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2020-01-13
Eternità montane. Cancellate nel 2010 ma divorano ancora i soldi delle Regioni
Ansa
Dure a morire, continuano a fagocitare denaro pubblico. Stiamo parlando delle Comunità montane, nate nel 1971 e disciplinate da un decreto legge del 2000: dovevano creare sviluppo dei territori non sufficientemente valorizzati. La legge finanziaria del 2010 ne decretò la fine. Già due anni prima dovevano essere dimezzate per numero, tornarono in vita grazie a una sentenza della Corte costituzionale che affidò la competenza alle Regioni. Il governo Monti scelse un compromesso e con il decreto della «spending review» del 2012 decise di trasformarle in unioni montane di Comuni.
Per ciascuna Comunità montana, i presidenti regionali avrebbero dovuto nominare un commissario liquidatore «che per le proprie attività si avvale delle strutture del soppresso ente montano», indicava la legge, specificando che il commissario «decade alla data di estinzione dello stesso ente». A distanza di anni, invece, molti enti ancora esistono: sono 94 in Italia secondo Ancitel, la società di servizi dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Sopravvivono in Trentino Alto Adige (22), Veneto (2), Lombardia (23), Lazio (22), Campania (20), Sardegna (5). Rimangono anche comunità non conteggiate, in attesa di essere liquidate. Tutte conservano dipendenti e funzionari; le Regioni sono obbligate a destinare risorse finanziarie per coprire spese e debiti di questi apparati. Fondi pubblici ingenti, che mantengono in vita enti ritenuti inutili almeno secondo quanto ha stabilito il legislatore.
In Lombardia, le 23 Comunità ancora esistenti (da quella dell'Oltrepò Pavese alla Val Brembana, passando per il Parco Alto Garda Bresciano), nel 2019 hanno ricevuto 10,5 milioni di euro. Altrettanti ne avranno quest'anno. In Campania, lo scorso anno a favore delle 20 Comunità la giunta regionale aveva stanziato 12 milioni di euro, più di 1 milione a ciascuno dei 3 enti (Bussento, Lambro e Mingardo; Taburno; Tanagro, Alto e Medio Sele) che oltre alle spese per il personale hanno anche costi molto alti per il funzionamento delle sedi.
In Molise, le 10 Comunità montane aspettano di essere liquidate da quattro commissari «tre dei quali erano candidati con l'attuale presidente della Regione, Donato Toma», accusava il consigliere pentastellato Andrea Greco, all'inviato del programma televisivo Striscia la Notizia. «La nomina è a discrezione del presidente», replicava Toma, spiegando che i tempi di liquidazione sono lunghi per «una miriade di cause da smaltire con i dipendenti e con le ditte», e che le Comunità montane «hanno un carico di beni da gestire». Intanto, lo scorso ottobre, sono stati stanziati 2,2 milioni di euro per le 10 che rimangono in piedi in Molise.
Nulla, in confronto di quanto spende la Regione Lazio per le 22 Comunità montane ancora presenti sul suo territorio: gli stanziamenti da bilancio sono stati per ciascuna annualità del triennio 2017/2019 di 7,3 milioni di euro. Nel nuovo bilancio 2020-2022, le risorse calano di 1 milione, sono di 6,3 milioni di euro complessivi per ciascuna annualità ma sempre di una marea di soldi si tratta, quasi 19 milioni di euro per pagare dipendenti, affitti e mantenere in piedi strutture svuotate di funzione.
Nelle Regioni dove si è proceduto a liquidare le comunità (come in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia), istituendo le Unioni di Comuni, le spese sono diverse. In Veneto, dove i 19 enti erano passati dal ricevere 3 milioni di euro nel 2006 ai 500.000 del 2012, le Comunità sono state trasformate in Unioni montane. Ora sono 21 e lo stanziamento regionale dello scorso anno è stato di 1,2 milioni di euro. Rimangono da liquidare le due Comunità montane commissariate della Lessinia e di Agno Chiampo, per le quali i fondi a disposizione nel 2019 sono stati rispettivamente di 100.000 euro e 75.000 euro. Altro che i 754.000 euro per la comunità Calore Salernitano, tirati fuori dalla Regione Campania nello stesso periodo.
La comunità montana ha un organo rappresentativo e un organo esecutivo, composti da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni partecipanti. Il presidente può cumulare la carica con quella di sindaco, i rappresentanti dei Comuni della Comunità montana sono eletti dai Consigli comunali. Forse il vero problema della transizione a Unioni di Comuni l'aveva centrato Marco Sandonà, sindaco di Caltrano e presidente dell'Unione montana Astico, nel Vicentino: «Manca una volontà politica da parte dei sindaci, le comunità montane erano vacche da mungere, ma quando è finito il latte ognuno è andato per conto proprio», affermò la scorsa estate alla Voce dei Berici. Le unioni dei Comuni, in zone montane omogenee, previste dalla legge del 2012 per effetto della trasformazione delle originarie comunità montane e per i Comuni con popolazione sotto i 5.000 abitanti, fanno fatica a svolgere l'esercizio associato di funzioni e i servizi. «Il primo problema è di natura economica: le comunità montane venivano completamente sovvenzionate dalla Regione, mentre il costo del mantenimento delle Unioni spetta ai Comuni», osservava Sandonà. Aggiungeva: «Le strutture amministrative non sono preparate a ragionare con logica sovracomunale, quindi i sindaci si trovano a lottare anche con i tecnici. Si pensi alla cosa più banale: ognuno si sceglie il software che meglio crede, e difficilmente rinuncerà al suo, così i computer dei diversi Comuni non possono dialogare».
Dove i fondi se ne vanno tutti per i dipendenti
Nel Piano triennale di fabbisogno 2019/2021 già approvato della comunità montana del Bussento, Lambro e Mingardo, nel Cilento, si segnala che i posti a tempo pieno sono 14, mentre 10 sono scoperti come altri 8 part time. Il costo del personale lo scorso anno è stato di 916.000 euro, più 110.000 euro di spesa per la sede e quasi 185.000 euro di ammortamento mutuo. Dalla Regione arrivò poco più di 1 milione di euro, 200.000 euro in meno rispetto alle spese. Sul sito dell'ente, situato nell'estremo lembo meridionale della Campania, alla voce turismo non compare nulla, impossibile anche trovare informazioni sui 14 Comuni che raggruppa: magari possono essere utili per valorizzare la zona. Le comunità montane dovrebbero, infatti, essere anche funzionali al turismo e all'accoglienza.
Per le comunità montane della Campania, i finanziamenti assegnati variavano dai 244.511 euro per Monti Piacentini (zona della famosa nocciola Tonda di Giffoni), con 1 solo dipendente a tempo pieno, 1 part time e un collaboratore che costano 168.000 euro l'anno e dove le spese complessive superano invece i 289.000 euro, ai 338.719,16 euro per l'Alta Irpinia con 8 dipendenti a tempo pieno che costano 367.961 euro. Le spese della Comunità sono di 408.000 euro. L'ente Monti Lattari, nella penisola sorrentina, presentava un conto di 1 milione di euro, 819.000 solo per spese di personale (19 dipendenti a tempo pieno) e più di 93.000 euro per il funzionamento della sede. Dalla Regione ne ha ricevuti 866.853 euro. Nel 2018, in una lettera aperta sul quotidiano online di Positano, al riconfermato presidente della comunità Luigi Mansi si segnalava lo «stato di abbandono, quasi totale, dei sentieri più percorsi dei Monti Lattari», che prendono il nome dalle capre che vi pascolano, «fornitrici di ottimo latte».
I siti delle comunità montane nel Lazio non brillano per efficienza. Su quello dei Castelli romani e prenestini, in provincia di Roma, gli itinerari «turistico religioso» sono ben 8 ma non contengono informazioni utili: le schede raccontano la storia dei luoghi, in italiano e in inglese. Su come arrivarci, con quali mezzi e in quali strutture, nulla. Però consigliano di scaricare l'app Castelli romani, forse sullo smartphone qualche indicazione in più comparirà.
La XX comunità, quella dei Monti Sabini, propone itinerari archeologici e ippovie ma non c'è alcuna descrizione. In compenso sono dettagliati i percorsi cicloturistici. Il racconto del territorio dev'essere stato fatto non da un esperto di comunicazione, ma da qualche professore che si abbandona ad aggettivi quali «poco antropizzato» e «pedoclimatico». L'unico progetto della Comunità montana, stando al sito, è quello del recupero e restauro conservativo del centro storico rurale Villa Pepoli, ma non si sa a quale anno si riferisca né quale sia l'importo. La comunità Monti Aurunci, in provincia di Latina, non si presenta: rimanda tutto ai 7 Comuni che la compongono. Preferisce un sito di sole immagini e con il calendario di gennaio e febbraio. Per sapere se il territorio montano merita una visita, bisogna andare sul portale dell'associazione Città dell'olio.
«Sono enti inutili: sarebbe meglio pagare spalaneve e tagliare tasse»
«L'auspicio, nel ribadire la massima disponibilità e collaborazione, è ora che il presidente Nicola Zingaretti proceda velocemente ad avviare la fase di commissariamento», commentava Achille Bellucci, presidente di Uncem Lazio, l'Unione nazionale comuni comunità enti montani, all'indomani della delibera del giugno scorso che avviava la fase operativa della messa in liquidazione delle 22 Comunità montane presenti sul territorio. «La riorganizzazione, prevista dalla legge regionale 17 del 2016, era necessaria per dare nuova linfa a un ente intermedio chiamato a valorizzare le specificità dei territori montani», spiegava Alessandra Troncarelli, assessore alle Politiche sociali e agli enti locali. Il rilancio di queste Comunità, centrali nel sistema socioeconomico del Lazio, proseguirà con rinnovato vigore tramite le unioni dei Comuni, chiamate a raccogliere il testimone».
A gestire questo passaggio dovevano essere chiamati, in via prioritaria, gli attuali presidenti degli enti montani e i vicepresidenti o, in loro mancanza, gli assessori più anziani. «Nel caso la scelta ricadesse su di loro, i primi verrebbero nominati commissari dal presidente Nicola Zingaretti, mentre i secondi ricoprirebbero il ruolo di sub commissari», informava la Regione. Incarichi che «fanno gola», come segnalava a ottobre Il Messaggero, sollevando uno dei problemi centrali della corsa alla nomina. Infatti, «verrà corrisposta un'indennità mensile pari rispettivamente al 20 e 10% delle retribuzioni dei consiglieri regionali, quindi circa 1.520 e 760 euro al mese». Ne parliamo con Giancarlo Righini, 51 anni, consigliere alla Regione Lazio di Fratelli d'Italia.
Voi che cosa chiedeste alla giunta Zingaretti?
«L'eliminazione immediata delle Comunità montane già nel 2013, all'inizio della legislatura. La nostra proposta di legge non divenne nemmeno oggetto di discussione».
I commissari sono stati finalmente scelti?
«Sulle modalità di designazione ci sono contestazioni, si faranno ricorsi che andranno avanti per anni, ci saranno presidenti di Comunità che impugneranno nomine a loro non gradite. Ci sono situazioni come quelle della Comunità montana dei Monti Ausoni, il cui presidente Augusto Carè dal 2012 non ha più cariche elettive, condizione per ricoprire l'incarico».
Intanto fiumi di denaro pubblico mantengono questi enti.
«Sono tantissimi soldi, non solo per gli stipendi di un centinaio di dipendenti ma per pagare affitti di strutture, bollette di luce, telefono, riscaldamento. Prevediamo altre spese considerevoli, perché dipendenti che avevano contratti di lavoro occasionali diventati negli anni a tempo indeterminato, in fase di liquidazione degli enti montani rivendicheranno le loro posizioni con la Regione Lazio».
Le Comunità almeno svolgono qualche funzione?
«Non hanno alcuna utilità. I Comuni montani hanno bisogno di essere sostenuti con una serie di incentivi e con la semplificazione delle procedure. Servono interventi regionali mirati, per esempio per limitare disagi nei periodi invernali quando in certe località nevica quasi sempre e gli spostamenti sono difficili, il telelavoro potrebbe tornare utile. Vanno bene le Unioni di Comuni, per razionalizzare servizi e personale. Avevamo anche presentato un emendamento, chiedendo di non aumentare le imposte nei piccoli centri del Lazio, proprio per evitare lo spopolamento, ma non è passato».
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Le Comunità dovevano essere trasformate in Unioni di Comuni: ne rimangono 94. Le 20 della Campania incasseranno 12 milioni.I costi dei lavoratori prosciugano i bilanci, resta poco per favorire il turismo e combattere lo spopolamento.Il consigliere regionale di Fratelli d'Italia Achille Bellucci: «Chiedemmo l'abolizione già nel 2013, ma Nicola Zingaretti non volle mai discutere la proposta. Intanto si è continuato ad assumere personale e mantenere strutture costose».Lo speciale contiene tre articoli Dure a morire, continuano a fagocitare denaro pubblico. Stiamo parlando delle Comunità montane, nate nel 1971 e disciplinate da un decreto legge del 2000: dovevano creare sviluppo dei territori non sufficientemente valorizzati. La legge finanziaria del 2010 ne decretò la fine. Già due anni prima dovevano essere dimezzate per numero, tornarono in vita grazie a una sentenza della Corte costituzionale che affidò la competenza alle Regioni. Il governo Monti scelse un compromesso e con il decreto della «spending review» del 2012 decise di trasformarle in unioni montane di Comuni. Per ciascuna Comunità montana, i presidenti regionali avrebbero dovuto nominare un commissario liquidatore «che per le proprie attività si avvale delle strutture del soppresso ente montano», indicava la legge, specificando che il commissario «decade alla data di estinzione dello stesso ente». A distanza di anni, invece, molti enti ancora esistono: sono 94 in Italia secondo Ancitel, la società di servizi dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Sopravvivono in Trentino Alto Adige (22), Veneto (2), Lombardia (23), Lazio (22), Campania (20), Sardegna (5). Rimangono anche comunità non conteggiate, in attesa di essere liquidate. Tutte conservano dipendenti e funzionari; le Regioni sono obbligate a destinare risorse finanziarie per coprire spese e debiti di questi apparati. Fondi pubblici ingenti, che mantengono in vita enti ritenuti inutili almeno secondo quanto ha stabilito il legislatore. In Lombardia, le 23 Comunità ancora esistenti (da quella dell'Oltrepò Pavese alla Val Brembana, passando per il Parco Alto Garda Bresciano), nel 2019 hanno ricevuto 10,5 milioni di euro. Altrettanti ne avranno quest'anno. In Campania, lo scorso anno a favore delle 20 Comunità la giunta regionale aveva stanziato 12 milioni di euro, più di 1 milione a ciascuno dei 3 enti (Bussento, Lambro e Mingardo; Taburno; Tanagro, Alto e Medio Sele) che oltre alle spese per il personale hanno anche costi molto alti per il funzionamento delle sedi. In Molise, le 10 Comunità montane aspettano di essere liquidate da quattro commissari «tre dei quali erano candidati con l'attuale presidente della Regione, Donato Toma», accusava il consigliere pentastellato Andrea Greco, all'inviato del programma televisivo Striscia la Notizia. «La nomina è a discrezione del presidente», replicava Toma, spiegando che i tempi di liquidazione sono lunghi per «una miriade di cause da smaltire con i dipendenti e con le ditte», e che le Comunità montane «hanno un carico di beni da gestire». Intanto, lo scorso ottobre, sono stati stanziati 2,2 milioni di euro per le 10 che rimangono in piedi in Molise. Nulla, in confronto di quanto spende la Regione Lazio per le 22 Comunità montane ancora presenti sul suo territorio: gli stanziamenti da bilancio sono stati per ciascuna annualità del triennio 2017/2019 di 7,3 milioni di euro. Nel nuovo bilancio 2020-2022, le risorse calano di 1 milione, sono di 6,3 milioni di euro complessivi per ciascuna annualità ma sempre di una marea di soldi si tratta, quasi 19 milioni di euro per pagare dipendenti, affitti e mantenere in piedi strutture svuotate di funzione. Nelle Regioni dove si è proceduto a liquidare le comunità (come in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia), istituendo le Unioni di Comuni, le spese sono diverse. In Veneto, dove i 19 enti erano passati dal ricevere 3 milioni di euro nel 2006 ai 500.000 del 2012, le Comunità sono state trasformate in Unioni montane. Ora sono 21 e lo stanziamento regionale dello scorso anno è stato di 1,2 milioni di euro. Rimangono da liquidare le due Comunità montane commissariate della Lessinia e di Agno Chiampo, per le quali i fondi a disposizione nel 2019 sono stati rispettivamente di 100.000 euro e 75.000 euro. Altro che i 754.000 euro per la comunità Calore Salernitano, tirati fuori dalla Regione Campania nello stesso periodo. La comunità montana ha un organo rappresentativo e un organo esecutivo, composti da sindaci, assessori o consiglieri dei Comuni partecipanti. Il presidente può cumulare la carica con quella di sindaco, i rappresentanti dei Comuni della Comunità montana sono eletti dai Consigli comunali. Forse il vero problema della transizione a Unioni di Comuni l'aveva centrato Marco Sandonà, sindaco di Caltrano e presidente dell'Unione montana Astico, nel Vicentino: «Manca una volontà politica da parte dei sindaci, le comunità montane erano vacche da mungere, ma quando è finito il latte ognuno è andato per conto proprio», affermò la scorsa estate alla Voce dei Berici. Le unioni dei Comuni, in zone montane omogenee, previste dalla legge del 2012 per effetto della trasformazione delle originarie comunità montane e per i Comuni con popolazione sotto i 5.000 abitanti, fanno fatica a svolgere l'esercizio associato di funzioni e i servizi. «Il primo problema è di natura economica: le comunità montane venivano completamente sovvenzionate dalla Regione, mentre il costo del mantenimento delle Unioni spetta ai Comuni», osservava Sandonà. Aggiungeva: «Le strutture amministrative non sono preparate a ragionare con logica sovracomunale, quindi i sindaci si trovano a lottare anche con i tecnici. Si pensi alla cosa più banale: ognuno si sceglie il software che meglio crede, e difficilmente rinuncerà al suo, così i computer dei diversi Comuni non possono dialogare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eternita-montane-cancellate-nel-2010-ma-divorano-ancora-i-soldi-delle-regioni-2644677189.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dove-i-fondi-se-ne-vanno-tutti-per-i-dipendenti" data-post-id="2644677189" data-published-at="1778180562" data-use-pagination="False"> Dove i fondi se ne vanno tutti per i dipendenti Nel Piano triennale di fabbisogno 2019/2021 già approvato della comunità montana del Bussento, Lambro e Mingardo, nel Cilento, si segnala che i posti a tempo pieno sono 14, mentre 10 sono scoperti come altri 8 part time. Il costo del personale lo scorso anno è stato di 916.000 euro, più 110.000 euro di spesa per la sede e quasi 185.000 euro di ammortamento mutuo. Dalla Regione arrivò poco più di 1 milione di euro, 200.000 euro in meno rispetto alle spese. Sul sito dell'ente, situato nell'estremo lembo meridionale della Campania, alla voce turismo non compare nulla, impossibile anche trovare informazioni sui 14 Comuni che raggruppa: magari possono essere utili per valorizzare la zona. Le comunità montane dovrebbero, infatti, essere anche funzionali al turismo e all'accoglienza. Per le comunità montane della Campania, i finanziamenti assegnati variavano dai 244.511 euro per Monti Piacentini (zona della famosa nocciola Tonda di Giffoni), con 1 solo dipendente a tempo pieno, 1 part time e un collaboratore che costano 168.000 euro l'anno e dove le spese complessive superano invece i 289.000 euro, ai 338.719,16 euro per l'Alta Irpinia con 8 dipendenti a tempo pieno che costano 367.961 euro. Le spese della Comunità sono di 408.000 euro. L'ente Monti Lattari, nella penisola sorrentina, presentava un conto di 1 milione di euro, 819.000 solo per spese di personale (19 dipendenti a tempo pieno) e più di 93.000 euro per il funzionamento della sede. Dalla Regione ne ha ricevuti 866.853 euro. Nel 2018, in una lettera aperta sul quotidiano online di Positano, al riconfermato presidente della comunità Luigi Mansi si segnalava lo «stato di abbandono, quasi totale, dei sentieri più percorsi dei Monti Lattari», che prendono il nome dalle capre che vi pascolano, «fornitrici di ottimo latte». I siti delle comunità montane nel Lazio non brillano per efficienza. Su quello dei Castelli romani e prenestini, in provincia di Roma, gli itinerari «turistico religioso» sono ben 8 ma non contengono informazioni utili: le schede raccontano la storia dei luoghi, in italiano e in inglese. Su come arrivarci, con quali mezzi e in quali strutture, nulla. Però consigliano di scaricare l'app Castelli romani, forse sullo smartphone qualche indicazione in più comparirà. La XX comunità, quella dei Monti Sabini, propone itinerari archeologici e ippovie ma non c'è alcuna descrizione. In compenso sono dettagliati i percorsi cicloturistici. Il racconto del territorio dev'essere stato fatto non da un esperto di comunicazione, ma da qualche professore che si abbandona ad aggettivi quali «poco antropizzato» e «pedoclimatico». L'unico progetto della Comunità montana, stando al sito, è quello del recupero e restauro conservativo del centro storico rurale Villa Pepoli, ma non si sa a quale anno si riferisca né quale sia l'importo. La comunità Monti Aurunci, in provincia di Latina, non si presenta: rimanda tutto ai 7 Comuni che la compongono. Preferisce un sito di sole immagini e con il calendario di gennaio e febbraio. 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Il rilancio di queste Comunità, centrali nel sistema socioeconomico del Lazio, proseguirà con rinnovato vigore tramite le unioni dei Comuni, chiamate a raccogliere il testimone». A gestire questo passaggio dovevano essere chiamati, in via prioritaria, gli attuali presidenti degli enti montani e i vicepresidenti o, in loro mancanza, gli assessori più anziani. «Nel caso la scelta ricadesse su di loro, i primi verrebbero nominati commissari dal presidente Nicola Zingaretti, mentre i secondi ricoprirebbero il ruolo di sub commissari», informava la Regione. Incarichi che «fanno gola», come segnalava a ottobre Il Messaggero, sollevando uno dei problemi centrali della corsa alla nomina. Infatti, «verrà corrisposta un'indennità mensile pari rispettivamente al 20 e 10% delle retribuzioni dei consiglieri regionali, quindi circa 1.520 e 760 euro al mese». Ne parliamo con Giancarlo Righini, 51 anni, consigliere alla Regione Lazio di Fratelli d'Italia. Voi che cosa chiedeste alla giunta Zingaretti? «L'eliminazione immediata delle Comunità montane già nel 2013, all'inizio della legislatura. La nostra proposta di legge non divenne nemmeno oggetto di discussione». I commissari sono stati finalmente scelti? «Sulle modalità di designazione ci sono contestazioni, si faranno ricorsi che andranno avanti per anni, ci saranno presidenti di Comunità che impugneranno nomine a loro non gradite. Ci sono situazioni come quelle della Comunità montana dei Monti Ausoni, il cui presidente Augusto Carè dal 2012 non ha più cariche elettive, condizione per ricoprire l'incarico». Intanto fiumi di denaro pubblico mantengono questi enti. «Sono tantissimi soldi, non solo per gli stipendi di un centinaio di dipendenti ma per pagare affitti di strutture, bollette di luce, telefono, riscaldamento. Prevediamo altre spese considerevoli, perché dipendenti che avevano contratti di lavoro occasionali diventati negli anni a tempo indeterminato, in fase di liquidazione degli enti montani rivendicheranno le loro posizioni con la Regione Lazio». Le Comunità almeno svolgono qualche funzione? «Non hanno alcuna utilità. I Comuni montani hanno bisogno di essere sostenuti con una serie di incentivi e con la semplificazione delle procedure. Servono interventi regionali mirati, per esempio per limitare disagi nei periodi invernali quando in certe località nevica quasi sempre e gli spostamenti sono difficili, il telelavoro potrebbe tornare utile. Vanno bene le Unioni di Comuni, per razionalizzare servizi e personale. Avevamo anche presentato un emendamento, chiedendo di non aumentare le imposte nei piccoli centri del Lazio, proprio per evitare lo spopolamento, ma non è passato».
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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