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2020-01-13
Eternità montane. Cancellate nel 2010 ma divorano ancora i soldi delle Regioni
Ansa
Dure a morire, continuano a fagocitare denaro pubblico. Stiamo parlando delle Comunità montane, nate nel 1971 e disciplinate da un decreto legge del 2000: dovevano creare sviluppo dei territori non sufficientemente valorizzati. La legge finanziaria del 2010 ne decretò la fine. Già due anni prima dovevano essere dimezzate per numero, tornarono in vita grazie a una sentenza della Corte costituzionale che affidò la competenza alle Regioni. Il governo Monti scelse un compromesso e con il decreto della «spending review» del 2012 decise di trasformarle in unioni montane di Comuni.
Per ciascuna Comunità montana, i presidenti regionali avrebbero dovuto nominare un commissario liquidatore «che per le proprie attività si avvale delle strutture del soppresso ente montano», indicava la legge, specificando che il commissario «decade alla data di estinzione dello stesso ente». A distanza di anni, invece, molti enti ancora esistono: sono 94 in Italia secondo Ancitel, la società di servizi dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Sopravvivono in Trentino Alto Adige (22), Veneto (2), Lombardia (23), Lazio (22), Campania (20), Sardegna (5). Rimangono anche comunità non conteggiate, in attesa di essere liquidate. Tutte conservano dipendenti e funzionari; le Regioni sono obbligate a destinare risorse finanziarie per coprire spese e debiti di questi apparati. Fondi pubblici ingenti, che mantengono in vita enti ritenuti inutili almeno secondo quanto ha stabilito il legislatore.
In Lombardia, le 23 Comunità ancora esistenti (da quella dell'Oltrepò Pavese alla Val Brembana, passando per il Parco Alto Garda Bresciano), nel 2019 hanno ricevuto 10,5 milioni di euro. Altrettanti ne avranno quest'anno. In Campania, lo scorso anno a favore delle 20 Comunità la giunta regionale aveva stanziato 12 milioni di euro, più di 1 milione a ciascuno dei 3 enti (Bussento, Lambro e Mingardo; Taburno; Tanagro, Alto e Medio Sele) che oltre alle spese per il personale hanno anche costi molto alti per il funzionamento delle sedi.
In Molise, le 10 Comunità montane aspettano di essere liquidate da quattro commissari «tre dei quali erano candidati con l'attuale presidente della Regione, Donato Toma», accusava il consigliere pentastellato Andrea Greco, all'inviato del programma televisivo Striscia la Notizia. «La nomina è a discrezione del presidente», replicava Toma, spiegando che i tempi di liquidazione sono lunghi per «una miriade di cause da smaltire con i dipendenti e con le ditte», e che le Comunità montane «hanno un carico di beni da gestire». Intanto, lo scorso ottobre, sono stati stanziati 2,2 milioni di euro per le 10 che rimangono in piedi in Molise.
Nulla, in confronto di quanto spende la Regione Lazio per le 22 Comunità montane ancora presenti sul suo territorio: gli stanziamenti da bilancio sono stati per ciascuna annualità del triennio 2017/2019 di 7,3 milioni di euro. Nel nuovo bilancio 2020-2022, le risorse calano di 1 milione, sono di 6,3 milioni di euro complessivi per ciascuna annualità ma sempre di una marea di soldi si tratta, quasi 19 milioni di euro per pagare dipendenti, affitti e mantenere in piedi strutture svuotate di funzione.
Nelle Regioni dove si è proceduto a liquidare le comunità (come in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia), istituendo le Unioni di Comuni, le spese sono diverse. In Veneto, dove i 19 enti erano passati dal ricevere 3 milioni di euro nel 2006 ai 500.000 del 2012, le Comunità sono state trasformate in Unioni montane. Ora sono 21 e lo stanziamento regionale dello scorso anno è stato di 1,2 milioni di euro. Rimangono da liquidare le due Comunità montane commissariate della Lessinia e di Agno Chiampo, per le quali i fondi a disposizione nel 2019 sono stati rispettivamente di 100.000 euro e 75.000 euro. Altro che i 754.000 euro per la comunità Calore Salernitano, tirati fuori dalla Regione Campania nello stesso periodo.
La comunità montana ha un organo rappresentativo e un organo esecutivo, composti da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni partecipanti. Il presidente può cumulare la carica con quella di sindaco, i rappresentanti dei Comuni della Comunità montana sono eletti dai Consigli comunali. Forse il vero problema della transizione a Unioni di Comuni l'aveva centrato Marco Sandonà, sindaco di Caltrano e presidente dell'Unione montana Astico, nel Vicentino: «Manca una volontà politica da parte dei sindaci, le comunità montane erano vacche da mungere, ma quando è finito il latte ognuno è andato per conto proprio», affermò la scorsa estate alla Voce dei Berici. Le unioni dei Comuni, in zone montane omogenee, previste dalla legge del 2012 per effetto della trasformazione delle originarie comunità montane e per i Comuni con popolazione sotto i 5.000 abitanti, fanno fatica a svolgere l'esercizio associato di funzioni e i servizi. «Il primo problema è di natura economica: le comunità montane venivano completamente sovvenzionate dalla Regione, mentre il costo del mantenimento delle Unioni spetta ai Comuni», osservava Sandonà. Aggiungeva: «Le strutture amministrative non sono preparate a ragionare con logica sovracomunale, quindi i sindaci si trovano a lottare anche con i tecnici. Si pensi alla cosa più banale: ognuno si sceglie il software che meglio crede, e difficilmente rinuncerà al suo, così i computer dei diversi Comuni non possono dialogare».
Dove i fondi se ne vanno tutti per i dipendenti
Nel Piano triennale di fabbisogno 2019/2021 già approvato della comunità montana del Bussento, Lambro e Mingardo, nel Cilento, si segnala che i posti a tempo pieno sono 14, mentre 10 sono scoperti come altri 8 part time. Il costo del personale lo scorso anno è stato di 916.000 euro, più 110.000 euro di spesa per la sede e quasi 185.000 euro di ammortamento mutuo. Dalla Regione arrivò poco più di 1 milione di euro, 200.000 euro in meno rispetto alle spese. Sul sito dell'ente, situato nell'estremo lembo meridionale della Campania, alla voce turismo non compare nulla, impossibile anche trovare informazioni sui 14 Comuni che raggruppa: magari possono essere utili per valorizzare la zona. Le comunità montane dovrebbero, infatti, essere anche funzionali al turismo e all'accoglienza.
Per le comunità montane della Campania, i finanziamenti assegnati variavano dai 244.511 euro per Monti Piacentini (zona della famosa nocciola Tonda di Giffoni), con 1 solo dipendente a tempo pieno, 1 part time e un collaboratore che costano 168.000 euro l'anno e dove le spese complessive superano invece i 289.000 euro, ai 338.719,16 euro per l'Alta Irpinia con 8 dipendenti a tempo pieno che costano 367.961 euro. Le spese della Comunità sono di 408.000 euro. L'ente Monti Lattari, nella penisola sorrentina, presentava un conto di 1 milione di euro, 819.000 solo per spese di personale (19 dipendenti a tempo pieno) e più di 93.000 euro per il funzionamento della sede. Dalla Regione ne ha ricevuti 866.853 euro. Nel 2018, in una lettera aperta sul quotidiano online di Positano, al riconfermato presidente della comunità Luigi Mansi si segnalava lo «stato di abbandono, quasi totale, dei sentieri più percorsi dei Monti Lattari», che prendono il nome dalle capre che vi pascolano, «fornitrici di ottimo latte».
I siti delle comunità montane nel Lazio non brillano per efficienza. Su quello dei Castelli romani e prenestini, in provincia di Roma, gli itinerari «turistico religioso» sono ben 8 ma non contengono informazioni utili: le schede raccontano la storia dei luoghi, in italiano e in inglese. Su come arrivarci, con quali mezzi e in quali strutture, nulla. Però consigliano di scaricare l'app Castelli romani, forse sullo smartphone qualche indicazione in più comparirà.
La XX comunità, quella dei Monti Sabini, propone itinerari archeologici e ippovie ma non c'è alcuna descrizione. In compenso sono dettagliati i percorsi cicloturistici. Il racconto del territorio dev'essere stato fatto non da un esperto di comunicazione, ma da qualche professore che si abbandona ad aggettivi quali «poco antropizzato» e «pedoclimatico». L'unico progetto della Comunità montana, stando al sito, è quello del recupero e restauro conservativo del centro storico rurale Villa Pepoli, ma non si sa a quale anno si riferisca né quale sia l'importo. La comunità Monti Aurunci, in provincia di Latina, non si presenta: rimanda tutto ai 7 Comuni che la compongono. Preferisce un sito di sole immagini e con il calendario di gennaio e febbraio. Per sapere se il territorio montano merita una visita, bisogna andare sul portale dell'associazione Città dell'olio.
«Sono enti inutili: sarebbe meglio pagare spalaneve e tagliare tasse»
«L'auspicio, nel ribadire la massima disponibilità e collaborazione, è ora che il presidente Nicola Zingaretti proceda velocemente ad avviare la fase di commissariamento», commentava Achille Bellucci, presidente di Uncem Lazio, l'Unione nazionale comuni comunità enti montani, all'indomani della delibera del giugno scorso che avviava la fase operativa della messa in liquidazione delle 22 Comunità montane presenti sul territorio. «La riorganizzazione, prevista dalla legge regionale 17 del 2016, era necessaria per dare nuova linfa a un ente intermedio chiamato a valorizzare le specificità dei territori montani», spiegava Alessandra Troncarelli, assessore alle Politiche sociali e agli enti locali. Il rilancio di queste Comunità, centrali nel sistema socioeconomico del Lazio, proseguirà con rinnovato vigore tramite le unioni dei Comuni, chiamate a raccogliere il testimone».
A gestire questo passaggio dovevano essere chiamati, in via prioritaria, gli attuali presidenti degli enti montani e i vicepresidenti o, in loro mancanza, gli assessori più anziani. «Nel caso la scelta ricadesse su di loro, i primi verrebbero nominati commissari dal presidente Nicola Zingaretti, mentre i secondi ricoprirebbero il ruolo di sub commissari», informava la Regione. Incarichi che «fanno gola», come segnalava a ottobre Il Messaggero, sollevando uno dei problemi centrali della corsa alla nomina. Infatti, «verrà corrisposta un'indennità mensile pari rispettivamente al 20 e 10% delle retribuzioni dei consiglieri regionali, quindi circa 1.520 e 760 euro al mese». Ne parliamo con Giancarlo Righini, 51 anni, consigliere alla Regione Lazio di Fratelli d'Italia.
Voi che cosa chiedeste alla giunta Zingaretti?
«L'eliminazione immediata delle Comunità montane già nel 2013, all'inizio della legislatura. La nostra proposta di legge non divenne nemmeno oggetto di discussione».
I commissari sono stati finalmente scelti?
«Sulle modalità di designazione ci sono contestazioni, si faranno ricorsi che andranno avanti per anni, ci saranno presidenti di Comunità che impugneranno nomine a loro non gradite. Ci sono situazioni come quelle della Comunità montana dei Monti Ausoni, il cui presidente Augusto Carè dal 2012 non ha più cariche elettive, condizione per ricoprire l'incarico».
Intanto fiumi di denaro pubblico mantengono questi enti.
«Sono tantissimi soldi, non solo per gli stipendi di un centinaio di dipendenti ma per pagare affitti di strutture, bollette di luce, telefono, riscaldamento. Prevediamo altre spese considerevoli, perché dipendenti che avevano contratti di lavoro occasionali diventati negli anni a tempo indeterminato, in fase di liquidazione degli enti montani rivendicheranno le loro posizioni con la Regione Lazio».
Le Comunità almeno svolgono qualche funzione?
«Non hanno alcuna utilità. I Comuni montani hanno bisogno di essere sostenuti con una serie di incentivi e con la semplificazione delle procedure. Servono interventi regionali mirati, per esempio per limitare disagi nei periodi invernali quando in certe località nevica quasi sempre e gli spostamenti sono difficili, il telelavoro potrebbe tornare utile. Vanno bene le Unioni di Comuni, per razionalizzare servizi e personale. Avevamo anche presentato un emendamento, chiedendo di non aumentare le imposte nei piccoli centri del Lazio, proprio per evitare lo spopolamento, ma non è passato».
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Le Comunità dovevano essere trasformate in Unioni di Comuni: ne rimangono 94. Le 20 della Campania incasseranno 12 milioni.I costi dei lavoratori prosciugano i bilanci, resta poco per favorire il turismo e combattere lo spopolamento.Il consigliere regionale di Fratelli d'Italia Achille Bellucci: «Chiedemmo l'abolizione già nel 2013, ma Nicola Zingaretti non volle mai discutere la proposta. Intanto si è continuato ad assumere personale e mantenere strutture costose».Lo speciale contiene tre articoli Dure a morire, continuano a fagocitare denaro pubblico. Stiamo parlando delle Comunità montane, nate nel 1971 e disciplinate da un decreto legge del 2000: dovevano creare sviluppo dei territori non sufficientemente valorizzati. La legge finanziaria del 2010 ne decretò la fine. Già due anni prima dovevano essere dimezzate per numero, tornarono in vita grazie a una sentenza della Corte costituzionale che affidò la competenza alle Regioni. Il governo Monti scelse un compromesso e con il decreto della «spending review» del 2012 decise di trasformarle in unioni montane di Comuni. Per ciascuna Comunità montana, i presidenti regionali avrebbero dovuto nominare un commissario liquidatore «che per le proprie attività si avvale delle strutture del soppresso ente montano», indicava la legge, specificando che il commissario «decade alla data di estinzione dello stesso ente». A distanza di anni, invece, molti enti ancora esistono: sono 94 in Italia secondo Ancitel, la società di servizi dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Sopravvivono in Trentino Alto Adige (22), Veneto (2), Lombardia (23), Lazio (22), Campania (20), Sardegna (5). Rimangono anche comunità non conteggiate, in attesa di essere liquidate. Tutte conservano dipendenti e funzionari; le Regioni sono obbligate a destinare risorse finanziarie per coprire spese e debiti di questi apparati. Fondi pubblici ingenti, che mantengono in vita enti ritenuti inutili almeno secondo quanto ha stabilito il legislatore. In Lombardia, le 23 Comunità ancora esistenti (da quella dell'Oltrepò Pavese alla Val Brembana, passando per il Parco Alto Garda Bresciano), nel 2019 hanno ricevuto 10,5 milioni di euro. Altrettanti ne avranno quest'anno. In Campania, lo scorso anno a favore delle 20 Comunità la giunta regionale aveva stanziato 12 milioni di euro, più di 1 milione a ciascuno dei 3 enti (Bussento, Lambro e Mingardo; Taburno; Tanagro, Alto e Medio Sele) che oltre alle spese per il personale hanno anche costi molto alti per il funzionamento delle sedi. In Molise, le 10 Comunità montane aspettano di essere liquidate da quattro commissari «tre dei quali erano candidati con l'attuale presidente della Regione, Donato Toma», accusava il consigliere pentastellato Andrea Greco, all'inviato del programma televisivo Striscia la Notizia. «La nomina è a discrezione del presidente», replicava Toma, spiegando che i tempi di liquidazione sono lunghi per «una miriade di cause da smaltire con i dipendenti e con le ditte», e che le Comunità montane «hanno un carico di beni da gestire». Intanto, lo scorso ottobre, sono stati stanziati 2,2 milioni di euro per le 10 che rimangono in piedi in Molise. Nulla, in confronto di quanto spende la Regione Lazio per le 22 Comunità montane ancora presenti sul suo territorio: gli stanziamenti da bilancio sono stati per ciascuna annualità del triennio 2017/2019 di 7,3 milioni di euro. Nel nuovo bilancio 2020-2022, le risorse calano di 1 milione, sono di 6,3 milioni di euro complessivi per ciascuna annualità ma sempre di una marea di soldi si tratta, quasi 19 milioni di euro per pagare dipendenti, affitti e mantenere in piedi strutture svuotate di funzione. Nelle Regioni dove si è proceduto a liquidare le comunità (come in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia), istituendo le Unioni di Comuni, le spese sono diverse. In Veneto, dove i 19 enti erano passati dal ricevere 3 milioni di euro nel 2006 ai 500.000 del 2012, le Comunità sono state trasformate in Unioni montane. Ora sono 21 e lo stanziamento regionale dello scorso anno è stato di 1,2 milioni di euro. Rimangono da liquidare le due Comunità montane commissariate della Lessinia e di Agno Chiampo, per le quali i fondi a disposizione nel 2019 sono stati rispettivamente di 100.000 euro e 75.000 euro. Altro che i 754.000 euro per la comunità Calore Salernitano, tirati fuori dalla Regione Campania nello stesso periodo. La comunità montana ha un organo rappresentativo e un organo esecutivo, composti da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni partecipanti. Il presidente può cumulare la carica con quella di sindaco, i rappresentanti dei Comuni della Comunità montana sono eletti dai Consigli comunali. Forse il vero problema della transizione a Unioni di Comuni l'aveva centrato Marco Sandonà, sindaco di Caltrano e presidente dell'Unione montana Astico, nel Vicentino: «Manca una volontà politica da parte dei sindaci, le comunità montane erano vacche da mungere, ma quando è finito il latte ognuno è andato per conto proprio», affermò la scorsa estate alla Voce dei Berici. Le unioni dei Comuni, in zone montane omogenee, previste dalla legge del 2012 per effetto della trasformazione delle originarie comunità montane e per i Comuni con popolazione sotto i 5.000 abitanti, fanno fatica a svolgere l'esercizio associato di funzioni e i servizi. «Il primo problema è di natura economica: le comunità montane venivano completamente sovvenzionate dalla Regione, mentre il costo del mantenimento delle Unioni spetta ai Comuni», osservava Sandonà. Aggiungeva: «Le strutture amministrative non sono preparate a ragionare con logica sovracomunale, quindi i sindaci si trovano a lottare anche con i tecnici. Si pensi alla cosa più banale: ognuno si sceglie il software che meglio crede, e difficilmente rinuncerà al suo, così i computer dei diversi Comuni non possono dialogare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eternita-montane-cancellate-nel-2010-ma-divorano-ancora-i-soldi-delle-regioni-2644677189.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dove-i-fondi-se-ne-vanno-tutti-per-i-dipendenti" data-post-id="2644677189" data-published-at="1781251006" data-use-pagination="False"> Dove i fondi se ne vanno tutti per i dipendenti Nel Piano triennale di fabbisogno 2019/2021 già approvato della comunità montana del Bussento, Lambro e Mingardo, nel Cilento, si segnala che i posti a tempo pieno sono 14, mentre 10 sono scoperti come altri 8 part time. Il costo del personale lo scorso anno è stato di 916.000 euro, più 110.000 euro di spesa per la sede e quasi 185.000 euro di ammortamento mutuo. Dalla Regione arrivò poco più di 1 milione di euro, 200.000 euro in meno rispetto alle spese. Sul sito dell'ente, situato nell'estremo lembo meridionale della Campania, alla voce turismo non compare nulla, impossibile anche trovare informazioni sui 14 Comuni che raggruppa: magari possono essere utili per valorizzare la zona. Le comunità montane dovrebbero, infatti, essere anche funzionali al turismo e all'accoglienza. Per le comunità montane della Campania, i finanziamenti assegnati variavano dai 244.511 euro per Monti Piacentini (zona della famosa nocciola Tonda di Giffoni), con 1 solo dipendente a tempo pieno, 1 part time e un collaboratore che costano 168.000 euro l'anno e dove le spese complessive superano invece i 289.000 euro, ai 338.719,16 euro per l'Alta Irpinia con 8 dipendenti a tempo pieno che costano 367.961 euro. Le spese della Comunità sono di 408.000 euro. L'ente Monti Lattari, nella penisola sorrentina, presentava un conto di 1 milione di euro, 819.000 solo per spese di personale (19 dipendenti a tempo pieno) e più di 93.000 euro per il funzionamento della sede. Dalla Regione ne ha ricevuti 866.853 euro. Nel 2018, in una lettera aperta sul quotidiano online di Positano, al riconfermato presidente della comunità Luigi Mansi si segnalava lo «stato di abbandono, quasi totale, dei sentieri più percorsi dei Monti Lattari», che prendono il nome dalle capre che vi pascolano, «fornitrici di ottimo latte». I siti delle comunità montane nel Lazio non brillano per efficienza. Su quello dei Castelli romani e prenestini, in provincia di Roma, gli itinerari «turistico religioso» sono ben 8 ma non contengono informazioni utili: le schede raccontano la storia dei luoghi, in italiano e in inglese. Su come arrivarci, con quali mezzi e in quali strutture, nulla. Però consigliano di scaricare l'app Castelli romani, forse sullo smartphone qualche indicazione in più comparirà. La XX comunità, quella dei Monti Sabini, propone itinerari archeologici e ippovie ma non c'è alcuna descrizione. In compenso sono dettagliati i percorsi cicloturistici. Il racconto del territorio dev'essere stato fatto non da un esperto di comunicazione, ma da qualche professore che si abbandona ad aggettivi quali «poco antropizzato» e «pedoclimatico». L'unico progetto della Comunità montana, stando al sito, è quello del recupero e restauro conservativo del centro storico rurale Villa Pepoli, ma non si sa a quale anno si riferisca né quale sia l'importo. La comunità Monti Aurunci, in provincia di Latina, non si presenta: rimanda tutto ai 7 Comuni che la compongono. Preferisce un sito di sole immagini e con il calendario di gennaio e febbraio. 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Il rilancio di queste Comunità, centrali nel sistema socioeconomico del Lazio, proseguirà con rinnovato vigore tramite le unioni dei Comuni, chiamate a raccogliere il testimone». A gestire questo passaggio dovevano essere chiamati, in via prioritaria, gli attuali presidenti degli enti montani e i vicepresidenti o, in loro mancanza, gli assessori più anziani. «Nel caso la scelta ricadesse su di loro, i primi verrebbero nominati commissari dal presidente Nicola Zingaretti, mentre i secondi ricoprirebbero il ruolo di sub commissari», informava la Regione. Incarichi che «fanno gola», come segnalava a ottobre Il Messaggero, sollevando uno dei problemi centrali della corsa alla nomina. Infatti, «verrà corrisposta un'indennità mensile pari rispettivamente al 20 e 10% delle retribuzioni dei consiglieri regionali, quindi circa 1.520 e 760 euro al mese». Ne parliamo con Giancarlo Righini, 51 anni, consigliere alla Regione Lazio di Fratelli d'Italia. Voi che cosa chiedeste alla giunta Zingaretti? «L'eliminazione immediata delle Comunità montane già nel 2013, all'inizio della legislatura. La nostra proposta di legge non divenne nemmeno oggetto di discussione». I commissari sono stati finalmente scelti? «Sulle modalità di designazione ci sono contestazioni, si faranno ricorsi che andranno avanti per anni, ci saranno presidenti di Comunità che impugneranno nomine a loro non gradite. Ci sono situazioni come quelle della Comunità montana dei Monti Ausoni, il cui presidente Augusto Carè dal 2012 non ha più cariche elettive, condizione per ricoprire l'incarico». Intanto fiumi di denaro pubblico mantengono questi enti. «Sono tantissimi soldi, non solo per gli stipendi di un centinaio di dipendenti ma per pagare affitti di strutture, bollette di luce, telefono, riscaldamento. Prevediamo altre spese considerevoli, perché dipendenti che avevano contratti di lavoro occasionali diventati negli anni a tempo indeterminato, in fase di liquidazione degli enti montani rivendicheranno le loro posizioni con la Regione Lazio». Le Comunità almeno svolgono qualche funzione? «Non hanno alcuna utilità. I Comuni montani hanno bisogno di essere sostenuti con una serie di incentivi e con la semplificazione delle procedure. Servono interventi regionali mirati, per esempio per limitare disagi nei periodi invernali quando in certe località nevica quasi sempre e gli spostamenti sono difficili, il telelavoro potrebbe tornare utile. Vanno bene le Unioni di Comuni, per razionalizzare servizi e personale. Avevamo anche presentato un emendamento, chiedendo di non aumentare le imposte nei piccoli centri del Lazio, proprio per evitare lo spopolamento, ma non è passato».
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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