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2024-03-06
A Perugia altro caso dossier. I file «rubati» sono migliaia
La Procura di Perugia. Nel riquadro, Raffaele Guadagno (Ansa)
Il mondo della politica e quello dei media sono sovreccitati per l’inchiesta della Procura di Perugia sugli accessi abusivi a banche dati riservate effettuati da un finanziere, ritenuto infedele, su mandato dei giornalisti di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Non ha avuto lo stesso risalto un’indagine, sempre degli inquirenti umbri, su un’altra clamorosa fuga di notizie avvenuta proprio nel palazzo di giustizia di Perugia. Solo che qui i giornalisti coinvolti erano molto più numerosi e importanti. La differenza l’ha fatta proprio questo.
E anche il fatto che l’imputato, un «cancelliere esperto» della Procura, ha patteggiato ed è andato in pensione, sostanzialmente prendendosi tutte le colpe. In pratica lui avrebbe scaricato carte riservate, poi finite sui giornali, per sua scelta, forse per entrare nel circuito dei giornali che contano. Raffaele Guadagno, questo il nome del funzionario sotto accusa, ha infatti la passione della scrittura e ha realizzato diversi libri che sono stati presentati da toghe di grido e firme eccellenti. Alcune di queste hanno anche cofirmato i tomi o vergato prefazioni. Guadagno, che per anni ha svolto il ruolo di collettore di notizie per decine di giornalisti, è stato pizzicato quando sulle pagine del Fatto Quotidiano è uscita in anteprima la richiesta di archiviazione sulla loggia Ungheria firmata dal procuratore Raffale Cantone. Quest’ultimo ha immediatamente chiesto di verificare le interrogazioni del fascicolo e dopo poche ore Guadagno era già stato indagato e perquisito. Dagli apparati elettronici a lui sequestrati è affiorato un mondo. La fotografia di quanto denunciato da Luca Palamara nel suo libro Il Sistema (firmato insieme con Alessandro Sallusti).
Grazie alle chat depositate agli atti emerge il modo in cui, tra il 2018 e il 2022, viene somministrata ai lettori la cronaca giudiziaria: giornalisti che si muovono in pool e raccolgono veline giudiziarie, investigatori, pm e cronisti che frequentano gli stessi ristoranti e le stesse feste, incontri in cui nascono coppie e si spacciano notizie. Uno dei trait d’union di questa rete è Guadagno che distribuisce carte e comande. I magistrati arrivano a indicare, in modo felpato, i bersagli e lui li comunica ai cronisti, che eseguono di buon grado. Una confusione di ruoli che non imbarazza, ma fortifica. Tutti insieme appassionatamente nel nome del Sistema. Ma veniamo alle carte. Guadagno, 59 anni, originario della Provincia di Caserta, ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi per rivelazione di segreto e accesso abusivo (reato che prevede pene da 3 a 8 anni) al Tiap (Trattamento informatizzato atti penali), il sistema informatico che consente di visionare tutte le carte dei procedimenti penali dall’inizio alla loro conclusione. Nella sentenza del 19 dicembre 2023, firmata dal giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei, si scopre che il funzionario avrebbe scaricato illecitamente circa 1.800 documenti in 34 diversi accessi: 282 documenti del cosiddetto fascicolo Sanitopoli (lo scandalo che ha azzoppato la carriera politica della governatrice dem Catiuscia Marini, considerata invisa al Pd centrale), ben 994 file dell’inchiesta su Luca Palamara, altri 264 (con accessi tra il 9 dicembre 2020 e il 7 luglio 2021) provenienti da due diversi fascicoli riguardanti l’esame di italiano farlocco del giocatore Luis Suarez, infine 259 documenti dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria. L'imputato, sebbene fosse dipendente della Procura e quindi in possesso delle credenziali per l’accesso lavorava in un ufficio e con mansioni che non gli davano né motivo né titolo per accedere ai procedimenti sopra indicati. La Procura ha ottenuto la condanna, come detto, anche per il reato di rivelazione di segreto, ma solo per due documenti consegnati ad Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano. Sebbene il giudice faccia notare in sentenza che «la notizia dell’archiviazione veniva poi ripresa, nei giorni successivi, da altri quotidiani, quali La Repubblica e il Corriere della sera, che rivelavano ulteriori particolari della vicenda». La Giubilei, a proposito della richiesta d’archiviazione per la fantomatica associazione segreta, fa presente che la «conoscenza» del documento «era al momento» dell’invio al cronista, «limitata alla Procura della Repubblica e all'Ufficio Gip». Guadagno è stato accusato anche di aver spedito, il 25 ottobre del 2021, al giornalista un manoscritto redatto da Piero Amara, sedicente membro dell’associazione segreta.
A fornire una delle prime prove contro Guadagno era stato un perito informatico, Luca Calzolari, a cui si era rivolto l’ex funzionario all’inizio delle indagini per chiedere di essere aiutato a cancellare eventuali prove contro di lui. Calzolari a verbale ha dichiarato: «Lui mi ha riferito che lo stesso giorno aveva subito una perquisizione d'urgenza dai carabinieri. Aggiungeva di essere preoccupato, in quanto aveva fatto una "cavolata". Affermava di aver preso un documento dall'archivio e di averlo girato dal computer dell'ufficio sulla sua posta elettronica personale di "Libero". Diceva di essere stato identificato, in quanto qualcuno aveva verificato gli accessi e si era reso conto che lui aveva realizzato quest'operazione. […] Ha affermato di aver inoltrato la mail con il documento dalla sua posta di "Libero" ad un suo amico sempre tramite lo smartphone. […] Raffaele ha aggiunto che l'amico era un giornalista del Fatto Quotidiano. Non ha fatto subito il nome. Ricordo che successivamente, sempre nel corso della conversazione, ha detto che tale amico si chiamava "Antonio Massari"». Lo stesso che in questi giorni sta facendo una campagna a favore dei colleghi di Domani. La versione di Calzolari si conclude così: «Lui voleva essere sicuro che la mail che aveva inoltrato al giornalista non potesse essere più recuperata. Io gli dicevo che non potevo dargli una risposta sicura». Il giorno dopo il perito, compresa la gravità della situazione, grazie alla lettura dei giornali, si presentò in Procura per consegnare il cellulare del cancelliere.
Alla fine Guadagno ha patteggiato la rivelazione a favore di Massari, mentre quest’ultimo, dopo essersi avvalso del segreto professionale, è stato archiviato. Secondo la Procura non v’è certezza che fosse a conoscenza della provenienza illecita delle carte che chiedeva e otteneva. E la richiesta di archiviazione su Ungheria era già parzialmente pubblica. Probabilmente anche per tutti gli altri file scaricati è stato fatto lo stesso ragionamento. Per questo nella rete dei pm è rimasto intrappolato solo Guadagno. Il quale, forse, un giorno, racconterà la propria storia in uno dei suoi amati libri. Dalla chat tra Massari e Guadagno emerge un rapporto di fraterna amicizia e collaborazione risalente quantomeno al 30 settembre 2017. Un dialogo che si apre, significativamente, con la frase di Massari: «A Perugia ‘ste carte non ci stanno»; per terminare l’8 luglio 2022, tre giorni prima che il cellulare del cancelliere venisse sequestrato. Si tratta di un rapporto proficuo per entrambi poiché Massari presenta e recensisce positivamente i libri pubblicati da Guadagno su vicende giudiziarie trattate dagli uffici giudiziari di Perugia, in particolare sull’omicidio di Mino Pecorelli e sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi. L’allora dipendente della Procura mette a disposizione del cronista le sue competenze nella ricerca degli atti di interesse e fornisce suggerimenti. Per esempio dopo aver letto un pezzo di Massari sulla sentenza sul presunto sequestro di Alma Shalabayeva, scrive: «Mancano tante cose non ancora dette». Il 12 giugno 2021 il cancelliere invia al cronista i verbali con le dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti, uno degli indagati nel caso Palamara e aggiunge: «Oramai sono arrivato tardi…ma ecco qua». Risposta: «Grazie mille Raffaele sei un amico… spero di rivederti presto… forse torno la prossima settimana». A questo punto Guadagno marca stretto Massari per ottenere un articolo sul suo libro su Adinolfi. Per ingolosirlo sul punto gli ricorda che il giudice stava indagando sull’Eni, prima di sparire («E non dimenticare Eni in Adinolfi…»). La società petrolifera è infatti uno dei pallini del cronista. Nella primavera del 2021 i giornali pubblicano la notizia dell’inchiesta sulla diffusione illecita dei verbali della Loggia Ungheria da parte di Pier Camillo Davigo.
Massari è un teste chiave presso la Procura di Milano. Il 21 giugno il cancelliere viene a sapere che l’amico è nel capoluogo meneghino e, in modo ironico, essendo una fonte del giornalista, la butta lì: «A Milano… mi devo preoccupare?» scrive, aggiungendo l’emoticon di una faccina che ride. Ma il cronista lo rassicura: «Ahahah no con me sai che si può stare sempre tranquilli». Il 21 ottobre il cronista scrive: «Oggi è uscito pezzo su verbali Ungheria». È intitolato «Amara, i verbali usciti 2 mesi prima che li ricevesse Davigo». Il cancelliere coglie il succo dell’articolo: «Davigo ti dovrà essere grato». «Boh. Dipende da quello che trovo» è la replica del giornalista. Guadagno informa l’interlocutore: «Io ora vedo Gemma Miliani e poi ti dico». La Miliani era uno dei pubblici ministeri che si occupava del procedimento su Ungheria, anche lei il rapporti di amicizia con il funzionario. Il 25 ottobre Massari inoltra un articolo di Dagospia che riprende un servizio della Verità che contesta, usando il buon senso, la ricostruzione del Fatto sulla diffusione dei verbali e fa questo commento: «Comunque è partita la controffensiva Eni». Il 9 maggio 2022 Guadagno anticipa a Massari la chiusura dell’inchiesta sulla Loggia: «Oltre 150 pagine per motivare una richiesta di archiviazione». La Polizia postale, nella sua informativa di fine novembre 2022, aveva individuato molti altri beneficiari della generosità di Guadagno.
Le indagini avrebbero accertato che gli accessi abusivi erano stati effettuati «al fine di divulgare in maniera sistematica ai giornalisti, o, comunque a terze persone, atti giudiziari, informative, atti di polizia giudiziaria correlati a procedimenti penali potenzialmente interessanti dal punto di vista mediatico». Il documento indica anche altre possibili fonti di raccolta di informazioni oltre al Tiap: «Un primo approfondito esame, evidenzia tracce di acquisizione di atti di interesse anche tramite scatti fotografici all'interno di luoghi chiusi o l'ottenimento di atti provenienti da altre Procure». Gli investigatori tornano sulla questione del circolino di Perugia: «Come già accennato il coinvolgimento dell'indagato all'interno di un sistema di illecita divulgazione, non appare per nulla occasionale, ma anzi è ben strutturato e le sue fondamenta risalgono indietro negli anni». Il documento prosegue: «Il rapporto, "amicale" con i vari addetti alle testate giornalistiche consente all'indagato di procedere con notevole disinvoltura nella gestione delle "notizie interessanti", fornendo, così un "servizio" efficiente e affidabile». Le indagini hanno permesso agli uomini della Polizia postale di inserire «le azioni illecite compiute nell'alveo della sistematicità e abitudine». Infatti «lo scambio di informazioni "riservate" con i giornalisti, risale almeno all'anno 2018» e vedrebbe l’indagato come soggetto «attivo e propositivo». L’informativa precisa anche che «grazie alle conversazioni rinvenute nella chat di Whatsapp si sono potuti ricostruire i rapporti tra Raffaele Guadagno e il modo dell'informazione, comprendendo, seppur parzialmente, il legame anche di natura "amicale" che lega l'indagato con alcuni di essi». Gli esperti della Polizia individuano come beneficiari delle informazioni dieci giornalisti, che non sappiamo se siano mai stati indagati. Oltre a Massari sono citati Alvaro Fiorucci, Claudio Sebastiani, Davide Vecchi, Erika Pontini, Gianluca Zanella, Guido Ruotolo, Italo Carmagnani, Angela Rotini e Sandro Ruotolo, attuale responsabile della comunicazione del Pd. Il cortocircuito è particolarmente chiaro nel caso Palamara. Di questo fascicolo, dal 31 maggio 2019, dopo la perquisizione e l’interrogatorio dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, al 23 agosto 2021, sono stati scaricati 994 documenti. Molti accessi sono avvenuti anche il 4, 7, 10 e 14 giugno 2019, quando sui quotidiani fioccavano le esclusive e le rivelazioni di segreto. Poi la raccolta è ripartita tra aprile e maggio 2020 con nove accessi, in gran parte finalizzati, con ogni probabilità a scaricare le chat di Palamara. Ma, come detto, nessuna Procura ha dimostrato che quelle ricerche fossero finalizzate alla pubblicazione, nonostante il collegamento diretto tra giornalisti e cancelliere. Una delle poche prove certe di divulgazione di documenti che riguardavano Palamara è rappresentata dalla spedizione di una mail da parte di Guadagno all’allora senatore del Pd Sandro Ruotolo della messaggistica di Palamara. La missiva conteneva alcuni file e la promessa dell’invio del materiale restante in serata. In questo caso, però, le conversazioni dell’ex pm non erano più coperte da segreto e La Verità le stava pubblicando a puntate. Il problema è che erano nella disponibilità di pochissime persone: gli indagati, la Procura e il giudice. Sarà per questo che il parlamentare ha avuto bisogno dell’ex cancelliere campano. Resta da capire perché un politico dei dem abbia chiesto a Guadagno quelle carte. A chi servivano? Ai vertici del partito? A colleghi giornalisti di Ruotolo (che nel frattempo però era diventato responsabile comunicazione del Pd)? A magistrati in rapporti con l’ex cronista, interessati a sapere se in quelle chat fossero finiti pure loro? Nel fascicolo si trova anche la breve chat tra il senatore e l’allora funzionario. «Buongiorno Sandro, sono Raffaele Guadagno ti ho appena inviato un mail» scrive Guadagno il 26 luglio 2021. Il politico pare sorpreso: «Ma cos’è?». Guadagno: «Tutta la chat di Whatsapp del suo telefono...». Ruotolo: «Di cosa?». Guadagno: «Palamara. Ma forse non hai capito chi sono? L’amico di Guido...». Di fronte a questo messaggio Ruotolo sembra comprendere: «Ok». Il riferimento è al fratello gemello di Sandro, Guido, il quale aveva scritto a Guadagno due giorni prima questo messaggio: «Ti faccio chiamare da Sandro che va trovando Palamara». Anche se non è chiaro a che titolo lo facesse. Oggi, però, il giornalista-politico si è schierato in modo netto a favore dei cronisti indagati a Perugia per accesso abusivo e rivelazione di segreto a Perugia. Assolvendo così anche sé stesso: «Tre giornalisti del Domani sono accusati di aver utilizzato carte ottenute da fonti giudiziarie per scrivere i loro articoli. Se il finanziere era la loro fonte e ha commesso un reato lo deciderà la magistratura perugina. Resta il fatto che le notizie pubblicate dai cronisti erano vere e quindi hanno fatto solo il loro dovere di informare l’opinione pubblica».
Il nostro scoop riapre la strage di Brescia
Lo scoop della Verità sull’ufficiale dei carabinieri (ora indagato a Roma) accusato di aver inviato materiale erotico non richiesto a una donna, inizialmente convocata come testimone, sta per entrare nel nuovo processo sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia. La difesa di Roberto Zorzi chiederà, infatti, di sentire Donatella Di Rosa, la persona che ha querelato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo, consulente della Procura di Brescia nelle nuove indagini sullo scoppio della bomba che mezzo secolo fa provocò dieci morti e un centinaio di feriti. La donna conosciuta negli anni Novanta come «Lady Golpe», presunta vittima di un corteggiamento «morboso» da parte dell’ufficiale, frequentava all’epoca della strage ambienti di estrema destra. Giraudo è un militare controverso. Ci sono pm che lo amano a dismisura e altri che detestano i suoi metodi. Per esempio, dopo che aveva provato a far riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana a Milano con un’informativa di reato ispirata a un libro che ipotizzava una saldatura tra anarchici e neofascisti nella vicenda. Il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo definisce le sue annotazioni «atipiche relazioni di servizio, prive di valore processuale, ove si sintetizzano colloqui intercorsi con vari personaggi, al di fuori di qualsiasi verbale, con osservazioni che riguardano persino gli stati d’animo di qualche interlocutore». E conclude: «Si tratta, però, di modalità di conduzione delle indagini che quest’ufficio non apprezza».
Anche l’ex procuratore aggiunto Armando Spataro boccia il modus operandi di Giraudo con parole dure. Ma, come detto, all’ufficiale non mancano i fan tra le toghe, in particolare tra quelli che operano nelle Direzioni distrettuali antimafia o nelle commissioni parlamentari, come quella sul delitto di Aldo Moro o quella Antimafia, dove ricopre tuttora il ruolo di consulente. Su Radio Radicale, digitando il suo nome, si trovano 88 file con le sue testimonianze in processi che vanno dalla Strage di Bologna, alla Trattativa Stato mafia, da Sistemi criminali (un processo che ipotizzava una saldatura tra mafia, massoneria e terrorismo nero) al processo sull’esplosione di Argo16, un Dc3 utilizzato negli anni Settanta dai nostri servizi segreti per operazioni sotto copertura. In questo caso, una sua informativa, raccontava i rapporti tra la Piovra di Alcamo, la zona di Matteo Messina Denaro, e la struttura Gladio. Ma se sue ricostruzioni un po’ complottiste non piacciono a molti magistrati, altri le trovano brillanti. Lui, classe 1963, in un’aula di giustizia si è presentato così: «Sono il colonnello Massimo Giraudo dei carabinieri. Attualmente in servizio presso la divisione Unità mobili e specializzate Palidoro di Roma, con incarichi speciali. Questi incarichi speciali sono incarichi di polizia giudiziaria nel senso che lavoro alle dipendenze della Procura della Repubblica di Brescia sul procedimento penale della strage di piazza della Loggia il cosiddetto Brescia quater. E prima di allora mi sono sempre quasi esclusivamente occupato di terrorismo di estrema destra lavorando con diverse autorità giudiziarie quindi dalla strage dell’Italicus, della strage di Bologna, della strage di piazza Fontana e la mia attività nel settore del terrorismo e proprio iniziata a Bologna perché ero ufficiale addetto alla sezione anticrimine di Bologna».
Per un periodo ha lavorato per i carabinieri del Ros, poi è entrato nel Sisde (oggi Aisi), quindi ha perso il Nos, il Nullaosta di sicurezza, per colpa dei rapporti considerati troppo stretti con una agente della Cia. Per questo è stato distaccato alla Palidoro. Ma da qui ha continuato a fare l’investigatore alle dirette dipendenze dei magistrati, a partire da quelli Brescia e Palermo, da Roberto Scarpinato, a Teresi, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il suo grande nemico è l’ex generale del Ros Mario Mori, che accusò nel processo Trattativa di aver istituito un protocollo fantasma per la gestione di alcune fonti, una specie di servizio parallelo. Giraudo è convinto che Mori, che negli anni Settanta venne allontanato dai servizi segreti di allora per motivi non chiari, avrebbe avuto un qualche ruolo nel periodo delle stragi, come avrebbero provato a dimostrare i pm di Padova durante l’inchiesta sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista). E ancora oggi Giraudo, anche con la Di Rosa, avrebbe continuato a fare domande su Mori. A Brescia, come detto, il colonnello è stato consulente di primo piano e «motore» delle indagini che hanno portato a individuare in Zorzi e Marco Toffaloni (all’epoca dei fatti minorenne e quindi giudicato in un procedimento separato) i due presunti esecutori della strage. La difesa di Zorzi, rappresentato da Stefano Casali ed Edoardo Lana, già durante l’udienza preliminare, aveva criticato davanti al gup di Brescia come fossero state svolte indagini da parte di Giraudo facendo anche riferimento alle precedenti critiche arrivate da D’Arcangelo. In particolare, la difesa intende chiedere alla Di Rosa i dettagli relativi al rapporto intercorso durante le indagini con l’ufficiale, per chiarire un passaggio della denuncia riportata al nostro giornale: «Scopro che quanto aveva detto a me di dire, una teste lo sta dicendo in un processo (quello di piazza della Loggia)». Probabilmente si tratta della supertestimone, sentita durante le indagini che hanno portato al nuovo processo 40 volte, una serie di interrogatori durata anni, condensati in centinaia di pagine di atti.
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Per anni attiva una rete attorno al cancelliere Raffaele Guadagno che poteva contare su un circuito di giudiziaristi, pm e investigatori. Materiale contestato anche al dem Guido Ruotolo.Dopo l’articolo della «Verità» i difensori di uno degli imputati per la bomba di piazza della Loggia chiederanno la deposizione di «Lady Golpe». I legali vogliono fare chiarezza sulle modalità con cui il colonnello Massimo Giraudo ha raccolto le dichiarazioni di una teste.Lo speciale contiene due articoli. Il mondo della politica e quello dei media sono sovreccitati per l’inchiesta della Procura di Perugia sugli accessi abusivi a banche dati riservate effettuati da un finanziere, ritenuto infedele, su mandato dei giornalisti di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Non ha avuto lo stesso risalto un’indagine, sempre degli inquirenti umbri, su un’altra clamorosa fuga di notizie avvenuta proprio nel palazzo di giustizia di Perugia. Solo che qui i giornalisti coinvolti erano molto più numerosi e importanti. La differenza l’ha fatta proprio questo. E anche il fatto che l’imputato, un «cancelliere esperto» della Procura, ha patteggiato ed è andato in pensione, sostanzialmente prendendosi tutte le colpe. In pratica lui avrebbe scaricato carte riservate, poi finite sui giornali, per sua scelta, forse per entrare nel circuito dei giornali che contano. Raffaele Guadagno, questo il nome del funzionario sotto accusa, ha infatti la passione della scrittura e ha realizzato diversi libri che sono stati presentati da toghe di grido e firme eccellenti. Alcune di queste hanno anche cofirmato i tomi o vergato prefazioni. Guadagno, che per anni ha svolto il ruolo di collettore di notizie per decine di giornalisti, è stato pizzicato quando sulle pagine del Fatto Quotidiano è uscita in anteprima la richiesta di archiviazione sulla loggia Ungheria firmata dal procuratore Raffale Cantone. Quest’ultimo ha immediatamente chiesto di verificare le interrogazioni del fascicolo e dopo poche ore Guadagno era già stato indagato e perquisito. Dagli apparati elettronici a lui sequestrati è affiorato un mondo. La fotografia di quanto denunciato da Luca Palamara nel suo libro Il Sistema (firmato insieme con Alessandro Sallusti). Grazie alle chat depositate agli atti emerge il modo in cui, tra il 2018 e il 2022, viene somministrata ai lettori la cronaca giudiziaria: giornalisti che si muovono in pool e raccolgono veline giudiziarie, investigatori, pm e cronisti che frequentano gli stessi ristoranti e le stesse feste, incontri in cui nascono coppie e si spacciano notizie. Uno dei trait d’union di questa rete è Guadagno che distribuisce carte e comande. I magistrati arrivano a indicare, in modo felpato, i bersagli e lui li comunica ai cronisti, che eseguono di buon grado. Una confusione di ruoli che non imbarazza, ma fortifica. Tutti insieme appassionatamente nel nome del Sistema. Ma veniamo alle carte. Guadagno, 59 anni, originario della Provincia di Caserta, ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi per rivelazione di segreto e accesso abusivo (reato che prevede pene da 3 a 8 anni) al Tiap (Trattamento informatizzato atti penali), il sistema informatico che consente di visionare tutte le carte dei procedimenti penali dall’inizio alla loro conclusione. Nella sentenza del 19 dicembre 2023, firmata dal giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei, si scopre che il funzionario avrebbe scaricato illecitamente circa 1.800 documenti in 34 diversi accessi: 282 documenti del cosiddetto fascicolo Sanitopoli (lo scandalo che ha azzoppato la carriera politica della governatrice dem Catiuscia Marini, considerata invisa al Pd centrale), ben 994 file dell’inchiesta su Luca Palamara, altri 264 (con accessi tra il 9 dicembre 2020 e il 7 luglio 2021) provenienti da due diversi fascicoli riguardanti l’esame di italiano farlocco del giocatore Luis Suarez, infine 259 documenti dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria. L'imputato, sebbene fosse dipendente della Procura e quindi in possesso delle credenziali per l’accesso lavorava in un ufficio e con mansioni che non gli davano né motivo né titolo per accedere ai procedimenti sopra indicati. La Procura ha ottenuto la condanna, come detto, anche per il reato di rivelazione di segreto, ma solo per due documenti consegnati ad Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano. Sebbene il giudice faccia notare in sentenza che «la notizia dell’archiviazione veniva poi ripresa, nei giorni successivi, da altri quotidiani, quali La Repubblica e il Corriere della sera, che rivelavano ulteriori particolari della vicenda». La Giubilei, a proposito della richiesta d’archiviazione per la fantomatica associazione segreta, fa presente che la «conoscenza» del documento «era al momento» dell’invio al cronista, «limitata alla Procura della Repubblica e all'Ufficio Gip». Guadagno è stato accusato anche di aver spedito, il 25 ottobre del 2021, al giornalista un manoscritto redatto da Piero Amara, sedicente membro dell’associazione segreta. A fornire una delle prime prove contro Guadagno era stato un perito informatico, Luca Calzolari, a cui si era rivolto l’ex funzionario all’inizio delle indagini per chiedere di essere aiutato a cancellare eventuali prove contro di lui. Calzolari a verbale ha dichiarato: «Lui mi ha riferito che lo stesso giorno aveva subito una perquisizione d'urgenza dai carabinieri. Aggiungeva di essere preoccupato, in quanto aveva fatto una "cavolata". Affermava di aver preso un documento dall'archivio e di averlo girato dal computer dell'ufficio sulla sua posta elettronica personale di "Libero". Diceva di essere stato identificato, in quanto qualcuno aveva verificato gli accessi e si era reso conto che lui aveva realizzato quest'operazione. […] Ha affermato di aver inoltrato la mail con il documento dalla sua posta di "Libero" ad un suo amico sempre tramite lo smartphone. […] Raffaele ha aggiunto che l'amico era un giornalista del Fatto Quotidiano. Non ha fatto subito il nome. Ricordo che successivamente, sempre nel corso della conversazione, ha detto che tale amico si chiamava "Antonio Massari"». Lo stesso che in questi giorni sta facendo una campagna a favore dei colleghi di Domani. La versione di Calzolari si conclude così: «Lui voleva essere sicuro che la mail che aveva inoltrato al giornalista non potesse essere più recuperata. Io gli dicevo che non potevo dargli una risposta sicura». Il giorno dopo il perito, compresa la gravità della situazione, grazie alla lettura dei giornali, si presentò in Procura per consegnare il cellulare del cancelliere. Alla fine Guadagno ha patteggiato la rivelazione a favore di Massari, mentre quest’ultimo, dopo essersi avvalso del segreto professionale, è stato archiviato. Secondo la Procura non v’è certezza che fosse a conoscenza della provenienza illecita delle carte che chiedeva e otteneva. E la richiesta di archiviazione su Ungheria era già parzialmente pubblica. Probabilmente anche per tutti gli altri file scaricati è stato fatto lo stesso ragionamento. Per questo nella rete dei pm è rimasto intrappolato solo Guadagno. Il quale, forse, un giorno, racconterà la propria storia in uno dei suoi amati libri. Dalla chat tra Massari e Guadagno emerge un rapporto di fraterna amicizia e collaborazione risalente quantomeno al 30 settembre 2017. Un dialogo che si apre, significativamente, con la frase di Massari: «A Perugia ‘ste carte non ci stanno»; per terminare l’8 luglio 2022, tre giorni prima che il cellulare del cancelliere venisse sequestrato. Si tratta di un rapporto proficuo per entrambi poiché Massari presenta e recensisce positivamente i libri pubblicati da Guadagno su vicende giudiziarie trattate dagli uffici giudiziari di Perugia, in particolare sull’omicidio di Mino Pecorelli e sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi. L’allora dipendente della Procura mette a disposizione del cronista le sue competenze nella ricerca degli atti di interesse e fornisce suggerimenti. Per esempio dopo aver letto un pezzo di Massari sulla sentenza sul presunto sequestro di Alma Shalabayeva, scrive: «Mancano tante cose non ancora dette». Il 12 giugno 2021 il cancelliere invia al cronista i verbali con le dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti, uno degli indagati nel caso Palamara e aggiunge: «Oramai sono arrivato tardi…ma ecco qua». Risposta: «Grazie mille Raffaele sei un amico… spero di rivederti presto… forse torno la prossima settimana». A questo punto Guadagno marca stretto Massari per ottenere un articolo sul suo libro su Adinolfi. Per ingolosirlo sul punto gli ricorda che il giudice stava indagando sull’Eni, prima di sparire («E non dimenticare Eni in Adinolfi…»). La società petrolifera è infatti uno dei pallini del cronista. Nella primavera del 2021 i giornali pubblicano la notizia dell’inchiesta sulla diffusione illecita dei verbali della Loggia Ungheria da parte di Pier Camillo Davigo. Massari è un teste chiave presso la Procura di Milano. Il 21 giugno il cancelliere viene a sapere che l’amico è nel capoluogo meneghino e, in modo ironico, essendo una fonte del giornalista, la butta lì: «A Milano… mi devo preoccupare?» scrive, aggiungendo l’emoticon di una faccina che ride. Ma il cronista lo rassicura: «Ahahah no con me sai che si può stare sempre tranquilli». Il 21 ottobre il cronista scrive: «Oggi è uscito pezzo su verbali Ungheria». È intitolato «Amara, i verbali usciti 2 mesi prima che li ricevesse Davigo». Il cancelliere coglie il succo dell’articolo: «Davigo ti dovrà essere grato». «Boh. Dipende da quello che trovo» è la replica del giornalista. Guadagno informa l’interlocutore: «Io ora vedo Gemma Miliani e poi ti dico». La Miliani era uno dei pubblici ministeri che si occupava del procedimento su Ungheria, anche lei il rapporti di amicizia con il funzionario. Il 25 ottobre Massari inoltra un articolo di Dagospia che riprende un servizio della Verità che contesta, usando il buon senso, la ricostruzione del Fatto sulla diffusione dei verbali e fa questo commento: «Comunque è partita la controffensiva Eni». Il 9 maggio 2022 Guadagno anticipa a Massari la chiusura dell’inchiesta sulla Loggia: «Oltre 150 pagine per motivare una richiesta di archiviazione». La Polizia postale, nella sua informativa di fine novembre 2022, aveva individuato molti altri beneficiari della generosità di Guadagno. Le indagini avrebbero accertato che gli accessi abusivi erano stati effettuati «al fine di divulgare in maniera sistematica ai giornalisti, o, comunque a terze persone, atti giudiziari, informative, atti di polizia giudiziaria correlati a procedimenti penali potenzialmente interessanti dal punto di vista mediatico». Il documento indica anche altre possibili fonti di raccolta di informazioni oltre al Tiap: «Un primo approfondito esame, evidenzia tracce di acquisizione di atti di interesse anche tramite scatti fotografici all'interno di luoghi chiusi o l'ottenimento di atti provenienti da altre Procure». Gli investigatori tornano sulla questione del circolino di Perugia: «Come già accennato il coinvolgimento dell'indagato all'interno di un sistema di illecita divulgazione, non appare per nulla occasionale, ma anzi è ben strutturato e le sue fondamenta risalgono indietro negli anni». Il documento prosegue: «Il rapporto, "amicale" con i vari addetti alle testate giornalistiche consente all'indagato di procedere con notevole disinvoltura nella gestione delle "notizie interessanti", fornendo, così un "servizio" efficiente e affidabile». Le indagini hanno permesso agli uomini della Polizia postale di inserire «le azioni illecite compiute nell'alveo della sistematicità e abitudine». Infatti «lo scambio di informazioni "riservate" con i giornalisti, risale almeno all'anno 2018» e vedrebbe l’indagato come soggetto «attivo e propositivo». L’informativa precisa anche che «grazie alle conversazioni rinvenute nella chat di Whatsapp si sono potuti ricostruire i rapporti tra Raffaele Guadagno e il modo dell'informazione, comprendendo, seppur parzialmente, il legame anche di natura "amicale" che lega l'indagato con alcuni di essi». Gli esperti della Polizia individuano come beneficiari delle informazioni dieci giornalisti, che non sappiamo se siano mai stati indagati. Oltre a Massari sono citati Alvaro Fiorucci, Claudio Sebastiani, Davide Vecchi, Erika Pontini, Gianluca Zanella, Guido Ruotolo, Italo Carmagnani, Angela Rotini e Sandro Ruotolo, attuale responsabile della comunicazione del Pd. Il cortocircuito è particolarmente chiaro nel caso Palamara. Di questo fascicolo, dal 31 maggio 2019, dopo la perquisizione e l’interrogatorio dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, al 23 agosto 2021, sono stati scaricati 994 documenti. Molti accessi sono avvenuti anche il 4, 7, 10 e 14 giugno 2019, quando sui quotidiani fioccavano le esclusive e le rivelazioni di segreto. Poi la raccolta è ripartita tra aprile e maggio 2020 con nove accessi, in gran parte finalizzati, con ogni probabilità a scaricare le chat di Palamara. Ma, come detto, nessuna Procura ha dimostrato che quelle ricerche fossero finalizzate alla pubblicazione, nonostante il collegamento diretto tra giornalisti e cancelliere. Una delle poche prove certe di divulgazione di documenti che riguardavano Palamara è rappresentata dalla spedizione di una mail da parte di Guadagno all’allora senatore del Pd Sandro Ruotolo della messaggistica di Palamara. La missiva conteneva alcuni file e la promessa dell’invio del materiale restante in serata. In questo caso, però, le conversazioni dell’ex pm non erano più coperte da segreto e La Verità le stava pubblicando a puntate. Il problema è che erano nella disponibilità di pochissime persone: gli indagati, la Procura e il giudice. Sarà per questo che il parlamentare ha avuto bisogno dell’ex cancelliere campano. Resta da capire perché un politico dei dem abbia chiesto a Guadagno quelle carte. A chi servivano? Ai vertici del partito? A colleghi giornalisti di Ruotolo (che nel frattempo però era diventato responsabile comunicazione del Pd)? A magistrati in rapporti con l’ex cronista, interessati a sapere se in quelle chat fossero finiti pure loro? Nel fascicolo si trova anche la breve chat tra il senatore e l’allora funzionario. «Buongiorno Sandro, sono Raffaele Guadagno ti ho appena inviato un mail» scrive Guadagno il 26 luglio 2021. Il politico pare sorpreso: «Ma cos’è?». Guadagno: «Tutta la chat di Whatsapp del suo telefono...». Ruotolo: «Di cosa?». Guadagno: «Palamara. Ma forse non hai capito chi sono? L’amico di Guido...». Di fronte a questo messaggio Ruotolo sembra comprendere: «Ok». Il riferimento è al fratello gemello di Sandro, Guido, il quale aveva scritto a Guadagno due giorni prima questo messaggio: «Ti faccio chiamare da Sandro che va trovando Palamara». Anche se non è chiaro a che titolo lo facesse. Oggi, però, il giornalista-politico si è schierato in modo netto a favore dei cronisti indagati a Perugia per accesso abusivo e rivelazione di segreto a Perugia. Assolvendo così anche sé stesso: «Tre giornalisti del Domani sono accusati di aver utilizzato carte ottenute da fonti giudiziarie per scrivere i loro articoli. Se il finanziere era la loro fonte e ha commesso un reato lo deciderà la magistratura perugina. Resta il fatto che le notizie pubblicate dai cronisti erano vere e quindi hanno fatto solo il loro dovere di informare l’opinione pubblica».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dossieraggio-perugia-guadagno-2667436295.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nostro-scoop-riapre-la-strage-di-brescia" data-post-id="2667436295" data-published-at="1709673392" data-use-pagination="False"> Il nostro scoop riapre la strage di Brescia Lo scoop della Verità sull’ufficiale dei carabinieri (ora indagato a Roma) accusato di aver inviato materiale erotico non richiesto a una donna, inizialmente convocata come testimone, sta per entrare nel nuovo processo sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia. La difesa di Roberto Zorzi chiederà, infatti, di sentire Donatella Di Rosa, la persona che ha querelato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo, consulente della Procura di Brescia nelle nuove indagini sullo scoppio della bomba che mezzo secolo fa provocò dieci morti e un centinaio di feriti. La donna conosciuta negli anni Novanta come «Lady Golpe», presunta vittima di un corteggiamento «morboso» da parte dell’ufficiale, frequentava all’epoca della strage ambienti di estrema destra. Giraudo è un militare controverso. Ci sono pm che lo amano a dismisura e altri che detestano i suoi metodi. Per esempio, dopo che aveva provato a far riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana a Milano con un’informativa di reato ispirata a un libro che ipotizzava una saldatura tra anarchici e neofascisti nella vicenda. Il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo definisce le sue annotazioni «atipiche relazioni di servizio, prive di valore processuale, ove si sintetizzano colloqui intercorsi con vari personaggi, al di fuori di qualsiasi verbale, con osservazioni che riguardano persino gli stati d’animo di qualche interlocutore». E conclude: «Si tratta, però, di modalità di conduzione delle indagini che quest’ufficio non apprezza». Anche l’ex procuratore aggiunto Armando Spataro boccia il modus operandi di Giraudo con parole dure. Ma, come detto, all’ufficiale non mancano i fan tra le toghe, in particolare tra quelli che operano nelle Direzioni distrettuali antimafia o nelle commissioni parlamentari, come quella sul delitto di Aldo Moro o quella Antimafia, dove ricopre tuttora il ruolo di consulente. Su Radio Radicale, digitando il suo nome, si trovano 88 file con le sue testimonianze in processi che vanno dalla Strage di Bologna, alla Trattativa Stato mafia, da Sistemi criminali (un processo che ipotizzava una saldatura tra mafia, massoneria e terrorismo nero) al processo sull’esplosione di Argo16, un Dc3 utilizzato negli anni Settanta dai nostri servizi segreti per operazioni sotto copertura. In questo caso, una sua informativa, raccontava i rapporti tra la Piovra di Alcamo, la zona di Matteo Messina Denaro, e la struttura Gladio. Ma se sue ricostruzioni un po’ complottiste non piacciono a molti magistrati, altri le trovano brillanti. Lui, classe 1963, in un’aula di giustizia si è presentato così: «Sono il colonnello Massimo Giraudo dei carabinieri. Attualmente in servizio presso la divisione Unità mobili e specializzate Palidoro di Roma, con incarichi speciali. Questi incarichi speciali sono incarichi di polizia giudiziaria nel senso che lavoro alle dipendenze della Procura della Repubblica di Brescia sul procedimento penale della strage di piazza della Loggia il cosiddetto Brescia quater. E prima di allora mi sono sempre quasi esclusivamente occupato di terrorismo di estrema destra lavorando con diverse autorità giudiziarie quindi dalla strage dell’Italicus, della strage di Bologna, della strage di piazza Fontana e la mia attività nel settore del terrorismo e proprio iniziata a Bologna perché ero ufficiale addetto alla sezione anticrimine di Bologna». Per un periodo ha lavorato per i carabinieri del Ros, poi è entrato nel Sisde (oggi Aisi), quindi ha perso il Nos, il Nullaosta di sicurezza, per colpa dei rapporti considerati troppo stretti con una agente della Cia. Per questo è stato distaccato alla Palidoro. Ma da qui ha continuato a fare l’investigatore alle dirette dipendenze dei magistrati, a partire da quelli Brescia e Palermo, da Roberto Scarpinato, a Teresi, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il suo grande nemico è l’ex generale del Ros Mario Mori, che accusò nel processo Trattativa di aver istituito un protocollo fantasma per la gestione di alcune fonti, una specie di servizio parallelo. Giraudo è convinto che Mori, che negli anni Settanta venne allontanato dai servizi segreti di allora per motivi non chiari, avrebbe avuto un qualche ruolo nel periodo delle stragi, come avrebbero provato a dimostrare i pm di Padova durante l’inchiesta sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista). E ancora oggi Giraudo, anche con la Di Rosa, avrebbe continuato a fare domande su Mori. A Brescia, come detto, il colonnello è stato consulente di primo piano e «motore» delle indagini che hanno portato a individuare in Zorzi e Marco Toffaloni (all’epoca dei fatti minorenne e quindi giudicato in un procedimento separato) i due presunti esecutori della strage. La difesa di Zorzi, rappresentato da Stefano Casali ed Edoardo Lana, già durante l’udienza preliminare, aveva criticato davanti al gup di Brescia come fossero state svolte indagini da parte di Giraudo facendo anche riferimento alle precedenti critiche arrivate da D’Arcangelo. In particolare, la difesa intende chiedere alla Di Rosa i dettagli relativi al rapporto intercorso durante le indagini con l’ufficiale, per chiarire un passaggio della denuncia riportata al nostro giornale: «Scopro che quanto aveva detto a me di dire, una teste lo sta dicendo in un processo (quello di piazza della Loggia)». Probabilmente si tratta della supertestimone, sentita durante le indagini che hanno portato al nuovo processo 40 volte, una serie di interrogatori durata anni, condensati in centinaia di pagine di atti.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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