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2023-08-18
I golpisti del Niger non arretrano: Ecowas vicina all’intervento armato
I membri dell'Ecowas riuniti il 17 agosto 2023 (Ansa)
È iniziato ieri ad Accra (Ghana) l’atteso vertice dei capi militari dell’Africa occidentale che terminerà oggi in serata. Si tratta del primo incontro da quando la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) ha ordinato «il dispiegamento di una forza di riserva per ripristinare il governo costituzionale in Niger». Poco prima della riunione, il capo di Stato maggiore della difesa della Nigeria, il generale Christopher Gwabin Musa, ha dichiarato che «l’obiettivo del nostro incontro non è semplicemente quello di reagire agli eventi, ma di tracciare in modo proattivo un percorso che porti alla pace e promuova la stabilità. La democrazia è ciò che sosteniamo e incoraggiamo». Meno diplomatica la dichiarazione di Abdel-Fatau Musah, commissario per la sicurezza dell’Ecowas: «L’ordine costituzionale sarà ripristinato con ogni mezzo disponibile. Tutti gli Stati membri, ad eccezione dei Paesi sotto controllo delle giunte militari e di Capo Verde, sono pronti a partecipare ad un intervento militare». In attesa di sapere se e quando l’Ecowas interverrà militarmente, si stima che le truppe interessate dall’operazione sarebbero circa 25.000, provenienti da Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal e Benin, ma secondo alcuni esperti, per mobilitarli, specie in un’area come questa, potrebbero essere necessarie settimane o addirittura mesi. Per Giuseppe Manna, analista geopolitico con focus sui Paesi africani e mediorientali, le dichiarazioni dei leader della regione e le tempistiche sempre più serrate sembrano condurre dritti alla guerra: «Da un lato, i golpisti nigerini, appoggiati dalle giunte militari di Ciad, Burkina Faso e Mali, mostrano intransigenza e rifiutano di reinsediare il presidente deposto; dall’altro lato, i membri attivi dell’Ecowas, spinti da Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio, esigono il ripristino dell’ordine costituzionale. Le posizioni sono rigide e nessuno vuole rimetterci la faccia. A Niamey, i militari ribelli rischiano tutto e non possono né vogliono tornare indietro». L’Ecowas sembra quindi con le spalle al muro: «L’Ecowas non può soltanto limitarsi ad abbaiare all’infinito senza rischiare la sua credibilità e apparire con le spalle al muro, costretta ad accettare il fatto compiuto. Senza contare che molti regimi temono di essere travolti da forze locali ispirate proprio dalla situazione in Niger. Più tempo passa e minori diventano le possibilità di una soluzione diplomatica. Solo se il Niger precipitasse nella spirale della guerra civile e della violenza jihadista gli schieramenti attuali salterebbero, aprendo scenari nuovi e inediti nella regione. Ma, per il momento, la strada dello scontro militare sembra la più probabile». Di certo c’è che se non accade qualcosa che sparigli le carte -come l’inizio di un negoziato vero o l’intervento militare - la giunta golpista si rafforzerà ulteriormente, senza dimenticare che il presidente deposto, Mohamed Bazoum, potrebbe essere passato per le armi in qualsiasi momento. Da registrare il fatto che più passano le ore e più gli Usa sono attivi nella ricerca di una soluzione, e di questo ha parlato Sabrina Singh, vicesegretario stampa del Pentagono: «In questo momento, la nostra posizione non è cambiata in Niger. Siamo certamente fiduciosi che questo si risolva in modo diplomatico». Poi, alla domanda se l’Ecowas abbia richiesto assistenza militare al Pentagono, la Singh non ha confermato ma neppure smentito: «Non sono a conoscenza di alcuna richiesta di supporto militare da parte degli Stati Uniti, ma i Paesi che fanno parte dell’Ecowas hanno tutti affermato che l’intervento militare è l’ultima risorsa, non vogliono che ciò accada». Attenzione però a quanto afferma la Cnn: «Il riconoscimento da parte di Washington della situazione in Niger come un colpo di Stato priverà le forze armate americane di una serie di poteri in questo paese, nonché dei finanziamenti per la partecipazione alla cooperazione con le forze nigeriane». Come vi abbiamo raccontato ieri, c’è grande preoccupazione per le attività terroristiche delle filiali locali di al-Qaeda che è anche coinvolta nel traffico di migranti, mentre l’Isis cerca di cacciare dall’area i rivali. A proposito dei disperati che arrivano in Niger, e in particolare nella città di Agadez, per l’analista dell’International Team for the Study of Security Verona Rebecca Pedemonte, in caso di intervento armato la loro situazione non potrà che peggiorare: «L’area e la città di Agadez sono un punto nevralgico del flusso migratorio nell’area saheliana dove arrivano migliaia di persone dall’Africa occidentale in attesa di salire su un barcone in partenza dalla Libia. Qui possono restare mesi e anni a seconda di quando riescono a procurarsi il denaro da pagare ai trafficanti per il viaggio nel Mediterraneo. Evidente come un possibile intervento armato in Niger obbligherebbe queste persone che vivono già nell’assoluta precarietà a mettersi in movimento in un territorio come quello nigerino, che sprofonderebbe nel caos e dove a quel punto le organizzazioni terroristiche non troverebbero più ostacoli». Intanto, la popolazione della capitale nigerina Niamey chiede il reclutamento di massa di volontari per assistere l’esercito di fronte a una crescente minaccia da parte dell’Ecowas. «Non ci frega niente dell’Ecowas che è stato fatto su misura per i presidenti al potere. E non ne abbiamo bisogno», dicono ad Africa News alcuni nigerini che hanno aggiunto: «L’Ecowas intervenga o meno, il Niger è pronto per tutte le opzioni. Noi siamo pronti. Qualunque cosa decida l’Ecowas, noi siamo pronti».
Le milizie gettano Tripoli nel caos
Continua a salire la tensione in Libia. Gli ultimi scontri registratisi a Tripoli hanno portato a un bilancio drammatico: 55 morti e 146 feriti. A renderlo noto sono state mercoledì le autorità sanitarie locali. I combattimenti, svoltisi tra lunedì e martedì, hanno visto come protagonisti la quattrocentoquarantaquattresima brigata e le Forze speciali di deterrenza Rada: in particolare, gli scontri sono esplosi dopo l’arresto da parte delle forze Rada del capo della quattrocentoquarantaquattresima brigata, il colonnello Mahmoud Hamza, che - secondo Reuters - è stato successivamente consegnato a una terza fazione, lo Stabilisation Support Apparatus, e infine rilasciato l’altro ieri. Irritatissimo, il premier di Tripoli, Abdul Hamid Dbeibah, ha detto che i combattimenti tra milizie non saranno più tollerati. «Ogni giorno le persone sono terrorizzate. La vita delle persone non è un gioco. Ci saranno altre misure contro di loro, dobbiamo essere duri», ha dichiarato. «Tutti noi libici non siamo soddisfatti di quello che è successo. E non ne saremo soddisfatti. Non rimarremo in silenzio fino a quando non fermeremo questa faccenda», ha aggiunto.
«Il ritorno ai combattimenti è sempre preoccupante», ha detto l’inviato speciale statunitense per la Libia, Richard Norland. «Ma ora è importante contenere immediatamente la violenza. Ci sono rimostranze legittime da parte di diverse parti, ma possono essere risolte attraverso il dialogo», ha proseguito. «L’Unione Europea segue con grande attenzione e preoccupazione gli ultimi avvenimenti di violenza in Libia», ha affermato in una nota, dal canto suo, l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell. «L’Ue invita inoltre tutte le parti coinvolte in atti di violenza a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e a garantire la protezione dei civili. I libici sono stanchi di essere coinvolti nel fuoco incrociato e meritano che le loro aspirazioni alla pace siano finalmente ascoltate e soddisfatte», ha continuato.
La situazione è complicata, anche perché entrambe le milizie che si sono combattute gravitano - almeno teoricamente - attorno al governo di Tripoli. Tuttavia, secondo Al Jazeera, è possibile che si sia innescata una dialettica tra chi è favorevole a un avvicinamento nei confronti del generale della Cirenaica Khalifa Haftar e chi - come Hamza - risulterebbe invece avverso a un tale scenario. Questo significa che il tortuoso rapporto tra Dbeibah e Haftar si sta ripercuotendo sulle difficili relazioni che intercorrono tra le varie milizie dell’Ovest libico. Si tratta di un ulteriore fattore di rischio da tenere in considerazione nel complicato tentativo di una stabilizzazione politica del Paese nordafricano. La complessa dimensione locale è un elemento di cui bisogna tenere conto al pari delle influenze internazionali. Ricordiamo che, se Tripoli gravita nell’orbita turca, l’Est resta per ora maggiormente vicino alla Russia. Tutto questo, senza dimenticare le turbolenze che attraversano Nord Africa e Sahel: dall’instabilità economica della Tunisia alla crisi del Niger. Non a caso, ad esprimere «grande preoccupazione» per gli ultimi scontri libici è stata anche l’Unione africana. È in questo clima che Dbeibah ha accusato Haftar di sostenere «una delle parti in conflitto in Sudan con armi pesanti ed equipaggiamento militare».
La situazione complessiva, insomma, si sta facendo sempre più rovente. È urgente che Italia e Stati Uniti rafforzino il loro gioco di sponda sulla Libia e che Bruxelles, dal canto suo, inizi ad adottare un approccio più attento e pragmatico.
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Si allontana la via diplomatica tra la giunta e gli Stati dell’Africa occidentale, riuniti in Ghana. L’operazione militare alimenterebbe però i flussi verso il Mediterraneo dei migranti di passaggio nel territorio nigerino.Almeno 55 morti a Tripoli dopo gli scontri tra Brigata 444 e forze Rada, entrambe filo governative. All’origine delle ostilità, l’ipotesi di avvicinamento ad Haftar.Lo speciale contiene due articoli.È iniziato ieri ad Accra (Ghana) l’atteso vertice dei capi militari dell’Africa occidentale che terminerà oggi in serata. Si tratta del primo incontro da quando la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) ha ordinato «il dispiegamento di una forza di riserva per ripristinare il governo costituzionale in Niger». Poco prima della riunione, il capo di Stato maggiore della difesa della Nigeria, il generale Christopher Gwabin Musa, ha dichiarato che «l’obiettivo del nostro incontro non è semplicemente quello di reagire agli eventi, ma di tracciare in modo proattivo un percorso che porti alla pace e promuova la stabilità. La democrazia è ciò che sosteniamo e incoraggiamo». Meno diplomatica la dichiarazione di Abdel-Fatau Musah, commissario per la sicurezza dell’Ecowas: «L’ordine costituzionale sarà ripristinato con ogni mezzo disponibile. Tutti gli Stati membri, ad eccezione dei Paesi sotto controllo delle giunte militari e di Capo Verde, sono pronti a partecipare ad un intervento militare». In attesa di sapere se e quando l’Ecowas interverrà militarmente, si stima che le truppe interessate dall’operazione sarebbero circa 25.000, provenienti da Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal e Benin, ma secondo alcuni esperti, per mobilitarli, specie in un’area come questa, potrebbero essere necessarie settimane o addirittura mesi. Per Giuseppe Manna, analista geopolitico con focus sui Paesi africani e mediorientali, le dichiarazioni dei leader della regione e le tempistiche sempre più serrate sembrano condurre dritti alla guerra: «Da un lato, i golpisti nigerini, appoggiati dalle giunte militari di Ciad, Burkina Faso e Mali, mostrano intransigenza e rifiutano di reinsediare il presidente deposto; dall’altro lato, i membri attivi dell’Ecowas, spinti da Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio, esigono il ripristino dell’ordine costituzionale. Le posizioni sono rigide e nessuno vuole rimetterci la faccia. A Niamey, i militari ribelli rischiano tutto e non possono né vogliono tornare indietro». L’Ecowas sembra quindi con le spalle al muro: «L’Ecowas non può soltanto limitarsi ad abbaiare all’infinito senza rischiare la sua credibilità e apparire con le spalle al muro, costretta ad accettare il fatto compiuto. Senza contare che molti regimi temono di essere travolti da forze locali ispirate proprio dalla situazione in Niger. Più tempo passa e minori diventano le possibilità di una soluzione diplomatica. Solo se il Niger precipitasse nella spirale della guerra civile e della violenza jihadista gli schieramenti attuali salterebbero, aprendo scenari nuovi e inediti nella regione. Ma, per il momento, la strada dello scontro militare sembra la più probabile». Di certo c’è che se non accade qualcosa che sparigli le carte -come l’inizio di un negoziato vero o l’intervento militare - la giunta golpista si rafforzerà ulteriormente, senza dimenticare che il presidente deposto, Mohamed Bazoum, potrebbe essere passato per le armi in qualsiasi momento. Da registrare il fatto che più passano le ore e più gli Usa sono attivi nella ricerca di una soluzione, e di questo ha parlato Sabrina Singh, vicesegretario stampa del Pentagono: «In questo momento, la nostra posizione non è cambiata in Niger. Siamo certamente fiduciosi che questo si risolva in modo diplomatico». Poi, alla domanda se l’Ecowas abbia richiesto assistenza militare al Pentagono, la Singh non ha confermato ma neppure smentito: «Non sono a conoscenza di alcuna richiesta di supporto militare da parte degli Stati Uniti, ma i Paesi che fanno parte dell’Ecowas hanno tutti affermato che l’intervento militare è l’ultima risorsa, non vogliono che ciò accada». Attenzione però a quanto afferma la Cnn: «Il riconoscimento da parte di Washington della situazione in Niger come un colpo di Stato priverà le forze armate americane di una serie di poteri in questo paese, nonché dei finanziamenti per la partecipazione alla cooperazione con le forze nigeriane». Come vi abbiamo raccontato ieri, c’è grande preoccupazione per le attività terroristiche delle filiali locali di al-Qaeda che è anche coinvolta nel traffico di migranti, mentre l’Isis cerca di cacciare dall’area i rivali. A proposito dei disperati che arrivano in Niger, e in particolare nella città di Agadez, per l’analista dell’International Team for the Study of Security Verona Rebecca Pedemonte, in caso di intervento armato la loro situazione non potrà che peggiorare: «L’area e la città di Agadez sono un punto nevralgico del flusso migratorio nell’area saheliana dove arrivano migliaia di persone dall’Africa occidentale in attesa di salire su un barcone in partenza dalla Libia. Qui possono restare mesi e anni a seconda di quando riescono a procurarsi il denaro da pagare ai trafficanti per il viaggio nel Mediterraneo. Evidente come un possibile intervento armato in Niger obbligherebbe queste persone che vivono già nell’assoluta precarietà a mettersi in movimento in un territorio come quello nigerino, che sprofonderebbe nel caos e dove a quel punto le organizzazioni terroristiche non troverebbero più ostacoli». Intanto, la popolazione della capitale nigerina Niamey chiede il reclutamento di massa di volontari per assistere l’esercito di fronte a una crescente minaccia da parte dell’Ecowas. «Non ci frega niente dell’Ecowas che è stato fatto su misura per i presidenti al potere. E non ne abbiamo bisogno», dicono ad Africa News alcuni nigerini che hanno aggiunto: «L’Ecowas intervenga o meno, il Niger è pronto per tutte le opzioni. Noi siamo pronti. Qualunque cosa decida l’Ecowas, noi siamo pronti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ecowas-niger-intervento-armato-2664015443.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-milizie-gettano-tripoli-nel-caos" data-post-id="2664015443" data-published-at="1692304332" data-use-pagination="False"> Le milizie gettano Tripoli nel caos Continua a salire la tensione in Libia. Gli ultimi scontri registratisi a Tripoli hanno portato a un bilancio drammatico: 55 morti e 146 feriti. A renderlo noto sono state mercoledì le autorità sanitarie locali. I combattimenti, svoltisi tra lunedì e martedì, hanno visto come protagonisti la quattrocentoquarantaquattresima brigata e le Forze speciali di deterrenza Rada: in particolare, gli scontri sono esplosi dopo l’arresto da parte delle forze Rada del capo della quattrocentoquarantaquattresima brigata, il colonnello Mahmoud Hamza, che - secondo Reuters - è stato successivamente consegnato a una terza fazione, lo Stabilisation Support Apparatus, e infine rilasciato l’altro ieri. Irritatissimo, il premier di Tripoli, Abdul Hamid Dbeibah, ha detto che i combattimenti tra milizie non saranno più tollerati. «Ogni giorno le persone sono terrorizzate. La vita delle persone non è un gioco. Ci saranno altre misure contro di loro, dobbiamo essere duri», ha dichiarato. «Tutti noi libici non siamo soddisfatti di quello che è successo. E non ne saremo soddisfatti. Non rimarremo in silenzio fino a quando non fermeremo questa faccenda», ha aggiunto. «Il ritorno ai combattimenti è sempre preoccupante», ha detto l’inviato speciale statunitense per la Libia, Richard Norland. «Ma ora è importante contenere immediatamente la violenza. Ci sono rimostranze legittime da parte di diverse parti, ma possono essere risolte attraverso il dialogo», ha proseguito. «L’Unione Europea segue con grande attenzione e preoccupazione gli ultimi avvenimenti di violenza in Libia», ha affermato in una nota, dal canto suo, l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell. «L’Ue invita inoltre tutte le parti coinvolte in atti di violenza a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e a garantire la protezione dei civili. I libici sono stanchi di essere coinvolti nel fuoco incrociato e meritano che le loro aspirazioni alla pace siano finalmente ascoltate e soddisfatte», ha continuato. La situazione è complicata, anche perché entrambe le milizie che si sono combattute gravitano - almeno teoricamente - attorno al governo di Tripoli. Tuttavia, secondo Al Jazeera, è possibile che si sia innescata una dialettica tra chi è favorevole a un avvicinamento nei confronti del generale della Cirenaica Khalifa Haftar e chi - come Hamza - risulterebbe invece avverso a un tale scenario. Questo significa che il tortuoso rapporto tra Dbeibah e Haftar si sta ripercuotendo sulle difficili relazioni che intercorrono tra le varie milizie dell’Ovest libico. Si tratta di un ulteriore fattore di rischio da tenere in considerazione nel complicato tentativo di una stabilizzazione politica del Paese nordafricano. La complessa dimensione locale è un elemento di cui bisogna tenere conto al pari delle influenze internazionali. Ricordiamo che, se Tripoli gravita nell’orbita turca, l’Est resta per ora maggiormente vicino alla Russia. Tutto questo, senza dimenticare le turbolenze che attraversano Nord Africa e Sahel: dall’instabilità economica della Tunisia alla crisi del Niger. Non a caso, ad esprimere «grande preoccupazione» per gli ultimi scontri libici è stata anche l’Unione africana. È in questo clima che Dbeibah ha accusato Haftar di sostenere «una delle parti in conflitto in Sudan con armi pesanti ed equipaggiamento militare». La situazione complessiva, insomma, si sta facendo sempre più rovente. È urgente che Italia e Stati Uniti rafforzino il loro gioco di sponda sulla Libia e che Bruxelles, dal canto suo, inizi ad adottare un approccio più attento e pragmatico.
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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