La Germania mette le mani sul nostro oro
Ansa
L’economista tedesco Daniel Gros su Rai 3: «Da 40 anni la Germania vuole usare le riserve auree a garanzia del debito italiano». Cosa che Cdu e Csu, nel 2011, chiedevano a Silvio Berlusconi. Ecco perché il Pd che non vuole una legge sulla proprietà è irresponsabile.

È andato a vuoto il tentativo messo in atto in questi giorni da buona parte della stampa nostrana di mettere la camicia di forza alla proposta avanzata da Claudio Borghi, economista della Lega e presidente della Commissione Bilancio della Camera, volta a specificare per legge la titolarità delle riserve auree italiane. Scopo ben preciso del mainstream era veicolare il seguente messaggio: l’esecutivo è composto da una banda di pazzi alla canna del gas pronti a tutto, persino a mettere mano ai forzieri di Banca d’Italia. Peccato però che lo stesso fautore della proposta abbia smentito con forza, anche da queste stesse pagine, le voci che attribuivano al governo l’idea di vendere parte delle riserve auree per scongiurare l’aumento dell’Iva o il ricorso a una manovra correttiva.

«Non vogliamo vendere l’oro», ha dichiarato Borghi, «semmai intendiamo tutelarlo». Già, ma da chi? È bastato attendere una manciata di ore affinché la risposta arrivasse da sola. Nel corso del suo intervento alla trasmissione televisiva Agorà su Rai 3, il presidente dell’autorevole Centre for european policy studies (Ceps), l’economista tedesco Daniel Gros, ha dichiarato ieri che «da 40 anni alcuni in Germania pensano di potersi prendere questo oro come garanzia dei debiti dell’Italia e adesso vedono che qualcuno vuole utilizzare questo tesoro per altri fini». Nota bene: le velleità teutoniche di cui parla Gros non si riferiscono a qualche lontana diatriba medievale o rinascimentale. No, il nostro oro è stato in pericolo in tempi ben più recenti, precisamente meno di dieci anni fa. Siamo nel 2011, la crisi finanziaria scoppiata qualche anno prima si è trasformata ormai nella più grave recessione economica che il mondo abbia conosciuto dagli anni Trenta in poi. Le grandi potenze vacillano sotto i colpi della speculazione, e lo spread mette a rischio la tenuta dei governi democraticamente eletti e la sostenibilità del debito pubblico.

Proprio nel momento in cui il nostro Paese si presentava più debole agli occhi del mondo, la Germania chiese lo scalpo dell’Italia. La prima ad avanzare l’ipotesi fu l’allora ministro del Lavoro, Ursula von der Leyen (Cdu), che in quel contesto affermava: «Alcuni Stati stanno facendo grandi sforzi per soddisfare i loro debiti. Questo impegno deve essere ricompensato. Tuttavia, per garantire che questo sforzo sia sostenuto a lungo termine, è necessaria una garanzia». A precisare i termini della questione ci pensava il futuro vicepresidente del Bundestag, Johannes Singhammer (Csu): «Prima che il contribuente tedesco paghi, è necessario che Paesi come l’Italia e il Portogallo usino le notevoli risorse auree a loro disposizione».

Terminato il G20 svoltosi il 3 e 4 novembre 2011 nella cittadina francese di Cannes, la discussione si fece ancora più infuocata. Pochi giorni dopo, il 7 novembre, il presidente della commissione Affari europei del Bundestag ed esponente di spicco della Cdu, Gunther Krichbaum, dichiarava che «l’Italia dovrebbe considerare la vendita delle sue riserve auree per evitare la bancarotta». Passata meno di una settimana, Silvio Berlusconi rassegnava le dimissioni, cedendo il passo al tecnocrate Mario Monti. Non è dato sapere se la questione rimase lettera morta o se Monti aprì effettivamente una trattativa con i tedeschi sul tema delle riserve. Una cosa però è certa: con la stessa determinazione con la quale pretendeva che i Paesi in difficoltà si liberassero dell’oro, lasciando di fatto che si salvassero da soli, Berlino si rifiutò di mettere mano alle proprie riserve per contribuire alla soluzione della crisi.

Il governo tedesco, infatti, negò categoricamente, e a più riprese, di utilizzare 15 miliardi di euro derivanti dalla vendita del proprio oro per incrementare il Fondo salva stati, come proposto dalla Francia nel timore che la dotazione di 440 miliardi potesse non essere sufficienti. «Le riserve tedesche sono off limits», dichiarò proprio in quei giorni Philip Rosler, ministro tedesco dell’Economia. Stesso messaggio anche da parte della cancelliera Angela Merkel: «L’utilizzo dell’oro della Germania non è mai stato in discussione».

Bisogna riconoscere dunque che la disputa tra governo e Colle sulle nomine dei vertici di Bankitalia ha avuto il merito di riportare una questione cruciale mai chiarita: di chi sono i lingotti stoccati nei forzieri di via Nazionale, alla Fed, in Inghilterra e in Svizzera? Una domanda tutt’altro che banale perché l’unico riferimento normativo in materia è il Testo unico delle norme in materia valutaria, approvato nel 1988 e successivamente integrato dalla normativa europea, il quale prevede che «la Banca d’Italia provvede in ordine alla gestione delle riserve ufficiali». Nessun riferimento diretto, dunque, alla proprietà delle riserve. L’articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea al comma 2 stabilì in seguito che tra i compiti fondamentali del Sistema europeo delle banche centrali (Sebc) rientrava anche quello di «detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri», precisando poco più avanti che la Bce andrà consultata «dalle autorità nazionali, sui progetti di disposizioni legislative che rientrino nelle sue competenze».

Non è solo una questione di carattere legale. Lo stesso vicepremier Matteo Salvini, infatti, ha osservato che è «importante certificare che l’oro è di proprietà degli italiani». Finché il limbo normativo è destinato a perdurare, le nostre riserve potrebbero finire nelle mani sbagliate, proprio come rischiò di accadere nel 2011.

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