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2020-06-01
Arriva l’ondata di tasse. Incostituzionale
Ansa
Meglio non farsi illusioni, la stangata fiscale ci sarà, eccome. Quello tra giugno e settembre sarà un periodo di fuoco per le imprese: dovranno versare al fisco 50 miliardi. Stressate da tre mesi di mancato fatturato, dall'assenza di liquidità, dai litigi con le banche per l'accesso al credito, da una riapertura con prospettive incerte, l'appuntamento con il fisco sarà un incubo. Il governo ha parzialmente cancellato la rata Irap e fatto slittare al 16 settembre il pagamento delle imposte tra marzo e maggio, ma è come dare un'aspirina a un malato in coma. La pandemia che regredisce tra le persone ora fa strage di imprese. Intacca i bilanci, soffocati da una domanda che stenta a ripartire e da ordinativi ridotti al lumicino. La terapia d'emergenza con i pochi stanziamenti a fondo perduto, l'ulteriore indebitamento determinato dai crediti garantiti dallo Stato e lo spostamento del pagamento delle imposte sono palliativi.
Sulla testa delle imprese grava una scure da 50 miliardi di tasse che dovranno essere pagate tra giugno e settembre con una possibile coda a metà dicembre per chi decide di rateizzare. Non c'è scampo. Così le aziende, invece di concentrarsi sulla ripresa e impiegare le risorse a disposizione per ottimizzare la produzione, dovranno svuotarsi le tasche per le imposte di inizio estate. Questo vale anche per le attività in grande difficoltà.
I tributi previsti tra marzo e maggio, nei mesi di blocco totale di gran parte delle attività produttive, erano stati spostati a giugno. Si tratta di circa 20 miliardi. Tra qualche giorno, quindi, le imprese dovrebbero saldare il conto con l'Agenzia delle entrate, sommando le tasse sospese a quelle previste, di norma, per questo mese. Il governo però ha deciso di far slittare ancora, al 16 settembre, i tributi pregressi e non versati relativi al periodo di pandemia, mantenendo inalterati gli appuntamenti di giugno. È un aiuto per modo di dire, anche se il governo l'ha presentato come una boccata d'ossigeno per le attività produttive. Non tutto è oro ciò che luccica.
Il blocco tributario di 3 mesi nasconde un trabocchetto. Non tutte le imprese sono riuscite a scampare ai pagamenti di marzo. Nel momento del picco della pandemia è accaduto un «piccolo» disguido normativo che ha penalizzato quelle solitamente più puntuali nel rispettare le scadenze. Lo stop fiscale di marzo avrebbe dovuto bloccare 8,7 miliardi di imposte. Invece a causa del ritardo del decreto Cura Italia, arrivato il 17 marzo, lo Stato si è assicurato entrate per 5,2 miliardi. Chi si è affrettato a pagare è stato beffato. Sono rimasti quindi sospesi 3,5 miliardi che andranno recuperati.
Con il decreto Rilancio il governo ha fatto slittare al 16 settembre tutte le imposte e i versamenti sospesi nel trimestre di blocco delle attività, cioè le ritenute Irpef, le ritenute d'acconto, l'Iva e i contributi assistenziali e previdenziali. Per avere un'idea di quanto pesano, basta leggere la Relazione tecnica al decreto Liquidità in cui sono riportati gli importi. Le ritenute Irpef da saldare valgono 4,3 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 1,77 miliardi di maggio); le ritenute d'acconto 929 milioni (462 milioni di aprile e 467 di maggio) e l'Iva 5,53 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 2,59 di maggio). I contributi previdenziali e assistenziali sospesi sono pari a 8 miliardi di cui Inail 2 miliardi e Inps 6 miliardi. Si aggiungono i pagamenti degli avvisi bonari, delle cartelle esattoriali e degli accertamenti in scadenza dal 2 marzo scorso a tutto maggio. Si tratta complessivamente di oltre 22 miliardi. Il pagamento potrà avvenire in unica soluzione, il 16 settembre, o diluendolo in 4 rate di pari importo, con l'ultima in scadenza il prossimo 16 dicembre.
Non tutti però potranno usufruire dello slittamento a metà settembre. Il meccanismo è rivolto solo alle imprese che sono in uno stato veramente critico. Cioè devono trovarsi in una condizione molto particolare: con un volume d'affari fino a 2 milioni di euro per i pagamenti sospesi di marzo; con fatturato inferiore a 50 milioni e un calo dei ricavi del 33%, o con volume d'affari superiore a 50 milioni e un calo del fatturato del 50% per le tasse sospese di aprile e maggio.
Chi non ha la cassa così malmessa ha già pagato le imposte di aprile e maggio. E ora è alle prese con le scadenze di giugno. A questo appuntamento non possono sottrarsi nemmeno quelle aziende che, come abbiamo visto, erano in condizioni talmente critiche da essere state costrette a sospendere i pagamenti per tre mesi e per le quali c'è il nuovo termine del 16 settembre.
Per avere un'idea del peso impositivo che attende gli imprenditori alla vigilia dell'estate, possiamo rifarci al gettito dell'anno scorso.
Nel giugno 2019 le imprese hanno versato 4 miliardi tra saldo e acconto Irpef e 8 miliardi per l'Ires (sempre saldo e acconto). Totale 12 miliardi circa. A questi va aggiunta la prima rata dell'Imu (sospesa quest'anno per le attività ricettive), la Tasi (1 miliardo) e l'Iva (9 miliardi). Totale 29 miliardi. Questa è la scadenza più pesante.
La preoccupazione riguarda anche il calcolo dell'acconto. Come si può fare una stima del fatturato di un anno nominato da grandissima incertezza? Il fisco chiuderà un occhio solo con un margine di errore del 20%. Non sarà sanzionato chi verserà almeno l'80% dell'acconto che poi si rivelerà rispondente al reale giro d'affari dell'anno. È un calcolo da equilibrista. Tutte le previsioni indicano un peggioramento netto dell'andamento dell'economia. Il Centro studi di Confindustria ha stimato un crollo del Pil per il 2020 del 9,6%.
L'Irap merita un discorso a parte. La rata del 30 giugno è stata abolita ma solo per chi ha fatturato sotto 250 milioni di euro, anche se non hanno avuto un calo del giro d'affari. Circa 1.200 imprese invece la pagheranno perché hanno un giro d'affari superiore. Alcuni imprenditori hanno segnalato che lo sbianchettamento di tale imposta non è stato effettuato con un criterio di equità. L'abolizione è riconosciuta indistintamente a tutti coloro che hanno ricavi sotto i 250 milioni di ricavi. Quelle risorse si potevano utilizzare per aumentare il fondo perduto a favore di chi è in difficoltà.
Da questo scenario emerge che la rateizzazione in quattro step potrebbe creare un ingolfamento dei pagamenti, zavorrando i bilanci delle aziende proprio in un momento in cui la liquidità dovrebbe essere convogliata per aiutare la ripartenza. Inoltre, resta per tutti l'impegno di giugno, sia per chi è con l'acqua alla gola sia per chi naviga sul filo del rasoio. C'è il rischio che aumenti l'evasione come scelta obbligata per sopravvivere.
Se per mesi non si guadagna non è giusto pagare i tributi
Le tasse non sono state cancellate, come spesso si sente dire, sono state solo rinviate. Non si pagano ora - e ci mancherebbe altro - si pagheranno più avanti. L'unica cancellata è la rata Irap del 30 giugno (saldo 2019 e acconto 2020) soltanto per chi ha un fatturato inferiore a 250 milioni. Le grandi imprese, anche se hanno subito gravi cali di fatturato, non avranno alcuna sospensione. Motivo? Non detto o, meglio, incomprensibile. O meglio ancora comprensibilissimo: se fanno fatturati così alti, cosa vogliono questi imprenditori? Non avranno mica bisogno, avranno montagne di soldi da parte, avranno evaso l'animaccia loro, avranno soldi all'estero, nel pagliaio di casa, sotto il materasso, nel caminetto finto del salotto. Ma che modo di ragionare è? Ma è mai possibile non capire una mazza dell'economia reale fino a questo punto? Se queste imprese hanno fatturato meno sono in pericolo un gran numero dei posti di lavoro, o no? Se hanno fatturato meno avranno un problema di liquidità, o no? Se hanno fatturato meno lo Stato dovrebbe gravarle meno con i tributi, o no? No, se sono ricche, tutto questo non vale. Boh.
Dicevamo, tutte le altre tasse rimandate. Non cancellate. Le scadenze da marzo a giugno sono state rinviate a settembre: ritenute Irpef, ritenute d'acconto, Iva, contributi Inps e Inail (due istituti che si sono guadagnati medaglie d'oro di inefficienza e di pressapochismo, medaglie d'oro mondiali). Ma cosa vuol dire rimandare? Perché rimandarle e non cancellarle? Dietro c'è un ragionamento malato e, talvolta, ci sorge il dubbio che non ci sia nessun ragionamento proprio, una scarsa conoscenza dei principi della costituzione.
Ora, la Costituzione sul punto è chiarissima. All'articolo 53 dice che i cittadini devono concorrere alle spese dello Stato in ragione della loro capacità contributiva. Cioè in relazione al loro livello di reddito. In parole povere, si devono pagare le tasse nella misura che si può, non solo perché lo Stato ce lo impone. Lo Stato, di diritto e di fatto, non può imporre tasse e tributi in una misura che è insostenibile per un contribuente. Un cittadino non deve mai essere messo di fronte all'alternativa: o pago le tasse o campo. Che sia un cittadino o un'impresa non cambia nulla. Anzi, a maggior ragione, semmai, il principio è ancora più valido per un'impresa dalla quale dipendono i redditi di diversi cittadini lavoratori. O no?
Se un'impresa è stata costretta a chiudere per mesi, a causa della pandemia, che capacità contributiva avrà avuto in quei mesi? Facile risposta: zero. E quale obbligo fiscale avrà maturato? Risposta ancora più facile: nessuno. Non è che a settembre, anche se riprendesse la sua attività e tale attività andasse benissimo, maturerà una capacità contributiva per i mesi nei quali è stata chiusa. Queste cose l'avvocato del popolo - come lui stesso si definì - Giuseppe Conte dovrebbe saperle. È vero che lui è professore di diritto privato, ma qualche nozione di diritto tributario, scienza delle finanze nonché di diritto costituzionale le dovrà pur avere. Le comunichi al suo ministro dell'Economia, che si occupa anche di fisco.
Non era il caso, invece di disperdere in mille rivoli i soldi della manovra, comprese le biciclette e i monopattini, concentrarsi su tasse e contributi a fondo perduto universali? E le scadenze del 16 giugno: Ires, Imu, Tasi, Tobin tax, imposte dirette relative alla dichiarazione del 2020? A oggi son lì e, vista la parziale riapertura, non vorremmo che rimanessero lì immutate. Se non hanno tolto di mezzo quelle relative ai peggiori mesi della crisi, figuratevi queste.
Il fatto che non è digeribile è il seguente: quando è lo Stato a rivendicare i suoi diritti fiscali, il dovere fiscale dei cittadini è fatto rispettare con una durezza fondamentalista, indipendentemente da tutto e da tutti. Quando in gioco sono i diritti tributari dei cittadini, allora si ragiona come se fossero diritti di serie B, inferiori, a disposizione del potere pubblico. Il virus delle tasse, in questo Paese, è il più resistente di tutti.
«Sconti sulle imposte e scadenze più lunghe»
«Pensate a un'impresa che dopo essere stata ferma per tre mesi stenta a ripartire, ha il fatturato azzerato e si trova a dover affrontare l'appuntamento fiscale di giugno. È vero che le tasse sospese da marzo a maggio sono state rinviate a settembre, ma non è che di qui a qualche mese la situazione migliorerà tanto. E poi comunque lo scoglio di giugno è un macigno. Chi ha un po' di liquidità vorrebbe metterla in azienda per facilitare il riavvio, invece deve travasarla all'Agenzia delle entrate». Silvia Bolla, presidente della Piccola impresa di Confindustria Venezia, è una mitragliatrice.
Il governo ha concesso alle imprese in difficoltà di pagare gli arretrati dei 3 mesi di pandemia il 16 settembre, o al massimo entro dicembre. Ma dalle scadenze di giugno non si scampa.
«Non so se il governo si rende conto che anche chi è riuscito a sopravvivere in questi mesi di lockdown e ha ancora fondi da parte, se li versa al fisco invece di metterli in azienda, rischia di chiudere. Non si vuole capire che ora ci sono i segnali di crisi, ma a ottobre la recessione esploderà. Togliere alle imprese anche le poche risorse che sono riuscite a conservare, significa condannarle a morte. Dopo la crisi del 2008 abbiamo avuto il numero più alto di suicidi in Veneto, non vogliamo ripetere questa tragica esperienza».
Quale è la soluzione?
«A me non piace la parola condono, non mi è mai piaciuta. È il momento però di una pace fiscale».
Pace fiscale ovvero saltare le scadenze di giugno?
«Significa scontare una parte delle imposte da pagare il prossimo mese e rateizzare il resto con scadenze lunghe. Chiediamo al governo di chiamarci a un tavolo per andare in questa direzione. Ho inviato ai miei associati un questionario in cui chiedo la loro opinione sul fisco: tutti mi hanno detto che vorrebbero tirare il fiato con un anno di tregua. È assurdo poi che un imprenditore rischi di essere sanzionato se non riesce a prevedere il fatturato di quest'anno che serve per pagare l'acconto delle imposte. In questa situazione, come faccio a stimare quale sarà il mio giro d'affari? Tante aziende non hanno ancora riaperto, il comparto del turismo sarà bloccato chissà per quanto tempo ancora. Io ho un'azienda di pulizie, ho riaperto ma sto ferma perché lavoro soprattutto con gli alberghi. Tanti imprenditori sono nella mia situazione. È una riapertura per modo di dire».
Dicono che un simile taglio dei tributi non sia compatibile con il bilancio dello Stato.
«Qui si tratta di decidere se garantire un futuro a tante imprese rinunciando a una parte del gettito, o destinare alla morte tanta parte del tessuto produttivo italiano. E comunque se non si riparte, gli imprenditori non potranno pagare le tasse future. Non parlo di evasione, ma di rinvio dei pagamenti. Non è preferibile, per lo Stato, avere meno soldi ma sicuri, che ancora meno e incerti? Quando le aziende che hanno zero liquidità si ritrovano a dover pagare cifre importanti al fisco, saltano. Se un'azienda chiude è un problema sociale, s'impoverisce il territorio, e lo Stato non ha più le risorse che quell'azienda prima gli garantiva. Il direttore dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha parlato di un'alta evasione e di crediti inesigibili per il 40%. Se si continuano a strizzare i contribuenti temo che questa percentuale sia destinata a crescere. Meno tasse e più comprensibili: i nostri commercialisti stanno studiando i decreti attuativi per tradurli in italiano. Ci sono cavilli incredibili».
Vuol dire che il decreto Rilancio non offre certezze?
«Proprio così. Sempre per il tema fiscale, non si sa ancora se gli avvisi bonari che scadono a maggio e giugno saranno posticipati. È sempre un correre dietro ai provvedimenti che escono l'ultimo giorno utile. E poi ci saremmo aspettati un disboscamento della burocrazia, altro costo per le imprese».
Faccia qualche esempio di mala burocrazia anche nella riapertura.
«Un associato mi ha telefonato per riferire un fatto bizzarro. Aveva partecipato a una gara telematica e l'aveva vinta. Pensava così che i tempi si sarebbero accorciati, invece sbucano le marche da bollo da consegnare di persona. Un processo veloce che si incaglia nelle marche da bollo. In banca il modulo per richiedere il credito con garanzia dello Stato è cambiato 5 volte. E poi c'è l'ecobonus con credito d'imposta al 110%, che rischia di essere un nodo scorsoio per le imprese».
Ma come: il bonus per i lavori di edilizia non dovrebbe favorire il settore e rimettere in moto i cantieri?
«Dicono che così si attiveranno lavori di miglioramento ed efficientamento energetico degli immobili a costo zero. Sono felice se ci sarà un risparmio energetico importante, però il meccanismo del credito d'imposta presenta un trabocchetto per le aziende del settore».
Che cosa non va nell'ecobonus?
«Innanzitutto, non sono ancora arrivati i decreti attuativi. Chi intende avviare i lavori è bloccato. Se saranno pubblicati entro il 19 giugno, come sembra probabile, vuol dire che i cantieri prima di luglio non aprono. Ma il problema maggiore è un altro. I privati tenderanno a cedere il credito d'imposta alle imprese. Ma queste come faranno a sobbarcarsi il credito ceduto? Questo meccanismo si può fare per un paio di clienti ma non può diventare sistematico, altrimenti l'azienda se porta tutto in detrazione non ha liquidità per pagare i fornitori. Dovrebbero intervenire anche le banche ma su questo fronte non sappiamo ancora nulla. L'incertezza è totale».
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Tolta un po' di Irap, ma rimane tutto il resto: come sopravvivere al fisco dopo l'epidemiaLa Costituzione è chiara: il gettito dev'essere proporzionale al reddito. E se l'incasso è zero, all'erario non si versa nulla. Invece tra qualche giorno si abbatterà una mazzata.Il presidente delle piccole imprese di Venezia Silvia Bolla: non bisogna togliere ancora soldi alle aziende che riapronoLo speciale contiene tre articoliMeglio non farsi illusioni, la stangata fiscale ci sarà, eccome. Quello tra giugno e settembre sarà un periodo di fuoco per le imprese: dovranno versare al fisco 50 miliardi. Stressate da tre mesi di mancato fatturato, dall'assenza di liquidità, dai litigi con le banche per l'accesso al credito, da una riapertura con prospettive incerte, l'appuntamento con il fisco sarà un incubo. Il governo ha parzialmente cancellato la rata Irap e fatto slittare al 16 settembre il pagamento delle imposte tra marzo e maggio, ma è come dare un'aspirina a un malato in coma. La pandemia che regredisce tra le persone ora fa strage di imprese. Intacca i bilanci, soffocati da una domanda che stenta a ripartire e da ordinativi ridotti al lumicino. La terapia d'emergenza con i pochi stanziamenti a fondo perduto, l'ulteriore indebitamento determinato dai crediti garantiti dallo Stato e lo spostamento del pagamento delle imposte sono palliativi. Sulla testa delle imprese grava una scure da 50 miliardi di tasse che dovranno essere pagate tra giugno e settembre con una possibile coda a metà dicembre per chi decide di rateizzare. Non c'è scampo. Così le aziende, invece di concentrarsi sulla ripresa e impiegare le risorse a disposizione per ottimizzare la produzione, dovranno svuotarsi le tasche per le imposte di inizio estate. Questo vale anche per le attività in grande difficoltà.I tributi previsti tra marzo e maggio, nei mesi di blocco totale di gran parte delle attività produttive, erano stati spostati a giugno. Si tratta di circa 20 miliardi. Tra qualche giorno, quindi, le imprese dovrebbero saldare il conto con l'Agenzia delle entrate, sommando le tasse sospese a quelle previste, di norma, per questo mese. Il governo però ha deciso di far slittare ancora, al 16 settembre, i tributi pregressi e non versati relativi al periodo di pandemia, mantenendo inalterati gli appuntamenti di giugno. È un aiuto per modo di dire, anche se il governo l'ha presentato come una boccata d'ossigeno per le attività produttive. Non tutto è oro ciò che luccica.Il blocco tributario di 3 mesi nasconde un trabocchetto. Non tutte le imprese sono riuscite a scampare ai pagamenti di marzo. Nel momento del picco della pandemia è accaduto un «piccolo» disguido normativo che ha penalizzato quelle solitamente più puntuali nel rispettare le scadenze. Lo stop fiscale di marzo avrebbe dovuto bloccare 8,7 miliardi di imposte. Invece a causa del ritardo del decreto Cura Italia, arrivato il 17 marzo, lo Stato si è assicurato entrate per 5,2 miliardi. Chi si è affrettato a pagare è stato beffato. Sono rimasti quindi sospesi 3,5 miliardi che andranno recuperati.Con il decreto Rilancio il governo ha fatto slittare al 16 settembre tutte le imposte e i versamenti sospesi nel trimestre di blocco delle attività, cioè le ritenute Irpef, le ritenute d'acconto, l'Iva e i contributi assistenziali e previdenziali. Per avere un'idea di quanto pesano, basta leggere la Relazione tecnica al decreto Liquidità in cui sono riportati gli importi. Le ritenute Irpef da saldare valgono 4,3 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 1,77 miliardi di maggio); le ritenute d'acconto 929 milioni (462 milioni di aprile e 467 di maggio) e l'Iva 5,53 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 2,59 di maggio). I contributi previdenziali e assistenziali sospesi sono pari a 8 miliardi di cui Inail 2 miliardi e Inps 6 miliardi. Si aggiungono i pagamenti degli avvisi bonari, delle cartelle esattoriali e degli accertamenti in scadenza dal 2 marzo scorso a tutto maggio. Si tratta complessivamente di oltre 22 miliardi. Il pagamento potrà avvenire in unica soluzione, il 16 settembre, o diluendolo in 4 rate di pari importo, con l'ultima in scadenza il prossimo 16 dicembre. Non tutti però potranno usufruire dello slittamento a metà settembre. Il meccanismo è rivolto solo alle imprese che sono in uno stato veramente critico. Cioè devono trovarsi in una condizione molto particolare: con un volume d'affari fino a 2 milioni di euro per i pagamenti sospesi di marzo; con fatturato inferiore a 50 milioni e un calo dei ricavi del 33%, o con volume d'affari superiore a 50 milioni e un calo del fatturato del 50% per le tasse sospese di aprile e maggio.Chi non ha la cassa così malmessa ha già pagato le imposte di aprile e maggio. E ora è alle prese con le scadenze di giugno. A questo appuntamento non possono sottrarsi nemmeno quelle aziende che, come abbiamo visto, erano in condizioni talmente critiche da essere state costrette a sospendere i pagamenti per tre mesi e per le quali c'è il nuovo termine del 16 settembre.Per avere un'idea del peso impositivo che attende gli imprenditori alla vigilia dell'estate, possiamo rifarci al gettito dell'anno scorso. Nel giugno 2019 le imprese hanno versato 4 miliardi tra saldo e acconto Irpef e 8 miliardi per l'Ires (sempre saldo e acconto). Totale 12 miliardi circa. A questi va aggiunta la prima rata dell'Imu (sospesa quest'anno per le attività ricettive), la Tasi (1 miliardo) e l'Iva (9 miliardi). Totale 29 miliardi. Questa è la scadenza più pesante. La preoccupazione riguarda anche il calcolo dell'acconto. Come si può fare una stima del fatturato di un anno nominato da grandissima incertezza? Il fisco chiuderà un occhio solo con un margine di errore del 20%. Non sarà sanzionato chi verserà almeno l'80% dell'acconto che poi si rivelerà rispondente al reale giro d'affari dell'anno. È un calcolo da equilibrista. Tutte le previsioni indicano un peggioramento netto dell'andamento dell'economia. Il Centro studi di Confindustria ha stimato un crollo del Pil per il 2020 del 9,6%.L'Irap merita un discorso a parte. La rata del 30 giugno è stata abolita ma solo per chi ha fatturato sotto 250 milioni di euro, anche se non hanno avuto un calo del giro d'affari. Circa 1.200 imprese invece la pagheranno perché hanno un giro d'affari superiore. Alcuni imprenditori hanno segnalato che lo sbianchettamento di tale imposta non è stato effettuato con un criterio di equità. L'abolizione è riconosciuta indistintamente a tutti coloro che hanno ricavi sotto i 250 milioni di ricavi. Quelle risorse si potevano utilizzare per aumentare il fondo perduto a favore di chi è in difficoltà.Da questo scenario emerge che la rateizzazione in quattro step potrebbe creare un ingolfamento dei pagamenti, zavorrando i bilanci delle aziende proprio in un momento in cui la liquidità dovrebbe essere convogliata per aiutare la ripartenza. Inoltre, resta per tutti l'impegno di giugno, sia per chi è con l'acqua alla gola sia per chi naviga sul filo del rasoio. 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O meglio ancora comprensibilissimo: se fanno fatturati così alti, cosa vogliono questi imprenditori? Non avranno mica bisogno, avranno montagne di soldi da parte, avranno evaso l'animaccia loro, avranno soldi all'estero, nel pagliaio di casa, sotto il materasso, nel caminetto finto del salotto. Ma che modo di ragionare è? Ma è mai possibile non capire una mazza dell'economia reale fino a questo punto? Se queste imprese hanno fatturato meno sono in pericolo un gran numero dei posti di lavoro, o no? Se hanno fatturato meno avranno un problema di liquidità, o no? Se hanno fatturato meno lo Stato dovrebbe gravarle meno con i tributi, o no? No, se sono ricche, tutto questo non vale. Boh. Dicevamo, tutte le altre tasse rimandate. Non cancellate. Le scadenze da marzo a giugno sono state rinviate a settembre: ritenute Irpef, ritenute d'acconto, Iva, contributi Inps e Inail (due istituti che si sono guadagnati medaglie d'oro di inefficienza e di pressapochismo, medaglie d'oro mondiali). Ma cosa vuol dire rimandare? Perché rimandarle e non cancellarle? Dietro c'è un ragionamento malato e, talvolta, ci sorge il dubbio che non ci sia nessun ragionamento proprio, una scarsa conoscenza dei principi della costituzione. Ora, la Costituzione sul punto è chiarissima. All'articolo 53 dice che i cittadini devono concorrere alle spese dello Stato in ragione della loro capacità contributiva. Cioè in relazione al loro livello di reddito. In parole povere, si devono pagare le tasse nella misura che si può, non solo perché lo Stato ce lo impone. Lo Stato, di diritto e di fatto, non può imporre tasse e tributi in una misura che è insostenibile per un contribuente. Un cittadino non deve mai essere messo di fronte all'alternativa: o pago le tasse o campo. Che sia un cittadino o un'impresa non cambia nulla. Anzi, a maggior ragione, semmai, il principio è ancora più valido per un'impresa dalla quale dipendono i redditi di diversi cittadini lavoratori. O no? Se un'impresa è stata costretta a chiudere per mesi, a causa della pandemia, che capacità contributiva avrà avuto in quei mesi? Facile risposta: zero. E quale obbligo fiscale avrà maturato? Risposta ancora più facile: nessuno. Non è che a settembre, anche se riprendesse la sua attività e tale attività andasse benissimo, maturerà una capacità contributiva per i mesi nei quali è stata chiusa. Queste cose l'avvocato del popolo - come lui stesso si definì - Giuseppe Conte dovrebbe saperle. È vero che lui è professore di diritto privato, ma qualche nozione di diritto tributario, scienza delle finanze nonché di diritto costituzionale le dovrà pur avere. Le comunichi al suo ministro dell'Economia, che si occupa anche di fisco. Non era il caso, invece di disperdere in mille rivoli i soldi della manovra, comprese le biciclette e i monopattini, concentrarsi su tasse e contributi a fondo perduto universali? E le scadenze del 16 giugno: Ires, Imu, Tasi, Tobin tax, imposte dirette relative alla dichiarazione del 2020? A oggi son lì e, vista la parziale riapertura, non vorremmo che rimanessero lì immutate. Se non hanno tolto di mezzo quelle relative ai peggiori mesi della crisi, figuratevi queste. Il fatto che non è digeribile è il seguente: quando è lo Stato a rivendicare i suoi diritti fiscali, il dovere fiscale dei cittadini è fatto rispettare con una durezza fondamentalista, indipendentemente da tutto e da tutti. Quando in gioco sono i diritti tributari dei cittadini, allora si ragiona come se fossero diritti di serie B, inferiori, a disposizione del potere pubblico. 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Silvia Bolla, presidente della Piccola impresa di Confindustria Venezia, è una mitragliatrice. Il governo ha concesso alle imprese in difficoltà di pagare gli arretrati dei 3 mesi di pandemia il 16 settembre, o al massimo entro dicembre. Ma dalle scadenze di giugno non si scampa. «Non so se il governo si rende conto che anche chi è riuscito a sopravvivere in questi mesi di lockdown e ha ancora fondi da parte, se li versa al fisco invece di metterli in azienda, rischia di chiudere. Non si vuole capire che ora ci sono i segnali di crisi, ma a ottobre la recessione esploderà. Togliere alle imprese anche le poche risorse che sono riuscite a conservare, significa condannarle a morte. Dopo la crisi del 2008 abbiamo avuto il numero più alto di suicidi in Veneto, non vogliamo ripetere questa tragica esperienza». Quale è la soluzione? «A me non piace la parola condono, non mi è mai piaciuta. È il momento però di una pace fiscale». Pace fiscale ovvero saltare le scadenze di giugno? «Significa scontare una parte delle imposte da pagare il prossimo mese e rateizzare il resto con scadenze lunghe. Chiediamo al governo di chiamarci a un tavolo per andare in questa direzione. Ho inviato ai miei associati un questionario in cui chiedo la loro opinione sul fisco: tutti mi hanno detto che vorrebbero tirare il fiato con un anno di tregua. È assurdo poi che un imprenditore rischi di essere sanzionato se non riesce a prevedere il fatturato di quest'anno che serve per pagare l'acconto delle imposte. In questa situazione, come faccio a stimare quale sarà il mio giro d'affari? Tante aziende non hanno ancora riaperto, il comparto del turismo sarà bloccato chissà per quanto tempo ancora. Io ho un'azienda di pulizie, ho riaperto ma sto ferma perché lavoro soprattutto con gli alberghi. Tanti imprenditori sono nella mia situazione. È una riapertura per modo di dire». Dicono che un simile taglio dei tributi non sia compatibile con il bilancio dello Stato. «Qui si tratta di decidere se garantire un futuro a tante imprese rinunciando a una parte del gettito, o destinare alla morte tanta parte del tessuto produttivo italiano. E comunque se non si riparte, gli imprenditori non potranno pagare le tasse future. Non parlo di evasione, ma di rinvio dei pagamenti. Non è preferibile, per lo Stato, avere meno soldi ma sicuri, che ancora meno e incerti? Quando le aziende che hanno zero liquidità si ritrovano a dover pagare cifre importanti al fisco, saltano. Se un'azienda chiude è un problema sociale, s'impoverisce il territorio, e lo Stato non ha più le risorse che quell'azienda prima gli garantiva. Il direttore dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha parlato di un'alta evasione e di crediti inesigibili per il 40%. Se si continuano a strizzare i contribuenti temo che questa percentuale sia destinata a crescere. Meno tasse e più comprensibili: i nostri commercialisti stanno studiando i decreti attuativi per tradurli in italiano. Ci sono cavilli incredibili». Vuol dire che il decreto Rilancio non offre certezze? «Proprio così. Sempre per il tema fiscale, non si sa ancora se gli avvisi bonari che scadono a maggio e giugno saranno posticipati. È sempre un correre dietro ai provvedimenti che escono l'ultimo giorno utile. E poi ci saremmo aspettati un disboscamento della burocrazia, altro costo per le imprese». Faccia qualche esempio di mala burocrazia anche nella riapertura. «Un associato mi ha telefonato per riferire un fatto bizzarro. Aveva partecipato a una gara telematica e l'aveva vinta. Pensava così che i tempi si sarebbero accorciati, invece sbucano le marche da bollo da consegnare di persona. Un processo veloce che si incaglia nelle marche da bollo. In banca il modulo per richiedere il credito con garanzia dello Stato è cambiato 5 volte. E poi c'è l'ecobonus con credito d'imposta al 110%, che rischia di essere un nodo scorsoio per le imprese». Ma come: il bonus per i lavori di edilizia non dovrebbe favorire il settore e rimettere in moto i cantieri? «Dicono che così si attiveranno lavori di miglioramento ed efficientamento energetico degli immobili a costo zero. Sono felice se ci sarà un risparmio energetico importante, però il meccanismo del credito d'imposta presenta un trabocchetto per le aziende del settore». Che cosa non va nell'ecobonus? «Innanzitutto, non sono ancora arrivati i decreti attuativi. Chi intende avviare i lavori è bloccato. Se saranno pubblicati entro il 19 giugno, come sembra probabile, vuol dire che i cantieri prima di luglio non aprono. Ma il problema maggiore è un altro. I privati tenderanno a cedere il credito d'imposta alle imprese. Ma queste come faranno a sobbarcarsi il credito ceduto? Questo meccanismo si può fare per un paio di clienti ma non può diventare sistematico, altrimenti l'azienda se porta tutto in detrazione non ha liquidità per pagare i fornitori. Dovrebbero intervenire anche le banche ma su questo fronte non sappiamo ancora nulla. L'incertezza è totale».
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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