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2021-05-14
Draghi accende la brace per i D’Alema boys
Massimo D'Alema (Ansa)
Gutta cavat lapidem, dicevano i latini. Il motto si addice abbastanza bene al concetto di spoils system del governo Draghi. Il primo marzo scorso il neo premier fa convocare a Palazzo Chigi Domenico Arcuri. Lo fa ringraziare e congedare. Poco dopo viene nominato al suo posto il capo della logistica dell'esercito, il generale Francesco Figliuolo. In molti si aspettavano all'interno della struttura commissariale un veloce colpo di spugna per sostituire gli uomini di Arcuri. Invece si è aspettato di conoscere la macchina per intervenire. Adesso Figliuolo ha la sua squadra e se non fosse per le difficoltà politiche nel gestire certi governatori la campagna marcerebbe in modo più omogeneo. I risultati comunque si sono visti. Così Draghi ha fatto con altre nomine. Il consigliere diplomatico, poi quello militare e l'altro ieri con i vertici del Dis. Ha deciso senza consultare i partiti e con l'ausilio del delegato Franco Gabrielli di allontanare Gennaro Vecchione dalla poltrona di vertice dei nostri servizi di intelligence. L'ha fatto scegliendo un nome di massima discontinuità, Elisabetta Belloni già numero uno della Farnesina. Sicuramente gradita al Colle e ancor di più agli alleati americani guidati da Joe Biden, l'uomo con cui Draghi sembra mostrare maggiore sintonia. Vecchione ormai era simbolo di un periodo di discordie e di lotte. Non tanto in riferimento al recente episodio che ha visto Matteo Renzi e Marco Mancini (anch'egli dirigente del Dis), ma al vero nodo irrisolto del Conte bis. L'incontro tra il capo del Dis e William Barr spedito in Italia da Donald Trump per dipanare il bandolo della matassa del Russiagate e della scomparsa di Joseph Mifsud. Se Draghi vorrà sciogliere molti veleni dovrà partire da questo nodo, magari sistemando anche la questione della presidenza del Copasir. Questo cammino di riavvicinamento agli Usa si incrocia con continue picconate all'uomo forte del Conte bis, Massimo D'Alema. A lui si ispirava Arcuri. Ma anche la sostituzione di Vecchione è stato un colpo al sistema dei D'Alema boys. In fondo l'ex capo del Dis aveva stretto un particolare rapporto con l'avvocato del popolo, ma ciò non significa che le decisioni strategiche fossero in capo a Conte. Il progressivo spoils system di Draghi non è però fermo. Così come Arcuri non può dirsi sereno. A inizio settimana Mediocredito Centrale guidato da Bernardo Mattarella ha chiuso il bilancio con ben 51 milioni di utili dopo un anno impegnativo su vari fronti, tutti al Sud. Arcuri capo della controllante avrebbe gestito il dossier con un po' di tensione, vedendo in Mattarella un suo successore. Eventualità abbastanza concreta. D'altronde lo staff di Draghi osserva gli strascichi del potere dalemiano con una certa deferenza e al tempo stesso diffidenza. Non a caso il prossimo terreno di frizione sarà Cassa depositi e prestiti. Ieri era prevista la prima convocazione dell'assemblea di Cdp, spostata al 20 e al 27 in seconda convocazione. A fare pressing attorno all'ad Fabrizio Palermo ci sono vari mondi. Quello di Franco Bassanini che vede partecipare alla «sua» fondazione Astrid Bernardo Giorgio Mattarella, il professore della Luiss figlio del presidente della Repubblica. E, appunto quello di D'Alema che sembra continuare a osservare la Cassa con profondo interesse. Ci riferiamo non solo alle nomine, tra le controllate, portate a termine nell'ottobre del 2019 (ricordiamo due esempi su tutti, Rodolfo Errore al vertice di Sace e Donato Iacovone alla presidenza di Webuild) ma anche a quelle imminenti.
Un buon link potrebbe essere Giacomo D'Amico ex capo di gabinetto di Zingaretti già in Sia. Ma l'ex leader dei Ds non ha certo bisogno di fare anticamere. Ad esempio sa che tra oggi e domani in Cdp ci sarà una importante riunione sul tema turismo e Baffino vorrebbe proporre un «interessante» investimento per Cdp. Si tratterebbe di investire in Borgo Egnazia, famoso nei 5 continenti grazie alla presenza di Vip. La struttura extralusso di Fasano, in Puglia, è molto cara a D'Alema. Lì presenta volumi e soprattutto i suoi vini. Non solo incontra politici e discetta di argomenti internazionali. Come quando nel 2015 incontrando Nicola Latorre raccontò della sua esperienza al vertice della Feps, la fondazione degli studi progressisti. Insomma, il cenacolo dei socialisti europei che proprio ieri si è fatto vivo per far causa e chiedere indietro circa 500.000 euro di stipendi «non dovuti». Notizia riportata da Repubblica che guarda caso cade proprio nel momento di curva minima di D'Alema. Vedremo come si muoverà in Cassa e quali saranno le decisioni su Palermo che oggi dovrebbe confrontarsi con il consulente di Draghi, Francesco Giavazzi. Guai però a sottovalutare l'ex numero uno dei Ds. In fondo resta il candidato migliore per prendere il posto di Giorgio Napolitano nella gestione dei rapporti tra Est e Ovest. Il che significa che un bel pezzo di America continua a guardarlo con simpatia. Così mentre procede lo spoils system in Italia, c'è da stare attenti ai voti quirinalizi che potrebbero come dice un celebre programma tv «confermare o ribaltare la classifica».
«Baffino» trascinato in tribunale. «Restituisca mezzo milione di euro»
Vi siete già stufati della fantomatica Loggia Ungheria? Allegri. È già tempo di Baffinogate, protagonista l'ex premier e segretario dei Ds: l'indimenticabile Massimo D'Alema. Le sue gesta non riecheggiano soltanto in patria. Avrebbe lasciato indelebili tracce pure a Bruxelles, dove ha presieduto, dal 2014 al 2017, la Fondazione dei socialisti europei, chiamata Feps. Raccoglie il fior fior dei pensatoi di sinistra. E, come rivela Repubblica, ha citato D'Alema in giudizio. Gli chiede indietro mezzo di milione di euro: i 10.000 euro al mese che si sarebbe illegittimamente assegnato in cambio dei suoi servigi. Sarà ora il tribunale di Bruxelles a decidere su questa disputa tra i moralizzatori continentali.
Trama appassionante. Il leader Massimo viene eletto presidente della fondazione legata al Pse nel giugno 2010. Per tre anni svolge il prestigioso incarico senza compenso, al pari dei predecessori. Ma nel 2013 decide di non ricandidarsi per il Parlamento italiano. Domanda retorica: un'intelligenza come la sua può venir via gratis? Viene dunque definito, assieme all'allora direttore generale, Ernst Stetter, adeguato stipendio. Certo, non si tratta bruscolini: circa 120.000 euro l'anno. Che vengono corrisposti fino al 2017, quando D'Alema abbandona l'incarico dopo una lite con Matteo Renzi, all'epoca segretario del Pd. Quel contratto, lascia intendere Repubblica, sarebbe stato deciso aumm aumm, come direbbero a Napoli. Feps però è un'associazione senza scopo di lucro. Riceve cospicui finanziamenti dal Parlamento europeo. Eppure, nessuno sembra sapere niente di quella spesa. E i pagamenti, insinua il quotidiano, «non vengono mai effettuati con i canali digitali».
Nel 2019 Stetter conclude il mandato. Al suo posto, arriva un arcigno economista ungherese: Laszlo Andor, già commissario europeo per l'Occupazione, gli affari sociali e l'inclusione. In vista della verifica contabile di Strasburgo, decide di controllare i bilanci. Si scopre l'arcano: dopo l'addio di D'Alema, emerge un consistente risparmio nel costo del lavoro.
Oibò. Urge indagare. Viene fuori il contratto. I vertici della fondazione ne chiedono conto aIl'ex premier italiano, anche se cercano una «soluzione amichevole». Si accontenterebbero di transare a una cifra inferiore. Mister D'Alema rimane un gigante della sinistra europea. Meglio evitare sputtanamenti pubblici tra compagni.
Il leader Massimo rimane però irremovibile. Anzi, sdegnato, si affida a uno studio legale. Rimarca: tutto falso. E pensare, ricorda, che l'allora segretario generale voleva perfino pagargli le sue «prestazioni intellettuali». E il pensiero dalemiano, come noto, è di valore inestimabile. Lo sa bene la sinistra italiana, che se ne nutre da decenni nonostante gli innumerevoli inciampi: dalle telefonate nella scalata di Unipol a Bnl fino allo scandalo dei ventilatori cinesi difettosi rivelato dalla Verità. E l'ha capito benissimo perfino il fu presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che si è spesso abbeverato alla fonte del suo sapere.
Baffino tenta di spiegarlo agli sciagurati colleghi di Bruxelles. Fa valutare pure da una società esterna il suo contributo alla causa dei socialisti europei. Responso scontato: le elucubrazioni valgono molto di più di quanto ha percepito. Ingrati. «Alla Feps ho anche regalato un libro, senza pagare i diritti» sottolinea l'incompreso pensatore.
Invece deve subire l'onta di una convocazione ufficiale, sebbene online. Lo scorso 30 marzo si riunisce l'assemblea. Il politico italiano è invitato a venire a più miti consigli. Altrimenti, si passa alle vie legali. Ma vengono sottovalutate tempra, fierezza e acume del convenuto.
«Tutto legittimo», rimarca lui. Così finisce come non dovrebbe finire, specie in un pantheon di puri e giusti. Si vota. Sono presenti 25 fondazioni, dettaglia Repubblica. Quattro battono bandiera tricolore. E tra queste c'è Italianieuropei, guidata proprio da D'Alema. Ma nemmeno i connazionali onorano l'inarrivabile storia politica del sospettato. Responso: 23 favorevoli alla causa civile. E solo due astenuti. Tra cui, bene che vada, ci potrebbe essere la sua fondazione. Che, quindi, non si sarebbe apertamente opposta ad adire le vie legali.
Fallisce intanto pure l'ultimo, disperato, tentativo di mediazione. Il ricorso è depositato al tribunale civile di Bruxelles. Ma il segretario generale di Feps non dispera: «C'è sempre la possibilità di una soluzione amichevole...». Baffino però è pronto a dar filo da torcere: «Andremo in giudizio» annuncia a Repubblica. «E poi sarò io a chiedere i danni».
Nell'attesa di conoscere l'epilogo dell'intrigo falce e martello, assale il conseguente dubbio: D'Alema viene retribuito anche per la presidenza di Italianieuropei? Impossibile saperlo. Negli anni, uno stuolo di cronisti ha chiesto finanziatori e bilanci. Baffino li ha sempre schivati con impareggiabile disprezzo. Lo stesso riservato adesso ai miserabili eurocompagni, che osano chiedergli indietro mezzo milione di euro.
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Il governo si accinge a minare il sistema di potere dell'ex premier Ds: dopo Gennaro Vecchione, a rischio anche Domenico Arcuri in Invitalia per la possibile successione con Mattarella jr. Le grandi manovre degli uomini di «Baffino» per le prossime nomine in Cdp.La fondazione dei socialisti Ue contesta il super stipendio durante i quattro anni di presidenza dell'ente. L'ex leader Ds replica: «Chiederò i danni». La scoperta del maxi assegno durante una verifica contabile.Lo speciale contiene due articoli.Gutta cavat lapidem, dicevano i latini. Il motto si addice abbastanza bene al concetto di spoils system del governo Draghi. Il primo marzo scorso il neo premier fa convocare a Palazzo Chigi Domenico Arcuri. Lo fa ringraziare e congedare. Poco dopo viene nominato al suo posto il capo della logistica dell'esercito, il generale Francesco Figliuolo. In molti si aspettavano all'interno della struttura commissariale un veloce colpo di spugna per sostituire gli uomini di Arcuri. Invece si è aspettato di conoscere la macchina per intervenire. Adesso Figliuolo ha la sua squadra e se non fosse per le difficoltà politiche nel gestire certi governatori la campagna marcerebbe in modo più omogeneo. I risultati comunque si sono visti. Così Draghi ha fatto con altre nomine. Il consigliere diplomatico, poi quello militare e l'altro ieri con i vertici del Dis. Ha deciso senza consultare i partiti e con l'ausilio del delegato Franco Gabrielli di allontanare Gennaro Vecchione dalla poltrona di vertice dei nostri servizi di intelligence. L'ha fatto scegliendo un nome di massima discontinuità, Elisabetta Belloni già numero uno della Farnesina. Sicuramente gradita al Colle e ancor di più agli alleati americani guidati da Joe Biden, l'uomo con cui Draghi sembra mostrare maggiore sintonia. Vecchione ormai era simbolo di un periodo di discordie e di lotte. Non tanto in riferimento al recente episodio che ha visto Matteo Renzi e Marco Mancini (anch'egli dirigente del Dis), ma al vero nodo irrisolto del Conte bis. L'incontro tra il capo del Dis e William Barr spedito in Italia da Donald Trump per dipanare il bandolo della matassa del Russiagate e della scomparsa di Joseph Mifsud. Se Draghi vorrà sciogliere molti veleni dovrà partire da questo nodo, magari sistemando anche la questione della presidenza del Copasir. Questo cammino di riavvicinamento agli Usa si incrocia con continue picconate all'uomo forte del Conte bis, Massimo D'Alema. A lui si ispirava Arcuri. Ma anche la sostituzione di Vecchione è stato un colpo al sistema dei D'Alema boys. In fondo l'ex capo del Dis aveva stretto un particolare rapporto con l'avvocato del popolo, ma ciò non significa che le decisioni strategiche fossero in capo a Conte. Il progressivo spoils system di Draghi non è però fermo. Così come Arcuri non può dirsi sereno. A inizio settimana Mediocredito Centrale guidato da Bernardo Mattarella ha chiuso il bilancio con ben 51 milioni di utili dopo un anno impegnativo su vari fronti, tutti al Sud. Arcuri capo della controllante avrebbe gestito il dossier con un po' di tensione, vedendo in Mattarella un suo successore. Eventualità abbastanza concreta. D'altronde lo staff di Draghi osserva gli strascichi del potere dalemiano con una certa deferenza e al tempo stesso diffidenza. Non a caso il prossimo terreno di frizione sarà Cassa depositi e prestiti. Ieri era prevista la prima convocazione dell'assemblea di Cdp, spostata al 20 e al 27 in seconda convocazione. A fare pressing attorno all'ad Fabrizio Palermo ci sono vari mondi. Quello di Franco Bassanini che vede partecipare alla «sua» fondazione Astrid Bernardo Giorgio Mattarella, il professore della Luiss figlio del presidente della Repubblica. E, appunto quello di D'Alema che sembra continuare a osservare la Cassa con profondo interesse. Ci riferiamo non solo alle nomine, tra le controllate, portate a termine nell'ottobre del 2019 (ricordiamo due esempi su tutti, Rodolfo Errore al vertice di Sace e Donato Iacovone alla presidenza di Webuild) ma anche a quelle imminenti. Un buon link potrebbe essere Giacomo D'Amico ex capo di gabinetto di Zingaretti già in Sia. Ma l'ex leader dei Ds non ha certo bisogno di fare anticamere. Ad esempio sa che tra oggi e domani in Cdp ci sarà una importante riunione sul tema turismo e Baffino vorrebbe proporre un «interessante» investimento per Cdp. Si tratterebbe di investire in Borgo Egnazia, famoso nei 5 continenti grazie alla presenza di Vip. La struttura extralusso di Fasano, in Puglia, è molto cara a D'Alema. Lì presenta volumi e soprattutto i suoi vini. Non solo incontra politici e discetta di argomenti internazionali. Come quando nel 2015 incontrando Nicola Latorre raccontò della sua esperienza al vertice della Feps, la fondazione degli studi progressisti. Insomma, il cenacolo dei socialisti europei che proprio ieri si è fatto vivo per far causa e chiedere indietro circa 500.000 euro di stipendi «non dovuti». Notizia riportata da Repubblica che guarda caso cade proprio nel momento di curva minima di D'Alema. Vedremo come si muoverà in Cassa e quali saranno le decisioni su Palermo che oggi dovrebbe confrontarsi con il consulente di Draghi, Francesco Giavazzi. Guai però a sottovalutare l'ex numero uno dei Ds. In fondo resta il candidato migliore per prendere il posto di Giorgio Napolitano nella gestione dei rapporti tra Est e Ovest. Il che significa che un bel pezzo di America continua a guardarlo con simpatia. Così mentre procede lo spoils system in Italia, c'è da stare attenti ai voti quirinalizi che potrebbero come dice un celebre programma tv «confermare o ribaltare la classifica».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-accende-la-brace-per-i-dalema-boys-2652977821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="baffino-trascinato-in-tribunale-restituisca-mezzo-milione-di-euro" data-post-id="2652977821" data-published-at="1620933729" data-use-pagination="False"> «Baffino» trascinato in tribunale. «Restituisca mezzo milione di euro» Vi siete già stufati della fantomatica Loggia Ungheria? Allegri. È già tempo di Baffinogate, protagonista l'ex premier e segretario dei Ds: l'indimenticabile Massimo D'Alema. Le sue gesta non riecheggiano soltanto in patria. Avrebbe lasciato indelebili tracce pure a Bruxelles, dove ha presieduto, dal 2014 al 2017, la Fondazione dei socialisti europei, chiamata Feps. Raccoglie il fior fior dei pensatoi di sinistra. E, come rivela Repubblica, ha citato D'Alema in giudizio. Gli chiede indietro mezzo di milione di euro: i 10.000 euro al mese che si sarebbe illegittimamente assegnato in cambio dei suoi servigi. Sarà ora il tribunale di Bruxelles a decidere su questa disputa tra i moralizzatori continentali. Trama appassionante. Il leader Massimo viene eletto presidente della fondazione legata al Pse nel giugno 2010. Per tre anni svolge il prestigioso incarico senza compenso, al pari dei predecessori. Ma nel 2013 decide di non ricandidarsi per il Parlamento italiano. Domanda retorica: un'intelligenza come la sua può venir via gratis? Viene dunque definito, assieme all'allora direttore generale, Ernst Stetter, adeguato stipendio. Certo, non si tratta bruscolini: circa 120.000 euro l'anno. Che vengono corrisposti fino al 2017, quando D'Alema abbandona l'incarico dopo una lite con Matteo Renzi, all'epoca segretario del Pd. Quel contratto, lascia intendere Repubblica, sarebbe stato deciso aumm aumm, come direbbero a Napoli. Feps però è un'associazione senza scopo di lucro. Riceve cospicui finanziamenti dal Parlamento europeo. Eppure, nessuno sembra sapere niente di quella spesa. E i pagamenti, insinua il quotidiano, «non vengono mai effettuati con i canali digitali». Nel 2019 Stetter conclude il mandato. Al suo posto, arriva un arcigno economista ungherese: Laszlo Andor, già commissario europeo per l'Occupazione, gli affari sociali e l'inclusione. In vista della verifica contabile di Strasburgo, decide di controllare i bilanci. Si scopre l'arcano: dopo l'addio di D'Alema, emerge un consistente risparmio nel costo del lavoro. Oibò. Urge indagare. Viene fuori il contratto. I vertici della fondazione ne chiedono conto aIl'ex premier italiano, anche se cercano una «soluzione amichevole». Si accontenterebbero di transare a una cifra inferiore. Mister D'Alema rimane un gigante della sinistra europea. Meglio evitare sputtanamenti pubblici tra compagni. Il leader Massimo rimane però irremovibile. Anzi, sdegnato, si affida a uno studio legale. Rimarca: tutto falso. E pensare, ricorda, che l'allora segretario generale voleva perfino pagargli le sue «prestazioni intellettuali». E il pensiero dalemiano, come noto, è di valore inestimabile. Lo sa bene la sinistra italiana, che se ne nutre da decenni nonostante gli innumerevoli inciampi: dalle telefonate nella scalata di Unipol a Bnl fino allo scandalo dei ventilatori cinesi difettosi rivelato dalla Verità. E l'ha capito benissimo perfino il fu presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che si è spesso abbeverato alla fonte del suo sapere. Baffino tenta di spiegarlo agli sciagurati colleghi di Bruxelles. Fa valutare pure da una società esterna il suo contributo alla causa dei socialisti europei. Responso scontato: le elucubrazioni valgono molto di più di quanto ha percepito. Ingrati. «Alla Feps ho anche regalato un libro, senza pagare i diritti» sottolinea l'incompreso pensatore. Invece deve subire l'onta di una convocazione ufficiale, sebbene online. Lo scorso 30 marzo si riunisce l'assemblea. Il politico italiano è invitato a venire a più miti consigli. Altrimenti, si passa alle vie legali. Ma vengono sottovalutate tempra, fierezza e acume del convenuto. «Tutto legittimo», rimarca lui. Così finisce come non dovrebbe finire, specie in un pantheon di puri e giusti. Si vota. Sono presenti 25 fondazioni, dettaglia Repubblica. Quattro battono bandiera tricolore. E tra queste c'è Italianieuropei, guidata proprio da D'Alema. Ma nemmeno i connazionali onorano l'inarrivabile storia politica del sospettato. Responso: 23 favorevoli alla causa civile. E solo due astenuti. Tra cui, bene che vada, ci potrebbe essere la sua fondazione. Che, quindi, non si sarebbe apertamente opposta ad adire le vie legali. Fallisce intanto pure l'ultimo, disperato, tentativo di mediazione. Il ricorso è depositato al tribunale civile di Bruxelles. Ma il segretario generale di Feps non dispera: «C'è sempre la possibilità di una soluzione amichevole...». Baffino però è pronto a dar filo da torcere: «Andremo in giudizio» annuncia a Repubblica. «E poi sarò io a chiedere i danni». Nell'attesa di conoscere l'epilogo dell'intrigo falce e martello, assale il conseguente dubbio: D'Alema viene retribuito anche per la presidenza di Italianieuropei? Impossibile saperlo. Negli anni, uno stuolo di cronisti ha chiesto finanziatori e bilanci. Baffino li ha sempre schivati con impareggiabile disprezzo. Lo stesso riservato adesso ai miserabili eurocompagni, che osano chiedergli indietro mezzo milione di euro.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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