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2024-03-06
A Perugia altro caso dossier. I file «rubati» sono migliaia
La Procura di Perugia. Nel riquadro, Raffaele Guadagno (Ansa)
Il mondo della politica e quello dei media sono sovreccitati per l’inchiesta della Procura di Perugia sugli accessi abusivi a banche dati riservate effettuati da un finanziere, ritenuto infedele, su mandato dei giornalisti di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Non ha avuto lo stesso risalto un’indagine, sempre degli inquirenti umbri, su un’altra clamorosa fuga di notizie avvenuta proprio nel palazzo di giustizia di Perugia. Solo che qui i giornalisti coinvolti erano molto più numerosi e importanti. La differenza l’ha fatta proprio questo.
E anche il fatto che l’imputato, un «cancelliere esperto» della Procura, ha patteggiato ed è andato in pensione, sostanzialmente prendendosi tutte le colpe. In pratica lui avrebbe scaricato carte riservate, poi finite sui giornali, per sua scelta, forse per entrare nel circuito dei giornali che contano. Raffaele Guadagno, questo il nome del funzionario sotto accusa, ha infatti la passione della scrittura e ha realizzato diversi libri che sono stati presentati da toghe di grido e firme eccellenti. Alcune di queste hanno anche cofirmato i tomi o vergato prefazioni. Guadagno, che per anni ha svolto il ruolo di collettore di notizie per decine di giornalisti, è stato pizzicato quando sulle pagine del Fatto Quotidiano è uscita in anteprima la richiesta di archiviazione sulla loggia Ungheria firmata dal procuratore Raffale Cantone. Quest’ultimo ha immediatamente chiesto di verificare le interrogazioni del fascicolo e dopo poche ore Guadagno era già stato indagato e perquisito. Dagli apparati elettronici a lui sequestrati è affiorato un mondo. La fotografia di quanto denunciato da Luca Palamara nel suo libro Il Sistema (firmato insieme con Alessandro Sallusti).
Grazie alle chat depositate agli atti emerge il modo in cui, tra il 2018 e il 2022, viene somministrata ai lettori la cronaca giudiziaria: giornalisti che si muovono in pool e raccolgono veline giudiziarie, investigatori, pm e cronisti che frequentano gli stessi ristoranti e le stesse feste, incontri in cui nascono coppie e si spacciano notizie. Uno dei trait d’union di questa rete è Guadagno che distribuisce carte e comande. I magistrati arrivano a indicare, in modo felpato, i bersagli e lui li comunica ai cronisti, che eseguono di buon grado. Una confusione di ruoli che non imbarazza, ma fortifica. Tutti insieme appassionatamente nel nome del Sistema. Ma veniamo alle carte. Guadagno, 59 anni, originario della Provincia di Caserta, ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi per rivelazione di segreto e accesso abusivo (reato che prevede pene da 3 a 8 anni) al Tiap (Trattamento informatizzato atti penali), il sistema informatico che consente di visionare tutte le carte dei procedimenti penali dall’inizio alla loro conclusione. Nella sentenza del 19 dicembre 2023, firmata dal giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei, si scopre che il funzionario avrebbe scaricato illecitamente circa 1.800 documenti in 34 diversi accessi: 282 documenti del cosiddetto fascicolo Sanitopoli (lo scandalo che ha azzoppato la carriera politica della governatrice dem Catiuscia Marini, considerata invisa al Pd centrale), ben 994 file dell’inchiesta su Luca Palamara, altri 264 (con accessi tra il 9 dicembre 2020 e il 7 luglio 2021) provenienti da due diversi fascicoli riguardanti l’esame di italiano farlocco del giocatore Luis Suarez, infine 259 documenti dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria. L'imputato, sebbene fosse dipendente della Procura e quindi in possesso delle credenziali per l’accesso lavorava in un ufficio e con mansioni che non gli davano né motivo né titolo per accedere ai procedimenti sopra indicati. La Procura ha ottenuto la condanna, come detto, anche per il reato di rivelazione di segreto, ma solo per due documenti consegnati ad Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano. Sebbene il giudice faccia notare in sentenza che «la notizia dell’archiviazione veniva poi ripresa, nei giorni successivi, da altri quotidiani, quali La Repubblica e il Corriere della sera, che rivelavano ulteriori particolari della vicenda». La Giubilei, a proposito della richiesta d’archiviazione per la fantomatica associazione segreta, fa presente che la «conoscenza» del documento «era al momento» dell’invio al cronista, «limitata alla Procura della Repubblica e all'Ufficio Gip». Guadagno è stato accusato anche di aver spedito, il 25 ottobre del 2021, al giornalista un manoscritto redatto da Piero Amara, sedicente membro dell’associazione segreta.
A fornire una delle prime prove contro Guadagno era stato un perito informatico, Luca Calzolari, a cui si era rivolto l’ex funzionario all’inizio delle indagini per chiedere di essere aiutato a cancellare eventuali prove contro di lui. Calzolari a verbale ha dichiarato: «Lui mi ha riferito che lo stesso giorno aveva subito una perquisizione d'urgenza dai carabinieri. Aggiungeva di essere preoccupato, in quanto aveva fatto una "cavolata". Affermava di aver preso un documento dall'archivio e di averlo girato dal computer dell'ufficio sulla sua posta elettronica personale di "Libero". Diceva di essere stato identificato, in quanto qualcuno aveva verificato gli accessi e si era reso conto che lui aveva realizzato quest'operazione. […] Ha affermato di aver inoltrato la mail con il documento dalla sua posta di "Libero" ad un suo amico sempre tramite lo smartphone. […] Raffaele ha aggiunto che l'amico era un giornalista del Fatto Quotidiano. Non ha fatto subito il nome. Ricordo che successivamente, sempre nel corso della conversazione, ha detto che tale amico si chiamava "Antonio Massari"». Lo stesso che in questi giorni sta facendo una campagna a favore dei colleghi di Domani. La versione di Calzolari si conclude così: «Lui voleva essere sicuro che la mail che aveva inoltrato al giornalista non potesse essere più recuperata. Io gli dicevo che non potevo dargli una risposta sicura». Il giorno dopo il perito, compresa la gravità della situazione, grazie alla lettura dei giornali, si presentò in Procura per consegnare il cellulare del cancelliere.
Alla fine Guadagno ha patteggiato la rivelazione a favore di Massari, mentre quest’ultimo, dopo essersi avvalso del segreto professionale, è stato archiviato. Secondo la Procura non v’è certezza che fosse a conoscenza della provenienza illecita delle carte che chiedeva e otteneva. E la richiesta di archiviazione su Ungheria era già parzialmente pubblica. Probabilmente anche per tutti gli altri file scaricati è stato fatto lo stesso ragionamento. Per questo nella rete dei pm è rimasto intrappolato solo Guadagno. Il quale, forse, un giorno, racconterà la propria storia in uno dei suoi amati libri. Dalla chat tra Massari e Guadagno emerge un rapporto di fraterna amicizia e collaborazione risalente quantomeno al 30 settembre 2017. Un dialogo che si apre, significativamente, con la frase di Massari: «A Perugia ‘ste carte non ci stanno»; per terminare l’8 luglio 2022, tre giorni prima che il cellulare del cancelliere venisse sequestrato. Si tratta di un rapporto proficuo per entrambi poiché Massari presenta e recensisce positivamente i libri pubblicati da Guadagno su vicende giudiziarie trattate dagli uffici giudiziari di Perugia, in particolare sull’omicidio di Mino Pecorelli e sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi. L’allora dipendente della Procura mette a disposizione del cronista le sue competenze nella ricerca degli atti di interesse e fornisce suggerimenti. Per esempio dopo aver letto un pezzo di Massari sulla sentenza sul presunto sequestro di Alma Shalabayeva, scrive: «Mancano tante cose non ancora dette». Il 12 giugno 2021 il cancelliere invia al cronista i verbali con le dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti, uno degli indagati nel caso Palamara e aggiunge: «Oramai sono arrivato tardi…ma ecco qua». Risposta: «Grazie mille Raffaele sei un amico… spero di rivederti presto… forse torno la prossima settimana». A questo punto Guadagno marca stretto Massari per ottenere un articolo sul suo libro su Adinolfi. Per ingolosirlo sul punto gli ricorda che il giudice stava indagando sull’Eni, prima di sparire («E non dimenticare Eni in Adinolfi…»). La società petrolifera è infatti uno dei pallini del cronista. Nella primavera del 2021 i giornali pubblicano la notizia dell’inchiesta sulla diffusione illecita dei verbali della Loggia Ungheria da parte di Pier Camillo Davigo.
Massari è un teste chiave presso la Procura di Milano. Il 21 giugno il cancelliere viene a sapere che l’amico è nel capoluogo meneghino e, in modo ironico, essendo una fonte del giornalista, la butta lì: «A Milano… mi devo preoccupare?» scrive, aggiungendo l’emoticon di una faccina che ride. Ma il cronista lo rassicura: «Ahahah no con me sai che si può stare sempre tranquilli». Il 21 ottobre il cronista scrive: «Oggi è uscito pezzo su verbali Ungheria». È intitolato «Amara, i verbali usciti 2 mesi prima che li ricevesse Davigo». Il cancelliere coglie il succo dell’articolo: «Davigo ti dovrà essere grato». «Boh. Dipende da quello che trovo» è la replica del giornalista. Guadagno informa l’interlocutore: «Io ora vedo Gemma Miliani e poi ti dico». La Miliani era uno dei pubblici ministeri che si occupava del procedimento su Ungheria, anche lei il rapporti di amicizia con il funzionario. Il 25 ottobre Massari inoltra un articolo di Dagospia che riprende un servizio della Verità che contesta, usando il buon senso, la ricostruzione del Fatto sulla diffusione dei verbali e fa questo commento: «Comunque è partita la controffensiva Eni». Il 9 maggio 2022 Guadagno anticipa a Massari la chiusura dell’inchiesta sulla Loggia: «Oltre 150 pagine per motivare una richiesta di archiviazione». La Polizia postale, nella sua informativa di fine novembre 2022, aveva individuato molti altri beneficiari della generosità di Guadagno.
Le indagini avrebbero accertato che gli accessi abusivi erano stati effettuati «al fine di divulgare in maniera sistematica ai giornalisti, o, comunque a terze persone, atti giudiziari, informative, atti di polizia giudiziaria correlati a procedimenti penali potenzialmente interessanti dal punto di vista mediatico». Il documento indica anche altre possibili fonti di raccolta di informazioni oltre al Tiap: «Un primo approfondito esame, evidenzia tracce di acquisizione di atti di interesse anche tramite scatti fotografici all'interno di luoghi chiusi o l'ottenimento di atti provenienti da altre Procure». Gli investigatori tornano sulla questione del circolino di Perugia: «Come già accennato il coinvolgimento dell'indagato all'interno di un sistema di illecita divulgazione, non appare per nulla occasionale, ma anzi è ben strutturato e le sue fondamenta risalgono indietro negli anni». Il documento prosegue: «Il rapporto, "amicale" con i vari addetti alle testate giornalistiche consente all'indagato di procedere con notevole disinvoltura nella gestione delle "notizie interessanti", fornendo, così un "servizio" efficiente e affidabile». Le indagini hanno permesso agli uomini della Polizia postale di inserire «le azioni illecite compiute nell'alveo della sistematicità e abitudine». Infatti «lo scambio di informazioni "riservate" con i giornalisti, risale almeno all'anno 2018» e vedrebbe l’indagato come soggetto «attivo e propositivo». L’informativa precisa anche che «grazie alle conversazioni rinvenute nella chat di Whatsapp si sono potuti ricostruire i rapporti tra Raffaele Guadagno e il modo dell'informazione, comprendendo, seppur parzialmente, il legame anche di natura "amicale" che lega l'indagato con alcuni di essi». Gli esperti della Polizia individuano come beneficiari delle informazioni dieci giornalisti, che non sappiamo se siano mai stati indagati. Oltre a Massari sono citati Alvaro Fiorucci, Claudio Sebastiani, Davide Vecchi, Erika Pontini, Gianluca Zanella, Guido Ruotolo, Italo Carmagnani, Angela Rotini e Sandro Ruotolo, attuale responsabile della comunicazione del Pd. Il cortocircuito è particolarmente chiaro nel caso Palamara. Di questo fascicolo, dal 31 maggio 2019, dopo la perquisizione e l’interrogatorio dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, al 23 agosto 2021, sono stati scaricati 994 documenti. Molti accessi sono avvenuti anche il 4, 7, 10 e 14 giugno 2019, quando sui quotidiani fioccavano le esclusive e le rivelazioni di segreto. Poi la raccolta è ripartita tra aprile e maggio 2020 con nove accessi, in gran parte finalizzati, con ogni probabilità a scaricare le chat di Palamara. Ma, come detto, nessuna Procura ha dimostrato che quelle ricerche fossero finalizzate alla pubblicazione, nonostante il collegamento diretto tra giornalisti e cancelliere. Una delle poche prove certe di divulgazione di documenti che riguardavano Palamara è rappresentata dalla spedizione di una mail da parte di Guadagno all’allora senatore del Pd Sandro Ruotolo della messaggistica di Palamara. La missiva conteneva alcuni file e la promessa dell’invio del materiale restante in serata. In questo caso, però, le conversazioni dell’ex pm non erano più coperte da segreto e La Verità le stava pubblicando a puntate. Il problema è che erano nella disponibilità di pochissime persone: gli indagati, la Procura e il giudice. Sarà per questo che il parlamentare ha avuto bisogno dell’ex cancelliere campano. Resta da capire perché un politico dei dem abbia chiesto a Guadagno quelle carte. A chi servivano? Ai vertici del partito? A colleghi giornalisti di Ruotolo (che nel frattempo però era diventato responsabile comunicazione del Pd)? A magistrati in rapporti con l’ex cronista, interessati a sapere se in quelle chat fossero finiti pure loro? Nel fascicolo si trova anche la breve chat tra il senatore e l’allora funzionario. «Buongiorno Sandro, sono Raffaele Guadagno ti ho appena inviato un mail» scrive Guadagno il 26 luglio 2021. Il politico pare sorpreso: «Ma cos’è?». Guadagno: «Tutta la chat di Whatsapp del suo telefono...». Ruotolo: «Di cosa?». Guadagno: «Palamara. Ma forse non hai capito chi sono? L’amico di Guido...». Di fronte a questo messaggio Ruotolo sembra comprendere: «Ok». Il riferimento è al fratello gemello di Sandro, Guido, il quale aveva scritto a Guadagno due giorni prima questo messaggio: «Ti faccio chiamare da Sandro che va trovando Palamara». Anche se non è chiaro a che titolo lo facesse. Oggi, però, il giornalista-politico si è schierato in modo netto a favore dei cronisti indagati a Perugia per accesso abusivo e rivelazione di segreto a Perugia. Assolvendo così anche sé stesso: «Tre giornalisti del Domani sono accusati di aver utilizzato carte ottenute da fonti giudiziarie per scrivere i loro articoli. Se il finanziere era la loro fonte e ha commesso un reato lo deciderà la magistratura perugina. Resta il fatto che le notizie pubblicate dai cronisti erano vere e quindi hanno fatto solo il loro dovere di informare l’opinione pubblica».
Il nostro scoop riapre la strage di Brescia
Lo scoop della Verità sull’ufficiale dei carabinieri (ora indagato a Roma) accusato di aver inviato materiale erotico non richiesto a una donna, inizialmente convocata come testimone, sta per entrare nel nuovo processo sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia. La difesa di Roberto Zorzi chiederà, infatti, di sentire Donatella Di Rosa, la persona che ha querelato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo, consulente della Procura di Brescia nelle nuove indagini sullo scoppio della bomba che mezzo secolo fa provocò dieci morti e un centinaio di feriti. La donna conosciuta negli anni Novanta come «Lady Golpe», presunta vittima di un corteggiamento «morboso» da parte dell’ufficiale, frequentava all’epoca della strage ambienti di estrema destra. Giraudo è un militare controverso. Ci sono pm che lo amano a dismisura e altri che detestano i suoi metodi. Per esempio, dopo che aveva provato a far riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana a Milano con un’informativa di reato ispirata a un libro che ipotizzava una saldatura tra anarchici e neofascisti nella vicenda. Il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo definisce le sue annotazioni «atipiche relazioni di servizio, prive di valore processuale, ove si sintetizzano colloqui intercorsi con vari personaggi, al di fuori di qualsiasi verbale, con osservazioni che riguardano persino gli stati d’animo di qualche interlocutore». E conclude: «Si tratta, però, di modalità di conduzione delle indagini che quest’ufficio non apprezza».
Anche l’ex procuratore aggiunto Armando Spataro boccia il modus operandi di Giraudo con parole dure. Ma, come detto, all’ufficiale non mancano i fan tra le toghe, in particolare tra quelli che operano nelle Direzioni distrettuali antimafia o nelle commissioni parlamentari, come quella sul delitto di Aldo Moro o quella Antimafia, dove ricopre tuttora il ruolo di consulente. Su Radio Radicale, digitando il suo nome, si trovano 88 file con le sue testimonianze in processi che vanno dalla Strage di Bologna, alla Trattativa Stato mafia, da Sistemi criminali (un processo che ipotizzava una saldatura tra mafia, massoneria e terrorismo nero) al processo sull’esplosione di Argo16, un Dc3 utilizzato negli anni Settanta dai nostri servizi segreti per operazioni sotto copertura. In questo caso, una sua informativa, raccontava i rapporti tra la Piovra di Alcamo, la zona di Matteo Messina Denaro, e la struttura Gladio. Ma se sue ricostruzioni un po’ complottiste non piacciono a molti magistrati, altri le trovano brillanti. Lui, classe 1963, in un’aula di giustizia si è presentato così: «Sono il colonnello Massimo Giraudo dei carabinieri. Attualmente in servizio presso la divisione Unità mobili e specializzate Palidoro di Roma, con incarichi speciali. Questi incarichi speciali sono incarichi di polizia giudiziaria nel senso che lavoro alle dipendenze della Procura della Repubblica di Brescia sul procedimento penale della strage di piazza della Loggia il cosiddetto Brescia quater. E prima di allora mi sono sempre quasi esclusivamente occupato di terrorismo di estrema destra lavorando con diverse autorità giudiziarie quindi dalla strage dell’Italicus, della strage di Bologna, della strage di piazza Fontana e la mia attività nel settore del terrorismo e proprio iniziata a Bologna perché ero ufficiale addetto alla sezione anticrimine di Bologna».
Per un periodo ha lavorato per i carabinieri del Ros, poi è entrato nel Sisde (oggi Aisi), quindi ha perso il Nos, il Nullaosta di sicurezza, per colpa dei rapporti considerati troppo stretti con una agente della Cia. Per questo è stato distaccato alla Palidoro. Ma da qui ha continuato a fare l’investigatore alle dirette dipendenze dei magistrati, a partire da quelli Brescia e Palermo, da Roberto Scarpinato, a Teresi, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il suo grande nemico è l’ex generale del Ros Mario Mori, che accusò nel processo Trattativa di aver istituito un protocollo fantasma per la gestione di alcune fonti, una specie di servizio parallelo. Giraudo è convinto che Mori, che negli anni Settanta venne allontanato dai servizi segreti di allora per motivi non chiari, avrebbe avuto un qualche ruolo nel periodo delle stragi, come avrebbero provato a dimostrare i pm di Padova durante l’inchiesta sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista). E ancora oggi Giraudo, anche con la Di Rosa, avrebbe continuato a fare domande su Mori. A Brescia, come detto, il colonnello è stato consulente di primo piano e «motore» delle indagini che hanno portato a individuare in Zorzi e Marco Toffaloni (all’epoca dei fatti minorenne e quindi giudicato in un procedimento separato) i due presunti esecutori della strage. La difesa di Zorzi, rappresentato da Stefano Casali ed Edoardo Lana, già durante l’udienza preliminare, aveva criticato davanti al gup di Brescia come fossero state svolte indagini da parte di Giraudo facendo anche riferimento alle precedenti critiche arrivate da D’Arcangelo. In particolare, la difesa intende chiedere alla Di Rosa i dettagli relativi al rapporto intercorso durante le indagini con l’ufficiale, per chiarire un passaggio della denuncia riportata al nostro giornale: «Scopro che quanto aveva detto a me di dire, una teste lo sta dicendo in un processo (quello di piazza della Loggia)». Probabilmente si tratta della supertestimone, sentita durante le indagini che hanno portato al nuovo processo 40 volte, una serie di interrogatori durata anni, condensati in centinaia di pagine di atti.
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Per anni attiva una rete attorno al cancelliere Raffaele Guadagno che poteva contare su un circuito di giudiziaristi, pm e investigatori. Materiale contestato anche al dem Guido Ruotolo.Dopo l’articolo della «Verità» i difensori di uno degli imputati per la bomba di piazza della Loggia chiederanno la deposizione di «Lady Golpe». I legali vogliono fare chiarezza sulle modalità con cui il colonnello Massimo Giraudo ha raccolto le dichiarazioni di una teste.Lo speciale contiene due articoli. Il mondo della politica e quello dei media sono sovreccitati per l’inchiesta della Procura di Perugia sugli accessi abusivi a banche dati riservate effettuati da un finanziere, ritenuto infedele, su mandato dei giornalisti di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Non ha avuto lo stesso risalto un’indagine, sempre degli inquirenti umbri, su un’altra clamorosa fuga di notizie avvenuta proprio nel palazzo di giustizia di Perugia. Solo che qui i giornalisti coinvolti erano molto più numerosi e importanti. La differenza l’ha fatta proprio questo. E anche il fatto che l’imputato, un «cancelliere esperto» della Procura, ha patteggiato ed è andato in pensione, sostanzialmente prendendosi tutte le colpe. In pratica lui avrebbe scaricato carte riservate, poi finite sui giornali, per sua scelta, forse per entrare nel circuito dei giornali che contano. Raffaele Guadagno, questo il nome del funzionario sotto accusa, ha infatti la passione della scrittura e ha realizzato diversi libri che sono stati presentati da toghe di grido e firme eccellenti. Alcune di queste hanno anche cofirmato i tomi o vergato prefazioni. Guadagno, che per anni ha svolto il ruolo di collettore di notizie per decine di giornalisti, è stato pizzicato quando sulle pagine del Fatto Quotidiano è uscita in anteprima la richiesta di archiviazione sulla loggia Ungheria firmata dal procuratore Raffale Cantone. Quest’ultimo ha immediatamente chiesto di verificare le interrogazioni del fascicolo e dopo poche ore Guadagno era già stato indagato e perquisito. Dagli apparati elettronici a lui sequestrati è affiorato un mondo. La fotografia di quanto denunciato da Luca Palamara nel suo libro Il Sistema (firmato insieme con Alessandro Sallusti). Grazie alle chat depositate agli atti emerge il modo in cui, tra il 2018 e il 2022, viene somministrata ai lettori la cronaca giudiziaria: giornalisti che si muovono in pool e raccolgono veline giudiziarie, investigatori, pm e cronisti che frequentano gli stessi ristoranti e le stesse feste, incontri in cui nascono coppie e si spacciano notizie. Uno dei trait d’union di questa rete è Guadagno che distribuisce carte e comande. I magistrati arrivano a indicare, in modo felpato, i bersagli e lui li comunica ai cronisti, che eseguono di buon grado. Una confusione di ruoli che non imbarazza, ma fortifica. Tutti insieme appassionatamente nel nome del Sistema. Ma veniamo alle carte. Guadagno, 59 anni, originario della Provincia di Caserta, ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi per rivelazione di segreto e accesso abusivo (reato che prevede pene da 3 a 8 anni) al Tiap (Trattamento informatizzato atti penali), il sistema informatico che consente di visionare tutte le carte dei procedimenti penali dall’inizio alla loro conclusione. Nella sentenza del 19 dicembre 2023, firmata dal giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei, si scopre che il funzionario avrebbe scaricato illecitamente circa 1.800 documenti in 34 diversi accessi: 282 documenti del cosiddetto fascicolo Sanitopoli (lo scandalo che ha azzoppato la carriera politica della governatrice dem Catiuscia Marini, considerata invisa al Pd centrale), ben 994 file dell’inchiesta su Luca Palamara, altri 264 (con accessi tra il 9 dicembre 2020 e il 7 luglio 2021) provenienti da due diversi fascicoli riguardanti l’esame di italiano farlocco del giocatore Luis Suarez, infine 259 documenti dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria. L'imputato, sebbene fosse dipendente della Procura e quindi in possesso delle credenziali per l’accesso lavorava in un ufficio e con mansioni che non gli davano né motivo né titolo per accedere ai procedimenti sopra indicati. La Procura ha ottenuto la condanna, come detto, anche per il reato di rivelazione di segreto, ma solo per due documenti consegnati ad Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano. Sebbene il giudice faccia notare in sentenza che «la notizia dell’archiviazione veniva poi ripresa, nei giorni successivi, da altri quotidiani, quali La Repubblica e il Corriere della sera, che rivelavano ulteriori particolari della vicenda». La Giubilei, a proposito della richiesta d’archiviazione per la fantomatica associazione segreta, fa presente che la «conoscenza» del documento «era al momento» dell’invio al cronista, «limitata alla Procura della Repubblica e all'Ufficio Gip». Guadagno è stato accusato anche di aver spedito, il 25 ottobre del 2021, al giornalista un manoscritto redatto da Piero Amara, sedicente membro dell’associazione segreta. A fornire una delle prime prove contro Guadagno era stato un perito informatico, Luca Calzolari, a cui si era rivolto l’ex funzionario all’inizio delle indagini per chiedere di essere aiutato a cancellare eventuali prove contro di lui. Calzolari a verbale ha dichiarato: «Lui mi ha riferito che lo stesso giorno aveva subito una perquisizione d'urgenza dai carabinieri. Aggiungeva di essere preoccupato, in quanto aveva fatto una "cavolata". Affermava di aver preso un documento dall'archivio e di averlo girato dal computer dell'ufficio sulla sua posta elettronica personale di "Libero". Diceva di essere stato identificato, in quanto qualcuno aveva verificato gli accessi e si era reso conto che lui aveva realizzato quest'operazione. […] Ha affermato di aver inoltrato la mail con il documento dalla sua posta di "Libero" ad un suo amico sempre tramite lo smartphone. […] Raffaele ha aggiunto che l'amico era un giornalista del Fatto Quotidiano. Non ha fatto subito il nome. Ricordo che successivamente, sempre nel corso della conversazione, ha detto che tale amico si chiamava "Antonio Massari"». Lo stesso che in questi giorni sta facendo una campagna a favore dei colleghi di Domani. La versione di Calzolari si conclude così: «Lui voleva essere sicuro che la mail che aveva inoltrato al giornalista non potesse essere più recuperata. Io gli dicevo che non potevo dargli una risposta sicura». Il giorno dopo il perito, compresa la gravità della situazione, grazie alla lettura dei giornali, si presentò in Procura per consegnare il cellulare del cancelliere. Alla fine Guadagno ha patteggiato la rivelazione a favore di Massari, mentre quest’ultimo, dopo essersi avvalso del segreto professionale, è stato archiviato. Secondo la Procura non v’è certezza che fosse a conoscenza della provenienza illecita delle carte che chiedeva e otteneva. E la richiesta di archiviazione su Ungheria era già parzialmente pubblica. Probabilmente anche per tutti gli altri file scaricati è stato fatto lo stesso ragionamento. Per questo nella rete dei pm è rimasto intrappolato solo Guadagno. Il quale, forse, un giorno, racconterà la propria storia in uno dei suoi amati libri. Dalla chat tra Massari e Guadagno emerge un rapporto di fraterna amicizia e collaborazione risalente quantomeno al 30 settembre 2017. Un dialogo che si apre, significativamente, con la frase di Massari: «A Perugia ‘ste carte non ci stanno»; per terminare l’8 luglio 2022, tre giorni prima che il cellulare del cancelliere venisse sequestrato. Si tratta di un rapporto proficuo per entrambi poiché Massari presenta e recensisce positivamente i libri pubblicati da Guadagno su vicende giudiziarie trattate dagli uffici giudiziari di Perugia, in particolare sull’omicidio di Mino Pecorelli e sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi. L’allora dipendente della Procura mette a disposizione del cronista le sue competenze nella ricerca degli atti di interesse e fornisce suggerimenti. Per esempio dopo aver letto un pezzo di Massari sulla sentenza sul presunto sequestro di Alma Shalabayeva, scrive: «Mancano tante cose non ancora dette». Il 12 giugno 2021 il cancelliere invia al cronista i verbali con le dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti, uno degli indagati nel caso Palamara e aggiunge: «Oramai sono arrivato tardi…ma ecco qua». Risposta: «Grazie mille Raffaele sei un amico… spero di rivederti presto… forse torno la prossima settimana». A questo punto Guadagno marca stretto Massari per ottenere un articolo sul suo libro su Adinolfi. Per ingolosirlo sul punto gli ricorda che il giudice stava indagando sull’Eni, prima di sparire («E non dimenticare Eni in Adinolfi…»). La società petrolifera è infatti uno dei pallini del cronista. Nella primavera del 2021 i giornali pubblicano la notizia dell’inchiesta sulla diffusione illecita dei verbali della Loggia Ungheria da parte di Pier Camillo Davigo. Massari è un teste chiave presso la Procura di Milano. Il 21 giugno il cancelliere viene a sapere che l’amico è nel capoluogo meneghino e, in modo ironico, essendo una fonte del giornalista, la butta lì: «A Milano… mi devo preoccupare?» scrive, aggiungendo l’emoticon di una faccina che ride. Ma il cronista lo rassicura: «Ahahah no con me sai che si può stare sempre tranquilli». Il 21 ottobre il cronista scrive: «Oggi è uscito pezzo su verbali Ungheria». È intitolato «Amara, i verbali usciti 2 mesi prima che li ricevesse Davigo». Il cancelliere coglie il succo dell’articolo: «Davigo ti dovrà essere grato». «Boh. Dipende da quello che trovo» è la replica del giornalista. Guadagno informa l’interlocutore: «Io ora vedo Gemma Miliani e poi ti dico». La Miliani era uno dei pubblici ministeri che si occupava del procedimento su Ungheria, anche lei il rapporti di amicizia con il funzionario. Il 25 ottobre Massari inoltra un articolo di Dagospia che riprende un servizio della Verità che contesta, usando il buon senso, la ricostruzione del Fatto sulla diffusione dei verbali e fa questo commento: «Comunque è partita la controffensiva Eni». Il 9 maggio 2022 Guadagno anticipa a Massari la chiusura dell’inchiesta sulla Loggia: «Oltre 150 pagine per motivare una richiesta di archiviazione». La Polizia postale, nella sua informativa di fine novembre 2022, aveva individuato molti altri beneficiari della generosità di Guadagno. Le indagini avrebbero accertato che gli accessi abusivi erano stati effettuati «al fine di divulgare in maniera sistematica ai giornalisti, o, comunque a terze persone, atti giudiziari, informative, atti di polizia giudiziaria correlati a procedimenti penali potenzialmente interessanti dal punto di vista mediatico». Il documento indica anche altre possibili fonti di raccolta di informazioni oltre al Tiap: «Un primo approfondito esame, evidenzia tracce di acquisizione di atti di interesse anche tramite scatti fotografici all'interno di luoghi chiusi o l'ottenimento di atti provenienti da altre Procure». Gli investigatori tornano sulla questione del circolino di Perugia: «Come già accennato il coinvolgimento dell'indagato all'interno di un sistema di illecita divulgazione, non appare per nulla occasionale, ma anzi è ben strutturato e le sue fondamenta risalgono indietro negli anni». Il documento prosegue: «Il rapporto, "amicale" con i vari addetti alle testate giornalistiche consente all'indagato di procedere con notevole disinvoltura nella gestione delle "notizie interessanti", fornendo, così un "servizio" efficiente e affidabile». Le indagini hanno permesso agli uomini della Polizia postale di inserire «le azioni illecite compiute nell'alveo della sistematicità e abitudine». Infatti «lo scambio di informazioni "riservate" con i giornalisti, risale almeno all'anno 2018» e vedrebbe l’indagato come soggetto «attivo e propositivo». L’informativa precisa anche che «grazie alle conversazioni rinvenute nella chat di Whatsapp si sono potuti ricostruire i rapporti tra Raffaele Guadagno e il modo dell'informazione, comprendendo, seppur parzialmente, il legame anche di natura "amicale" che lega l'indagato con alcuni di essi». Gli esperti della Polizia individuano come beneficiari delle informazioni dieci giornalisti, che non sappiamo se siano mai stati indagati. Oltre a Massari sono citati Alvaro Fiorucci, Claudio Sebastiani, Davide Vecchi, Erika Pontini, Gianluca Zanella, Guido Ruotolo, Italo Carmagnani, Angela Rotini e Sandro Ruotolo, attuale responsabile della comunicazione del Pd. Il cortocircuito è particolarmente chiaro nel caso Palamara. Di questo fascicolo, dal 31 maggio 2019, dopo la perquisizione e l’interrogatorio dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, al 23 agosto 2021, sono stati scaricati 994 documenti. Molti accessi sono avvenuti anche il 4, 7, 10 e 14 giugno 2019, quando sui quotidiani fioccavano le esclusive e le rivelazioni di segreto. Poi la raccolta è ripartita tra aprile e maggio 2020 con nove accessi, in gran parte finalizzati, con ogni probabilità a scaricare le chat di Palamara. Ma, come detto, nessuna Procura ha dimostrato che quelle ricerche fossero finalizzate alla pubblicazione, nonostante il collegamento diretto tra giornalisti e cancelliere. Una delle poche prove certe di divulgazione di documenti che riguardavano Palamara è rappresentata dalla spedizione di una mail da parte di Guadagno all’allora senatore del Pd Sandro Ruotolo della messaggistica di Palamara. La missiva conteneva alcuni file e la promessa dell’invio del materiale restante in serata. In questo caso, però, le conversazioni dell’ex pm non erano più coperte da segreto e La Verità le stava pubblicando a puntate. Il problema è che erano nella disponibilità di pochissime persone: gli indagati, la Procura e il giudice. Sarà per questo che il parlamentare ha avuto bisogno dell’ex cancelliere campano. Resta da capire perché un politico dei dem abbia chiesto a Guadagno quelle carte. A chi servivano? Ai vertici del partito? A colleghi giornalisti di Ruotolo (che nel frattempo però era diventato responsabile comunicazione del Pd)? A magistrati in rapporti con l’ex cronista, interessati a sapere se in quelle chat fossero finiti pure loro? Nel fascicolo si trova anche la breve chat tra il senatore e l’allora funzionario. «Buongiorno Sandro, sono Raffaele Guadagno ti ho appena inviato un mail» scrive Guadagno il 26 luglio 2021. Il politico pare sorpreso: «Ma cos’è?». Guadagno: «Tutta la chat di Whatsapp del suo telefono...». Ruotolo: «Di cosa?». Guadagno: «Palamara. Ma forse non hai capito chi sono? L’amico di Guido...». Di fronte a questo messaggio Ruotolo sembra comprendere: «Ok». Il riferimento è al fratello gemello di Sandro, Guido, il quale aveva scritto a Guadagno due giorni prima questo messaggio: «Ti faccio chiamare da Sandro che va trovando Palamara». Anche se non è chiaro a che titolo lo facesse. Oggi, però, il giornalista-politico si è schierato in modo netto a favore dei cronisti indagati a Perugia per accesso abusivo e rivelazione di segreto a Perugia. Assolvendo così anche sé stesso: «Tre giornalisti del Domani sono accusati di aver utilizzato carte ottenute da fonti giudiziarie per scrivere i loro articoli. Se il finanziere era la loro fonte e ha commesso un reato lo deciderà la magistratura perugina. Resta il fatto che le notizie pubblicate dai cronisti erano vere e quindi hanno fatto solo il loro dovere di informare l’opinione pubblica».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dossieraggio-perugia-guadagno-2667436295.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nostro-scoop-riapre-la-strage-di-brescia" data-post-id="2667436295" data-published-at="1709673392" data-use-pagination="False"> Il nostro scoop riapre la strage di Brescia Lo scoop della Verità sull’ufficiale dei carabinieri (ora indagato a Roma) accusato di aver inviato materiale erotico non richiesto a una donna, inizialmente convocata come testimone, sta per entrare nel nuovo processo sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia. La difesa di Roberto Zorzi chiederà, infatti, di sentire Donatella Di Rosa, la persona che ha querelato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo, consulente della Procura di Brescia nelle nuove indagini sullo scoppio della bomba che mezzo secolo fa provocò dieci morti e un centinaio di feriti. La donna conosciuta negli anni Novanta come «Lady Golpe», presunta vittima di un corteggiamento «morboso» da parte dell’ufficiale, frequentava all’epoca della strage ambienti di estrema destra. Giraudo è un militare controverso. Ci sono pm che lo amano a dismisura e altri che detestano i suoi metodi. Per esempio, dopo che aveva provato a far riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana a Milano con un’informativa di reato ispirata a un libro che ipotizzava una saldatura tra anarchici e neofascisti nella vicenda. Il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo definisce le sue annotazioni «atipiche relazioni di servizio, prive di valore processuale, ove si sintetizzano colloqui intercorsi con vari personaggi, al di fuori di qualsiasi verbale, con osservazioni che riguardano persino gli stati d’animo di qualche interlocutore». E conclude: «Si tratta, però, di modalità di conduzione delle indagini che quest’ufficio non apprezza». Anche l’ex procuratore aggiunto Armando Spataro boccia il modus operandi di Giraudo con parole dure. Ma, come detto, all’ufficiale non mancano i fan tra le toghe, in particolare tra quelli che operano nelle Direzioni distrettuali antimafia o nelle commissioni parlamentari, come quella sul delitto di Aldo Moro o quella Antimafia, dove ricopre tuttora il ruolo di consulente. Su Radio Radicale, digitando il suo nome, si trovano 88 file con le sue testimonianze in processi che vanno dalla Strage di Bologna, alla Trattativa Stato mafia, da Sistemi criminali (un processo che ipotizzava una saldatura tra mafia, massoneria e terrorismo nero) al processo sull’esplosione di Argo16, un Dc3 utilizzato negli anni Settanta dai nostri servizi segreti per operazioni sotto copertura. In questo caso, una sua informativa, raccontava i rapporti tra la Piovra di Alcamo, la zona di Matteo Messina Denaro, e la struttura Gladio. Ma se sue ricostruzioni un po’ complottiste non piacciono a molti magistrati, altri le trovano brillanti. Lui, classe 1963, in un’aula di giustizia si è presentato così: «Sono il colonnello Massimo Giraudo dei carabinieri. Attualmente in servizio presso la divisione Unità mobili e specializzate Palidoro di Roma, con incarichi speciali. Questi incarichi speciali sono incarichi di polizia giudiziaria nel senso che lavoro alle dipendenze della Procura della Repubblica di Brescia sul procedimento penale della strage di piazza della Loggia il cosiddetto Brescia quater. E prima di allora mi sono sempre quasi esclusivamente occupato di terrorismo di estrema destra lavorando con diverse autorità giudiziarie quindi dalla strage dell’Italicus, della strage di Bologna, della strage di piazza Fontana e la mia attività nel settore del terrorismo e proprio iniziata a Bologna perché ero ufficiale addetto alla sezione anticrimine di Bologna». Per un periodo ha lavorato per i carabinieri del Ros, poi è entrato nel Sisde (oggi Aisi), quindi ha perso il Nos, il Nullaosta di sicurezza, per colpa dei rapporti considerati troppo stretti con una agente della Cia. Per questo è stato distaccato alla Palidoro. Ma da qui ha continuato a fare l’investigatore alle dirette dipendenze dei magistrati, a partire da quelli Brescia e Palermo, da Roberto Scarpinato, a Teresi, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il suo grande nemico è l’ex generale del Ros Mario Mori, che accusò nel processo Trattativa di aver istituito un protocollo fantasma per la gestione di alcune fonti, una specie di servizio parallelo. Giraudo è convinto che Mori, che negli anni Settanta venne allontanato dai servizi segreti di allora per motivi non chiari, avrebbe avuto un qualche ruolo nel periodo delle stragi, come avrebbero provato a dimostrare i pm di Padova durante l’inchiesta sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista). E ancora oggi Giraudo, anche con la Di Rosa, avrebbe continuato a fare domande su Mori. A Brescia, come detto, il colonnello è stato consulente di primo piano e «motore» delle indagini che hanno portato a individuare in Zorzi e Marco Toffaloni (all’epoca dei fatti minorenne e quindi giudicato in un procedimento separato) i due presunti esecutori della strage. La difesa di Zorzi, rappresentato da Stefano Casali ed Edoardo Lana, già durante l’udienza preliminare, aveva criticato davanti al gup di Brescia come fossero state svolte indagini da parte di Giraudo facendo anche riferimento alle precedenti critiche arrivate da D’Arcangelo. In particolare, la difesa intende chiedere alla Di Rosa i dettagli relativi al rapporto intercorso durante le indagini con l’ufficiale, per chiarire un passaggio della denuncia riportata al nostro giornale: «Scopro che quanto aveva detto a me di dire, una teste lo sta dicendo in un processo (quello di piazza della Loggia)». Probabilmente si tratta della supertestimone, sentita durante le indagini che hanno portato al nuovo processo 40 volte, una serie di interrogatori durata anni, condensati in centinaia di pagine di atti.
Keiko Fujimori (Ansa)
Dopo quattro tentativi Keiko Fujimori conquista la presidenza del Perù. La figlia dell'ex capo dello Stato Alberto eredita un Paese segnato da instabilità, corruzione e continui cambi di governo, con la difficile sfida di ricostruire la fiducia nelle istituzioni.
La dinastia Fujimori continua a dominare la scena politica del Perù e dopo quattro tentativi Keiko è riuscita a diventare presidente della nazione andina. Anche se lo spoglio è ancora in corso la sua vittoria è già sicura e verrà insediata ufficialmente alla Casa di Pizarro, il palazzo del governo, il prossimo 28 luglio.
La figlia di Alberto Fujimori, al potere dal 1990 al 2000, ha fondato nel 2010 il partito Forza Popolare ( Fuerza Popular), una formazione politica populista e conservatrice, ma soprattutto «fujimorista». Keiko ha infatti lavorato per anni per riabilitare la figura del padre che nel 2000 era scappato in Giappone, nazione di origine della sua famiglia, per sfuggire all’arresto per corruzione e crimini contro l'umanità. Fujimori padre sarà poi arrestato in Cile nel 2006 e graziato nel 2018, dopo 12 anni di carcere, ma nuovamente arrestato fino alla concessione dell’amnistia per motivi di salute nel 2022. Keiko si è candidata per la prima volta nel 2011 e poi nel 2016 e nel 2021, risultando però sempre sconfitta al ballottaggio.
Ma anche lei aveva avuto guai con la giustizia peruviana finendo per oltre un anno in carcere, fra il 2018 e il 2019, per accuse di corruzione e riciclaggio di denaro, ricevuto dall’azienda brasiliana Odebrecht durante la campagna presidenziale del 2011. Il processo a Keiko Fujimori era finito con un’assoluzione da parte della Corte Suprema nel 2025. Questa volta la leader di Forza Popolare ha superato il candidato di sinistra, Roberto Sánchez, grazie soprattutto ai voti ottenuti nelle principali città peruviane come Lima, Callao e Trujillo. Adesso Keiko dovrà cercare i voti in parlamento dove il suo partito ha la maggioranza relativa, ma resta lontano da quella assoluta. Il suo obiettivo è trovare un accordo con le altre forze di destra e con i partiti centristi, ma i rapporti politici a Lima sono sempre molto burrascosi. La storia politica peruviana è fatta di corruzione e connivenze con la malavita e quasi tutti i leader, Primi ministri e presidenti nell’ultimo trentennio sono stati indagati dalla magistratura del paese andino.
Negli ultimi dieci anni lo scranno presidenziale ha visto alternarsi ben 8 presidenti con 21 Primi ministri, il che dimostra l’estrema fragilità del sistema politico. Gli ultimi tre presidenti sono stati addirittura rimossi dal parlamento che li ha sfiduciati portandoli a dimissioni forzate. Pedro Castillo, rappresentante dei socialisti, vincitore delle elezioni nel 2021, è rimasto in carica meno di un anno e mezzo, sostituito nel dicembre del 2022 dalla sua vice Dina Boularte. Castillo il 7 dicembre 2022 aveva cercato di sciogliere il parlamento, ordinando il coprifuoco nazionale e l'instaurazione di un governo di eccezionale emergenza. Il suo tentativo era stato denunciato come un colpo di stato per bloccare il processo di impeachment che il parlamento stava portando avanti e Castilloera stato poi arrestato. La Boularte era rimasto al potere fino all’ottobre del 2025 quando era stata destituita dal Congresso della Repubblica per incapacità morale permanente ai sensi della Costituzione del Perù, che passava i potere a Jose Jeri, presidente del parlamento. Jeri è stato defenestrato inpoco più di quattro mesi, dopo che erano stati visti alcuni uomini d’affari cinesi arrivare al palazzo presidenziale in maniera ufficiosa e la magistratura aveva subito indagato l’inquilino della Casa di Pizarro. Il successore José María Balcázar si era limitato a traghettare il Perù alle elezioni, anche queste ricche di scontri violenti e accuse di ogni genere.
Oggi Keiko Fujimori si trova davanti a se una nazione senza nessuna fiducia nella classe politica e con i giovani della Generazione Z che sono già scesi in piazza a manifestare contro la corruzione che dilania il Perù. L’ondata politica del Sud America negli ultimi anni ha visto però vincere quasi ovunque i candidati di destra o centrodestra molto vicini agli Stati Uniti di Donald Trump. Dalla Colombia alla Bolivia, dal Cile al Costa Rica e dall’Ecuador fino all’Honduras e ora anche in Perù, un quadro geopolitico che potrebbe influenzare la politica estera della neopresidente Keiko Fujimori nei prossimi anni.
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Marina Terragni (Imagoeconomica)
Ci sono bimbi «del bosco»; c’è la storia di Alisya e Sarah, le sorelline scappate dalla casa protetta di Civitella Alfedena, che volevano stare con la mamma ora finita in carcere – stando alla Procura di Sulmona che l’accusa – perché avrebbe organizzato la fuga per sottrarle al padre; c’è Stella – la chiamano così – strappata da scuola dalle forze dell’ordine perché il Tribunale di Roma ha deciso che non deve stare con la madre, ma col padre, sulla scorta di rapporti delle assistenti sociali. Di cosa sente e vuole Stella nessuno ha tenuto conto. «Questo è un caso che mi ha particolarmente colpita: prima che la portassero via a forza avevo parlato con Stella. Mi aveva mandato un video in cui lei stava in piscina serena e un po’ le era passata la paura che quelle signore lì (le assistenti sociali) la portassero via. Poi è successo quello che è successo e io non posso, non devo tacere». A dirlo è Marina Terragni, da quasi due anni a capo dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza: ragiona ancora da giornalista, che è la sua professione poggiata su una solidissima base di competenza e animata da un vero amore per i cittadini più deboli, che sono però il nostro futuro: i bambini.
Lei è la, sottolineiamo «la», Garante per l’infanzia: non trova che in queste vicende l’unica voce che non si sente è quella dei bambini?
«L’ho dichiarato ovunque: l’ascolto del minore non può essere aggirato in nessun modo. È prerogativa del giudice che non può delegarlo al perito di turno. Il giudice deve ascoltare direttamente il bambino e, a maggior ragione, l’adolescente, e deve assumere le sue decisioni tenendo conto della volontà espressa. Lo impone la legge. L’Italia ha recepito la convenzione di New York che sancisce il principio dell’ascolto del minore e non può essere aggirata».
Nel caso di Alisya, una delle due sorelline di Civitella Alfedena, sembra che la sua volontà non conti. Ha 16 anni, ma non può dire dove e con chi vuole vivere.
«Non giudico le cose che dicono o fanno i magistrati, ma rivendico il diritto, che nel mio caso è anche un dovere sancito dalla legge che istituisce il Garante, di dire la mia. A 14 anni si è penalmente imputabili, a 16 ci si può sposare, si può firmare un contratto di lavoro, alcune forze politiche pensano di estendere ai sedicenni il voto. Dunque avrà ben diritto una ragazza di decidere con chi e come vuole vivere? Quando dico queste cose vengo attaccata. A prima firma della Pd Alessandra Zampa sono stata oggetto di un’ interrogazione parlamentare perché sono andata a Palmoli a vedere i figli dei Trevallion, ma è mio dovere, così com’è mio dovere denunciare casi singoli. Per questo l’associazione dei magistrati minorili mi ha accusato d’ingerenza indebita. Ma se mi arriva un disegno di una bambina che fa intravvedere possibili violenze devo tacere? Sono una giornalista e tale resto, in più sono la Garante per l’infanzia ed è mio preciso dovere sapere e denunciare. Oltre alla legge che istituisce l’autorità che ho l’onore di rappresentare c’è l’articolo 21 della Costituzione. Non mi faranno tacere. E non invochino la scusa che così il caso diventa mediatico: nell’epoca dei clic tutto diventa mediatico, ma bisogna avere al forza di cercare la verità e di tutelare l’unico interesse che conta: quello dei minori».
Quando si criticano alcune decisioni si obietta: si è agito nell’interesse del minore. È sempre così?
«Quando si assiste a decisioni prese nel nome del superiore interesse del minore c’è una domanda da porsi: quei bambini o quelle bambine stanno meglio o peggio di prima? L’interesse del minore è quello, non altro. Bisogna interrogarsi su tutto il sistema dell’accoglienza nato negli anni Settanta, oggi la platea è radicalmente cambiata. Serve una nuova legge sull’affido. Prima i casi di allontanamento dei bambini a causa delle separazioni dei genitori erano rari, oggi ci si separa per un nulla e ci vanno sempre in mezzo i figli che vengono messi in struttura. Magari in altri Paesi la percentuale di allontanamento dai genitori in lite è più alta, ma scatta l’affido familiare che è sempre preferibile al ricorso alla struttura. Non ci curiamo più della cosiddetta famiglia allargata: degli zii, dei cugini, magari degli amici stretti che possono essere la cintura di sicurezza per questi bambini che appena la situazione conflittuale tra i genitori si risolve devono poter tornare in famiglia e se sono abbastanza grandi devono poter decidere come e con chi vivere».
Dietro questi allontanamenti facili c’è il busines dell’accoglienza?
«Non lo so e non voglio commentare; so però che lo Stato spende ogni anno circa due miliardi. Se si procedesse con l’affido familiare avremmo due benefici: un risparmio, pur prevedendo un giusto contributo per la famiglia affidataria, e una migliore condizione per il minore».
In quel conto rientra anche l’accoglienza ai minori non accompagnati: i migranti. Com’è la situazione?
«Le statistiche dicono che in Italia ogni anno scompaiono circa 18.000 bambini, ma l’85% viene ritrovato. Chi si disperde sono i minori non accompagnati che spesso sono degli adolescenti “cresciuti” che arrivano da esperienze sgangherate, da viaggi spaventosi. Se abbandonati, vanno a ingrossare la manodopera criminale o fanno una brutta fine. Si dovrebbe per loro pensare a un’accoglienza familiare, una scolarizzazione adeguata con un’assistenza continua. Sarebbe una soluzione in cui vinciamo noi e loro».
Torniamo all’attualità. Perché Alisya e Sarah hanno vissuto tutta la vita in comunità avendo una famiglia?
«Queste bambine da anni stavano fuori dalla famiglia. È ingiusto. S’è fatta strada l’opinione che se li allontani da casa resetti la loro storia: non c’è nessuna teoria scientifica che lo sostenga. L’unico effetto che si è ha è allontanarli dal genitore che amano. È la stessa storia di Monteverde a Roma, di Stella. Nessuno parla con loro, nessuno li ascolta e si decide in base a rapporti e teorie».
Sono stati chiamati in causa gli assistenti sociali che di fatto decidono del destino di questi bambini. È giusto?
«Gli assistenti sociali sono i primi a dichiarare una non adeguata formazione. Poi se li metti alla berlina è ovvio che abbiano una reazione di chiusura, ma lo sa per prima la loro presidente che c’è bisogno di ripensare la formazione per quelli che hanno a che fare con i minori. Se ne è discusso anche con la ministra per l’Università Anna Maria Berini. Serve anche un adeguamento delle strutture e anche un maggiore controllo sulle case di accoglienza come va sancito che la comunità deve essere l’ultima ratio. È tutto il sistema che va ripensato: bisogna che i bambini restino in famiglia, in quella famiglia allargata che va ripristinata e corroborata, e se proprio devono andare in struttura devono starci per il tempo più breve possibile. Facendo un lavoro con i territori bisogna garantire nelle strutture degli standard minimi del servizio e di sicurezza».
Nel caso della famiglia nel bosco s’è fatto l’esatto contrario. Quando finirà quella storia?
«Quella famiglia andava assistita, se ce n’era bisogno, incoraggiando la scolarizzazione, correggendo alcune storture educative se tali venivano riconosciute, ma non andava disgregata. Non ho parlato ultimamente con l’avvocato Simone Pillon, ma credo che abbia depositato un’istanza per far tornare i bambini a casa. Qui si rischia che aspettando le perizie si arriva a un anno: i bambini sono stati tolti a Nathan e Catherine a novembre, non è possibile. Un giorno per un bambino non equivale a un giorno di un adulto: è un tempo infinito. Tutto questo in assenza di pregiudizi per loro quando stavano in famiglia. Si dovrà invece valutare se l’allontanamento da casa non abbia prodotto danni. Lo confesso: ho tanta paura che si arriverà all’anno prima di risolvere questa spinosa faccenda».
Si è detto nel caso di Catherine Birmingham e di Valentina D’Acunto che sono mamme che nuocciono ai figli. Ma come si stabilisce?
«Rispondo col mio caso personale. Ho avuto un padre che ho adorato e mi è mancato troppo presto e ancora mi manca. E una madre che non è stata iper-accudente. Tuttavia riconosco che anche la madre più carente è indispensabile. Prendiamo una gatta: se gli porti via i cuccioli viene a riprenderseli e ti riduce uno straccio. È l’ora di farla finita con questa idea che padre e madre sono fungibili. Bisogna che riconosciamo la differenza sessuale, non siamo uguali e con tutto il rispetto di tutti ci vuole però più buon senso. Non può esistere che un padre per fare dispetto alla madre le fa togliere i figli e li mette in casa famiglia. Un padre che fa così non è un buon padre».
Lei parla di famiglia allargata, ma qui rischiamo che non ci siano né famiglie né bambini. Non bisogna ridare senso e onore alla maternità?
«Assolutamente sì. Bisognerebbe ringraziare le donne che mettono al mondo i figli. Come Garante sto pensando a uno studio per capire perché si è affievolito il desiderio di maternità, come aiutare oggi queste mamme che si sentono molto sole, che non hanno più la rete familiare. Mia nonna mi strappò dalle braccia mio figlio che non smetteva di piangere e mi disse: vai a fare un giro Quando partorisci l’ostetrica ti dice: brava, fai così, resisti, brava. Ecco, quel “brava” le mamme devono sentirselo ripetere di continuo. Sono grata a Giorgia Meloni che si porta sua figlia ogni volta che può nei viaggi di Stato e mi fanno pena le polemiche sul chi paga. È l’immagine di una donna che pur tra mille incombenze vuole trovare e trova il tempo per essere mamma, per occuparsi di sua figlia. È la rivendicazione della condizione di mamma. Penso che lo Stato invece di occuparsi dei figli dovrebbe occuparsi e preoccuparsi delle mamme che sanno benissimo come fare con i loro figli».
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A sinistra la statua decapitata ai giardini di Cagliari. A destra il restauro di una delle statue del Ponte dei Leoni di Monza sfregiata da un petardo (Ansa-Comune di Monza)
Pochi secondi per distruggere, mesi di lavoro per arrivare alla soluzione ottimale per riparare un danno causato da baby vandali. Il fatto è successo a Monza, ma accade regolarmente e quotidianamente in ogni parte d’Italia. In ogni paese, città, metropoli che ha un monumento storico. Sempre più bersagliati da giovani e giovanissimi sfaccendati che non trovano nient’altro di meglio da fare che infilare un maxi petardo nella bocca di una statua, farlo esplodere e filmare il tutto per diventare virali sui social. Nel centro della città divenuta famosa per il palatium della regina dei Longobardi, Teodolinda, e per l’assassinio di re Umberto I per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, c’è un ponte che attraversa il fiume Lambro. È il Ponte dei leoni, costruito nel 1842 sui resti di un manufatto romano. A guardia del monumentale ponte, sui quattro lati, spiccano altrettanti leoni di marmo, opera dello scultore Antonio Tantardini. Ora uno di questi quattro leoni ha perso una porzione abbondante di muso, saltato via durante l’ultimo Capodanno quando una banda composta da cinque ragazzini, tutti minorenni, ha pensato bene di festeggiare l’arrivo del 2026 infilando e facendo brillare un maxi petardo tra le fauci del felino di marmo. I cinque, di età compresa tra i 15 e i 17 anni, sono stati, nel corso dei mesi, individuati attraverso un’attenta analisi delle immagini della videosorveglianza comunale e grazie all’acquisizione di un filmato realizzato con un cellulare da uno dei ragazzi a poi pubblicato sul suo profilo social. Sono stati segnalati alla Procura presso il Tribunale per i minorenni di Milano: devono rispondere in concorso, a vario titolo, delle ipotesi di reato di danneggiamento di beni culturali e accensioni ed esplosioni pericolose.
È passato metà anno da quell’episodio. Il leone ferito è stato impacchettato da dei ponteggi ed esperti restauratori si stanno prendendo cura del volto lesionato. Ma come si procede, in questi casi? Beh, l’iter che c’è dietro al recupero di un bene storico-architettonico ha dell’incredibile. E rivela l’attenta trafila che bisogna seguire per non fare più danni di quelli causati dai vandali. Nei mesi scorsi la statua, realizzata in marmo di Carrara, è stata immediatamente posta in sicurezza con una impalcatura a protezione e contestualmente e stata avviata la fase di progettazione nel rispetto delle prescrizioni della Soprintendenza. C’è una prima fase preliminare, fatta di sondaggi, saggi, prelievi e campionature. Serve per saggiare lo stato del bene su quale si dovrà ad andare a operare. Poi si passa alla parte di recupero: anche qui, una prima fase prevede la rimozione dei depositi superficiali a secco; la pulitura con trattamenti a impacco; la rimozione di ulteriori depositi con compresse di polpa di cellulosa e soluzioni di sali inorganici; la rimozione di croste nere e macchie. Conclusa questa fase, tocca al «ristabilimento dell’adesione» con iniezioni di prodotti leganti «per riempire vuoti o tasche e iniezioni di resina epossidica»; e poi ancora «la stuccatura di fessurazioni, fratturazioni, bordi e lacune; la revisione cromatica di rasature e stuccature; una protezione finale con applicazione a pennello di soluzioni specifiche». Infine, si arriva all’atto finale: la restituzione delle fauci al leone. Prima di arrivare al definitivo pezzo nuovo in marmo di Carrara, però, bisognerà provare un modello sintetico. Solo quando quest’ultimo sarà perfettamente aderente al corpo dell’antica statua, si potrà procedere con la sua replica in marmo.
«L’obiettivo, affidato a uno scultore nella fase finale della ricostruzione dei tratti espressivi della statua, è restituire unità di lettura all’opera, con caratteristiche morfologiche e cromatiche il più possibile simili al materiale originale», fanno sapere dal Comune di Monza. Insomma, dovranno «invecchiare» la parte nuova del muso per far sì che non si discosti dal resto del corpo dell’animale.
Il quadro economico complessivo dei lavori, che dovrebbero concludersi alla fine del mese di luglio, ammonta a 75.000 euro (25.000 per la progettazione, 50.000 mila per la cantierizzazione). Considerando la particolare tipologia di intervento, il restauro non potrà essere limitato alla sola parte danneggiata, ma dovrà necessariamente estendersi anche alle superfici degli altri tre leoni per evitare una disparità cromatica troppo marcata fra le parti restaurate e quelle non restaurate. Intervento per il quale sono stati messi a bilancio altri 100.000 euro. Totale, 175.000 euro. Chi paga? Per ora paga il Comune. Il sindaco Paolo Pilotto, centrosinistra, sulla questione ha sempre tenuto la barra a dritta. E ci ha tenuto anche a confermare, durante un recente sopralluogo al cantiere, quanto stabilito fin dai primi giorni: una volta conosciute le decisioni da parte del tribunale, «Il Comune di Monza aprirà una causa civile e chiederà il risarcimento dei danni materiali e morali a fronte della gravità dell’episodio accaduto». «Lo farò senza livore, senza acredine, ma semplicemente perché è giusto», conclude il sindaco. «Se giovani o adulti non comprendono che ogni gesto, pubblico o privato che sia, ha sempre conseguenze importanti, è bene che qualcuno richiami alle regole essenziali della vita quotidiana, a partire dall’idea del rispetto reciproco».
Dal Michelangelo martellato agli ecoteppisti
Turisti maldestri, semplici teppisti, maranza, immigrati sfaccendati e ubriachi, ecovandali per il clima: nel bestiario che, volontariamente o meno, mette a rischio i monumenti italiani c’è di tutto. Impossibile elencare tutti gli episodi registrati: non basterebbero le pagine di questo giornale per citare tutti i casi. Ma una selezione dei più famosi si può fare. Il 21 maggio 1972, al grido di «I am Jesus Christ, risen from the dead!», l’australiano Laszlo Toth conquista il titolo di vandalo più famoso di sempre vibrando quindici martellate contro la Pietà di Michelangelo nella Basilica di San Pietro, danneggiando in particolare la Vergine. Risultato: braccio sinistro staccato, sfregi al volto, naso e palpebre in frantumi. Fu uno choc planetario. Il 14 settembre 1991 Pietro Cannata, uno dei più famosi vandali della storia, inaugura la sua «carriera» scheggiando tre dita del piede del David di Michelangelo a Firenze con un martello. Il 24 gennaio 1989, un uomo su una sedia a rotelle gettò del liquido infiammabile contro un dipinto di Raffaello, la Madonna di Foligno, nei Musei vaticani, tentando poi di dare fuoco al quadro con un accendino. I custodi intervennero subito estinguendo l’incendio.
Più di recente, un paio di giorni fa un uomo originario della Nuova Guinea ha scavalcato le barriere per rinfrescarsi nella Fontana di Trevi. Nella stessa notte, un ucraino di 54 anni ha cercato refrigerio dalla canicola notturna immergendosi nella storica Fontana dei quattro fiumi, capolavoro barocco realizzato da Gian Lorenzo Bernini. Poi c’è il writer che ha imbrattato, nel 2023, di scritte il Corridoio vasariano. Tag e scritte con bombolette spray sono apparsi sulle mura di diverse città o sul frontone della Galleria Vittorio Emanuele II a Milano.
C’è poi l’«arte» dei graffitari, padroneggiata ad esempio dalla turista straniera beccata a incidere un cuore sulla Torre di Pisa, oppure dalla coppia che ha inciso i propri nomi sui mattoni del Colosseo. C’è il turista australiano beccato a scorrazzare con lo scooter negli scavi di Pompei. Nell’estate del 2020 aveva fatto scalpore la rottura da parte di un turista austriaco di un’opera di Antonio Canova, Paolina Borghese, custodita nella Gipsoteca di Possagno, a Treviso: le ha spezzato le dita del piede della statua.
Gli ultimi arrivati, ma solo in ordine cronologico, in questo abisso dell’umanità sono gli ecoteppisti di Ultima generazione & C., che pensano di salvare il clima e il mondo sporcando di vernice statue e palazzi. Nientemeno. Per porre un freno a questa deriva, nel 2024 è entrata in vigore la Legge ecovandali che ha introdotto sanzioni pecuniarie severe e un doppio binario punitivo per chi deturpa, imbratta o distrugge il patrimonio culturale e paesaggistico. Per chi deturpa o imbratta monumenti, sono previste multe tra i 10.000 e i 40.000 euro: chi danneggia o distrugge deve pagare 20.000-60.000 euro di ammenda. Tali somme si aggiungono a quelle cui verranno eventualmente condannati a pagare i trasgressori in sede penale o civile.
Paolo Befera: «Proteggiamo i beni artistici anche con l’IA»
Un archivio con oltre 1,4 milioni di opere d’arte ricercate, un software che utilizza l’intelligenza artificiale per scandagliare il web, esperti ministeriali che lavorano con gli investigatori e un unico obiettivo: difendere il patrimonio culturale di un Paese continuamente sottoposto ad atti vandalici ed esposto all’avidità di tombaroli, trafficanti e falsari. Indagano il passato con gli strumenti del futuro i carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale. Alla guida del Reparto operativo c’è un colonnello: Paolo Befera. È lui a coordinare le operazioni più complesse, comprese quelle internazionali, attraverso sezioni specializzate in archeologia, antiquariato, falsi, arte contemporanea e cyber investigation.
Quando si parla di tutela del patrimonio culturale si immagina quasi sempre il recupero di un quadro rubato. In realtà il vostro lavoro comincia molto prima.
«La legislazione italiana è particolarmente avanzata e ha dato subito attuazione alla Convenzione di Nicosia (sottoscritta finora solo da 13 Stati, ndr), che invitava a mettere in campo delle misure per prevenire e combattere la distruzione, il danneggiamento e la tratta dei beni culturali».
Esistono reati penali che puniscono in modo specifico chi distrugge, deturpa o usa illecitamente i beni culturali?
«Per prima cosa ora sono disponibili degli strumenti investigativi fondamentali, come per esempio l’attività sotto copertura. E, poi, aspetto molto importante, sono stati raccolti tutti i delitti contro i beni culturali in un unico capitolo».
Come se fosse un testo unico?
«Esatto! Prima bisognava andare a caccia nel codice per mettere insieme ipotesi di reato e aggravanti. Ora si può contestare direttamente il furto o la ricettazione o la devastazione di beni culturali. Reati specifici. Ma l’aspetto più significativo è legato alla confisca. Perché occupandoci spesso di oggetti che sono stati sottratti 50-60 anni prima, abbiamo a che fare quasi sempre con reati prescritti. E se il reato non c’è più, non si può operare la confisca. Con la riforma invece è applicabile a prescindere dall’accertamento della responsabilità dell’indagato».
Immagino che ci sia anche tanta prevenzione…
«Intanto c’è una continua opera di monitoraggio e controllo dei siti e di censimento delle opere d’arte. Attività cominciata nel 1969, su richiesta del ministero dell’Istruzione, quando ancora il ministero della Cultura non esisteva. L’Italia ebbe un’intuizione straordinaria, creare un reparto composto da investigatori specializzati esclusivamente nella tutela del patrimonio culturale. Il primo problema era semplicissimo e gigantesco insieme: non esisteva un archivio delle opere rubate. Così abbiamo cominciato a costruirlo, una scheda dopo l’altra, andando nelle chiese, nelle ville, negli edifici storici grazie anche alla rete delle stazioni dei carabinieri. Da quell’archivio cartaceo è nata l’attuale banca dati».
Oggi è considerata la più grande al mondo.
«Contiene circa 1.400.000 opere ricercate. Ma non è tutto. Abbiamo anche un’altra piattaforma, denominata Leonardo, nella quale confluiscono circa 7 milioni di dati raccolti durante i controlli effettuati presso antiquari, mercanti e operatori del settore. Fotografie, descrizioni, catalogazioni. Un patrimonio informativo enorme».
Non è una banca dati tradizionale.
«No. Non è come indagare sulle persone. Ogni pezzo è diverso dall’altro. Abbiamo dovuto creare un sistema completamente nuovo. L’investigatore descrive l’opera attraverso parole chiave, dettagli, caratteristiche iconografiche e il sistema ricerca tutti gli oggetti compatibili».
Anche l’intelligenza artificiale entra nelle indagini.
«Abbiamo sviluppato uno strumento che utilizza l’intelligenza artificiale per monitorare automaticamente il web e individuare opere che potrebbero corrispondere a quelle rubate. Oggi lavora sulle immagini bidimensionali. In prospettiva sarà impiegato anche sui video e nel contrasto ai falsi».
Qual è oggi la frontiera investigativa più difficile?
«L’archeologia. Un reperto archeologico esce clandestinamente dal terreno. Alla base della filiera ci sono i tombaroli. Poi arrivano gli intermediari, quindi i grandi trafficanti internazionali. E l’Italia possiede il più grande patrimonio archeologico del mondo. Un reperto scavato illegalmente qui, una volta arrivato all’estero, può moltiplicare enormemente il proprio valore».
C’è un’indagine che l’ha colpita particolarmente?
«Il recupero delle urne etrusche nei pressi di Città della Pieve. È uno dei rarissimi casi in cui siamo riusciti a bloccare i reperti prima che lasciassero l’Italia. Tutto è cominciato da alcune fotografie che circolavano clandestinamente. Gli archeologi hanno riconosciuto dettagli che ci hanno consentito di ricostruire la provenienza. Poi, con droni e intercettazioni siamo arrivati ai responsabili. Abbiamo recuperato otto urne etrusche, un sarcofago completo e altri reperti del IV secolo avanti Cristo. È probabilmente uno dei recuperi più importanti degli ultimi decenni nel campo dell’archeologia etrusca».
Una volta attivato il sequestro come si fa a dimostrarne la provenienza?
«Quando colpiamo i grandi trafficanti internazionali sequestriamo i loro archivi fotografici. Quelle immagini utilizzate per vendere clandestinamente i reperti diventano le prove giudiziarie che consentono di dimostrare la provenienza italiana di opere finite nei musei di mezzo mondo».
E quando finiscono in un museo estero?
«Esiste anche una strada diplomatica. Attraverso il Comitato per la restituzione dei beni culturali si aprono tavoli con gli altri Stati. Molte opere sono tornate in Italia proprio grazie ad accordi culturali e non soltanto attraverso le sentenze».
Un altro capitolo enorme è quello dei falsi.
«Ed è probabilmente il più complesso. Se troviamo un reperto archeologico nessuno mette in dubbio che sia archeologia. Un falso, invece, bisogna dimostrarlo. Si parte dall’expertise dello storico dell’arte e, quando serve, si passa alle analisi scientifiche: pigmenti, tela, radiografie, diagnostica».
Ma il nodo resta il dolo.
«Esattamente. Una persona può essere sinceramente convinta di possedere un’opera autentica. Per contestare il reato bisogna dimostrare che sapeva perfettamente di commercializzare un falso».
Quanto sono sofisticati oggi i falsari?
«Molto. Abbiamo scoperto laboratori nei quali venivano prodotti falsi con tecniche estremamente raffinate. Vecchie macchine da scrivere per realizzare certificati apparentemente d’epoca, cataloghi manipolati, targhette artificialmente invecchiate, tele recuperate da dipinti antichi. Tutto studiato per rendere credibile l’opera».
Anche il web è diventato un grande mercato.
«Abbiamo sequestrato migliaia di false grafiche di artisti famosi vendute attraverso piattaforme online e siti di commercio elettronico. È un fenomeno in continua crescita».
Esiste ancora un’opera che rappresenta il vostro Sacro Graal?
«La Natività di Caravaggio resta certamente uno degli obiettivi simbolo. Le tracce investigative sono debolissime, ma questo non significa che la ricerca si sia interrotta. Noi abbiamo recuperato beni scomparsi anche da un secolo. Un altro “most wanted” è quello del Bambinello dell’Ara Coeli, rubato a Roma nel 1994, che possiede un enorme valore devozionale».
Per i romani era «er pupo de Roma»
«E infatti si ritiene che sia stato rubato non per il suo valore artistico ma fondamentalmente perché per gli ex voto era praticamente ricoperto d’oro».
Sono indagini che rendono unico il Comando tutela patrimonio culturale.
«Lavoriamo quotidianamente insieme agli esperti del ministero della Cultura. Investigatori e tecnici. È questo il modello che ci ha consentito di diventare un punto di riferimento internazionale nella tutela del patrimonio culturale».
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Il presidente russo Putin e il presidente militare del Burkina Faso, Traoré, appaiono insieme su un manifesto con lo slogan «Sostegno alla transizione» in una strada di un sobborgo della capitale burkinabé Ouagadougou (Getty Images)
Il governo di Ouagadougou interrompe le relazioni diplomatiche con la Francia, accusandola di ingerenze e ambizioni neocoloniali. Una rottura che conferma il progressivo allontanamento da Parigi e il rafforzamento dell'asse con la Russia nel Sahel.
È scontro totale tra Burkina Faso e Francia. Venerdì scorso, Ouagadougou ha infatti interrotto le relazioni diplomatiche con il governo di Parigi.
«Il governo del Burkina Faso informa la comunità nazionale e internazionale di aver deciso di interrompere le relazioni diplomatiche con la Francia a partire da oggi, 26 giugno 2026», ha dichiarato il governo burkinabé. «Non sussistono le condizioni essenziali per promuovere relazioni basate sul rispetto reciproco, sulla fiducia reciproca, sul rispetto del principio di non ingerenza negli affari interni e della sovranità nazionale», ha proseguito, accusando inoltre Parigi di nutrire «ambizioni neocoloniali, rese evidenti dal suo attivo sostegno a reti sovversive e ai terroristi che stanno gettando il nostro Paese e il Sahel nel lutto». Il ministero degli Esteri francese, dal canto suo, ha parlato di «decisione ostile e infondata, che illustra la preoccupante deriva delle autorità del Burkina Faso». «Sono attualmente in fase di valutazione le necessarie misure reciproche», ha continuato.
Che i rapporti tra Parigi e Ouagadougou fossero tesi, non era una novità. Ci fu un tempo in cui i legami tra i due Paesi erano effettivamente stretti. La situazione è tuttavia mutata a seguito del colpo di Stato del 2022. La giunta militare che ha preso il potere ha infatti portato avanti una linea assai fredda nei confronti della Francia. Nel 2023, il governo di Ouagadougou chiese che Parigi ritirasse il proprio ambasciatore. L’anno successivo, espulse inoltre tre diplomatici francesi, accusandoli di attività sovversive. In tutto questo, nel 2023, il Burkina Faso ha firmato un patto di sicurezza con Mali e Niger, per dare poi origine, nel 2024, all’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes): un blocco geopolitico e militare che, avvicinatosi notevolmente alla Russia, ha assunto una linea di ostilità tanto verso la Francia quanto verso l’Ecowas.
In questo contesto, lo scorso febbraio, il ministro degli Esteri del Burkina Faso, Karamoko Jean-Marie Traore, si è recato a Mosca, per incontrare l’omologo russo, Sergej Lavrov. «La cooperazione in ambito militare e tecnico-militare, la lotta al terrorismo e ad altre minacce che purtroppo persistono in questa parte del continente africano rimangono per noi una priorità assoluta», affermò Lavrov nell’occasione. La progressiva perdita d’influenza della Francia sul Sahel ha portato Mosca a rafforzare la propria presa su buona parte della regione: si guardi, al di là del Burkina Faso, al Mali e al Niger. È anche per questo che, a partire dall’inizio di quest’anno, l’amministrazione Trump ha avviato una serie di politiche volte a cercare di far recuperare terreno a Washington nell’area.
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