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2020-01-13
Eternità montane. Cancellate nel 2010 ma divorano ancora i soldi delle Regioni
Ansa
Dure a morire, continuano a fagocitare denaro pubblico. Stiamo parlando delle Comunità montane, nate nel 1971 e disciplinate da un decreto legge del 2000: dovevano creare sviluppo dei territori non sufficientemente valorizzati. La legge finanziaria del 2010 ne decretò la fine. Già due anni prima dovevano essere dimezzate per numero, tornarono in vita grazie a una sentenza della Corte costituzionale che affidò la competenza alle Regioni. Il governo Monti scelse un compromesso e con il decreto della «spending review» del 2012 decise di trasformarle in unioni montane di Comuni.
Per ciascuna Comunità montana, i presidenti regionali avrebbero dovuto nominare un commissario liquidatore «che per le proprie attività si avvale delle strutture del soppresso ente montano», indicava la legge, specificando che il commissario «decade alla data di estinzione dello stesso ente». A distanza di anni, invece, molti enti ancora esistono: sono 94 in Italia secondo Ancitel, la società di servizi dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Sopravvivono in Trentino Alto Adige (22), Veneto (2), Lombardia (23), Lazio (22), Campania (20), Sardegna (5). Rimangono anche comunità non conteggiate, in attesa di essere liquidate. Tutte conservano dipendenti e funzionari; le Regioni sono obbligate a destinare risorse finanziarie per coprire spese e debiti di questi apparati. Fondi pubblici ingenti, che mantengono in vita enti ritenuti inutili almeno secondo quanto ha stabilito il legislatore.
In Lombardia, le 23 Comunità ancora esistenti (da quella dell'Oltrepò Pavese alla Val Brembana, passando per il Parco Alto Garda Bresciano), nel 2019 hanno ricevuto 10,5 milioni di euro. Altrettanti ne avranno quest'anno. In Campania, lo scorso anno a favore delle 20 Comunità la giunta regionale aveva stanziato 12 milioni di euro, più di 1 milione a ciascuno dei 3 enti (Bussento, Lambro e Mingardo; Taburno; Tanagro, Alto e Medio Sele) che oltre alle spese per il personale hanno anche costi molto alti per il funzionamento delle sedi.
In Molise, le 10 Comunità montane aspettano di essere liquidate da quattro commissari «tre dei quali erano candidati con l'attuale presidente della Regione, Donato Toma», accusava il consigliere pentastellato Andrea Greco, all'inviato del programma televisivo Striscia la Notizia. «La nomina è a discrezione del presidente», replicava Toma, spiegando che i tempi di liquidazione sono lunghi per «una miriade di cause da smaltire con i dipendenti e con le ditte», e che le Comunità montane «hanno un carico di beni da gestire». Intanto, lo scorso ottobre, sono stati stanziati 2,2 milioni di euro per le 10 che rimangono in piedi in Molise.
Nulla, in confronto di quanto spende la Regione Lazio per le 22 Comunità montane ancora presenti sul suo territorio: gli stanziamenti da bilancio sono stati per ciascuna annualità del triennio 2017/2019 di 7,3 milioni di euro. Nel nuovo bilancio 2020-2022, le risorse calano di 1 milione, sono di 6,3 milioni di euro complessivi per ciascuna annualità ma sempre di una marea di soldi si tratta, quasi 19 milioni di euro per pagare dipendenti, affitti e mantenere in piedi strutture svuotate di funzione.
Nelle Regioni dove si è proceduto a liquidare le comunità (come in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia), istituendo le Unioni di Comuni, le spese sono diverse. In Veneto, dove i 19 enti erano passati dal ricevere 3 milioni di euro nel 2006 ai 500.000 del 2012, le Comunità sono state trasformate in Unioni montane. Ora sono 21 e lo stanziamento regionale dello scorso anno è stato di 1,2 milioni di euro. Rimangono da liquidare le due Comunità montane commissariate della Lessinia e di Agno Chiampo, per le quali i fondi a disposizione nel 2019 sono stati rispettivamente di 100.000 euro e 75.000 euro. Altro che i 754.000 euro per la comunità Calore Salernitano, tirati fuori dalla Regione Campania nello stesso periodo.
La comunità montana ha un organo rappresentativo e un organo esecutivo, composti da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni partecipanti. Il presidente può cumulare la carica con quella di sindaco, i rappresentanti dei Comuni della Comunità montana sono eletti dai Consigli comunali. Forse il vero problema della transizione a Unioni di Comuni l'aveva centrato Marco Sandonà, sindaco di Caltrano e presidente dell'Unione montana Astico, nel Vicentino: «Manca una volontà politica da parte dei sindaci, le comunità montane erano vacche da mungere, ma quando è finito il latte ognuno è andato per conto proprio», affermò la scorsa estate alla Voce dei Berici. Le unioni dei Comuni, in zone montane omogenee, previste dalla legge del 2012 per effetto della trasformazione delle originarie comunità montane e per i Comuni con popolazione sotto i 5.000 abitanti, fanno fatica a svolgere l'esercizio associato di funzioni e i servizi. «Il primo problema è di natura economica: le comunità montane venivano completamente sovvenzionate dalla Regione, mentre il costo del mantenimento delle Unioni spetta ai Comuni», osservava Sandonà. Aggiungeva: «Le strutture amministrative non sono preparate a ragionare con logica sovracomunale, quindi i sindaci si trovano a lottare anche con i tecnici. Si pensi alla cosa più banale: ognuno si sceglie il software che meglio crede, e difficilmente rinuncerà al suo, così i computer dei diversi Comuni non possono dialogare».
Dove i fondi se ne vanno tutti per i dipendenti
Nel Piano triennale di fabbisogno 2019/2021 già approvato della comunità montana del Bussento, Lambro e Mingardo, nel Cilento, si segnala che i posti a tempo pieno sono 14, mentre 10 sono scoperti come altri 8 part time. Il costo del personale lo scorso anno è stato di 916.000 euro, più 110.000 euro di spesa per la sede e quasi 185.000 euro di ammortamento mutuo. Dalla Regione arrivò poco più di 1 milione di euro, 200.000 euro in meno rispetto alle spese. Sul sito dell'ente, situato nell'estremo lembo meridionale della Campania, alla voce turismo non compare nulla, impossibile anche trovare informazioni sui 14 Comuni che raggruppa: magari possono essere utili per valorizzare la zona. Le comunità montane dovrebbero, infatti, essere anche funzionali al turismo e all'accoglienza.
Per le comunità montane della Campania, i finanziamenti assegnati variavano dai 244.511 euro per Monti Piacentini (zona della famosa nocciola Tonda di Giffoni), con 1 solo dipendente a tempo pieno, 1 part time e un collaboratore che costano 168.000 euro l'anno e dove le spese complessive superano invece i 289.000 euro, ai 338.719,16 euro per l'Alta Irpinia con 8 dipendenti a tempo pieno che costano 367.961 euro. Le spese della Comunità sono di 408.000 euro. L'ente Monti Lattari, nella penisola sorrentina, presentava un conto di 1 milione di euro, 819.000 solo per spese di personale (19 dipendenti a tempo pieno) e più di 93.000 euro per il funzionamento della sede. Dalla Regione ne ha ricevuti 866.853 euro. Nel 2018, in una lettera aperta sul quotidiano online di Positano, al riconfermato presidente della comunità Luigi Mansi si segnalava lo «stato di abbandono, quasi totale, dei sentieri più percorsi dei Monti Lattari», che prendono il nome dalle capre che vi pascolano, «fornitrici di ottimo latte».
I siti delle comunità montane nel Lazio non brillano per efficienza. Su quello dei Castelli romani e prenestini, in provincia di Roma, gli itinerari «turistico religioso» sono ben 8 ma non contengono informazioni utili: le schede raccontano la storia dei luoghi, in italiano e in inglese. Su come arrivarci, con quali mezzi e in quali strutture, nulla. Però consigliano di scaricare l'app Castelli romani, forse sullo smartphone qualche indicazione in più comparirà.
La XX comunità, quella dei Monti Sabini, propone itinerari archeologici e ippovie ma non c'è alcuna descrizione. In compenso sono dettagliati i percorsi cicloturistici. Il racconto del territorio dev'essere stato fatto non da un esperto di comunicazione, ma da qualche professore che si abbandona ad aggettivi quali «poco antropizzato» e «pedoclimatico». L'unico progetto della Comunità montana, stando al sito, è quello del recupero e restauro conservativo del centro storico rurale Villa Pepoli, ma non si sa a quale anno si riferisca né quale sia l'importo. La comunità Monti Aurunci, in provincia di Latina, non si presenta: rimanda tutto ai 7 Comuni che la compongono. Preferisce un sito di sole immagini e con il calendario di gennaio e febbraio. Per sapere se il territorio montano merita una visita, bisogna andare sul portale dell'associazione Città dell'olio.
«Sono enti inutili: sarebbe meglio pagare spalaneve e tagliare tasse»
«L'auspicio, nel ribadire la massima disponibilità e collaborazione, è ora che il presidente Nicola Zingaretti proceda velocemente ad avviare la fase di commissariamento», commentava Achille Bellucci, presidente di Uncem Lazio, l'Unione nazionale comuni comunità enti montani, all'indomani della delibera del giugno scorso che avviava la fase operativa della messa in liquidazione delle 22 Comunità montane presenti sul territorio. «La riorganizzazione, prevista dalla legge regionale 17 del 2016, era necessaria per dare nuova linfa a un ente intermedio chiamato a valorizzare le specificità dei territori montani», spiegava Alessandra Troncarelli, assessore alle Politiche sociali e agli enti locali. Il rilancio di queste Comunità, centrali nel sistema socioeconomico del Lazio, proseguirà con rinnovato vigore tramite le unioni dei Comuni, chiamate a raccogliere il testimone».
A gestire questo passaggio dovevano essere chiamati, in via prioritaria, gli attuali presidenti degli enti montani e i vicepresidenti o, in loro mancanza, gli assessori più anziani. «Nel caso la scelta ricadesse su di loro, i primi verrebbero nominati commissari dal presidente Nicola Zingaretti, mentre i secondi ricoprirebbero il ruolo di sub commissari», informava la Regione. Incarichi che «fanno gola», come segnalava a ottobre Il Messaggero, sollevando uno dei problemi centrali della corsa alla nomina. Infatti, «verrà corrisposta un'indennità mensile pari rispettivamente al 20 e 10% delle retribuzioni dei consiglieri regionali, quindi circa 1.520 e 760 euro al mese». Ne parliamo con Giancarlo Righini, 51 anni, consigliere alla Regione Lazio di Fratelli d'Italia.
Voi che cosa chiedeste alla giunta Zingaretti?
«L'eliminazione immediata delle Comunità montane già nel 2013, all'inizio della legislatura. La nostra proposta di legge non divenne nemmeno oggetto di discussione».
I commissari sono stati finalmente scelti?
«Sulle modalità di designazione ci sono contestazioni, si faranno ricorsi che andranno avanti per anni, ci saranno presidenti di Comunità che impugneranno nomine a loro non gradite. Ci sono situazioni come quelle della Comunità montana dei Monti Ausoni, il cui presidente Augusto Carè dal 2012 non ha più cariche elettive, condizione per ricoprire l'incarico».
Intanto fiumi di denaro pubblico mantengono questi enti.
«Sono tantissimi soldi, non solo per gli stipendi di un centinaio di dipendenti ma per pagare affitti di strutture, bollette di luce, telefono, riscaldamento. Prevediamo altre spese considerevoli, perché dipendenti che avevano contratti di lavoro occasionali diventati negli anni a tempo indeterminato, in fase di liquidazione degli enti montani rivendicheranno le loro posizioni con la Regione Lazio».
Le Comunità almeno svolgono qualche funzione?
«Non hanno alcuna utilità. I Comuni montani hanno bisogno di essere sostenuti con una serie di incentivi e con la semplificazione delle procedure. Servono interventi regionali mirati, per esempio per limitare disagi nei periodi invernali quando in certe località nevica quasi sempre e gli spostamenti sono difficili, il telelavoro potrebbe tornare utile. Vanno bene le Unioni di Comuni, per razionalizzare servizi e personale. Avevamo anche presentato un emendamento, chiedendo di non aumentare le imposte nei piccoli centri del Lazio, proprio per evitare lo spopolamento, ma non è passato».
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Le Comunità dovevano essere trasformate in Unioni di Comuni: ne rimangono 94. Le 20 della Campania incasseranno 12 milioni.I costi dei lavoratori prosciugano i bilanci, resta poco per favorire il turismo e combattere lo spopolamento.Il consigliere regionale di Fratelli d'Italia Achille Bellucci: «Chiedemmo l'abolizione già nel 2013, ma Nicola Zingaretti non volle mai discutere la proposta. Intanto si è continuato ad assumere personale e mantenere strutture costose».Lo speciale contiene tre articoli Dure a morire, continuano a fagocitare denaro pubblico. Stiamo parlando delle Comunità montane, nate nel 1971 e disciplinate da un decreto legge del 2000: dovevano creare sviluppo dei territori non sufficientemente valorizzati. La legge finanziaria del 2010 ne decretò la fine. Già due anni prima dovevano essere dimezzate per numero, tornarono in vita grazie a una sentenza della Corte costituzionale che affidò la competenza alle Regioni. Il governo Monti scelse un compromesso e con il decreto della «spending review» del 2012 decise di trasformarle in unioni montane di Comuni. Per ciascuna Comunità montana, i presidenti regionali avrebbero dovuto nominare un commissario liquidatore «che per le proprie attività si avvale delle strutture del soppresso ente montano», indicava la legge, specificando che il commissario «decade alla data di estinzione dello stesso ente». A distanza di anni, invece, molti enti ancora esistono: sono 94 in Italia secondo Ancitel, la società di servizi dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Sopravvivono in Trentino Alto Adige (22), Veneto (2), Lombardia (23), Lazio (22), Campania (20), Sardegna (5). Rimangono anche comunità non conteggiate, in attesa di essere liquidate. Tutte conservano dipendenti e funzionari; le Regioni sono obbligate a destinare risorse finanziarie per coprire spese e debiti di questi apparati. Fondi pubblici ingenti, che mantengono in vita enti ritenuti inutili almeno secondo quanto ha stabilito il legislatore. In Lombardia, le 23 Comunità ancora esistenti (da quella dell'Oltrepò Pavese alla Val Brembana, passando per il Parco Alto Garda Bresciano), nel 2019 hanno ricevuto 10,5 milioni di euro. Altrettanti ne avranno quest'anno. In Campania, lo scorso anno a favore delle 20 Comunità la giunta regionale aveva stanziato 12 milioni di euro, più di 1 milione a ciascuno dei 3 enti (Bussento, Lambro e Mingardo; Taburno; Tanagro, Alto e Medio Sele) che oltre alle spese per il personale hanno anche costi molto alti per il funzionamento delle sedi. In Molise, le 10 Comunità montane aspettano di essere liquidate da quattro commissari «tre dei quali erano candidati con l'attuale presidente della Regione, Donato Toma», accusava il consigliere pentastellato Andrea Greco, all'inviato del programma televisivo Striscia la Notizia. «La nomina è a discrezione del presidente», replicava Toma, spiegando che i tempi di liquidazione sono lunghi per «una miriade di cause da smaltire con i dipendenti e con le ditte», e che le Comunità montane «hanno un carico di beni da gestire». Intanto, lo scorso ottobre, sono stati stanziati 2,2 milioni di euro per le 10 che rimangono in piedi in Molise. Nulla, in confronto di quanto spende la Regione Lazio per le 22 Comunità montane ancora presenti sul suo territorio: gli stanziamenti da bilancio sono stati per ciascuna annualità del triennio 2017/2019 di 7,3 milioni di euro. Nel nuovo bilancio 2020-2022, le risorse calano di 1 milione, sono di 6,3 milioni di euro complessivi per ciascuna annualità ma sempre di una marea di soldi si tratta, quasi 19 milioni di euro per pagare dipendenti, affitti e mantenere in piedi strutture svuotate di funzione. Nelle Regioni dove si è proceduto a liquidare le comunità (come in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia), istituendo le Unioni di Comuni, le spese sono diverse. In Veneto, dove i 19 enti erano passati dal ricevere 3 milioni di euro nel 2006 ai 500.000 del 2012, le Comunità sono state trasformate in Unioni montane. Ora sono 21 e lo stanziamento regionale dello scorso anno è stato di 1,2 milioni di euro. Rimangono da liquidare le due Comunità montane commissariate della Lessinia e di Agno Chiampo, per le quali i fondi a disposizione nel 2019 sono stati rispettivamente di 100.000 euro e 75.000 euro. Altro che i 754.000 euro per la comunità Calore Salernitano, tirati fuori dalla Regione Campania nello stesso periodo. La comunità montana ha un organo rappresentativo e un organo esecutivo, composti da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni partecipanti. Il presidente può cumulare la carica con quella di sindaco, i rappresentanti dei Comuni della Comunità montana sono eletti dai Consigli comunali. Forse il vero problema della transizione a Unioni di Comuni l'aveva centrato Marco Sandonà, sindaco di Caltrano e presidente dell'Unione montana Astico, nel Vicentino: «Manca una volontà politica da parte dei sindaci, le comunità montane erano vacche da mungere, ma quando è finito il latte ognuno è andato per conto proprio», affermò la scorsa estate alla Voce dei Berici. Le unioni dei Comuni, in zone montane omogenee, previste dalla legge del 2012 per effetto della trasformazione delle originarie comunità montane e per i Comuni con popolazione sotto i 5.000 abitanti, fanno fatica a svolgere l'esercizio associato di funzioni e i servizi. «Il primo problema è di natura economica: le comunità montane venivano completamente sovvenzionate dalla Regione, mentre il costo del mantenimento delle Unioni spetta ai Comuni», osservava Sandonà. Aggiungeva: «Le strutture amministrative non sono preparate a ragionare con logica sovracomunale, quindi i sindaci si trovano a lottare anche con i tecnici. Si pensi alla cosa più banale: ognuno si sceglie il software che meglio crede, e difficilmente rinuncerà al suo, così i computer dei diversi Comuni non possono dialogare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eternita-montane-cancellate-nel-2010-ma-divorano-ancora-i-soldi-delle-regioni-2644677189.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dove-i-fondi-se-ne-vanno-tutti-per-i-dipendenti" data-post-id="2644677189" data-published-at="1767910415" data-use-pagination="False"> Dove i fondi se ne vanno tutti per i dipendenti Nel Piano triennale di fabbisogno 2019/2021 già approvato della comunità montana del Bussento, Lambro e Mingardo, nel Cilento, si segnala che i posti a tempo pieno sono 14, mentre 10 sono scoperti come altri 8 part time. 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Le spese della Comunità sono di 408.000 euro. L'ente Monti Lattari, nella penisola sorrentina, presentava un conto di 1 milione di euro, 819.000 solo per spese di personale (19 dipendenti a tempo pieno) e più di 93.000 euro per il funzionamento della sede. Dalla Regione ne ha ricevuti 866.853 euro. Nel 2018, in una lettera aperta sul quotidiano online di Positano, al riconfermato presidente della comunità Luigi Mansi si segnalava lo «stato di abbandono, quasi totale, dei sentieri più percorsi dei Monti Lattari», che prendono il nome dalle capre che vi pascolano, «fornitrici di ottimo latte». I siti delle comunità montane nel Lazio non brillano per efficienza. Su quello dei Castelli romani e prenestini, in provincia di Roma, gli itinerari «turistico religioso» sono ben 8 ma non contengono informazioni utili: le schede raccontano la storia dei luoghi, in italiano e in inglese. Su come arrivarci, con quali mezzi e in quali strutture, nulla. Però consigliano di scaricare l'app Castelli romani, forse sullo smartphone qualche indicazione in più comparirà. La XX comunità, quella dei Monti Sabini, propone itinerari archeologici e ippovie ma non c'è alcuna descrizione. In compenso sono dettagliati i percorsi cicloturistici. Il racconto del territorio dev'essere stato fatto non da un esperto di comunicazione, ma da qualche professore che si abbandona ad aggettivi quali «poco antropizzato» e «pedoclimatico». L'unico progetto della Comunità montana, stando al sito, è quello del recupero e restauro conservativo del centro storico rurale Villa Pepoli, ma non si sa a quale anno si riferisca né quale sia l'importo. La comunità Monti Aurunci, in provincia di Latina, non si presenta: rimanda tutto ai 7 Comuni che la compongono. Preferisce un sito di sole immagini e con il calendario di gennaio e febbraio. Per sapere se il territorio montano merita una visita, bisogna andare sul portale dell'associazione Città dell'olio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eternita-montane-cancellate-nel-2010-ma-divorano-ancora-i-soldi-delle-regioni-2644677189.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sono-enti-inutili-sarebbe-meglio-pagare-spalaneve-e-tagliare-tasse" data-post-id="2644677189" data-published-at="1767910415" data-use-pagination="False"> «Sono enti inutili: sarebbe meglio pagare spalaneve e tagliare tasse» «L'auspicio, nel ribadire la massima disponibilità e collaborazione, è ora che il presidente Nicola Zingaretti proceda velocemente ad avviare la fase di commissariamento», commentava Achille Bellucci, presidente di Uncem Lazio, l'Unione nazionale comuni comunità enti montani, all'indomani della delibera del giugno scorso che avviava la fase operativa della messa in liquidazione delle 22 Comunità montane presenti sul territorio. «La riorganizzazione, prevista dalla legge regionale 17 del 2016, era necessaria per dare nuova linfa a un ente intermedio chiamato a valorizzare le specificità dei territori montani», spiegava Alessandra Troncarelli, assessore alle Politiche sociali e agli enti locali. Il rilancio di queste Comunità, centrali nel sistema socioeconomico del Lazio, proseguirà con rinnovato vigore tramite le unioni dei Comuni, chiamate a raccogliere il testimone». A gestire questo passaggio dovevano essere chiamati, in via prioritaria, gli attuali presidenti degli enti montani e i vicepresidenti o, in loro mancanza, gli assessori più anziani. «Nel caso la scelta ricadesse su di loro, i primi verrebbero nominati commissari dal presidente Nicola Zingaretti, mentre i secondi ricoprirebbero il ruolo di sub commissari», informava la Regione. Incarichi che «fanno gola», come segnalava a ottobre Il Messaggero, sollevando uno dei problemi centrali della corsa alla nomina. Infatti, «verrà corrisposta un'indennità mensile pari rispettivamente al 20 e 10% delle retribuzioni dei consiglieri regionali, quindi circa 1.520 e 760 euro al mese». Ne parliamo con Giancarlo Righini, 51 anni, consigliere alla Regione Lazio di Fratelli d'Italia. Voi che cosa chiedeste alla giunta Zingaretti? «L'eliminazione immediata delle Comunità montane già nel 2013, all'inizio della legislatura. La nostra proposta di legge non divenne nemmeno oggetto di discussione». I commissari sono stati finalmente scelti? «Sulle modalità di designazione ci sono contestazioni, si faranno ricorsi che andranno avanti per anni, ci saranno presidenti di Comunità che impugneranno nomine a loro non gradite. Ci sono situazioni come quelle della Comunità montana dei Monti Ausoni, il cui presidente Augusto Carè dal 2012 non ha più cariche elettive, condizione per ricoprire l'incarico». Intanto fiumi di denaro pubblico mantengono questi enti. «Sono tantissimi soldi, non solo per gli stipendi di un centinaio di dipendenti ma per pagare affitti di strutture, bollette di luce, telefono, riscaldamento. Prevediamo altre spese considerevoli, perché dipendenti che avevano contratti di lavoro occasionali diventati negli anni a tempo indeterminato, in fase di liquidazione degli enti montani rivendicheranno le loro posizioni con la Regione Lazio». Le Comunità almeno svolgono qualche funzione? «Non hanno alcuna utilità. I Comuni montani hanno bisogno di essere sostenuti con una serie di incentivi e con la semplificazione delle procedure. Servono interventi regionali mirati, per esempio per limitare disagi nei periodi invernali quando in certe località nevica quasi sempre e gli spostamenti sono difficili, il telelavoro potrebbe tornare utile. Vanno bene le Unioni di Comuni, per razionalizzare servizi e personale. Avevamo anche presentato un emendamento, chiedendo di non aumentare le imposte nei piccoli centri del Lazio, proprio per evitare lo spopolamento, ma non è passato».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».