True
2019-07-28
Due ragazzini americani hanno ucciso il carabiniere per un grammo di cocaina
Ansa
Il coltellaccio lordo di sangue nascosto dietro uno dei pannelli del soffitto. Gli abiti indossati durante l'omicidio nascosti in una sacca, nel bagno. E fuori dall'hotel Meridien Visconti, occultato in una fioriera, lo zainetto costato la vita al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Così si è chiuso il cerchio.
La Procura di Roma non ha dubbi che a uccidere il carabiniere di Somma Vesuviana - impegnato nel tentativo di sventare un'estorsione col trucco del «cavallo di ritorno» - siano stati due californiani in vacanza a Roma. Giovani sbandati, nonostante le fortune finanziarie familiari, che giovedì sera hanno lasciato la loro lussuosa camera da 250 euro a notte per andare in cerca di emozioni forti. I due si chiamano Elder Finnegan Lee di 19 anni e Gabriel Christian Natale Hjorth di 18 anni. Ad affondare per otto volte la lama nel corpo del militare sarebbe stato il primo, ma l'accusa di concorso in omicidio e concorso in estorsione riguarda anche l'amico. La presenza di Natale Hjorth e la sua contrapposizione al carabiniere Andrea Varriale, che insieme a Cerciello Rega avrebbe dovuto fare luce su uno strano furto accaduto poco prima, «ha fornito un decisivo contributo alla causazione dell'evento morte quantomeno perché ha bloccato l'intervento di Varriale in aiuto del suo compagno», scrivono i pm nel decreto di fermo. La dinamica, anche grazie alle testimonianze del portiere e del facchino del Meridien, ai tabulati telefonici e alle immagini dei sistemi di videosorveglianza, è stata ricostruita. È notte fonda quando i due amici, alterati dall'alcol, rubano un borsone a Sergio Brugiatelli per vendicarsi della compravendita di una dose di cocaina rivelatasi, invece, semplice aspirina in polvere. Non è ancora chiaro se Brugiatelli, che anziché trovarsi ai domiciliari era tranquillamente a spasso per Trastevere, si sia limitato a indicare uno spacciatore ai ragazzi o se abbia ceduto egli stesso la sostanza, ma è il prosieguo della storia a creare le condizioni per la tragedia. Brugiatelli si rivolge ai carabinieri e denuncia il furto. In quegli stessi attimi, si crea un contatto tra Natale Hjorth, che parla e capisce l'italiano, e il proprietario dello zainetto. S'intavola una trattativa, l'americano chiede a Brugiatelli il riscatto per la restituzione del borsone: 100 euro e un grammo di cocaina. A questo punto entrano in gioco i carabinieri: viene predisposto un servizio di appostamento. Cerciello Rega e il suo collega Andrea Varriale dovranno avvicinare i due criminali, in borghese, e arrestarli. Qualcosa va storto. Scrivono i magistrati: il diciottenne di San Francisco colpisce «più volte la vittima al tronco in zona vitale», desistendo «dall'azione solo quando ha percepito di aver sopraffatto il suo antagonista». Quando è stato raggiunto da «numerosi fendenti», Cerciello ha infatti urlato e «a quel punto, sentito questo urlo, si è fermato anche Natale Hjorth», che stava fronteggiando l'altro militare dell'Arma. I due americani scappano verso l'hotel in cui alloggiano senza che altri uomini dell'Arma, che pure si trovavano in zona, riescano a intervenire. Interrogati dal gip Chiara Gallo, che si è riservata sulla convalida del fermo, i due americani si sono avvalsi della facoltà di non rispondere dopo aver comunque già confessato, la notte precedente, ai pm di Piazzale Clodio. In quell'occasione, il killer ha tentato di giustificarsi affermando di non aver capito che si trattasse di carabinieri perché non parla italiano. E per questo ha impugnato la lama. Reazione che i pm hanno definito «del tutto spropositata» anche perché nessuno dei due carabinieri «neppure ha tentato di estrarre un'arma». I due avevano un coltello con loro perché avevano paura di essere nuovamente «ingannati e di ritrovarsi davanti a soggetti pericolosi», magari amici di Brugiatelli. Nonostante le foto che li mostrano con lo sguardo assente, i due hanno mantenuto il sangue freddo nella notte tant'è che - si legge nel decreto di fermo - avevano i bagagli pronti e stavano per lasciare l'hotel. Si è poi scoperto che Elder Lee fa uso di Xanax, uno psicofarmaco.
Ieri è stata eseguita l'autopsia sul cadavere del povero Cerciello Rega da parte del professor Antonio Grande, che ha stabilito che la causa della morte è stata una forte emorragia interna. Presenti anche degli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri e gli avvocati della famiglia della vittima. «Stiamo male, siamo distrutti. Adesso chiediamo solo rispetto», hanno dichiarato gli amici napoletani che si sono fermati all'esterno dell'istituto di medicina legale del Verano. «Con Mario ci conoscevamo da una vita, siamo vicini di casa», racconta Antonio, 37 anni, un impiegato arrivato a Roma da Somma Vesuviana insieme a quattro amici del militare, «siamo cresciuti insieme, adesso bisogna stare vicini alla famiglia, alla moglie, ai genitori: lui era un punto di riferimento per tutti. Chiediamo rispetto». Antonio ricorda il grande amore che «Mario aveva per la terra del padre: il tempo libero lo passava sul trattore nei campi per curare le noci, le nocciole, la frutta e la verdura che in parte coltivano per loro, in parte vendono per rientrare delle spese. Era un ragazzo speciale, voglio dire solo questo».
Oggi, dalle 16 alle 20.30, in piazza Monti di Pietá 33 sarà allestita la camera ardente del povero vicebrigadiere. Domani, invece, i funerali con lutto cittadino proclamato dal sindaco.
Simone Di Meo
Una notte folle, che va ricostruita per intero
Di certo c'è che per sgozzare il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stato usato un coltello, poi ritrovato nell'albergo di lusso in cui alloggiavano i due sospettati. Per il resto la versione degli investigatori, per quanto il pubblico ministero Maria Sabina Calabretta si sia sforzata di precisare che «i carabinieri hanno compiutamente ricostruito la vicenda», lasci aperto ancora qualche interrogativo.
Davanti a un'accusa meno che granitica, le autorità americane potrebbero decidere di intervenire in modo energico. E di questioni aperte nel delitto di via Pietro Cossa, rione Prati, ce ne sono diverse. La prima: non c'è una piena confessione dei due ragazzi americani: Christian Gabriel Natale Hjorth ed Elder Finnegan Lee. Il pm, infatti, scrive nel decreto di fermo per i due americani che «pur a fronte di parziali discordanze hanno sostanzialmente ammesso gli addebiti». Che, però, non sono stati confermati davanti al gip. Finnegan Lee, il ragazzo che avrebbe usato il coltello per assassinare il militare, si è avvalso della facoltà di non rispondere. E a rendere il tutto più complicato c'è che i due si sono accusati a vicenda, rimpallandosi responsabilità e descrivendo i fatti in modo contraddittorio. Sul loro coinvolgimento gli investigatori e anche il pm non hanno dubbi, perché a provarlo, oltre al ritrovamento del coltello nella loro suite, ci sono i tabulati telefonici, lo zainetto che avevano rubato al pusher e le dichiarazioni del collega della vittima, del portiere e del facchino dell'albergo. Ci sono dettagli, però, che rendono la questione ancora non totalmente delineata. A partire dalla chiamata al 112 di Sergio Brugiatelli, l'uomo al quale sono stati rubati lo zainetto e il telefono cellulare. Cosa aveva nello smartphone di così importante da spingerlo a rischiare un'accusa di spaccio chiamando il 112? L'uomo ha raccontato ai carabinieri di essere stato contattato dai due americani che, per restituirgli tutto, gli hanno chiesto dei soldi. Della chiamata alla centrale viene dato atto nel decreto di fermo. Ma il pm non specifica se la registrazione della chiamata è stata acquisita. In più, non viene indicato se i militari della stazione Farnese, alla quale appartenevano i due carabinieri, conoscessero Brugiatelli. Né se sapessero cosa facesse, se spacciasse nel loro territorio di competenza o se fosse un loro informatore. L'informativa numero 331/1-2 del 27 luglio 2019, alla base del provvedimento di fermo, questi particolari per nulla secondari li contiene? E poi: chi ha deciso la missione? E perché i due carabinieri sono stati mandati all'appuntamento con due cittadini stranieri in borghese e disarmati? E, soprattutto, perché dopo l'accoltellamento nessuno ha inseguito i due in fuga dalla scena del crimine all'hotel che dista neanche 200 metri in linea d'aria? Si sa che al seguito dei due militari erano state inviate due pattuglie che, però, stando alle notizie di stampa, sarebbero arrivate in ritardo.
Ma anche il movente alla base dell'aggressione, se non dovesse essere suffragato da riscontri, potrebbe risultare un po' leggero. I due statunitensi all'appuntamento con il pusher si sono trovati davanti due carabinieri che si sono qualificati. Cosa ha scatenato la colluttazione?
L'ultima versione, riportata negli atti, è questa: i due americani hanno rubato lo zaino del pusher a Trastevere. Una ritorsione perché al posto della coca che volevano acquistare si erano ritrovati della semplice aspirina. E nello zaino c'era il cellulare dello spacciatore. Ma per concordare l'incontro come sono entrati davvero in contatto i due americani con il pusher, se il telefono dell'uomo era nello zainetto sottratto? È stato il pusher a richiamarli?
E perché il carabiniere di pattuglia con la vittima, Andrea Varriale, a caldo, ha riferito che gli aggressori erano nordafricani, fornendo anche un dettaglio preciso, ossia che uno dei due aveva i capelli con le meches? Anche la descrizione dell'abbigliamento non è esattamente quello ripreso dalle telecamere che hanno incastrato i due ragazzi: il militare presente pare avesse riferito che uno dei due indossasse una camicia a scacchi e che l'altro indossasse una felpa nera.
E ancora: si sa che i due americani avevano l'aereo di ritorno in partenza per ieri sera. Perché allora se ne sono tornati a dormire in camera? È a queste domande che la Procura cercherà di rispondere nelle prossime ore.
Fabio Amendolara
Continua a leggereRiduci
I giovani, 18 e 19 anni, erano stati raggirati con droga falsa e avevano scippato il pusher per averne di vera, poi si sono imbattuti in Mario Cerciello Rega. Sono accusati di omicidio.Restano punti da chiarire: le azioni dello spacciatore, l'operazione e la mancanza di colleghi sul posto.Lo speciale contiene due articoli Il coltellaccio lordo di sangue nascosto dietro uno dei pannelli del soffitto. Gli abiti indossati durante l'omicidio nascosti in una sacca, nel bagno. E fuori dall'hotel Meridien Visconti, occultato in una fioriera, lo zainetto costato la vita al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Così si è chiuso il cerchio.La Procura di Roma non ha dubbi che a uccidere il carabiniere di Somma Vesuviana - impegnato nel tentativo di sventare un'estorsione col trucco del «cavallo di ritorno» - siano stati due californiani in vacanza a Roma. Giovani sbandati, nonostante le fortune finanziarie familiari, che giovedì sera hanno lasciato la loro lussuosa camera da 250 euro a notte per andare in cerca di emozioni forti. I due si chiamano Elder Finnegan Lee di 19 anni e Gabriel Christian Natale Hjorth di 18 anni. Ad affondare per otto volte la lama nel corpo del militare sarebbe stato il primo, ma l'accusa di concorso in omicidio e concorso in estorsione riguarda anche l'amico. La presenza di Natale Hjorth e la sua contrapposizione al carabiniere Andrea Varriale, che insieme a Cerciello Rega avrebbe dovuto fare luce su uno strano furto accaduto poco prima, «ha fornito un decisivo contributo alla causazione dell'evento morte quantomeno perché ha bloccato l'intervento di Varriale in aiuto del suo compagno», scrivono i pm nel decreto di fermo. La dinamica, anche grazie alle testimonianze del portiere e del facchino del Meridien, ai tabulati telefonici e alle immagini dei sistemi di videosorveglianza, è stata ricostruita. È notte fonda quando i due amici, alterati dall'alcol, rubano un borsone a Sergio Brugiatelli per vendicarsi della compravendita di una dose di cocaina rivelatasi, invece, semplice aspirina in polvere. Non è ancora chiaro se Brugiatelli, che anziché trovarsi ai domiciliari era tranquillamente a spasso per Trastevere, si sia limitato a indicare uno spacciatore ai ragazzi o se abbia ceduto egli stesso la sostanza, ma è il prosieguo della storia a creare le condizioni per la tragedia. Brugiatelli si rivolge ai carabinieri e denuncia il furto. In quegli stessi attimi, si crea un contatto tra Natale Hjorth, che parla e capisce l'italiano, e il proprietario dello zainetto. S'intavola una trattativa, l'americano chiede a Brugiatelli il riscatto per la restituzione del borsone: 100 euro e un grammo di cocaina. A questo punto entrano in gioco i carabinieri: viene predisposto un servizio di appostamento. Cerciello Rega e il suo collega Andrea Varriale dovranno avvicinare i due criminali, in borghese, e arrestarli. Qualcosa va storto. Scrivono i magistrati: il diciottenne di San Francisco colpisce «più volte la vittima al tronco in zona vitale», desistendo «dall'azione solo quando ha percepito di aver sopraffatto il suo antagonista». Quando è stato raggiunto da «numerosi fendenti», Cerciello ha infatti urlato e «a quel punto, sentito questo urlo, si è fermato anche Natale Hjorth», che stava fronteggiando l'altro militare dell'Arma. I due americani scappano verso l'hotel in cui alloggiano senza che altri uomini dell'Arma, che pure si trovavano in zona, riescano a intervenire. Interrogati dal gip Chiara Gallo, che si è riservata sulla convalida del fermo, i due americani si sono avvalsi della facoltà di non rispondere dopo aver comunque già confessato, la notte precedente, ai pm di Piazzale Clodio. In quell'occasione, il killer ha tentato di giustificarsi affermando di non aver capito che si trattasse di carabinieri perché non parla italiano. E per questo ha impugnato la lama. Reazione che i pm hanno definito «del tutto spropositata» anche perché nessuno dei due carabinieri «neppure ha tentato di estrarre un'arma». I due avevano un coltello con loro perché avevano paura di essere nuovamente «ingannati e di ritrovarsi davanti a soggetti pericolosi», magari amici di Brugiatelli. Nonostante le foto che li mostrano con lo sguardo assente, i due hanno mantenuto il sangue freddo nella notte tant'è che - si legge nel decreto di fermo - avevano i bagagli pronti e stavano per lasciare l'hotel. Si è poi scoperto che Elder Lee fa uso di Xanax, uno psicofarmaco.Ieri è stata eseguita l'autopsia sul cadavere del povero Cerciello Rega da parte del professor Antonio Grande, che ha stabilito che la causa della morte è stata una forte emorragia interna. Presenti anche degli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri e gli avvocati della famiglia della vittima. «Stiamo male, siamo distrutti. Adesso chiediamo solo rispetto», hanno dichiarato gli amici napoletani che si sono fermati all'esterno dell'istituto di medicina legale del Verano. «Con Mario ci conoscevamo da una vita, siamo vicini di casa», racconta Antonio, 37 anni, un impiegato arrivato a Roma da Somma Vesuviana insieme a quattro amici del militare, «siamo cresciuti insieme, adesso bisogna stare vicini alla famiglia, alla moglie, ai genitori: lui era un punto di riferimento per tutti. Chiediamo rispetto». Antonio ricorda il grande amore che «Mario aveva per la terra del padre: il tempo libero lo passava sul trattore nei campi per curare le noci, le nocciole, la frutta e la verdura che in parte coltivano per loro, in parte vendono per rientrare delle spese. Era un ragazzo speciale, voglio dire solo questo».Oggi, dalle 16 alle 20.30, in piazza Monti di Pietá 33 sarà allestita la camera ardente del povero vicebrigadiere. Domani, invece, i funerali con lutto cittadino proclamato dal sindaco.Simone Di Meo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/due-ragazzini-americani-hanno-ucciso-il-carabiniere-per-un-grammo-di-cocaina-2639400199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-notte-folle-che-va-ricostruita-per-intero" data-post-id="2639400199" data-published-at="1767749895" data-use-pagination="False"> Una notte folle, che va ricostruita per intero Di certo c'è che per sgozzare il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stato usato un coltello, poi ritrovato nell'albergo di lusso in cui alloggiavano i due sospettati. Per il resto la versione degli investigatori, per quanto il pubblico ministero Maria Sabina Calabretta si sia sforzata di precisare che «i carabinieri hanno compiutamente ricostruito la vicenda», lasci aperto ancora qualche interrogativo. Davanti a un'accusa meno che granitica, le autorità americane potrebbero decidere di intervenire in modo energico. E di questioni aperte nel delitto di via Pietro Cossa, rione Prati, ce ne sono diverse. La prima: non c'è una piena confessione dei due ragazzi americani: Christian Gabriel Natale Hjorth ed Elder Finnegan Lee. Il pm, infatti, scrive nel decreto di fermo per i due americani che «pur a fronte di parziali discordanze hanno sostanzialmente ammesso gli addebiti». Che, però, non sono stati confermati davanti al gip. Finnegan Lee, il ragazzo che avrebbe usato il coltello per assassinare il militare, si è avvalso della facoltà di non rispondere. E a rendere il tutto più complicato c'è che i due si sono accusati a vicenda, rimpallandosi responsabilità e descrivendo i fatti in modo contraddittorio. Sul loro coinvolgimento gli investigatori e anche il pm non hanno dubbi, perché a provarlo, oltre al ritrovamento del coltello nella loro suite, ci sono i tabulati telefonici, lo zainetto che avevano rubato al pusher e le dichiarazioni del collega della vittima, del portiere e del facchino dell'albergo. Ci sono dettagli, però, che rendono la questione ancora non totalmente delineata. A partire dalla chiamata al 112 di Sergio Brugiatelli, l'uomo al quale sono stati rubati lo zainetto e il telefono cellulare. Cosa aveva nello smartphone di così importante da spingerlo a rischiare un'accusa di spaccio chiamando il 112? L'uomo ha raccontato ai carabinieri di essere stato contattato dai due americani che, per restituirgli tutto, gli hanno chiesto dei soldi. Della chiamata alla centrale viene dato atto nel decreto di fermo. Ma il pm non specifica se la registrazione della chiamata è stata acquisita. In più, non viene indicato se i militari della stazione Farnese, alla quale appartenevano i due carabinieri, conoscessero Brugiatelli. Né se sapessero cosa facesse, se spacciasse nel loro territorio di competenza o se fosse un loro informatore. L'informativa numero 331/1-2 del 27 luglio 2019, alla base del provvedimento di fermo, questi particolari per nulla secondari li contiene? E poi: chi ha deciso la missione? E perché i due carabinieri sono stati mandati all'appuntamento con due cittadini stranieri in borghese e disarmati? E, soprattutto, perché dopo l'accoltellamento nessuno ha inseguito i due in fuga dalla scena del crimine all'hotel che dista neanche 200 metri in linea d'aria? Si sa che al seguito dei due militari erano state inviate due pattuglie che, però, stando alle notizie di stampa, sarebbero arrivate in ritardo. Ma anche il movente alla base dell'aggressione, se non dovesse essere suffragato da riscontri, potrebbe risultare un po' leggero. I due statunitensi all'appuntamento con il pusher si sono trovati davanti due carabinieri che si sono qualificati. Cosa ha scatenato la colluttazione? L'ultima versione, riportata negli atti, è questa: i due americani hanno rubato lo zaino del pusher a Trastevere. Una ritorsione perché al posto della coca che volevano acquistare si erano ritrovati della semplice aspirina. E nello zaino c'era il cellulare dello spacciatore. Ma per concordare l'incontro come sono entrati davvero in contatto i due americani con il pusher, se il telefono dell'uomo era nello zainetto sottratto? È stato il pusher a richiamarli? E perché il carabiniere di pattuglia con la vittima, Andrea Varriale, a caldo, ha riferito che gli aggressori erano nordafricani, fornendo anche un dettaglio preciso, ossia che uno dei due aveva i capelli con le meches? Anche la descrizione dell'abbigliamento non è esattamente quello ripreso dalle telecamere che hanno incastrato i due ragazzi: il militare presente pare avesse riferito che uno dei due indossasse una camicia a scacchi e che l'altro indossasse una felpa nera. E ancora: si sa che i due americani avevano l'aereo di ritorno in partenza per ieri sera. Perché allora se ne sono tornati a dormire in camera? È a queste domande che la Procura cercherà di rispondere nelle prossime ore. Fabio Amendolara
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci