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2023-08-18
I golpisti del Niger non arretrano: Ecowas vicina all’intervento armato
I membri dell'Ecowas riuniti il 17 agosto 2023 (Ansa)
È iniziato ieri ad Accra (Ghana) l’atteso vertice dei capi militari dell’Africa occidentale che terminerà oggi in serata. Si tratta del primo incontro da quando la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) ha ordinato «il dispiegamento di una forza di riserva per ripristinare il governo costituzionale in Niger». Poco prima della riunione, il capo di Stato maggiore della difesa della Nigeria, il generale Christopher Gwabin Musa, ha dichiarato che «l’obiettivo del nostro incontro non è semplicemente quello di reagire agli eventi, ma di tracciare in modo proattivo un percorso che porti alla pace e promuova la stabilità. La democrazia è ciò che sosteniamo e incoraggiamo». Meno diplomatica la dichiarazione di Abdel-Fatau Musah, commissario per la sicurezza dell’Ecowas: «L’ordine costituzionale sarà ripristinato con ogni mezzo disponibile. Tutti gli Stati membri, ad eccezione dei Paesi sotto controllo delle giunte militari e di Capo Verde, sono pronti a partecipare ad un intervento militare». In attesa di sapere se e quando l’Ecowas interverrà militarmente, si stima che le truppe interessate dall’operazione sarebbero circa 25.000, provenienti da Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal e Benin, ma secondo alcuni esperti, per mobilitarli, specie in un’area come questa, potrebbero essere necessarie settimane o addirittura mesi. Per Giuseppe Manna, analista geopolitico con focus sui Paesi africani e mediorientali, le dichiarazioni dei leader della regione e le tempistiche sempre più serrate sembrano condurre dritti alla guerra: «Da un lato, i golpisti nigerini, appoggiati dalle giunte militari di Ciad, Burkina Faso e Mali, mostrano intransigenza e rifiutano di reinsediare il presidente deposto; dall’altro lato, i membri attivi dell’Ecowas, spinti da Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio, esigono il ripristino dell’ordine costituzionale. Le posizioni sono rigide e nessuno vuole rimetterci la faccia. A Niamey, i militari ribelli rischiano tutto e non possono né vogliono tornare indietro». L’Ecowas sembra quindi con le spalle al muro: «L’Ecowas non può soltanto limitarsi ad abbaiare all’infinito senza rischiare la sua credibilità e apparire con le spalle al muro, costretta ad accettare il fatto compiuto. Senza contare che molti regimi temono di essere travolti da forze locali ispirate proprio dalla situazione in Niger. Più tempo passa e minori diventano le possibilità di una soluzione diplomatica. Solo se il Niger precipitasse nella spirale della guerra civile e della violenza jihadista gli schieramenti attuali salterebbero, aprendo scenari nuovi e inediti nella regione. Ma, per il momento, la strada dello scontro militare sembra la più probabile». Di certo c’è che se non accade qualcosa che sparigli le carte -come l’inizio di un negoziato vero o l’intervento militare - la giunta golpista si rafforzerà ulteriormente, senza dimenticare che il presidente deposto, Mohamed Bazoum, potrebbe essere passato per le armi in qualsiasi momento. Da registrare il fatto che più passano le ore e più gli Usa sono attivi nella ricerca di una soluzione, e di questo ha parlato Sabrina Singh, vicesegretario stampa del Pentagono: «In questo momento, la nostra posizione non è cambiata in Niger. Siamo certamente fiduciosi che questo si risolva in modo diplomatico». Poi, alla domanda se l’Ecowas abbia richiesto assistenza militare al Pentagono, la Singh non ha confermato ma neppure smentito: «Non sono a conoscenza di alcuna richiesta di supporto militare da parte degli Stati Uniti, ma i Paesi che fanno parte dell’Ecowas hanno tutti affermato che l’intervento militare è l’ultima risorsa, non vogliono che ciò accada». Attenzione però a quanto afferma la Cnn: «Il riconoscimento da parte di Washington della situazione in Niger come un colpo di Stato priverà le forze armate americane di una serie di poteri in questo paese, nonché dei finanziamenti per la partecipazione alla cooperazione con le forze nigeriane». Come vi abbiamo raccontato ieri, c’è grande preoccupazione per le attività terroristiche delle filiali locali di al-Qaeda che è anche coinvolta nel traffico di migranti, mentre l’Isis cerca di cacciare dall’area i rivali. A proposito dei disperati che arrivano in Niger, e in particolare nella città di Agadez, per l’analista dell’International Team for the Study of Security Verona Rebecca Pedemonte, in caso di intervento armato la loro situazione non potrà che peggiorare: «L’area e la città di Agadez sono un punto nevralgico del flusso migratorio nell’area saheliana dove arrivano migliaia di persone dall’Africa occidentale in attesa di salire su un barcone in partenza dalla Libia. Qui possono restare mesi e anni a seconda di quando riescono a procurarsi il denaro da pagare ai trafficanti per il viaggio nel Mediterraneo. Evidente come un possibile intervento armato in Niger obbligherebbe queste persone che vivono già nell’assoluta precarietà a mettersi in movimento in un territorio come quello nigerino, che sprofonderebbe nel caos e dove a quel punto le organizzazioni terroristiche non troverebbero più ostacoli». Intanto, la popolazione della capitale nigerina Niamey chiede il reclutamento di massa di volontari per assistere l’esercito di fronte a una crescente minaccia da parte dell’Ecowas. «Non ci frega niente dell’Ecowas che è stato fatto su misura per i presidenti al potere. E non ne abbiamo bisogno», dicono ad Africa News alcuni nigerini che hanno aggiunto: «L’Ecowas intervenga o meno, il Niger è pronto per tutte le opzioni. Noi siamo pronti. Qualunque cosa decida l’Ecowas, noi siamo pronti».
Le milizie gettano Tripoli nel caos
Continua a salire la tensione in Libia. Gli ultimi scontri registratisi a Tripoli hanno portato a un bilancio drammatico: 55 morti e 146 feriti. A renderlo noto sono state mercoledì le autorità sanitarie locali. I combattimenti, svoltisi tra lunedì e martedì, hanno visto come protagonisti la quattrocentoquarantaquattresima brigata e le Forze speciali di deterrenza Rada: in particolare, gli scontri sono esplosi dopo l’arresto da parte delle forze Rada del capo della quattrocentoquarantaquattresima brigata, il colonnello Mahmoud Hamza, che - secondo Reuters - è stato successivamente consegnato a una terza fazione, lo Stabilisation Support Apparatus, e infine rilasciato l’altro ieri. Irritatissimo, il premier di Tripoli, Abdul Hamid Dbeibah, ha detto che i combattimenti tra milizie non saranno più tollerati. «Ogni giorno le persone sono terrorizzate. La vita delle persone non è un gioco. Ci saranno altre misure contro di loro, dobbiamo essere duri», ha dichiarato. «Tutti noi libici non siamo soddisfatti di quello che è successo. E non ne saremo soddisfatti. Non rimarremo in silenzio fino a quando non fermeremo questa faccenda», ha aggiunto.
«Il ritorno ai combattimenti è sempre preoccupante», ha detto l’inviato speciale statunitense per la Libia, Richard Norland. «Ma ora è importante contenere immediatamente la violenza. Ci sono rimostranze legittime da parte di diverse parti, ma possono essere risolte attraverso il dialogo», ha proseguito. «L’Unione Europea segue con grande attenzione e preoccupazione gli ultimi avvenimenti di violenza in Libia», ha affermato in una nota, dal canto suo, l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell. «L’Ue invita inoltre tutte le parti coinvolte in atti di violenza a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e a garantire la protezione dei civili. I libici sono stanchi di essere coinvolti nel fuoco incrociato e meritano che le loro aspirazioni alla pace siano finalmente ascoltate e soddisfatte», ha continuato.
La situazione è complicata, anche perché entrambe le milizie che si sono combattute gravitano - almeno teoricamente - attorno al governo di Tripoli. Tuttavia, secondo Al Jazeera, è possibile che si sia innescata una dialettica tra chi è favorevole a un avvicinamento nei confronti del generale della Cirenaica Khalifa Haftar e chi - come Hamza - risulterebbe invece avverso a un tale scenario. Questo significa che il tortuoso rapporto tra Dbeibah e Haftar si sta ripercuotendo sulle difficili relazioni che intercorrono tra le varie milizie dell’Ovest libico. Si tratta di un ulteriore fattore di rischio da tenere in considerazione nel complicato tentativo di una stabilizzazione politica del Paese nordafricano. La complessa dimensione locale è un elemento di cui bisogna tenere conto al pari delle influenze internazionali. Ricordiamo che, se Tripoli gravita nell’orbita turca, l’Est resta per ora maggiormente vicino alla Russia. Tutto questo, senza dimenticare le turbolenze che attraversano Nord Africa e Sahel: dall’instabilità economica della Tunisia alla crisi del Niger. Non a caso, ad esprimere «grande preoccupazione» per gli ultimi scontri libici è stata anche l’Unione africana. È in questo clima che Dbeibah ha accusato Haftar di sostenere «una delle parti in conflitto in Sudan con armi pesanti ed equipaggiamento militare».
La situazione complessiva, insomma, si sta facendo sempre più rovente. È urgente che Italia e Stati Uniti rafforzino il loro gioco di sponda sulla Libia e che Bruxelles, dal canto suo, inizi ad adottare un approccio più attento e pragmatico.
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Si allontana la via diplomatica tra la giunta e gli Stati dell’Africa occidentale, riuniti in Ghana. L’operazione militare alimenterebbe però i flussi verso il Mediterraneo dei migranti di passaggio nel territorio nigerino.Almeno 55 morti a Tripoli dopo gli scontri tra Brigata 444 e forze Rada, entrambe filo governative. All’origine delle ostilità, l’ipotesi di avvicinamento ad Haftar.Lo speciale contiene due articoli.È iniziato ieri ad Accra (Ghana) l’atteso vertice dei capi militari dell’Africa occidentale che terminerà oggi in serata. Si tratta del primo incontro da quando la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) ha ordinato «il dispiegamento di una forza di riserva per ripristinare il governo costituzionale in Niger». Poco prima della riunione, il capo di Stato maggiore della difesa della Nigeria, il generale Christopher Gwabin Musa, ha dichiarato che «l’obiettivo del nostro incontro non è semplicemente quello di reagire agli eventi, ma di tracciare in modo proattivo un percorso che porti alla pace e promuova la stabilità. La democrazia è ciò che sosteniamo e incoraggiamo». Meno diplomatica la dichiarazione di Abdel-Fatau Musah, commissario per la sicurezza dell’Ecowas: «L’ordine costituzionale sarà ripristinato con ogni mezzo disponibile. Tutti gli Stati membri, ad eccezione dei Paesi sotto controllo delle giunte militari e di Capo Verde, sono pronti a partecipare ad un intervento militare». In attesa di sapere se e quando l’Ecowas interverrà militarmente, si stima che le truppe interessate dall’operazione sarebbero circa 25.000, provenienti da Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal e Benin, ma secondo alcuni esperti, per mobilitarli, specie in un’area come questa, potrebbero essere necessarie settimane o addirittura mesi. Per Giuseppe Manna, analista geopolitico con focus sui Paesi africani e mediorientali, le dichiarazioni dei leader della regione e le tempistiche sempre più serrate sembrano condurre dritti alla guerra: «Da un lato, i golpisti nigerini, appoggiati dalle giunte militari di Ciad, Burkina Faso e Mali, mostrano intransigenza e rifiutano di reinsediare il presidente deposto; dall’altro lato, i membri attivi dell’Ecowas, spinti da Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio, esigono il ripristino dell’ordine costituzionale. Le posizioni sono rigide e nessuno vuole rimetterci la faccia. A Niamey, i militari ribelli rischiano tutto e non possono né vogliono tornare indietro». L’Ecowas sembra quindi con le spalle al muro: «L’Ecowas non può soltanto limitarsi ad abbaiare all’infinito senza rischiare la sua credibilità e apparire con le spalle al muro, costretta ad accettare il fatto compiuto. Senza contare che molti regimi temono di essere travolti da forze locali ispirate proprio dalla situazione in Niger. Più tempo passa e minori diventano le possibilità di una soluzione diplomatica. Solo se il Niger precipitasse nella spirale della guerra civile e della violenza jihadista gli schieramenti attuali salterebbero, aprendo scenari nuovi e inediti nella regione. Ma, per il momento, la strada dello scontro militare sembra la più probabile». Di certo c’è che se non accade qualcosa che sparigli le carte -come l’inizio di un negoziato vero o l’intervento militare - la giunta golpista si rafforzerà ulteriormente, senza dimenticare che il presidente deposto, Mohamed Bazoum, potrebbe essere passato per le armi in qualsiasi momento. Da registrare il fatto che più passano le ore e più gli Usa sono attivi nella ricerca di una soluzione, e di questo ha parlato Sabrina Singh, vicesegretario stampa del Pentagono: «In questo momento, la nostra posizione non è cambiata in Niger. Siamo certamente fiduciosi che questo si risolva in modo diplomatico». Poi, alla domanda se l’Ecowas abbia richiesto assistenza militare al Pentagono, la Singh non ha confermato ma neppure smentito: «Non sono a conoscenza di alcuna richiesta di supporto militare da parte degli Stati Uniti, ma i Paesi che fanno parte dell’Ecowas hanno tutti affermato che l’intervento militare è l’ultima risorsa, non vogliono che ciò accada». Attenzione però a quanto afferma la Cnn: «Il riconoscimento da parte di Washington della situazione in Niger come un colpo di Stato priverà le forze armate americane di una serie di poteri in questo paese, nonché dei finanziamenti per la partecipazione alla cooperazione con le forze nigeriane». Come vi abbiamo raccontato ieri, c’è grande preoccupazione per le attività terroristiche delle filiali locali di al-Qaeda che è anche coinvolta nel traffico di migranti, mentre l’Isis cerca di cacciare dall’area i rivali. A proposito dei disperati che arrivano in Niger, e in particolare nella città di Agadez, per l’analista dell’International Team for the Study of Security Verona Rebecca Pedemonte, in caso di intervento armato la loro situazione non potrà che peggiorare: «L’area e la città di Agadez sono un punto nevralgico del flusso migratorio nell’area saheliana dove arrivano migliaia di persone dall’Africa occidentale in attesa di salire su un barcone in partenza dalla Libia. Qui possono restare mesi e anni a seconda di quando riescono a procurarsi il denaro da pagare ai trafficanti per il viaggio nel Mediterraneo. Evidente come un possibile intervento armato in Niger obbligherebbe queste persone che vivono già nell’assoluta precarietà a mettersi in movimento in un territorio come quello nigerino, che sprofonderebbe nel caos e dove a quel punto le organizzazioni terroristiche non troverebbero più ostacoli». Intanto, la popolazione della capitale nigerina Niamey chiede il reclutamento di massa di volontari per assistere l’esercito di fronte a una crescente minaccia da parte dell’Ecowas. «Non ci frega niente dell’Ecowas che è stato fatto su misura per i presidenti al potere. E non ne abbiamo bisogno», dicono ad Africa News alcuni nigerini che hanno aggiunto: «L’Ecowas intervenga o meno, il Niger è pronto per tutte le opzioni. Noi siamo pronti. Qualunque cosa decida l’Ecowas, noi siamo pronti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ecowas-niger-intervento-armato-2664015443.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-milizie-gettano-tripoli-nel-caos" data-post-id="2664015443" data-published-at="1692304332" data-use-pagination="False"> Le milizie gettano Tripoli nel caos Continua a salire la tensione in Libia. Gli ultimi scontri registratisi a Tripoli hanno portato a un bilancio drammatico: 55 morti e 146 feriti. A renderlo noto sono state mercoledì le autorità sanitarie locali. I combattimenti, svoltisi tra lunedì e martedì, hanno visto come protagonisti la quattrocentoquarantaquattresima brigata e le Forze speciali di deterrenza Rada: in particolare, gli scontri sono esplosi dopo l’arresto da parte delle forze Rada del capo della quattrocentoquarantaquattresima brigata, il colonnello Mahmoud Hamza, che - secondo Reuters - è stato successivamente consegnato a una terza fazione, lo Stabilisation Support Apparatus, e infine rilasciato l’altro ieri. Irritatissimo, il premier di Tripoli, Abdul Hamid Dbeibah, ha detto che i combattimenti tra milizie non saranno più tollerati. «Ogni giorno le persone sono terrorizzate. La vita delle persone non è un gioco. Ci saranno altre misure contro di loro, dobbiamo essere duri», ha dichiarato. «Tutti noi libici non siamo soddisfatti di quello che è successo. E non ne saremo soddisfatti. Non rimarremo in silenzio fino a quando non fermeremo questa faccenda», ha aggiunto. «Il ritorno ai combattimenti è sempre preoccupante», ha detto l’inviato speciale statunitense per la Libia, Richard Norland. «Ma ora è importante contenere immediatamente la violenza. Ci sono rimostranze legittime da parte di diverse parti, ma possono essere risolte attraverso il dialogo», ha proseguito. «L’Unione Europea segue con grande attenzione e preoccupazione gli ultimi avvenimenti di violenza in Libia», ha affermato in una nota, dal canto suo, l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell. «L’Ue invita inoltre tutte le parti coinvolte in atti di violenza a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e a garantire la protezione dei civili. I libici sono stanchi di essere coinvolti nel fuoco incrociato e meritano che le loro aspirazioni alla pace siano finalmente ascoltate e soddisfatte», ha continuato. La situazione è complicata, anche perché entrambe le milizie che si sono combattute gravitano - almeno teoricamente - attorno al governo di Tripoli. Tuttavia, secondo Al Jazeera, è possibile che si sia innescata una dialettica tra chi è favorevole a un avvicinamento nei confronti del generale della Cirenaica Khalifa Haftar e chi - come Hamza - risulterebbe invece avverso a un tale scenario. Questo significa che il tortuoso rapporto tra Dbeibah e Haftar si sta ripercuotendo sulle difficili relazioni che intercorrono tra le varie milizie dell’Ovest libico. Si tratta di un ulteriore fattore di rischio da tenere in considerazione nel complicato tentativo di una stabilizzazione politica del Paese nordafricano. La complessa dimensione locale è un elemento di cui bisogna tenere conto al pari delle influenze internazionali. Ricordiamo che, se Tripoli gravita nell’orbita turca, l’Est resta per ora maggiormente vicino alla Russia. Tutto questo, senza dimenticare le turbolenze che attraversano Nord Africa e Sahel: dall’instabilità economica della Tunisia alla crisi del Niger. Non a caso, ad esprimere «grande preoccupazione» per gli ultimi scontri libici è stata anche l’Unione africana. È in questo clima che Dbeibah ha accusato Haftar di sostenere «una delle parti in conflitto in Sudan con armi pesanti ed equipaggiamento militare». La situazione complessiva, insomma, si sta facendo sempre più rovente. È urgente che Italia e Stati Uniti rafforzino il loro gioco di sponda sulla Libia e che Bruxelles, dal canto suo, inizi ad adottare un approccio più attento e pragmatico.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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