- Il nostro Paese sostiene e ospita alcuni dei principali progetti sperimentali sulle nuove centrali, che produrranno elettricità usando lo stesso meccanismo che alimenta le stelle: più sicurezza e addio al problema scorie. Il ruolo di Eni in patria e all’estero.
- Il prof dell’università di Padova: «Dobbiamo impiegare tutti i mezzi a disposizione».
Il nostro Paese sostiene e ospita alcuni dei principali progetti sperimentali sulle nuove centrali, che produrranno elettricità usando lo stesso meccanismo che alimenta le stelle: più sicurezza e addio al problema scorie. Il ruolo di Eni in patria e all’estero.Il prof dell’università di Padova: «Dobbiamo impiegare tutti i mezzi a disposizione».Lo speciale contiene due articoli.Il governo ha appena mandato a Bruxelles il Piano integrato energia e clima, che ribadisce la necessità di puntare su tutte le fonti di energia disponibili, compresa quella nucleare: «Il piano si concentra su tutte le opportunità senza preclusioni», ha spiegato il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, «Cito in particolare l’energia nucleare, sia da fissione nel medio termine (a partire dal 2035) che da fusione (a ridosso del 2050): è un futuro possibile». In particolare, la grande scommessa è quella della fusione, che consente di superare una serie di ostacoli oggi legati alle centrali tradizionali. Un campo in cui l’Italia è già all’avanguardia. La fusione è l’energia che domina il nostro universo, in quanto è il principio fisico che alimenta le stelle: due atomi leggeri, come gli isotopi dell’idrogeno (deuterio e trizio), creano un elemento (l’elio) più leggero della somma dei due atomi iniziali, reazione che libera un’enorme quantità di energia. I vantaggi della fusione sono molteplici: non emette gas a effetto serra, garantisce un processo intrinsecamente sicuro e virtualmente illimitato, produce un flusso costante di energia e permette di sfruttare le infrastrutture già esistenti, garantendo flessibilità ed efficienza dal punto di vista logistico ed economico. Cinquanta Paesi stanno sviluppando programmi ad hoc. Secondo i dati delll’Iaea sono presenti più di 140 macchine per la fusione in tutto il mondo derivanti da progetti pubblici e privati. Sono già diversi i traguardi raggiunti. Ad esempio, nel dicembre 2022, negli Stati Uniti per la prima volta è stato possibile raggiungere un guadagno netto di energia. A fine 2023, presso l’impianto Joint European torus, il principale esperimento mondiale situato nel Regno Unito, sono stati prodotti 69 megajoule di energia da fusione sostenuta e controllata, un nuovo record. Anche l’industria privata sta crescendo rapidamente: secondo l’Associazione dell’industria della fusione il settore ha attratto un totale di oltre 6 miliardi di dollari di investimenti. Il numero delle aziende del comparto è aumentato a oltre 40 compagnie e 25 aziende del settore prevedono che la prima centrale a fusione potrà immettere energia elettrica nella rete prima del 2035. L’Italia è già un attore primario a livello globale: le nostre competenze sono tra le più avanzate, grazie a centri di ricerca e università all’avanguardia. Inoltre il Paese può contare su realtà industriali che spiccano in campi che vanno dai materiali avanzati agli apparati dell’elettronica di potenza ai servizi specialistici. Non a caso il nostro tessuto industriale è uno dei maggiori contributori al progetto Iter, con commesse che a oggi hanno raggiunto oltre 2 miliardi di euro. Fondamentale in questo senso è il ruolo di Eni, la prima compagnia energetica a sostenere lo sviluppo della fusione, impegnata su più fronti. Innanzitutto, il Cane a sei zampe è azionista strategico del Commonwealth fusion systems, spin out del Mit per l’applicazione industriale della fusione a confinamento magnetico. Eni ha investito nella società a partire dal 2018 e a fine 2021 ha partecipato al nuovo round di finanziamento; a marzo 2023, Eni e Cfs hanno firmato un accordo di cooperazione tecnologica. Eni è anche parte del consiglio di amministrazione di Cfs e assicura il proprio contributo in termini di risorse e know how industriale e scientifico. Cfs è impegnata nella costruzione del primo reattore dimostrativo per la fusione, Sparc, che sarà il banco di prova per lo sviluppo di Arc, la prima centrale elettrica a fusione su scala industriale in grado di immettere in rete elettricità con un processo a zero emissioni di CO2. Cfs nel settembre 2021 ha già raggiunto un traguardo cruciale con il test del magnete superconduttore innovativo, con tecnologia ad alta temperatura più potente del mondo.Il gruppo partecipa anche al progetto Dtt (Divertor tokamak test facility) di Enea per l’ingegnerizzazione e la costruzione di una macchina a fusione dedicata alla sperimentazione di componenti che dovranno gestire le grandi quantità di calore che si sviluppano all’interno della camera di fusione. Eni è partner dell’iniziativa con il 25%, Enea al 70% e il resto coinvolge università e centri di ricerca. L’infrastruttura è basata primariamente su competenze e tecnologie italiane ed è un esempio virtuoso di partnership pubblico-privata. Il progetto è in fase di realizzazione presso il centro di ricerche di Frascati (Roma) e sarà uno tra i più grandi mai realizzati in Italia.Non mancano poi le collaborazioni con università e realtà di eccellenza, come la creazione del centro di ricerca congiunto Eni-Cnr a Gela, che ha come obiettivo principale quello di sviluppare competenze locali nel campo della fusione attraverso dottorati e sovvenzioni. Di rilievo anche le collaborazioni con i Politecnici di Milano e di Torino, l’università di Milano Bicocca, l’ateneo di Padova e il network legato a Dtt (Rfx, Uni Tuscia, Uni Tor Vergata, La Sapienza e altre).A livello internazionale, inoltre, Eni ha una storica collaborazione scientifica con il Mit, nel programma Lift, volto ad accelerare l’individuazione di soluzioni in termini di materiali, tecnologie superconduttive, ciclo del combustibile, fisica e controllo del plasma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/energia-da-fusione-italia-avanguardia-2668761257.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="reattori-necessari-alla-transizione-trasparenza-per-battere-le-paure" data-post-id="2668761257" data-published-at="1721218180" data-use-pagination="False"> «Reattori necessari alla transizione. Trasparenza per battere le paure» «Dobbiamo superare la logica della sfida, della contrapposizione: tutte le fonti di energia devono concorrere a permetterci di raggiungere l’enorme obiettivo della decarbonizzazione». Così Piero Martin, professore di fisica sperimentale all’università di Padova, distaccato presso il centro Linceo interdisciplinare B. Segre di Roma e attivo nelle ricerche di fisica dedicate al nuovo esperimento italiano Dtt, oggi in costruzione presso i laboratori Enea di Frascati, spiega l’importanza dell’energia nucleare. Martin si occupa anche di divulgazione scientifica e ha recentemente pubblicato il libro Storie di errori memorabili con Laterza. Professore, qual è la differenza fra fissione e fusione? «La prima si ottiene rompendo un nucleo pesante e producendo energia, la seconda unendo due atomi leggeri come quelli di idrogeno. Un principio naturale che alimenta sole e stelle. Se la prima ormai la conosciamo bene, la seconda è in fase sperimentale. Infatti può avvenire solo in condizioni ottimali, complesse da riprodurre in laboratorio: se le condizioni peggiorano la reazione si “spegne”. Amo dire che la fusione nucleare funziona un po’ come un accendino: se si tiene premuto il bottone esce la fiamma, mentre se lasci la presa allora la fiamma si spegne. Si tratta di un processo intrinsecamente sicuro, in grado di estinguersi spontaneamente nel momento in cui vengono rimosse le condizioni che lo sostengono». La fusione potrebbe risolvere anche il problema dei rifiuti radioattivi. «Sì, perché ne produce molto meno, e quei pochi che crea hanno una radioattività bassa facile da trattare. Ma va detto che siamo in grado di trattare anche gli scarti prodotti dalla fissione. Bisogna evitare di mettere queste due tecnologie in contrapposizione. Entrambi sono processi ma con cui si può convivere, soprattutto considerando il rapporto costi/benefici». Perché è fondamentale puntare sulle centrali nucleari? «Il mondo si trova davanti a una sfida complessa, considerando anche il fatto che la domanda di energia crescerà in modo esponenziale nei Paesi in via di sviluppo: come liberarci delle fonti fossili, ovvero gas, carbone e petrolio, che oggi producono circa il 60% dell’energia globale? L’unico modo è usare tutte le armi a nostra disposizione. Quindi le rinnovabili, ma anche con una quota di nucleare. Eolico, solare e nucleare non sono in competizione, ma servono a raggiungere prima e meglio l’obiettivo». Molti si spaventano quando sentono parlare di nucleare. Come si può migliorare la conoscenza del tema e abbattere pregiudizi e falsi miti? «Il problema dell’aggettivo “nucleare” è che è associato agli usi militari, alle bombe su Hiroshima e Nagasaki. Però va ricordato che il nucleare ha anche utilizzi positivi, come nella medicina nucleare o nella produzione di energia. Credo che per fare informazione sul tema in modo corretto siano necessarie due cose, ovvero la trasparenza e una comunicazione chiara ed efficace. Dobbiamo raccontare a che punto è la ricerca e far capire che il nucleare non è un male per l’umanità, ma uno strumento di progresso. Ci sono tanti impianti che rappresentano un rischio, basti pensare a quelli chimici, ma non hanno lo stesso impatto sull’opinione pubblica. I tempi sono cambiati, possiamo stare tranquilli. Tutti avevano paura di volare ai tempi dei fratelli Wright, oggi prendere l’aereo è un atto banale. Ho molta fiducia nella maturità delle persone quando ricevono una comunicazione corretta». Quali pensa che possano essere i tempi? «Difficile sbilanciarsi, ma di sicuro in questo momento sulla fusione si stanno concentrando sia gli sforzi di laboratori pubblici, università e scienziati di eccellenza, sia capitali privati, cosa che mi fa essere ottimista. Ricordiamo poi una cosa: l’Italia è un’eccellenza nel campo della ricerca sulla fusione e dobbiamo fare il possibile per valorizzare questa conoscenza che porterà anche alla creazione di posti di lavoro di alta qualità».
Letto d'ospedale (iStock). Nei riquadri, Letizia Martina prima e dopo il vaccino
Letizia Martini, oggi ventiduenne, ha già sintomi in seguito alla prima dose, ma per fiducia nel sistema li sottovaluta. Con la seconda, la situazione precipita: a causa di una malattia neurologica certificata ora non cammina più.
«Io avevo 18 anni e stavo bene. Vivevo una vita normale. Mi allenavo. Ero in forma. Mi sono vaccinata ad agosto del 2021 e dieci giorni dopo la seconda dose ho iniziato a stare malissimo e da quel momento in poi sono peggiorata sempre di più. Adesso praticamente non riesco a fare più niente, riesco a stare in piedi a malapena qualche minuto e a fare qualche passo in casa, ma poi ho bisogno della sedia a rotelle, perché se mi sforzo mi vengono dolori lancinanti. Non riesco neppure ad asciugarmi i capelli perché le braccia non mi reggono…». Letizia Martini, di Rimini, oggi ha 22 anni e la vita rovinata a causa degli effetti collaterali neurologici del vaccino Pfizer. Già subito dopo la prima dose aveva avvertito i primi sintomi della malattia, che poi si è manifestata con violenza dopo la seconda puntura, tant’è che adesso Letizia è stata riconosciuta invalida all’80%.
Maria Rita Parsi critica la gestione del caso “famiglia nel bosco”: nessun pericolo reale per i bambini, scelta brusca e dannosa, sistema dei minori da ripensare profondamente.
Vaccini Covid (Ansa)
Secondo le schede, i preparati evitavano la malattia, non anche il contagio da virus. Ma l’utilizzo di prodotti off-label segue regole infrante dall’allora ministro e da Aifa.
Non solo i cittadini, ma anche medici e farmacisti ingannati. Perché i vaccini Covid somministrati a carico del Sistema sanitario nazionale (Ssn) non sono stati mai approvati per la prevenzione dell’infezione dell’agente Sars-Cov-2 e mai inseriti da Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, nell’apposito elenco previsto dalla legge 648/1996 per quanto riguarda le indicazioni fuori scheda tecnica. È stata violata la norma del farmaco, con un grave danno pure erariale che qualche giudice contabile dovrebbe finalmente degnarsi di prendere in considerazione. «Abbiamo mandato segnalazioni al ministero della Salute, agli Ordini professionali, a Procure, Guardia di finanza ma tutto viene silenziato da anni», denuncia il dirigente di una farmacia ospedaliera del Nord Italia.
Vincenzo Bassi, presidente della Fafce (Ansa)
Ursula von der Leyen chiude i rubinetti alla cattolica Fafce. Carlo Fidanza: «Discriminazione ideologica».
Dica l’associazione candidata se al centro della propria attività figura la promozione della disparità di genere. Se non c’è, niente finanziamenti Ue. È quanto si è vista rispondere la Federazione europea delle associazioni familiari cattoliche europee (Fafce), incredibilmente esclusa dai fondi per progetti europei perché, secondo la Commissione Ue, pone la promozione della famiglia composta da uomo e donna al centro della propria attività e dunque «fornisce informazioni limitate sulla disparità di genere», contravvenendo alle «misure europee per l’uguaglianza».






