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2020-06-17
È la Taverna l’anti Dibba in mano a Grillo
Paola Taverna (Ansa)
Altro che Venezuela: l'epicentro della crisi interna al M5s è a Roma, all'interno dei palazzi del potere, quelli che dovevano essere aperti come una scatoletta di tonno. I pentastellati sono alla ricerca di una guida, una guida vera, stabile e di polso, ovvero che non sia Don Vito Crimi. Avevamo scritto ieri della nostalgia canaglia che attanaglia i grillini: quella di Luigi Di Maio, ex capo politico, tanto criticato quando era al timone del movimento, quanto rimpianto oggi, anche da chi a suo tempo gli ha fatto la guerra. Di Maio, però, non ha alcuna intenzione di tornare alla guida del M5s, si dedica al suo ruolo di ministro degli Esteri e riceve complimenti per certi versi inaspettati: «Sulla politica estera», ha detto ieri Matteo Renzi alla Stampa, «di affermazioni strampalate i 5 stelle ne hanno fatte tante. Alessandro Di Battista è arrivato a dire che Obama è un golpista. Al tempo stesso», ha aggiunto Renzi, «occorre riconoscere che la gestione di Di Maio alla Farnesina, anche in rapporto alla vicenda del Venezuela, è stata sinora inappuntabile». Lo stesso Di Maio, a L'aria che tira, su La7, a proposito della frattura tra Beppe Grillo e Alessandro Di Battista, ha commentato: «Mai come in questo momento di grande difficoltà per l'Italia e per il mondo intero serve essere uniti anziché divisi. Se potrò cercherò di far confluire tutte queste energie positive insieme. Se posso dare una mano a permettere che anche quelle che sono differenze di vedute possano andare nella stessa direzione», ha aggiunto Di Maio, «io ci sarò, ma sempre nella piena fiducia di chi si occupa del movimento, che oggi è Vito Crimi».
Oggi è Vito Crimi: è domani? A quanto apprende la Verità, ad aspirare al ruolo di leader del M5s, oltre a Di Battista, c'è Paola Taverna. La vicepresidente del Senato, in una intervista al Fatto Quotidiano, ha pronunciato parole che, ai tempi della prima repubblica, sarebbero state un vero e proprio annuncio di candidatura: «La mia ambizione», ha argomentato la Taverna, «è coniugare Beppe con Di Battista e Di Maio e la nostra rinomata eterogeneità».
Stando a indiscrezioni attendibili, sarebbe stata proprio la Taverna, che gode di un rapporto privilegiato con Beppe Grillo, a convincere il fondatore che fosse il caso di assestare un colpo duro al Dibba. Taverna che, lanciando il tour virtuale coordinato insieme a Danilo Toninelli, ha sottolineato che saranno gli iscritti su Rousseau a decidere se serve ancora un capo politico o è preferibile una segreteria collegiale. Di Battista aspira alla candidatura a sindaco di Roma, alla guida del M5s, in sostanza a qualunque cosa: come ammette anche chi nel M5s non tollera il suo modo di picconare tutto e tutti dall'esterno, può contare su un ampio sostegno da parte dei militanti delusi dal governo con il Pd, e quindi, in caso di votazioni on line, sarebbe un osso duro da battere. La Taverna dunque è in campo per sfidare Di Battista, ma ha un grosso problema: è senatrice, come Crimi, e in queste ultime settimane si è prodotta una profonda all'interno dei parlamentari del M5s tra il gruppo alla Camera e quello al Senato: «Vito», rivela un big del M5s alla Verità, «è senatore, e da quando è diventato capo politico il gruppo a Palazzo Madama è diventato sempre più importante rispetto a quello alla Camera. È anche un problema di comunicazione: ormai in tv vanno per lo più senatori e pochissimi deputati. Uno squilibrio evidente, considerato che i deputati del M5s sono il doppio dei senatori».
È vero che i deputati (202) sono il doppio dei senatori (96) ma è vero pure che al Senato si giocano ogni volta le sorti del governo, visto che la maggioranza è assai più risicata rispetto a Montecitorio, e che quindi gli stessi senatori fanno pesare la loro importanza dal punto di vista numerico. In ogni caso, il M5s veleggia nel mare in tempesta, e l'affaire-Venezuela è una grana non da poco: «Siamo davanti», dice il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, fan del regime di Maduro, a Rai Radio 1, «alla più grande fake news della storia. I media hanno fatto 24 ore di fango. Ieri tutti i quotidiani, tg inclusi, sono andati avanti con una notizia che era una balla colossale. Noi abbiamo rinunciato nel 2013 a 50 milioni di rimborsi elettorali, quale sarebbe il senso di prendere 3,5 milioni dal Venezuela? A parte che è una tangente, una cosa che non ci appartiene. In quella carta», aggiunge Di Stefano, in relazione al documento pubblicato da Abc, «il simbolo del Venezuela è totalmente contraffatto, addirittura è girato al contrario, persino il nome ministero della Difesa è sbagliato perché non si chiama più così dal 2007». Dagli alleati di maggioranza arrivano commenti non esattamente affettuosi: «È giusto che si indaghi sul caso M5s-Venezuela», attacca Matteo Renzi a Rtl 102,5 «come si è indagato su Salvini per la vicenda russa. Spero che siano delle fake news come dicono loro». «Io sono e resto fieramente garantista», scrive su Facebook il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marucci, «anche in questo caso. Certo sul regime del Venezuela, le posizioni rispetto al M5s non potrebbero essere più distanti, noi rigorosamente con la democrazia, il partito di Grillo, Di Maio e Di Battista fino all'ultimo con il dittatore Maduro. Fino almeno a prova contraria, sono convinto che una posizione così lontana dalla nostra cultura politica, sia stata presa in buona fede». E alla fine si è espresso anche Giuseppe Conte: «I responsabili del M5s hanno già assicurato che si tratta di una fake news. Penso che non ci sia nulla da chiarire», ha detto il premier in un'intervista a France Presse.
Quel vizietto del Venezuela rosso: coprire di milioni i partiti amici
La presunta valigetta da 3 milioni e mezzo di euro in contanti arrivata da Caracas per finanziare Gianroberto Casaleggio e il Movimento 5 stelle non smuove, al momento, le procure italiane. Nei palazzi di Giustizia di Milano e di Roma tutto tace. In teoria sarebbe proprio la procura milanese diretta da Francesco Greco ad avere le competenze per indagare sul presunto finanziamento illecito al partito di Beppe Grillo. Questo perché la Casaleggio Associati ha sede nel capoluogo lombardo.
Ma la vicenda è ancora troppo fumosa. Il testimone principale, Casaleggio senior, non c'è più. E soprattutto, come ricordano fonti investigative alla Verità, «il reato sarebbe già prescritto essendo passati 10 anni: per il finanziamento illecito ne bastano 7 e mezzo». L'unico modo per attivare un'indagine sarebbe un esposto oppure una prova su reati collegati, come per esempio il riciclaggio, o ancora una registrazione audio, come avvenuto nel caso del Russiagate che ha messo sotto indagine la Lega. Del resto, il documento pubblicato dal quotidiano spagnolo Abc, ha destato notevoli dubbi sia nell'intelligence italiana sia tra militari e investigatori che lo hanno visto e scansionato. Ci sono troppi errori marchiani e mancano dettagli essenziali rispetto ai documenti classificati tipici dei servizi segreti. Al momento quindi, «la bomba di Caracas» ha acceso solo il dibattito politico, sia interno ai 5 stelle sempre più divisi, sia nazionale, con le opposizioni che chiedono alla magistratura di indagare sul presunto finanziamento venezuelano. Per capire qualcosa di più della notizia di Abc che sta scuotendo la politica italiana, bisogna però partire da due personaggi chiave del regime venezuelano, prima governato da Hugo Chavez e poi da Nicolas Maduro. Sono Hugo Carvajal e Tarek El Aissami. Entrambi sono stati (e sono) due politici chiave per capire la politica estera del Venezuela e soprattutto il modo in cui il regime venezuelano si è mosso in questi anni per influenzare i partiti politici all'estero.
Il primo, Carvajal, è l'ex capo dell'unità di intelligence militare, fedelissimo di Chavez e numero uno dei servizi segreti proprio nel 2010. Sarebbe stato lui quindi ad autorizzare il documento incriminato. E sempre lui avrebbe impartito l'ordine al console di Milano Gian Carlo di Martino, accusato dal quotidiano Abc di essere l'intermediario dei soldi, «di non continuare a riferire sulla questione, che potrebbe diventare un problema diplomatico». Ora si trova in Spagna, con l'accusa di traffico di droga e terrorismo. Gli Stati Uniti hanno chiesto l'estradizione. El Aissami è invece uno dei politici più importanti del Venezuela, dal momento che è stato appena nominato (il 27 aprile) ministro del Petrolio: è l'uomo di fiducia del presidente. In passato è stato anche ministro dell'Industria, mentre nel luglio del 2010 era ministro degli Interni. All'epoca aveva appena 35 anni, ma una rete di relazioni impressionante in Medio oriente, a partire dalla sua famiglia libanese con entrate nel partito Baath irakeno, negli Hezbollah in Libano e Siria fino all'ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Secondo alcuni dissidenti regime, in quegli anni El Aissami sarebbe stato il vero protagonista di un programma clandestino per fornire passaporti venezuelani ai terroristi a Damasco. E questo accadeva perché era a capo di Onidex, l'agenzia che gestisce il programma di immigrazione. Ma i pezzi di carta non erano solo diplomatici, sarebbero stati soprattutto i soldi il vero punto forte di El Aissami. Il regime di Chavez ne avrebbe dati a gruppi terroristici come gli stessi Hezbollah o Hamas in Palestina. Non a caso, nel 2016 la Drug enforcement administration (Dea) sospettava che proprio i libanesi di Hezbollah avrebbero avuto legami con i cartelli sudamericani del traffico di droga per finanziare le loro attività terroristiche.
El Aissami, in sostanza, è un punto di raccordo fondamentale tra Teheran, Cuba ma anche la Turchia, la punta di diamante del network chavista e antiamericano in tutto il mondo. Non solo. Negli anni il regime ha avuto anche rapporti con la Russia e la Cina. Proprio i cinesi sono impegnati in Venezuela nelle miniere di uranio, altro punto di forza dell'industria di Caracas. Del resto è vero che negli anni El Aissami ha gestito le casse dello stato, per la maggior parte dalla Pdvsa, l'industria petrolifera che con Chavez ha tenuto i rapporti con tutti i partiti di sinistra in Europa, in particolare con quelli francesi, italiani e spagnoli. Nei mesi scorsi era già esploso un altro scandalo su un presunto finanziamento a Podemos, con cui Chavez aveva avuto rapporti molto stretti. Anche qui, come nel caso del movimento 5 stelle, i finanziamenti sarebbero avvenuti prima dello sbarco in Parlamento. E questo sempre nell'ottica di finanziare un partito «rivoluzionario di sinistra e anticapitalista» in questo caso nella Repubblica italiana. Il documento che informa sui soldi a Casaleggio mette in relazione l'attuale ministro del petrolio con Carvajal. Perché, come recita la presunta nota dei servizi venezuelani, i fondi da cui sarebbero stati presi i 3,5 milioni di euro sarebbero appunto quelli segreti dell'intelligence «amministrati dal ministro dell'Interno, Tarek El Aissami, approvato e autorizzato dal cancelliere Nicolas Maduro». Le smentite e le accuse di fake news ormai non si contano più. «Per smentire qualcosa ed essere convincenti, conviene ripassare la propria storia», scrive in un'editoriale Abc. Ma intanto anche El Mundo proprio ieri scriveva che in questo traffico di corruzione sarebbe rimasto invischiato anche l'ex ambasciatore spagnolo Raul Morodo, uomo vicinissimo all'ex presidente José Luis Rodríguez Zapatero. Il Caracas gate, insomma, non è ancora finito.
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Nel M5s, diviso dalle faide interne e agitato dal caso Venezuela, la vicepresidente del Senato scalda i motori: sarebbe stata lei a suggerire all'ex comico la stoccata ad Alessandro Di Battista. Intanto è rivolta contro Vito Crimi e serpeggia il malumore tra senatori e deputati.Anche se sul presunto finanziamento al M5s manca chiarezza, non è affatto una novità che il regime chavista sia generoso con i gruppi di sinistra esteri. I cordoni della Borsa li tiene il potentissimo ministro del Petrolio.Lo speciale contiene due articoli.Altro che Venezuela: l'epicentro della crisi interna al M5s è a Roma, all'interno dei palazzi del potere, quelli che dovevano essere aperti come una scatoletta di tonno. I pentastellati sono alla ricerca di una guida, una guida vera, stabile e di polso, ovvero che non sia Don Vito Crimi. Avevamo scritto ieri della nostalgia canaglia che attanaglia i grillini: quella di Luigi Di Maio, ex capo politico, tanto criticato quando era al timone del movimento, quanto rimpianto oggi, anche da chi a suo tempo gli ha fatto la guerra. Di Maio, però, non ha alcuna intenzione di tornare alla guida del M5s, si dedica al suo ruolo di ministro degli Esteri e riceve complimenti per certi versi inaspettati: «Sulla politica estera», ha detto ieri Matteo Renzi alla Stampa, «di affermazioni strampalate i 5 stelle ne hanno fatte tante. Alessandro Di Battista è arrivato a dire che Obama è un golpista. Al tempo stesso», ha aggiunto Renzi, «occorre riconoscere che la gestione di Di Maio alla Farnesina, anche in rapporto alla vicenda del Venezuela, è stata sinora inappuntabile». Lo stesso Di Maio, a L'aria che tira, su La7, a proposito della frattura tra Beppe Grillo e Alessandro Di Battista, ha commentato: «Mai come in questo momento di grande difficoltà per l'Italia e per il mondo intero serve essere uniti anziché divisi. Se potrò cercherò di far confluire tutte queste energie positive insieme. Se posso dare una mano a permettere che anche quelle che sono differenze di vedute possano andare nella stessa direzione», ha aggiunto Di Maio, «io ci sarò, ma sempre nella piena fiducia di chi si occupa del movimento, che oggi è Vito Crimi».Oggi è Vito Crimi: è domani? A quanto apprende la Verità, ad aspirare al ruolo di leader del M5s, oltre a Di Battista, c'è Paola Taverna. La vicepresidente del Senato, in una intervista al Fatto Quotidiano, ha pronunciato parole che, ai tempi della prima repubblica, sarebbero state un vero e proprio annuncio di candidatura: «La mia ambizione», ha argomentato la Taverna, «è coniugare Beppe con Di Battista e Di Maio e la nostra rinomata eterogeneità». Stando a indiscrezioni attendibili, sarebbe stata proprio la Taverna, che gode di un rapporto privilegiato con Beppe Grillo, a convincere il fondatore che fosse il caso di assestare un colpo duro al Dibba. Taverna che, lanciando il tour virtuale coordinato insieme a Danilo Toninelli, ha sottolineato che saranno gli iscritti su Rousseau a decidere se serve ancora un capo politico o è preferibile una segreteria collegiale. Di Battista aspira alla candidatura a sindaco di Roma, alla guida del M5s, in sostanza a qualunque cosa: come ammette anche chi nel M5s non tollera il suo modo di picconare tutto e tutti dall'esterno, può contare su un ampio sostegno da parte dei militanti delusi dal governo con il Pd, e quindi, in caso di votazioni on line, sarebbe un osso duro da battere. La Taverna dunque è in campo per sfidare Di Battista, ma ha un grosso problema: è senatrice, come Crimi, e in queste ultime settimane si è prodotta una profonda all'interno dei parlamentari del M5s tra il gruppo alla Camera e quello al Senato: «Vito», rivela un big del M5s alla Verità, «è senatore, e da quando è diventato capo politico il gruppo a Palazzo Madama è diventato sempre più importante rispetto a quello alla Camera. È anche un problema di comunicazione: ormai in tv vanno per lo più senatori e pochissimi deputati. Uno squilibrio evidente, considerato che i deputati del M5s sono il doppio dei senatori».È vero che i deputati (202) sono il doppio dei senatori (96) ma è vero pure che al Senato si giocano ogni volta le sorti del governo, visto che la maggioranza è assai più risicata rispetto a Montecitorio, e che quindi gli stessi senatori fanno pesare la loro importanza dal punto di vista numerico. In ogni caso, il M5s veleggia nel mare in tempesta, e l'affaire-Venezuela è una grana non da poco: «Siamo davanti», dice il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, fan del regime di Maduro, a Rai Radio 1, «alla più grande fake news della storia. I media hanno fatto 24 ore di fango. Ieri tutti i quotidiani, tg inclusi, sono andati avanti con una notizia che era una balla colossale. Noi abbiamo rinunciato nel 2013 a 50 milioni di rimborsi elettorali, quale sarebbe il senso di prendere 3,5 milioni dal Venezuela? A parte che è una tangente, una cosa che non ci appartiene. In quella carta», aggiunge Di Stefano, in relazione al documento pubblicato da Abc, «il simbolo del Venezuela è totalmente contraffatto, addirittura è girato al contrario, persino il nome ministero della Difesa è sbagliato perché non si chiama più così dal 2007». Dagli alleati di maggioranza arrivano commenti non esattamente affettuosi: «È giusto che si indaghi sul caso M5s-Venezuela», attacca Matteo Renzi a Rtl 102,5 «come si è indagato su Salvini per la vicenda russa. Spero che siano delle fake news come dicono loro». «Io sono e resto fieramente garantista», scrive su Facebook il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marucci, «anche in questo caso. Certo sul regime del Venezuela, le posizioni rispetto al M5s non potrebbero essere più distanti, noi rigorosamente con la democrazia, il partito di Grillo, Di Maio e Di Battista fino all'ultimo con il dittatore Maduro. Fino almeno a prova contraria, sono convinto che una posizione così lontana dalla nostra cultura politica, sia stata presa in buona fede». E alla fine si è espresso anche Giuseppe Conte: «I responsabili del M5s hanno già assicurato che si tratta di una fake news. 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Questo perché la Casaleggio Associati ha sede nel capoluogo lombardo. Ma la vicenda è ancora troppo fumosa. Il testimone principale, Casaleggio senior, non c'è più. E soprattutto, come ricordano fonti investigative alla Verità, «il reato sarebbe già prescritto essendo passati 10 anni: per il finanziamento illecito ne bastano 7 e mezzo». L'unico modo per attivare un'indagine sarebbe un esposto oppure una prova su reati collegati, come per esempio il riciclaggio, o ancora una registrazione audio, come avvenuto nel caso del Russiagate che ha messo sotto indagine la Lega. Del resto, il documento pubblicato dal quotidiano spagnolo Abc, ha destato notevoli dubbi sia nell'intelligence italiana sia tra militari e investigatori che lo hanno visto e scansionato. Ci sono troppi errori marchiani e mancano dettagli essenziali rispetto ai documenti classificati tipici dei servizi segreti. Al momento quindi, «la bomba di Caracas» ha acceso solo il dibattito politico, sia interno ai 5 stelle sempre più divisi, sia nazionale, con le opposizioni che chiedono alla magistratura di indagare sul presunto finanziamento venezuelano. Per capire qualcosa di più della notizia di Abc che sta scuotendo la politica italiana, bisogna però partire da due personaggi chiave del regime venezuelano, prima governato da Hugo Chavez e poi da Nicolas Maduro. Sono Hugo Carvajal e Tarek El Aissami. Entrambi sono stati (e sono) due politici chiave per capire la politica estera del Venezuela e soprattutto il modo in cui il regime venezuelano si è mosso in questi anni per influenzare i partiti politici all'estero. Il primo, Carvajal, è l'ex capo dell'unità di intelligence militare, fedelissimo di Chavez e numero uno dei servizi segreti proprio nel 2010. Sarebbe stato lui quindi ad autorizzare il documento incriminato. E sempre lui avrebbe impartito l'ordine al console di Milano Gian Carlo di Martino, accusato dal quotidiano Abc di essere l'intermediario dei soldi, «di non continuare a riferire sulla questione, che potrebbe diventare un problema diplomatico». Ora si trova in Spagna, con l'accusa di traffico di droga e terrorismo. Gli Stati Uniti hanno chiesto l'estradizione. El Aissami è invece uno dei politici più importanti del Venezuela, dal momento che è stato appena nominato (il 27 aprile) ministro del Petrolio: è l'uomo di fiducia del presidente. In passato è stato anche ministro dell'Industria, mentre nel luglio del 2010 era ministro degli Interni. All'epoca aveva appena 35 anni, ma una rete di relazioni impressionante in Medio oriente, a partire dalla sua famiglia libanese con entrate nel partito Baath irakeno, negli Hezbollah in Libano e Siria fino all'ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Secondo alcuni dissidenti regime, in quegli anni El Aissami sarebbe stato il vero protagonista di un programma clandestino per fornire passaporti venezuelani ai terroristi a Damasco. E questo accadeva perché era a capo di Onidex, l'agenzia che gestisce il programma di immigrazione. Ma i pezzi di carta non erano solo diplomatici, sarebbero stati soprattutto i soldi il vero punto forte di El Aissami. Il regime di Chavez ne avrebbe dati a gruppi terroristici come gli stessi Hezbollah o Hamas in Palestina. Non a caso, nel 2016 la Drug enforcement administration (Dea) sospettava che proprio i libanesi di Hezbollah avrebbero avuto legami con i cartelli sudamericani del traffico di droga per finanziare le loro attività terroristiche. El Aissami, in sostanza, è un punto di raccordo fondamentale tra Teheran, Cuba ma anche la Turchia, la punta di diamante del network chavista e antiamericano in tutto il mondo. Non solo. Negli anni il regime ha avuto anche rapporti con la Russia e la Cina. Proprio i cinesi sono impegnati in Venezuela nelle miniere di uranio, altro punto di forza dell'industria di Caracas. Del resto è vero che negli anni El Aissami ha gestito le casse dello stato, per la maggior parte dalla Pdvsa, l'industria petrolifera che con Chavez ha tenuto i rapporti con tutti i partiti di sinistra in Europa, in particolare con quelli francesi, italiani e spagnoli. Nei mesi scorsi era già esploso un altro scandalo su un presunto finanziamento a Podemos, con cui Chavez aveva avuto rapporti molto stretti. Anche qui, come nel caso del movimento 5 stelle, i finanziamenti sarebbero avvenuti prima dello sbarco in Parlamento. E questo sempre nell'ottica di finanziare un partito «rivoluzionario di sinistra e anticapitalista» in questo caso nella Repubblica italiana. Il documento che informa sui soldi a Casaleggio mette in relazione l'attuale ministro del petrolio con Carvajal. Perché, come recita la presunta nota dei servizi venezuelani, i fondi da cui sarebbero stati presi i 3,5 milioni di euro sarebbero appunto quelli segreti dell'intelligence «amministrati dal ministro dell'Interno, Tarek El Aissami, approvato e autorizzato dal cancelliere Nicolas Maduro». Le smentite e le accuse di fake news ormai non si contano più. «Per smentire qualcosa ed essere convincenti, conviene ripassare la propria storia», scrive in un'editoriale Abc. Ma intanto anche El Mundo proprio ieri scriveva che in questo traffico di corruzione sarebbe rimasto invischiato anche l'ex ambasciatore spagnolo Raul Morodo, uomo vicinissimo all'ex presidente José Luis Rodríguez Zapatero. Il Caracas gate, insomma, non è ancora finito.
iStock
Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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