sono sottotraccia altre più meschinamente economiche: la presenza mensile di migliaia di persone, in una città di circa 280.000 abitanti, produce effetti benefici sull’economia e sull’indotto. Ma non è accettabile che il sostegno all’economia di Strasburgo sia a carico dei cittadini europei e italiani. Eppure, l’Unione europea va in direzione opposta. Vista l’impossibilità de facto di superare la doppia sede, si decide paradossalmente di ampliare quella di Strasburgo, prendendo in affitto un nuovo edificio appena costruito. Si chiama Osmose, ed è un immobile realizzato proprio di fronte al palazzo Louise Weiss, che ospita le sessioni plenarie, ottenuto, proposta di contratto alla mano, tramite un leasing di 99 anni, a un costo stimato di circa 2 milioni l’anno, più altri milioni spesi per l’arredo.
Che dire poi della presidente della Bce, Christine Lagarde, che riceve, oltre al suo stipendio, circa 140.000 euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, nonostante la Banca centrale europea vieti i pagamenti da parte di terzi al proprio personale? Alla fine, tra l’una e l’altra cosa, ottiene per sé annualmente una cifra vicina ai 750.000 euro. Quattro volte di più del presidente della Fed. Una vergogna!
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