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2024-03-06
A Perugia altro caso dossier. I file «rubati» sono migliaia
La Procura di Perugia. Nel riquadro, Raffaele Guadagno (Ansa)
Il mondo della politica e quello dei media sono sovreccitati per l’inchiesta della Procura di Perugia sugli accessi abusivi a banche dati riservate effettuati da un finanziere, ritenuto infedele, su mandato dei giornalisti di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Non ha avuto lo stesso risalto un’indagine, sempre degli inquirenti umbri, su un’altra clamorosa fuga di notizie avvenuta proprio nel palazzo di giustizia di Perugia. Solo che qui i giornalisti coinvolti erano molto più numerosi e importanti. La differenza l’ha fatta proprio questo.
E anche il fatto che l’imputato, un «cancelliere esperto» della Procura, ha patteggiato ed è andato in pensione, sostanzialmente prendendosi tutte le colpe. In pratica lui avrebbe scaricato carte riservate, poi finite sui giornali, per sua scelta, forse per entrare nel circuito dei giornali che contano. Raffaele Guadagno, questo il nome del funzionario sotto accusa, ha infatti la passione della scrittura e ha realizzato diversi libri che sono stati presentati da toghe di grido e firme eccellenti. Alcune di queste hanno anche cofirmato i tomi o vergato prefazioni. Guadagno, che per anni ha svolto il ruolo di collettore di notizie per decine di giornalisti, è stato pizzicato quando sulle pagine del Fatto Quotidiano è uscita in anteprima la richiesta di archiviazione sulla loggia Ungheria firmata dal procuratore Raffale Cantone. Quest’ultimo ha immediatamente chiesto di verificare le interrogazioni del fascicolo e dopo poche ore Guadagno era già stato indagato e perquisito. Dagli apparati elettronici a lui sequestrati è affiorato un mondo. La fotografia di quanto denunciato da Luca Palamara nel suo libro Il Sistema (firmato insieme con Alessandro Sallusti).
Grazie alle chat depositate agli atti emerge il modo in cui, tra il 2018 e il 2022, viene somministrata ai lettori la cronaca giudiziaria: giornalisti che si muovono in pool e raccolgono veline giudiziarie, investigatori, pm e cronisti che frequentano gli stessi ristoranti e le stesse feste, incontri in cui nascono coppie e si spacciano notizie. Uno dei trait d’union di questa rete è Guadagno che distribuisce carte e comande. I magistrati arrivano a indicare, in modo felpato, i bersagli e lui li comunica ai cronisti, che eseguono di buon grado. Una confusione di ruoli che non imbarazza, ma fortifica. Tutti insieme appassionatamente nel nome del Sistema. Ma veniamo alle carte. Guadagno, 59 anni, originario della Provincia di Caserta, ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi per rivelazione di segreto e accesso abusivo (reato che prevede pene da 3 a 8 anni) al Tiap (Trattamento informatizzato atti penali), il sistema informatico che consente di visionare tutte le carte dei procedimenti penali dall’inizio alla loro conclusione. Nella sentenza del 19 dicembre 2023, firmata dal giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei, si scopre che il funzionario avrebbe scaricato illecitamente circa 1.800 documenti in 34 diversi accessi: 282 documenti del cosiddetto fascicolo Sanitopoli (lo scandalo che ha azzoppato la carriera politica della governatrice dem Catiuscia Marini, considerata invisa al Pd centrale), ben 994 file dell’inchiesta su Luca Palamara, altri 264 (con accessi tra il 9 dicembre 2020 e il 7 luglio 2021) provenienti da due diversi fascicoli riguardanti l’esame di italiano farlocco del giocatore Luis Suarez, infine 259 documenti dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria. L'imputato, sebbene fosse dipendente della Procura e quindi in possesso delle credenziali per l’accesso lavorava in un ufficio e con mansioni che non gli davano né motivo né titolo per accedere ai procedimenti sopra indicati. La Procura ha ottenuto la condanna, come detto, anche per il reato di rivelazione di segreto, ma solo per due documenti consegnati ad Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano. Sebbene il giudice faccia notare in sentenza che «la notizia dell’archiviazione veniva poi ripresa, nei giorni successivi, da altri quotidiani, quali La Repubblica e il Corriere della sera, che rivelavano ulteriori particolari della vicenda». La Giubilei, a proposito della richiesta d’archiviazione per la fantomatica associazione segreta, fa presente che la «conoscenza» del documento «era al momento» dell’invio al cronista, «limitata alla Procura della Repubblica e all'Ufficio Gip». Guadagno è stato accusato anche di aver spedito, il 25 ottobre del 2021, al giornalista un manoscritto redatto da Piero Amara, sedicente membro dell’associazione segreta.
A fornire una delle prime prove contro Guadagno era stato un perito informatico, Luca Calzolari, a cui si era rivolto l’ex funzionario all’inizio delle indagini per chiedere di essere aiutato a cancellare eventuali prove contro di lui. Calzolari a verbale ha dichiarato: «Lui mi ha riferito che lo stesso giorno aveva subito una perquisizione d'urgenza dai carabinieri. Aggiungeva di essere preoccupato, in quanto aveva fatto una "cavolata". Affermava di aver preso un documento dall'archivio e di averlo girato dal computer dell'ufficio sulla sua posta elettronica personale di "Libero". Diceva di essere stato identificato, in quanto qualcuno aveva verificato gli accessi e si era reso conto che lui aveva realizzato quest'operazione. […] Ha affermato di aver inoltrato la mail con il documento dalla sua posta di "Libero" ad un suo amico sempre tramite lo smartphone. […] Raffaele ha aggiunto che l'amico era un giornalista del Fatto Quotidiano. Non ha fatto subito il nome. Ricordo che successivamente, sempre nel corso della conversazione, ha detto che tale amico si chiamava "Antonio Massari"». Lo stesso che in questi giorni sta facendo una campagna a favore dei colleghi di Domani. La versione di Calzolari si conclude così: «Lui voleva essere sicuro che la mail che aveva inoltrato al giornalista non potesse essere più recuperata. Io gli dicevo che non potevo dargli una risposta sicura». Il giorno dopo il perito, compresa la gravità della situazione, grazie alla lettura dei giornali, si presentò in Procura per consegnare il cellulare del cancelliere.
Alla fine Guadagno ha patteggiato la rivelazione a favore di Massari, mentre quest’ultimo, dopo essersi avvalso del segreto professionale, è stato archiviato. Secondo la Procura non v’è certezza che fosse a conoscenza della provenienza illecita delle carte che chiedeva e otteneva. E la richiesta di archiviazione su Ungheria era già parzialmente pubblica. Probabilmente anche per tutti gli altri file scaricati è stato fatto lo stesso ragionamento. Per questo nella rete dei pm è rimasto intrappolato solo Guadagno. Il quale, forse, un giorno, racconterà la propria storia in uno dei suoi amati libri. Dalla chat tra Massari e Guadagno emerge un rapporto di fraterna amicizia e collaborazione risalente quantomeno al 30 settembre 2017. Un dialogo che si apre, significativamente, con la frase di Massari: «A Perugia ‘ste carte non ci stanno»; per terminare l’8 luglio 2022, tre giorni prima che il cellulare del cancelliere venisse sequestrato. Si tratta di un rapporto proficuo per entrambi poiché Massari presenta e recensisce positivamente i libri pubblicati da Guadagno su vicende giudiziarie trattate dagli uffici giudiziari di Perugia, in particolare sull’omicidio di Mino Pecorelli e sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi. L’allora dipendente della Procura mette a disposizione del cronista le sue competenze nella ricerca degli atti di interesse e fornisce suggerimenti. Per esempio dopo aver letto un pezzo di Massari sulla sentenza sul presunto sequestro di Alma Shalabayeva, scrive: «Mancano tante cose non ancora dette». Il 12 giugno 2021 il cancelliere invia al cronista i verbali con le dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti, uno degli indagati nel caso Palamara e aggiunge: «Oramai sono arrivato tardi…ma ecco qua». Risposta: «Grazie mille Raffaele sei un amico… spero di rivederti presto… forse torno la prossima settimana». A questo punto Guadagno marca stretto Massari per ottenere un articolo sul suo libro su Adinolfi. Per ingolosirlo sul punto gli ricorda che il giudice stava indagando sull’Eni, prima di sparire («E non dimenticare Eni in Adinolfi…»). La società petrolifera è infatti uno dei pallini del cronista. Nella primavera del 2021 i giornali pubblicano la notizia dell’inchiesta sulla diffusione illecita dei verbali della Loggia Ungheria da parte di Pier Camillo Davigo.
Massari è un teste chiave presso la Procura di Milano. Il 21 giugno il cancelliere viene a sapere che l’amico è nel capoluogo meneghino e, in modo ironico, essendo una fonte del giornalista, la butta lì: «A Milano… mi devo preoccupare?» scrive, aggiungendo l’emoticon di una faccina che ride. Ma il cronista lo rassicura: «Ahahah no con me sai che si può stare sempre tranquilli». Il 21 ottobre il cronista scrive: «Oggi è uscito pezzo su verbali Ungheria». È intitolato «Amara, i verbali usciti 2 mesi prima che li ricevesse Davigo». Il cancelliere coglie il succo dell’articolo: «Davigo ti dovrà essere grato». «Boh. Dipende da quello che trovo» è la replica del giornalista. Guadagno informa l’interlocutore: «Io ora vedo Gemma Miliani e poi ti dico». La Miliani era uno dei pubblici ministeri che si occupava del procedimento su Ungheria, anche lei il rapporti di amicizia con il funzionario. Il 25 ottobre Massari inoltra un articolo di Dagospia che riprende un servizio della Verità che contesta, usando il buon senso, la ricostruzione del Fatto sulla diffusione dei verbali e fa questo commento: «Comunque è partita la controffensiva Eni». Il 9 maggio 2022 Guadagno anticipa a Massari la chiusura dell’inchiesta sulla Loggia: «Oltre 150 pagine per motivare una richiesta di archiviazione». La Polizia postale, nella sua informativa di fine novembre 2022, aveva individuato molti altri beneficiari della generosità di Guadagno.
Le indagini avrebbero accertato che gli accessi abusivi erano stati effettuati «al fine di divulgare in maniera sistematica ai giornalisti, o, comunque a terze persone, atti giudiziari, informative, atti di polizia giudiziaria correlati a procedimenti penali potenzialmente interessanti dal punto di vista mediatico». Il documento indica anche altre possibili fonti di raccolta di informazioni oltre al Tiap: «Un primo approfondito esame, evidenzia tracce di acquisizione di atti di interesse anche tramite scatti fotografici all'interno di luoghi chiusi o l'ottenimento di atti provenienti da altre Procure». Gli investigatori tornano sulla questione del circolino di Perugia: «Come già accennato il coinvolgimento dell'indagato all'interno di un sistema di illecita divulgazione, non appare per nulla occasionale, ma anzi è ben strutturato e le sue fondamenta risalgono indietro negli anni». Il documento prosegue: «Il rapporto, "amicale" con i vari addetti alle testate giornalistiche consente all'indagato di procedere con notevole disinvoltura nella gestione delle "notizie interessanti", fornendo, così un "servizio" efficiente e affidabile». Le indagini hanno permesso agli uomini della Polizia postale di inserire «le azioni illecite compiute nell'alveo della sistematicità e abitudine». Infatti «lo scambio di informazioni "riservate" con i giornalisti, risale almeno all'anno 2018» e vedrebbe l’indagato come soggetto «attivo e propositivo». L’informativa precisa anche che «grazie alle conversazioni rinvenute nella chat di Whatsapp si sono potuti ricostruire i rapporti tra Raffaele Guadagno e il modo dell'informazione, comprendendo, seppur parzialmente, il legame anche di natura "amicale" che lega l'indagato con alcuni di essi». Gli esperti della Polizia individuano come beneficiari delle informazioni dieci giornalisti, che non sappiamo se siano mai stati indagati. Oltre a Massari sono citati Alvaro Fiorucci, Claudio Sebastiani, Davide Vecchi, Erika Pontini, Gianluca Zanella, Guido Ruotolo, Italo Carmagnani, Angela Rotini e Sandro Ruotolo, attuale responsabile della comunicazione del Pd. Il cortocircuito è particolarmente chiaro nel caso Palamara. Di questo fascicolo, dal 31 maggio 2019, dopo la perquisizione e l’interrogatorio dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, al 23 agosto 2021, sono stati scaricati 994 documenti. Molti accessi sono avvenuti anche il 4, 7, 10 e 14 giugno 2019, quando sui quotidiani fioccavano le esclusive e le rivelazioni di segreto. Poi la raccolta è ripartita tra aprile e maggio 2020 con nove accessi, in gran parte finalizzati, con ogni probabilità a scaricare le chat di Palamara. Ma, come detto, nessuna Procura ha dimostrato che quelle ricerche fossero finalizzate alla pubblicazione, nonostante il collegamento diretto tra giornalisti e cancelliere. Una delle poche prove certe di divulgazione di documenti che riguardavano Palamara è rappresentata dalla spedizione di una mail da parte di Guadagno all’allora senatore del Pd Sandro Ruotolo della messaggistica di Palamara. La missiva conteneva alcuni file e la promessa dell’invio del materiale restante in serata. In questo caso, però, le conversazioni dell’ex pm non erano più coperte da segreto e La Verità le stava pubblicando a puntate. Il problema è che erano nella disponibilità di pochissime persone: gli indagati, la Procura e il giudice. Sarà per questo che il parlamentare ha avuto bisogno dell’ex cancelliere campano. Resta da capire perché un politico dei dem abbia chiesto a Guadagno quelle carte. A chi servivano? Ai vertici del partito? A colleghi giornalisti di Ruotolo (che nel frattempo però era diventato responsabile comunicazione del Pd)? A magistrati in rapporti con l’ex cronista, interessati a sapere se in quelle chat fossero finiti pure loro? Nel fascicolo si trova anche la breve chat tra il senatore e l’allora funzionario. «Buongiorno Sandro, sono Raffaele Guadagno ti ho appena inviato un mail» scrive Guadagno il 26 luglio 2021. Il politico pare sorpreso: «Ma cos’è?». Guadagno: «Tutta la chat di Whatsapp del suo telefono...». Ruotolo: «Di cosa?». Guadagno: «Palamara. Ma forse non hai capito chi sono? L’amico di Guido...». Di fronte a questo messaggio Ruotolo sembra comprendere: «Ok». Il riferimento è al fratello gemello di Sandro, Guido, il quale aveva scritto a Guadagno due giorni prima questo messaggio: «Ti faccio chiamare da Sandro che va trovando Palamara». Anche se non è chiaro a che titolo lo facesse. Oggi, però, il giornalista-politico si è schierato in modo netto a favore dei cronisti indagati a Perugia per accesso abusivo e rivelazione di segreto a Perugia. Assolvendo così anche sé stesso: «Tre giornalisti del Domani sono accusati di aver utilizzato carte ottenute da fonti giudiziarie per scrivere i loro articoli. Se il finanziere era la loro fonte e ha commesso un reato lo deciderà la magistratura perugina. Resta il fatto che le notizie pubblicate dai cronisti erano vere e quindi hanno fatto solo il loro dovere di informare l’opinione pubblica».
Il nostro scoop riapre la strage di Brescia
Lo scoop della Verità sull’ufficiale dei carabinieri (ora indagato a Roma) accusato di aver inviato materiale erotico non richiesto a una donna, inizialmente convocata come testimone, sta per entrare nel nuovo processo sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia. La difesa di Roberto Zorzi chiederà, infatti, di sentire Donatella Di Rosa, la persona che ha querelato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo, consulente della Procura di Brescia nelle nuove indagini sullo scoppio della bomba che mezzo secolo fa provocò dieci morti e un centinaio di feriti. La donna conosciuta negli anni Novanta come «Lady Golpe», presunta vittima di un corteggiamento «morboso» da parte dell’ufficiale, frequentava all’epoca della strage ambienti di estrema destra. Giraudo è un militare controverso. Ci sono pm che lo amano a dismisura e altri che detestano i suoi metodi. Per esempio, dopo che aveva provato a far riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana a Milano con un’informativa di reato ispirata a un libro che ipotizzava una saldatura tra anarchici e neofascisti nella vicenda. Il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo definisce le sue annotazioni «atipiche relazioni di servizio, prive di valore processuale, ove si sintetizzano colloqui intercorsi con vari personaggi, al di fuori di qualsiasi verbale, con osservazioni che riguardano persino gli stati d’animo di qualche interlocutore». E conclude: «Si tratta, però, di modalità di conduzione delle indagini che quest’ufficio non apprezza».
Anche l’ex procuratore aggiunto Armando Spataro boccia il modus operandi di Giraudo con parole dure. Ma, come detto, all’ufficiale non mancano i fan tra le toghe, in particolare tra quelli che operano nelle Direzioni distrettuali antimafia o nelle commissioni parlamentari, come quella sul delitto di Aldo Moro o quella Antimafia, dove ricopre tuttora il ruolo di consulente. Su Radio Radicale, digitando il suo nome, si trovano 88 file con le sue testimonianze in processi che vanno dalla Strage di Bologna, alla Trattativa Stato mafia, da Sistemi criminali (un processo che ipotizzava una saldatura tra mafia, massoneria e terrorismo nero) al processo sull’esplosione di Argo16, un Dc3 utilizzato negli anni Settanta dai nostri servizi segreti per operazioni sotto copertura. In questo caso, una sua informativa, raccontava i rapporti tra la Piovra di Alcamo, la zona di Matteo Messina Denaro, e la struttura Gladio. Ma se sue ricostruzioni un po’ complottiste non piacciono a molti magistrati, altri le trovano brillanti. Lui, classe 1963, in un’aula di giustizia si è presentato così: «Sono il colonnello Massimo Giraudo dei carabinieri. Attualmente in servizio presso la divisione Unità mobili e specializzate Palidoro di Roma, con incarichi speciali. Questi incarichi speciali sono incarichi di polizia giudiziaria nel senso che lavoro alle dipendenze della Procura della Repubblica di Brescia sul procedimento penale della strage di piazza della Loggia il cosiddetto Brescia quater. E prima di allora mi sono sempre quasi esclusivamente occupato di terrorismo di estrema destra lavorando con diverse autorità giudiziarie quindi dalla strage dell’Italicus, della strage di Bologna, della strage di piazza Fontana e la mia attività nel settore del terrorismo e proprio iniziata a Bologna perché ero ufficiale addetto alla sezione anticrimine di Bologna».
Per un periodo ha lavorato per i carabinieri del Ros, poi è entrato nel Sisde (oggi Aisi), quindi ha perso il Nos, il Nullaosta di sicurezza, per colpa dei rapporti considerati troppo stretti con una agente della Cia. Per questo è stato distaccato alla Palidoro. Ma da qui ha continuato a fare l’investigatore alle dirette dipendenze dei magistrati, a partire da quelli Brescia e Palermo, da Roberto Scarpinato, a Teresi, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il suo grande nemico è l’ex generale del Ros Mario Mori, che accusò nel processo Trattativa di aver istituito un protocollo fantasma per la gestione di alcune fonti, una specie di servizio parallelo. Giraudo è convinto che Mori, che negli anni Settanta venne allontanato dai servizi segreti di allora per motivi non chiari, avrebbe avuto un qualche ruolo nel periodo delle stragi, come avrebbero provato a dimostrare i pm di Padova durante l’inchiesta sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista). E ancora oggi Giraudo, anche con la Di Rosa, avrebbe continuato a fare domande su Mori. A Brescia, come detto, il colonnello è stato consulente di primo piano e «motore» delle indagini che hanno portato a individuare in Zorzi e Marco Toffaloni (all’epoca dei fatti minorenne e quindi giudicato in un procedimento separato) i due presunti esecutori della strage. La difesa di Zorzi, rappresentato da Stefano Casali ed Edoardo Lana, già durante l’udienza preliminare, aveva criticato davanti al gup di Brescia come fossero state svolte indagini da parte di Giraudo facendo anche riferimento alle precedenti critiche arrivate da D’Arcangelo. In particolare, la difesa intende chiedere alla Di Rosa i dettagli relativi al rapporto intercorso durante le indagini con l’ufficiale, per chiarire un passaggio della denuncia riportata al nostro giornale: «Scopro che quanto aveva detto a me di dire, una teste lo sta dicendo in un processo (quello di piazza della Loggia)». Probabilmente si tratta della supertestimone, sentita durante le indagini che hanno portato al nuovo processo 40 volte, una serie di interrogatori durata anni, condensati in centinaia di pagine di atti.
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Per anni attiva una rete attorno al cancelliere Raffaele Guadagno che poteva contare su un circuito di giudiziaristi, pm e investigatori. Materiale contestato anche al dem Guido Ruotolo.Dopo l’articolo della «Verità» i difensori di uno degli imputati per la bomba di piazza della Loggia chiederanno la deposizione di «Lady Golpe». I legali vogliono fare chiarezza sulle modalità con cui il colonnello Massimo Giraudo ha raccolto le dichiarazioni di una teste.Lo speciale contiene due articoli. Il mondo della politica e quello dei media sono sovreccitati per l’inchiesta della Procura di Perugia sugli accessi abusivi a banche dati riservate effettuati da un finanziere, ritenuto infedele, su mandato dei giornalisti di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Non ha avuto lo stesso risalto un’indagine, sempre degli inquirenti umbri, su un’altra clamorosa fuga di notizie avvenuta proprio nel palazzo di giustizia di Perugia. Solo che qui i giornalisti coinvolti erano molto più numerosi e importanti. La differenza l’ha fatta proprio questo. E anche il fatto che l’imputato, un «cancelliere esperto» della Procura, ha patteggiato ed è andato in pensione, sostanzialmente prendendosi tutte le colpe. In pratica lui avrebbe scaricato carte riservate, poi finite sui giornali, per sua scelta, forse per entrare nel circuito dei giornali che contano. Raffaele Guadagno, questo il nome del funzionario sotto accusa, ha infatti la passione della scrittura e ha realizzato diversi libri che sono stati presentati da toghe di grido e firme eccellenti. Alcune di queste hanno anche cofirmato i tomi o vergato prefazioni. Guadagno, che per anni ha svolto il ruolo di collettore di notizie per decine di giornalisti, è stato pizzicato quando sulle pagine del Fatto Quotidiano è uscita in anteprima la richiesta di archiviazione sulla loggia Ungheria firmata dal procuratore Raffale Cantone. Quest’ultimo ha immediatamente chiesto di verificare le interrogazioni del fascicolo e dopo poche ore Guadagno era già stato indagato e perquisito. Dagli apparati elettronici a lui sequestrati è affiorato un mondo. La fotografia di quanto denunciato da Luca Palamara nel suo libro Il Sistema (firmato insieme con Alessandro Sallusti). Grazie alle chat depositate agli atti emerge il modo in cui, tra il 2018 e il 2022, viene somministrata ai lettori la cronaca giudiziaria: giornalisti che si muovono in pool e raccolgono veline giudiziarie, investigatori, pm e cronisti che frequentano gli stessi ristoranti e le stesse feste, incontri in cui nascono coppie e si spacciano notizie. Uno dei trait d’union di questa rete è Guadagno che distribuisce carte e comande. I magistrati arrivano a indicare, in modo felpato, i bersagli e lui li comunica ai cronisti, che eseguono di buon grado. Una confusione di ruoli che non imbarazza, ma fortifica. Tutti insieme appassionatamente nel nome del Sistema. Ma veniamo alle carte. Guadagno, 59 anni, originario della Provincia di Caserta, ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi per rivelazione di segreto e accesso abusivo (reato che prevede pene da 3 a 8 anni) al Tiap (Trattamento informatizzato atti penali), il sistema informatico che consente di visionare tutte le carte dei procedimenti penali dall’inizio alla loro conclusione. Nella sentenza del 19 dicembre 2023, firmata dal giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei, si scopre che il funzionario avrebbe scaricato illecitamente circa 1.800 documenti in 34 diversi accessi: 282 documenti del cosiddetto fascicolo Sanitopoli (lo scandalo che ha azzoppato la carriera politica della governatrice dem Catiuscia Marini, considerata invisa al Pd centrale), ben 994 file dell’inchiesta su Luca Palamara, altri 264 (con accessi tra il 9 dicembre 2020 e il 7 luglio 2021) provenienti da due diversi fascicoli riguardanti l’esame di italiano farlocco del giocatore Luis Suarez, infine 259 documenti dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria. L'imputato, sebbene fosse dipendente della Procura e quindi in possesso delle credenziali per l’accesso lavorava in un ufficio e con mansioni che non gli davano né motivo né titolo per accedere ai procedimenti sopra indicati. La Procura ha ottenuto la condanna, come detto, anche per il reato di rivelazione di segreto, ma solo per due documenti consegnati ad Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano. Sebbene il giudice faccia notare in sentenza che «la notizia dell’archiviazione veniva poi ripresa, nei giorni successivi, da altri quotidiani, quali La Repubblica e il Corriere della sera, che rivelavano ulteriori particolari della vicenda». La Giubilei, a proposito della richiesta d’archiviazione per la fantomatica associazione segreta, fa presente che la «conoscenza» del documento «era al momento» dell’invio al cronista, «limitata alla Procura della Repubblica e all'Ufficio Gip». Guadagno è stato accusato anche di aver spedito, il 25 ottobre del 2021, al giornalista un manoscritto redatto da Piero Amara, sedicente membro dell’associazione segreta. A fornire una delle prime prove contro Guadagno era stato un perito informatico, Luca Calzolari, a cui si era rivolto l’ex funzionario all’inizio delle indagini per chiedere di essere aiutato a cancellare eventuali prove contro di lui. Calzolari a verbale ha dichiarato: «Lui mi ha riferito che lo stesso giorno aveva subito una perquisizione d'urgenza dai carabinieri. Aggiungeva di essere preoccupato, in quanto aveva fatto una "cavolata". Affermava di aver preso un documento dall'archivio e di averlo girato dal computer dell'ufficio sulla sua posta elettronica personale di "Libero". Diceva di essere stato identificato, in quanto qualcuno aveva verificato gli accessi e si era reso conto che lui aveva realizzato quest'operazione. […] Ha affermato di aver inoltrato la mail con il documento dalla sua posta di "Libero" ad un suo amico sempre tramite lo smartphone. […] Raffaele ha aggiunto che l'amico era un giornalista del Fatto Quotidiano. Non ha fatto subito il nome. Ricordo che successivamente, sempre nel corso della conversazione, ha detto che tale amico si chiamava "Antonio Massari"». Lo stesso che in questi giorni sta facendo una campagna a favore dei colleghi di Domani. La versione di Calzolari si conclude così: «Lui voleva essere sicuro che la mail che aveva inoltrato al giornalista non potesse essere più recuperata. Io gli dicevo che non potevo dargli una risposta sicura». Il giorno dopo il perito, compresa la gravità della situazione, grazie alla lettura dei giornali, si presentò in Procura per consegnare il cellulare del cancelliere. Alla fine Guadagno ha patteggiato la rivelazione a favore di Massari, mentre quest’ultimo, dopo essersi avvalso del segreto professionale, è stato archiviato. Secondo la Procura non v’è certezza che fosse a conoscenza della provenienza illecita delle carte che chiedeva e otteneva. E la richiesta di archiviazione su Ungheria era già parzialmente pubblica. Probabilmente anche per tutti gli altri file scaricati è stato fatto lo stesso ragionamento. Per questo nella rete dei pm è rimasto intrappolato solo Guadagno. Il quale, forse, un giorno, racconterà la propria storia in uno dei suoi amati libri. Dalla chat tra Massari e Guadagno emerge un rapporto di fraterna amicizia e collaborazione risalente quantomeno al 30 settembre 2017. Un dialogo che si apre, significativamente, con la frase di Massari: «A Perugia ‘ste carte non ci stanno»; per terminare l’8 luglio 2022, tre giorni prima che il cellulare del cancelliere venisse sequestrato. Si tratta di un rapporto proficuo per entrambi poiché Massari presenta e recensisce positivamente i libri pubblicati da Guadagno su vicende giudiziarie trattate dagli uffici giudiziari di Perugia, in particolare sull’omicidio di Mino Pecorelli e sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi. L’allora dipendente della Procura mette a disposizione del cronista le sue competenze nella ricerca degli atti di interesse e fornisce suggerimenti. Per esempio dopo aver letto un pezzo di Massari sulla sentenza sul presunto sequestro di Alma Shalabayeva, scrive: «Mancano tante cose non ancora dette». Il 12 giugno 2021 il cancelliere invia al cronista i verbali con le dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti, uno degli indagati nel caso Palamara e aggiunge: «Oramai sono arrivato tardi…ma ecco qua». Risposta: «Grazie mille Raffaele sei un amico… spero di rivederti presto… forse torno la prossima settimana». A questo punto Guadagno marca stretto Massari per ottenere un articolo sul suo libro su Adinolfi. Per ingolosirlo sul punto gli ricorda che il giudice stava indagando sull’Eni, prima di sparire («E non dimenticare Eni in Adinolfi…»). La società petrolifera è infatti uno dei pallini del cronista. Nella primavera del 2021 i giornali pubblicano la notizia dell’inchiesta sulla diffusione illecita dei verbali della Loggia Ungheria da parte di Pier Camillo Davigo. Massari è un teste chiave presso la Procura di Milano. Il 21 giugno il cancelliere viene a sapere che l’amico è nel capoluogo meneghino e, in modo ironico, essendo una fonte del giornalista, la butta lì: «A Milano… mi devo preoccupare?» scrive, aggiungendo l’emoticon di una faccina che ride. Ma il cronista lo rassicura: «Ahahah no con me sai che si può stare sempre tranquilli». Il 21 ottobre il cronista scrive: «Oggi è uscito pezzo su verbali Ungheria». È intitolato «Amara, i verbali usciti 2 mesi prima che li ricevesse Davigo». Il cancelliere coglie il succo dell’articolo: «Davigo ti dovrà essere grato». «Boh. Dipende da quello che trovo» è la replica del giornalista. Guadagno informa l’interlocutore: «Io ora vedo Gemma Miliani e poi ti dico». La Miliani era uno dei pubblici ministeri che si occupava del procedimento su Ungheria, anche lei il rapporti di amicizia con il funzionario. Il 25 ottobre Massari inoltra un articolo di Dagospia che riprende un servizio della Verità che contesta, usando il buon senso, la ricostruzione del Fatto sulla diffusione dei verbali e fa questo commento: «Comunque è partita la controffensiva Eni». Il 9 maggio 2022 Guadagno anticipa a Massari la chiusura dell’inchiesta sulla Loggia: «Oltre 150 pagine per motivare una richiesta di archiviazione». La Polizia postale, nella sua informativa di fine novembre 2022, aveva individuato molti altri beneficiari della generosità di Guadagno. Le indagini avrebbero accertato che gli accessi abusivi erano stati effettuati «al fine di divulgare in maniera sistematica ai giornalisti, o, comunque a terze persone, atti giudiziari, informative, atti di polizia giudiziaria correlati a procedimenti penali potenzialmente interessanti dal punto di vista mediatico». Il documento indica anche altre possibili fonti di raccolta di informazioni oltre al Tiap: «Un primo approfondito esame, evidenzia tracce di acquisizione di atti di interesse anche tramite scatti fotografici all'interno di luoghi chiusi o l'ottenimento di atti provenienti da altre Procure». Gli investigatori tornano sulla questione del circolino di Perugia: «Come già accennato il coinvolgimento dell'indagato all'interno di un sistema di illecita divulgazione, non appare per nulla occasionale, ma anzi è ben strutturato e le sue fondamenta risalgono indietro negli anni». Il documento prosegue: «Il rapporto, "amicale" con i vari addetti alle testate giornalistiche consente all'indagato di procedere con notevole disinvoltura nella gestione delle "notizie interessanti", fornendo, così un "servizio" efficiente e affidabile». Le indagini hanno permesso agli uomini della Polizia postale di inserire «le azioni illecite compiute nell'alveo della sistematicità e abitudine». Infatti «lo scambio di informazioni "riservate" con i giornalisti, risale almeno all'anno 2018» e vedrebbe l’indagato come soggetto «attivo e propositivo». L’informativa precisa anche che «grazie alle conversazioni rinvenute nella chat di Whatsapp si sono potuti ricostruire i rapporti tra Raffaele Guadagno e il modo dell'informazione, comprendendo, seppur parzialmente, il legame anche di natura "amicale" che lega l'indagato con alcuni di essi». Gli esperti della Polizia individuano come beneficiari delle informazioni dieci giornalisti, che non sappiamo se siano mai stati indagati. Oltre a Massari sono citati Alvaro Fiorucci, Claudio Sebastiani, Davide Vecchi, Erika Pontini, Gianluca Zanella, Guido Ruotolo, Italo Carmagnani, Angela Rotini e Sandro Ruotolo, attuale responsabile della comunicazione del Pd. Il cortocircuito è particolarmente chiaro nel caso Palamara. Di questo fascicolo, dal 31 maggio 2019, dopo la perquisizione e l’interrogatorio dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, al 23 agosto 2021, sono stati scaricati 994 documenti. Molti accessi sono avvenuti anche il 4, 7, 10 e 14 giugno 2019, quando sui quotidiani fioccavano le esclusive e le rivelazioni di segreto. Poi la raccolta è ripartita tra aprile e maggio 2020 con nove accessi, in gran parte finalizzati, con ogni probabilità a scaricare le chat di Palamara. Ma, come detto, nessuna Procura ha dimostrato che quelle ricerche fossero finalizzate alla pubblicazione, nonostante il collegamento diretto tra giornalisti e cancelliere. Una delle poche prove certe di divulgazione di documenti che riguardavano Palamara è rappresentata dalla spedizione di una mail da parte di Guadagno all’allora senatore del Pd Sandro Ruotolo della messaggistica di Palamara. La missiva conteneva alcuni file e la promessa dell’invio del materiale restante in serata. In questo caso, però, le conversazioni dell’ex pm non erano più coperte da segreto e La Verità le stava pubblicando a puntate. Il problema è che erano nella disponibilità di pochissime persone: gli indagati, la Procura e il giudice. Sarà per questo che il parlamentare ha avuto bisogno dell’ex cancelliere campano. Resta da capire perché un politico dei dem abbia chiesto a Guadagno quelle carte. A chi servivano? Ai vertici del partito? A colleghi giornalisti di Ruotolo (che nel frattempo però era diventato responsabile comunicazione del Pd)? A magistrati in rapporti con l’ex cronista, interessati a sapere se in quelle chat fossero finiti pure loro? Nel fascicolo si trova anche la breve chat tra il senatore e l’allora funzionario. «Buongiorno Sandro, sono Raffaele Guadagno ti ho appena inviato un mail» scrive Guadagno il 26 luglio 2021. Il politico pare sorpreso: «Ma cos’è?». Guadagno: «Tutta la chat di Whatsapp del suo telefono...». Ruotolo: «Di cosa?». Guadagno: «Palamara. Ma forse non hai capito chi sono? L’amico di Guido...». Di fronte a questo messaggio Ruotolo sembra comprendere: «Ok». Il riferimento è al fratello gemello di Sandro, Guido, il quale aveva scritto a Guadagno due giorni prima questo messaggio: «Ti faccio chiamare da Sandro che va trovando Palamara». Anche se non è chiaro a che titolo lo facesse. Oggi, però, il giornalista-politico si è schierato in modo netto a favore dei cronisti indagati a Perugia per accesso abusivo e rivelazione di segreto a Perugia. Assolvendo così anche sé stesso: «Tre giornalisti del Domani sono accusati di aver utilizzato carte ottenute da fonti giudiziarie per scrivere i loro articoli. Se il finanziere era la loro fonte e ha commesso un reato lo deciderà la magistratura perugina. Resta il fatto che le notizie pubblicate dai cronisti erano vere e quindi hanno fatto solo il loro dovere di informare l’opinione pubblica».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dossieraggio-perugia-guadagno-2667436295.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nostro-scoop-riapre-la-strage-di-brescia" data-post-id="2667436295" data-published-at="1709673392" data-use-pagination="False"> Il nostro scoop riapre la strage di Brescia Lo scoop della Verità sull’ufficiale dei carabinieri (ora indagato a Roma) accusato di aver inviato materiale erotico non richiesto a una donna, inizialmente convocata come testimone, sta per entrare nel nuovo processo sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia. La difesa di Roberto Zorzi chiederà, infatti, di sentire Donatella Di Rosa, la persona che ha querelato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo, consulente della Procura di Brescia nelle nuove indagini sullo scoppio della bomba che mezzo secolo fa provocò dieci morti e un centinaio di feriti. La donna conosciuta negli anni Novanta come «Lady Golpe», presunta vittima di un corteggiamento «morboso» da parte dell’ufficiale, frequentava all’epoca della strage ambienti di estrema destra. Giraudo è un militare controverso. Ci sono pm che lo amano a dismisura e altri che detestano i suoi metodi. Per esempio, dopo che aveva provato a far riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana a Milano con un’informativa di reato ispirata a un libro che ipotizzava una saldatura tra anarchici e neofascisti nella vicenda. Il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo definisce le sue annotazioni «atipiche relazioni di servizio, prive di valore processuale, ove si sintetizzano colloqui intercorsi con vari personaggi, al di fuori di qualsiasi verbale, con osservazioni che riguardano persino gli stati d’animo di qualche interlocutore». E conclude: «Si tratta, però, di modalità di conduzione delle indagini che quest’ufficio non apprezza». Anche l’ex procuratore aggiunto Armando Spataro boccia il modus operandi di Giraudo con parole dure. Ma, come detto, all’ufficiale non mancano i fan tra le toghe, in particolare tra quelli che operano nelle Direzioni distrettuali antimafia o nelle commissioni parlamentari, come quella sul delitto di Aldo Moro o quella Antimafia, dove ricopre tuttora il ruolo di consulente. Su Radio Radicale, digitando il suo nome, si trovano 88 file con le sue testimonianze in processi che vanno dalla Strage di Bologna, alla Trattativa Stato mafia, da Sistemi criminali (un processo che ipotizzava una saldatura tra mafia, massoneria e terrorismo nero) al processo sull’esplosione di Argo16, un Dc3 utilizzato negli anni Settanta dai nostri servizi segreti per operazioni sotto copertura. In questo caso, una sua informativa, raccontava i rapporti tra la Piovra di Alcamo, la zona di Matteo Messina Denaro, e la struttura Gladio. Ma se sue ricostruzioni un po’ complottiste non piacciono a molti magistrati, altri le trovano brillanti. Lui, classe 1963, in un’aula di giustizia si è presentato così: «Sono il colonnello Massimo Giraudo dei carabinieri. Attualmente in servizio presso la divisione Unità mobili e specializzate Palidoro di Roma, con incarichi speciali. Questi incarichi speciali sono incarichi di polizia giudiziaria nel senso che lavoro alle dipendenze della Procura della Repubblica di Brescia sul procedimento penale della strage di piazza della Loggia il cosiddetto Brescia quater. E prima di allora mi sono sempre quasi esclusivamente occupato di terrorismo di estrema destra lavorando con diverse autorità giudiziarie quindi dalla strage dell’Italicus, della strage di Bologna, della strage di piazza Fontana e la mia attività nel settore del terrorismo e proprio iniziata a Bologna perché ero ufficiale addetto alla sezione anticrimine di Bologna». Per un periodo ha lavorato per i carabinieri del Ros, poi è entrato nel Sisde (oggi Aisi), quindi ha perso il Nos, il Nullaosta di sicurezza, per colpa dei rapporti considerati troppo stretti con una agente della Cia. Per questo è stato distaccato alla Palidoro. Ma da qui ha continuato a fare l’investigatore alle dirette dipendenze dei magistrati, a partire da quelli Brescia e Palermo, da Roberto Scarpinato, a Teresi, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il suo grande nemico è l’ex generale del Ros Mario Mori, che accusò nel processo Trattativa di aver istituito un protocollo fantasma per la gestione di alcune fonti, una specie di servizio parallelo. Giraudo è convinto che Mori, che negli anni Settanta venne allontanato dai servizi segreti di allora per motivi non chiari, avrebbe avuto un qualche ruolo nel periodo delle stragi, come avrebbero provato a dimostrare i pm di Padova durante l’inchiesta sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista). E ancora oggi Giraudo, anche con la Di Rosa, avrebbe continuato a fare domande su Mori. A Brescia, come detto, il colonnello è stato consulente di primo piano e «motore» delle indagini che hanno portato a individuare in Zorzi e Marco Toffaloni (all’epoca dei fatti minorenne e quindi giudicato in un procedimento separato) i due presunti esecutori della strage. La difesa di Zorzi, rappresentato da Stefano Casali ed Edoardo Lana, già durante l’udienza preliminare, aveva criticato davanti al gup di Brescia come fossero state svolte indagini da parte di Giraudo facendo anche riferimento alle precedenti critiche arrivate da D’Arcangelo. In particolare, la difesa intende chiedere alla Di Rosa i dettagli relativi al rapporto intercorso durante le indagini con l’ufficiale, per chiarire un passaggio della denuncia riportata al nostro giornale: «Scopro che quanto aveva detto a me di dire, una teste lo sta dicendo in un processo (quello di piazza della Loggia)». Probabilmente si tratta della supertestimone, sentita durante le indagini che hanno portato al nuovo processo 40 volte, una serie di interrogatori durata anni, condensati in centinaia di pagine di atti.
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.