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2022-10-20
Draghi, l’addio è la supercazzola alle Camere
Mario Draghi (Ansa)
Ultimi giorni di scuola per Mario Draghi. Si concludono i 20 mesi del suo governo, iniziato con le migliori intenzioni, ma finito con un Paese lasciato più in difficoltà di come lo aveva trovato. Non solo per colpa sua, certo, ma il Super Mario che ci si attendeva, l’uomo dei miracoli, alla fine si è mostrato umano e fallibile. Come tutti gli altri. Nel suo ultimo atto si rivolge al Parlamento. Molto insolito da parte sua, lo ha fatto raramente durante il suo mandato. Eppure, dopo mesi di non considerazione e stima, ieri in serata ha inviato una nota informativa a Camera e Senato in sostituzione delle comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo (quello di oggi). Una relazione quindi, che sembra più che altro un’auto celebrazione: «Un gruppo di 15 Stati membri è favorevole all’idea proposta dall’Italia d’istituire un “corridoio dinamico del prezzo”, ovvero un tetto al prezzo del gas modulabile intorno ai livelli reali di domanda e offerta. Una minoranza di Stati membri tra cui Germania e Paesi Bassi si oppone a questa misura perché teme possa limitare i flussi di gas verso l’Ue. Nel pacchetto di proposte della commissione europea pubblicata il 18/10 compare finalmente il riferimento al “corridoio dinamico dei prezzi del gas”. È essenziale che questo riferimento sia da subito reso operativo» scrive il premier.
Come già scritto su La Verità però, questa proposta è ben lontana dall’idea di tetto al prezzo del gas che l’Italia aveva in principio e sbandierarla come una vittoria è quantomeno una forzatura, un’impuntatura quindi, per rivendicare un successo alla fine della legislatura.
La maggior parte della stampa che lo ha seguito però, lo vede ancora come un Dio: ieri nell’ultimo saluto lo ha celebrato corrisposta da grandissimi ringraziamenti: «Voi in questi 20 mesi, tra pandemia e crisi energetica, avete svolto un servizio straordinario ai cittadini aiutandoli a seguire e comprendere ciò che avviene. Un servizio straordinario anche per la democrazia italiana». Draghi poi ha aggiunto: «Voi, stampa libera, avete avuto dal presidente del Consiglio, da me, il rispetto che si deve alla stampa libera, rispondendo alle domande nel modo più chiaro possibile». Indimenticabili le conferenze stampa della presidenza del Consiglio, soprattutto quelle dell’inizio: si respirava una strana atmosfera di riverenza, per mesi molti cronisti hanno dimenticato di fare domande e pretendere risposte. Non è mancata poi alla fine anche una foto ricordo, insieme ai giornalisti più fedeli.
Ieri si è avuto anche l’ultimo pranzo al Colle. Una prassi alla vigilia dei Consigli Ue. Il presidente Sergio Mattarella lo ha ringraziato insieme ai ministri presenti alla colazione di lavoro al Quirinale per «l’eccellente lavoro svolto e i lusinghieri risultati ottenuti». Il capo dello Stato ha chiesto al presidente Draghi di portare il suo saluto e il suo ringraziamento anche agli altri ministri non presenti alla colazione. Insomma, saluti e ringraziamenti e lo stesso Draghi si è detto soddisfatto del lavoro svolto: «È stata una esperienza straordinaria di cui sono straordinariamente contento, finisce in una maniera molto soddisfacente, con la buona coscienza del lavoro fatto questa è la cosa più importante».
Coscienza pulita quindi per il premier, ma anche cuor leggero, perché sa che la parte difficile deve ancora arrivare e che alla fine dei giochi, nonostante qualche inciampo sul percorso e notevoli ritardi e incertezze sulle decisioni di prendere, alla fine lui ne uscirà pulito. E quando arriverà l’inverno, quello vero, al suo posto ci sarà qualcun altro. Lo dimostra il silenzio sull’ultima domanda: «Presidente è ottimista per il futuro del Paese?».
Dopo i salamelecchi si torna al lavoro e la giornata si conclude con l’ultimo Consiglio dei ministri in cui si dà spazio a provvedimenti non proprio urgentissimi, per poi finire i soldi per gli aiuti agli italiani. Si è dato infatti il via libera al nuovo contratto collettivo nazionale 2019-2021 del comparto Funzioni locali, che riguarda circa 430.000 dipendenti di Regioni, Province, Comuni e Camere di commercio, e all’accordo per il personale della carriera diplomatica. Il governo Draghi ha trovato il tempo e soprattutto i fondi per questi rinnovi contrattuali e «il prossimo rinnovo riguarderà il personale dell’Istruzione e della ricerca, per cui sono in corso le trattative», ha chiarito il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che naturalmente esprime soddisfazione per il risultato ottenuto. E andrebbe anche bene, se non fosse che nello stesso Consiglio dei ministri, per quanto riguarda il dl Aiuti, sono stati sospesi, almeno fino alla verifica del plafond, i bonus di 200 e 150 euro per i professionisti. La sospensione che definiscono come «temporanea» è dovuta alla «necessità di aggiornare, riorganizzando internamente alle direzioni generali del ministero, il sistema di monitoraggio della spesa tenuto conto del plafond complessivo previsto dalla norma». Un modo carino per dire che bisogna vedere se ci sono le coperture insomma. Non un granché, considerato che si attendono ancora 9 dei 10 miliardi di extraprofitti chiesti alle imprese energetiche. Uno forse dei più clamorosi errori del governo Draghi almeno negli ultimi mesi. Sono stati però prorogati fino al 18 novembre il taglio delle accise e la sforbiciata dell’Iva sui carburanti.
Stretta dell’Antitrust su luce e gas: istruttoria sulle tariffe maggiorate
Giro di vite dell’Antitrust su diverse società energetiche. In particolare, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato presieduta da Roberto Rustichelli ha avviato quattro procedimenti istruttori - e altrettanti sub-procedimenti cautelari - nei confronti di Iren, Iberdrola, E.On e Dolomiti, compagnie specializzate nella fornitura di energia elettrica e gas naturale sul mercato libero.
Inoltre, ha inviato una richiesta di informazioni ad altre 25 società: A2A energia, Acea energia, Agsm energia, Alleanza luce & gas, Alperia, Amgas, Argos, Audax energia, Axpo Italia, Bluenergy group, Duferco energia, Edison energia, Enegan, Enel energia, Engie Italia, Eni Plenitude, Enne energia, Estra energie, Hera comm, Illumia, Optima Italia, Repower Italia, Sinergas, Sorgenia, Wekiwi.
Il timore è chiaramente che le società coinvolte nelle indagini abbiano beneficiato ben oltre misura dell’attuale situazione che vede i prezzi unitari della materia prima alle stelle. Detto in parole povere, si temono speculazioni.
Più in dettaglio, sono finite sotto la lente le proposte di modifica al rialzo del prezzo di fornitura di energia elettrica e gas naturale, in contrasto al dl Aiuti bis. La norma in questione aveva messo in pausa, fino al 30 aprile 2023, l’efficacia delle clausole contrattuali che consentono alle società di modificare verso l’alto il prezzo di fornitura.
Quello che viene contestato dall’Antitrust ad Iberdrola ed E.On è la comunicazione con cui le società hanno rappresentato agli utenti la risoluzione del contratto di fornitura per eccessiva onerosità sopravvenuta. In pratica, perché il prezzo del gas aveva raggiunto livelli troppo alti e per questo veniva proposto un contratto a condizioni decisamente peggiori.
A Dolomiti, invece, viene contestata l’efficacia delle comunicazioni di modifica unilaterale del prezzo di fornitura perché inviate prima dell’entrata in vigore del decreto Aiuti bis (10 agosto 2022), mentre la norma fa salve solo le modifiche unilaterali «perfezionate» ovvero effettivamente applicate prima della stessa data.
A Iren viene invece criticata la comunicazione relativa alla scadenza di tutte le offerte a prezzo fisso con l’offerta di nuove e peggiorative condizioni economiche o la possibilità di recedere dalla fornitura.
A Iberdrola e Dolomiti viene anche contestata l’ingannevolezza delle comunicazioni che evidenzierebbero l’impossibilità di fornire energia elettrica al prezzo contrattualmente stabilito a causa dell’aumento del prezzo del gas naturale, in espressa e grave contraddizione con le affermazioni diffuse nei messaggi promozionali, secondo le quali l’energia elettrica venduta proverrebbe esclusivamente da fonti rinnovabili.
Dopo aver sentito le imprese e consentito loro, entro breve termine, l’esercizio del diritto di difesa, l’Autorità concluderà i sub-procedimenti valutando se ricorreranno i presupposti per adottare eventuali provvedimenti cautelari.
Ci sono poi altre 25 società fornitrici di energia elettrica e gas naturale a cui l’Autorità ha inviato una richiesta di informazioni per acquisire copia di eventuali comunicazioni illecite mandate ai consumatori a partire dal primo maggio 2022. I messaggi in particolare erano relativi alle modifiche unilaterali delle condizioni economiche di fornitura o anche alla rinegoziazione, sostituzione o aggiornamento applicate dopo il 10 agosto 2022. L’obiettivo dell’Antitrust è capire se siano state attuate condotte non rispettose dei diritti dei consumatori.
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Conclusi i 20 mesi del suo mandato tra complimenti e autoassoluzioni: «Buona coscienza del lavoro fatto». Alla vigilia del Consiglio d’Europa ecco la nota sul «corridoio dinamico» per il prezzo del gas. Rinnovato il contratto degli enti locali, ma gli aiuti sono finiti.Stretta dell’Antitrust su luce e gas: istruttoria sulle tariffe maggiorate. Si temono speculazioni. Avviati 4 procedimenti e richieste informazioni a 25 società. Lo speciale comprende due articoli.Ultimi giorni di scuola per Mario Draghi. Si concludono i 20 mesi del suo governo, iniziato con le migliori intenzioni, ma finito con un Paese lasciato più in difficoltà di come lo aveva trovato. Non solo per colpa sua, certo, ma il Super Mario che ci si attendeva, l’uomo dei miracoli, alla fine si è mostrato umano e fallibile. Come tutti gli altri. Nel suo ultimo atto si rivolge al Parlamento. Molto insolito da parte sua, lo ha fatto raramente durante il suo mandato. Eppure, dopo mesi di non considerazione e stima, ieri in serata ha inviato una nota informativa a Camera e Senato in sostituzione delle comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo (quello di oggi). Una relazione quindi, che sembra più che altro un’auto celebrazione: «Un gruppo di 15 Stati membri è favorevole all’idea proposta dall’Italia d’istituire un “corridoio dinamico del prezzo”, ovvero un tetto al prezzo del gas modulabile intorno ai livelli reali di domanda e offerta. Una minoranza di Stati membri tra cui Germania e Paesi Bassi si oppone a questa misura perché teme possa limitare i flussi di gas verso l’Ue. Nel pacchetto di proposte della commissione europea pubblicata il 18/10 compare finalmente il riferimento al “corridoio dinamico dei prezzi del gas”. È essenziale che questo riferimento sia da subito reso operativo» scrive il premier.Come già scritto su La Verità però, questa proposta è ben lontana dall’idea di tetto al prezzo del gas che l’Italia aveva in principio e sbandierarla come una vittoria è quantomeno una forzatura, un’impuntatura quindi, per rivendicare un successo alla fine della legislatura. La maggior parte della stampa che lo ha seguito però, lo vede ancora come un Dio: ieri nell’ultimo saluto lo ha celebrato corrisposta da grandissimi ringraziamenti: «Voi in questi 20 mesi, tra pandemia e crisi energetica, avete svolto un servizio straordinario ai cittadini aiutandoli a seguire e comprendere ciò che avviene. Un servizio straordinario anche per la democrazia italiana». Draghi poi ha aggiunto: «Voi, stampa libera, avete avuto dal presidente del Consiglio, da me, il rispetto che si deve alla stampa libera, rispondendo alle domande nel modo più chiaro possibile». Indimenticabili le conferenze stampa della presidenza del Consiglio, soprattutto quelle dell’inizio: si respirava una strana atmosfera di riverenza, per mesi molti cronisti hanno dimenticato di fare domande e pretendere risposte. Non è mancata poi alla fine anche una foto ricordo, insieme ai giornalisti più fedeli.Ieri si è avuto anche l’ultimo pranzo al Colle. Una prassi alla vigilia dei Consigli Ue. Il presidente Sergio Mattarella lo ha ringraziato insieme ai ministri presenti alla colazione di lavoro al Quirinale per «l’eccellente lavoro svolto e i lusinghieri risultati ottenuti». Il capo dello Stato ha chiesto al presidente Draghi di portare il suo saluto e il suo ringraziamento anche agli altri ministri non presenti alla colazione. Insomma, saluti e ringraziamenti e lo stesso Draghi si è detto soddisfatto del lavoro svolto: «È stata una esperienza straordinaria di cui sono straordinariamente contento, finisce in una maniera molto soddisfacente, con la buona coscienza del lavoro fatto questa è la cosa più importante». Coscienza pulita quindi per il premier, ma anche cuor leggero, perché sa che la parte difficile deve ancora arrivare e che alla fine dei giochi, nonostante qualche inciampo sul percorso e notevoli ritardi e incertezze sulle decisioni di prendere, alla fine lui ne uscirà pulito. E quando arriverà l’inverno, quello vero, al suo posto ci sarà qualcun altro. Lo dimostra il silenzio sull’ultima domanda: «Presidente è ottimista per il futuro del Paese?». Dopo i salamelecchi si torna al lavoro e la giornata si conclude con l’ultimo Consiglio dei ministri in cui si dà spazio a provvedimenti non proprio urgentissimi, per poi finire i soldi per gli aiuti agli italiani. Si è dato infatti il via libera al nuovo contratto collettivo nazionale 2019-2021 del comparto Funzioni locali, che riguarda circa 430.000 dipendenti di Regioni, Province, Comuni e Camere di commercio, e all’accordo per il personale della carriera diplomatica. Il governo Draghi ha trovato il tempo e soprattutto i fondi per questi rinnovi contrattuali e «il prossimo rinnovo riguarderà il personale dell’Istruzione e della ricerca, per cui sono in corso le trattative», ha chiarito il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che naturalmente esprime soddisfazione per il risultato ottenuto. E andrebbe anche bene, se non fosse che nello stesso Consiglio dei ministri, per quanto riguarda il dl Aiuti, sono stati sospesi, almeno fino alla verifica del plafond, i bonus di 200 e 150 euro per i professionisti. La sospensione che definiscono come «temporanea» è dovuta alla «necessità di aggiornare, riorganizzando internamente alle direzioni generali del ministero, il sistema di monitoraggio della spesa tenuto conto del plafond complessivo previsto dalla norma». Un modo carino per dire che bisogna vedere se ci sono le coperture insomma. Non un granché, considerato che si attendono ancora 9 dei 10 miliardi di extraprofitti chiesti alle imprese energetiche. Uno forse dei più clamorosi errori del governo Draghi almeno negli ultimi mesi. Sono stati però prorogati fino al 18 novembre il taglio delle accise e la sforbiciata dell’Iva sui carburanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-laddio-e-la-supercazzola-alle-camere-2658475943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stretta-dellantitrust-su-luce-e-gas-istruttoria-sulle-tariffe-maggiorate" data-post-id="2658475943" data-published-at="1666207276" data-use-pagination="False"> Stretta dell’Antitrust su luce e gas: istruttoria sulle tariffe maggiorate Giro di vite dell’Antitrust su diverse società energetiche. In particolare, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato presieduta da Roberto Rustichelli ha avviato quattro procedimenti istruttori - e altrettanti sub-procedimenti cautelari - nei confronti di Iren, Iberdrola, E.On e Dolomiti, compagnie specializzate nella fornitura di energia elettrica e gas naturale sul mercato libero. Inoltre, ha inviato una richiesta di informazioni ad altre 25 società: A2A energia, Acea energia, Agsm energia, Alleanza luce & gas, Alperia, Amgas, Argos, Audax energia, Axpo Italia, Bluenergy group, Duferco energia, Edison energia, Enegan, Enel energia, Engie Italia, Eni Plenitude, Enne energia, Estra energie, Hera comm, Illumia, Optima Italia, Repower Italia, Sinergas, Sorgenia, Wekiwi. Il timore è chiaramente che le società coinvolte nelle indagini abbiano beneficiato ben oltre misura dell’attuale situazione che vede i prezzi unitari della materia prima alle stelle. Detto in parole povere, si temono speculazioni. Più in dettaglio, sono finite sotto la lente le proposte di modifica al rialzo del prezzo di fornitura di energia elettrica e gas naturale, in contrasto al dl Aiuti bis. La norma in questione aveva messo in pausa, fino al 30 aprile 2023, l’efficacia delle clausole contrattuali che consentono alle società di modificare verso l’alto il prezzo di fornitura. Quello che viene contestato dall’Antitrust ad Iberdrola ed E.On è la comunicazione con cui le società hanno rappresentato agli utenti la risoluzione del contratto di fornitura per eccessiva onerosità sopravvenuta. In pratica, perché il prezzo del gas aveva raggiunto livelli troppo alti e per questo veniva proposto un contratto a condizioni decisamente peggiori. A Dolomiti, invece, viene contestata l’efficacia delle comunicazioni di modifica unilaterale del prezzo di fornitura perché inviate prima dell’entrata in vigore del decreto Aiuti bis (10 agosto 2022), mentre la norma fa salve solo le modifiche unilaterali «perfezionate» ovvero effettivamente applicate prima della stessa data. A Iren viene invece criticata la comunicazione relativa alla scadenza di tutte le offerte a prezzo fisso con l’offerta di nuove e peggiorative condizioni economiche o la possibilità di recedere dalla fornitura. A Iberdrola e Dolomiti viene anche contestata l’ingannevolezza delle comunicazioni che evidenzierebbero l’impossibilità di fornire energia elettrica al prezzo contrattualmente stabilito a causa dell’aumento del prezzo del gas naturale, in espressa e grave contraddizione con le affermazioni diffuse nei messaggi promozionali, secondo le quali l’energia elettrica venduta proverrebbe esclusivamente da fonti rinnovabili. Dopo aver sentito le imprese e consentito loro, entro breve termine, l’esercizio del diritto di difesa, l’Autorità concluderà i sub-procedimenti valutando se ricorreranno i presupposti per adottare eventuali provvedimenti cautelari. Ci sono poi altre 25 società fornitrici di energia elettrica e gas naturale a cui l’Autorità ha inviato una richiesta di informazioni per acquisire copia di eventuali comunicazioni illecite mandate ai consumatori a partire dal primo maggio 2022. I messaggi in particolare erano relativi alle modifiche unilaterali delle condizioni economiche di fornitura o anche alla rinegoziazione, sostituzione o aggiornamento applicate dopo il 10 agosto 2022. L’obiettivo dell’Antitrust è capire se siano state attuate condotte non rispettose dei diritti dei consumatori.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 marzo con Flaminia Camilletti
Il sassofonista, direttore artistico di Bergamo Jazz Festival, racconta con la voce e con il suo strumento la storia dei musicisti che hanno «segnato il passo» nella sua vita: dal padre, «Big T» Lovano, a Hank Jones fino a Miles Davis e John Coltrane.
Una veduta di una parte del giacimento di gas di South Pars ad Assalooyeh, sulla costa iraniana del Golfo Persico (Getty Images)
Con l’attacco agli impianti di gas di South Pars, nel sud della Repubblica islamica, il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti sta salendo di livello. E la risposta di Teheran non si è fatta attendere. Sul piano operativo, l’Iran ha lanciato una nuova offensiva contro Israele. Missili balistici hanno raggiunto il centro del Paese, provocando due morti a Tel Aviv e feriti tra Ramat Gan e Petah Tikva. Diversi i danni materiali, con abitazioni colpite, una stazione distrutta e detriti che hanno raggiunto anche l’area dell’aeroporto Ben Gurion, dove tre velivoli privati sono stati danneggiati. In contemporanea, le sirene d’allarme sono risuonate in Galilea, sulle Alture del Golan e a Eilat, mentre attacchi con droni attribuiti a Hezbollah si sono sovrapposti ai lanci balistici iraniani. Un missile è stato inoltre intercettato nell’area di Al-Kharj, nella regione di Riad.
I pasdaran hanno rivendicato l’operazione parlando di oltre cento obiettivi colpiti nel territorio israeliano, nell’ambito della «sessantunesima ondata» dall’inizio dell’operazione «True Promise 4». Stando al corpo d’élite iraniano, i missili avrebbero penetrato il sistema israeliano di difesa aerea, colpendo obiettivi militari «nel cuore dei territori occupati». L’azione è stata esplicitamente collegata alla volontà di vendicare la morte di Ali Larijani, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un raid di Israele. Sulla sua morte si è espresso ieri Mojtaba Khamenei, che ha promesso vendetta: «Ogni sangue ha un prezzo, che i criminali assassini dovranno presto pagare». Ma non c’è solo Israele nel mirino: le Guardie rivoluzionarie hanno indicato come «obiettivi legittimi» una serie di infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, invitando esplicitamente civili e lavoratori ad allontanarsi da raffinerie e complessi petrolchimici. Tra i siti citati figurano la raffineria Samref e il polo industriale di al-Jubail in Arabia Saudita, il giacimento di gas di al-Hosn negli Emirati e i complessi di Mesaieed e Ras Laffan in Qatar. Proprio in Qatar ieri un incendio è divampato nel principale impianto di gas sulla costa settentrionale, dopo un attacco iraniano. L’Arabia Saudita ha distrutto invece in serata un drone diretto verso un impianto a gas nell’Est del Paese. In parallelo, la marina dei pasdaran ha avvertito che anche le infrastrutture energetiche statunitensi rientrano tra i possibili bersagli.
La partita non si gioca solo sul piano militare. Lo ha sottolineato con forza il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, che ha parlato apertamente di una «guerra economica su larga scala», sostenendo che la sicurezza energetica della regione ha ormai raggiunto «il punto zero» e definendo l’attacco a South Pars un «suicidio politico» da parte di Stati Uniti e Israele. Sulla stessa linea anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha parlato di «nuovo livello di confronto», evocando la «legge del taglione» e definendo l’attacco alle infrastrutture un atto destinato a ritorcersi contro i suoi autori. Sempre ieri, l’Iran ha anche eseguito la condanna a morte di un cittadino con doppia nazionalità svedese-iraniana, accusato di spionaggio a favore di Israele. Stoccolma ha reagito con una dura protesta, convocando l’ambasciatore iraniano. Un episodio che, pur avulso dall’ambito militare, testimonia un atteggiamento sempre più duro da parte della Repubblica islamica, sia all’esterno sia sul fronte interno. E in effetti, gli appelli americani alla dissidenza non sembrano sortire risultati apprezzabili: ieri, in piena crisi bellica, i cittadini di Teheran sono scesi in piazza, dove hanno dato alle fiamme i fantocci di Trump e Netanyahu. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha anzi ribaltato la narrativa americana, condividendo su X il messaggio di dimissioni del funzionario statunitense Joe Kent: «Questa guerra», ha scritto Baghaei, «non è la guerra del popolo americano; prendere le distanze da questa guerra illegale è il minimo che ogni cittadino o funzionario americano con una coscienza limpida può e dovrebbe fare». Come sul piano comunicativo, anche sul piano militare - nonostante i colpi subiti - Teheran non appare del resto priva di risorse. Le stime più recenti e accreditate indicano che prima del conflitto l’Iran disponeva del più ampio arsenale missilistico del Medio Oriente, con una dotazione compresa tra i 2.500 e i 3.000 vettori. Alcune valutazioni arrivano fino a 6.000, secondo analisi citate da Reuters. Una parte significativa è già stata utilizzata o distrutta, e la capacità di lancio è stata ridotta dai raid israelo-americani. Ma, sempre secondo fonti occidentali riportate da Reuters, il Paese conserverebbe ancora una quota rilevante delle proprie scorte. In altre parole, l’Iran è ancora in grado di combattere.
Eliminato il super 007 degli iraniani. Blitz Usa-Israele su un impianto di gas
Contro il regime iraniano, Israele ha alzato l’asticella: oltre a continuare a spazzare via i vertici, ha attaccato per la prima volta il più grande giacimento di gas del Paese, aprendo a una fase di ripercussioni ancora più critica. Innanzitutto, Teheran deve fare i conti con la perdita del ministro dell’Intelligence iraniano, Esmail Khatib. A confermare ufficialmente la sua uccisione è stato il ministro della Difesa di Israele, Israel Katz. Che ha pure annunciato: «Nel corso della giornata (ieri, ndr) sono previste importanti sorprese su tutti i fronti, che intensificheranno la guerra che stiamo conducendo contro l’Iran e Hezbollah». Le Idf hanno svelato che Khatib è stato eliminato nella notte tra martedì e mercoledì a Teheran in «un attacco mirato» condotto «dall’aviazione israeliana». Khatib aveva assunto l’incarico nel 2021: nominato da Ali Khamenei, è stato quindi a capo del dicastero sia durante la presidenza di Ebrahim Raisi sia in quella di Masoud Pezeshkian. In Iran, come riferisce una nota delle forze di difesa israeliane, il ministero dell’Intelligence «costituisce uno dei principali meccanismi di repressione e terrorismo del regime. Possiede capacità di intelligence avanzate e funge da braccio centrale nella supervisione, nello spionaggio e nell’esecuzione di operazioni segrete in tutto il mondo». Tra l’altro il ministro è stato tra i protagonisti delle recenti repressioni contro le proteste interne e allo stesso modo «ha agito contro i cittadini iraniani nel contesto delle proteste per l’hijab» nel 2022.
Ma le operazioni contro i vertici iraniani proseguiranno. Visto che «in Iran sono tutti nel mirino», Katz e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, hanno autorizzato l’esercito a «eliminare qualsiasi alto funzionario iraniano senza che sia necessaria un’ulteriore approvazione». Tra l’altro, le Idf hanno reso noto che a Beirut è stato ucciso il comandante della divisione Imam Hussein, Hassan Ali Marwan. Il terrorista, insediatosi solo sei giorni prima, «in precedenza ricopriva il ruolo di capo delle operazioni della divisione ed era responsabile del collegamento tra quest’ultima e gli alti ufficiali militari di Hezbollah e della Forza Quds».
Riguardo ai raid di Israele contro la leadership iraniana, c’è da dire che non hanno smantellato il regime. A confermarlo, durante un’audizione al Senato statunitense, è stata la direttrice dell’Intelligence nazionale Usa, Tulsi Gabbard: «Il governo di Teheran è intatto» seppur «ampiamente indebolito a causa degli attacchi alla sua leadership e alla sua capacità militare».
Ciononostante, le «sorprese» preannunciate da Katz non sono tardate ad arrivare, con Israele che ha colpito un impianto di gas iraniano nel Sud del Paese, innescando un pericoloso effetto domino sul mercato energetico globale con la rappresaglia del regime che è già iniziata. Il primo a confermare l’attacco è stato il vicegovernatore della provincia meridionale di Bushehr alla tv di Stato iraniana: «Pochi istanti fa, alcune parti degli impianti di gas» della raffineria strategica di South Pars, situata nella città di Kangan, «sono state colpite da proiettili del nemico americano-sionista». Stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono stati bersagliati i serbatoi di gas e parti di una raffineria. Altri funzionari iraniani hanno parlato di quattro sezioni degli impianti petrolchimici di South Pars colpiti. In merito ai danni, il governatore di Asaluyeh, centro iraniano per il gas e la petrolchimica, alimentato dal giacimento di South Pars, ha comunicato che «non è stata segnalata alcuna perdita di sostanze tossiche dopo l’attacco». Si tratta della prima volta, dall’inizio dell’operazione Furia epica, di un attacco contro gli impianti iraniani di gas, di vitale importanza per l’economia del Paese. South Pars, che fa parte del più grande giacimento di gas naturale al mondo, è infatti fondamentale per la produzione di energia elettrica dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Financial Times, le sue infrastrutture forniscono oltre due terzi del gas consumato nel Paese. E non è escluso che l’iniziativa di Israele abbia ricevuto l’appoggio del presidente americano, Donald Trump. A confermare ad Axios il via libera degli Stati Uniti sono state alcune fonti israeliane. Poco dopo, un funzionario statunitense ha però smentito alla Cnn il coinvolgimento di Washington. A reagire duramente contro l’attacco è stata Doha, anche perché il giacimento finito nel mirino è condiviso con il Qatar attraverso il Golfo. Il portavoce del ministro degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha dichiarato: «Il fatto che Israele prenda di mira le infrastrutture legate al giacimento di gas iraniano di South Pars, che rappresenta un’estensione del giacimento di North Field del Qatar, è un passo pericoloso e irresponsabile». Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno criticato il raid, sostenendo che «colpire le infrastrutture energetiche rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza energetica globale, nonché per la sicurezza e la stabilità della regione». Sulla stessa linea l’Oman: «L’attacco israeliano è una pericolosa escalation, una minaccia diretta alla sicurezza e alle forniture energetiche della regione».
Per il dialogo serve la rivolta interna
La guerra in Iran sta seguendo una direttrice strategica precisa: colpire i vertici del potere per disarticolare l’intero sistema. Non si tratta più soltanto di neutralizzare infrastrutture militari, ma di smontare progressivamente la catena di comando attraverso eliminazioni mirate. Dopo la morte di Ali Larijani, un nuovo raid ha colpito anche Esmail Khatib, capo dell’intelligence dal 2021 e figura centrale nella gestione della sicurezza interna e nella repressione delle proteste. L’ipotesi operativa di Israele è che la pressione aerea stia producendo effetti concreti sul funzionamento dello Stato iraniano. I centri decisionali sono costretti a spostarsi continuamente, alla ricerca di luoghi ritenuti sicuri, mentre jet e droni mantengono una presenza costante nei cieli. In alcuni casi, le attività operative vengono trasferite in strutture civili, scuole o impianti sportivi, segno di una crescente difficoltà logistica anche considerato che tutte le comunicazioni sono intercettate. A questo si aggiungono segnali di cedimento interno, con defezioni tra esercito e forze di polizia che indicano una prima erosione della coesione.
Misurare però l’efficacia reale della campagna resta complesso. Teheran ha imposto un rigido controllo dell’informazione: accesso limitato alla rete, censura sistematica e arresti per chi diffonde immagini dei danni. La guerra si gioca così, anche sul piano della percezione, in un contesto opaco dove è difficile distinguere tra realtà e narrazione. All’origine del conflitto vi è una rottura diplomatica maturata nei negoziati di Ginevra. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rivendicato il diritto dell’Iran a proseguire l’arricchimento dell’uranio, scontrandosi con la posizione statunitense. Il confronto è rapidamente degenerato. L’assenza di segnali distensivi ha offerto alla Casa Bianca il contesto per autorizzare un’operazione militare già pianificata da tempo con Israele.
La strategia israelo-americana appare orientata a svuotare progressivamente il sistema di potere iraniano, eliminando i suoi principali protagonisti fino a renderlo incapace di funzionare. Ma questa impostazione si scontra con la natura stessa della Repubblica islamica, che in oltre 40 anni ha costruito una struttura complessa, resiliente e profondamente radicata. Pensare di provocarne il collasso esclusivamente con la forza militare rischia di essere una valutazione incompleta. Il nodo centrale resta l’assenza di un’opposizione interna in grado di raccogliere il vuoto di potere. Senza una mobilitazione popolare organizzata e armata, la pressione esterna difficilmente può tradursi in un cambio di regime. Alcuni segnali si sono intravisti, come gli attacchi dei Mojahedin del Popolo contro installazioni dei pasdaran a Teheran prima dell’inizio del conflitto, con un numero elevato di vittime, e le ipotesi di un coinvolgimento curdo, che Washington ha lasciato intendere di voler valutare. Poi più nulla. Nonostante l’intensità degli attacchi, il sistema iraniano non è collassato. Secondo la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard, il governo resta in piedi, pur essendo stato fortemente degradato. Se la leadership dovesse sopravvivere, Teheran potrebbe ricostruire rapidamente le proprie capacità militari, in particolare nel settore dei droni e dei missili. Proprio sul dossier nucleare emerge una contraddizione significativa. Nella relazione scritta presentata al Senato, Gabbard aveva affermato che dopo i bombardamenti del giugno 2025 contro le infrastrutture nucleari iraniane non era stato compiuto «alcuno sforzo» per ricostruire le capacità di arricchimento dell’uranio. Una valutazione che metteva in discussione una delle principali giustificazioni utilizzate dall’amministrazione Trump per lanciare l’offensiva. Durante l’audizione orale, però, la stessa Gabbard ha corretto il tiro, sostenendo che Teheran starebbe «cercando di riprendersi» dai danni subiti. Il senatore democratico Mark Warner ha contestato apertamente questa discrepanza, accusandola di aver omesso gli elementi in contrasto con la linea della Casa Bianca. Resta inoltre aperto il nodo del materiale nucleare che si ritiene ancora nascosto nell’area di Isfahan. Un’eventuale operazione per sequestrarlo o distruggerlo comporterebbe rischi elevatissimi, legati sia all’incertezza sulla localizzazione sia alla possibilità di dispersione di sostanze radioattive o reazioni incontrollate.
Sul piano politico interno, il quadro appare molto incerto e frammentato. Della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, indicato come successore del padre, si sono perse le tracce nelle prime fasi del conflitto. Il presidente Masoud Pezeshkian, considerato più aperto al dialogo, appare marginale e privo di reale potere decisionale. A dominare restano le figure della linea dura, come il capo della magistratura Mohseni-Ejei e il vertice dei pasdaran Ahmad Vahidi, mentre altri attori chiave come Alireza Arafi e Mohammad Bagher Ghalibaf continuano a muoversi in un equilibrio ancora fluido.
Di fatto mantengono ancora un ruolo centrale nella gestione politica e finanziaria della risposta bellica, senza essere finora stati colpiti, segno di una possibile valutazione strategica su equilibri ancora in evoluzione. Il quadro complessivo evidenzia una contraddizione strutturale: la strategia della decapitazione sta producendo risultati sul piano militare, ma non si traduce in un esito politico. Senza una leadership alternativa e senza una dinamica interna capace di accompagnare la pressione esterna, il rischio è quello di un conflitto lungo e logorante. L’Iran è stato colpito duramente, ma non è crollato, e continua a dimostrare una capacità di adattamento che rende incerto qualsiasi sviluppo futuro.
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