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2018-03-24
È stato Renzi a dire al babbo di tacere davanti ai magistrati
ANSA
È stata più o meno di questo tenore la comunicazione tra Matteo Renzi e suo papà Tiziano, quando l'ex premier è stato avvertito della presenza dei giornalisti sotto la caserma dove i genitori, il padre e la madre Laura Bovoli, stavano per essere interrogati come indagati per l'emissione di due fatture da quasi 200.000 euro. Poco dopo era già pronta la nota con cui lo stesso Tiziano Renzi annunciava al mondo la sua decisione di tacere davanti agli inquirenti. Una comunicazione che è stata pubblicata anche sulle tre edizioni del Quotidiano Nazionale. Infatti Tiziano, o chi per lui, ha comprato una pagina di Qn intitolata «Dichiarazione di Tiziano Renzi: stop allo stillicidio, chiedo di essere processato ovunque». Un'apparente disponibilità al confronto giudiziario che in realtà rivela una nuova strategia fondata sul catenaccio e sul rinvio alle calende greche di ogni concreto confronto sui fatti. Come se un allenatore annunciasse calcio spettacolo schierando 10 difensori di ruolo. Una decisione, questa, che non può essere stata presa in solitudine dal babbo dell'ex segretario Pd. Per rendersene conto basta ricordare che il figlio Matteo, il 25 dicembre 2016, via sms, gli aveva ordinato di difendersi nei tribunali e non sui media. Ma l'altro ieri il rischio era troppo grande per chi come Renzi, nonostante la sconfitta elettorale, punta ancora a fare il mazziere nella partita a poker per il governo.
Nella sua testa, i quotidiani di venerdì 23 marzo avrebbero potuto riportare i resoconti sull'interrogatorio dei suoi genitori e informare i lettori sulla gravità delle prove in mano ai magistrati, proprio nel suo primo giorno da senatore a Palazzo Madama. Un pericolo che in casa dell'ex Rottamatore hanno preferito non correre.
La firma di Matteo sotto la nota emerge in filigrana anche per altri particolari. Per esempio, giovedì sera l'ex segretario del Partito democratico ha rilanciato sul suo blog il comunicato del babbo e l'ha chiosato con queste parole: «Mio padre chiede di essere processato subito in tutti i procedimenti che lo riguardano. Processato in tribunale, non sui giornali. La sua tesi è: prima si fa il processo, prima viene fuori la verità». Un sostegno pieno e completo della scelta di Tiziano. Oltre ai messaggini di Natale e alla enews c'è un terzo indizio che, come si dice, fa la prova. Giovedì mattina, Tiziano aveva concesso un'intervista al Foglio e in essa aveva dato la sua versione sulle false fatture. Un'autodifesa accorata di cui il babbo aveva parlato con i più stretti collaboratori. Nel pomeriggio sul sito del quotidiano diretto da Claudio Cerasa, però, viene presentata come intervista esclusiva la nota che l'avvocato Bagattini stava diramando ad agenzie e giornali. In pratica il legale con quel comunicato stava bruciando le dichiarazioni che erano state rilasciate al Foglio solo poche ore prima. In pratica la conferma che la decisione di non rispondere ai magistrati non era stata presa da Tiziano, il quale, anzi, al mattino, sembrava combattivo e pronto alla pugna con gli inquirenti. Matteo, sconfitto alle elezioni, evidentemente non si fidava della versione che il padre era pronto a consegnare agli inquirenti e ha preferito mandarlo allo scontro frontale con i pm. Proprio lui che il giorno di Natale del 2016, in piena bufera Consip, aveva consigliato al genitore di difendersi davanti alle toghe e «non sui media, diventando una macchietta».
Quindi aveva aggiunto: «Su Facebook non ti iscrivi. Nel modo più assoluto (…) finché io sono un personaggio pubblico, tu per cortesia evita ogni stronzata, come quella di aprire un account Facebook. Querela chi vuoi querelare, ma non fare cazzate. Grazie». Una linea mantenuta sino a ieri. Quando, evidentemente, la strategia di Matteo è completamente cambiata e l'ipotesi «macchietta» non è parsa più intollerabile. Probabilmente perché nella vicenda delle false fatture la strada per la difesa sembra molto stretta e l'ex premier non si senta più tranquillo come quando controllava le stanze dei bottoni e i suoi collaboratori supervisionavano il lavoro di Procure e investigatori (con tanto di decreti ad hoc).
Su Internet l'ex sindaco di Firenze ha persino evocato in surplace l'idea del complotto, ricordando che i guai giudiziari delle persone a lui vicine sono iniziati quattro anni fa, quando è diventato premier, e ha aggiunto sibillino: «Molti di voi hanno seguito le vicende che hanno riguardato mio padre anche perché fortunatamente non sono molti i casi in cui pubblici ufficiali si rendono protagonisti di una operazione sistematica di falsificazione delle prove».
Tuttavia i magistrati sino ad oggi hanno sempre trattato babbo Renzi con giusto garantismo, se non con i guanti. Da tempo la Procura di Firenze depista i cronisti, segreta le iscrizioni, cambia i luoghi degli interrogatori da un minuto all'altro per evitare che gli indagati incrocino i giornalisti. E lo fa con tale zelo che a ottobre i trombettieri di Renzi poterono contrabbandare come fake news gli scoop della Verità sulle inchieste fiorentine.
Inoltre Tiziano nella sua nota ha dimenticato di ricordare ai lettori che a informare La Verità sulle inchieste che lo riguardano non sono stati gli inquirenti, ma importanti petali del Giglio magico. Per esempio è stato lo stesso Renzi senior a rivelare l'esistenza dell'indagine sulle false fatture all'amico imprenditore Andrea Bacci e a chiedergli di riferire al coindagato Luigi Dagostino la propria versione. Un telefono senza fili che, a quanto ci risulta, avrebbe funzionato. Come a inizio ottobre, quando Tiziano ha saputo di essere controllato dal pm Henry John Woodcock e dai carabinieri del Noe. Anche in quel caso demmo la notizia in anteprima e ad informarci furono sempre esponenti del cerchio ristretto dei renziani. Dunque non le Procure, tanto meno quella di Firenze. E che l'ufficio guidato da Giuseppe Creazzo sia prudente lo conferma l'andamento su alcune inchieste, come quella sulla casa presa in affitto per Matteo Renzi da un amico imprenditore. Giovedì pomeriggio, quando i genitori di Renzi hanno saputo della presenza dei fotografi davanti alla caserma del Nucleo di polizia tributaria di Firenze di via Cocchi hanno subito ottenuto di essere ascoltati in via Valfonda, dove ha sede il comando regionale delle Fiamme gialle. Ma durante lo spostamento, Tiziano, che è un esperto di marketing editoriale, di concerto con il figlio ha avuto l'alzata di ingegno. Anziché replicare alle domande (imbarazzanti) dei pm, ha deciso il colpo di teatro, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Un'ambasciata che è stata delegata all'avvocato Federico Bagattini. Alla fine la pm Christine von Borries, spostata da una caserma all'altra come una pallina da flipper, non è nemmeno stata degnata di un saluto da parte dei due indagati. Quindi è stata diramata la nota che è stata inviata in tempo quasi reale pure ai giornali del gruppo Riffeser, lo stesso per cui lavorava come distributore babbo Tiziano e a cui Matteo non ha mai disdegnato di concedere interviste importanti nei passaggi cruciali della sua carriera. Alla fine il comunicato è diventato un'intera pagina di giornale. Preparata e stampata nello spazio di poche ore. Uno sfogo in cui si poteva leggere questa frase: «D'ora in avanti ho deciso che in tutti i procedimenti in cui sono coinvolto mi avvarrò della facoltà di non rispondere. Non ho niente da temere, non avendo commesso alcuno dei reati che mi sono stati contestati. Ma voglio essere processato davanti alla Giustizia italiana per ciò che ho fatto, non sui giornali per il cognome che porto».
Risultato: ieri a Roma è stato avvistato in Procura l'avvocato Bagattini. Proprio nelle ore in cui, a quanto ci risulta, era previsto un nuovo interrogatorio per Tiziano Renzi. Ma forse anche in questo caso il legale ha comunicato ai magistrati il nuovo orientamento: bocche cucite.
Il babbo di Renzi si rifiuta di rispondere ai magistrati
I genitori di Matteo Renzi, Tiziano e Laura Bovoli, indagati per la presunta emissione di false fatture per quasi 200.000 euro, ieri hanno fatto una specie di gimkana per sfuggire ai cronisti, che li attendevano in tribunale per l'interrogatorio fissato davanti al pm Christine von Borries. Alla fine ce l'hanno fatta a schivare taccuini e fotografi. Nel pomeriggio, assistiti dall'avvocato Federico Bagattini, hanno comunicato ai magistrati l'intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere. In una nota Tiziano Renzi ha anche precisato che questa è la linea che intende seguire per il futuro, in tutte le inchieste lo riguardano. E si è lamentato delle fughe di notizie: «Ancora oggi dovevo essere interrogato a Firenze e ore prima dell'appuntamento con i magistrati le redazioni dei giornali erano già state allertate».Sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti ci sono due fatture di altrettante società controllate dalla famiglia Renzi, la Eventi 6 e la Party srl. La più cospicua, da 140.000 euro più Iva (170.800 euro in tutto) risale al 30 giugno 2015 e riguarda uno studio di fattibilità per una «struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti-ecc) effettuato come da incarico stipulato in data 20 gennaio 2015 e consegnato il 30 maggio 2015». Il committente era Luigi Dagostino, indagato a sua volta, l'amico imprenditore, specializzato in outlet del lusso e che in questo caso avrebbe chiesto a Tiziano Renzi un progetto per un ristorante da inserire in una specie di salone del gusto da inaugurare alle porte di Rignano sull'Arno. Questo slow food per cinesi, però, non è mai stato realizzato, anche se lo studio è stato profumatamente pagato. Il motivo è semplice: per gli inquirenti quella fattura era il corrispettivo per una prestazione inesistente. Con un amico Renzi senior avrebbe giustificato in questo modo l'operazione: «C'era un fornitore che aveva bisogno di fare delle fatture un po' più alte e io gliele ho pagate, poi lui mi ha restituito la differenza così... quindi avevo questi soldi e non sapevo come fare». L'altra fattura da 20.000 euro (24.400 con l'Iva) è stata pagata sempre dalla Tramor srl di Dagostino alla Party srl di Tiziano Renzi (che la controllava al 60%, mentre Laura Bovoli ne era l'amministratrice) in cambio di un altro studio di fattibilità commerciale questa volta per la «collocazione di un'aerea destinata al food» nei pressi del «vostro (di Dagostino, ndr) nuovo insediamento nei pressi dell'outlet The Mall a Reggello».Ma torniamo alla nota diramata da Tiziano Renzi. Si tratta di un lungo sfogo in cui il padre dell'ex premier respinge ogni accusa e se la prende con i giornali: «Da quattro anni la mia vita professionale e personale è stata totalmente stravolta. Dopo anni di onorata carriera, senza alcun procedimento penale mai aperto in tutta la mia vita nei miei confronti, mi sono trovato improvvisamente sotto indagine in più procure d'Italia per svariati motivi. All'improvviso e del tutto casualmente dal 2014 (quando il figlio è diventato primo ministro, ndr) la nostra vita è stata totalmente rivoluzionata: da cittadino modello a pluri-indagato cui dedicare pagine e pagine sui giornali. Alla veneranda età di 67 anni confesso la mia stanchezza». Renzi senior nega di aver mai fatto bancarotta ed evidenzia l'archiviazione per questo tipo di accusa in un procedimento di Genova, ma respinge pure le contestazioni che gli sono piovute addosso negli ultimi mesi: «Non ho mai commesso il reato di traffico di influenza per il quale sono stato messo sotto indagine a Napoli prima e a Roma poi; non ho mai fatto fatture false come si ipotizza a Firenze». Quindi l'attacco ai media: «Dopo quattro anni di processi sui giornali con uno stillicidio di anticipazioni, notizie, scoop senza che mai ci sia un solo responsabile per le clamorose e continue fughe di notizie, adesso dico basta. Sono io che chiedo che si facciano i processi. Ma si facciano nelle aule di tribunale, non sui giornali. Ho il dovere di difendere la mia dignità e la credibilità professionale della mia azienda. D'ora in avanti ho deciso che in tutti i procedimenti in cui sono coinvolto mi avvarrò della facoltà di non rispondere. Non ho niente da temere, non avendo commesso alcuno dei reati che mi sono stati contestati. Ma voglio essere processato davanti alla Giustizia italiana per ciò che ho fatto, non sui giornali per il cognome che porto». Sino al climax finale: «Chiedo che si celebrino i processi: quelli in cui sono indagato e quelli in cui ho chiesto risarcimento danni per tutelare la storia professionale mia e della mia azienda. Se devo essere processato, che mi processino (…). Passerò i prossimi anni della mia vita nei tribunali per difendermi da accuse insussistenti e per chiedere i danni a chi mi ha diffamato. Ma almeno potrò dire ai miei nipoti che la giustizia si esercita nelle aule dei tribunali e non nelle fughe di notizie e nei processi mediatici». Sino a poche ore fa era annunciato un imminente interrogatorio a Roma di Tiziano Renzi nell'inchiesta Consip. L'appuntamento, previsto per il 26 marzo, sarebbe stato successivamente anticipato a oggi per dribblare i giornalisti. Ma, letto il comunicato, è difficile pensare che Renzi senior si presenterà questo pomeriggio a rendere dichiarazioni. Resta un ultimo capitolo. L'inchiesta fiorentina per la bancarotta della Delivery service Italia, una coop costituita nel 2009 da alcuni collaboratori dei genitori di Matteo Renzi. Nel fascicolo, in mano al procuratore aggiunto Luca Turco, risultano indagati anche Tiziano e Laura. Nell'ambito di queste investigazioni, ieri pomeriggio, è stato convocato in Procura, senza avvocato, Paolo Terreni, marito di Beatrice Carabot, cugina prima di Matteo (la sorella, Cristiana Carabot, è dipendente della Eventi 6). Terreni è un nome conosciuto ai lettori della Verità: è infatti uno degli amministratori dimissionari della cooperativa Marmodiv, messa in piedi da persone di fiducia di Tiziano Renzi per incassare subappalti dalla Eventi 6 della famiglia dell'ex Rottamatore. A ottobre la Marmodiv era stata perquisita per il crac della Delivery. Lo scorso 15 marzo, Terreni, il presidente della Marmodiv, Giuseppe Mincuzzi, e l'altro consigliere, Carlo Ravasio, storico dipendente dei Renzi, hanno annunciato lo scioglimento del consiglio d'amministrazione. Una decisione che non ha evitato a Terreni il fastidio della convocazione in Procura.
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Il papà dell'ex premier voleva ribattere alle contestazioni dei pm, ma il figlio ha cambiato la strategia. Meglio silenzio e vittimismo: «babbo, lascia perdere, avvaliti della facoltà di non rispondere e torna a casa».Lo speciale contiene due articoliÈ stata più o meno di questo tenore la comunicazione tra Matteo Renzi e suo papà Tiziano, quando l'ex premier è stato avvertito della presenza dei giornalisti sotto la caserma dove i genitori, il padre e la madre Laura Bovoli, stavano per essere interrogati come indagati per l'emissione di due fatture da quasi 200.000 euro. Poco dopo era già pronta la nota con cui lo stesso Tiziano Renzi annunciava al mondo la sua decisione di tacere davanti agli inquirenti. Una comunicazione che è stata pubblicata anche sulle tre edizioni del Quotidiano Nazionale. Infatti Tiziano, o chi per lui, ha comprato una pagina di Qn intitolata «Dichiarazione di Tiziano Renzi: stop allo stillicidio, chiedo di essere processato ovunque». Un'apparente disponibilità al confronto giudiziario che in realtà rivela una nuova strategia fondata sul catenaccio e sul rinvio alle calende greche di ogni concreto confronto sui fatti. Come se un allenatore annunciasse calcio spettacolo schierando 10 difensori di ruolo. Una decisione, questa, che non può essere stata presa in solitudine dal babbo dell'ex segretario Pd. Per rendersene conto basta ricordare che il figlio Matteo, il 25 dicembre 2016, via sms, gli aveva ordinato di difendersi nei tribunali e non sui media. Ma l'altro ieri il rischio era troppo grande per chi come Renzi, nonostante la sconfitta elettorale, punta ancora a fare il mazziere nella partita a poker per il governo.Nella sua testa, i quotidiani di venerdì 23 marzo avrebbero potuto riportare i resoconti sull'interrogatorio dei suoi genitori e informare i lettori sulla gravità delle prove in mano ai magistrati, proprio nel suo primo giorno da senatore a Palazzo Madama. Un pericolo che in casa dell'ex Rottamatore hanno preferito non correre. La firma di Matteo sotto la nota emerge in filigrana anche per altri particolari. Per esempio, giovedì sera l'ex segretario del Partito democratico ha rilanciato sul suo blog il comunicato del babbo e l'ha chiosato con queste parole: «Mio padre chiede di essere processato subito in tutti i procedimenti che lo riguardano. Processato in tribunale, non sui giornali. La sua tesi è: prima si fa il processo, prima viene fuori la verità». Un sostegno pieno e completo della scelta di Tiziano. Oltre ai messaggini di Natale e alla enews c'è un terzo indizio che, come si dice, fa la prova. Giovedì mattina, Tiziano aveva concesso un'intervista al Foglio e in essa aveva dato la sua versione sulle false fatture. Un'autodifesa accorata di cui il babbo aveva parlato con i più stretti collaboratori. Nel pomeriggio sul sito del quotidiano diretto da Claudio Cerasa, però, viene presentata come intervista esclusiva la nota che l'avvocato Bagattini stava diramando ad agenzie e giornali. In pratica il legale con quel comunicato stava bruciando le dichiarazioni che erano state rilasciate al Foglio solo poche ore prima. In pratica la conferma che la decisione di non rispondere ai magistrati non era stata presa da Tiziano, il quale, anzi, al mattino, sembrava combattivo e pronto alla pugna con gli inquirenti. Matteo, sconfitto alle elezioni, evidentemente non si fidava della versione che il padre era pronto a consegnare agli inquirenti e ha preferito mandarlo allo scontro frontale con i pm. Proprio lui che il giorno di Natale del 2016, in piena bufera Consip, aveva consigliato al genitore di difendersi davanti alle toghe e «non sui media, diventando una macchietta».Quindi aveva aggiunto: «Su Facebook non ti iscrivi. Nel modo più assoluto (…) finché io sono un personaggio pubblico, tu per cortesia evita ogni stronzata, come quella di aprire un account Facebook. Querela chi vuoi querelare, ma non fare cazzate. Grazie». Una linea mantenuta sino a ieri. Quando, evidentemente, la strategia di Matteo è completamente cambiata e l'ipotesi «macchietta» non è parsa più intollerabile. Probabilmente perché nella vicenda delle false fatture la strada per la difesa sembra molto stretta e l'ex premier non si senta più tranquillo come quando controllava le stanze dei bottoni e i suoi collaboratori supervisionavano il lavoro di Procure e investigatori (con tanto di decreti ad hoc). Su Internet l'ex sindaco di Firenze ha persino evocato in surplace l'idea del complotto, ricordando che i guai giudiziari delle persone a lui vicine sono iniziati quattro anni fa, quando è diventato premier, e ha aggiunto sibillino: «Molti di voi hanno seguito le vicende che hanno riguardato mio padre anche perché fortunatamente non sono molti i casi in cui pubblici ufficiali si rendono protagonisti di una operazione sistematica di falsificazione delle prove». Tuttavia i magistrati sino ad oggi hanno sempre trattato babbo Renzi con giusto garantismo, se non con i guanti. Da tempo la Procura di Firenze depista i cronisti, segreta le iscrizioni, cambia i luoghi degli interrogatori da un minuto all'altro per evitare che gli indagati incrocino i giornalisti. E lo fa con tale zelo che a ottobre i trombettieri di Renzi poterono contrabbandare come fake news gli scoop della Verità sulle inchieste fiorentine. Inoltre Tiziano nella sua nota ha dimenticato di ricordare ai lettori che a informare La Verità sulle inchieste che lo riguardano non sono stati gli inquirenti, ma importanti petali del Giglio magico. Per esempio è stato lo stesso Renzi senior a rivelare l'esistenza dell'indagine sulle false fatture all'amico imprenditore Andrea Bacci e a chiedergli di riferire al coindagato Luigi Dagostino la propria versione. Un telefono senza fili che, a quanto ci risulta, avrebbe funzionato. Come a inizio ottobre, quando Tiziano ha saputo di essere controllato dal pm Henry John Woodcock e dai carabinieri del Noe. Anche in quel caso demmo la notizia in anteprima e ad informarci furono sempre esponenti del cerchio ristretto dei renziani. Dunque non le Procure, tanto meno quella di Firenze. E che l'ufficio guidato da Giuseppe Creazzo sia prudente lo conferma l'andamento su alcune inchieste, come quella sulla casa presa in affitto per Matteo Renzi da un amico imprenditore. Giovedì pomeriggio, quando i genitori di Renzi hanno saputo della presenza dei fotografi davanti alla caserma del Nucleo di polizia tributaria di Firenze di via Cocchi hanno subito ottenuto di essere ascoltati in via Valfonda, dove ha sede il comando regionale delle Fiamme gialle. Ma durante lo spostamento, Tiziano, che è un esperto di marketing editoriale, di concerto con il figlio ha avuto l'alzata di ingegno. Anziché replicare alle domande (imbarazzanti) dei pm, ha deciso il colpo di teatro, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Un'ambasciata che è stata delegata all'avvocato Federico Bagattini. Alla fine la pm Christine von Borries, spostata da una caserma all'altra come una pallina da flipper, non è nemmeno stata degnata di un saluto da parte dei due indagati. Quindi è stata diramata la nota che è stata inviata in tempo quasi reale pure ai giornali del gruppo Riffeser, lo stesso per cui lavorava come distributore babbo Tiziano e a cui Matteo non ha mai disdegnato di concedere interviste importanti nei passaggi cruciali della sua carriera. Alla fine il comunicato è diventato un'intera pagina di giornale. Preparata e stampata nello spazio di poche ore. Uno sfogo in cui si poteva leggere questa frase: «D'ora in avanti ho deciso che in tutti i procedimenti in cui sono coinvolto mi avvarrò della facoltà di non rispondere. Non ho niente da temere, non avendo commesso alcuno dei reati che mi sono stati contestati. Ma voglio essere processato davanti alla Giustizia italiana per ciò che ho fatto, non sui giornali per il cognome che porto». Risultato: ieri a Roma è stato avvistato in Procura l'avvocato Bagattini. Proprio nelle ore in cui, a quanto ci risulta, era previsto un nuovo interrogatorio per Tiziano Renzi. 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Nel pomeriggio, assistiti dall'avvocato Federico Bagattini, hanno comunicato ai magistrati l'intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere. In una nota Tiziano Renzi ha anche precisato che questa è la linea che intende seguire per il futuro, in tutte le inchieste lo riguardano. E si è lamentato delle fughe di notizie: «Ancora oggi dovevo essere interrogato a Firenze e ore prima dell'appuntamento con i magistrati le redazioni dei giornali erano già state allertate».Sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti ci sono due fatture di altrettante società controllate dalla famiglia Renzi, la Eventi 6 e la Party srl. La più cospicua, da 140.000 euro più Iva (170.800 euro in tutto) risale al 30 giugno 2015 e riguarda uno studio di fattibilità per una «struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti-ecc) effettuato come da incarico stipulato in data 20 gennaio 2015 e consegnato il 30 maggio 2015». Il committente era Luigi Dagostino, indagato a sua volta, l'amico imprenditore, specializzato in outlet del lusso e che in questo caso avrebbe chiesto a Tiziano Renzi un progetto per un ristorante da inserire in una specie di salone del gusto da inaugurare alle porte di Rignano sull'Arno. Questo slow food per cinesi, però, non è mai stato realizzato, anche se lo studio è stato profumatamente pagato. Il motivo è semplice: per gli inquirenti quella fattura era il corrispettivo per una prestazione inesistente. Con un amico Renzi senior avrebbe giustificato in questo modo l'operazione: «C'era un fornitore che aveva bisogno di fare delle fatture un po' più alte e io gliele ho pagate, poi lui mi ha restituito la differenza così... quindi avevo questi soldi e non sapevo come fare». L'altra fattura da 20.000 euro (24.400 con l'Iva) è stata pagata sempre dalla Tramor srl di Dagostino alla Party srl di Tiziano Renzi (che la controllava al 60%, mentre Laura Bovoli ne era l'amministratrice) in cambio di un altro studio di fattibilità commerciale questa volta per la «collocazione di un'aerea destinata al food» nei pressi del «vostro (di Dagostino, ndr) nuovo insediamento nei pressi dell'outlet The Mall a Reggello».Ma torniamo alla nota diramata da Tiziano Renzi. Si tratta di un lungo sfogo in cui il padre dell'ex premier respinge ogni accusa e se la prende con i giornali: «Da quattro anni la mia vita professionale e personale è stata totalmente stravolta. Dopo anni di onorata carriera, senza alcun procedimento penale mai aperto in tutta la mia vita nei miei confronti, mi sono trovato improvvisamente sotto indagine in più procure d'Italia per svariati motivi. All'improvviso e del tutto casualmente dal 2014 (quando il figlio è diventato primo ministro, ndr) la nostra vita è stata totalmente rivoluzionata: da cittadino modello a pluri-indagato cui dedicare pagine e pagine sui giornali. Alla veneranda età di 67 anni confesso la mia stanchezza». Renzi senior nega di aver mai fatto bancarotta ed evidenzia l'archiviazione per questo tipo di accusa in un procedimento di Genova, ma respinge pure le contestazioni che gli sono piovute addosso negli ultimi mesi: «Non ho mai commesso il reato di traffico di influenza per il quale sono stato messo sotto indagine a Napoli prima e a Roma poi; non ho mai fatto fatture false come si ipotizza a Firenze». Quindi l'attacco ai media: «Dopo quattro anni di processi sui giornali con uno stillicidio di anticipazioni, notizie, scoop senza che mai ci sia un solo responsabile per le clamorose e continue fughe di notizie, adesso dico basta. Sono io che chiedo che si facciano i processi. Ma si facciano nelle aule di tribunale, non sui giornali. Ho il dovere di difendere la mia dignità e la credibilità professionale della mia azienda. D'ora in avanti ho deciso che in tutti i procedimenti in cui sono coinvolto mi avvarrò della facoltà di non rispondere. Non ho niente da temere, non avendo commesso alcuno dei reati che mi sono stati contestati. Ma voglio essere processato davanti alla Giustizia italiana per ciò che ho fatto, non sui giornali per il cognome che porto». Sino al climax finale: «Chiedo che si celebrino i processi: quelli in cui sono indagato e quelli in cui ho chiesto risarcimento danni per tutelare la storia professionale mia e della mia azienda. Se devo essere processato, che mi processino (…). Passerò i prossimi anni della mia vita nei tribunali per difendermi da accuse insussistenti e per chiedere i danni a chi mi ha diffamato. Ma almeno potrò dire ai miei nipoti che la giustizia si esercita nelle aule dei tribunali e non nelle fughe di notizie e nei processi mediatici». Sino a poche ore fa era annunciato un imminente interrogatorio a Roma di Tiziano Renzi nell'inchiesta Consip. L'appuntamento, previsto per il 26 marzo, sarebbe stato successivamente anticipato a oggi per dribblare i giornalisti. Ma, letto il comunicato, è difficile pensare che Renzi senior si presenterà questo pomeriggio a rendere dichiarazioni. Resta un ultimo capitolo. L'inchiesta fiorentina per la bancarotta della Delivery service Italia, una coop costituita nel 2009 da alcuni collaboratori dei genitori di Matteo Renzi. Nel fascicolo, in mano al procuratore aggiunto Luca Turco, risultano indagati anche Tiziano e Laura. Nell'ambito di queste investigazioni, ieri pomeriggio, è stato convocato in Procura, senza avvocato, Paolo Terreni, marito di Beatrice Carabot, cugina prima di Matteo (la sorella, Cristiana Carabot, è dipendente della Eventi 6). Terreni è un nome conosciuto ai lettori della Verità: è infatti uno degli amministratori dimissionari della cooperativa Marmodiv, messa in piedi da persone di fiducia di Tiziano Renzi per incassare subappalti dalla Eventi 6 della famiglia dell'ex Rottamatore. A ottobre la Marmodiv era stata perquisita per il crac della Delivery. Lo scorso 15 marzo, Terreni, il presidente della Marmodiv, Giuseppe Mincuzzi, e l'altro consigliere, Carlo Ravasio, storico dipendente dei Renzi, hanno annunciato lo scioglimento del consiglio d'amministrazione. Una decisione che non ha evitato a Terreni il fastidio della convocazione in Procura.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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