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2020-06-01
Arriva l’ondata di tasse. Incostituzionale
Ansa
Meglio non farsi illusioni, la stangata fiscale ci sarà, eccome. Quello tra giugno e settembre sarà un periodo di fuoco per le imprese: dovranno versare al fisco 50 miliardi. Stressate da tre mesi di mancato fatturato, dall'assenza di liquidità, dai litigi con le banche per l'accesso al credito, da una riapertura con prospettive incerte, l'appuntamento con il fisco sarà un incubo. Il governo ha parzialmente cancellato la rata Irap e fatto slittare al 16 settembre il pagamento delle imposte tra marzo e maggio, ma è come dare un'aspirina a un malato in coma. La pandemia che regredisce tra le persone ora fa strage di imprese. Intacca i bilanci, soffocati da una domanda che stenta a ripartire e da ordinativi ridotti al lumicino. La terapia d'emergenza con i pochi stanziamenti a fondo perduto, l'ulteriore indebitamento determinato dai crediti garantiti dallo Stato e lo spostamento del pagamento delle imposte sono palliativi.
Sulla testa delle imprese grava una scure da 50 miliardi di tasse che dovranno essere pagate tra giugno e settembre con una possibile coda a metà dicembre per chi decide di rateizzare. Non c'è scampo. Così le aziende, invece di concentrarsi sulla ripresa e impiegare le risorse a disposizione per ottimizzare la produzione, dovranno svuotarsi le tasche per le imposte di inizio estate. Questo vale anche per le attività in grande difficoltà.
I tributi previsti tra marzo e maggio, nei mesi di blocco totale di gran parte delle attività produttive, erano stati spostati a giugno. Si tratta di circa 20 miliardi. Tra qualche giorno, quindi, le imprese dovrebbero saldare il conto con l'Agenzia delle entrate, sommando le tasse sospese a quelle previste, di norma, per questo mese. Il governo però ha deciso di far slittare ancora, al 16 settembre, i tributi pregressi e non versati relativi al periodo di pandemia, mantenendo inalterati gli appuntamenti di giugno. È un aiuto per modo di dire, anche se il governo l'ha presentato come una boccata d'ossigeno per le attività produttive. Non tutto è oro ciò che luccica.
Il blocco tributario di 3 mesi nasconde un trabocchetto. Non tutte le imprese sono riuscite a scampare ai pagamenti di marzo. Nel momento del picco della pandemia è accaduto un «piccolo» disguido normativo che ha penalizzato quelle solitamente più puntuali nel rispettare le scadenze. Lo stop fiscale di marzo avrebbe dovuto bloccare 8,7 miliardi di imposte. Invece a causa del ritardo del decreto Cura Italia, arrivato il 17 marzo, lo Stato si è assicurato entrate per 5,2 miliardi. Chi si è affrettato a pagare è stato beffato. Sono rimasti quindi sospesi 3,5 miliardi che andranno recuperati.
Con il decreto Rilancio il governo ha fatto slittare al 16 settembre tutte le imposte e i versamenti sospesi nel trimestre di blocco delle attività, cioè le ritenute Irpef, le ritenute d'acconto, l'Iva e i contributi assistenziali e previdenziali. Per avere un'idea di quanto pesano, basta leggere la Relazione tecnica al decreto Liquidità in cui sono riportati gli importi. Le ritenute Irpef da saldare valgono 4,3 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 1,77 miliardi di maggio); le ritenute d'acconto 929 milioni (462 milioni di aprile e 467 di maggio) e l'Iva 5,53 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 2,59 di maggio). I contributi previdenziali e assistenziali sospesi sono pari a 8 miliardi di cui Inail 2 miliardi e Inps 6 miliardi. Si aggiungono i pagamenti degli avvisi bonari, delle cartelle esattoriali e degli accertamenti in scadenza dal 2 marzo scorso a tutto maggio. Si tratta complessivamente di oltre 22 miliardi. Il pagamento potrà avvenire in unica soluzione, il 16 settembre, o diluendolo in 4 rate di pari importo, con l'ultima in scadenza il prossimo 16 dicembre.
Non tutti però potranno usufruire dello slittamento a metà settembre. Il meccanismo è rivolto solo alle imprese che sono in uno stato veramente critico. Cioè devono trovarsi in una condizione molto particolare: con un volume d'affari fino a 2 milioni di euro per i pagamenti sospesi di marzo; con fatturato inferiore a 50 milioni e un calo dei ricavi del 33%, o con volume d'affari superiore a 50 milioni e un calo del fatturato del 50% per le tasse sospese di aprile e maggio.
Chi non ha la cassa così malmessa ha già pagato le imposte di aprile e maggio. E ora è alle prese con le scadenze di giugno. A questo appuntamento non possono sottrarsi nemmeno quelle aziende che, come abbiamo visto, erano in condizioni talmente critiche da essere state costrette a sospendere i pagamenti per tre mesi e per le quali c'è il nuovo termine del 16 settembre.
Per avere un'idea del peso impositivo che attende gli imprenditori alla vigilia dell'estate, possiamo rifarci al gettito dell'anno scorso.
Nel giugno 2019 le imprese hanno versato 4 miliardi tra saldo e acconto Irpef e 8 miliardi per l'Ires (sempre saldo e acconto). Totale 12 miliardi circa. A questi va aggiunta la prima rata dell'Imu (sospesa quest'anno per le attività ricettive), la Tasi (1 miliardo) e l'Iva (9 miliardi). Totale 29 miliardi. Questa è la scadenza più pesante.
La preoccupazione riguarda anche il calcolo dell'acconto. Come si può fare una stima del fatturato di un anno nominato da grandissima incertezza? Il fisco chiuderà un occhio solo con un margine di errore del 20%. Non sarà sanzionato chi verserà almeno l'80% dell'acconto che poi si rivelerà rispondente al reale giro d'affari dell'anno. È un calcolo da equilibrista. Tutte le previsioni indicano un peggioramento netto dell'andamento dell'economia. Il Centro studi di Confindustria ha stimato un crollo del Pil per il 2020 del 9,6%.
L'Irap merita un discorso a parte. La rata del 30 giugno è stata abolita ma solo per chi ha fatturato sotto 250 milioni di euro, anche se non hanno avuto un calo del giro d'affari. Circa 1.200 imprese invece la pagheranno perché hanno un giro d'affari superiore. Alcuni imprenditori hanno segnalato che lo sbianchettamento di tale imposta non è stato effettuato con un criterio di equità. L'abolizione è riconosciuta indistintamente a tutti coloro che hanno ricavi sotto i 250 milioni di ricavi. Quelle risorse si potevano utilizzare per aumentare il fondo perduto a favore di chi è in difficoltà.
Da questo scenario emerge che la rateizzazione in quattro step potrebbe creare un ingolfamento dei pagamenti, zavorrando i bilanci delle aziende proprio in un momento in cui la liquidità dovrebbe essere convogliata per aiutare la ripartenza. Inoltre, resta per tutti l'impegno di giugno, sia per chi è con l'acqua alla gola sia per chi naviga sul filo del rasoio. C'è il rischio che aumenti l'evasione come scelta obbligata per sopravvivere.
Se per mesi non si guadagna non è giusto pagare i tributi
Le tasse non sono state cancellate, come spesso si sente dire, sono state solo rinviate. Non si pagano ora - e ci mancherebbe altro - si pagheranno più avanti. L'unica cancellata è la rata Irap del 30 giugno (saldo 2019 e acconto 2020) soltanto per chi ha un fatturato inferiore a 250 milioni. Le grandi imprese, anche se hanno subito gravi cali di fatturato, non avranno alcuna sospensione. Motivo? Non detto o, meglio, incomprensibile. O meglio ancora comprensibilissimo: se fanno fatturati così alti, cosa vogliono questi imprenditori? Non avranno mica bisogno, avranno montagne di soldi da parte, avranno evaso l'animaccia loro, avranno soldi all'estero, nel pagliaio di casa, sotto il materasso, nel caminetto finto del salotto. Ma che modo di ragionare è? Ma è mai possibile non capire una mazza dell'economia reale fino a questo punto? Se queste imprese hanno fatturato meno sono in pericolo un gran numero dei posti di lavoro, o no? Se hanno fatturato meno avranno un problema di liquidità, o no? Se hanno fatturato meno lo Stato dovrebbe gravarle meno con i tributi, o no? No, se sono ricche, tutto questo non vale. Boh.
Dicevamo, tutte le altre tasse rimandate. Non cancellate. Le scadenze da marzo a giugno sono state rinviate a settembre: ritenute Irpef, ritenute d'acconto, Iva, contributi Inps e Inail (due istituti che si sono guadagnati medaglie d'oro di inefficienza e di pressapochismo, medaglie d'oro mondiali). Ma cosa vuol dire rimandare? Perché rimandarle e non cancellarle? Dietro c'è un ragionamento malato e, talvolta, ci sorge il dubbio che non ci sia nessun ragionamento proprio, una scarsa conoscenza dei principi della costituzione.
Ora, la Costituzione sul punto è chiarissima. All'articolo 53 dice che i cittadini devono concorrere alle spese dello Stato in ragione della loro capacità contributiva. Cioè in relazione al loro livello di reddito. In parole povere, si devono pagare le tasse nella misura che si può, non solo perché lo Stato ce lo impone. Lo Stato, di diritto e di fatto, non può imporre tasse e tributi in una misura che è insostenibile per un contribuente. Un cittadino non deve mai essere messo di fronte all'alternativa: o pago le tasse o campo. Che sia un cittadino o un'impresa non cambia nulla. Anzi, a maggior ragione, semmai, il principio è ancora più valido per un'impresa dalla quale dipendono i redditi di diversi cittadini lavoratori. O no?
Se un'impresa è stata costretta a chiudere per mesi, a causa della pandemia, che capacità contributiva avrà avuto in quei mesi? Facile risposta: zero. E quale obbligo fiscale avrà maturato? Risposta ancora più facile: nessuno. Non è che a settembre, anche se riprendesse la sua attività e tale attività andasse benissimo, maturerà una capacità contributiva per i mesi nei quali è stata chiusa. Queste cose l'avvocato del popolo - come lui stesso si definì - Giuseppe Conte dovrebbe saperle. È vero che lui è professore di diritto privato, ma qualche nozione di diritto tributario, scienza delle finanze nonché di diritto costituzionale le dovrà pur avere. Le comunichi al suo ministro dell'Economia, che si occupa anche di fisco.
Non era il caso, invece di disperdere in mille rivoli i soldi della manovra, comprese le biciclette e i monopattini, concentrarsi su tasse e contributi a fondo perduto universali? E le scadenze del 16 giugno: Ires, Imu, Tasi, Tobin tax, imposte dirette relative alla dichiarazione del 2020? A oggi son lì e, vista la parziale riapertura, non vorremmo che rimanessero lì immutate. Se non hanno tolto di mezzo quelle relative ai peggiori mesi della crisi, figuratevi queste.
Il fatto che non è digeribile è il seguente: quando è lo Stato a rivendicare i suoi diritti fiscali, il dovere fiscale dei cittadini è fatto rispettare con una durezza fondamentalista, indipendentemente da tutto e da tutti. Quando in gioco sono i diritti tributari dei cittadini, allora si ragiona come se fossero diritti di serie B, inferiori, a disposizione del potere pubblico. Il virus delle tasse, in questo Paese, è il più resistente di tutti.
«Sconti sulle imposte e scadenze più lunghe»
«Pensate a un'impresa che dopo essere stata ferma per tre mesi stenta a ripartire, ha il fatturato azzerato e si trova a dover affrontare l'appuntamento fiscale di giugno. È vero che le tasse sospese da marzo a maggio sono state rinviate a settembre, ma non è che di qui a qualche mese la situazione migliorerà tanto. E poi comunque lo scoglio di giugno è un macigno. Chi ha un po' di liquidità vorrebbe metterla in azienda per facilitare il riavvio, invece deve travasarla all'Agenzia delle entrate». Silvia Bolla, presidente della Piccola impresa di Confindustria Venezia, è una mitragliatrice.
Il governo ha concesso alle imprese in difficoltà di pagare gli arretrati dei 3 mesi di pandemia il 16 settembre, o al massimo entro dicembre. Ma dalle scadenze di giugno non si scampa.
«Non so se il governo si rende conto che anche chi è riuscito a sopravvivere in questi mesi di lockdown e ha ancora fondi da parte, se li versa al fisco invece di metterli in azienda, rischia di chiudere. Non si vuole capire che ora ci sono i segnali di crisi, ma a ottobre la recessione esploderà. Togliere alle imprese anche le poche risorse che sono riuscite a conservare, significa condannarle a morte. Dopo la crisi del 2008 abbiamo avuto il numero più alto di suicidi in Veneto, non vogliamo ripetere questa tragica esperienza».
Quale è la soluzione?
«A me non piace la parola condono, non mi è mai piaciuta. È il momento però di una pace fiscale».
Pace fiscale ovvero saltare le scadenze di giugno?
«Significa scontare una parte delle imposte da pagare il prossimo mese e rateizzare il resto con scadenze lunghe. Chiediamo al governo di chiamarci a un tavolo per andare in questa direzione. Ho inviato ai miei associati un questionario in cui chiedo la loro opinione sul fisco: tutti mi hanno detto che vorrebbero tirare il fiato con un anno di tregua. È assurdo poi che un imprenditore rischi di essere sanzionato se non riesce a prevedere il fatturato di quest'anno che serve per pagare l'acconto delle imposte. In questa situazione, come faccio a stimare quale sarà il mio giro d'affari? Tante aziende non hanno ancora riaperto, il comparto del turismo sarà bloccato chissà per quanto tempo ancora. Io ho un'azienda di pulizie, ho riaperto ma sto ferma perché lavoro soprattutto con gli alberghi. Tanti imprenditori sono nella mia situazione. È una riapertura per modo di dire».
Dicono che un simile taglio dei tributi non sia compatibile con il bilancio dello Stato.
«Qui si tratta di decidere se garantire un futuro a tante imprese rinunciando a una parte del gettito, o destinare alla morte tanta parte del tessuto produttivo italiano. E comunque se non si riparte, gli imprenditori non potranno pagare le tasse future. Non parlo di evasione, ma di rinvio dei pagamenti. Non è preferibile, per lo Stato, avere meno soldi ma sicuri, che ancora meno e incerti? Quando le aziende che hanno zero liquidità si ritrovano a dover pagare cifre importanti al fisco, saltano. Se un'azienda chiude è un problema sociale, s'impoverisce il territorio, e lo Stato non ha più le risorse che quell'azienda prima gli garantiva. Il direttore dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha parlato di un'alta evasione e di crediti inesigibili per il 40%. Se si continuano a strizzare i contribuenti temo che questa percentuale sia destinata a crescere. Meno tasse e più comprensibili: i nostri commercialisti stanno studiando i decreti attuativi per tradurli in italiano. Ci sono cavilli incredibili».
Vuol dire che il decreto Rilancio non offre certezze?
«Proprio così. Sempre per il tema fiscale, non si sa ancora se gli avvisi bonari che scadono a maggio e giugno saranno posticipati. È sempre un correre dietro ai provvedimenti che escono l'ultimo giorno utile. E poi ci saremmo aspettati un disboscamento della burocrazia, altro costo per le imprese».
Faccia qualche esempio di mala burocrazia anche nella riapertura.
«Un associato mi ha telefonato per riferire un fatto bizzarro. Aveva partecipato a una gara telematica e l'aveva vinta. Pensava così che i tempi si sarebbero accorciati, invece sbucano le marche da bollo da consegnare di persona. Un processo veloce che si incaglia nelle marche da bollo. In banca il modulo per richiedere il credito con garanzia dello Stato è cambiato 5 volte. E poi c'è l'ecobonus con credito d'imposta al 110%, che rischia di essere un nodo scorsoio per le imprese».
Ma come: il bonus per i lavori di edilizia non dovrebbe favorire il settore e rimettere in moto i cantieri?
«Dicono che così si attiveranno lavori di miglioramento ed efficientamento energetico degli immobili a costo zero. Sono felice se ci sarà un risparmio energetico importante, però il meccanismo del credito d'imposta presenta un trabocchetto per le aziende del settore».
Che cosa non va nell'ecobonus?
«Innanzitutto, non sono ancora arrivati i decreti attuativi. Chi intende avviare i lavori è bloccato. Se saranno pubblicati entro il 19 giugno, come sembra probabile, vuol dire che i cantieri prima di luglio non aprono. Ma il problema maggiore è un altro. I privati tenderanno a cedere il credito d'imposta alle imprese. Ma queste come faranno a sobbarcarsi il credito ceduto? Questo meccanismo si può fare per un paio di clienti ma non può diventare sistematico, altrimenti l'azienda se porta tutto in detrazione non ha liquidità per pagare i fornitori. Dovrebbero intervenire anche le banche ma su questo fronte non sappiamo ancora nulla. L'incertezza è totale».
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Tolta un po' di Irap, ma rimane tutto il resto: come sopravvivere al fisco dopo l'epidemiaLa Costituzione è chiara: il gettito dev'essere proporzionale al reddito. E se l'incasso è zero, all'erario non si versa nulla. Invece tra qualche giorno si abbatterà una mazzata.Il presidente delle piccole imprese di Venezia Silvia Bolla: non bisogna togliere ancora soldi alle aziende che riapronoLo speciale contiene tre articoliMeglio non farsi illusioni, la stangata fiscale ci sarà, eccome. Quello tra giugno e settembre sarà un periodo di fuoco per le imprese: dovranno versare al fisco 50 miliardi. Stressate da tre mesi di mancato fatturato, dall'assenza di liquidità, dai litigi con le banche per l'accesso al credito, da una riapertura con prospettive incerte, l'appuntamento con il fisco sarà un incubo. Il governo ha parzialmente cancellato la rata Irap e fatto slittare al 16 settembre il pagamento delle imposte tra marzo e maggio, ma è come dare un'aspirina a un malato in coma. La pandemia che regredisce tra le persone ora fa strage di imprese. Intacca i bilanci, soffocati da una domanda che stenta a ripartire e da ordinativi ridotti al lumicino. La terapia d'emergenza con i pochi stanziamenti a fondo perduto, l'ulteriore indebitamento determinato dai crediti garantiti dallo Stato e lo spostamento del pagamento delle imposte sono palliativi. Sulla testa delle imprese grava una scure da 50 miliardi di tasse che dovranno essere pagate tra giugno e settembre con una possibile coda a metà dicembre per chi decide di rateizzare. Non c'è scampo. Così le aziende, invece di concentrarsi sulla ripresa e impiegare le risorse a disposizione per ottimizzare la produzione, dovranno svuotarsi le tasche per le imposte di inizio estate. Questo vale anche per le attività in grande difficoltà.I tributi previsti tra marzo e maggio, nei mesi di blocco totale di gran parte delle attività produttive, erano stati spostati a giugno. Si tratta di circa 20 miliardi. Tra qualche giorno, quindi, le imprese dovrebbero saldare il conto con l'Agenzia delle entrate, sommando le tasse sospese a quelle previste, di norma, per questo mese. Il governo però ha deciso di far slittare ancora, al 16 settembre, i tributi pregressi e non versati relativi al periodo di pandemia, mantenendo inalterati gli appuntamenti di giugno. È un aiuto per modo di dire, anche se il governo l'ha presentato come una boccata d'ossigeno per le attività produttive. Non tutto è oro ciò che luccica.Il blocco tributario di 3 mesi nasconde un trabocchetto. Non tutte le imprese sono riuscite a scampare ai pagamenti di marzo. Nel momento del picco della pandemia è accaduto un «piccolo» disguido normativo che ha penalizzato quelle solitamente più puntuali nel rispettare le scadenze. Lo stop fiscale di marzo avrebbe dovuto bloccare 8,7 miliardi di imposte. Invece a causa del ritardo del decreto Cura Italia, arrivato il 17 marzo, lo Stato si è assicurato entrate per 5,2 miliardi. Chi si è affrettato a pagare è stato beffato. Sono rimasti quindi sospesi 3,5 miliardi che andranno recuperati.Con il decreto Rilancio il governo ha fatto slittare al 16 settembre tutte le imposte e i versamenti sospesi nel trimestre di blocco delle attività, cioè le ritenute Irpef, le ritenute d'acconto, l'Iva e i contributi assistenziali e previdenziali. Per avere un'idea di quanto pesano, basta leggere la Relazione tecnica al decreto Liquidità in cui sono riportati gli importi. Le ritenute Irpef da saldare valgono 4,3 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 1,77 miliardi di maggio); le ritenute d'acconto 929 milioni (462 milioni di aprile e 467 di maggio) e l'Iva 5,53 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 2,59 di maggio). I contributi previdenziali e assistenziali sospesi sono pari a 8 miliardi di cui Inail 2 miliardi e Inps 6 miliardi. Si aggiungono i pagamenti degli avvisi bonari, delle cartelle esattoriali e degli accertamenti in scadenza dal 2 marzo scorso a tutto maggio. Si tratta complessivamente di oltre 22 miliardi. Il pagamento potrà avvenire in unica soluzione, il 16 settembre, o diluendolo in 4 rate di pari importo, con l'ultima in scadenza il prossimo 16 dicembre. Non tutti però potranno usufruire dello slittamento a metà settembre. Il meccanismo è rivolto solo alle imprese che sono in uno stato veramente critico. Cioè devono trovarsi in una condizione molto particolare: con un volume d'affari fino a 2 milioni di euro per i pagamenti sospesi di marzo; con fatturato inferiore a 50 milioni e un calo dei ricavi del 33%, o con volume d'affari superiore a 50 milioni e un calo del fatturato del 50% per le tasse sospese di aprile e maggio.Chi non ha la cassa così malmessa ha già pagato le imposte di aprile e maggio. E ora è alle prese con le scadenze di giugno. A questo appuntamento non possono sottrarsi nemmeno quelle aziende che, come abbiamo visto, erano in condizioni talmente critiche da essere state costrette a sospendere i pagamenti per tre mesi e per le quali c'è il nuovo termine del 16 settembre.Per avere un'idea del peso impositivo che attende gli imprenditori alla vigilia dell'estate, possiamo rifarci al gettito dell'anno scorso. Nel giugno 2019 le imprese hanno versato 4 miliardi tra saldo e acconto Irpef e 8 miliardi per l'Ires (sempre saldo e acconto). Totale 12 miliardi circa. A questi va aggiunta la prima rata dell'Imu (sospesa quest'anno per le attività ricettive), la Tasi (1 miliardo) e l'Iva (9 miliardi). Totale 29 miliardi. Questa è la scadenza più pesante. La preoccupazione riguarda anche il calcolo dell'acconto. Come si può fare una stima del fatturato di un anno nominato da grandissima incertezza? Il fisco chiuderà un occhio solo con un margine di errore del 20%. Non sarà sanzionato chi verserà almeno l'80% dell'acconto che poi si rivelerà rispondente al reale giro d'affari dell'anno. È un calcolo da equilibrista. Tutte le previsioni indicano un peggioramento netto dell'andamento dell'economia. Il Centro studi di Confindustria ha stimato un crollo del Pil per il 2020 del 9,6%.L'Irap merita un discorso a parte. La rata del 30 giugno è stata abolita ma solo per chi ha fatturato sotto 250 milioni di euro, anche se non hanno avuto un calo del giro d'affari. Circa 1.200 imprese invece la pagheranno perché hanno un giro d'affari superiore. Alcuni imprenditori hanno segnalato che lo sbianchettamento di tale imposta non è stato effettuato con un criterio di equità. L'abolizione è riconosciuta indistintamente a tutti coloro che hanno ricavi sotto i 250 milioni di ricavi. Quelle risorse si potevano utilizzare per aumentare il fondo perduto a favore di chi è in difficoltà.Da questo scenario emerge che la rateizzazione in quattro step potrebbe creare un ingolfamento dei pagamenti, zavorrando i bilanci delle aziende proprio in un momento in cui la liquidità dovrebbe essere convogliata per aiutare la ripartenza. Inoltre, resta per tutti l'impegno di giugno, sia per chi è con l'acqua alla gola sia per chi naviga sul filo del rasoio. 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O meglio ancora comprensibilissimo: se fanno fatturati così alti, cosa vogliono questi imprenditori? Non avranno mica bisogno, avranno montagne di soldi da parte, avranno evaso l'animaccia loro, avranno soldi all'estero, nel pagliaio di casa, sotto il materasso, nel caminetto finto del salotto. Ma che modo di ragionare è? Ma è mai possibile non capire una mazza dell'economia reale fino a questo punto? Se queste imprese hanno fatturato meno sono in pericolo un gran numero dei posti di lavoro, o no? Se hanno fatturato meno avranno un problema di liquidità, o no? Se hanno fatturato meno lo Stato dovrebbe gravarle meno con i tributi, o no? No, se sono ricche, tutto questo non vale. Boh. Dicevamo, tutte le altre tasse rimandate. Non cancellate. Le scadenze da marzo a giugno sono state rinviate a settembre: ritenute Irpef, ritenute d'acconto, Iva, contributi Inps e Inail (due istituti che si sono guadagnati medaglie d'oro di inefficienza e di pressapochismo, medaglie d'oro mondiali). Ma cosa vuol dire rimandare? Perché rimandarle e non cancellarle? Dietro c'è un ragionamento malato e, talvolta, ci sorge il dubbio che non ci sia nessun ragionamento proprio, una scarsa conoscenza dei principi della costituzione. Ora, la Costituzione sul punto è chiarissima. All'articolo 53 dice che i cittadini devono concorrere alle spese dello Stato in ragione della loro capacità contributiva. Cioè in relazione al loro livello di reddito. In parole povere, si devono pagare le tasse nella misura che si può, non solo perché lo Stato ce lo impone. Lo Stato, di diritto e di fatto, non può imporre tasse e tributi in una misura che è insostenibile per un contribuente. Un cittadino non deve mai essere messo di fronte all'alternativa: o pago le tasse o campo. Che sia un cittadino o un'impresa non cambia nulla. Anzi, a maggior ragione, semmai, il principio è ancora più valido per un'impresa dalla quale dipendono i redditi di diversi cittadini lavoratori. O no? Se un'impresa è stata costretta a chiudere per mesi, a causa della pandemia, che capacità contributiva avrà avuto in quei mesi? Facile risposta: zero. E quale obbligo fiscale avrà maturato? Risposta ancora più facile: nessuno. Non è che a settembre, anche se riprendesse la sua attività e tale attività andasse benissimo, maturerà una capacità contributiva per i mesi nei quali è stata chiusa. Queste cose l'avvocato del popolo - come lui stesso si definì - Giuseppe Conte dovrebbe saperle. È vero che lui è professore di diritto privato, ma qualche nozione di diritto tributario, scienza delle finanze nonché di diritto costituzionale le dovrà pur avere. Le comunichi al suo ministro dell'Economia, che si occupa anche di fisco. Non era il caso, invece di disperdere in mille rivoli i soldi della manovra, comprese le biciclette e i monopattini, concentrarsi su tasse e contributi a fondo perduto universali? E le scadenze del 16 giugno: Ires, Imu, Tasi, Tobin tax, imposte dirette relative alla dichiarazione del 2020? A oggi son lì e, vista la parziale riapertura, non vorremmo che rimanessero lì immutate. Se non hanno tolto di mezzo quelle relative ai peggiori mesi della crisi, figuratevi queste. Il fatto che non è digeribile è il seguente: quando è lo Stato a rivendicare i suoi diritti fiscali, il dovere fiscale dei cittadini è fatto rispettare con una durezza fondamentalista, indipendentemente da tutto e da tutti. Quando in gioco sono i diritti tributari dei cittadini, allora si ragiona come se fossero diritti di serie B, inferiori, a disposizione del potere pubblico. 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Silvia Bolla, presidente della Piccola impresa di Confindustria Venezia, è una mitragliatrice. Il governo ha concesso alle imprese in difficoltà di pagare gli arretrati dei 3 mesi di pandemia il 16 settembre, o al massimo entro dicembre. Ma dalle scadenze di giugno non si scampa. «Non so se il governo si rende conto che anche chi è riuscito a sopravvivere in questi mesi di lockdown e ha ancora fondi da parte, se li versa al fisco invece di metterli in azienda, rischia di chiudere. Non si vuole capire che ora ci sono i segnali di crisi, ma a ottobre la recessione esploderà. Togliere alle imprese anche le poche risorse che sono riuscite a conservare, significa condannarle a morte. Dopo la crisi del 2008 abbiamo avuto il numero più alto di suicidi in Veneto, non vogliamo ripetere questa tragica esperienza». Quale è la soluzione? «A me non piace la parola condono, non mi è mai piaciuta. È il momento però di una pace fiscale». Pace fiscale ovvero saltare le scadenze di giugno? «Significa scontare una parte delle imposte da pagare il prossimo mese e rateizzare il resto con scadenze lunghe. Chiediamo al governo di chiamarci a un tavolo per andare in questa direzione. Ho inviato ai miei associati un questionario in cui chiedo la loro opinione sul fisco: tutti mi hanno detto che vorrebbero tirare il fiato con un anno di tregua. È assurdo poi che un imprenditore rischi di essere sanzionato se non riesce a prevedere il fatturato di quest'anno che serve per pagare l'acconto delle imposte. In questa situazione, come faccio a stimare quale sarà il mio giro d'affari? Tante aziende non hanno ancora riaperto, il comparto del turismo sarà bloccato chissà per quanto tempo ancora. Io ho un'azienda di pulizie, ho riaperto ma sto ferma perché lavoro soprattutto con gli alberghi. Tanti imprenditori sono nella mia situazione. È una riapertura per modo di dire». Dicono che un simile taglio dei tributi non sia compatibile con il bilancio dello Stato. «Qui si tratta di decidere se garantire un futuro a tante imprese rinunciando a una parte del gettito, o destinare alla morte tanta parte del tessuto produttivo italiano. E comunque se non si riparte, gli imprenditori non potranno pagare le tasse future. Non parlo di evasione, ma di rinvio dei pagamenti. Non è preferibile, per lo Stato, avere meno soldi ma sicuri, che ancora meno e incerti? Quando le aziende che hanno zero liquidità si ritrovano a dover pagare cifre importanti al fisco, saltano. Se un'azienda chiude è un problema sociale, s'impoverisce il territorio, e lo Stato non ha più le risorse che quell'azienda prima gli garantiva. Il direttore dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha parlato di un'alta evasione e di crediti inesigibili per il 40%. Se si continuano a strizzare i contribuenti temo che questa percentuale sia destinata a crescere. Meno tasse e più comprensibili: i nostri commercialisti stanno studiando i decreti attuativi per tradurli in italiano. Ci sono cavilli incredibili». Vuol dire che il decreto Rilancio non offre certezze? «Proprio così. Sempre per il tema fiscale, non si sa ancora se gli avvisi bonari che scadono a maggio e giugno saranno posticipati. È sempre un correre dietro ai provvedimenti che escono l'ultimo giorno utile. E poi ci saremmo aspettati un disboscamento della burocrazia, altro costo per le imprese». Faccia qualche esempio di mala burocrazia anche nella riapertura. «Un associato mi ha telefonato per riferire un fatto bizzarro. Aveva partecipato a una gara telematica e l'aveva vinta. Pensava così che i tempi si sarebbero accorciati, invece sbucano le marche da bollo da consegnare di persona. Un processo veloce che si incaglia nelle marche da bollo. In banca il modulo per richiedere il credito con garanzia dello Stato è cambiato 5 volte. E poi c'è l'ecobonus con credito d'imposta al 110%, che rischia di essere un nodo scorsoio per le imprese». Ma come: il bonus per i lavori di edilizia non dovrebbe favorire il settore e rimettere in moto i cantieri? «Dicono che così si attiveranno lavori di miglioramento ed efficientamento energetico degli immobili a costo zero. Sono felice se ci sarà un risparmio energetico importante, però il meccanismo del credito d'imposta presenta un trabocchetto per le aziende del settore». Che cosa non va nell'ecobonus? «Innanzitutto, non sono ancora arrivati i decreti attuativi. Chi intende avviare i lavori è bloccato. Se saranno pubblicati entro il 19 giugno, come sembra probabile, vuol dire che i cantieri prima di luglio non aprono. Ma il problema maggiore è un altro. I privati tenderanno a cedere il credito d'imposta alle imprese. Ma queste come faranno a sobbarcarsi il credito ceduto? Questo meccanismo si può fare per un paio di clienti ma non può diventare sistematico, altrimenti l'azienda se porta tutto in detrazione non ha liquidità per pagare i fornitori. Dovrebbero intervenire anche le banche ma su questo fronte non sappiamo ancora nulla. L'incertezza è totale».
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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