Meloni «grazia» Renzi per i poster «fascisti». Ma la sinistra sbraita: «Elogia Almirante»
2026-05-23
Politica e affari
La missione partirà la mattina di mercoledì 20 aprile, quando il premier italiano Mario Draghi atterrerà nella Repubblica dell'Angola per incontrare il presidente Joao Manuel Gonçalves Lourenço.
Il mattino dopo altra tappa, questa volta a Brazzaville, in Congo, dove è previsto il faccia a faccia con il presidente della Repubblica Denis Sassou N'Guesso. Il viaggio ha un solo motivo: ottenere più gas dai Paesi africani per cercare di sostituire prima possibile le forniture della Russia di Vladimir Putin. Draghi, come gli avrà spiegato il numero uno dell'Eni Claudio Descalzi che conosce a memoria ogni angolo dell'Africa, è praticamente certo di portare a casa un risultato. Chissà però se è stato avvertito di quella che potrebbe trasformarsi in una vera e propria beffa: per cacciare dalla porta il gas russo l'Italia userà quello africano, facendo però rientrare in qualche modo i russi dalla finestra.
È dal Congo infatti che in tempi relativamente brevi l'Italia potrà ottenere un aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto grazie al permesso di estrazione Marine XII ottenuto da Eni al largo nelle acque territoriali congolesi (si stimano estraibili dal giacimento 1,3 miliardi di barili di petrolio e sei trilioni di piedi cubi di gas naturale). Giusto due mesi fa il gruppo guidato da Descalzi ha firmato un accordo con il miliardario statunitense Wes Edens (ex Lehman Brothers ed ex BlackRock) e la sua società newyorchese NFE (New Fortress Energy) per portare in Congo un impianto di liquefazione del gas galleggiante in grado di produrre quasi una tonnellata e mezza di gas liquefatto all'anno.
Per favorire l'operazione il parlamento congolese ha varato una nuova legge firmata dal presidente N'Guesso il 26 gennaio scorso e pubblicata sul bollettino ufficiale ai primi di marzo, dove si prevede che fino a 10 milioni di tonnellate annue di produzione il Congo riceverà in cambio il 20% dei profitti, che diventeranno il 40% sopra i 40 milioni di tonnellate annue. Il resto dei profitti sarà diviso da Eni con i due soci che lavorano all'estrazione: la Snpc (società statale del petrolio congolese) che ha il 10% del permesso, e la russa Lukoil con il suo 25%. Quindi il gas che dovrebbe sostituire per l'Italia le importazioni dalla Russia sarà estratto da Eni in Congo a braccetto con il più grande colosso russo dopo Gazprom.
Vero che al momento né Lukoil né l'oligarca che presiede il gruppo- Vagit Alekperov - figurano nelle varie liste occidentali sulle sanzioni alla Russia, ma è evidente che se Ue e Italia decidono di chiudere le porte a petrolio e gas di Mosca, è difficile non farlo con il primo gruppo petrolifero e secondo del gas in Russia. Gli intrecci con Lukoil per altro sono notevoli e favoriti anche dal passaggio avvenuto due anni fa al gruppo russo dell'allora numero due dell'Eni, Antonio Vella. Ma strettissimo è pure il rapporto fra Lukoil e le massime autorità del Congo, compreso lo stesso presidente che giovedì prossimo riceverà Draghi.
Fu infatti durante una visita di N'Guesso a Mosca a fine maggio del 2019 che fu firmata una lettera di intenti fra SNPC e Lukoil per l'ingresso da protagonista di quest'ultima nel mercato congolese nel settore degli idrocarburi e del gas. E l'intesa è stata rafforzata nel maggio 2021 grazie alla missione a Brazaville del numero due di Lukoil, Ivan Romanosky.
Non ci sono partnership russe in Angola, dove l'Eni è presente da tempo e ha lavorato a un lungo processo di fusione delle attività in loco con quelle di British Petroleum costituendo la joint venture Azule Energy, grazie alla consulenza legale-societaria dei portoghesi di Miranda e dello studio britannico Pinsent Masons. Ma se la devono comunque vedere con il primo produttore presente nel paese, il colosso francese TotalEnergies.
Aggiornamento di lunedì 18 aprile 2022
Il premier Mario Draghi è risultato positivo al Covid ed è asintomatico. Salta però il suo viaggio alla ricerca di gas alternativo a quello russo.
Questo giornale è da sempre impegnato contro gli ipocriti. In redazione siamo infatti allergici a tutti quegli uomini politici, ma non solo, che sostengono alcuni principi, ma poi adottano misure che li contraddicono. A tal proposito abbiamo di recente denunciato il comportamento del nuovo campione della sinistra, quel Pedro Sánchez che Elly Schlein e compagni hanno eletto a nuovo punto di riferimento del progressismo mondiale.
Il premier spagnolo in pubblico si è fatto bello dicendo che non avrebbe aumentato la spesa militare, ma poi in silenzio ha fatto il contrario. Stesso atteggiamento messo in atto con la Russia di Putin, che a parole è stata condannata per l’invasione dell’Ucraina, ma nei fatti è finanziata con l’acquisto di gas russo. Madrid, infatti, è il primo acquirente di Gnl, mentre il secondo è Parigi, dove regna incurante dei sondaggi un altro campione della sinistra europea, ossia Emmanuel Macron.
Ai due leader che tanto piacciono alla sinistra però ora se ne aggiunge un terzo, anch’egli campione di ipocrisia. Parliamo di Keir Starmer da due anni primo ministro di Sua Maestà Carlo III. Nonostante sia sempre più in difficoltà, il leader laburista con un tartufesco giro di parole ieri ha allentato le rigide sanzioni a carico del petrolio russo. Lo ha svelato la Bbc, precisando che la decisione sarebbe dovuta alla crisi venutasi a creare in seguito al blocco dello stretto di Hormuz. Con lo stop al passaggio delle petroliere cariche di greggio proveniente dai Paesi del Golfo, la Gran Bretagna rischia di rimanere a secco di benzina e cherosene, con conseguente fermo dei trasporti aerei e su gomma. La deroga alle misure prese come ritorsione in seguito all’attacco contro Kiev entrerà in vigore già oggi e, secondo la Bbc, riguarderà anche il trasporto di gas naturale liquefatto, il famoso Gnl tanto caro a Pedro Sánchez e a Macron.
Perché riteniamo che la mossa sia altamente ipocrita? Perché da un lato si continua a dire che non si deve trattare con Putin e si rifiutano quelle che vengono definite concessioni all’invasore russo, ma dall’altro, riducendo le sanzioni, si finanzia la guerra dello zar del Cremlino.
Ovviamente ci è ben chiaro che a seguito dell’attacco americano e israeliano all’Iran la situazione geopolitica è radicalmente mutata. E abbiamo ben presenti quali siano le preoccupazioni relative all’approvvigionamento di alcuni carburanti. Tuttavia, la giravolta di Starmer e compagni è troppo evidente per essere taciuta. La Gran Bretagna è stata in questi anni una delle più fiere sostenitrici della resistenza ucraina. Ai tempi di Boris Johnson addirittura si disse che a far saltare la trattativa per giungere a una pace fra Kiev e Mosca sia stata proprio Londra, che si sarebbe opposta a qualsiasi concessione, convinta che armando l’esercito ucraino sarebbe stato possibile respingere gli invasori. All’epoca si disse anche che la Gran Bretagna, oltre a rifornire Zelensky di missili e sistema di difesa, volesse in cambio qualche concessione quando si sarebbe parlato di ricostruzione, ma sta di fatto che il premier Starmer, succeduto a Johnson dopo le brevi parentesi di Liz Truss e Rishi Sunak, in difesa dell’Ucraina si è molto speso, fino a farsi interprete di un gruppo di volenterosi (insieme a Macron) da opporre alla Russia. La proposta a dire il vero non è andata oltre le dichiarazioni di prammatica, ma adesso, per convenienza, il premier inglese si rimangia anche quelle.
Certo, la decisione lo espone a una figura non proprio encomiabile e perciò, appena uscita la notizia, Starmer si è affrettato a correggere la Bbc, dicendo che lo stop alle sanzioni sarebbe temporaneo, giusto il tempo di far fronte all’emergenza, per poi tornare fra qualche mese al rigore di sempre. Come si dice in Veneto, xe pèso il tacòn del buso, cioè peggio la toppa del buco, perché mostra che i principi si possono sospendere a seconda della convenienza. Siamo nemici di Putin e lo sanzioniamo, ma quando serve mettiamo da parte l’imbarazzo e in cambio del suo petrolio siamo pronti a finanziare anche la sua guerra. E tanti saluti agli ucraini. Insomma, è una coscienza a giorni alterni. Quando sono dispari si indigna e quando invece il calendario è pari l’indignazione la mette da parte e pensa agli affari. È la conseguenza del progresso. Anzi, del progressismo.
Claudio Bertolotti è stato capo sezione contro intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan e oggi dirige l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (React), che ha da poco diffuso un nuovo report sul radicalismo. Un’analisi molto dettagliata che deve fare riflettere, anche sul caso di Salim El Koudry, l’attentatore di Modena il cui atto feroce e violento troppo velocemente è stato ridotto a manifestazione di disagio psichico.
Bertolotti, quali sono i nuovi profili degli attentatori? Nel vostro report voi parlate soprattutto di guerra cognitiva, di una «combinazione di fragilità personale, marginalità sociali, traumi individuali e collettivi». Persone marginalizzate e con fragilità psichiche sono tra i nuovi bersagli della propaganda del terrorismo?
«Ammesso che sia effettivamente la propaganda a scatenare questo impeto o a stimolare la violenza associata al terrorismo. Mi spiego meglio. Non che non lo sia, è che spesso si utilizza troppo grossolanamente il termine propaganda, che è una macro-categoria all’interno della quale si inseriscono ben altre sottocategorie molto strutturate: la disinformazione, la misinformazione, la malinformazione, il discorso d’odio. Ognuna di queste categorie si rivolge allo stesso pubblico, ma con effetti diversi. In alcuni casi sono addirittura gli Stati a utilizzarle, in altri casi sono organizzazioni non statali come le organizzazioni criminali o i gruppi terroristici. Lo Stato islamico in particolare, anche se non è l’unico, attraverso la sua comunicazione strategica definisce quelli che sono gli obiettivi massimali. Cioè combattere, imporre la propria visione del mondo attraverso lo strumento del jihad, che di per sé sarebbe lo sforzo, è la testimonianza della propria fede, è il voler difendere la propria fede e la propria religione e viene usato per legittimare gli atti violenti. La comunicazione strategica dello Stato islamico dice di fare determinate cose: colpire il nemico, l’infedele, a partire dai musulmani non allineati, poi gli ebrei, poi i cristiani e l’Occidente in generale. E dice anche tecnicamente come farlo, spiega perché e come».
Lo abbiamo raccontato già una decina di anni fa, quando Al-Adnani, principale propagandista dello Stato islamico, sosteneva che si dovessero colpire gli infedeli con ogni mezzo: pietre, bastoni, auto, coltelli...
«Esatto, era il lontano 2015-2016 quando Al-Adnani fece questo bel discorso che di fatto stravolse completamente quella che era la natura dello Stato islamico, cioè anticipò la distruzione, la disintegrazione dello Stato islamico, sostanzialmente confermando quello che poi sarebbe venuto, cioè l’abbandono della territorialità e l’espansione sul piano ideologico, fideistico attraverso lo strumento del franchise. Gruppi già esistenti che attraverso l’atto del Bayat, la sottomissione al Califfo, accettano di portare avanti il progetto di massima dello Stato islamico, che è quello di riportare l’islam nelle terre che islamiche sono storicamente state».
E veniamo allora al caso di Modena. Date le premesse che lei ha fatto, è possibile che i messaggi di cui sopra vengano intercettati da qualcuno che ha fragilità psichica e magari motivi di risentimento individuali così da produrre poi degli attacchi? Oliver Roy diceva: «Non è la radicalizzazione dell’islamismo ma l’islamizzazione del radicalismo».
«È esattamente quello che sta avvenendo. Ormai da dieci anni a questa parte abbiamo una fotografia molto dettagliata del terrorismo, almeno in Europa. Come osservatorio React ogni anno pubblichiamo un rapporto che va, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, a descriverne l’evoluzione. La maggior parte degli attentatori e dei terroristi che hanno colpito in Europa non sono mai stati parte di un’organizzazione o di una rete strutturata, ma sono attori singoli che rispondono a un appello estremamente generico e seguendo direttive tecniche che poi effettivamente mettono in pratica durante i loro attacchi. Sono cose estremamente semplici, in genere l’utilizzo dell’automobile come ariete, quello che è avvenuto a Modena. O l’utilizzo delle armi bianche, di armi improvvisate che vengono comprate in offerta nei peggiori supermercati delle periferie urbane e che vengono utilizzate per portare a compimento l’atto. Terzo elemento, anche in questo caso confermato nel caso di Modena, la disponibilità o addirittura la consapevolezza di morire al termine dell’attacco, al fine di ottenere il titolo di soldato del Califfato, quindi mujahideen, il combattente del jihad».
Su Salim El Koudry: vedremo che cosa diranno le indagini. Più in generale: per avere un terrorista potrebbe non esserci bisogno di un contatto diretto con una organizzazione, con una sorta di «formatore» o reclutatore.
«È assolutamente così. Circa il 60% dei terroristi arrestati in Europa - poco prima di compiere un attentato terroristico o dopo averlo compiuto - è stato riconosciuto che avessero in qualche modo problemi di natura mentale, o psicologici o psichiatrici, che sono due cose diverse ma che comunque rientrano nella macrocategoria dei problemi mentali. E questo è un dato accertato. Non dobbiamo incappare nell’errore di valutare questi soggetti come non terroristi perché hanno problemi mentali: è l’esatto contrario, proprio perché hanno problemi mentali è più facile per loro incappare nella rete del terrorismo, cioè trovare nel terrorismo, nel jihadismo un punto di riferimento e una giustificazione allo sfogo di una rabbia o di un’insoddisfazione repressa o di un malessere di tipo psicologico o psichiatrico. È la nuova normalità questa, non è l’eccezione».
Però, nel caso di Modena, uno si chiede: come mai Daesh o altri non rivendicano l’attacco?
«Abbiamo la risposta se guardiamo allo storico europeo per arrivare al caso di Modena. Lo Stato islamico rivendica solo ed esclusivamente quando l’attentato è di successo e provoca morti tra le vittime, non soltanto feriti. Modena ha provocato feriti gravi, una signora amputata gravemente, uno choc molto forte, un impatto mediatico molto forte, ma non morti. In ogni caso è tanto per l’Italia. È il primo attacco dei 12 che sono stati registrati negli ultimi dieci anni ad aver avuto successo».
Ma non abbastanza per lo Stato islamico.
«No, perché non ha provocato morti, che è il vero obiettivo. Ha provocato terrore. Poi non c’è un video registrato da parte del soggetto in cui ammette, dichiara e rivendica l’attentato e la sua subordinazione allo Stato islamico attraverso l’atto del Bayat. Due elementi che fanno sì che questo attentato non rientri tra quelli che possono essere rivendicati dallo Stato islamico. Non è escluso però che lo Stato islamico, magari nel prossimo numero della sua pubblicazione periodica, parli di un atto che ha colpito i cristiani, pur senza attribuirsi una responsabilità. Potrebbe cioè dire che è un atto buono, che è bene che ciò sia avvenuto, senza mettere il timbro su quell’evento. Questo non lo possiamo escludere, è avvenuto in altri casi in cui lo Stato islamico non si è assunto la paternità di un attacco ma ha riportato la notizia».
Esiste un problema, mi pare di capire, di fragilità e di disagio di cui si approfittano a vari livelli varie organizzazioni anche di segno opposto. Però ci sono fasce di popolazione che possono destare preoccupazione, tra cui quella degli adolescenti arrabbiati o problematici.
«Sì, è vero. Però anche qui i dati ci dicono altro. Se è vero che gli adolescenti sono quelli più facili da includere in una narrazione, i numeri ci dicono che gli attentati terroristici vengono compiuti da giovani adulti, dai 25 ai 30 anni, addirittura anche qualche anno in più: la mediana è sui 27-28 anni, è relativamente alta. Quindi parliamo di soggetti insoddisfatti di una vita adulta, non di insoddisfazione e delusione di adolescenti che non riescono a trovare una propria identità all’interno della società in cui si ritrovano. Parliamo di giovani adulti che, superata la fase adolescenziale, non riescono a uscire dalla delusione».
Il fenomeno tuttavia è numericamente limitato.
«Per fortuna è numericamente limitato, e questo non ci consente di fare una statistica con dati disaggregati in modo tale da riuscire a tirare fuori una fotografia estremamente dettagliata. Però sono numeri non marginali. Parliamo di una quindicina di attacchi terroristici l’anno, a fronte di un numero quasi dieci volte superiore di soggetti che vengono arrestati o comunque indagati per fenomeni di radicalizzazione o di vicinanza al terrorismo jihadista, e qui in effetti i giovani sono quelli predominanti».
In conclusione, secondo lei sul caso di Modena ci sarebbe da indagare con un po’ più di attenzione, senza liquidare tutto velocemente come caso di malattia mentale.
«Questo è il classico esempio di terrorista europeo, di chi compie un atto terroristico in Europa, con la differenza che non ha fatto una rivendicazione, cioè un atto di sottomissione allo Stato Islamico, punto. Ma tutto il resto è coerente con il profilo dei suoi omologhi europei. Ci sono soggetti che si radicalizzano anche molto velocemente, ma più della metà di questi hanno un pregresso in case di cura per problemi psicologici, Tso, trattamenti per problemi di natura psichiatrica... Non è da sottovalutare questo aspetto, anzi va evidenziato. Per due legislature, la diciassettesima e la diciottesima, avevamo pronto un pacchetto, una legge approvata in maniera trasversale da tutte le commissioni, votata favorevolmente alla Camera, che una volta arrivata al Senato non è mai stata votata. Fu Piero Grasso a non calendarizzare l’approvazione di questa legge sulla prevenzione della radicalizzazione. Attraverso il supporto dei servizi sociali, della scuola, degli organi di prossimità si pensava di operare per rilevare gli indizi di radicalizzazione precoce. Ma era una legge che qualcuno a sinistra non gradiva».
Non possiamo fare a meno di immaginarla, Giorgia Meloni, che per distrarsi dalla tentazione di accendere una sigaretta (pare stia cercando di smettere di fumare, coraggio) e per distrarre l’attenzione dai temi dell’economia, alla vigilia del voto amministrativo, si inventa il diversivo del giorno: «Facciamo un bel post su Almirante, recuperiamo un po’ di voti identitari e vediamo se la sinistra ci casca».
Detto fatto, la Meloni pubblica il post e la sinistra ci casca: «Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante», scrive sui social Giorgia Meloni, «il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto. Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». A sinistra, dicevamo, abboccano: «Sui suoi profili social», scrive l’ex ministro dem Andrea Orlando, «Giorgia Meloni rivendica la continuità con il percorso politico di Giorgio Almirante. Un percorso iniziato con la redazione della rivista La difesa della razza, passando per i repubblichini di Salò, fucilando partigiani, intrecciandosi poi con la stagione delle trame nere e dell’estremismo neofascista. Un bel percorso davvero!». Vale la pena ricordare che la storia del «fucilatore di partigiani», pubblicata nel 1971 da Unità e Manifesto, provocò una denuncia per diffamazione ai due giornali da parte di Almirante: la causa si concluse con una sentenza che assolse i giornalisti ma scagionò anche l’ex leader del Msi dall’accusa. Non solo: si dimenticano le esperienze di icone della sinistra come Dario Fo (che aderì alla Repubblica di Salò), Giorgio Bocca e Giorgio Napolitano (che aderirono ai Gruppi universitari fascisti).
La figura di Giorgio Almirante, l’uomo che riportò la destra italiana post fascista nell’alveo della democrazia, non ha bisogno di essere riabilitata: come ricorda il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «a sinistra coloro che criticano la sua memoria o la fiamma dimenticano che al suo funerale vennero Pajetta e Nilde Iotti. La Rai, in quel periodo in cui l’Msi era nettamente all’opposizione, trasmise in diretta il suo funerale. Non capisco perché», aggiunge La Russa, «passando il tempo, le valutazioni peggiorino invece di trovare un vero rispetto per gli avversari». Lo stesso Almirante, nel 1984, partecipò a sorpresa ai funerali di Enrico Berlinguer, in via delle Botteghe Oscure, accolto da Gian Carlo Pajetta. Almirante e Berlinguer, si apprese in seguito, si incontravano segretamente, tra il 1978 e il 1979, all’ultimo piano di Montecitorio, probabilmente per tentare insieme di arginare il terrorismo politico, e per scambiarsi idee e conoscenze su mandanti e trame. Viene da chiedersi, piuttosto, cosa penserebbe oggi Almirante dei politici che hanno sostituito la tensione ideale della destra con il desiderio di potere e agiatezza: «Un ladro va messo in galera. Se il ladro è uno dei nostri deve avere l’ergastolo», diceva; questa parte della sua lezione non la ricorda più nessuno.
Oltre al ricordo di Almirante, Giorgia Meloni ieri ha scritto una sfiziosa lettera alla Stampa, per smentire la notizia che la voleva furibonda per la campagna per il 2 per mille di Italia viva presso le principali stazioni ferroviarie italiane: manifesti in stile Ventennio con la scritta «Quando c’era lei» e poi diverse conclusioni: «I treni arrivavano in ritardo», «La spesa si pagava di più», «Si pagavano più tasse» e così via. «Gentile direttore», scrive la Meloni alla Stampa, «sono costretta a smentire, ancora una volta, il contenuto di un articolo pubblicato dal suo giornale. Il giornalista ha scritto di una Meloni “furibonda” e di richieste di “spiegazioni” rivolte dalla presidenza del Consiglio al ministero dei Trasporti per la campagna realizzata da Italia viva sul 2 per mille e diffusa nelle grandi stazioni ferroviarie italiane. Non è vero che la campagna di Italia viva mi ha irritato, così come non è vero che qualcuno a Palazzo Chigi abbia chiesto spiegazioni al Mit. Anzi, devo dire che ho trovato la campagna molto efficace dal punto di vista comunicativo e l’ho detto direttamente a chi l’ha ideata, cioè Matteo Renzi. D’altronde», sfotte Giorgia, «“C’era lei” perché dopo che c’è stato “lui”, quasi nessuno lo ha più votato. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia. Leggo, inoltre, che qualcuno avrebbe chiesto di modificare la campagna di Italia viva. Non so se sia vero e non ho gli elementi per dirlo, perché mi occupo di tante cose ma grazie a Dio non degli spazi pubblicitari nelle stazioni, ma a scanso di equivoci mi permetto di suggerire a chi ha questa responsabilità che la campagna di Italia viva non dovrebbe essere toccata e dovrebbe proseguire così com’è».
La conferma di una nostra intima convinzione: intorno alla Meloni c’è qualcuno più realista del re, o meglio più premierista del premier, che finisce per danneggiarne l’azione. Del resto, la rovina di Benedetto Croce sono stati i crociani…
