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2020-08-19
Emergenza contagi fra i poliziotti mandati dai migranti
Ansa
Nelle caserme l'innesco della bomba al Covid potrebbe già essere stato acceso. Un poliziotto del reparto mobile di Roma di servizio nei centri di accoglienza per immigrati in Sicilia al suo rientro è stato contagiato. Lo ha scoperto al suo rientro a Roma. E i suoi colleghi sono finiti in quarantena. Come gli agenti del quarto reparto mobile di Napoli che hanno effettuato lo stesso servizio del collega romano e condiviso la stessa struttura alberghiera e gli stessi ristoranti. In attesa dei provvedimenti delle Asl di competenza, i poliziotti che sono entrati in contatto con il positivo hanno scelto la quarantena fiduciaria. C'è preoccupazione anche nelle Marche: i celerini del quattordicesimo reparto mobile di Senigallia sono stati mandati a gestire l'emergenza immigrazione nei centri di Crotone e Campobasso. Alcuni operatori sono entrati in contatto con immigrati risultati positivi al Covid.
Il Siulp di Ancona due giorni fa ha denunciato che «neanche questi delicati servizi e i casi di positività emersi hanno permesso per il personale del quattordicesimo reparto mobile di velocizzare le procedure per il test sierologico, tant'è che alcuni colleghi, prima di ritornare in servizio, hanno deciso di effettuarlo autonomamente». Il segretario Alessandro Bufarini ha sottolineato che «lo screening sanitario sul personale della questura è stato completato. Il personale del quattordicesimo reparto mobile di Senigallia, invece, non ha ancora iniziato i test e non sa neanche quando verranno effettuati. Un inaccettabile ritardo. Il connubio tra gli sbarchi di clandestini sulle coste italiane e l'emergenza Covid-19 può diventare una miscela esplosiva se non si tutelano gli operatori della sicurezza dal punto di vista sanitario». Il Siulp ha quindi formalmente interessato il ministero dell'Interno. Che resta passivo rispetto a ciò che sta accadendo.
Le caserme si stanno infettando e al Viminale la situazione sembra essere ormai sfuggita di mano. I provvedimenti di isolamento vengono presi in ritardo e si temono contagi a catena. A rischio, ovviamente, ci sono anche i familiari dei poliziotti. Il Viminale continua a spedire gli agenti sui fronti caldi dell'immigrazione, con il rischio, elevato, di farli ammalare. La casistica è già elevata: a fine luglio 15 poliziotti che avevano identificato tre bengalesi contagiati sono finiti in quarantena in Friuli Venezia Giulia; a Treviso nei primi giorni di agosto un poliziotto in servizio nella ex caserma Serena (quella che si è trasformata in un lazzaretto per immigrati contagiati) è risultato positivo al tampone e due suoi colleghi sono finiti in isolamento domiciliare; per gli sbarchi di inizio luglio in Calabria 25 agenti del commissariato di Siderno sono dovuti rimanere a casa; lo stesso è accaduto ai 14 agenti della questura e della polizia stradale di Udine, mandati a identificare i clandestini prima del risultato dei tamponi; dopo uno sbarco dei primi di luglio a Noto, in Sicilia, con otto immigrati contagiati, una decina di poliziotti della scientifica di Siracusa per precauzione sono finiti in isolamento domiciliare nelle proprie abitazioni.
Ai primi di agosto si contavano 520 poliziotti positivi su tutto il territorio nazionale dall'inizio dell'emergenza. In Lombardia si contavano 127 positivi, in Piemonte 41, nelle Marche 24, nel Lazio 48 e in Sicilia dieci. Erano 3.241, invece, gli operatori di polizia con manifestazioni cliniche sospette per Covid-19, 110 in più rispetto a luglio. Complici gli sbarchi a go go di luglio e agosto. Una denuncia arriva anche dal Coisp: «Il Centro di prima accoglienza di Lampedusa sta scoppiando: in queste ore infatti, con l'aumento degli sbarchi, sì è arrivati a 1200 ospiti laddove la capienza massima del Centro è di 96. Vieppiù, sono tanti i casi di Covid accertati tra i migranti ospiti della struttura. La confusione ormai regna sovrana: i poliziotti, già costretti a turni massacranti, si trovano anche a dover fronteggiare le rivolte violente organizzate dai migranti e le loro fughe improvvise che inevitabilmente generano il panico tra i cittadini». Domenico Pianese, segretario generale del Coisp ci mette un carico da 90: «Chi avrebbe il dovere di governare questa situazione per garantire la sicurezza del Paese e dei cittadini, anche dal punto di vista sanitario in questo caso, sembra aver gettato la spugna. L'esecutivo, infatti, altro non ha fatto che scaricare sui poliziotti tutto il peso della questione immigrazione, lasciandoli da soli, in prima linea e con pochi mezzi a disposizione a dover affrontare una situazione pericolosa e violenta. Tutto questo è intollerabile e ormai non si può più rimandare. È necessario derubricare una volta per tutte la propaganda politica e gli slogan elettorali e mettere immediatamente in campo soluzioni concrete nella gestione di questa emergenza senza precedenti». L'ultima del Viminale è stata quella di mandare la celere, l'altro giorno, a governare il trasferimento di 21 immigrati positivi che si rifiutavano di collaborare, opponendo resistenza allo spostamento dalla struttura d'accoglienza Mondo migliore di Rocca di Papa (che ospita 300 extracomunitari) all'ospedale militare del Celio. Ancora una volta il governo ha esposto dei poliziotti a rischi elevatissimi, fornendo loro come protezione, oltre alla mascherina, solo una goffa tuta di cellophane azzurra.
I porti del Sud Italia sotto assedio
La nave Aurelia, quella ingaggiata dal governo per la quarantena degli immigrati, dopo vari tentativi, ieri è riuscita ad attraccare a Lampedusa. Ma nonostante abbia imbarcato 250 ospiti dell'hotspot di contrada Imbriacola (compresi 15 extracomunitari risultati positivi al coronavirus), la situazione nel centro è ancora oltre il limite. La Prefettura di Agrigento è al lavoro con il dipartimento delle Libertà civili e dell'Immigrazione del ministero dell'Interno per trovare dei posti disponibili, preparando il solito scherzetto dei trasferimenti a sorpresa in qualche regione del Nord o a contagio zero.
Ma Lampedusa non è l'unico fronte d'emergenza aperto: 115 immigrati, tra i quali 68 uomini, 26 donne e 21 minori, sono sbarcati nella notte di martedì nel porto di Crotone. Sono afgani, iraniani, siriani e somali che erano a bordo di un barcone intercettato dalla Guardia costiera al largo di Soverato. Il natante sarebbe partito dal porto di Antalya in Turchia (una delle solite rotte del Mediterraneo). Ad accogliere il gruppo sulla banchina del porto di Crotone c'era il dispositivo coordinato dalla Prefettura.
I sanitari del 118 che hanno effettuato un primo screening non hanno rilevato problemi sanitari. La Croce rossa di Crotone ha poi trasferito i 115 nel Centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto, dove gli immigrati sono stati messi in isolamento. Trasferimenti in corso, invece, a Roccella Jonica, in provincia di Reggio Calabria. Dopo 40 giorni anche l'ultimo gruppo di sei minori pachistani sbarcati a luglio, tra i quali due sono ancora positivi al coronavirus, ha lasciato definitivamente la cittadina della Locride. I due contagiati sono stati trasferiti con un mezzo speciale della Croce rossa di Roma all'ospedale romano del Celio, mentre gli altri quattro, risultati negativi dopo l'ultimo tampone, sono stati affidati al centro per minori stranieri di Bocchigliero, in provincia di Cosenza. Il trasferimento ha permesso di liberare la struttura alberghiera che era nel centro di Roccella e che è stata presidiata, per circa un mese e mezzo e 24 ore su 24, dalle forze dell'ordine. Altro trasferimento a Tonara, in Sardegna, dove sono stati mandati 19 immigrati che erano nel Cpa di Monastir. Ieri sera sono stati sottoposti a un nuovo tampone. Ieri mattina i consiglieri regionali della Lega Pierluigi Saiu e Annalisa Mele, insieme al sindaco di Tonara, Flavia Loche, sono andati sul posto a controllare di persona le operazioni di trasferimento. La struttura di Tonara, prima dell'arrivo degli immigrati da Monastir, ospitava undici persone, mentre prima che Matteo Salvini diventasse ministro dell'Interno, in quella stessa struttura si era arrivati addirittura a contare 127 presenze. «I numeri», afferma Saiu, «sono inevitabilmente destinati a salire, visto l'aumento degli sbarchi nella nostra Isola». Per il leghista «è assolutamente necessario fermare gli sbarchi e chi non ha diritto a rimanere in Italia deve essere immediatamente rimandato nel Paese d'origine. Le scelte del governo nazionale sono del tutto inefficaci e stanno mettendo a rischio anche la salute dei cittadini». Mele, invece, ritiene «inaccettabile che si pensi di riempire la Sardegna di clandestini, prevalentemente di provenienza algerina, che non scappano da guerre né da persecuzioni». Gli ultimi sono approdati a Chia, a Teulada, a Sarroch e a Sant'Antioco: una cinquantina di algerini in meno di due giorni hanno messo piede sul suolo sardo.
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Sono ben tre i reparti coinvolti. E per loro i test scarseggiano. I sindacati protestano: «Sbarchi e Covid, miscela esplosiva».Malgrado il supporto della nave Aurelia, l'hotspot di Lampedusa resta strapieno. In 115 arrivano a Crotone dalla Turchia. E anche le coste sarde sono prese di mira.Lo speciale contiene due articoli.Nelle caserme l'innesco della bomba al Covid potrebbe già essere stato acceso. Un poliziotto del reparto mobile di Roma di servizio nei centri di accoglienza per immigrati in Sicilia al suo rientro è stato contagiato. Lo ha scoperto al suo rientro a Roma. E i suoi colleghi sono finiti in quarantena. Come gli agenti del quarto reparto mobile di Napoli che hanno effettuato lo stesso servizio del collega romano e condiviso la stessa struttura alberghiera e gli stessi ristoranti. In attesa dei provvedimenti delle Asl di competenza, i poliziotti che sono entrati in contatto con il positivo hanno scelto la quarantena fiduciaria. C'è preoccupazione anche nelle Marche: i celerini del quattordicesimo reparto mobile di Senigallia sono stati mandati a gestire l'emergenza immigrazione nei centri di Crotone e Campobasso. Alcuni operatori sono entrati in contatto con immigrati risultati positivi al Covid. Il Siulp di Ancona due giorni fa ha denunciato che «neanche questi delicati servizi e i casi di positività emersi hanno permesso per il personale del quattordicesimo reparto mobile di velocizzare le procedure per il test sierologico, tant'è che alcuni colleghi, prima di ritornare in servizio, hanno deciso di effettuarlo autonomamente». Il segretario Alessandro Bufarini ha sottolineato che «lo screening sanitario sul personale della questura è stato completato. Il personale del quattordicesimo reparto mobile di Senigallia, invece, non ha ancora iniziato i test e non sa neanche quando verranno effettuati. Un inaccettabile ritardo. Il connubio tra gli sbarchi di clandestini sulle coste italiane e l'emergenza Covid-19 può diventare una miscela esplosiva se non si tutelano gli operatori della sicurezza dal punto di vista sanitario». Il Siulp ha quindi formalmente interessato il ministero dell'Interno. Che resta passivo rispetto a ciò che sta accadendo.Le caserme si stanno infettando e al Viminale la situazione sembra essere ormai sfuggita di mano. I provvedimenti di isolamento vengono presi in ritardo e si temono contagi a catena. A rischio, ovviamente, ci sono anche i familiari dei poliziotti. Il Viminale continua a spedire gli agenti sui fronti caldi dell'immigrazione, con il rischio, elevato, di farli ammalare. La casistica è già elevata: a fine luglio 15 poliziotti che avevano identificato tre bengalesi contagiati sono finiti in quarantena in Friuli Venezia Giulia; a Treviso nei primi giorni di agosto un poliziotto in servizio nella ex caserma Serena (quella che si è trasformata in un lazzaretto per immigrati contagiati) è risultato positivo al tampone e due suoi colleghi sono finiti in isolamento domiciliare; per gli sbarchi di inizio luglio in Calabria 25 agenti del commissariato di Siderno sono dovuti rimanere a casa; lo stesso è accaduto ai 14 agenti della questura e della polizia stradale di Udine, mandati a identificare i clandestini prima del risultato dei tamponi; dopo uno sbarco dei primi di luglio a Noto, in Sicilia, con otto immigrati contagiati, una decina di poliziotti della scientifica di Siracusa per precauzione sono finiti in isolamento domiciliare nelle proprie abitazioni. Ai primi di agosto si contavano 520 poliziotti positivi su tutto il territorio nazionale dall'inizio dell'emergenza. In Lombardia si contavano 127 positivi, in Piemonte 41, nelle Marche 24, nel Lazio 48 e in Sicilia dieci. Erano 3.241, invece, gli operatori di polizia con manifestazioni cliniche sospette per Covid-19, 110 in più rispetto a luglio. Complici gli sbarchi a go go di luglio e agosto. Una denuncia arriva anche dal Coisp: «Il Centro di prima accoglienza di Lampedusa sta scoppiando: in queste ore infatti, con l'aumento degli sbarchi, sì è arrivati a 1200 ospiti laddove la capienza massima del Centro è di 96. Vieppiù, sono tanti i casi di Covid accertati tra i migranti ospiti della struttura. La confusione ormai regna sovrana: i poliziotti, già costretti a turni massacranti, si trovano anche a dover fronteggiare le rivolte violente organizzate dai migranti e le loro fughe improvvise che inevitabilmente generano il panico tra i cittadini». Domenico Pianese, segretario generale del Coisp ci mette un carico da 90: «Chi avrebbe il dovere di governare questa situazione per garantire la sicurezza del Paese e dei cittadini, anche dal punto di vista sanitario in questo caso, sembra aver gettato la spugna. L'esecutivo, infatti, altro non ha fatto che scaricare sui poliziotti tutto il peso della questione immigrazione, lasciandoli da soli, in prima linea e con pochi mezzi a disposizione a dover affrontare una situazione pericolosa e violenta. Tutto questo è intollerabile e ormai non si può più rimandare. È necessario derubricare una volta per tutte la propaganda politica e gli slogan elettorali e mettere immediatamente in campo soluzioni concrete nella gestione di questa emergenza senza precedenti». L'ultima del Viminale è stata quella di mandare la celere, l'altro giorno, a governare il trasferimento di 21 immigrati positivi che si rifiutavano di collaborare, opponendo resistenza allo spostamento dalla struttura d'accoglienza Mondo migliore di Rocca di Papa (che ospita 300 extracomunitari) all'ospedale militare del Celio. Ancora una volta il governo ha esposto dei poliziotti a rischi elevatissimi, fornendo loro come protezione, oltre alla mascherina, solo una goffa tuta di cellophane azzurra.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/emergenza-contagi-fra-i-poliziotti-mandati-dai-migranti-2647032494.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-porti-del-sud-italia-sotto-assedio" data-post-id="2647032494" data-published-at="1597875149" data-use-pagination="False"> I porti del Sud Italia sotto assedio La nave Aurelia, quella ingaggiata dal governo per la quarantena degli immigrati, dopo vari tentativi, ieri è riuscita ad attraccare a Lampedusa. Ma nonostante abbia imbarcato 250 ospiti dell'hotspot di contrada Imbriacola (compresi 15 extracomunitari risultati positivi al coronavirus), la situazione nel centro è ancora oltre il limite. La Prefettura di Agrigento è al lavoro con il dipartimento delle Libertà civili e dell'Immigrazione del ministero dell'Interno per trovare dei posti disponibili, preparando il solito scherzetto dei trasferimenti a sorpresa in qualche regione del Nord o a contagio zero. Ma Lampedusa non è l'unico fronte d'emergenza aperto: 115 immigrati, tra i quali 68 uomini, 26 donne e 21 minori, sono sbarcati nella notte di martedì nel porto di Crotone. Sono afgani, iraniani, siriani e somali che erano a bordo di un barcone intercettato dalla Guardia costiera al largo di Soverato. Il natante sarebbe partito dal porto di Antalya in Turchia (una delle solite rotte del Mediterraneo). Ad accogliere il gruppo sulla banchina del porto di Crotone c'era il dispositivo coordinato dalla Prefettura. I sanitari del 118 che hanno effettuato un primo screening non hanno rilevato problemi sanitari. La Croce rossa di Crotone ha poi trasferito i 115 nel Centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto, dove gli immigrati sono stati messi in isolamento. Trasferimenti in corso, invece, a Roccella Jonica, in provincia di Reggio Calabria. Dopo 40 giorni anche l'ultimo gruppo di sei minori pachistani sbarcati a luglio, tra i quali due sono ancora positivi al coronavirus, ha lasciato definitivamente la cittadina della Locride. I due contagiati sono stati trasferiti con un mezzo speciale della Croce rossa di Roma all'ospedale romano del Celio, mentre gli altri quattro, risultati negativi dopo l'ultimo tampone, sono stati affidati al centro per minori stranieri di Bocchigliero, in provincia di Cosenza. Il trasferimento ha permesso di liberare la struttura alberghiera che era nel centro di Roccella e che è stata presidiata, per circa un mese e mezzo e 24 ore su 24, dalle forze dell'ordine. Altro trasferimento a Tonara, in Sardegna, dove sono stati mandati 19 immigrati che erano nel Cpa di Monastir. Ieri sera sono stati sottoposti a un nuovo tampone. Ieri mattina i consiglieri regionali della Lega Pierluigi Saiu e Annalisa Mele, insieme al sindaco di Tonara, Flavia Loche, sono andati sul posto a controllare di persona le operazioni di trasferimento. La struttura di Tonara, prima dell'arrivo degli immigrati da Monastir, ospitava undici persone, mentre prima che Matteo Salvini diventasse ministro dell'Interno, in quella stessa struttura si era arrivati addirittura a contare 127 presenze. «I numeri», afferma Saiu, «sono inevitabilmente destinati a salire, visto l'aumento degli sbarchi nella nostra Isola». Per il leghista «è assolutamente necessario fermare gli sbarchi e chi non ha diritto a rimanere in Italia deve essere immediatamente rimandato nel Paese d'origine. Le scelte del governo nazionale sono del tutto inefficaci e stanno mettendo a rischio anche la salute dei cittadini». Mele, invece, ritiene «inaccettabile che si pensi di riempire la Sardegna di clandestini, prevalentemente di provenienza algerina, che non scappano da guerre né da persecuzioni». Gli ultimi sono approdati a Chia, a Teulada, a Sarroch e a Sant'Antioco: una cinquantina di algerini in meno di due giorni hanno messo piede sul suolo sardo.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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