True
2018-03-24
È stato Renzi a dire al babbo di tacere davanti ai magistrati
ANSA
È stata più o meno di questo tenore la comunicazione tra Matteo Renzi e suo papà Tiziano, quando l'ex premier è stato avvertito della presenza dei giornalisti sotto la caserma dove i genitori, il padre e la madre Laura Bovoli, stavano per essere interrogati come indagati per l'emissione di due fatture da quasi 200.000 euro. Poco dopo era già pronta la nota con cui lo stesso Tiziano Renzi annunciava al mondo la sua decisione di tacere davanti agli inquirenti. Una comunicazione che è stata pubblicata anche sulle tre edizioni del Quotidiano Nazionale. Infatti Tiziano, o chi per lui, ha comprato una pagina di Qn intitolata «Dichiarazione di Tiziano Renzi: stop allo stillicidio, chiedo di essere processato ovunque». Un'apparente disponibilità al confronto giudiziario che in realtà rivela una nuova strategia fondata sul catenaccio e sul rinvio alle calende greche di ogni concreto confronto sui fatti. Come se un allenatore annunciasse calcio spettacolo schierando 10 difensori di ruolo. Una decisione, questa, che non può essere stata presa in solitudine dal babbo dell'ex segretario Pd. Per rendersene conto basta ricordare che il figlio Matteo, il 25 dicembre 2016, via sms, gli aveva ordinato di difendersi nei tribunali e non sui media. Ma l'altro ieri il rischio era troppo grande per chi come Renzi, nonostante la sconfitta elettorale, punta ancora a fare il mazziere nella partita a poker per il governo.
Nella sua testa, i quotidiani di venerdì 23 marzo avrebbero potuto riportare i resoconti sull'interrogatorio dei suoi genitori e informare i lettori sulla gravità delle prove in mano ai magistrati, proprio nel suo primo giorno da senatore a Palazzo Madama. Un pericolo che in casa dell'ex Rottamatore hanno preferito non correre.
La firma di Matteo sotto la nota emerge in filigrana anche per altri particolari. Per esempio, giovedì sera l'ex segretario del Partito democratico ha rilanciato sul suo blog il comunicato del babbo e l'ha chiosato con queste parole: «Mio padre chiede di essere processato subito in tutti i procedimenti che lo riguardano. Processato in tribunale, non sui giornali. La sua tesi è: prima si fa il processo, prima viene fuori la verità». Un sostegno pieno e completo della scelta di Tiziano. Oltre ai messaggini di Natale e alla enews c'è un terzo indizio che, come si dice, fa la prova. Giovedì mattina, Tiziano aveva concesso un'intervista al Foglio e in essa aveva dato la sua versione sulle false fatture. Un'autodifesa accorata di cui il babbo aveva parlato con i più stretti collaboratori. Nel pomeriggio sul sito del quotidiano diretto da Claudio Cerasa, però, viene presentata come intervista esclusiva la nota che l'avvocato Bagattini stava diramando ad agenzie e giornali. In pratica il legale con quel comunicato stava bruciando le dichiarazioni che erano state rilasciate al Foglio solo poche ore prima. In pratica la conferma che la decisione di non rispondere ai magistrati non era stata presa da Tiziano, il quale, anzi, al mattino, sembrava combattivo e pronto alla pugna con gli inquirenti. Matteo, sconfitto alle elezioni, evidentemente non si fidava della versione che il padre era pronto a consegnare agli inquirenti e ha preferito mandarlo allo scontro frontale con i pm. Proprio lui che il giorno di Natale del 2016, in piena bufera Consip, aveva consigliato al genitore di difendersi davanti alle toghe e «non sui media, diventando una macchietta».
Quindi aveva aggiunto: «Su Facebook non ti iscrivi. Nel modo più assoluto (…) finché io sono un personaggio pubblico, tu per cortesia evita ogni stronzata, come quella di aprire un account Facebook. Querela chi vuoi querelare, ma non fare cazzate. Grazie». Una linea mantenuta sino a ieri. Quando, evidentemente, la strategia di Matteo è completamente cambiata e l'ipotesi «macchietta» non è parsa più intollerabile. Probabilmente perché nella vicenda delle false fatture la strada per la difesa sembra molto stretta e l'ex premier non si senta più tranquillo come quando controllava le stanze dei bottoni e i suoi collaboratori supervisionavano il lavoro di Procure e investigatori (con tanto di decreti ad hoc).
Su Internet l'ex sindaco di Firenze ha persino evocato in surplace l'idea del complotto, ricordando che i guai giudiziari delle persone a lui vicine sono iniziati quattro anni fa, quando è diventato premier, e ha aggiunto sibillino: «Molti di voi hanno seguito le vicende che hanno riguardato mio padre anche perché fortunatamente non sono molti i casi in cui pubblici ufficiali si rendono protagonisti di una operazione sistematica di falsificazione delle prove».
Tuttavia i magistrati sino ad oggi hanno sempre trattato babbo Renzi con giusto garantismo, se non con i guanti. Da tempo la Procura di Firenze depista i cronisti, segreta le iscrizioni, cambia i luoghi degli interrogatori da un minuto all'altro per evitare che gli indagati incrocino i giornalisti. E lo fa con tale zelo che a ottobre i trombettieri di Renzi poterono contrabbandare come fake news gli scoop della Verità sulle inchieste fiorentine.
Inoltre Tiziano nella sua nota ha dimenticato di ricordare ai lettori che a informare La Verità sulle inchieste che lo riguardano non sono stati gli inquirenti, ma importanti petali del Giglio magico. Per esempio è stato lo stesso Renzi senior a rivelare l'esistenza dell'indagine sulle false fatture all'amico imprenditore Andrea Bacci e a chiedergli di riferire al coindagato Luigi Dagostino la propria versione. Un telefono senza fili che, a quanto ci risulta, avrebbe funzionato. Come a inizio ottobre, quando Tiziano ha saputo di essere controllato dal pm Henry John Woodcock e dai carabinieri del Noe. Anche in quel caso demmo la notizia in anteprima e ad informarci furono sempre esponenti del cerchio ristretto dei renziani. Dunque non le Procure, tanto meno quella di Firenze. E che l'ufficio guidato da Giuseppe Creazzo sia prudente lo conferma l'andamento su alcune inchieste, come quella sulla casa presa in affitto per Matteo Renzi da un amico imprenditore. Giovedì pomeriggio, quando i genitori di Renzi hanno saputo della presenza dei fotografi davanti alla caserma del Nucleo di polizia tributaria di Firenze di via Cocchi hanno subito ottenuto di essere ascoltati in via Valfonda, dove ha sede il comando regionale delle Fiamme gialle. Ma durante lo spostamento, Tiziano, che è un esperto di marketing editoriale, di concerto con il figlio ha avuto l'alzata di ingegno. Anziché replicare alle domande (imbarazzanti) dei pm, ha deciso il colpo di teatro, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Un'ambasciata che è stata delegata all'avvocato Federico Bagattini. Alla fine la pm Christine von Borries, spostata da una caserma all'altra come una pallina da flipper, non è nemmeno stata degnata di un saluto da parte dei due indagati. Quindi è stata diramata la nota che è stata inviata in tempo quasi reale pure ai giornali del gruppo Riffeser, lo stesso per cui lavorava come distributore babbo Tiziano e a cui Matteo non ha mai disdegnato di concedere interviste importanti nei passaggi cruciali della sua carriera. Alla fine il comunicato è diventato un'intera pagina di giornale. Preparata e stampata nello spazio di poche ore. Uno sfogo in cui si poteva leggere questa frase: «D'ora in avanti ho deciso che in tutti i procedimenti in cui sono coinvolto mi avvarrò della facoltà di non rispondere. Non ho niente da temere, non avendo commesso alcuno dei reati che mi sono stati contestati. Ma voglio essere processato davanti alla Giustizia italiana per ciò che ho fatto, non sui giornali per il cognome che porto».
Risultato: ieri a Roma è stato avvistato in Procura l'avvocato Bagattini. Proprio nelle ore in cui, a quanto ci risulta, era previsto un nuovo interrogatorio per Tiziano Renzi. Ma forse anche in questo caso il legale ha comunicato ai magistrati il nuovo orientamento: bocche cucite.
Il babbo di Renzi si rifiuta di rispondere ai magistrati
I genitori di Matteo Renzi, Tiziano e Laura Bovoli, indagati per la presunta emissione di false fatture per quasi 200.000 euro, ieri hanno fatto una specie di gimkana per sfuggire ai cronisti, che li attendevano in tribunale per l'interrogatorio fissato davanti al pm Christine von Borries. Alla fine ce l'hanno fatta a schivare taccuini e fotografi. Nel pomeriggio, assistiti dall'avvocato Federico Bagattini, hanno comunicato ai magistrati l'intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere. In una nota Tiziano Renzi ha anche precisato che questa è la linea che intende seguire per il futuro, in tutte le inchieste lo riguardano. E si è lamentato delle fughe di notizie: «Ancora oggi dovevo essere interrogato a Firenze e ore prima dell'appuntamento con i magistrati le redazioni dei giornali erano già state allertate».Sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti ci sono due fatture di altrettante società controllate dalla famiglia Renzi, la Eventi 6 e la Party srl. La più cospicua, da 140.000 euro più Iva (170.800 euro in tutto) risale al 30 giugno 2015 e riguarda uno studio di fattibilità per una «struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti-ecc) effettuato come da incarico stipulato in data 20 gennaio 2015 e consegnato il 30 maggio 2015». Il committente era Luigi Dagostino, indagato a sua volta, l'amico imprenditore, specializzato in outlet del lusso e che in questo caso avrebbe chiesto a Tiziano Renzi un progetto per un ristorante da inserire in una specie di salone del gusto da inaugurare alle porte di Rignano sull'Arno. Questo slow food per cinesi, però, non è mai stato realizzato, anche se lo studio è stato profumatamente pagato. Il motivo è semplice: per gli inquirenti quella fattura era il corrispettivo per una prestazione inesistente. Con un amico Renzi senior avrebbe giustificato in questo modo l'operazione: «C'era un fornitore che aveva bisogno di fare delle fatture un po' più alte e io gliele ho pagate, poi lui mi ha restituito la differenza così... quindi avevo questi soldi e non sapevo come fare». L'altra fattura da 20.000 euro (24.400 con l'Iva) è stata pagata sempre dalla Tramor srl di Dagostino alla Party srl di Tiziano Renzi (che la controllava al 60%, mentre Laura Bovoli ne era l'amministratrice) in cambio di un altro studio di fattibilità commerciale questa volta per la «collocazione di un'aerea destinata al food» nei pressi del «vostro (di Dagostino, ndr) nuovo insediamento nei pressi dell'outlet The Mall a Reggello».Ma torniamo alla nota diramata da Tiziano Renzi. Si tratta di un lungo sfogo in cui il padre dell'ex premier respinge ogni accusa e se la prende con i giornali: «Da quattro anni la mia vita professionale e personale è stata totalmente stravolta. Dopo anni di onorata carriera, senza alcun procedimento penale mai aperto in tutta la mia vita nei miei confronti, mi sono trovato improvvisamente sotto indagine in più procure d'Italia per svariati motivi. All'improvviso e del tutto casualmente dal 2014 (quando il figlio è diventato primo ministro, ndr) la nostra vita è stata totalmente rivoluzionata: da cittadino modello a pluri-indagato cui dedicare pagine e pagine sui giornali. Alla veneranda età di 67 anni confesso la mia stanchezza». Renzi senior nega di aver mai fatto bancarotta ed evidenzia l'archiviazione per questo tipo di accusa in un procedimento di Genova, ma respinge pure le contestazioni che gli sono piovute addosso negli ultimi mesi: «Non ho mai commesso il reato di traffico di influenza per il quale sono stato messo sotto indagine a Napoli prima e a Roma poi; non ho mai fatto fatture false come si ipotizza a Firenze». Quindi l'attacco ai media: «Dopo quattro anni di processi sui giornali con uno stillicidio di anticipazioni, notizie, scoop senza che mai ci sia un solo responsabile per le clamorose e continue fughe di notizie, adesso dico basta. Sono io che chiedo che si facciano i processi. Ma si facciano nelle aule di tribunale, non sui giornali. Ho il dovere di difendere la mia dignità e la credibilità professionale della mia azienda. D'ora in avanti ho deciso che in tutti i procedimenti in cui sono coinvolto mi avvarrò della facoltà di non rispondere. Non ho niente da temere, non avendo commesso alcuno dei reati che mi sono stati contestati. Ma voglio essere processato davanti alla Giustizia italiana per ciò che ho fatto, non sui giornali per il cognome che porto». Sino al climax finale: «Chiedo che si celebrino i processi: quelli in cui sono indagato e quelli in cui ho chiesto risarcimento danni per tutelare la storia professionale mia e della mia azienda. Se devo essere processato, che mi processino (…). Passerò i prossimi anni della mia vita nei tribunali per difendermi da accuse insussistenti e per chiedere i danni a chi mi ha diffamato. Ma almeno potrò dire ai miei nipoti che la giustizia si esercita nelle aule dei tribunali e non nelle fughe di notizie e nei processi mediatici». Sino a poche ore fa era annunciato un imminente interrogatorio a Roma di Tiziano Renzi nell'inchiesta Consip. L'appuntamento, previsto per il 26 marzo, sarebbe stato successivamente anticipato a oggi per dribblare i giornalisti. Ma, letto il comunicato, è difficile pensare che Renzi senior si presenterà questo pomeriggio a rendere dichiarazioni. Resta un ultimo capitolo. L'inchiesta fiorentina per la bancarotta della Delivery service Italia, una coop costituita nel 2009 da alcuni collaboratori dei genitori di Matteo Renzi. Nel fascicolo, in mano al procuratore aggiunto Luca Turco, risultano indagati anche Tiziano e Laura. Nell'ambito di queste investigazioni, ieri pomeriggio, è stato convocato in Procura, senza avvocato, Paolo Terreni, marito di Beatrice Carabot, cugina prima di Matteo (la sorella, Cristiana Carabot, è dipendente della Eventi 6). Terreni è un nome conosciuto ai lettori della Verità: è infatti uno degli amministratori dimissionari della cooperativa Marmodiv, messa in piedi da persone di fiducia di Tiziano Renzi per incassare subappalti dalla Eventi 6 della famiglia dell'ex Rottamatore. A ottobre la Marmodiv era stata perquisita per il crac della Delivery. Lo scorso 15 marzo, Terreni, il presidente della Marmodiv, Giuseppe Mincuzzi, e l'altro consigliere, Carlo Ravasio, storico dipendente dei Renzi, hanno annunciato lo scioglimento del consiglio d'amministrazione. Una decisione che non ha evitato a Terreni il fastidio della convocazione in Procura.
Continua a leggereRiduci
Il papà dell'ex premier voleva ribattere alle contestazioni dei pm, ma il figlio ha cambiato la strategia. Meglio silenzio e vittimismo: «babbo, lascia perdere, avvaliti della facoltà di non rispondere e torna a casa».Lo speciale contiene due articoliÈ stata più o meno di questo tenore la comunicazione tra Matteo Renzi e suo papà Tiziano, quando l'ex premier è stato avvertito della presenza dei giornalisti sotto la caserma dove i genitori, il padre e la madre Laura Bovoli, stavano per essere interrogati come indagati per l'emissione di due fatture da quasi 200.000 euro. Poco dopo era già pronta la nota con cui lo stesso Tiziano Renzi annunciava al mondo la sua decisione di tacere davanti agli inquirenti. Una comunicazione che è stata pubblicata anche sulle tre edizioni del Quotidiano Nazionale. Infatti Tiziano, o chi per lui, ha comprato una pagina di Qn intitolata «Dichiarazione di Tiziano Renzi: stop allo stillicidio, chiedo di essere processato ovunque». Un'apparente disponibilità al confronto giudiziario che in realtà rivela una nuova strategia fondata sul catenaccio e sul rinvio alle calende greche di ogni concreto confronto sui fatti. Come se un allenatore annunciasse calcio spettacolo schierando 10 difensori di ruolo. Una decisione, questa, che non può essere stata presa in solitudine dal babbo dell'ex segretario Pd. Per rendersene conto basta ricordare che il figlio Matteo, il 25 dicembre 2016, via sms, gli aveva ordinato di difendersi nei tribunali e non sui media. Ma l'altro ieri il rischio era troppo grande per chi come Renzi, nonostante la sconfitta elettorale, punta ancora a fare il mazziere nella partita a poker per il governo.Nella sua testa, i quotidiani di venerdì 23 marzo avrebbero potuto riportare i resoconti sull'interrogatorio dei suoi genitori e informare i lettori sulla gravità delle prove in mano ai magistrati, proprio nel suo primo giorno da senatore a Palazzo Madama. Un pericolo che in casa dell'ex Rottamatore hanno preferito non correre. La firma di Matteo sotto la nota emerge in filigrana anche per altri particolari. Per esempio, giovedì sera l'ex segretario del Partito democratico ha rilanciato sul suo blog il comunicato del babbo e l'ha chiosato con queste parole: «Mio padre chiede di essere processato subito in tutti i procedimenti che lo riguardano. Processato in tribunale, non sui giornali. La sua tesi è: prima si fa il processo, prima viene fuori la verità». Un sostegno pieno e completo della scelta di Tiziano. Oltre ai messaggini di Natale e alla enews c'è un terzo indizio che, come si dice, fa la prova. Giovedì mattina, Tiziano aveva concesso un'intervista al Foglio e in essa aveva dato la sua versione sulle false fatture. Un'autodifesa accorata di cui il babbo aveva parlato con i più stretti collaboratori. Nel pomeriggio sul sito del quotidiano diretto da Claudio Cerasa, però, viene presentata come intervista esclusiva la nota che l'avvocato Bagattini stava diramando ad agenzie e giornali. In pratica il legale con quel comunicato stava bruciando le dichiarazioni che erano state rilasciate al Foglio solo poche ore prima. In pratica la conferma che la decisione di non rispondere ai magistrati non era stata presa da Tiziano, il quale, anzi, al mattino, sembrava combattivo e pronto alla pugna con gli inquirenti. Matteo, sconfitto alle elezioni, evidentemente non si fidava della versione che il padre era pronto a consegnare agli inquirenti e ha preferito mandarlo allo scontro frontale con i pm. Proprio lui che il giorno di Natale del 2016, in piena bufera Consip, aveva consigliato al genitore di difendersi davanti alle toghe e «non sui media, diventando una macchietta».Quindi aveva aggiunto: «Su Facebook non ti iscrivi. Nel modo più assoluto (…) finché io sono un personaggio pubblico, tu per cortesia evita ogni stronzata, come quella di aprire un account Facebook. Querela chi vuoi querelare, ma non fare cazzate. Grazie». Una linea mantenuta sino a ieri. Quando, evidentemente, la strategia di Matteo è completamente cambiata e l'ipotesi «macchietta» non è parsa più intollerabile. Probabilmente perché nella vicenda delle false fatture la strada per la difesa sembra molto stretta e l'ex premier non si senta più tranquillo come quando controllava le stanze dei bottoni e i suoi collaboratori supervisionavano il lavoro di Procure e investigatori (con tanto di decreti ad hoc). Su Internet l'ex sindaco di Firenze ha persino evocato in surplace l'idea del complotto, ricordando che i guai giudiziari delle persone a lui vicine sono iniziati quattro anni fa, quando è diventato premier, e ha aggiunto sibillino: «Molti di voi hanno seguito le vicende che hanno riguardato mio padre anche perché fortunatamente non sono molti i casi in cui pubblici ufficiali si rendono protagonisti di una operazione sistematica di falsificazione delle prove». Tuttavia i magistrati sino ad oggi hanno sempre trattato babbo Renzi con giusto garantismo, se non con i guanti. Da tempo la Procura di Firenze depista i cronisti, segreta le iscrizioni, cambia i luoghi degli interrogatori da un minuto all'altro per evitare che gli indagati incrocino i giornalisti. E lo fa con tale zelo che a ottobre i trombettieri di Renzi poterono contrabbandare come fake news gli scoop della Verità sulle inchieste fiorentine. Inoltre Tiziano nella sua nota ha dimenticato di ricordare ai lettori che a informare La Verità sulle inchieste che lo riguardano non sono stati gli inquirenti, ma importanti petali del Giglio magico. Per esempio è stato lo stesso Renzi senior a rivelare l'esistenza dell'indagine sulle false fatture all'amico imprenditore Andrea Bacci e a chiedergli di riferire al coindagato Luigi Dagostino la propria versione. Un telefono senza fili che, a quanto ci risulta, avrebbe funzionato. Come a inizio ottobre, quando Tiziano ha saputo di essere controllato dal pm Henry John Woodcock e dai carabinieri del Noe. Anche in quel caso demmo la notizia in anteprima e ad informarci furono sempre esponenti del cerchio ristretto dei renziani. Dunque non le Procure, tanto meno quella di Firenze. E che l'ufficio guidato da Giuseppe Creazzo sia prudente lo conferma l'andamento su alcune inchieste, come quella sulla casa presa in affitto per Matteo Renzi da un amico imprenditore. Giovedì pomeriggio, quando i genitori di Renzi hanno saputo della presenza dei fotografi davanti alla caserma del Nucleo di polizia tributaria di Firenze di via Cocchi hanno subito ottenuto di essere ascoltati in via Valfonda, dove ha sede il comando regionale delle Fiamme gialle. Ma durante lo spostamento, Tiziano, che è un esperto di marketing editoriale, di concerto con il figlio ha avuto l'alzata di ingegno. Anziché replicare alle domande (imbarazzanti) dei pm, ha deciso il colpo di teatro, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Un'ambasciata che è stata delegata all'avvocato Federico Bagattini. Alla fine la pm Christine von Borries, spostata da una caserma all'altra come una pallina da flipper, non è nemmeno stata degnata di un saluto da parte dei due indagati. Quindi è stata diramata la nota che è stata inviata in tempo quasi reale pure ai giornali del gruppo Riffeser, lo stesso per cui lavorava come distributore babbo Tiziano e a cui Matteo non ha mai disdegnato di concedere interviste importanti nei passaggi cruciali della sua carriera. Alla fine il comunicato è diventato un'intera pagina di giornale. Preparata e stampata nello spazio di poche ore. Uno sfogo in cui si poteva leggere questa frase: «D'ora in avanti ho deciso che in tutti i procedimenti in cui sono coinvolto mi avvarrò della facoltà di non rispondere. Non ho niente da temere, non avendo commesso alcuno dei reati che mi sono stati contestati. Ma voglio essere processato davanti alla Giustizia italiana per ciò che ho fatto, non sui giornali per il cognome che porto». Risultato: ieri a Roma è stato avvistato in Procura l'avvocato Bagattini. Proprio nelle ore in cui, a quanto ci risulta, era previsto un nuovo interrogatorio per Tiziano Renzi. Ma forse anche in questo caso il legale ha comunicato ai magistrati il nuovo orientamento: bocche cucite.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-stato-renzi-a-dire-al-babbo-di-tacere-davanti-ai-magistrati-2552229059.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-babbo-di-renzi-si-rifiuta-di-rispondere-ai-magistrati" data-post-id="2552229059" data-published-at="1778090081" data-use-pagination="False"> Il babbo di Renzi si rifiuta di rispondere ai magistrati I genitori di Matteo Renzi, Tiziano e Laura Bovoli, indagati per la presunta emissione di false fatture per quasi 200.000 euro, ieri hanno fatto una specie di gimkana per sfuggire ai cronisti, che li attendevano in tribunale per l'interrogatorio fissato davanti al pm Christine von Borries. Alla fine ce l'hanno fatta a schivare taccuini e fotografi. Nel pomeriggio, assistiti dall'avvocato Federico Bagattini, hanno comunicato ai magistrati l'intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere. In una nota Tiziano Renzi ha anche precisato che questa è la linea che intende seguire per il futuro, in tutte le inchieste lo riguardano. E si è lamentato delle fughe di notizie: «Ancora oggi dovevo essere interrogato a Firenze e ore prima dell'appuntamento con i magistrati le redazioni dei giornali erano già state allertate».Sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti ci sono due fatture di altrettante società controllate dalla famiglia Renzi, la Eventi 6 e la Party srl. La più cospicua, da 140.000 euro più Iva (170.800 euro in tutto) risale al 30 giugno 2015 e riguarda uno studio di fattibilità per una «struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti-ecc) effettuato come da incarico stipulato in data 20 gennaio 2015 e consegnato il 30 maggio 2015». Il committente era Luigi Dagostino, indagato a sua volta, l'amico imprenditore, specializzato in outlet del lusso e che in questo caso avrebbe chiesto a Tiziano Renzi un progetto per un ristorante da inserire in una specie di salone del gusto da inaugurare alle porte di Rignano sull'Arno. Questo slow food per cinesi, però, non è mai stato realizzato, anche se lo studio è stato profumatamente pagato. Il motivo è semplice: per gli inquirenti quella fattura era il corrispettivo per una prestazione inesistente. Con un amico Renzi senior avrebbe giustificato in questo modo l'operazione: «C'era un fornitore che aveva bisogno di fare delle fatture un po' più alte e io gliele ho pagate, poi lui mi ha restituito la differenza così... quindi avevo questi soldi e non sapevo come fare». L'altra fattura da 20.000 euro (24.400 con l'Iva) è stata pagata sempre dalla Tramor srl di Dagostino alla Party srl di Tiziano Renzi (che la controllava al 60%, mentre Laura Bovoli ne era l'amministratrice) in cambio di un altro studio di fattibilità commerciale questa volta per la «collocazione di un'aerea destinata al food» nei pressi del «vostro (di Dagostino, ndr) nuovo insediamento nei pressi dell'outlet The Mall a Reggello».Ma torniamo alla nota diramata da Tiziano Renzi. Si tratta di un lungo sfogo in cui il padre dell'ex premier respinge ogni accusa e se la prende con i giornali: «Da quattro anni la mia vita professionale e personale è stata totalmente stravolta. Dopo anni di onorata carriera, senza alcun procedimento penale mai aperto in tutta la mia vita nei miei confronti, mi sono trovato improvvisamente sotto indagine in più procure d'Italia per svariati motivi. All'improvviso e del tutto casualmente dal 2014 (quando il figlio è diventato primo ministro, ndr) la nostra vita è stata totalmente rivoluzionata: da cittadino modello a pluri-indagato cui dedicare pagine e pagine sui giornali. Alla veneranda età di 67 anni confesso la mia stanchezza». Renzi senior nega di aver mai fatto bancarotta ed evidenzia l'archiviazione per questo tipo di accusa in un procedimento di Genova, ma respinge pure le contestazioni che gli sono piovute addosso negli ultimi mesi: «Non ho mai commesso il reato di traffico di influenza per il quale sono stato messo sotto indagine a Napoli prima e a Roma poi; non ho mai fatto fatture false come si ipotizza a Firenze». Quindi l'attacco ai media: «Dopo quattro anni di processi sui giornali con uno stillicidio di anticipazioni, notizie, scoop senza che mai ci sia un solo responsabile per le clamorose e continue fughe di notizie, adesso dico basta. Sono io che chiedo che si facciano i processi. Ma si facciano nelle aule di tribunale, non sui giornali. Ho il dovere di difendere la mia dignità e la credibilità professionale della mia azienda. D'ora in avanti ho deciso che in tutti i procedimenti in cui sono coinvolto mi avvarrò della facoltà di non rispondere. Non ho niente da temere, non avendo commesso alcuno dei reati che mi sono stati contestati. Ma voglio essere processato davanti alla Giustizia italiana per ciò che ho fatto, non sui giornali per il cognome che porto». Sino al climax finale: «Chiedo che si celebrino i processi: quelli in cui sono indagato e quelli in cui ho chiesto risarcimento danni per tutelare la storia professionale mia e della mia azienda. Se devo essere processato, che mi processino (…). Passerò i prossimi anni della mia vita nei tribunali per difendermi da accuse insussistenti e per chiedere i danni a chi mi ha diffamato. Ma almeno potrò dire ai miei nipoti che la giustizia si esercita nelle aule dei tribunali e non nelle fughe di notizie e nei processi mediatici». Sino a poche ore fa era annunciato un imminente interrogatorio a Roma di Tiziano Renzi nell'inchiesta Consip. L'appuntamento, previsto per il 26 marzo, sarebbe stato successivamente anticipato a oggi per dribblare i giornalisti. Ma, letto il comunicato, è difficile pensare che Renzi senior si presenterà questo pomeriggio a rendere dichiarazioni. Resta un ultimo capitolo. L'inchiesta fiorentina per la bancarotta della Delivery service Italia, una coop costituita nel 2009 da alcuni collaboratori dei genitori di Matteo Renzi. Nel fascicolo, in mano al procuratore aggiunto Luca Turco, risultano indagati anche Tiziano e Laura. Nell'ambito di queste investigazioni, ieri pomeriggio, è stato convocato in Procura, senza avvocato, Paolo Terreni, marito di Beatrice Carabot, cugina prima di Matteo (la sorella, Cristiana Carabot, è dipendente della Eventi 6). Terreni è un nome conosciuto ai lettori della Verità: è infatti uno degli amministratori dimissionari della cooperativa Marmodiv, messa in piedi da persone di fiducia di Tiziano Renzi per incassare subappalti dalla Eventi 6 della famiglia dell'ex Rottamatore. A ottobre la Marmodiv era stata perquisita per il crac della Delivery. Lo scorso 15 marzo, Terreni, il presidente della Marmodiv, Giuseppe Mincuzzi, e l'altro consigliere, Carlo Ravasio, storico dipendente dei Renzi, hanno annunciato lo scioglimento del consiglio d'amministrazione. Una decisione che non ha evitato a Terreni il fastidio della convocazione in Procura.
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.
Getty Images
Isis Mozambico devasta la missione di Meza: chiesa, casa dei religiosi e asilo dati alle fiamme, fedeli costretti a giurare al Califfato. Dal 2017 oltre 300 cattolici uccisi e 117 chiese distrutte, mentre i jihadisti mantengono il controllo dell’entroterra.
Il gruppo terroristico Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, conosciuto anche come Isis Mozambico, nei giorni scorsi ha attaccato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, appiccando il fuoco alla chiesa, alla casa dei padri scolopi e all’asilo gestito dai missionari. Questo ennesimo assalto è avvenuto nel pomeriggio del 30 aprile ed i religiosi si sono potuti mettere in salvo perché i movimenti dei miliziani erano tenuti sotto controllo.
La parrocchia di São Luís de Monfort rappresenta il simbolo dell’impegno missionario in questa area da quasi ottant’anni e la sua distruzione è stata festeggiata con decine di colpi d’arma da fuoco sparati in aria dagli islamisti. Tutti gli abitanti del villaggio sono stati radunati nella piazza centrale per giurare fedeltà allo Stato Islamico e festeggiare la distruzione dei simboli del cristianesimo.
Questa volta non ci sono state vittime, ma quattro persone sono state rapite e rilasciate poche ore dopo nella boscaglia. Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, localmente noto come al Shaabab, ma che non ha niente a che vedere con gli al Shaabab della Somalia affiliati con al Qaeda, dal 2017 ha decretato la nascita di un califfato nella Provincia dell’Africa centrale dello Stato Islamico (ISCAP) che va dal Congo fino alle coste del Mozambico. In meno di dieci anni i fondamentalisti hanno ucciso più di 300 cattolici, la maggior parte decapitandoli, compresi diversi parroci. In questi anni sono state distrutte 117 chiese, di cui 23 soltanto nel 2025 e nonostante gli sforzi del governo mozambicano le aree interne della provincia di Cabo Delgado restano nelle mani di questi terroristi. Alla fine di aprile un commando ha assaltato una piazzaforte dell’esercito di Maputo nel distretto di Mocìmboa da Praia, dove sono stati uccisi sette soldati e catturato un deposito di armi. Questa caserma era stata aperta per garantire la sicurezza della popolazione locale e adesso è stata distrutta ed i soldati supersiti sono scappati.
Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a è nato nel 2007 con gli insegnamenti di alcuni predicatori estremisti provenienti da Kenya e Tanzania, ma ottenuto il riconoscimento dell’Isis soltanto una decina di anni più tardi. Nel marzo del 2021 questo gruppo terrorista è arrivato a conquistare la città di Palma, costringendo gli occidentali a fuggire via mare e a minacciare l’enorme giacimento di gas della penisola di Afungi dove lavorano Total ed Eni. Per riprendere la città erano stati necessari diversi giorni e l’aiuto dei mercenari sudafricani del Dick Advisory Group, che avevano affiancato l’esercito mozambicano prendendo il posto del Wagner Group russo che era stato sonoramente sconfitto.
La situazione rimase estremamente precaria fino all’estate del 2021 quando intervenne l’Operazione Samin della SADC (Southern Africa Development Community), composta da militari provenienti da Sud Africa, Botswana, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho, Malawi, Tanzania e Zambia e soprattutto delle forze speciali del Ruanda chiamate dalla Francia per difendere gli interessi di Total. Le forze di Kigali, forti di 4mila uomini, avevano rapidamente ripreso il controllo della costa, lasciando però le zone interne in mano al terrorismo. Il Mozambico conta 6500 morti in questi anni di guerra e circa 1,3 milioni di sfollati che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per non finire sotto la legge islamica. Gli ultimi attacchi si sono concentrati in un’area piuttosto ristretta ed hanno causato 9 vittime e una trentina di persone sequestrate a scopo di estorsione. Nel settembre del 2022 qui era stata assassinata la suora italiana Maria De Coppi, di 84 anni e da 60 residente in Mozambico.
La situazione rimane precaria ed il governo del Ruanda ha dichiarato che è pronto a ritirare il proprio contingente se non riceverà le risorse finanziarie promesse. Ad oggi l’Unione Europea avrebbe versato nelle casse di Kigali 23 milioni di dollari, un decimo, di quanto realmente necessario. Cabo Delgado è l’unica provincia del Mozambico a maggioranza musulmana ed è la più povera di una nazione fra le più povere del mondo. Il giacimento di Afungi è però stimato in 2.800 miliardi di metri cubi di gas, facendone uno dei maggiori al mondo e sono previsti circa 20 miliardi di dollari di investimenti.
Continua a leggereRiduci