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2020-08-22
Due ministri dem strappano sul 5G si cinesi
Lorenzo Guerini (Yasin Ozturk/Anadolu Agency via Getty Images)
La diffusione della notizia del Dpcm con cui il governo ha autorizzato l'uso di tecnologia cinese (Huawei) sulle reti 5G di Tim ha sollevato più di una reazione. Il tentativo di Giuseppe Conte di far passare sotto silenzio l'atto amministrativo e quindi far entrare dalla finestra il colosso di Ren Zhengfei rischia di essere un boomerang, o meglio, rischia di far diventare lo stesso premier un target «nemico» per gli Stati Uniti. Infatti, seppure la forma sia stata in toto rispettata, così come la prassi delle raccomandazioni e il rispetto dei paletti fissati dalla toolbox Ue dello scorso gennaio, non tutti i partecipanti al consiglio dei ministri del 7 agosto si sono allineati e hanno accettato di buon grado le firme di Conte e del ministro Stefano Patuanelli a piè del documento.
A quanto risulta alla Verità, infatti, in occasione del consiglio, il titolare per gli Affari Ue, Vincenzo Amendola e quello della Difesa, Lorenzo Guerini (entrambi del Pd) hanno posto la questione della discussione «politica» prima che tecnica sul tema Huawei. Hanno formalmente (anche se non tramite informativa) chiesto che se ne discuta alla ripresa dei lavori a settembre. In pratica, pur non bloccando la firma del Dpcm (va infatti ricordato che un decreto del presidente non transita dal cdm) i due ministri, a quanto ci risulta unici nel consesso, avrebbero alzato la paletta rossa per chiedere a Conte di prendere una posizione e - aggiungiamo noi - di non nascondersi dietro piccoli passi amministrativi che però non ingannano nessuno. Vedremo quale sarà l'effetto della presa di distanza. Intanto è chiaro che il ministro della Difesa riafferma le sue posizioni sul tema, che sono note a tutti. E tutte rispondenti al principio dell'asse Atlantico da un lato e di una discussione vera e impegnata a livello europeo.
Lo scorso dicembre non a caso invitava a valutare «con attenzione la relazione del Copasir che ha messo in guardia sui rischi che potrebbero derivare dall'ingresso delle aziende cinesi nella tecnologia per reti mobili di quinta generazione. In precedenza, Patuanelli aveva invece rassicurato spiegando che la normativa varata «garantisce la sicurezza nazionale». Secondo Guerini - che da presidente del Copasir fino al 2018 aveva seguito la partita 5G con una lunga serie di audizioni - il dibattito che si è sviluppato sul tema, anche a livello internazionale, «non può essere ignorato» e la questione va affrontata «con ancora più determinazione perché attiene alla sicurezza nazionale», ha spiegato in occasione della conclusione dei lavori del Copasir. L'Italia, ha ricordato, «ha certamente già affrontato il tema 5G. L'approvazione del perimetro di sicurezza cibernetica nazionale e l'estensione del golden power al 5G sono provvedimenti importanti e sostanziali per la sicurezza delle nostre infrastrutture strategiche. Tuttavia», ha concluso, «il Copasir, dopo un anno intenso di approfondimento e audizioni, ha evidenziato come sia comunque necessario tenere alta la guardia per limitare potenziali rischi». Indicazioni messe nero su bianco dal comitato parlamentare e appunto rilanciate dallo stesso Guerini, che però non sembrano essere prese in considerazione da premier, 5 stelle e pure da una parte del Pd. Non si può non notare che, se da un lato spiccano le prese di posizione di Amendola e Guerini, si notano ancor di più i silenzi accondiscendenti di Roberto Gualtieri e degli altri dem che evidentemente concordano con la linea fumosa di questo governo. E con la tecnica di inserire in Italia la tecnologia cinese un passa alla volta. «Non sono qui a discutere di atti amministrativi, tanto più se riguardano singole società e quotate», commenta alla Verità, Adolfo Urso numero due del Copasir e senatore di Fdi, «ma la sicurezza nazionale in questo momento va valutata non solo dentro il perimetro nazionale ma anche fuori. Libia, Libano, Egitto, Niger e Medioriente in generale ci coinvolgono direttamente e possiamo tutelare i nostri interessi soltanto all'interno di un'alleanza con gli Stati Uniti. Per questo», prosegue, «serve una scelta politica di fondo a partire dal 5G su cui la Casa Bianca si è espressa in modo inequivocabile».
Il numero due del Copasir tiene anche ad anticipare un secondo tema da mettere sullo stesso piano delle reti mobili e si tratta delle infrastrutture portuali. «Monitoreremo con attenzione», aggiunge il vice presidente, «l'evoluzione delle scelte relative alla tecnologia Huawei, ma anche tutti gli interventi e gli interessi che si stanno concentrando sui porti della Penisola, da Trieste a Civitavecchia, ma soprattutto a Taranto». Sembra insomma, che agosto non basti a Conte per chiudere certe partite, a settembre ripartiranno gli esami. Vedremo anche se nel Pd passerà la linea Guerini (al momento minoritaria) o si evolverà quella anti atlantista. Di certo i dem non riusciranno più a nascondersi dietro alle sottane dei 5 stelle.
La Lega contro Conte e il Dragone invoca il Comitato per la sicurezza
Il centrodestra è sempre più compatto contro il governo di Giuseppe Conte dopo la notizia data dalla Verità su un accordo segreto tra palazzo Chigi e la Cina sull'utilizzo della tecnologia 5G di Huawei. È quasi unanime la richiesta di spiegazioni da parte di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia dopo la scoperta che il 7 agosto il presidente del Consiglio e il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (M5S) avevano autorizzato Tim a rifornirsi di strumentazioni della tecnologia del colosso cinese, già nel mirino degli Stati Uniti. Da tempo Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi prendono di mira il dialogo tra il governo Conte e la Cina sul fronte delle telecomunicazioni, un rischio dal punto di vista geopolitico, mentre i 5 stelle continuano a temporeggiare sull'entrata del fondo statunitense Kkr nella società che gestirà la rete unica.
«Se esiste un patto segreto con la Cina per svendere i nostri dati e la nostra sicurezza il governo deve chiarire in Parlamento», dicono i deputati leghisti Giulio Centemero, capogruppo in Commissione Finanze, Massimiliano Capitanio, segretario della Vigilanza Rai e membro della Commissione Trasporti, Poste e Tlc, e Alessandro Morelli, responsabile Editoria e innovazione tecnologica del Carroccio, annunciando una interrogazione alla Camera.
L'anno scorso Berlusconi ricordava come su «Huawei» ci fosse «un rischio totale: chi arriva prima nell'intelligenza artificiale, e la Cina sta facendo investimenti enormi, può diventare padrone del mondo». Non a caso sempre ieri Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia, ricordava la notizia data dal nostro quotidiano. «Il quotidiano La Verità ha svelato una cosa gravissima: che nella riunione del Consiglio dei ministri del 7 agosto è stato approvato un Dpcm che autorizza Tim a utilizzare per le reti sensibili del 5G la tecnologia cinese Huawei, sia pure con alcune prescrizioni» spiega Bernini. «Si tratta di materia sensibilissima, che attiene alla sicurezza nazionale e ai rapporti con i nostri alleati storici. Perché il governo non ne ha fatto alcun cenno nel dettagliatissimo comunicato diffuso al termine della riunione? Urge un chiarimento che, se non arriverà già oggi, chiederemo attraverso un'interrogazione con carattere d'urgenza».
Ma è la Lega quella più attiva sulla vicenda. «Pd e M5s hanno volutamente secretato i contenuti di un Dpcm del 7 agosto con cui si autorizzano i cinesi di Huawei a mettere le mani sulle nostre reti tlc, alla faccia del golden power» dicono i deputati leghisti. «Da una parte Conte ha bloccato la firma tra Tim e gli americani di Kkr, dall'altra Di Maio prepara la calata del ministro degli Esteri cinesi in Italia a settembre». La Lega mette nel mirino i ritardi del governo sulla creazione di Fibercop, la società che si occuperà della rete unica, stretta tra le richieste di Tim di far entrare Kkr e i grillini invece convinti invece della necessità di una maggioranza statale. «Evidentemente Pd e M5s hanno deciso di stare fuori dalla Nato, e ovviamente noi faremo di tutto per smascherare questo piano suicida» aggiungono Centemero, Capitanio e Morelli. «Che a questo governo la democrazia non piacesse lo avevamo capito da tempo, ma che con un Dpcm si vincolasse l'intero Paese a soggiacere al volere dell'imperatore Xi e ad abbandonare le democrazie europee e atlantiche è un fatto troppo grave per essere taciuto. Si tratta di temi troppo importanti per costituire (solo) oggetto di un decreto: non è accettabile che il nostro Paese venga svenduto al miglior offerente. Siamo certi di un pronto intervento del Copasir».
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Vincenzo Amendola e Lorenzo Guerini durante il cdm del 7 agosto si sono dissociati dalla scelta di autorizzare la tecnologia Huawei tramite Dpcm. Da atlantisti chiedono a settembre un confronto politico definitivo. Il vice del Copasir, Adolfo Urso: «Faremo attenzione anche ai porti». La Lega contro Conte e il Dragone invoca il Comitato per la sicurezza. Centrodestra compatto. Anna Maria Bernini: «In gioco sicurezza nazionale, urge un chiarimento». Lo speciale comprende due articoli. La diffusione della notizia del Dpcm con cui il governo ha autorizzato l'uso di tecnologia cinese (Huawei) sulle reti 5G di Tim ha sollevato più di una reazione. Il tentativo di Giuseppe Conte di far passare sotto silenzio l'atto amministrativo e quindi far entrare dalla finestra il colosso di Ren Zhengfei rischia di essere un boomerang, o meglio, rischia di far diventare lo stesso premier un target «nemico» per gli Stati Uniti. Infatti, seppure la forma sia stata in toto rispettata, così come la prassi delle raccomandazioni e il rispetto dei paletti fissati dalla toolbox Ue dello scorso gennaio, non tutti i partecipanti al consiglio dei ministri del 7 agosto si sono allineati e hanno accettato di buon grado le firme di Conte e del ministro Stefano Patuanelli a piè del documento. A quanto risulta alla Verità, infatti, in occasione del consiglio, il titolare per gli Affari Ue, Vincenzo Amendola e quello della Difesa, Lorenzo Guerini (entrambi del Pd) hanno posto la questione della discussione «politica» prima che tecnica sul tema Huawei. Hanno formalmente (anche se non tramite informativa) chiesto che se ne discuta alla ripresa dei lavori a settembre. In pratica, pur non bloccando la firma del Dpcm (va infatti ricordato che un decreto del presidente non transita dal cdm) i due ministri, a quanto ci risulta unici nel consesso, avrebbero alzato la paletta rossa per chiedere a Conte di prendere una posizione e - aggiungiamo noi - di non nascondersi dietro piccoli passi amministrativi che però non ingannano nessuno. Vedremo quale sarà l'effetto della presa di distanza. Intanto è chiaro che il ministro della Difesa riafferma le sue posizioni sul tema, che sono note a tutti. E tutte rispondenti al principio dell'asse Atlantico da un lato e di una discussione vera e impegnata a livello europeo. Lo scorso dicembre non a caso invitava a valutare «con attenzione la relazione del Copasir che ha messo in guardia sui rischi che potrebbero derivare dall'ingresso delle aziende cinesi nella tecnologia per reti mobili di quinta generazione. In precedenza, Patuanelli aveva invece rassicurato spiegando che la normativa varata «garantisce la sicurezza nazionale». Secondo Guerini - che da presidente del Copasir fino al 2018 aveva seguito la partita 5G con una lunga serie di audizioni - il dibattito che si è sviluppato sul tema, anche a livello internazionale, «non può essere ignorato» e la questione va affrontata «con ancora più determinazione perché attiene alla sicurezza nazionale», ha spiegato in occasione della conclusione dei lavori del Copasir. L'Italia, ha ricordato, «ha certamente già affrontato il tema 5G. L'approvazione del perimetro di sicurezza cibernetica nazionale e l'estensione del golden power al 5G sono provvedimenti importanti e sostanziali per la sicurezza delle nostre infrastrutture strategiche. Tuttavia», ha concluso, «il Copasir, dopo un anno intenso di approfondimento e audizioni, ha evidenziato come sia comunque necessario tenere alta la guardia per limitare potenziali rischi». Indicazioni messe nero su bianco dal comitato parlamentare e appunto rilanciate dallo stesso Guerini, che però non sembrano essere prese in considerazione da premier, 5 stelle e pure da una parte del Pd. Non si può non notare che, se da un lato spiccano le prese di posizione di Amendola e Guerini, si notano ancor di più i silenzi accondiscendenti di Roberto Gualtieri e degli altri dem che evidentemente concordano con la linea fumosa di questo governo. E con la tecnica di inserire in Italia la tecnologia cinese un passa alla volta. «Non sono qui a discutere di atti amministrativi, tanto più se riguardano singole società e quotate», commenta alla Verità, Adolfo Urso numero due del Copasir e senatore di Fdi, «ma la sicurezza nazionale in questo momento va valutata non solo dentro il perimetro nazionale ma anche fuori. Libia, Libano, Egitto, Niger e Medioriente in generale ci coinvolgono direttamente e possiamo tutelare i nostri interessi soltanto all'interno di un'alleanza con gli Stati Uniti. Per questo», prosegue, «serve una scelta politica di fondo a partire dal 5G su cui la Casa Bianca si è espressa in modo inequivocabile». Il numero due del Copasir tiene anche ad anticipare un secondo tema da mettere sullo stesso piano delle reti mobili e si tratta delle infrastrutture portuali. «Monitoreremo con attenzione», aggiunge il vice presidente, «l'evoluzione delle scelte relative alla tecnologia Huawei, ma anche tutti gli interventi e gli interessi che si stanno concentrando sui porti della Penisola, da Trieste a Civitavecchia, ma soprattutto a Taranto». Sembra insomma, che agosto non basti a Conte per chiudere certe partite, a settembre ripartiranno gli esami. Vedremo anche se nel Pd passerà la linea Guerini (al momento minoritaria) o si evolverà quella anti atlantista. 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È quasi unanime la richiesta di spiegazioni da parte di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia dopo la scoperta che il 7 agosto il presidente del Consiglio e il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (M5S) avevano autorizzato Tim a rifornirsi di strumentazioni della tecnologia del colosso cinese, già nel mirino degli Stati Uniti. Da tempo Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi prendono di mira il dialogo tra il governo Conte e la Cina sul fronte delle telecomunicazioni, un rischio dal punto di vista geopolitico, mentre i 5 stelle continuano a temporeggiare sull'entrata del fondo statunitense Kkr nella società che gestirà la rete unica. «Se esiste un patto segreto con la Cina per svendere i nostri dati e la nostra sicurezza il governo deve chiarire in Parlamento», dicono i deputati leghisti Giulio Centemero, capogruppo in Commissione Finanze, Massimiliano Capitanio, segretario della Vigilanza Rai e membro della Commissione Trasporti, Poste e Tlc, e Alessandro Morelli, responsabile Editoria e innovazione tecnologica del Carroccio, annunciando una interrogazione alla Camera. L'anno scorso Berlusconi ricordava come su «Huawei» ci fosse «un rischio totale: chi arriva prima nell'intelligenza artificiale, e la Cina sta facendo investimenti enormi, può diventare padrone del mondo». Non a caso sempre ieri Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia, ricordava la notizia data dal nostro quotidiano. «Il quotidiano La Verità ha svelato una cosa gravissima: che nella riunione del Consiglio dei ministri del 7 agosto è stato approvato un Dpcm che autorizza Tim a utilizzare per le reti sensibili del 5G la tecnologia cinese Huawei, sia pure con alcune prescrizioni» spiega Bernini. «Si tratta di materia sensibilissima, che attiene alla sicurezza nazionale e ai rapporti con i nostri alleati storici. Perché il governo non ne ha fatto alcun cenno nel dettagliatissimo comunicato diffuso al termine della riunione? Urge un chiarimento che, se non arriverà già oggi, chiederemo attraverso un'interrogazione con carattere d'urgenza». Ma è la Lega quella più attiva sulla vicenda. «Pd e M5s hanno volutamente secretato i contenuti di un Dpcm del 7 agosto con cui si autorizzano i cinesi di Huawei a mettere le mani sulle nostre reti tlc, alla faccia del golden power» dicono i deputati leghisti. «Da una parte Conte ha bloccato la firma tra Tim e gli americani di Kkr, dall'altra Di Maio prepara la calata del ministro degli Esteri cinesi in Italia a settembre». La Lega mette nel mirino i ritardi del governo sulla creazione di Fibercop, la società che si occuperà della rete unica, stretta tra le richieste di Tim di far entrare Kkr e i grillini invece convinti invece della necessità di una maggioranza statale. «Evidentemente Pd e M5s hanno deciso di stare fuori dalla Nato, e ovviamente noi faremo di tutto per smascherare questo piano suicida» aggiungono Centemero, Capitanio e Morelli. «Che a questo governo la democrazia non piacesse lo avevamo capito da tempo, ma che con un Dpcm si vincolasse l'intero Paese a soggiacere al volere dell'imperatore Xi e ad abbandonare le democrazie europee e atlantiche è un fatto troppo grave per essere taciuto. Si tratta di temi troppo importanti per costituire (solo) oggetto di un decreto: non è accettabile che il nostro Paese venga svenduto al miglior offerente. Siamo certi di un pronto intervento del Copasir».
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.
Silvia Salis (Ansa)
C’è chi sceglie di raggiungere la montagna insieme ai partigiani e chi, invece, preferisce raggiungere il lago, per combattere una guerra disperata sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Ognuno arriva alla propria conclusione dopo enormi sofferenze. Lo stesso fanno gli Alpini. Chi va da una parte e chi dall’altra.
Portava però la penna nera Nuto Revelli che, dopo l’Armistizio di Cassibile, è tra i fondatori delle formazioni di Giustizia e Libertà, diventando poi un testimone chiave della lotta partigiana. Lo stesso fa Mario Rigoni Stern, tornato miracolosamente vivo dalla campagna di Russia per poi combattere sull’Altipiano di Asiago. E pure Enrico Martini Mauri, una delle 62 medaglie d’oro, e attivo in Piemonte. Scrive di lui l’Anpi: «Di sentimenti monarchici, con la mentalità del militare, Mauri (che, grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore «Temple», riceve lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento), tende a tenere sotto il suo controllo tutta la zona». È un militare di professione. Sa fare la guerra. Difende la sua terra, anche scontrandosi con i partigiani della Brigata Garibaldi. A Genova, attorno al partigiano cattolico e medaglia d’oro Aldo Gastaldi (morto in uno strano incidente a guerra finita a cui Giampaolo Pansa dedicò il libro Uccidete il comandante bianco) si radunano moltissimi alpini. Sanno muoversi e combattere in montagna, del resto. Sono il corpo più adatto per la guerriglia. Sono valorosi e lo dimostreranno in battaglia.
A distanza di 80 anni le Penne nere stanno per tornare a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Città che si è liberata da sola, prima ancora che arrivassero gli alleati, anche grazie al contributo di quei combattenti che provenivano dalle truppe alpine che oggi pare disprezzare. L’adunata annuale delle Penne nere è stata anticipata dalle solite polemiche. Le femministe di Non una di meno che vedono negli Alpini l’ultimo baluardo del patriarcato e la candidata di Alleanza verdi e sinistra che chiede che le Penne nere vadano altrove. Ma c’è anche chi, come l’alpino e consigliere comunale a Genova, Sergio Gambino, ha firmato un ordine del giorno per chiedere ufficialmente che, dopo le denigrazioni, la città valorizzasse gli Alpini. Una richiesta semplice in cui si domandava al sindaco Silvia Salis di «ribadire pubblicamente il valore sociale e culturale dell’Adunata, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica volta a dividere la cittadinanza». Ma soprattutto si chiedeva di «prendere pubblicamente le distanze, manifestando solidarietà agli Alpini, da quanto di grave è stato affermato sulle pagine social di Non una di meno».
La risposta che è arrivata dalla giunta della Salis, però, è stata un secco no. Questa la cronaca politica. Che è cronaca, quindi destinata a passare. A differenza delle 62 medaglie d’oro degli Alpini.
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