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2024-03-06
A Perugia altro caso dossier. I file «rubati» sono migliaia
La Procura di Perugia. Nel riquadro, Raffaele Guadagno (Ansa)
Il mondo della politica e quello dei media sono sovreccitati per l’inchiesta della Procura di Perugia sugli accessi abusivi a banche dati riservate effettuati da un finanziere, ritenuto infedele, su mandato dei giornalisti di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Non ha avuto lo stesso risalto un’indagine, sempre degli inquirenti umbri, su un’altra clamorosa fuga di notizie avvenuta proprio nel palazzo di giustizia di Perugia. Solo che qui i giornalisti coinvolti erano molto più numerosi e importanti. La differenza l’ha fatta proprio questo.
E anche il fatto che l’imputato, un «cancelliere esperto» della Procura, ha patteggiato ed è andato in pensione, sostanzialmente prendendosi tutte le colpe. In pratica lui avrebbe scaricato carte riservate, poi finite sui giornali, per sua scelta, forse per entrare nel circuito dei giornali che contano. Raffaele Guadagno, questo il nome del funzionario sotto accusa, ha infatti la passione della scrittura e ha realizzato diversi libri che sono stati presentati da toghe di grido e firme eccellenti. Alcune di queste hanno anche cofirmato i tomi o vergato prefazioni. Guadagno, che per anni ha svolto il ruolo di collettore di notizie per decine di giornalisti, è stato pizzicato quando sulle pagine del Fatto Quotidiano è uscita in anteprima la richiesta di archiviazione sulla loggia Ungheria firmata dal procuratore Raffale Cantone. Quest’ultimo ha immediatamente chiesto di verificare le interrogazioni del fascicolo e dopo poche ore Guadagno era già stato indagato e perquisito. Dagli apparati elettronici a lui sequestrati è affiorato un mondo. La fotografia di quanto denunciato da Luca Palamara nel suo libro Il Sistema (firmato insieme con Alessandro Sallusti).
Grazie alle chat depositate agli atti emerge il modo in cui, tra il 2018 e il 2022, viene somministrata ai lettori la cronaca giudiziaria: giornalisti che si muovono in pool e raccolgono veline giudiziarie, investigatori, pm e cronisti che frequentano gli stessi ristoranti e le stesse feste, incontri in cui nascono coppie e si spacciano notizie. Uno dei trait d’union di questa rete è Guadagno che distribuisce carte e comande. I magistrati arrivano a indicare, in modo felpato, i bersagli e lui li comunica ai cronisti, che eseguono di buon grado. Una confusione di ruoli che non imbarazza, ma fortifica. Tutti insieme appassionatamente nel nome del Sistema. Ma veniamo alle carte. Guadagno, 59 anni, originario della Provincia di Caserta, ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi per rivelazione di segreto e accesso abusivo (reato che prevede pene da 3 a 8 anni) al Tiap (Trattamento informatizzato atti penali), il sistema informatico che consente di visionare tutte le carte dei procedimenti penali dall’inizio alla loro conclusione. Nella sentenza del 19 dicembre 2023, firmata dal giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei, si scopre che il funzionario avrebbe scaricato illecitamente circa 1.800 documenti in 34 diversi accessi: 282 documenti del cosiddetto fascicolo Sanitopoli (lo scandalo che ha azzoppato la carriera politica della governatrice dem Catiuscia Marini, considerata invisa al Pd centrale), ben 994 file dell’inchiesta su Luca Palamara, altri 264 (con accessi tra il 9 dicembre 2020 e il 7 luglio 2021) provenienti da due diversi fascicoli riguardanti l’esame di italiano farlocco del giocatore Luis Suarez, infine 259 documenti dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria. L'imputato, sebbene fosse dipendente della Procura e quindi in possesso delle credenziali per l’accesso lavorava in un ufficio e con mansioni che non gli davano né motivo né titolo per accedere ai procedimenti sopra indicati. La Procura ha ottenuto la condanna, come detto, anche per il reato di rivelazione di segreto, ma solo per due documenti consegnati ad Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano. Sebbene il giudice faccia notare in sentenza che «la notizia dell’archiviazione veniva poi ripresa, nei giorni successivi, da altri quotidiani, quali La Repubblica e il Corriere della sera, che rivelavano ulteriori particolari della vicenda». La Giubilei, a proposito della richiesta d’archiviazione per la fantomatica associazione segreta, fa presente che la «conoscenza» del documento «era al momento» dell’invio al cronista, «limitata alla Procura della Repubblica e all'Ufficio Gip». Guadagno è stato accusato anche di aver spedito, il 25 ottobre del 2021, al giornalista un manoscritto redatto da Piero Amara, sedicente membro dell’associazione segreta.
A fornire una delle prime prove contro Guadagno era stato un perito informatico, Luca Calzolari, a cui si era rivolto l’ex funzionario all’inizio delle indagini per chiedere di essere aiutato a cancellare eventuali prove contro di lui. Calzolari a verbale ha dichiarato: «Lui mi ha riferito che lo stesso giorno aveva subito una perquisizione d'urgenza dai carabinieri. Aggiungeva di essere preoccupato, in quanto aveva fatto una "cavolata". Affermava di aver preso un documento dall'archivio e di averlo girato dal computer dell'ufficio sulla sua posta elettronica personale di "Libero". Diceva di essere stato identificato, in quanto qualcuno aveva verificato gli accessi e si era reso conto che lui aveva realizzato quest'operazione. […] Ha affermato di aver inoltrato la mail con il documento dalla sua posta di "Libero" ad un suo amico sempre tramite lo smartphone. […] Raffaele ha aggiunto che l'amico era un giornalista del Fatto Quotidiano. Non ha fatto subito il nome. Ricordo che successivamente, sempre nel corso della conversazione, ha detto che tale amico si chiamava "Antonio Massari"». Lo stesso che in questi giorni sta facendo una campagna a favore dei colleghi di Domani. La versione di Calzolari si conclude così: «Lui voleva essere sicuro che la mail che aveva inoltrato al giornalista non potesse essere più recuperata. Io gli dicevo che non potevo dargli una risposta sicura». Il giorno dopo il perito, compresa la gravità della situazione, grazie alla lettura dei giornali, si presentò in Procura per consegnare il cellulare del cancelliere.
Alla fine Guadagno ha patteggiato la rivelazione a favore di Massari, mentre quest’ultimo, dopo essersi avvalso del segreto professionale, è stato archiviato. Secondo la Procura non v’è certezza che fosse a conoscenza della provenienza illecita delle carte che chiedeva e otteneva. E la richiesta di archiviazione su Ungheria era già parzialmente pubblica. Probabilmente anche per tutti gli altri file scaricati è stato fatto lo stesso ragionamento. Per questo nella rete dei pm è rimasto intrappolato solo Guadagno. Il quale, forse, un giorno, racconterà la propria storia in uno dei suoi amati libri. Dalla chat tra Massari e Guadagno emerge un rapporto di fraterna amicizia e collaborazione risalente quantomeno al 30 settembre 2017. Un dialogo che si apre, significativamente, con la frase di Massari: «A Perugia ‘ste carte non ci stanno»; per terminare l’8 luglio 2022, tre giorni prima che il cellulare del cancelliere venisse sequestrato. Si tratta di un rapporto proficuo per entrambi poiché Massari presenta e recensisce positivamente i libri pubblicati da Guadagno su vicende giudiziarie trattate dagli uffici giudiziari di Perugia, in particolare sull’omicidio di Mino Pecorelli e sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi. L’allora dipendente della Procura mette a disposizione del cronista le sue competenze nella ricerca degli atti di interesse e fornisce suggerimenti. Per esempio dopo aver letto un pezzo di Massari sulla sentenza sul presunto sequestro di Alma Shalabayeva, scrive: «Mancano tante cose non ancora dette». Il 12 giugno 2021 il cancelliere invia al cronista i verbali con le dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti, uno degli indagati nel caso Palamara e aggiunge: «Oramai sono arrivato tardi…ma ecco qua». Risposta: «Grazie mille Raffaele sei un amico… spero di rivederti presto… forse torno la prossima settimana». A questo punto Guadagno marca stretto Massari per ottenere un articolo sul suo libro su Adinolfi. Per ingolosirlo sul punto gli ricorda che il giudice stava indagando sull’Eni, prima di sparire («E non dimenticare Eni in Adinolfi…»). La società petrolifera è infatti uno dei pallini del cronista. Nella primavera del 2021 i giornali pubblicano la notizia dell’inchiesta sulla diffusione illecita dei verbali della Loggia Ungheria da parte di Pier Camillo Davigo.
Massari è un teste chiave presso la Procura di Milano. Il 21 giugno il cancelliere viene a sapere che l’amico è nel capoluogo meneghino e, in modo ironico, essendo una fonte del giornalista, la butta lì: «A Milano… mi devo preoccupare?» scrive, aggiungendo l’emoticon di una faccina che ride. Ma il cronista lo rassicura: «Ahahah no con me sai che si può stare sempre tranquilli». Il 21 ottobre il cronista scrive: «Oggi è uscito pezzo su verbali Ungheria». È intitolato «Amara, i verbali usciti 2 mesi prima che li ricevesse Davigo». Il cancelliere coglie il succo dell’articolo: «Davigo ti dovrà essere grato». «Boh. Dipende da quello che trovo» è la replica del giornalista. Guadagno informa l’interlocutore: «Io ora vedo Gemma Miliani e poi ti dico». La Miliani era uno dei pubblici ministeri che si occupava del procedimento su Ungheria, anche lei il rapporti di amicizia con il funzionario. Il 25 ottobre Massari inoltra un articolo di Dagospia che riprende un servizio della Verità che contesta, usando il buon senso, la ricostruzione del Fatto sulla diffusione dei verbali e fa questo commento: «Comunque è partita la controffensiva Eni». Il 9 maggio 2022 Guadagno anticipa a Massari la chiusura dell’inchiesta sulla Loggia: «Oltre 150 pagine per motivare una richiesta di archiviazione». La Polizia postale, nella sua informativa di fine novembre 2022, aveva individuato molti altri beneficiari della generosità di Guadagno.
Le indagini avrebbero accertato che gli accessi abusivi erano stati effettuati «al fine di divulgare in maniera sistematica ai giornalisti, o, comunque a terze persone, atti giudiziari, informative, atti di polizia giudiziaria correlati a procedimenti penali potenzialmente interessanti dal punto di vista mediatico». Il documento indica anche altre possibili fonti di raccolta di informazioni oltre al Tiap: «Un primo approfondito esame, evidenzia tracce di acquisizione di atti di interesse anche tramite scatti fotografici all'interno di luoghi chiusi o l'ottenimento di atti provenienti da altre Procure». Gli investigatori tornano sulla questione del circolino di Perugia: «Come già accennato il coinvolgimento dell'indagato all'interno di un sistema di illecita divulgazione, non appare per nulla occasionale, ma anzi è ben strutturato e le sue fondamenta risalgono indietro negli anni». Il documento prosegue: «Il rapporto, "amicale" con i vari addetti alle testate giornalistiche consente all'indagato di procedere con notevole disinvoltura nella gestione delle "notizie interessanti", fornendo, così un "servizio" efficiente e affidabile». Le indagini hanno permesso agli uomini della Polizia postale di inserire «le azioni illecite compiute nell'alveo della sistematicità e abitudine». Infatti «lo scambio di informazioni "riservate" con i giornalisti, risale almeno all'anno 2018» e vedrebbe l’indagato come soggetto «attivo e propositivo». L’informativa precisa anche che «grazie alle conversazioni rinvenute nella chat di Whatsapp si sono potuti ricostruire i rapporti tra Raffaele Guadagno e il modo dell'informazione, comprendendo, seppur parzialmente, il legame anche di natura "amicale" che lega l'indagato con alcuni di essi». Gli esperti della Polizia individuano come beneficiari delle informazioni dieci giornalisti, che non sappiamo se siano mai stati indagati. Oltre a Massari sono citati Alvaro Fiorucci, Claudio Sebastiani, Davide Vecchi, Erika Pontini, Gianluca Zanella, Guido Ruotolo, Italo Carmagnani, Angela Rotini e Sandro Ruotolo, attuale responsabile della comunicazione del Pd. Il cortocircuito è particolarmente chiaro nel caso Palamara. Di questo fascicolo, dal 31 maggio 2019, dopo la perquisizione e l’interrogatorio dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, al 23 agosto 2021, sono stati scaricati 994 documenti. Molti accessi sono avvenuti anche il 4, 7, 10 e 14 giugno 2019, quando sui quotidiani fioccavano le esclusive e le rivelazioni di segreto. Poi la raccolta è ripartita tra aprile e maggio 2020 con nove accessi, in gran parte finalizzati, con ogni probabilità a scaricare le chat di Palamara. Ma, come detto, nessuna Procura ha dimostrato che quelle ricerche fossero finalizzate alla pubblicazione, nonostante il collegamento diretto tra giornalisti e cancelliere. Una delle poche prove certe di divulgazione di documenti che riguardavano Palamara è rappresentata dalla spedizione di una mail da parte di Guadagno all’allora senatore del Pd Sandro Ruotolo della messaggistica di Palamara. La missiva conteneva alcuni file e la promessa dell’invio del materiale restante in serata. In questo caso, però, le conversazioni dell’ex pm non erano più coperte da segreto e La Verità le stava pubblicando a puntate. Il problema è che erano nella disponibilità di pochissime persone: gli indagati, la Procura e il giudice. Sarà per questo che il parlamentare ha avuto bisogno dell’ex cancelliere campano. Resta da capire perché un politico dei dem abbia chiesto a Guadagno quelle carte. A chi servivano? Ai vertici del partito? A colleghi giornalisti di Ruotolo (che nel frattempo però era diventato responsabile comunicazione del Pd)? A magistrati in rapporti con l’ex cronista, interessati a sapere se in quelle chat fossero finiti pure loro? Nel fascicolo si trova anche la breve chat tra il senatore e l’allora funzionario. «Buongiorno Sandro, sono Raffaele Guadagno ti ho appena inviato un mail» scrive Guadagno il 26 luglio 2021. Il politico pare sorpreso: «Ma cos’è?». Guadagno: «Tutta la chat di Whatsapp del suo telefono...». Ruotolo: «Di cosa?». Guadagno: «Palamara. Ma forse non hai capito chi sono? L’amico di Guido...». Di fronte a questo messaggio Ruotolo sembra comprendere: «Ok». Il riferimento è al fratello gemello di Sandro, Guido, il quale aveva scritto a Guadagno due giorni prima questo messaggio: «Ti faccio chiamare da Sandro che va trovando Palamara». Anche se non è chiaro a che titolo lo facesse. Oggi, però, il giornalista-politico si è schierato in modo netto a favore dei cronisti indagati a Perugia per accesso abusivo e rivelazione di segreto a Perugia. Assolvendo così anche sé stesso: «Tre giornalisti del Domani sono accusati di aver utilizzato carte ottenute da fonti giudiziarie per scrivere i loro articoli. Se il finanziere era la loro fonte e ha commesso un reato lo deciderà la magistratura perugina. Resta il fatto che le notizie pubblicate dai cronisti erano vere e quindi hanno fatto solo il loro dovere di informare l’opinione pubblica».
Il nostro scoop riapre la strage di Brescia
Lo scoop della Verità sull’ufficiale dei carabinieri (ora indagato a Roma) accusato di aver inviato materiale erotico non richiesto a una donna, inizialmente convocata come testimone, sta per entrare nel nuovo processo sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia. La difesa di Roberto Zorzi chiederà, infatti, di sentire Donatella Di Rosa, la persona che ha querelato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo, consulente della Procura di Brescia nelle nuove indagini sullo scoppio della bomba che mezzo secolo fa provocò dieci morti e un centinaio di feriti. La donna conosciuta negli anni Novanta come «Lady Golpe», presunta vittima di un corteggiamento «morboso» da parte dell’ufficiale, frequentava all’epoca della strage ambienti di estrema destra. Giraudo è un militare controverso. Ci sono pm che lo amano a dismisura e altri che detestano i suoi metodi. Per esempio, dopo che aveva provato a far riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana a Milano con un’informativa di reato ispirata a un libro che ipotizzava una saldatura tra anarchici e neofascisti nella vicenda. Il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo definisce le sue annotazioni «atipiche relazioni di servizio, prive di valore processuale, ove si sintetizzano colloqui intercorsi con vari personaggi, al di fuori di qualsiasi verbale, con osservazioni che riguardano persino gli stati d’animo di qualche interlocutore». E conclude: «Si tratta, però, di modalità di conduzione delle indagini che quest’ufficio non apprezza».
Anche l’ex procuratore aggiunto Armando Spataro boccia il modus operandi di Giraudo con parole dure. Ma, come detto, all’ufficiale non mancano i fan tra le toghe, in particolare tra quelli che operano nelle Direzioni distrettuali antimafia o nelle commissioni parlamentari, come quella sul delitto di Aldo Moro o quella Antimafia, dove ricopre tuttora il ruolo di consulente. Su Radio Radicale, digitando il suo nome, si trovano 88 file con le sue testimonianze in processi che vanno dalla Strage di Bologna, alla Trattativa Stato mafia, da Sistemi criminali (un processo che ipotizzava una saldatura tra mafia, massoneria e terrorismo nero) al processo sull’esplosione di Argo16, un Dc3 utilizzato negli anni Settanta dai nostri servizi segreti per operazioni sotto copertura. In questo caso, una sua informativa, raccontava i rapporti tra la Piovra di Alcamo, la zona di Matteo Messina Denaro, e la struttura Gladio. Ma se sue ricostruzioni un po’ complottiste non piacciono a molti magistrati, altri le trovano brillanti. Lui, classe 1963, in un’aula di giustizia si è presentato così: «Sono il colonnello Massimo Giraudo dei carabinieri. Attualmente in servizio presso la divisione Unità mobili e specializzate Palidoro di Roma, con incarichi speciali. Questi incarichi speciali sono incarichi di polizia giudiziaria nel senso che lavoro alle dipendenze della Procura della Repubblica di Brescia sul procedimento penale della strage di piazza della Loggia il cosiddetto Brescia quater. E prima di allora mi sono sempre quasi esclusivamente occupato di terrorismo di estrema destra lavorando con diverse autorità giudiziarie quindi dalla strage dell’Italicus, della strage di Bologna, della strage di piazza Fontana e la mia attività nel settore del terrorismo e proprio iniziata a Bologna perché ero ufficiale addetto alla sezione anticrimine di Bologna».
Per un periodo ha lavorato per i carabinieri del Ros, poi è entrato nel Sisde (oggi Aisi), quindi ha perso il Nos, il Nullaosta di sicurezza, per colpa dei rapporti considerati troppo stretti con una agente della Cia. Per questo è stato distaccato alla Palidoro. Ma da qui ha continuato a fare l’investigatore alle dirette dipendenze dei magistrati, a partire da quelli Brescia e Palermo, da Roberto Scarpinato, a Teresi, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il suo grande nemico è l’ex generale del Ros Mario Mori, che accusò nel processo Trattativa di aver istituito un protocollo fantasma per la gestione di alcune fonti, una specie di servizio parallelo. Giraudo è convinto che Mori, che negli anni Settanta venne allontanato dai servizi segreti di allora per motivi non chiari, avrebbe avuto un qualche ruolo nel periodo delle stragi, come avrebbero provato a dimostrare i pm di Padova durante l’inchiesta sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista). E ancora oggi Giraudo, anche con la Di Rosa, avrebbe continuato a fare domande su Mori. A Brescia, come detto, il colonnello è stato consulente di primo piano e «motore» delle indagini che hanno portato a individuare in Zorzi e Marco Toffaloni (all’epoca dei fatti minorenne e quindi giudicato in un procedimento separato) i due presunti esecutori della strage. La difesa di Zorzi, rappresentato da Stefano Casali ed Edoardo Lana, già durante l’udienza preliminare, aveva criticato davanti al gup di Brescia come fossero state svolte indagini da parte di Giraudo facendo anche riferimento alle precedenti critiche arrivate da D’Arcangelo. In particolare, la difesa intende chiedere alla Di Rosa i dettagli relativi al rapporto intercorso durante le indagini con l’ufficiale, per chiarire un passaggio della denuncia riportata al nostro giornale: «Scopro che quanto aveva detto a me di dire, una teste lo sta dicendo in un processo (quello di piazza della Loggia)». Probabilmente si tratta della supertestimone, sentita durante le indagini che hanno portato al nuovo processo 40 volte, una serie di interrogatori durata anni, condensati in centinaia di pagine di atti.
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Per anni attiva una rete attorno al cancelliere Raffaele Guadagno che poteva contare su un circuito di giudiziaristi, pm e investigatori. Materiale contestato anche al dem Guido Ruotolo.Dopo l’articolo della «Verità» i difensori di uno degli imputati per la bomba di piazza della Loggia chiederanno la deposizione di «Lady Golpe». I legali vogliono fare chiarezza sulle modalità con cui il colonnello Massimo Giraudo ha raccolto le dichiarazioni di una teste.Lo speciale contiene due articoli. Il mondo della politica e quello dei media sono sovreccitati per l’inchiesta della Procura di Perugia sugli accessi abusivi a banche dati riservate effettuati da un finanziere, ritenuto infedele, su mandato dei giornalisti di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Non ha avuto lo stesso risalto un’indagine, sempre degli inquirenti umbri, su un’altra clamorosa fuga di notizie avvenuta proprio nel palazzo di giustizia di Perugia. Solo che qui i giornalisti coinvolti erano molto più numerosi e importanti. La differenza l’ha fatta proprio questo. E anche il fatto che l’imputato, un «cancelliere esperto» della Procura, ha patteggiato ed è andato in pensione, sostanzialmente prendendosi tutte le colpe. In pratica lui avrebbe scaricato carte riservate, poi finite sui giornali, per sua scelta, forse per entrare nel circuito dei giornali che contano. Raffaele Guadagno, questo il nome del funzionario sotto accusa, ha infatti la passione della scrittura e ha realizzato diversi libri che sono stati presentati da toghe di grido e firme eccellenti. Alcune di queste hanno anche cofirmato i tomi o vergato prefazioni. Guadagno, che per anni ha svolto il ruolo di collettore di notizie per decine di giornalisti, è stato pizzicato quando sulle pagine del Fatto Quotidiano è uscita in anteprima la richiesta di archiviazione sulla loggia Ungheria firmata dal procuratore Raffale Cantone. Quest’ultimo ha immediatamente chiesto di verificare le interrogazioni del fascicolo e dopo poche ore Guadagno era già stato indagato e perquisito. Dagli apparati elettronici a lui sequestrati è affiorato un mondo. La fotografia di quanto denunciato da Luca Palamara nel suo libro Il Sistema (firmato insieme con Alessandro Sallusti). Grazie alle chat depositate agli atti emerge il modo in cui, tra il 2018 e il 2022, viene somministrata ai lettori la cronaca giudiziaria: giornalisti che si muovono in pool e raccolgono veline giudiziarie, investigatori, pm e cronisti che frequentano gli stessi ristoranti e le stesse feste, incontri in cui nascono coppie e si spacciano notizie. Uno dei trait d’union di questa rete è Guadagno che distribuisce carte e comande. I magistrati arrivano a indicare, in modo felpato, i bersagli e lui li comunica ai cronisti, che eseguono di buon grado. Una confusione di ruoli che non imbarazza, ma fortifica. Tutti insieme appassionatamente nel nome del Sistema. Ma veniamo alle carte. Guadagno, 59 anni, originario della Provincia di Caserta, ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi per rivelazione di segreto e accesso abusivo (reato che prevede pene da 3 a 8 anni) al Tiap (Trattamento informatizzato atti penali), il sistema informatico che consente di visionare tutte le carte dei procedimenti penali dall’inizio alla loro conclusione. Nella sentenza del 19 dicembre 2023, firmata dal giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei, si scopre che il funzionario avrebbe scaricato illecitamente circa 1.800 documenti in 34 diversi accessi: 282 documenti del cosiddetto fascicolo Sanitopoli (lo scandalo che ha azzoppato la carriera politica della governatrice dem Catiuscia Marini, considerata invisa al Pd centrale), ben 994 file dell’inchiesta su Luca Palamara, altri 264 (con accessi tra il 9 dicembre 2020 e il 7 luglio 2021) provenienti da due diversi fascicoli riguardanti l’esame di italiano farlocco del giocatore Luis Suarez, infine 259 documenti dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria. L'imputato, sebbene fosse dipendente della Procura e quindi in possesso delle credenziali per l’accesso lavorava in un ufficio e con mansioni che non gli davano né motivo né titolo per accedere ai procedimenti sopra indicati. La Procura ha ottenuto la condanna, come detto, anche per il reato di rivelazione di segreto, ma solo per due documenti consegnati ad Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano. Sebbene il giudice faccia notare in sentenza che «la notizia dell’archiviazione veniva poi ripresa, nei giorni successivi, da altri quotidiani, quali La Repubblica e il Corriere della sera, che rivelavano ulteriori particolari della vicenda». La Giubilei, a proposito della richiesta d’archiviazione per la fantomatica associazione segreta, fa presente che la «conoscenza» del documento «era al momento» dell’invio al cronista, «limitata alla Procura della Repubblica e all'Ufficio Gip». Guadagno è stato accusato anche di aver spedito, il 25 ottobre del 2021, al giornalista un manoscritto redatto da Piero Amara, sedicente membro dell’associazione segreta. A fornire una delle prime prove contro Guadagno era stato un perito informatico, Luca Calzolari, a cui si era rivolto l’ex funzionario all’inizio delle indagini per chiedere di essere aiutato a cancellare eventuali prove contro di lui. Calzolari a verbale ha dichiarato: «Lui mi ha riferito che lo stesso giorno aveva subito una perquisizione d'urgenza dai carabinieri. Aggiungeva di essere preoccupato, in quanto aveva fatto una "cavolata". Affermava di aver preso un documento dall'archivio e di averlo girato dal computer dell'ufficio sulla sua posta elettronica personale di "Libero". Diceva di essere stato identificato, in quanto qualcuno aveva verificato gli accessi e si era reso conto che lui aveva realizzato quest'operazione. […] Ha affermato di aver inoltrato la mail con il documento dalla sua posta di "Libero" ad un suo amico sempre tramite lo smartphone. […] Raffaele ha aggiunto che l'amico era un giornalista del Fatto Quotidiano. Non ha fatto subito il nome. Ricordo che successivamente, sempre nel corso della conversazione, ha detto che tale amico si chiamava "Antonio Massari"». Lo stesso che in questi giorni sta facendo una campagna a favore dei colleghi di Domani. La versione di Calzolari si conclude così: «Lui voleva essere sicuro che la mail che aveva inoltrato al giornalista non potesse essere più recuperata. Io gli dicevo che non potevo dargli una risposta sicura». Il giorno dopo il perito, compresa la gravità della situazione, grazie alla lettura dei giornali, si presentò in Procura per consegnare il cellulare del cancelliere. Alla fine Guadagno ha patteggiato la rivelazione a favore di Massari, mentre quest’ultimo, dopo essersi avvalso del segreto professionale, è stato archiviato. Secondo la Procura non v’è certezza che fosse a conoscenza della provenienza illecita delle carte che chiedeva e otteneva. E la richiesta di archiviazione su Ungheria era già parzialmente pubblica. Probabilmente anche per tutti gli altri file scaricati è stato fatto lo stesso ragionamento. Per questo nella rete dei pm è rimasto intrappolato solo Guadagno. Il quale, forse, un giorno, racconterà la propria storia in uno dei suoi amati libri. Dalla chat tra Massari e Guadagno emerge un rapporto di fraterna amicizia e collaborazione risalente quantomeno al 30 settembre 2017. Un dialogo che si apre, significativamente, con la frase di Massari: «A Perugia ‘ste carte non ci stanno»; per terminare l’8 luglio 2022, tre giorni prima che il cellulare del cancelliere venisse sequestrato. Si tratta di un rapporto proficuo per entrambi poiché Massari presenta e recensisce positivamente i libri pubblicati da Guadagno su vicende giudiziarie trattate dagli uffici giudiziari di Perugia, in particolare sull’omicidio di Mino Pecorelli e sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi. L’allora dipendente della Procura mette a disposizione del cronista le sue competenze nella ricerca degli atti di interesse e fornisce suggerimenti. Per esempio dopo aver letto un pezzo di Massari sulla sentenza sul presunto sequestro di Alma Shalabayeva, scrive: «Mancano tante cose non ancora dette». Il 12 giugno 2021 il cancelliere invia al cronista i verbali con le dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti, uno degli indagati nel caso Palamara e aggiunge: «Oramai sono arrivato tardi…ma ecco qua». Risposta: «Grazie mille Raffaele sei un amico… spero di rivederti presto… forse torno la prossima settimana». A questo punto Guadagno marca stretto Massari per ottenere un articolo sul suo libro su Adinolfi. Per ingolosirlo sul punto gli ricorda che il giudice stava indagando sull’Eni, prima di sparire («E non dimenticare Eni in Adinolfi…»). La società petrolifera è infatti uno dei pallini del cronista. Nella primavera del 2021 i giornali pubblicano la notizia dell’inchiesta sulla diffusione illecita dei verbali della Loggia Ungheria da parte di Pier Camillo Davigo. Massari è un teste chiave presso la Procura di Milano. Il 21 giugno il cancelliere viene a sapere che l’amico è nel capoluogo meneghino e, in modo ironico, essendo una fonte del giornalista, la butta lì: «A Milano… mi devo preoccupare?» scrive, aggiungendo l’emoticon di una faccina che ride. Ma il cronista lo rassicura: «Ahahah no con me sai che si può stare sempre tranquilli». Il 21 ottobre il cronista scrive: «Oggi è uscito pezzo su verbali Ungheria». È intitolato «Amara, i verbali usciti 2 mesi prima che li ricevesse Davigo». Il cancelliere coglie il succo dell’articolo: «Davigo ti dovrà essere grato». «Boh. Dipende da quello che trovo» è la replica del giornalista. Guadagno informa l’interlocutore: «Io ora vedo Gemma Miliani e poi ti dico». La Miliani era uno dei pubblici ministeri che si occupava del procedimento su Ungheria, anche lei il rapporti di amicizia con il funzionario. Il 25 ottobre Massari inoltra un articolo di Dagospia che riprende un servizio della Verità che contesta, usando il buon senso, la ricostruzione del Fatto sulla diffusione dei verbali e fa questo commento: «Comunque è partita la controffensiva Eni». Il 9 maggio 2022 Guadagno anticipa a Massari la chiusura dell’inchiesta sulla Loggia: «Oltre 150 pagine per motivare una richiesta di archiviazione». La Polizia postale, nella sua informativa di fine novembre 2022, aveva individuato molti altri beneficiari della generosità di Guadagno. Le indagini avrebbero accertato che gli accessi abusivi erano stati effettuati «al fine di divulgare in maniera sistematica ai giornalisti, o, comunque a terze persone, atti giudiziari, informative, atti di polizia giudiziaria correlati a procedimenti penali potenzialmente interessanti dal punto di vista mediatico». Il documento indica anche altre possibili fonti di raccolta di informazioni oltre al Tiap: «Un primo approfondito esame, evidenzia tracce di acquisizione di atti di interesse anche tramite scatti fotografici all'interno di luoghi chiusi o l'ottenimento di atti provenienti da altre Procure». Gli investigatori tornano sulla questione del circolino di Perugia: «Come già accennato il coinvolgimento dell'indagato all'interno di un sistema di illecita divulgazione, non appare per nulla occasionale, ma anzi è ben strutturato e le sue fondamenta risalgono indietro negli anni». Il documento prosegue: «Il rapporto, "amicale" con i vari addetti alle testate giornalistiche consente all'indagato di procedere con notevole disinvoltura nella gestione delle "notizie interessanti", fornendo, così un "servizio" efficiente e affidabile». Le indagini hanno permesso agli uomini della Polizia postale di inserire «le azioni illecite compiute nell'alveo della sistematicità e abitudine». Infatti «lo scambio di informazioni "riservate" con i giornalisti, risale almeno all'anno 2018» e vedrebbe l’indagato come soggetto «attivo e propositivo». L’informativa precisa anche che «grazie alle conversazioni rinvenute nella chat di Whatsapp si sono potuti ricostruire i rapporti tra Raffaele Guadagno e il modo dell'informazione, comprendendo, seppur parzialmente, il legame anche di natura "amicale" che lega l'indagato con alcuni di essi». Gli esperti della Polizia individuano come beneficiari delle informazioni dieci giornalisti, che non sappiamo se siano mai stati indagati. Oltre a Massari sono citati Alvaro Fiorucci, Claudio Sebastiani, Davide Vecchi, Erika Pontini, Gianluca Zanella, Guido Ruotolo, Italo Carmagnani, Angela Rotini e Sandro Ruotolo, attuale responsabile della comunicazione del Pd. Il cortocircuito è particolarmente chiaro nel caso Palamara. Di questo fascicolo, dal 31 maggio 2019, dopo la perquisizione e l’interrogatorio dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, al 23 agosto 2021, sono stati scaricati 994 documenti. Molti accessi sono avvenuti anche il 4, 7, 10 e 14 giugno 2019, quando sui quotidiani fioccavano le esclusive e le rivelazioni di segreto. Poi la raccolta è ripartita tra aprile e maggio 2020 con nove accessi, in gran parte finalizzati, con ogni probabilità a scaricare le chat di Palamara. Ma, come detto, nessuna Procura ha dimostrato che quelle ricerche fossero finalizzate alla pubblicazione, nonostante il collegamento diretto tra giornalisti e cancelliere. Una delle poche prove certe di divulgazione di documenti che riguardavano Palamara è rappresentata dalla spedizione di una mail da parte di Guadagno all’allora senatore del Pd Sandro Ruotolo della messaggistica di Palamara. La missiva conteneva alcuni file e la promessa dell’invio del materiale restante in serata. In questo caso, però, le conversazioni dell’ex pm non erano più coperte da segreto e La Verità le stava pubblicando a puntate. Il problema è che erano nella disponibilità di pochissime persone: gli indagati, la Procura e il giudice. Sarà per questo che il parlamentare ha avuto bisogno dell’ex cancelliere campano. Resta da capire perché un politico dei dem abbia chiesto a Guadagno quelle carte. A chi servivano? Ai vertici del partito? A colleghi giornalisti di Ruotolo (che nel frattempo però era diventato responsabile comunicazione del Pd)? A magistrati in rapporti con l’ex cronista, interessati a sapere se in quelle chat fossero finiti pure loro? Nel fascicolo si trova anche la breve chat tra il senatore e l’allora funzionario. «Buongiorno Sandro, sono Raffaele Guadagno ti ho appena inviato un mail» scrive Guadagno il 26 luglio 2021. Il politico pare sorpreso: «Ma cos’è?». Guadagno: «Tutta la chat di Whatsapp del suo telefono...». Ruotolo: «Di cosa?». Guadagno: «Palamara. Ma forse non hai capito chi sono? L’amico di Guido...». Di fronte a questo messaggio Ruotolo sembra comprendere: «Ok». Il riferimento è al fratello gemello di Sandro, Guido, il quale aveva scritto a Guadagno due giorni prima questo messaggio: «Ti faccio chiamare da Sandro che va trovando Palamara». Anche se non è chiaro a che titolo lo facesse. Oggi, però, il giornalista-politico si è schierato in modo netto a favore dei cronisti indagati a Perugia per accesso abusivo e rivelazione di segreto a Perugia. Assolvendo così anche sé stesso: «Tre giornalisti del Domani sono accusati di aver utilizzato carte ottenute da fonti giudiziarie per scrivere i loro articoli. Se il finanziere era la loro fonte e ha commesso un reato lo deciderà la magistratura perugina. Resta il fatto che le notizie pubblicate dai cronisti erano vere e quindi hanno fatto solo il loro dovere di informare l’opinione pubblica».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dossieraggio-perugia-guadagno-2667436295.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nostro-scoop-riapre-la-strage-di-brescia" data-post-id="2667436295" data-published-at="1709673392" data-use-pagination="False"> Il nostro scoop riapre la strage di Brescia Lo scoop della Verità sull’ufficiale dei carabinieri (ora indagato a Roma) accusato di aver inviato materiale erotico non richiesto a una donna, inizialmente convocata come testimone, sta per entrare nel nuovo processo sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia. La difesa di Roberto Zorzi chiederà, infatti, di sentire Donatella Di Rosa, la persona che ha querelato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo, consulente della Procura di Brescia nelle nuove indagini sullo scoppio della bomba che mezzo secolo fa provocò dieci morti e un centinaio di feriti. La donna conosciuta negli anni Novanta come «Lady Golpe», presunta vittima di un corteggiamento «morboso» da parte dell’ufficiale, frequentava all’epoca della strage ambienti di estrema destra. Giraudo è un militare controverso. Ci sono pm che lo amano a dismisura e altri che detestano i suoi metodi. Per esempio, dopo che aveva provato a far riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana a Milano con un’informativa di reato ispirata a un libro che ipotizzava una saldatura tra anarchici e neofascisti nella vicenda. Il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo definisce le sue annotazioni «atipiche relazioni di servizio, prive di valore processuale, ove si sintetizzano colloqui intercorsi con vari personaggi, al di fuori di qualsiasi verbale, con osservazioni che riguardano persino gli stati d’animo di qualche interlocutore». E conclude: «Si tratta, però, di modalità di conduzione delle indagini che quest’ufficio non apprezza». Anche l’ex procuratore aggiunto Armando Spataro boccia il modus operandi di Giraudo con parole dure. Ma, come detto, all’ufficiale non mancano i fan tra le toghe, in particolare tra quelli che operano nelle Direzioni distrettuali antimafia o nelle commissioni parlamentari, come quella sul delitto di Aldo Moro o quella Antimafia, dove ricopre tuttora il ruolo di consulente. Su Radio Radicale, digitando il suo nome, si trovano 88 file con le sue testimonianze in processi che vanno dalla Strage di Bologna, alla Trattativa Stato mafia, da Sistemi criminali (un processo che ipotizzava una saldatura tra mafia, massoneria e terrorismo nero) al processo sull’esplosione di Argo16, un Dc3 utilizzato negli anni Settanta dai nostri servizi segreti per operazioni sotto copertura. In questo caso, una sua informativa, raccontava i rapporti tra la Piovra di Alcamo, la zona di Matteo Messina Denaro, e la struttura Gladio. Ma se sue ricostruzioni un po’ complottiste non piacciono a molti magistrati, altri le trovano brillanti. Lui, classe 1963, in un’aula di giustizia si è presentato così: «Sono il colonnello Massimo Giraudo dei carabinieri. Attualmente in servizio presso la divisione Unità mobili e specializzate Palidoro di Roma, con incarichi speciali. Questi incarichi speciali sono incarichi di polizia giudiziaria nel senso che lavoro alle dipendenze della Procura della Repubblica di Brescia sul procedimento penale della strage di piazza della Loggia il cosiddetto Brescia quater. E prima di allora mi sono sempre quasi esclusivamente occupato di terrorismo di estrema destra lavorando con diverse autorità giudiziarie quindi dalla strage dell’Italicus, della strage di Bologna, della strage di piazza Fontana e la mia attività nel settore del terrorismo e proprio iniziata a Bologna perché ero ufficiale addetto alla sezione anticrimine di Bologna». Per un periodo ha lavorato per i carabinieri del Ros, poi è entrato nel Sisde (oggi Aisi), quindi ha perso il Nos, il Nullaosta di sicurezza, per colpa dei rapporti considerati troppo stretti con una agente della Cia. Per questo è stato distaccato alla Palidoro. Ma da qui ha continuato a fare l’investigatore alle dirette dipendenze dei magistrati, a partire da quelli Brescia e Palermo, da Roberto Scarpinato, a Teresi, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il suo grande nemico è l’ex generale del Ros Mario Mori, che accusò nel processo Trattativa di aver istituito un protocollo fantasma per la gestione di alcune fonti, una specie di servizio parallelo. Giraudo è convinto che Mori, che negli anni Settanta venne allontanato dai servizi segreti di allora per motivi non chiari, avrebbe avuto un qualche ruolo nel periodo delle stragi, come avrebbero provato a dimostrare i pm di Padova durante l’inchiesta sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista). E ancora oggi Giraudo, anche con la Di Rosa, avrebbe continuato a fare domande su Mori. A Brescia, come detto, il colonnello è stato consulente di primo piano e «motore» delle indagini che hanno portato a individuare in Zorzi e Marco Toffaloni (all’epoca dei fatti minorenne e quindi giudicato in un procedimento separato) i due presunti esecutori della strage. La difesa di Zorzi, rappresentato da Stefano Casali ed Edoardo Lana, già durante l’udienza preliminare, aveva criticato davanti al gup di Brescia come fossero state svolte indagini da parte di Giraudo facendo anche riferimento alle precedenti critiche arrivate da D’Arcangelo. In particolare, la difesa intende chiedere alla Di Rosa i dettagli relativi al rapporto intercorso durante le indagini con l’ufficiale, per chiarire un passaggio della denuncia riportata al nostro giornale: «Scopro che quanto aveva detto a me di dire, una teste lo sta dicendo in un processo (quello di piazza della Loggia)». Probabilmente si tratta della supertestimone, sentita durante le indagini che hanno portato al nuovo processo 40 volte, una serie di interrogatori durata anni, condensati in centinaia di pagine di atti.
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Un dato che va naturalmente preso con le molle, ma che riflette non solo il trend in crescita che anche altri istituti segnalano per Vannacci, ma anche il solido dato di realtà costituito dalle tante adesioni a Fn in ogni parte d’Italia.
Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8% (+0,1); crescono il Pd (22,2%,+0,5), Forza Italia (8,2%,+0,4) e Alleanza Verdi Sinistra (6,8%,+0,4). Vistoso il calo del M5s (12,1%,-1,4). Azione è al 3,1%(-0,1) e Italia Viva al 2,1 (-0,1). Il Partito Liberaldemocratico è stabile all’1,2%, , Ora! all’1,1%, +Europa all’1% e Noi Moderati allo 0,9%. Di corto muso, direbbe Massimiliano Allegri, ma il sorpasso c’è, e viene celebrato sulla pagina Fb di Futuro nazionale: «Dovevano essere una parentesi», recita il post, «dovevano essere folklore. Dovevamo essere il partito personale destinato a sparire. E invece Futuro nazionale cresce ancora e, secondo il sondaggio Youtrend per Sky Tg24, raggiunge il 5,9% e supera la Lega. Un risultato che non nasce nei salotti televisivi, ma nelle piazze, nei territori, tra la gente che non si rassegna alla solita politica, ai giochi di palazzo e ai compromessi al ribasso. Che c’è un popolo che vuole identità, coraggio, sovranità, sicurezza, libertà di parola e difesa degli interessi nazionali. Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo». «Le cose stanno andando secondo i piani», commenta Vannacci a La Presse, «molto bene. Ma i veri sondaggi rimangono quelli fatti tra la gente e in mezzo alla strada. Noi non ci occupiamo delle dinamiche degli altri partiti e di quanto dicano i loro esponenti ma lavoriamo solo affinché Futuro nazionale cresca e per il bene dell’Italia e degli italiani». E nel frattempo rispunta un video del 2025 in cui il generale si dichiara pronto per Palazzo Chigi: «Se l’elettorato lo vorrà, io certamente non mi tiro indietro».
Lucida come sempre l’analisi dell’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato della Lega che ha aderito a Futuro nazionale: «Attenzione», dice Rinaldi alla Verità, «perché i sondaggi sono voti virtuali, i voti reali sono un’altra cosa. Il fatto che ci sia attenzione su Futuro nazionale sicuramente premia i nostri sforzi. Penso che il nostro bacino sia anche l’astensione e da questi dati si evince anche un’erosione del M5s. Ci sono dei delusi anche lì dalle promesse andate al vento. Il centrodestra dovrebbe essere contento se noi riusciamo a recuperare voti che loro non riescono a intercettare».
Non si scompone il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo: «Siamo un po’ stanchi», commenta Romeo, «tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini. Stiamo facendo bene nel campo della sicurezza e i rimpatri dal 2023 ad oggi sono più di 20.000. Le norme che abbiamo voluto nei decreti sicurezza sul contrasto ai maranza stanno dando i loro frutti», aggiunge Romeo, «il nuovo regolamento europeo sui migranti dà ragione al fatto che bisogna essere più rapidi e più veloci sulle espulsioni, come ha voluto la Lega nell’ultimo decreto sicurezza. Sostanzialmente siamo stati legittimati anche rispetto alla costruzione di centri in paesi fuori dall’Unione europea. Quindi si sta andando nella direzione che i cittadini vogliono».
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