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2020-01-13
Eternità montane. Cancellate nel 2010 ma divorano ancora i soldi delle Regioni
Ansa
Dure a morire, continuano a fagocitare denaro pubblico. Stiamo parlando delle Comunità montane, nate nel 1971 e disciplinate da un decreto legge del 2000: dovevano creare sviluppo dei territori non sufficientemente valorizzati. La legge finanziaria del 2010 ne decretò la fine. Già due anni prima dovevano essere dimezzate per numero, tornarono in vita grazie a una sentenza della Corte costituzionale che affidò la competenza alle Regioni. Il governo Monti scelse un compromesso e con il decreto della «spending review» del 2012 decise di trasformarle in unioni montane di Comuni.
Per ciascuna Comunità montana, i presidenti regionali avrebbero dovuto nominare un commissario liquidatore «che per le proprie attività si avvale delle strutture del soppresso ente montano», indicava la legge, specificando che il commissario «decade alla data di estinzione dello stesso ente». A distanza di anni, invece, molti enti ancora esistono: sono 94 in Italia secondo Ancitel, la società di servizi dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Sopravvivono in Trentino Alto Adige (22), Veneto (2), Lombardia (23), Lazio (22), Campania (20), Sardegna (5). Rimangono anche comunità non conteggiate, in attesa di essere liquidate. Tutte conservano dipendenti e funzionari; le Regioni sono obbligate a destinare risorse finanziarie per coprire spese e debiti di questi apparati. Fondi pubblici ingenti, che mantengono in vita enti ritenuti inutili almeno secondo quanto ha stabilito il legislatore.
In Lombardia, le 23 Comunità ancora esistenti (da quella dell'Oltrepò Pavese alla Val Brembana, passando per il Parco Alto Garda Bresciano), nel 2019 hanno ricevuto 10,5 milioni di euro. Altrettanti ne avranno quest'anno. In Campania, lo scorso anno a favore delle 20 Comunità la giunta regionale aveva stanziato 12 milioni di euro, più di 1 milione a ciascuno dei 3 enti (Bussento, Lambro e Mingardo; Taburno; Tanagro, Alto e Medio Sele) che oltre alle spese per il personale hanno anche costi molto alti per il funzionamento delle sedi.
In Molise, le 10 Comunità montane aspettano di essere liquidate da quattro commissari «tre dei quali erano candidati con l'attuale presidente della Regione, Donato Toma», accusava il consigliere pentastellato Andrea Greco, all'inviato del programma televisivo Striscia la Notizia. «La nomina è a discrezione del presidente», replicava Toma, spiegando che i tempi di liquidazione sono lunghi per «una miriade di cause da smaltire con i dipendenti e con le ditte», e che le Comunità montane «hanno un carico di beni da gestire». Intanto, lo scorso ottobre, sono stati stanziati 2,2 milioni di euro per le 10 che rimangono in piedi in Molise.
Nulla, in confronto di quanto spende la Regione Lazio per le 22 Comunità montane ancora presenti sul suo territorio: gli stanziamenti da bilancio sono stati per ciascuna annualità del triennio 2017/2019 di 7,3 milioni di euro. Nel nuovo bilancio 2020-2022, le risorse calano di 1 milione, sono di 6,3 milioni di euro complessivi per ciascuna annualità ma sempre di una marea di soldi si tratta, quasi 19 milioni di euro per pagare dipendenti, affitti e mantenere in piedi strutture svuotate di funzione.
Nelle Regioni dove si è proceduto a liquidare le comunità (come in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia), istituendo le Unioni di Comuni, le spese sono diverse. In Veneto, dove i 19 enti erano passati dal ricevere 3 milioni di euro nel 2006 ai 500.000 del 2012, le Comunità sono state trasformate in Unioni montane. Ora sono 21 e lo stanziamento regionale dello scorso anno è stato di 1,2 milioni di euro. Rimangono da liquidare le due Comunità montane commissariate della Lessinia e di Agno Chiampo, per le quali i fondi a disposizione nel 2019 sono stati rispettivamente di 100.000 euro e 75.000 euro. Altro che i 754.000 euro per la comunità Calore Salernitano, tirati fuori dalla Regione Campania nello stesso periodo.
La comunità montana ha un organo rappresentativo e un organo esecutivo, composti da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni partecipanti. Il presidente può cumulare la carica con quella di sindaco, i rappresentanti dei Comuni della Comunità montana sono eletti dai Consigli comunali. Forse il vero problema della transizione a Unioni di Comuni l'aveva centrato Marco Sandonà, sindaco di Caltrano e presidente dell'Unione montana Astico, nel Vicentino: «Manca una volontà politica da parte dei sindaci, le comunità montane erano vacche da mungere, ma quando è finito il latte ognuno è andato per conto proprio», affermò la scorsa estate alla Voce dei Berici. Le unioni dei Comuni, in zone montane omogenee, previste dalla legge del 2012 per effetto della trasformazione delle originarie comunità montane e per i Comuni con popolazione sotto i 5.000 abitanti, fanno fatica a svolgere l'esercizio associato di funzioni e i servizi. «Il primo problema è di natura economica: le comunità montane venivano completamente sovvenzionate dalla Regione, mentre il costo del mantenimento delle Unioni spetta ai Comuni», osservava Sandonà. Aggiungeva: «Le strutture amministrative non sono preparate a ragionare con logica sovracomunale, quindi i sindaci si trovano a lottare anche con i tecnici. Si pensi alla cosa più banale: ognuno si sceglie il software che meglio crede, e difficilmente rinuncerà al suo, così i computer dei diversi Comuni non possono dialogare».
Dove i fondi se ne vanno tutti per i dipendenti
Nel Piano triennale di fabbisogno 2019/2021 già approvato della comunità montana del Bussento, Lambro e Mingardo, nel Cilento, si segnala che i posti a tempo pieno sono 14, mentre 10 sono scoperti come altri 8 part time. Il costo del personale lo scorso anno è stato di 916.000 euro, più 110.000 euro di spesa per la sede e quasi 185.000 euro di ammortamento mutuo. Dalla Regione arrivò poco più di 1 milione di euro, 200.000 euro in meno rispetto alle spese. Sul sito dell'ente, situato nell'estremo lembo meridionale della Campania, alla voce turismo non compare nulla, impossibile anche trovare informazioni sui 14 Comuni che raggruppa: magari possono essere utili per valorizzare la zona. Le comunità montane dovrebbero, infatti, essere anche funzionali al turismo e all'accoglienza.
Per le comunità montane della Campania, i finanziamenti assegnati variavano dai 244.511 euro per Monti Piacentini (zona della famosa nocciola Tonda di Giffoni), con 1 solo dipendente a tempo pieno, 1 part time e un collaboratore che costano 168.000 euro l'anno e dove le spese complessive superano invece i 289.000 euro, ai 338.719,16 euro per l'Alta Irpinia con 8 dipendenti a tempo pieno che costano 367.961 euro. Le spese della Comunità sono di 408.000 euro. L'ente Monti Lattari, nella penisola sorrentina, presentava un conto di 1 milione di euro, 819.000 solo per spese di personale (19 dipendenti a tempo pieno) e più di 93.000 euro per il funzionamento della sede. Dalla Regione ne ha ricevuti 866.853 euro. Nel 2018, in una lettera aperta sul quotidiano online di Positano, al riconfermato presidente della comunità Luigi Mansi si segnalava lo «stato di abbandono, quasi totale, dei sentieri più percorsi dei Monti Lattari», che prendono il nome dalle capre che vi pascolano, «fornitrici di ottimo latte».
I siti delle comunità montane nel Lazio non brillano per efficienza. Su quello dei Castelli romani e prenestini, in provincia di Roma, gli itinerari «turistico religioso» sono ben 8 ma non contengono informazioni utili: le schede raccontano la storia dei luoghi, in italiano e in inglese. Su come arrivarci, con quali mezzi e in quali strutture, nulla. Però consigliano di scaricare l'app Castelli romani, forse sullo smartphone qualche indicazione in più comparirà.
La XX comunità, quella dei Monti Sabini, propone itinerari archeologici e ippovie ma non c'è alcuna descrizione. In compenso sono dettagliati i percorsi cicloturistici. Il racconto del territorio dev'essere stato fatto non da un esperto di comunicazione, ma da qualche professore che si abbandona ad aggettivi quali «poco antropizzato» e «pedoclimatico». L'unico progetto della Comunità montana, stando al sito, è quello del recupero e restauro conservativo del centro storico rurale Villa Pepoli, ma non si sa a quale anno si riferisca né quale sia l'importo. La comunità Monti Aurunci, in provincia di Latina, non si presenta: rimanda tutto ai 7 Comuni che la compongono. Preferisce un sito di sole immagini e con il calendario di gennaio e febbraio. Per sapere se il territorio montano merita una visita, bisogna andare sul portale dell'associazione Città dell'olio.
«Sono enti inutili: sarebbe meglio pagare spalaneve e tagliare tasse»
«L'auspicio, nel ribadire la massima disponibilità e collaborazione, è ora che il presidente Nicola Zingaretti proceda velocemente ad avviare la fase di commissariamento», commentava Achille Bellucci, presidente di Uncem Lazio, l'Unione nazionale comuni comunità enti montani, all'indomani della delibera del giugno scorso che avviava la fase operativa della messa in liquidazione delle 22 Comunità montane presenti sul territorio. «La riorganizzazione, prevista dalla legge regionale 17 del 2016, era necessaria per dare nuova linfa a un ente intermedio chiamato a valorizzare le specificità dei territori montani», spiegava Alessandra Troncarelli, assessore alle Politiche sociali e agli enti locali. Il rilancio di queste Comunità, centrali nel sistema socioeconomico del Lazio, proseguirà con rinnovato vigore tramite le unioni dei Comuni, chiamate a raccogliere il testimone».
A gestire questo passaggio dovevano essere chiamati, in via prioritaria, gli attuali presidenti degli enti montani e i vicepresidenti o, in loro mancanza, gli assessori più anziani. «Nel caso la scelta ricadesse su di loro, i primi verrebbero nominati commissari dal presidente Nicola Zingaretti, mentre i secondi ricoprirebbero il ruolo di sub commissari», informava la Regione. Incarichi che «fanno gola», come segnalava a ottobre Il Messaggero, sollevando uno dei problemi centrali della corsa alla nomina. Infatti, «verrà corrisposta un'indennità mensile pari rispettivamente al 20 e 10% delle retribuzioni dei consiglieri regionali, quindi circa 1.520 e 760 euro al mese». Ne parliamo con Giancarlo Righini, 51 anni, consigliere alla Regione Lazio di Fratelli d'Italia.
Voi che cosa chiedeste alla giunta Zingaretti?
«L'eliminazione immediata delle Comunità montane già nel 2013, all'inizio della legislatura. La nostra proposta di legge non divenne nemmeno oggetto di discussione».
I commissari sono stati finalmente scelti?
«Sulle modalità di designazione ci sono contestazioni, si faranno ricorsi che andranno avanti per anni, ci saranno presidenti di Comunità che impugneranno nomine a loro non gradite. Ci sono situazioni come quelle della Comunità montana dei Monti Ausoni, il cui presidente Augusto Carè dal 2012 non ha più cariche elettive, condizione per ricoprire l'incarico».
Intanto fiumi di denaro pubblico mantengono questi enti.
«Sono tantissimi soldi, non solo per gli stipendi di un centinaio di dipendenti ma per pagare affitti di strutture, bollette di luce, telefono, riscaldamento. Prevediamo altre spese considerevoli, perché dipendenti che avevano contratti di lavoro occasionali diventati negli anni a tempo indeterminato, in fase di liquidazione degli enti montani rivendicheranno le loro posizioni con la Regione Lazio».
Le Comunità almeno svolgono qualche funzione?
«Non hanno alcuna utilità. I Comuni montani hanno bisogno di essere sostenuti con una serie di incentivi e con la semplificazione delle procedure. Servono interventi regionali mirati, per esempio per limitare disagi nei periodi invernali quando in certe località nevica quasi sempre e gli spostamenti sono difficili, il telelavoro potrebbe tornare utile. Vanno bene le Unioni di Comuni, per razionalizzare servizi e personale. Avevamo anche presentato un emendamento, chiedendo di non aumentare le imposte nei piccoli centri del Lazio, proprio per evitare lo spopolamento, ma non è passato».
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Le Comunità dovevano essere trasformate in Unioni di Comuni: ne rimangono 94. Le 20 della Campania incasseranno 12 milioni.I costi dei lavoratori prosciugano i bilanci, resta poco per favorire il turismo e combattere lo spopolamento.Il consigliere regionale di Fratelli d'Italia Achille Bellucci: «Chiedemmo l'abolizione già nel 2013, ma Nicola Zingaretti non volle mai discutere la proposta. Intanto si è continuato ad assumere personale e mantenere strutture costose».Lo speciale contiene tre articoli Dure a morire, continuano a fagocitare denaro pubblico. Stiamo parlando delle Comunità montane, nate nel 1971 e disciplinate da un decreto legge del 2000: dovevano creare sviluppo dei territori non sufficientemente valorizzati. La legge finanziaria del 2010 ne decretò la fine. Già due anni prima dovevano essere dimezzate per numero, tornarono in vita grazie a una sentenza della Corte costituzionale che affidò la competenza alle Regioni. Il governo Monti scelse un compromesso e con il decreto della «spending review» del 2012 decise di trasformarle in unioni montane di Comuni. Per ciascuna Comunità montana, i presidenti regionali avrebbero dovuto nominare un commissario liquidatore «che per le proprie attività si avvale delle strutture del soppresso ente montano», indicava la legge, specificando che il commissario «decade alla data di estinzione dello stesso ente». A distanza di anni, invece, molti enti ancora esistono: sono 94 in Italia secondo Ancitel, la società di servizi dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Sopravvivono in Trentino Alto Adige (22), Veneto (2), Lombardia (23), Lazio (22), Campania (20), Sardegna (5). Rimangono anche comunità non conteggiate, in attesa di essere liquidate. Tutte conservano dipendenti e funzionari; le Regioni sono obbligate a destinare risorse finanziarie per coprire spese e debiti di questi apparati. Fondi pubblici ingenti, che mantengono in vita enti ritenuti inutili almeno secondo quanto ha stabilito il legislatore. In Lombardia, le 23 Comunità ancora esistenti (da quella dell'Oltrepò Pavese alla Val Brembana, passando per il Parco Alto Garda Bresciano), nel 2019 hanno ricevuto 10,5 milioni di euro. Altrettanti ne avranno quest'anno. In Campania, lo scorso anno a favore delle 20 Comunità la giunta regionale aveva stanziato 12 milioni di euro, più di 1 milione a ciascuno dei 3 enti (Bussento, Lambro e Mingardo; Taburno; Tanagro, Alto e Medio Sele) che oltre alle spese per il personale hanno anche costi molto alti per il funzionamento delle sedi. In Molise, le 10 Comunità montane aspettano di essere liquidate da quattro commissari «tre dei quali erano candidati con l'attuale presidente della Regione, Donato Toma», accusava il consigliere pentastellato Andrea Greco, all'inviato del programma televisivo Striscia la Notizia. «La nomina è a discrezione del presidente», replicava Toma, spiegando che i tempi di liquidazione sono lunghi per «una miriade di cause da smaltire con i dipendenti e con le ditte», e che le Comunità montane «hanno un carico di beni da gestire». Intanto, lo scorso ottobre, sono stati stanziati 2,2 milioni di euro per le 10 che rimangono in piedi in Molise. Nulla, in confronto di quanto spende la Regione Lazio per le 22 Comunità montane ancora presenti sul suo territorio: gli stanziamenti da bilancio sono stati per ciascuna annualità del triennio 2017/2019 di 7,3 milioni di euro. Nel nuovo bilancio 2020-2022, le risorse calano di 1 milione, sono di 6,3 milioni di euro complessivi per ciascuna annualità ma sempre di una marea di soldi si tratta, quasi 19 milioni di euro per pagare dipendenti, affitti e mantenere in piedi strutture svuotate di funzione. Nelle Regioni dove si è proceduto a liquidare le comunità (come in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia), istituendo le Unioni di Comuni, le spese sono diverse. In Veneto, dove i 19 enti erano passati dal ricevere 3 milioni di euro nel 2006 ai 500.000 del 2012, le Comunità sono state trasformate in Unioni montane. Ora sono 21 e lo stanziamento regionale dello scorso anno è stato di 1,2 milioni di euro. Rimangono da liquidare le due Comunità montane commissariate della Lessinia e di Agno Chiampo, per le quali i fondi a disposizione nel 2019 sono stati rispettivamente di 100.000 euro e 75.000 euro. Altro che i 754.000 euro per la comunità Calore Salernitano, tirati fuori dalla Regione Campania nello stesso periodo. La comunità montana ha un organo rappresentativo e un organo esecutivo, composti da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni partecipanti. Il presidente può cumulare la carica con quella di sindaco, i rappresentanti dei Comuni della Comunità montana sono eletti dai Consigli comunali. Forse il vero problema della transizione a Unioni di Comuni l'aveva centrato Marco Sandonà, sindaco di Caltrano e presidente dell'Unione montana Astico, nel Vicentino: «Manca una volontà politica da parte dei sindaci, le comunità montane erano vacche da mungere, ma quando è finito il latte ognuno è andato per conto proprio», affermò la scorsa estate alla Voce dei Berici. Le unioni dei Comuni, in zone montane omogenee, previste dalla legge del 2012 per effetto della trasformazione delle originarie comunità montane e per i Comuni con popolazione sotto i 5.000 abitanti, fanno fatica a svolgere l'esercizio associato di funzioni e i servizi. «Il primo problema è di natura economica: le comunità montane venivano completamente sovvenzionate dalla Regione, mentre il costo del mantenimento delle Unioni spetta ai Comuni», osservava Sandonà. Aggiungeva: «Le strutture amministrative non sono preparate a ragionare con logica sovracomunale, quindi i sindaci si trovano a lottare anche con i tecnici. Si pensi alla cosa più banale: ognuno si sceglie il software che meglio crede, e difficilmente rinuncerà al suo, così i computer dei diversi Comuni non possono dialogare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eternita-montane-cancellate-nel-2010-ma-divorano-ancora-i-soldi-delle-regioni-2644677189.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dove-i-fondi-se-ne-vanno-tutti-per-i-dipendenti" data-post-id="2644677189" data-published-at="1781708225" data-use-pagination="False"> Dove i fondi se ne vanno tutti per i dipendenti Nel Piano triennale di fabbisogno 2019/2021 già approvato della comunità montana del Bussento, Lambro e Mingardo, nel Cilento, si segnala che i posti a tempo pieno sono 14, mentre 10 sono scoperti come altri 8 part time. Il costo del personale lo scorso anno è stato di 916.000 euro, più 110.000 euro di spesa per la sede e quasi 185.000 euro di ammortamento mutuo. Dalla Regione arrivò poco più di 1 milione di euro, 200.000 euro in meno rispetto alle spese. Sul sito dell'ente, situato nell'estremo lembo meridionale della Campania, alla voce turismo non compare nulla, impossibile anche trovare informazioni sui 14 Comuni che raggruppa: magari possono essere utili per valorizzare la zona. Le comunità montane dovrebbero, infatti, essere anche funzionali al turismo e all'accoglienza. Per le comunità montane della Campania, i finanziamenti assegnati variavano dai 244.511 euro per Monti Piacentini (zona della famosa nocciola Tonda di Giffoni), con 1 solo dipendente a tempo pieno, 1 part time e un collaboratore che costano 168.000 euro l'anno e dove le spese complessive superano invece i 289.000 euro, ai 338.719,16 euro per l'Alta Irpinia con 8 dipendenti a tempo pieno che costano 367.961 euro. Le spese della Comunità sono di 408.000 euro. L'ente Monti Lattari, nella penisola sorrentina, presentava un conto di 1 milione di euro, 819.000 solo per spese di personale (19 dipendenti a tempo pieno) e più di 93.000 euro per il funzionamento della sede. Dalla Regione ne ha ricevuti 866.853 euro. Nel 2018, in una lettera aperta sul quotidiano online di Positano, al riconfermato presidente della comunità Luigi Mansi si segnalava lo «stato di abbandono, quasi totale, dei sentieri più percorsi dei Monti Lattari», che prendono il nome dalle capre che vi pascolano, «fornitrici di ottimo latte». I siti delle comunità montane nel Lazio non brillano per efficienza. Su quello dei Castelli romani e prenestini, in provincia di Roma, gli itinerari «turistico religioso» sono ben 8 ma non contengono informazioni utili: le schede raccontano la storia dei luoghi, in italiano e in inglese. Su come arrivarci, con quali mezzi e in quali strutture, nulla. Però consigliano di scaricare l'app Castelli romani, forse sullo smartphone qualche indicazione in più comparirà. La XX comunità, quella dei Monti Sabini, propone itinerari archeologici e ippovie ma non c'è alcuna descrizione. In compenso sono dettagliati i percorsi cicloturistici. Il racconto del territorio dev'essere stato fatto non da un esperto di comunicazione, ma da qualche professore che si abbandona ad aggettivi quali «poco antropizzato» e «pedoclimatico». L'unico progetto della Comunità montana, stando al sito, è quello del recupero e restauro conservativo del centro storico rurale Villa Pepoli, ma non si sa a quale anno si riferisca né quale sia l'importo. La comunità Monti Aurunci, in provincia di Latina, non si presenta: rimanda tutto ai 7 Comuni che la compongono. Preferisce un sito di sole immagini e con il calendario di gennaio e febbraio. 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Il rilancio di queste Comunità, centrali nel sistema socioeconomico del Lazio, proseguirà con rinnovato vigore tramite le unioni dei Comuni, chiamate a raccogliere il testimone». A gestire questo passaggio dovevano essere chiamati, in via prioritaria, gli attuali presidenti degli enti montani e i vicepresidenti o, in loro mancanza, gli assessori più anziani. «Nel caso la scelta ricadesse su di loro, i primi verrebbero nominati commissari dal presidente Nicola Zingaretti, mentre i secondi ricoprirebbero il ruolo di sub commissari», informava la Regione. Incarichi che «fanno gola», come segnalava a ottobre Il Messaggero, sollevando uno dei problemi centrali della corsa alla nomina. Infatti, «verrà corrisposta un'indennità mensile pari rispettivamente al 20 e 10% delle retribuzioni dei consiglieri regionali, quindi circa 1.520 e 760 euro al mese». Ne parliamo con Giancarlo Righini, 51 anni, consigliere alla Regione Lazio di Fratelli d'Italia. Voi che cosa chiedeste alla giunta Zingaretti? «L'eliminazione immediata delle Comunità montane già nel 2013, all'inizio della legislatura. La nostra proposta di legge non divenne nemmeno oggetto di discussione». I commissari sono stati finalmente scelti? «Sulle modalità di designazione ci sono contestazioni, si faranno ricorsi che andranno avanti per anni, ci saranno presidenti di Comunità che impugneranno nomine a loro non gradite. Ci sono situazioni come quelle della Comunità montana dei Monti Ausoni, il cui presidente Augusto Carè dal 2012 non ha più cariche elettive, condizione per ricoprire l'incarico». Intanto fiumi di denaro pubblico mantengono questi enti. «Sono tantissimi soldi, non solo per gli stipendi di un centinaio di dipendenti ma per pagare affitti di strutture, bollette di luce, telefono, riscaldamento. Prevediamo altre spese considerevoli, perché dipendenti che avevano contratti di lavoro occasionali diventati negli anni a tempo indeterminato, in fase di liquidazione degli enti montani rivendicheranno le loro posizioni con la Regione Lazio». Le Comunità almeno svolgono qualche funzione? «Non hanno alcuna utilità. I Comuni montani hanno bisogno di essere sostenuti con una serie di incentivi e con la semplificazione delle procedure. Servono interventi regionali mirati, per esempio per limitare disagi nei periodi invernali quando in certe località nevica quasi sempre e gli spostamenti sono difficili, il telelavoro potrebbe tornare utile. Vanno bene le Unioni di Comuni, per razionalizzare servizi e personale. Avevamo anche presentato un emendamento, chiedendo di non aumentare le imposte nei piccoli centri del Lazio, proprio per evitare lo spopolamento, ma non è passato».
(iStock)
In piena linea con i dati forniti dalle forze di polizia dai quali emerge un costante aumento dei reati commessi da giovani, in particolare se minori. Niente di cui la popolazione non si fosse già resa conto dunque, con buona pace di chi fino a ieri preferiva ricondurne le opinioni ad eccessi di allarmismo magari alimentati dai media. Più che le «rappresentazioni», nel rapporto realizzato dall’istituto di ricerca, parlano le esperienze dirette, con tre cittadini su dieci che riferiscono di minacce, insulti, furti e aggressioni fisiche. Mentre un altro terzo dice di essere a conoscenza di episodi simili che vedono coinvolti amici e conoscenti.
Sebbene vi sia una spaccatura sulla sicurezza del luogo in cui si vive, tra un 46% che ne dà un giudizio ancora positivo e un 44% che invece si considera a rischio, la convinzione che la violenza giovanile sia in aumento sembra mettere d’accordo la maggioranza della popolazione.
Una «percezione» confermata dalle segnalazioni registrate dal ministero dell’Interno. Dopo una flessione fino all’anno del Covid, dopo la pandemia il numero di arrestati e denunciati under 24 vede una crescita costante. In particolare modo nella fascia d’età 14-17, dove dai 25.000 casi del 2020 si è passati ad oltre 37.000 nel 2025. Un dato che peraltro occorre prendere per difetto visto che il 57% del campione interpellato, quindi oltre la metà, nonostante problemi legati al fenomeno delle bande giovanili dice di non aver comunque mai sporto denuncia. Preferendo andare oltre. Come sembrano aver fatto sette cittadini su dieci, che trovandosi a contatto con aree frequentate da gang giovanili, almeno una volta hanno preferito cambiare strada. Una strategia adottata con una certa frequenza da un quarto dei cittadini e in modo sistematico da poco più di uno su dieci. Quanto ai fattori giudicati scatenanti, l’85% punta il dito contro l’assenza o la distrazione della famiglia, giudicata ininfluente, segue il contesto sociale degradato, un’educazione troppo permissiva e la mancanza di autorevolezza delle istituzioni. Una grossa responsabilità l’avrebbero inoltre i social che, secondo il presidente di Eurispes Gian Maria Fara «spesso si rivelano strumenti che amplificano i comportamenti devianti, facendone modelli accattivanti, diffondendone l’esempio, disumanizzando le vittime e desensibilizzando gli autori, normalizzando condotte violente e abusanti». Una boom di devianza che Eurispes racconta come trasversale perché interessa anche i contesti apparentemente meno problematici. Motivo per cui Fara parla «devianza borghese» che si esprime con vandalismo, bullismo e comportamenti autodistruttivi. Dall’altro lato del range c’è quella che vede protagonisti gli stranieri, spesso cresciuti in contesti di marginalità, il cui ruolo nella devianza giovanile cresce negli ultimi anni. Ben 80.827 i giovani stranieri segnalati nel 2025, quasi quanto gli italiani che nello stesso anno sono stati 89.249. Una «parità» di presenza sulla scena criminale restituita anche dalla maggioranza dei soggetti interpellati dal rapporto visto che il 42% descrive le bande giovanili come formate da ragazzi italiani e stranieri insieme, a indicare una visione del fenomeno in quanto realtà eterogenea e mista. Peccato che il peso specifico degli stranieri, in proporzione, sia ben maggiore visto che sono il 10% della popolazione. E questo forse, è l’unico aspetto non ancora ben «percepito».
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In Puglia deliberati 129 milioni di euro a supporto di 560 operazioni. Intervista a Vittorio de Pedys, presidente di Simest, Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato di Simest e Antonio Tajani, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.
Palazzo Koch, sede di Bankitalia (Imagoeconomica)
Un allarme circostanziato, che non chiama in causa solo più o meno oscuri colletti bianchi, ma anche la classe politica.
«Le segnalazioni connesse con contesti corruttivi» ha detto infatti Serata, «evidenziano spesso schemi operativi complessi, volti a occultare la corresponsione di indebite utilità a esponenti politici e funzionari pubblici con ruoli decisionali». «Tali schemi» ha proseguito il direttore dell’Uif, «prevedono l’interposizione di soggetti collegati da rapporti familiari o professionali o di enti, anche esteri, caratterizzati da assetti proprietari opachi. Frequente il transito su conti esteri dei flussi finanziari». Per questo, ha esortato Serata nelle sue conclusioni sul punto, «specialmente in contesti che prevedono l’uso di risorse pubbliche, è necessaria una maggiore attenzione nel cogliere i collegamenti soggettivi con esponenti politici e funzionari, che spesso sfuggono ai segnalanti».
La relazione resa pubblica ieri entra ancora più nel dettaglio e svela il nuovo corso delle bustarelle, che sempre di più si sposta fuori dai confini dell’Italia, rendendo molto difficile intercettarle. «Le analisi di segnalazioni connesse a possibili contesti di riciclaggio», si legge nel documento, «derivanti da fenomeni corruttivi rappresentano articolati schemi finalizzati a schermare la corresponsione di somme a esponenti politici o dipendenti con ruoli decisionali presso la Pa, mediante l’interposizione di enti spesso esteri, aventi assetti proprietari opachi o eccessivamente complessi, ovvero per il tramite di operazioni immobiliari frequenti e articolate. Dalle informazioni raccolte dal canale della collaborazione internazionale, i flussi finanziari rappresentativi di potenziali indebite utilità sovente vengono fatti transitare su conti esteri rendendo ancora più complessa la ricostruzione dell’origine e della destinazione dei flussi».
«In tale contesto», si legge ancora in un passaggio del documento evidenziato in corsivo, «si è osservato il caso di un consorzio aggiudicatario di appalto pubblico contraddistinto da numerose varianti tecniche e suppletive che hanno comportato un aumento rilevante del costo sostenuto per l’Erario. L’analisi finanziaria dei rapporti ha evidenziato che parte dei fondi corrisposti per l’esecuzione dell’opera è stata inviata su conti esteri e poi forse utilizzata per trasferimenti a favore di un esponente della Pa coinvolto nella valutazione delle varianti tecniche dell’appalto medesimo. Altre somme sono state impiegate per disporre bonifici verso entità riconducibili a soggetti che, da notizie di stampa, risultano indagati dall’Autorità giudiziaria per reati di criminalità organizzata».
Ovviamente né Serata né il documento hanno fatto nomi di persone coinvolte, ma l’allarme lanciato dal direttore dell’Uif, oltre a far temere il rischio di una escalation della corruzione tra i politici, porta con sé anche un grosso punto interrogativo.
Gli accertamenti di Bankitalia hanno dato il via a inchieste della magistratura che coinvolgono politici e che potrebbero deflagrare durante l’ultimo anno della legislatura? Non lo sappiamo, ma da quanto emerso ieri il rischio di una campagna elettorale influenzata anche dal lavoro delle toghe appare più che plausibile.
A maggior ragione visto che il rapporto spiega che nel 2025, le segnalazioni di operazioni finanziarie sospette «riconducibili a interessi della criminalità organizzata sono state circa il 14% del totale». Se da un lato il dato è in linea con quello del 2024, a collegare questi dati con l’allarme lanciato da Serata sulla politica è il fatto che «permane l’interesse delle organizzazioni criminali per il settore degli appalti, delle energie rinnovabili e delle agevolazioni pubbliche».
Ma a preoccupare gli uomini dell’Uif c’è anche il fatto che nel 2025 gli sviluppi del conflitto israelo-palestinese e la sua estensione al più ampio contesto mediorientale hanno continuato a incidere sulla minaccia terroristica internazionale, favorendo dinamiche di radicalizzazione e attività propagandistica dei principali gruppi jihadisti, con possibili riflessi sul finanziamento del terrorismo. Secondo il rapporto, infatti, «in questo scenario, analogamente all’anno precedente, il rischio di finanziamento del terrorismo ha continuato a mostrare elementi di attenzione, anche in relazione al possibile sfruttamento dell’instabilità geopolitica per attivare canali di supporto economico illecito. Tali fattori, in linea con quanto osservato nel 2024, hanno trovato riscontro nei fenomeni talvolta emersi nel flusso segnaletico». «L’aggravarsi del quadro geopolitico in Medio Oriente nei primi mesi del 2026» si legge ancora nel documento, «rappresenta inoltre un ulteriore fattore di attenzione, in quanto potenzialmente idoneo a incidere sulle dinamiche di radicalizzazione e sui rischi di attivazione di canali di supporto economico illecito».
Più limitati i pericoli rilevati sul fronte del terrorismo interno: «Di portata più contenuta è invece rimasto il contributo segnaletico riconducibile a possibili attività eversive connesse all’estremismo politico violento che, analogamente all’anno precedente, ha generato un numero limitato di segnalazioni, per lo più riferite a soggetti già noti alle autorità competenti».
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Silvia Salis con Charlotte de Witte sul palco del concerto di Genova dello scorso 11 aprile (Getty Images)
Ma noi non ci siamo scoraggiati e abbiamo continuato a indagare per capire chi ci sia davvero dietro alle società che fanno incetta di contratti con l’amministrazione Salis. La Ops eventi ha organizzato il dj set di Charlotte De Witte, la Rst il concerto di Capodanno, incarico ottenuto di fatto senza gara, dopo l’esclusione, contestata dal Tar, del concorrente più quotato, la Duemilagrandieventi. Un affare da quasi 1,2 milioni di euro: 736.350 per Rst, 198.500 per la sicurezza, 47.500 per strutture e servizi aggiuntivi, 15.500 per la comunicazione, per un totale di 997.850, una cifra a cui bisogna aggiungere l’Iva.
Lunedì presso la sede legale della Ops, ubicata negli uffici di una società di consulenza e servizi aziendali di periferia, ci hanno spiegato che quello era solo un appoggio e che per trovare la sede operativa avremmo dovuto recarci nel quartier generale della Rst, l’azienda gemella. Al nuovo indirizzo c’è solo la targa della Mainagency, una società di sicurezza, mentre sul citofono compare anche la Rst. Al quarto piano, sulla porta dell’ufficio, sono appesi due fogli A4 con stampati i nomi della Mainagency e della Rst, ma anche qui nessuna traccia della Ops. Il titolare della società di sicurezza, l’ex bodyguard tarantino Antonio Boccuni, contattato dalla Verità, nega con fermezza di dividere l’ufficio con la Ops: «Non è vero che abbia la sede da noi. Abbiamo affittato l’ufficio insieme alla Rst, non con l’altra ditta». Eppure due titolari su tre di quest’ultima (Alessandro Orlando e Nicolò Sasso) sono anche i soci di maggioranza della Rst (hanno rispettivamente il 49 e il 45% delle quote). La Rst, come abbiamo scritto ieri, ha vinto la gara per l’organizzazione dell’ultimo Capodanno in piazza, con la presenza del gruppo canoro Pinguini tattici nucleari. Un affidamento ritenuto irregolare dal Tar (il Comune ha fatto ricorso e il Consiglio di Stato ha imposto una sospensiva in attesa di entrare nel merito), a causa dell’esclusione della Duemilagrandieventi, storica società di eventi.
Secondo alcune voci la persona che avrebbe convinto i Pinguini a cantare a Genova, accettando le condizioni economiche previste nel bando (comunque un cachet cospicuo), sarebbe stato Nicolò Sasso, grazie all’agenda costruita ai tempi in cui era dipendente proprio della Duemilagrandieventi, società da lui lasciata nel gennaio 2025, quando ha dato vita alla Ops insieme con Orlando. Dopo l’aggiudicazione di ottobre, Sasso è diventato socio anche della Rst, acquisendo il pacchetto di un altro imprenditore. Non passa neanche una settimana e la Rst, forse forte del contratto quasi milionario (oltre 700.000 euro) ottenuto dal Comune per il veglione di San Silvestro e dell’accordo per un altro triennio di collaborazioni, fa il «grande» salto e modifica la denominazione sociale da Srl semplificata (con un capitale sociale di soli 2.000 euro) in Srl, portando il capitale sociale a 10.000 euro. Sasso, con un investimento di 4.500 euro, diventa così socio al 45%. Una crescita coincisa con il grande affare di Capodanno.
Ieri abbiamo cercato a più riprese Sasso e quando ci ha risposto ha sostenuto di essere impegnato in una riunione. Poi, nel pomeriggio, ci ha scritto: «Buongiorno Giacomo, per me sono giornate molto impegnative, possiamo sentirci più avanti? La ringrazio molto». Abbiamo rilanciato ponendo tre domande per iscritto. Sasso non ha risposto al quesito sulla sede, ma a quella sul suo apporto all’ingaggio dei Pinguini: «Sono stati ingaggiati a Genova dalla società nell’ordinario esercizio della propria attività d’impresa, secondo quanto previsto dal proprio oggetto sociale. È pertanto tecnicamente impreciso affermare che sia stato io a “portare” il complesso a Genova: la società è dotata di autonomia patrimoniale e di personalità giuridica distinta e separata rispetto alla mia persona. È, invece, corretto affermare che ho contribuito a tale risultato nell’esercizio delle mie funzioni dapprima in qualità di dipendente e, successivamente, anche nella veste di socio della medesima società, di cui peraltro conservo tuttora il rapporto di lavoro subordinato». E come è diventato socio della Rst? «Il mio ingresso nella compagine sociale, con la conseguente modifica dell’assetto del capitale, si inscrive in un progetto imprenditoriale di più ampio respiro e di più lungo periodo, del tutto indipendente dalla singola iniziativa o dal singolo evento».
Diamo, infine, un’occhiata ai bilanci della Rst: fino al 2023 sono stati approvati oltre il termine previsto, sintomo di una gestione non propriamente in linea con una buona governance aziendale e stiamo parlando di una microimpresa. Nel 2023 e nel 2024 la Rst ha iniziato a presentare il bilancio in forma abbreviata, dichiarando un fatturato di circa 1 milione l’anno. Nel prospetto di bilancio del 2025, per il periodo 1 gennaio-31 ottobre, il valore della produzione è schizzato a 1,273 milioni, ma non sappiamo se il dato contenesse già l’importo dell’appalto per il Capodanno, aggiudicato proprio a fine ottobre.
La consigliera Anna Orlando, esperta di cultura ed eventi e rappresentante della lista di centrodestra Vince Genova, chiede «massima chiarezza sulle procedure di affidamento» del concerto di fine anno, ponendo due interrogativi: «Come mai era già noto che sarebbero venuti i Pinguini tattici nucleari prima della chiusa dell’iter amministrativo? Perché non ha vinto il bando chi ha fatto la migliore offerta economica, che avrebbe garantito un risparmio di circa 50.000 euro? Un aumento di spesa non giustificato da parte di un’amministrazione pubblica sarebbe un fatto molto grave». Quindi la Orlando lancia una frecciata alla maggioranza: «La sinistra genovese per anni ha definito la città un “eventificio”. Peccato che negli ultimi 12 mesi di governo gli eventi di piazza, di ogni tipo, ma con particolare attenzione ai concerti, non siano certo diminuiti. Mi preoccupa che questo tipo di intrattenimento possa (o voglia) distrarre dai problemi veri della città che sono gravemente trascurati, in primis l’emergenza sicurezza. Ci troviamo di fronte a una sorta di “populismo di sinistra”, in cui gli eventi sono funzionali alle ambizioni politiche della sindaca e Genova e i genovesi hanno un ruolo del tutto marginale».
Paola Bordilli, capogruppo della Lega in Consiglio, rincara: «Stiamo monitorando la gestione del Capodanno fin dall’inizio. Sono riusciti a spendere per una sola sera oltre 1,2 milioni di euro, la stessa cifra che prima il Comune di centrodestra aveva investito per tre intere giornate di eventi. La maggioranza di sinistra auspicava l’intervento di numerosi sponsor, ma quei pochi che sono arrivati sono stati destinati alla lounge Vip. È assurdo che le risorse di uno dei già pochi sponsor siano state investite per finanziare un servizio di baby-sitting privato, riservato a una cerchia ristretta di invitati dell’area autorità».
C’è poi la questione gara: «Da novembre stiamo ancora aspettando una risposta alla nostra richiesta ufficiale di sapere se la giunta abbia incontrato i soggetti aggiudicatari durante lo svolgimento del bando. Abbiamo anche scritto al Prefetto per denunciare questa inadempienza del sindaco, ma non abbiamo ricevuto riscontro. Alla faccia della trasparenza: qui siamo davanti a un vero e proprio muro di gomma. Quando Salis vorrà raccontarci la verità?».
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