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2020-01-13
Eternità montane. Cancellate nel 2010 ma divorano ancora i soldi delle Regioni
Ansa
Dure a morire, continuano a fagocitare denaro pubblico. Stiamo parlando delle Comunità montane, nate nel 1971 e disciplinate da un decreto legge del 2000: dovevano creare sviluppo dei territori non sufficientemente valorizzati. La legge finanziaria del 2010 ne decretò la fine. Già due anni prima dovevano essere dimezzate per numero, tornarono in vita grazie a una sentenza della Corte costituzionale che affidò la competenza alle Regioni. Il governo Monti scelse un compromesso e con il decreto della «spending review» del 2012 decise di trasformarle in unioni montane di Comuni.
Per ciascuna Comunità montana, i presidenti regionali avrebbero dovuto nominare un commissario liquidatore «che per le proprie attività si avvale delle strutture del soppresso ente montano», indicava la legge, specificando che il commissario «decade alla data di estinzione dello stesso ente». A distanza di anni, invece, molti enti ancora esistono: sono 94 in Italia secondo Ancitel, la società di servizi dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Sopravvivono in Trentino Alto Adige (22), Veneto (2), Lombardia (23), Lazio (22), Campania (20), Sardegna (5). Rimangono anche comunità non conteggiate, in attesa di essere liquidate. Tutte conservano dipendenti e funzionari; le Regioni sono obbligate a destinare risorse finanziarie per coprire spese e debiti di questi apparati. Fondi pubblici ingenti, che mantengono in vita enti ritenuti inutili almeno secondo quanto ha stabilito il legislatore.
In Lombardia, le 23 Comunità ancora esistenti (da quella dell'Oltrepò Pavese alla Val Brembana, passando per il Parco Alto Garda Bresciano), nel 2019 hanno ricevuto 10,5 milioni di euro. Altrettanti ne avranno quest'anno. In Campania, lo scorso anno a favore delle 20 Comunità la giunta regionale aveva stanziato 12 milioni di euro, più di 1 milione a ciascuno dei 3 enti (Bussento, Lambro e Mingardo; Taburno; Tanagro, Alto e Medio Sele) che oltre alle spese per il personale hanno anche costi molto alti per il funzionamento delle sedi.
In Molise, le 10 Comunità montane aspettano di essere liquidate da quattro commissari «tre dei quali erano candidati con l'attuale presidente della Regione, Donato Toma», accusava il consigliere pentastellato Andrea Greco, all'inviato del programma televisivo Striscia la Notizia. «La nomina è a discrezione del presidente», replicava Toma, spiegando che i tempi di liquidazione sono lunghi per «una miriade di cause da smaltire con i dipendenti e con le ditte», e che le Comunità montane «hanno un carico di beni da gestire». Intanto, lo scorso ottobre, sono stati stanziati 2,2 milioni di euro per le 10 che rimangono in piedi in Molise.
Nulla, in confronto di quanto spende la Regione Lazio per le 22 Comunità montane ancora presenti sul suo territorio: gli stanziamenti da bilancio sono stati per ciascuna annualità del triennio 2017/2019 di 7,3 milioni di euro. Nel nuovo bilancio 2020-2022, le risorse calano di 1 milione, sono di 6,3 milioni di euro complessivi per ciascuna annualità ma sempre di una marea di soldi si tratta, quasi 19 milioni di euro per pagare dipendenti, affitti e mantenere in piedi strutture svuotate di funzione.
Nelle Regioni dove si è proceduto a liquidare le comunità (come in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia), istituendo le Unioni di Comuni, le spese sono diverse. In Veneto, dove i 19 enti erano passati dal ricevere 3 milioni di euro nel 2006 ai 500.000 del 2012, le Comunità sono state trasformate in Unioni montane. Ora sono 21 e lo stanziamento regionale dello scorso anno è stato di 1,2 milioni di euro. Rimangono da liquidare le due Comunità montane commissariate della Lessinia e di Agno Chiampo, per le quali i fondi a disposizione nel 2019 sono stati rispettivamente di 100.000 euro e 75.000 euro. Altro che i 754.000 euro per la comunità Calore Salernitano, tirati fuori dalla Regione Campania nello stesso periodo.
La comunità montana ha un organo rappresentativo e un organo esecutivo, composti da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni partecipanti. Il presidente può cumulare la carica con quella di sindaco, i rappresentanti dei Comuni della Comunità montana sono eletti dai Consigli comunali. Forse il vero problema della transizione a Unioni di Comuni l'aveva centrato Marco Sandonà, sindaco di Caltrano e presidente dell'Unione montana Astico, nel Vicentino: «Manca una volontà politica da parte dei sindaci, le comunità montane erano vacche da mungere, ma quando è finito il latte ognuno è andato per conto proprio», affermò la scorsa estate alla Voce dei Berici. Le unioni dei Comuni, in zone montane omogenee, previste dalla legge del 2012 per effetto della trasformazione delle originarie comunità montane e per i Comuni con popolazione sotto i 5.000 abitanti, fanno fatica a svolgere l'esercizio associato di funzioni e i servizi. «Il primo problema è di natura economica: le comunità montane venivano completamente sovvenzionate dalla Regione, mentre il costo del mantenimento delle Unioni spetta ai Comuni», osservava Sandonà. Aggiungeva: «Le strutture amministrative non sono preparate a ragionare con logica sovracomunale, quindi i sindaci si trovano a lottare anche con i tecnici. Si pensi alla cosa più banale: ognuno si sceglie il software che meglio crede, e difficilmente rinuncerà al suo, così i computer dei diversi Comuni non possono dialogare».
Dove i fondi se ne vanno tutti per i dipendenti
Nel Piano triennale di fabbisogno 2019/2021 già approvato della comunità montana del Bussento, Lambro e Mingardo, nel Cilento, si segnala che i posti a tempo pieno sono 14, mentre 10 sono scoperti come altri 8 part time. Il costo del personale lo scorso anno è stato di 916.000 euro, più 110.000 euro di spesa per la sede e quasi 185.000 euro di ammortamento mutuo. Dalla Regione arrivò poco più di 1 milione di euro, 200.000 euro in meno rispetto alle spese. Sul sito dell'ente, situato nell'estremo lembo meridionale della Campania, alla voce turismo non compare nulla, impossibile anche trovare informazioni sui 14 Comuni che raggruppa: magari possono essere utili per valorizzare la zona. Le comunità montane dovrebbero, infatti, essere anche funzionali al turismo e all'accoglienza.
Per le comunità montane della Campania, i finanziamenti assegnati variavano dai 244.511 euro per Monti Piacentini (zona della famosa nocciola Tonda di Giffoni), con 1 solo dipendente a tempo pieno, 1 part time e un collaboratore che costano 168.000 euro l'anno e dove le spese complessive superano invece i 289.000 euro, ai 338.719,16 euro per l'Alta Irpinia con 8 dipendenti a tempo pieno che costano 367.961 euro. Le spese della Comunità sono di 408.000 euro. L'ente Monti Lattari, nella penisola sorrentina, presentava un conto di 1 milione di euro, 819.000 solo per spese di personale (19 dipendenti a tempo pieno) e più di 93.000 euro per il funzionamento della sede. Dalla Regione ne ha ricevuti 866.853 euro. Nel 2018, in una lettera aperta sul quotidiano online di Positano, al riconfermato presidente della comunità Luigi Mansi si segnalava lo «stato di abbandono, quasi totale, dei sentieri più percorsi dei Monti Lattari», che prendono il nome dalle capre che vi pascolano, «fornitrici di ottimo latte».
I siti delle comunità montane nel Lazio non brillano per efficienza. Su quello dei Castelli romani e prenestini, in provincia di Roma, gli itinerari «turistico religioso» sono ben 8 ma non contengono informazioni utili: le schede raccontano la storia dei luoghi, in italiano e in inglese. Su come arrivarci, con quali mezzi e in quali strutture, nulla. Però consigliano di scaricare l'app Castelli romani, forse sullo smartphone qualche indicazione in più comparirà.
La XX comunità, quella dei Monti Sabini, propone itinerari archeologici e ippovie ma non c'è alcuna descrizione. In compenso sono dettagliati i percorsi cicloturistici. Il racconto del territorio dev'essere stato fatto non da un esperto di comunicazione, ma da qualche professore che si abbandona ad aggettivi quali «poco antropizzato» e «pedoclimatico». L'unico progetto della Comunità montana, stando al sito, è quello del recupero e restauro conservativo del centro storico rurale Villa Pepoli, ma non si sa a quale anno si riferisca né quale sia l'importo. La comunità Monti Aurunci, in provincia di Latina, non si presenta: rimanda tutto ai 7 Comuni che la compongono. Preferisce un sito di sole immagini e con il calendario di gennaio e febbraio. Per sapere se il territorio montano merita una visita, bisogna andare sul portale dell'associazione Città dell'olio.
«Sono enti inutili: sarebbe meglio pagare spalaneve e tagliare tasse»
«L'auspicio, nel ribadire la massima disponibilità e collaborazione, è ora che il presidente Nicola Zingaretti proceda velocemente ad avviare la fase di commissariamento», commentava Achille Bellucci, presidente di Uncem Lazio, l'Unione nazionale comuni comunità enti montani, all'indomani della delibera del giugno scorso che avviava la fase operativa della messa in liquidazione delle 22 Comunità montane presenti sul territorio. «La riorganizzazione, prevista dalla legge regionale 17 del 2016, era necessaria per dare nuova linfa a un ente intermedio chiamato a valorizzare le specificità dei territori montani», spiegava Alessandra Troncarelli, assessore alle Politiche sociali e agli enti locali. Il rilancio di queste Comunità, centrali nel sistema socioeconomico del Lazio, proseguirà con rinnovato vigore tramite le unioni dei Comuni, chiamate a raccogliere il testimone».
A gestire questo passaggio dovevano essere chiamati, in via prioritaria, gli attuali presidenti degli enti montani e i vicepresidenti o, in loro mancanza, gli assessori più anziani. «Nel caso la scelta ricadesse su di loro, i primi verrebbero nominati commissari dal presidente Nicola Zingaretti, mentre i secondi ricoprirebbero il ruolo di sub commissari», informava la Regione. Incarichi che «fanno gola», come segnalava a ottobre Il Messaggero, sollevando uno dei problemi centrali della corsa alla nomina. Infatti, «verrà corrisposta un'indennità mensile pari rispettivamente al 20 e 10% delle retribuzioni dei consiglieri regionali, quindi circa 1.520 e 760 euro al mese». Ne parliamo con Giancarlo Righini, 51 anni, consigliere alla Regione Lazio di Fratelli d'Italia.
Voi che cosa chiedeste alla giunta Zingaretti?
«L'eliminazione immediata delle Comunità montane già nel 2013, all'inizio della legislatura. La nostra proposta di legge non divenne nemmeno oggetto di discussione».
I commissari sono stati finalmente scelti?
«Sulle modalità di designazione ci sono contestazioni, si faranno ricorsi che andranno avanti per anni, ci saranno presidenti di Comunità che impugneranno nomine a loro non gradite. Ci sono situazioni come quelle della Comunità montana dei Monti Ausoni, il cui presidente Augusto Carè dal 2012 non ha più cariche elettive, condizione per ricoprire l'incarico».
Intanto fiumi di denaro pubblico mantengono questi enti.
«Sono tantissimi soldi, non solo per gli stipendi di un centinaio di dipendenti ma per pagare affitti di strutture, bollette di luce, telefono, riscaldamento. Prevediamo altre spese considerevoli, perché dipendenti che avevano contratti di lavoro occasionali diventati negli anni a tempo indeterminato, in fase di liquidazione degli enti montani rivendicheranno le loro posizioni con la Regione Lazio».
Le Comunità almeno svolgono qualche funzione?
«Non hanno alcuna utilità. I Comuni montani hanno bisogno di essere sostenuti con una serie di incentivi e con la semplificazione delle procedure. Servono interventi regionali mirati, per esempio per limitare disagi nei periodi invernali quando in certe località nevica quasi sempre e gli spostamenti sono difficili, il telelavoro potrebbe tornare utile. Vanno bene le Unioni di Comuni, per razionalizzare servizi e personale. Avevamo anche presentato un emendamento, chiedendo di non aumentare le imposte nei piccoli centri del Lazio, proprio per evitare lo spopolamento, ma non è passato».
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Le Comunità dovevano essere trasformate in Unioni di Comuni: ne rimangono 94. Le 20 della Campania incasseranno 12 milioni.I costi dei lavoratori prosciugano i bilanci, resta poco per favorire il turismo e combattere lo spopolamento.Il consigliere regionale di Fratelli d'Italia Achille Bellucci: «Chiedemmo l'abolizione già nel 2013, ma Nicola Zingaretti non volle mai discutere la proposta. Intanto si è continuato ad assumere personale e mantenere strutture costose».Lo speciale contiene tre articoli Dure a morire, continuano a fagocitare denaro pubblico. Stiamo parlando delle Comunità montane, nate nel 1971 e disciplinate da un decreto legge del 2000: dovevano creare sviluppo dei territori non sufficientemente valorizzati. La legge finanziaria del 2010 ne decretò la fine. Già due anni prima dovevano essere dimezzate per numero, tornarono in vita grazie a una sentenza della Corte costituzionale che affidò la competenza alle Regioni. Il governo Monti scelse un compromesso e con il decreto della «spending review» del 2012 decise di trasformarle in unioni montane di Comuni. Per ciascuna Comunità montana, i presidenti regionali avrebbero dovuto nominare un commissario liquidatore «che per le proprie attività si avvale delle strutture del soppresso ente montano», indicava la legge, specificando che il commissario «decade alla data di estinzione dello stesso ente». A distanza di anni, invece, molti enti ancora esistono: sono 94 in Italia secondo Ancitel, la società di servizi dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Sopravvivono in Trentino Alto Adige (22), Veneto (2), Lombardia (23), Lazio (22), Campania (20), Sardegna (5). Rimangono anche comunità non conteggiate, in attesa di essere liquidate. Tutte conservano dipendenti e funzionari; le Regioni sono obbligate a destinare risorse finanziarie per coprire spese e debiti di questi apparati. Fondi pubblici ingenti, che mantengono in vita enti ritenuti inutili almeno secondo quanto ha stabilito il legislatore. In Lombardia, le 23 Comunità ancora esistenti (da quella dell'Oltrepò Pavese alla Val Brembana, passando per il Parco Alto Garda Bresciano), nel 2019 hanno ricevuto 10,5 milioni di euro. Altrettanti ne avranno quest'anno. In Campania, lo scorso anno a favore delle 20 Comunità la giunta regionale aveva stanziato 12 milioni di euro, più di 1 milione a ciascuno dei 3 enti (Bussento, Lambro e Mingardo; Taburno; Tanagro, Alto e Medio Sele) che oltre alle spese per il personale hanno anche costi molto alti per il funzionamento delle sedi. In Molise, le 10 Comunità montane aspettano di essere liquidate da quattro commissari «tre dei quali erano candidati con l'attuale presidente della Regione, Donato Toma», accusava il consigliere pentastellato Andrea Greco, all'inviato del programma televisivo Striscia la Notizia. «La nomina è a discrezione del presidente», replicava Toma, spiegando che i tempi di liquidazione sono lunghi per «una miriade di cause da smaltire con i dipendenti e con le ditte», e che le Comunità montane «hanno un carico di beni da gestire». Intanto, lo scorso ottobre, sono stati stanziati 2,2 milioni di euro per le 10 che rimangono in piedi in Molise. Nulla, in confronto di quanto spende la Regione Lazio per le 22 Comunità montane ancora presenti sul suo territorio: gli stanziamenti da bilancio sono stati per ciascuna annualità del triennio 2017/2019 di 7,3 milioni di euro. Nel nuovo bilancio 2020-2022, le risorse calano di 1 milione, sono di 6,3 milioni di euro complessivi per ciascuna annualità ma sempre di una marea di soldi si tratta, quasi 19 milioni di euro per pagare dipendenti, affitti e mantenere in piedi strutture svuotate di funzione. Nelle Regioni dove si è proceduto a liquidare le comunità (come in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia), istituendo le Unioni di Comuni, le spese sono diverse. In Veneto, dove i 19 enti erano passati dal ricevere 3 milioni di euro nel 2006 ai 500.000 del 2012, le Comunità sono state trasformate in Unioni montane. Ora sono 21 e lo stanziamento regionale dello scorso anno è stato di 1,2 milioni di euro. Rimangono da liquidare le due Comunità montane commissariate della Lessinia e di Agno Chiampo, per le quali i fondi a disposizione nel 2019 sono stati rispettivamente di 100.000 euro e 75.000 euro. Altro che i 754.000 euro per la comunità Calore Salernitano, tirati fuori dalla Regione Campania nello stesso periodo. La comunità montana ha un organo rappresentativo e un organo esecutivo, composti da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni partecipanti. Il presidente può cumulare la carica con quella di sindaco, i rappresentanti dei Comuni della Comunità montana sono eletti dai Consigli comunali. Forse il vero problema della transizione a Unioni di Comuni l'aveva centrato Marco Sandonà, sindaco di Caltrano e presidente dell'Unione montana Astico, nel Vicentino: «Manca una volontà politica da parte dei sindaci, le comunità montane erano vacche da mungere, ma quando è finito il latte ognuno è andato per conto proprio», affermò la scorsa estate alla Voce dei Berici. Le unioni dei Comuni, in zone montane omogenee, previste dalla legge del 2012 per effetto della trasformazione delle originarie comunità montane e per i Comuni con popolazione sotto i 5.000 abitanti, fanno fatica a svolgere l'esercizio associato di funzioni e i servizi. «Il primo problema è di natura economica: le comunità montane venivano completamente sovvenzionate dalla Regione, mentre il costo del mantenimento delle Unioni spetta ai Comuni», osservava Sandonà. Aggiungeva: «Le strutture amministrative non sono preparate a ragionare con logica sovracomunale, quindi i sindaci si trovano a lottare anche con i tecnici. Si pensi alla cosa più banale: ognuno si sceglie il software che meglio crede, e difficilmente rinuncerà al suo, così i computer dei diversi Comuni non possono dialogare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eternita-montane-cancellate-nel-2010-ma-divorano-ancora-i-soldi-delle-regioni-2644677189.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dove-i-fondi-se-ne-vanno-tutti-per-i-dipendenti" data-post-id="2644677189" data-published-at="1781739656" data-use-pagination="False"> Dove i fondi se ne vanno tutti per i dipendenti Nel Piano triennale di fabbisogno 2019/2021 già approvato della comunità montana del Bussento, Lambro e Mingardo, nel Cilento, si segnala che i posti a tempo pieno sono 14, mentre 10 sono scoperti come altri 8 part time. Il costo del personale lo scorso anno è stato di 916.000 euro, più 110.000 euro di spesa per la sede e quasi 185.000 euro di ammortamento mutuo. Dalla Regione arrivò poco più di 1 milione di euro, 200.000 euro in meno rispetto alle spese. Sul sito dell'ente, situato nell'estremo lembo meridionale della Campania, alla voce turismo non compare nulla, impossibile anche trovare informazioni sui 14 Comuni che raggruppa: magari possono essere utili per valorizzare la zona. Le comunità montane dovrebbero, infatti, essere anche funzionali al turismo e all'accoglienza. Per le comunità montane della Campania, i finanziamenti assegnati variavano dai 244.511 euro per Monti Piacentini (zona della famosa nocciola Tonda di Giffoni), con 1 solo dipendente a tempo pieno, 1 part time e un collaboratore che costano 168.000 euro l'anno e dove le spese complessive superano invece i 289.000 euro, ai 338.719,16 euro per l'Alta Irpinia con 8 dipendenti a tempo pieno che costano 367.961 euro. Le spese della Comunità sono di 408.000 euro. L'ente Monti Lattari, nella penisola sorrentina, presentava un conto di 1 milione di euro, 819.000 solo per spese di personale (19 dipendenti a tempo pieno) e più di 93.000 euro per il funzionamento della sede. Dalla Regione ne ha ricevuti 866.853 euro. Nel 2018, in una lettera aperta sul quotidiano online di Positano, al riconfermato presidente della comunità Luigi Mansi si segnalava lo «stato di abbandono, quasi totale, dei sentieri più percorsi dei Monti Lattari», che prendono il nome dalle capre che vi pascolano, «fornitrici di ottimo latte». I siti delle comunità montane nel Lazio non brillano per efficienza. Su quello dei Castelli romani e prenestini, in provincia di Roma, gli itinerari «turistico religioso» sono ben 8 ma non contengono informazioni utili: le schede raccontano la storia dei luoghi, in italiano e in inglese. Su come arrivarci, con quali mezzi e in quali strutture, nulla. Però consigliano di scaricare l'app Castelli romani, forse sullo smartphone qualche indicazione in più comparirà. La XX comunità, quella dei Monti Sabini, propone itinerari archeologici e ippovie ma non c'è alcuna descrizione. In compenso sono dettagliati i percorsi cicloturistici. Il racconto del territorio dev'essere stato fatto non da un esperto di comunicazione, ma da qualche professore che si abbandona ad aggettivi quali «poco antropizzato» e «pedoclimatico». L'unico progetto della Comunità montana, stando al sito, è quello del recupero e restauro conservativo del centro storico rurale Villa Pepoli, ma non si sa a quale anno si riferisca né quale sia l'importo. La comunità Monti Aurunci, in provincia di Latina, non si presenta: rimanda tutto ai 7 Comuni che la compongono. Preferisce un sito di sole immagini e con il calendario di gennaio e febbraio. 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Il rilancio di queste Comunità, centrali nel sistema socioeconomico del Lazio, proseguirà con rinnovato vigore tramite le unioni dei Comuni, chiamate a raccogliere il testimone». A gestire questo passaggio dovevano essere chiamati, in via prioritaria, gli attuali presidenti degli enti montani e i vicepresidenti o, in loro mancanza, gli assessori più anziani. «Nel caso la scelta ricadesse su di loro, i primi verrebbero nominati commissari dal presidente Nicola Zingaretti, mentre i secondi ricoprirebbero il ruolo di sub commissari», informava la Regione. Incarichi che «fanno gola», come segnalava a ottobre Il Messaggero, sollevando uno dei problemi centrali della corsa alla nomina. Infatti, «verrà corrisposta un'indennità mensile pari rispettivamente al 20 e 10% delle retribuzioni dei consiglieri regionali, quindi circa 1.520 e 760 euro al mese». Ne parliamo con Giancarlo Righini, 51 anni, consigliere alla Regione Lazio di Fratelli d'Italia. Voi che cosa chiedeste alla giunta Zingaretti? «L'eliminazione immediata delle Comunità montane già nel 2013, all'inizio della legislatura. La nostra proposta di legge non divenne nemmeno oggetto di discussione». I commissari sono stati finalmente scelti? «Sulle modalità di designazione ci sono contestazioni, si faranno ricorsi che andranno avanti per anni, ci saranno presidenti di Comunità che impugneranno nomine a loro non gradite. Ci sono situazioni come quelle della Comunità montana dei Monti Ausoni, il cui presidente Augusto Carè dal 2012 non ha più cariche elettive, condizione per ricoprire l'incarico». Intanto fiumi di denaro pubblico mantengono questi enti. «Sono tantissimi soldi, non solo per gli stipendi di un centinaio di dipendenti ma per pagare affitti di strutture, bollette di luce, telefono, riscaldamento. Prevediamo altre spese considerevoli, perché dipendenti che avevano contratti di lavoro occasionali diventati negli anni a tempo indeterminato, in fase di liquidazione degli enti montani rivendicheranno le loro posizioni con la Regione Lazio». Le Comunità almeno svolgono qualche funzione? «Non hanno alcuna utilità. I Comuni montani hanno bisogno di essere sostenuti con una serie di incentivi e con la semplificazione delle procedure. Servono interventi regionali mirati, per esempio per limitare disagi nei periodi invernali quando in certe località nevica quasi sempre e gli spostamenti sono difficili, il telelavoro potrebbe tornare utile. Vanno bene le Unioni di Comuni, per razionalizzare servizi e personale. Avevamo anche presentato un emendamento, chiedendo di non aumentare le imposte nei piccoli centri del Lazio, proprio per evitare lo spopolamento, ma non è passato».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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