2022-04-18
Energia, Draghi va in Congo in cerca di nuovo gas. Ma Eni lo estrarrà con la russa Lukoil

Il gas estratto in Congo per sostituire Mosca verrà estratto con i russi
La missione partirà la mattina di mercoledì 20 aprile, quando il premier italiano Mario Draghi atterrerà nella Repubblica dell'Angola per incontrare il presidente Joao Manuel Gonçalves Lourenço.
Il mattino dopo altra tappa, questa volta a Brazzaville, in Congo, dove è previsto il faccia a faccia con il presidente della Repubblica Denis Sassou N'Guesso. Il viaggio ha un solo motivo: ottenere più gas dai Paesi africani per cercare di sostituire prima possibile le forniture della Russia di Vladimir Putin. Draghi, come gli avrà spiegato il numero uno dell'Eni Claudio Descalzi che conosce a memoria ogni angolo dell'Africa, è praticamente certo di portare a casa un risultato. Chissà però se è stato avvertito di quella che potrebbe trasformarsi in una vera e propria beffa: per cacciare dalla porta il gas russo l'Italia userà quello africano, facendo però rientrare in qualche modo i russi dalla finestra.
È dal Congo infatti che in tempi relativamente brevi l'Italia potrà ottenere un aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto grazie al permesso di estrazione Marine XII ottenuto da Eni al largo nelle acque territoriali congolesi (si stimano estraibili dal giacimento 1,3 miliardi di barili di petrolio e sei trilioni di piedi cubi di gas naturale). Giusto due mesi fa il gruppo guidato da Descalzi ha firmato un accordo con il miliardario statunitense Wes Edens (ex Lehman Brothers ed ex BlackRock) e la sua società newyorchese NFE (New Fortress Energy) per portare in Congo un impianto di liquefazione del gas galleggiante in grado di produrre quasi una tonnellata e mezza di gas liquefatto all'anno.
Per favorire l'operazione il parlamento congolese ha varato una nuova legge firmata dal presidente N'Guesso il 26 gennaio scorso e pubblicata sul bollettino ufficiale ai primi di marzo, dove si prevede che fino a 10 milioni di tonnellate annue di produzione il Congo riceverà in cambio il 20% dei profitti, che diventeranno il 40% sopra i 40 milioni di tonnellate annue. Il resto dei profitti sarà diviso da Eni con i due soci che lavorano all'estrazione: la Snpc (società statale del petrolio congolese) che ha il 10% del permesso, e la russa Lukoil con il suo 25%. Quindi il gas che dovrebbe sostituire per l'Italia le importazioni dalla Russia sarà estratto da Eni in Congo a braccetto con il più grande colosso russo dopo Gazprom.
Vero che al momento né Lukoil né l'oligarca che presiede il gruppo- Vagit Alekperov - figurano nelle varie liste occidentali sulle sanzioni alla Russia, ma è evidente che se Ue e Italia decidono di chiudere le porte a petrolio e gas di Mosca, è difficile non farlo con il primo gruppo petrolifero e secondo del gas in Russia. Gli intrecci con Lukoil per altro sono notevoli e favoriti anche dal passaggio avvenuto due anni fa al gruppo russo dell'allora numero due dell'Eni, Antonio Vella. Ma strettissimo è pure il rapporto fra Lukoil e le massime autorità del Congo, compreso lo stesso presidente che giovedì prossimo riceverà Draghi.
Fu infatti durante una visita di N'Guesso a Mosca a fine maggio del 2019 che fu firmata una lettera di intenti fra SNPC e Lukoil per l'ingresso da protagonista di quest'ultima nel mercato congolese nel settore degli idrocarburi e del gas. E l'intesa è stata rafforzata nel maggio 2021 grazie alla missione a Brazaville del numero due di Lukoil, Ivan Romanosky.
Non ci sono partnership russe in Angola, dove l'Eni è presente da tempo e ha lavorato a un lungo processo di fusione delle attività in loco con quelle di British Petroleum costituendo la joint venture Azule Energy, grazie alla consulenza legale-societaria dei portoghesi di Miranda e dello studio britannico Pinsent Masons. Ma se la devono comunque vedere con il primo produttore presente nel paese, il colosso francese TotalEnergies.
Aggiornamento di lunedì 18 aprile 2022
Il premier Mario Draghi è risultato positivo al Covid ed è asintomatico. Salta però il suo viaggio alla ricerca di gas alternativo a quello russo.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Getty Images)
Il repubblicano pare alla deriva. Tuttavia, con gli States bisogna fare i conti. Di fronte a questa realtà, l’opposizione si mostra comunque quasi compiaciuta, come se a essere offesi non siano stati tutti i cittadini.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ci ha dato numerosi esempi di quella che è stata definita la strategia del pazzo. Per sorprendere gli avversari, o anche solo gli interlocutori, il 47° presidente degli Stati Uniti ha infatti usato spesso la tecnica affinata negli anni da imprenditore: prima l’attacco, anche sgangherato, con calci negli stinchi a chi ha davanti, e poi l’invito a trattare, con la certezza di aver intimidito e messo in serio imbarazzo la controparte, che dunque è costretta a discutere in condizioni di disagio.
Tuttavia, a distanza di oltre un anno dal suo insediamento, possiamo dire che Trump non sembra più applicare la strategia del pazzo, ma solo la follia.
La sensazione, che giorno dopo giorno lascia spazio alla certezza, è che il commander in chief della prima potenza mondiale non abbia alcun disegno politico nel momento in cui decide di attaccare a testa bassa, ma dia sfogo solo al suo umore del momento, pronto a cambiare opinione appena se ne presenti l’occasione. L’attacco a freddo al presidente del Consiglio probabilmente rientra in questa fase, perché, comunque si valutino le parole rilasciate dal presidente americano al corrispondente de La7, si capisce non soltanto che non hanno nulla di diplomatico, ma che non hanno alcun obiettivo. Dire che Giorgia Meloni lo ha implorato di fare una foto insieme, come una fan qualsiasi di fronte a un influencer, a che serve se non a incanaglire i rapporti tra Stati Uniti e Italia? Che senso ha aggiungere di essere dispiaciuto per lei? Così come non aveva avuto alcuna utilità attaccare Papa Leone XIV, perché quando si parla di conflitti un Pontefice non può fare altro che condannare la guerra, Trump insulta il premier.
Del resto, avevamo già avuto modo di testare questo modo di fare con altri leader, a partire da Volodymyr Zelensky. Ma se l’aggressività mostrata nei confronti del presidente ucraino in visita alla Casa Bianca poteva essere scattata in seguito all’insistenza del leader in mimetica, quella nei confronti dei partner europei non ha alcuna spiegazione. Uno dopo l’altro non c’è capo del governo europeo che non sia stato raggiunto dagli strali di Trump: da Keir Starmer a Emmanuel Macron, da Pedro Sánchez a Friedrich Merz, non un solo leader si è salvato, salvo poi all’occorrenza essere riabilitato, come accaduto a Macron, passato in pochi mesi dall’essere bollato come uno che sbaglia sempre (e che la moglie prende a pugni in faccia) a diventare il miglior amico.
Sì, le opinioni sui partner di Trump sono molto mutevoli e quasi mai rispondono a un disegno. Semplicemente, alla Casa Bianca c’è un presidente senza filtri, ma con cui, essendo comunque il capo della prima potenza economica e militare, si devono fare i conti.
Proprio per questo, stupisce che ci sia una sinistra che, invece di reagire compatta di fronte a un attacco immotivato e squinternato, si mostra sotto sotto compiaciuta, come se le offese al presidente del Consiglio non siano in sostanza offese al nostro Paese. Qualcuno pensa davvero che se a Palazzo Chigi ci fossero stati Elly Schlein o Giuseppe Conte, Trump sarebbe stato più carino? Che ci sia un premier di destra o uno di sinistra, il commander in chief avrebbe detto le stesse cose e magari anche peggio. Dunque, gioire per le offese gratuite rivolte a Meloni e per le difficoltà che possono rappresentare, non solo è sbagliato, ma contro gli interessi nazionali. Ci si può dividere fin che si vuole sulle scelte di politica interna e l’opposizione ha tutto il diritto di criticare le decisioni del governo. Ma a nessuno dev’essere consentito di mancare di rispetto a chi rappresenta l’Italia, perché significa offendere tutti gli italiani. I quali non supplicano Trump per avere un selfie, ma perché metta fine alle follie che nell’ultimo anno ci hanno costretti a vivere sull’ottovolante. La guerra all’Iran poteva avere delle motivazioni giuste se si fosse posta l’obiettivo di spazzare via un regime canaglia, ma se invece rischia di consolidarlo, le mosse degli Stati Uniti rischiano di condannare gli iraniani e l’intera area a una dittatura ancora più feroce. Altro che dirci, senza che nessuno glielo chieda, che Meloni lo ha supplicato di fare un’istantanea con lui: ci dica come intende uscire dal pantano del Golfo, dove l’America rischia di lasciare la faccia più di quanto non l’abbia persa in Corea, in Vietnam e in Afghanistan.
Un tempo gli Stati Uniti erano definiti i gendarmi del mondo, adesso tra insulti e giravolte come li si può definire? I giullari?
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Il direttore Maurizio Belpietro durante l'evento dello scorso anno. Nel riquadro la locandina della terza edizione de «Il giorno de La Verità», in programma martedì 23 giugno a Roma
Martedì a Roma l’evento del nostro quotidiano con Giorgia Meloni, Guido Crosetto, Giancarlo Giorgetti, Francesco Lollobrigida, Gilberto Pichetto Fratin e Elvira Calderone. Per l’opposizione c’è il leader del M5s, Giuseppe Conte. Dibattiti e analisi su geopolitica, sicurezza, cibo, energia e rivoluzione digitale.
Dalla geopolitica all’economia, dall’energia al lavoro: sulle sfide che stanno ridisegnando l’Italia e l’Occidente, martedì 23 giugno sarà «Il giorno della Verità», la terza edizione dell’iniziativa ideata dal direttore del quotidiano Maurizio Belpietro.
Praticamente tutti i ministri in carica, e i protagonisti di questo momento storico, attraverso speech e interviste esclusive parleranno di economia, politica, difesa e sicurezza, sostenibilità energetica, agroalimentare, lavoro e formazione. L’obiettivo è sempre il solito: mettere nel mirino i nodi cruciali dell’agenda politica nazionale e internazionale mentre però è ancora in corso la guerra tra Russia e Ucraina e l’intesa sulla pace tra gli Usa e Iran appare meno solida di quanto si vorrebbe.
Per la prima volta, un leader dell’opposizione si confronterà con Belpietro nella splendida cornice dell’Acquario romano, lo storico edificio di fine Ottocento a due passi dalla stazione Termini, sede della Casa dell’architettura. La chiusura, come nella scorsa edizione, sarà riservata al faccia a faccia tra Belpietro e il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’intero evento, costituito da una serie di panel tematici, si potrà seguire in diretta sui nostri canali social e sul sito Web della Verità.
Ad aprire le danze per sviluppare il tema «Una nuova Primav(era)», intervistato sempre da Belpietro, sarà Giuseppe Conte, il leader del M5s già al lavoro nel campo largo in vista delle prossime elezioni politiche.
Delle sfide sulla sicurezza si parlerà nel secondo panel della giornata, con l’intervento dal ministro della Difesa Guido Crosetto. A seguire, lo spazio dedicato all’economia dove sarà protagonista il ministro Giancarlo Giorgetti.
Si guarderà poi in avanti con «La fabbrica del futuro», spazio dedicato alla competitività nella rivoluzione digitale italiana, dove si confronteranno, con la conduzione del vicedirettore della Verità Giuliano Zulin, Georg Gufler, chief executive officer di Doppelmayr Italy, Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Flash entertainment, Stefano Paggi, chief technology e operation officer di Fibercop, Marco Gay, presidente dell’Unione industriali di Torino, e i rappresentanti di Autostrade per l’Italia e Fs.
È intitolato «Il tesoro d’Italia» il panel dedicato a cibo, filiere e sovranità in cui il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, spiegherà quale sarà la sfida per nutrire il futuro. Con la conduzione del condirettore del nostro quotidiano, Massimo de’ Manzoni, nello stesso spazio è previsto l’intervento di Federico Vecchioni, ceo di BF.
Altro argomento di grande attualità e partita decisiva per l’Europa è «L’energia del potere», panel in cui si confronteranno Riccardo Toto, direttore generaledi Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/Digital Eni, Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale Simest.
Seguirà l’intervista a Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
Nello spazio condotto dalla giornalista Rai Manuela Moreno, «Le reti della sovranità», si parlerà di infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi. Interverranno Acea, Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Adr, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2a.
Inevitabile un focus sul «Lavoro che cambia», con salari, contratti, formazione e occupazione. La domanda cruciale è come alimentare lo sviluppo davanti alla grande trasformazione del mercato. Risponderà nella sua intervista il ministro del Lavoro Elvira Calderone.
Quindi gli interventi di Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie all’Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, ceo di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e di Daniele Grassucci, direttore di skuola.net.
Concluderà i lavori, come nella scorsa edizione, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, intervistata in esclusiva dal direttore Belpietro, oltre al bilancio del suo governo, potrà anticipare i prossimi passi in agenda per chiudere la sua legislatura tra le richieste dei cittadini, la campagna elettorale già iniziata, i sondaggi e il programma della coalizione di centrodestra «incalzata» dal neo Futuro nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci.
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