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2019-07-28
Due ragazzini americani hanno ucciso il carabiniere per un grammo di cocaina
Ansa
Il coltellaccio lordo di sangue nascosto dietro uno dei pannelli del soffitto. Gli abiti indossati durante l'omicidio nascosti in una sacca, nel bagno. E fuori dall'hotel Meridien Visconti, occultato in una fioriera, lo zainetto costato la vita al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Così si è chiuso il cerchio.
La Procura di Roma non ha dubbi che a uccidere il carabiniere di Somma Vesuviana - impegnato nel tentativo di sventare un'estorsione col trucco del «cavallo di ritorno» - siano stati due californiani in vacanza a Roma. Giovani sbandati, nonostante le fortune finanziarie familiari, che giovedì sera hanno lasciato la loro lussuosa camera da 250 euro a notte per andare in cerca di emozioni forti. I due si chiamano Elder Finnegan Lee di 19 anni e Gabriel Christian Natale Hjorth di 18 anni. Ad affondare per otto volte la lama nel corpo del militare sarebbe stato il primo, ma l'accusa di concorso in omicidio e concorso in estorsione riguarda anche l'amico. La presenza di Natale Hjorth e la sua contrapposizione al carabiniere Andrea Varriale, che insieme a Cerciello Rega avrebbe dovuto fare luce su uno strano furto accaduto poco prima, «ha fornito un decisivo contributo alla causazione dell'evento morte quantomeno perché ha bloccato l'intervento di Varriale in aiuto del suo compagno», scrivono i pm nel decreto di fermo. La dinamica, anche grazie alle testimonianze del portiere e del facchino del Meridien, ai tabulati telefonici e alle immagini dei sistemi di videosorveglianza, è stata ricostruita. È notte fonda quando i due amici, alterati dall'alcol, rubano un borsone a Sergio Brugiatelli per vendicarsi della compravendita di una dose di cocaina rivelatasi, invece, semplice aspirina in polvere. Non è ancora chiaro se Brugiatelli, che anziché trovarsi ai domiciliari era tranquillamente a spasso per Trastevere, si sia limitato a indicare uno spacciatore ai ragazzi o se abbia ceduto egli stesso la sostanza, ma è il prosieguo della storia a creare le condizioni per la tragedia. Brugiatelli si rivolge ai carabinieri e denuncia il furto. In quegli stessi attimi, si crea un contatto tra Natale Hjorth, che parla e capisce l'italiano, e il proprietario dello zainetto. S'intavola una trattativa, l'americano chiede a Brugiatelli il riscatto per la restituzione del borsone: 100 euro e un grammo di cocaina. A questo punto entrano in gioco i carabinieri: viene predisposto un servizio di appostamento. Cerciello Rega e il suo collega Andrea Varriale dovranno avvicinare i due criminali, in borghese, e arrestarli. Qualcosa va storto. Scrivono i magistrati: il diciottenne di San Francisco colpisce «più volte la vittima al tronco in zona vitale», desistendo «dall'azione solo quando ha percepito di aver sopraffatto il suo antagonista». Quando è stato raggiunto da «numerosi fendenti», Cerciello ha infatti urlato e «a quel punto, sentito questo urlo, si è fermato anche Natale Hjorth», che stava fronteggiando l'altro militare dell'Arma. I due americani scappano verso l'hotel in cui alloggiano senza che altri uomini dell'Arma, che pure si trovavano in zona, riescano a intervenire. Interrogati dal gip Chiara Gallo, che si è riservata sulla convalida del fermo, i due americani si sono avvalsi della facoltà di non rispondere dopo aver comunque già confessato, la notte precedente, ai pm di Piazzale Clodio. In quell'occasione, il killer ha tentato di giustificarsi affermando di non aver capito che si trattasse di carabinieri perché non parla italiano. E per questo ha impugnato la lama. Reazione che i pm hanno definito «del tutto spropositata» anche perché nessuno dei due carabinieri «neppure ha tentato di estrarre un'arma». I due avevano un coltello con loro perché avevano paura di essere nuovamente «ingannati e di ritrovarsi davanti a soggetti pericolosi», magari amici di Brugiatelli. Nonostante le foto che li mostrano con lo sguardo assente, i due hanno mantenuto il sangue freddo nella notte tant'è che - si legge nel decreto di fermo - avevano i bagagli pronti e stavano per lasciare l'hotel. Si è poi scoperto che Elder Lee fa uso di Xanax, uno psicofarmaco.
Ieri è stata eseguita l'autopsia sul cadavere del povero Cerciello Rega da parte del professor Antonio Grande, che ha stabilito che la causa della morte è stata una forte emorragia interna. Presenti anche degli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri e gli avvocati della famiglia della vittima. «Stiamo male, siamo distrutti. Adesso chiediamo solo rispetto», hanno dichiarato gli amici napoletani che si sono fermati all'esterno dell'istituto di medicina legale del Verano. «Con Mario ci conoscevamo da una vita, siamo vicini di casa», racconta Antonio, 37 anni, un impiegato arrivato a Roma da Somma Vesuviana insieme a quattro amici del militare, «siamo cresciuti insieme, adesso bisogna stare vicini alla famiglia, alla moglie, ai genitori: lui era un punto di riferimento per tutti. Chiediamo rispetto». Antonio ricorda il grande amore che «Mario aveva per la terra del padre: il tempo libero lo passava sul trattore nei campi per curare le noci, le nocciole, la frutta e la verdura che in parte coltivano per loro, in parte vendono per rientrare delle spese. Era un ragazzo speciale, voglio dire solo questo».
Oggi, dalle 16 alle 20.30, in piazza Monti di Pietá 33 sarà allestita la camera ardente del povero vicebrigadiere. Domani, invece, i funerali con lutto cittadino proclamato dal sindaco.
Simone Di Meo
Una notte folle, che va ricostruita per intero
Di certo c'è che per sgozzare il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stato usato un coltello, poi ritrovato nell'albergo di lusso in cui alloggiavano i due sospettati. Per il resto la versione degli investigatori, per quanto il pubblico ministero Maria Sabina Calabretta si sia sforzata di precisare che «i carabinieri hanno compiutamente ricostruito la vicenda», lasci aperto ancora qualche interrogativo.
Davanti a un'accusa meno che granitica, le autorità americane potrebbero decidere di intervenire in modo energico. E di questioni aperte nel delitto di via Pietro Cossa, rione Prati, ce ne sono diverse. La prima: non c'è una piena confessione dei due ragazzi americani: Christian Gabriel Natale Hjorth ed Elder Finnegan Lee. Il pm, infatti, scrive nel decreto di fermo per i due americani che «pur a fronte di parziali discordanze hanno sostanzialmente ammesso gli addebiti». Che, però, non sono stati confermati davanti al gip. Finnegan Lee, il ragazzo che avrebbe usato il coltello per assassinare il militare, si è avvalso della facoltà di non rispondere. E a rendere il tutto più complicato c'è che i due si sono accusati a vicenda, rimpallandosi responsabilità e descrivendo i fatti in modo contraddittorio. Sul loro coinvolgimento gli investigatori e anche il pm non hanno dubbi, perché a provarlo, oltre al ritrovamento del coltello nella loro suite, ci sono i tabulati telefonici, lo zainetto che avevano rubato al pusher e le dichiarazioni del collega della vittima, del portiere e del facchino dell'albergo. Ci sono dettagli, però, che rendono la questione ancora non totalmente delineata. A partire dalla chiamata al 112 di Sergio Brugiatelli, l'uomo al quale sono stati rubati lo zainetto e il telefono cellulare. Cosa aveva nello smartphone di così importante da spingerlo a rischiare un'accusa di spaccio chiamando il 112? L'uomo ha raccontato ai carabinieri di essere stato contattato dai due americani che, per restituirgli tutto, gli hanno chiesto dei soldi. Della chiamata alla centrale viene dato atto nel decreto di fermo. Ma il pm non specifica se la registrazione della chiamata è stata acquisita. In più, non viene indicato se i militari della stazione Farnese, alla quale appartenevano i due carabinieri, conoscessero Brugiatelli. Né se sapessero cosa facesse, se spacciasse nel loro territorio di competenza o se fosse un loro informatore. L'informativa numero 331/1-2 del 27 luglio 2019, alla base del provvedimento di fermo, questi particolari per nulla secondari li contiene? E poi: chi ha deciso la missione? E perché i due carabinieri sono stati mandati all'appuntamento con due cittadini stranieri in borghese e disarmati? E, soprattutto, perché dopo l'accoltellamento nessuno ha inseguito i due in fuga dalla scena del crimine all'hotel che dista neanche 200 metri in linea d'aria? Si sa che al seguito dei due militari erano state inviate due pattuglie che, però, stando alle notizie di stampa, sarebbero arrivate in ritardo.
Ma anche il movente alla base dell'aggressione, se non dovesse essere suffragato da riscontri, potrebbe risultare un po' leggero. I due statunitensi all'appuntamento con il pusher si sono trovati davanti due carabinieri che si sono qualificati. Cosa ha scatenato la colluttazione?
L'ultima versione, riportata negli atti, è questa: i due americani hanno rubato lo zaino del pusher a Trastevere. Una ritorsione perché al posto della coca che volevano acquistare si erano ritrovati della semplice aspirina. E nello zaino c'era il cellulare dello spacciatore. Ma per concordare l'incontro come sono entrati davvero in contatto i due americani con il pusher, se il telefono dell'uomo era nello zainetto sottratto? È stato il pusher a richiamarli?
E perché il carabiniere di pattuglia con la vittima, Andrea Varriale, a caldo, ha riferito che gli aggressori erano nordafricani, fornendo anche un dettaglio preciso, ossia che uno dei due aveva i capelli con le meches? Anche la descrizione dell'abbigliamento non è esattamente quello ripreso dalle telecamere che hanno incastrato i due ragazzi: il militare presente pare avesse riferito che uno dei due indossasse una camicia a scacchi e che l'altro indossasse una felpa nera.
E ancora: si sa che i due americani avevano l'aereo di ritorno in partenza per ieri sera. Perché allora se ne sono tornati a dormire in camera? È a queste domande che la Procura cercherà di rispondere nelle prossime ore.
Fabio Amendolara
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I giovani, 18 e 19 anni, erano stati raggirati con droga falsa e avevano scippato il pusher per averne di vera, poi si sono imbattuti in Mario Cerciello Rega. Sono accusati di omicidio.Restano punti da chiarire: le azioni dello spacciatore, l'operazione e la mancanza di colleghi sul posto.Lo speciale contiene due articoli Il coltellaccio lordo di sangue nascosto dietro uno dei pannelli del soffitto. Gli abiti indossati durante l'omicidio nascosti in una sacca, nel bagno. E fuori dall'hotel Meridien Visconti, occultato in una fioriera, lo zainetto costato la vita al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Così si è chiuso il cerchio.La Procura di Roma non ha dubbi che a uccidere il carabiniere di Somma Vesuviana - impegnato nel tentativo di sventare un'estorsione col trucco del «cavallo di ritorno» - siano stati due californiani in vacanza a Roma. Giovani sbandati, nonostante le fortune finanziarie familiari, che giovedì sera hanno lasciato la loro lussuosa camera da 250 euro a notte per andare in cerca di emozioni forti. I due si chiamano Elder Finnegan Lee di 19 anni e Gabriel Christian Natale Hjorth di 18 anni. Ad affondare per otto volte la lama nel corpo del militare sarebbe stato il primo, ma l'accusa di concorso in omicidio e concorso in estorsione riguarda anche l'amico. La presenza di Natale Hjorth e la sua contrapposizione al carabiniere Andrea Varriale, che insieme a Cerciello Rega avrebbe dovuto fare luce su uno strano furto accaduto poco prima, «ha fornito un decisivo contributo alla causazione dell'evento morte quantomeno perché ha bloccato l'intervento di Varriale in aiuto del suo compagno», scrivono i pm nel decreto di fermo. La dinamica, anche grazie alle testimonianze del portiere e del facchino del Meridien, ai tabulati telefonici e alle immagini dei sistemi di videosorveglianza, è stata ricostruita. È notte fonda quando i due amici, alterati dall'alcol, rubano un borsone a Sergio Brugiatelli per vendicarsi della compravendita di una dose di cocaina rivelatasi, invece, semplice aspirina in polvere. Non è ancora chiaro se Brugiatelli, che anziché trovarsi ai domiciliari era tranquillamente a spasso per Trastevere, si sia limitato a indicare uno spacciatore ai ragazzi o se abbia ceduto egli stesso la sostanza, ma è il prosieguo della storia a creare le condizioni per la tragedia. Brugiatelli si rivolge ai carabinieri e denuncia il furto. In quegli stessi attimi, si crea un contatto tra Natale Hjorth, che parla e capisce l'italiano, e il proprietario dello zainetto. S'intavola una trattativa, l'americano chiede a Brugiatelli il riscatto per la restituzione del borsone: 100 euro e un grammo di cocaina. A questo punto entrano in gioco i carabinieri: viene predisposto un servizio di appostamento. Cerciello Rega e il suo collega Andrea Varriale dovranno avvicinare i due criminali, in borghese, e arrestarli. Qualcosa va storto. Scrivono i magistrati: il diciottenne di San Francisco colpisce «più volte la vittima al tronco in zona vitale», desistendo «dall'azione solo quando ha percepito di aver sopraffatto il suo antagonista». Quando è stato raggiunto da «numerosi fendenti», Cerciello ha infatti urlato e «a quel punto, sentito questo urlo, si è fermato anche Natale Hjorth», che stava fronteggiando l'altro militare dell'Arma. I due americani scappano verso l'hotel in cui alloggiano senza che altri uomini dell'Arma, che pure si trovavano in zona, riescano a intervenire. Interrogati dal gip Chiara Gallo, che si è riservata sulla convalida del fermo, i due americani si sono avvalsi della facoltà di non rispondere dopo aver comunque già confessato, la notte precedente, ai pm di Piazzale Clodio. In quell'occasione, il killer ha tentato di giustificarsi affermando di non aver capito che si trattasse di carabinieri perché non parla italiano. E per questo ha impugnato la lama. Reazione che i pm hanno definito «del tutto spropositata» anche perché nessuno dei due carabinieri «neppure ha tentato di estrarre un'arma». I due avevano un coltello con loro perché avevano paura di essere nuovamente «ingannati e di ritrovarsi davanti a soggetti pericolosi», magari amici di Brugiatelli. Nonostante le foto che li mostrano con lo sguardo assente, i due hanno mantenuto il sangue freddo nella notte tant'è che - si legge nel decreto di fermo - avevano i bagagli pronti e stavano per lasciare l'hotel. Si è poi scoperto che Elder Lee fa uso di Xanax, uno psicofarmaco.Ieri è stata eseguita l'autopsia sul cadavere del povero Cerciello Rega da parte del professor Antonio Grande, che ha stabilito che la causa della morte è stata una forte emorragia interna. Presenti anche degli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri e gli avvocati della famiglia della vittima. «Stiamo male, siamo distrutti. Adesso chiediamo solo rispetto», hanno dichiarato gli amici napoletani che si sono fermati all'esterno dell'istituto di medicina legale del Verano. «Con Mario ci conoscevamo da una vita, siamo vicini di casa», racconta Antonio, 37 anni, un impiegato arrivato a Roma da Somma Vesuviana insieme a quattro amici del militare, «siamo cresciuti insieme, adesso bisogna stare vicini alla famiglia, alla moglie, ai genitori: lui era un punto di riferimento per tutti. Chiediamo rispetto». Antonio ricorda il grande amore che «Mario aveva per la terra del padre: il tempo libero lo passava sul trattore nei campi per curare le noci, le nocciole, la frutta e la verdura che in parte coltivano per loro, in parte vendono per rientrare delle spese. Era un ragazzo speciale, voglio dire solo questo».Oggi, dalle 16 alle 20.30, in piazza Monti di Pietá 33 sarà allestita la camera ardente del povero vicebrigadiere. Domani, invece, i funerali con lutto cittadino proclamato dal sindaco.Simone Di Meo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/due-ragazzini-americani-hanno-ucciso-il-carabiniere-per-un-grammo-di-cocaina-2639400199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-notte-folle-che-va-ricostruita-per-intero" data-post-id="2639400199" data-published-at="1773835576" data-use-pagination="False"> Una notte folle, che va ricostruita per intero Di certo c'è che per sgozzare il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stato usato un coltello, poi ritrovato nell'albergo di lusso in cui alloggiavano i due sospettati. Per il resto la versione degli investigatori, per quanto il pubblico ministero Maria Sabina Calabretta si sia sforzata di precisare che «i carabinieri hanno compiutamente ricostruito la vicenda», lasci aperto ancora qualche interrogativo. Davanti a un'accusa meno che granitica, le autorità americane potrebbero decidere di intervenire in modo energico. E di questioni aperte nel delitto di via Pietro Cossa, rione Prati, ce ne sono diverse. La prima: non c'è una piena confessione dei due ragazzi americani: Christian Gabriel Natale Hjorth ed Elder Finnegan Lee. Il pm, infatti, scrive nel decreto di fermo per i due americani che «pur a fronte di parziali discordanze hanno sostanzialmente ammesso gli addebiti». Che, però, non sono stati confermati davanti al gip. Finnegan Lee, il ragazzo che avrebbe usato il coltello per assassinare il militare, si è avvalso della facoltà di non rispondere. E a rendere il tutto più complicato c'è che i due si sono accusati a vicenda, rimpallandosi responsabilità e descrivendo i fatti in modo contraddittorio. Sul loro coinvolgimento gli investigatori e anche il pm non hanno dubbi, perché a provarlo, oltre al ritrovamento del coltello nella loro suite, ci sono i tabulati telefonici, lo zainetto che avevano rubato al pusher e le dichiarazioni del collega della vittima, del portiere e del facchino dell'albergo. Ci sono dettagli, però, che rendono la questione ancora non totalmente delineata. A partire dalla chiamata al 112 di Sergio Brugiatelli, l'uomo al quale sono stati rubati lo zainetto e il telefono cellulare. Cosa aveva nello smartphone di così importante da spingerlo a rischiare un'accusa di spaccio chiamando il 112? L'uomo ha raccontato ai carabinieri di essere stato contattato dai due americani che, per restituirgli tutto, gli hanno chiesto dei soldi. Della chiamata alla centrale viene dato atto nel decreto di fermo. Ma il pm non specifica se la registrazione della chiamata è stata acquisita. In più, non viene indicato se i militari della stazione Farnese, alla quale appartenevano i due carabinieri, conoscessero Brugiatelli. Né se sapessero cosa facesse, se spacciasse nel loro territorio di competenza o se fosse un loro informatore. L'informativa numero 331/1-2 del 27 luglio 2019, alla base del provvedimento di fermo, questi particolari per nulla secondari li contiene? E poi: chi ha deciso la missione? E perché i due carabinieri sono stati mandati all'appuntamento con due cittadini stranieri in borghese e disarmati? E, soprattutto, perché dopo l'accoltellamento nessuno ha inseguito i due in fuga dalla scena del crimine all'hotel che dista neanche 200 metri in linea d'aria? Si sa che al seguito dei due militari erano state inviate due pattuglie che, però, stando alle notizie di stampa, sarebbero arrivate in ritardo. Ma anche il movente alla base dell'aggressione, se non dovesse essere suffragato da riscontri, potrebbe risultare un po' leggero. I due statunitensi all'appuntamento con il pusher si sono trovati davanti due carabinieri che si sono qualificati. Cosa ha scatenato la colluttazione? L'ultima versione, riportata negli atti, è questa: i due americani hanno rubato lo zaino del pusher a Trastevere. Una ritorsione perché al posto della coca che volevano acquistare si erano ritrovati della semplice aspirina. E nello zaino c'era il cellulare dello spacciatore. Ma per concordare l'incontro come sono entrati davvero in contatto i due americani con il pusher, se il telefono dell'uomo era nello zainetto sottratto? È stato il pusher a richiamarli? E perché il carabiniere di pattuglia con la vittima, Andrea Varriale, a caldo, ha riferito che gli aggressori erano nordafricani, fornendo anche un dettaglio preciso, ossia che uno dei due aveva i capelli con le meches? Anche la descrizione dell'abbigliamento non è esattamente quello ripreso dalle telecamere che hanno incastrato i due ragazzi: il militare presente pare avesse riferito che uno dei due indossasse una camicia a scacchi e che l'altro indossasse una felpa nera. E ancora: si sa che i due americani avevano l'aereo di ritorno in partenza per ieri sera. Perché allora se ne sono tornati a dormire in camera? È a queste domande che la Procura cercherà di rispondere nelle prossime ore. Fabio Amendolara
Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno: riapriamo i rubinetti e spieghiamo alla gente come stanno le cose. È meglio perdere la faccia che finire con le zampe per aria. C’è la guerra, ci sono i rincari, c’è il pericolo concreto che sull’industria europea e sui redditi dei cittadini si abbatta il colpo di grazia, dopo anni di euromasochismi verdi. Stiamo precipitando. L’unico paracadute è quello offerto, con mossa pelosa, da Vladimir Putin? Amen. Meglio fare un favore al cattivo che schiantarsi. Tanto più se, come dimostrano i dati, sottotraccia eravamo rimasti clienti del nostro arcinemico.
Le statistiche sono eloquenti. Ad esempio, quelle sugli acquisti di gas liquefatto russo: a febbraio, l’Ue ha importato 1,54 milioni di tonnellate di Gnl dall’impianto artico Jamal Spg, localizzato nell’omonima penisola, nel villaggio di Sabetta. Territorio della Federazione guidata dallo zar. I 21 cargo giunti in Europa, 17 dei quali attraverso compagnie britanniche e greche, la Seapeak del Regno Unito e l’ellenica Dynagas, rappresentavano il 100% della produzione del sito. Già a gennaio, gli acquirenti dell’Ue si erano accaparrati il 93% del gas liquido di Jamal. A gennaio 2027, come deciso dal Consiglio europeo un mese e mezzo fa, scatterà il bando totale sul Gnl di Putin; ma fino a quel momento, chi può e ne ha bisogno, ne farà incetta. E pazienza se quei soldi contribuiranno a finanziare la campagna bellica in Ucraina. Sulla Verità, d’altronde, lo avevamo già scritto: a gennaio 2026, le ribelli Ungheria e Slovacchia non sono state le uniche a mantenere attivi i flussi di metano e greggio da Mosca; la Francia, il Belgio e la Spagna hanno ricevuto grandi quantità di Gnl. Si può fare ma non si può dire?
Si badi bene: il Cremlino traffica anche petrolio, sebbene siano entrate in vigore le nuove regole Ue, che costringono i Paesi attraverso i quali avvenivano le triangolazioni a dimostrare, prima di vendercela, che la loro merce non proviene da raffinazione di materia prima russa. Ebbene: stando alle elaborazioni del Centre for research on energy and clean air (Crea), a febbraio, almeno 17 spedizioni riconducibili all’oro nero di Mosca sono entrate nei Paesi del blocco europeo. Circa i due terzi dei prodotti importati da raffinerie di Stati quali India e Turchia sono di origine russa. Stabilire in che percentuale pesi il greggio di Putin sul fabbisogno europeo è complicato, visto che i commerci avvengono in modo indiretto, in parte tramite le flotte fantasma. Ma una stima realistica oscilla tra il 7 e il 15% del petrolio consumato nell’Ue. Sarebbe tanto drammatico aumentare la quota? Gli ucraini, che bersagliano le navi ombra nel Mediterraneo fregandosene di provocare disastri ambientali, storceranno il naso. Ma per loro non sarebbe peggio se le nazioni che li sostengono collassassero?
Intanto, Oltrecortina sghignazzano. Ieri, Kirill Dmitriev, il capo del fondo sovrano russo per gli investimenti, coinvolto nei negoziati con gli Usa per il Donbass, ha rilanciato un articolo di Bloomberg sull’impennata dei prezzi del gas, vaticinando «un disastro per l’industria e le famiglie»: «Prevediamo cifre almeno del 100% superiori a quelle ipotizzate in precedenza», ha scritto, «poiché ci vorrà del tempo prima che l’Europa inizi inevitabilmente a implorare ulteriori quantitativi di gas russo». Ci si contorcono le viscere ad ammetterlo, però potrebbe aver ragione. Di sicuro, le prospettive economiche sono tragiche; altrettanto evidente è l’ostinazione di Bruxelles nel mantenere il calamitoso approccio del fiat iustitia, pereat mundus; resta da vedere se, davvero, a un certo punto saremo costretti a cospargerci il capo di cenere. E se, quando arriverà quel momento, non sarà già troppo tardi.
Basti vedere che il premier belga, Bart de Wever, dopo i reiterati appelli a riallacciare le comunicazioni con Mosca, ieri ha dovuto precisare che le sue parole sono state decontestualizzate e che il dialogo dovrebbe essere subordinato al conseguimento di una pace giusta con Kiev: «Se si raggiungerà un accordo accettabile per l’Ucraina e l’Europa, dovremmo essere in grado di ristabilire le relazioni economiche con la Russia». In questi termini, è una banalità: ufficialmente, noi non siamo mica in guerra con la Federazione. Semmai, viste le circostanze, una linea andrebbe ripristinata subito. Invece, il presidente del Consiglio Ue, António Costa, insiste: «Verrà il giorno» in cui dovremo riparlare con i russi, ha riconosciuto, ma «non è ancora il momento giusto». Già. Aspettiamo di tappezzare il continente di pannelli solari? Di mettere in funzione migliaia di mini reattori nucleari? Di trovare una quadra sulla revisione degli Ets? Con Hormuz sotto embargo, ha senso incartarsi nelle contraddizioni del commissario all’Energia, Dan Joergensen, che ha proposto un bando totale sul petrolio russo, ma al contempo, per sbloccare il prestito da 90 miliardi, ha costretto gli ucraini a cedere e a riparare l’oleodotto Druzhba, cioè quello che porta a ungheresi e slovacchi lo stesso petrolio russo?
Un vecchio adagio recita: «Quando cambiano i fatti, cambiano le mie opinioni». I fatti sono cambiati. E se essi rovinano i piani di Bruxelles, bisognerebbe aggiornare i piani piuttosto che ignorare i fatti. È l’Unione europea o l’Unione sovietica?
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Lucio Malan (Fdi) racconta l'audizione dei danneggiati: si sapeva che i sieri non avrebbero protetto, ma fu nascosto all'aula. Nuova legge per evitare gli allontanamenti di minori dopo il caso della famiglia nel bosco.
Donald Trump (Getty Images)
Dove vuole andare a parare Donald Trump? Qual è il suo progetto politico internazionale? Qual è la sua visione geopolitica globale? Come intende comportarsi e quali finalità intende raggiungere nella guerra scatenata in Iran insieme all’alleato Israele?
Ormai è complesso rispondere a queste domande e questo risulta particolarmente grave perché ne va degli assetti globali del pianeta. Ricordiamoci sempre che gli Usa sono ancora la prima e unica super potenza mondiale e, quindi, le azioni che fa l’America sul piano internazionale - soprattutto in assenza di istituzioni internazionali tali, non dico da governare, ma almeno da mediare le tensioni mondiali o regionali, Europa purtroppo inclusa - diventano centrali, e l’incertezza sul progetto che sottostà a queste azioni desta preoccupazioni piuttosto profonde. Lo scrivo su questo giornale, La Verità, che non si è mai strappata i capelli quando Trump, due anni fa, è stato eletto democraticamente e con una larga maggioranza degli elettori americani. Né, tanto meno, questo giornale ha pianto sui colpi infranti a quella mistura tanto banale quanto pericolosa che si chiama cultura woke: un’accozzaglia di idee con scarso, se non assente, spessore storico, debolissima infrastruttura teorica che si muove in senso contrario al senso di marcia del senso comune. Né ci siamo strappati le vesti sulla questione dei dazi. Ne abbiamo discusso, abbiamo criticato questa misura di politica economica internazionale dal punto di vista della sua efficacia. Però abbiamo anche rilevato e scritto che queste posizioni di Trump non emergevano dal nulla, ma erano anche frutto di politiche commerciali illegittime e sopportate per tanti anni, senza alcun intervento del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), ad esempio da parte della Cina. Ma ora il discorso è diverso.
Ora Trump ha il dovere di spiegare, almeno agli alleati storici, all’Onu per quel che vale, ma soprattutto alla Nato, verso dove vuole andare e quale piano intende attuare, se veramente gli sta a cuore la transizione verso un regime democratico in Iran. Ci aspettiamo con urgenza una risposta di Trump su questo punto: non noi, ovviamente, ma se l’aspettano gli alleati ai quali, a giorni e a settimane alterne, chiede l’aiuto. Lo ha fatto recentemente per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz e si è sentito rispondere dalla Nato che quella guerra non riguarda la Nato stessa. Altra cosa sarebbe se l’Iran attaccasse uno dei Paesi che aderiscono alla Nato in modo sostanziale, cioè con una guerra. In quel caso scatterebbe l’obbligo di osservanza dell’art. 5 dello Statuto della Nato che le impone, in questo caso specifico, di intervenire in difesa dello Stato attaccato. Ma questo è un altro scenario. Attualmente lo scenario riguarda direttamente gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra.Altra cosa ancora sono gli aiuti a sostegno degli altri Paesi del Golfo, anche attraverso gli aiuti dell’Italia. Andando indietro solo di circa un anno, e cioè al 22 giugno 2025, ricordiamo l’operazione «Midnight Hammer» («Martello di mezzanotte»), ricordiamo l’attacco compiuto dalla United States Air Force e dalla United States Navy a tre impianti nucleari in Iran per ordine del presidente Donald Trump come parte della guerra Iran-Israele. Furono colpiti l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Da parte statunitense si disse, allora, che la battaglia contro il nucleare iraniano era praticamente vinta. Poi si arriva all’operazione di attacco statunitense di quest’anno denominata «Operation Epic Fury» che, tra l’altro, ha risollevato il dibattito sui poteri di governo del presidente in assenza di una preventiva autorizzazione del Congresso. Ma anche per la sua illegittimità da un punto di vista del diritto internazionale riconosciuta anche dal presidente de Consiglio italiano Giorgia Meloni. Ha percorso tutta la storia, la discussione sul rapporto tra illegittimità di un’azione e giustizia della medesima quando un’azione prevede obiettivi ritenuti giusti, come l’abbattimento di una teocrazia islamica sanguinaria, tramite un’azione illegittima come è stata quella della rimozione di Maduro dalla guida del Venezuela. Ora Trump si trova impantanato in tre situazioni: Israele-Gaza, Russia-Ucraina, Iran, e a nove mesi dalle elezioni di Midterm che si svolgono ogni quattro anni, cioè dopo due anni dall’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Questa elezione riguarda 435 membri della Camera dei rappresentati e un terzo dei 100 membri del Senato (alternativamente 33 o 34). Trump si avvia a queste elezioni, secondo alcuni sondaggi, con il 60% degli americani che non sono a suo favore e con uno scarno 36-38% che rimane dalla sua parte. Il problema più serio è che i dubbi serpeggiano nella sua base di riferimento Maga (Make America Great Again). Le elezioni di metà mandato avranno un significato politico e si svolgeranno in un momento in cui, a meno che non avvengano cambiamenti radicali nel frattempo, la base elettorale dell’attuale presidente della prima super potenza mondiale non capisce, ed anzi è contraria, alla svolta dello stesso Trump che ha giocato la sua campagna elettorale anche sul fatto che non avrebbe promosso guerre, del resto in continuità con la tradizione repubblicana che non è mai stata guerrafondaia come talora lo è stata la tradizione democratica di quel Paese. Ma questi sono problemi interni al Paese presieduto da Trump che, certamente, non sono indifferenti per il mondo intero, ma che non sono il problema che ci preoccupa maggiormente in questo momento. Ora ci preoccupa capire dove Trump voglia arrivare in Iran, quali siano le azioni che intende apporre sul tappeto in ordine a una chiusura del conflitto e quali sono le idee per il dopo Khamenei figlio che ha sostituito, dopo pochi giorni, Khamenei padre. Questo è il punto sul quale ci concentriamo e aspettiamo una risposta che ad oggi è nebulosa, continuamente cangiante e che pone il mondo in una posizione di incertezza, anche economica, che potrebbe avere effetti devastanti.
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Il punto è che il mercato, soprattutto in Europa, ha abbandonato qualsiasi velleità di tagli per il 2026 e in poco più di due settimana ha subito oscillazioni abbastanza marcate sugli indici di riferimento che servono a fissare il costo, per esempio, dei mutui immobiliari.
Tanto per capirsi. Il 27 febbraio (il giorno prima dell’attacco di Usa e Israele all’Iran), l’Euribor a 3 mesi (il riferimento per i variabili) era al 2,01%, mentre ieri prezzava il 2,16%. Così come l’Eurirs a 20 anni (il riferimento per i tassi fissi) è passato dal 3% al 3,18%. Insomma l’Euribor è cresciuto dello 0,15% e l’Eurirs dello 0,18%. Cosa vuol dire tutto questo per l’italiano medio che chiede soldi in prestito alla banca per comprare casa? Qual è l’aggravio del conflitto iniziato a fine febbraio nel Golfo?
«Su un mutuo di 200.000 a 20 anni», spiega alla Verità Guido Bertolino, responsabile business development Mutuisupermarket.it, «l’aumento dello 0,15% del tasso comporta un’impennata della rata di 15,08 euro (180 euro in un anno ndr), mentre con un rialzo dello 0,18% la maggiorazione annuale sarebbe di 216 euro. Ovviamente la variazione ha un impatto immediato su chi ha già sottoscritto un prestito variabile e potrebbe riguardare dal prossimo mese chi invece dovesse stipulare un finanziamento a tasso fisso (perché gli istituti di credito normalmente adeguano il costo dei mutui all’Eurirs del mese precedente ndr)».
Finita qui? Se ci basiamo sulle indicazioni dei future sull’Euribor la giostra è appena iniziata. La curva evidenzia un rialzo dei tassi della Banca centrale europea dal 2 al 2,25% già a partire dal mese di maggio e prevede un’ ulteriore risalita fino al 2,47% per dicembre. Insomma, sono in ballo un paio di aumenti da qui alla fine dell’anno.
In soldoni? «È bene ricordare», continua Bertolino, «che parliamo di aspettative su un mercato che è estremamente volatile e influenzato dal rullo ininterrotto di notizie di cronaca che arrivano dal Golfo Persico. Anche perché ultimamente la Lagarde si muove sempre in relazioni a dati consolidati sull’andamento dei prezzi di medio e lungo periodo. Quindi escluderei un rialzo già domani e resterei cauto anche sulla possibilità di aumenti nella riunione successiva della Bce».
In un contesto così variabile ci sono banche che hanno portato sul mercato (in realtà già prima dell’inizio della guerra) prodotti innovativi che assicurano una sorta di mutuo a tasso fisso garantito. Come funziona il meccanismo? «Alcuni istituti hanno costituito dei “fondi interni” per garantire tassi fissi bloccati purché la stipula del mutuo avvenga entro l’estate. Tu avvii l’istruttoria con un tasso definito e poi anche se il costo del denaro dovesse salire hai tempo fino all’estate per stipulare un contratto definitivo agli stessi tassi dell’istruttoria». Al momento ci sono Credit Agricole che lascia invariati i tassi fino al 30 di settembre (avvio istruttoria entro il 15 maggio), Bper che dà tempo per l’istruttoria fino alla fine di marzo e per la stipula entro fine maggio (anche se i termini potrebbero essere prorogati) e Banco Bpm che lascia i tassi invariati fino al 30 giugno per le istruttorie sottoscritte entro il 15 aprile. E le novità potrebbero non essere finite qui. Perché è quando la geopolitica sembra impazzita che gli altri attori del mercato hanno il dovere di usare tutte le leve a loro disposizione per «tranquillizzare» investitori e risparmiatori. Sperando che si rinsavisca il prima possibile.
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