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2024-03-06
A Perugia altro caso dossier. I file «rubati» sono migliaia
La Procura di Perugia. Nel riquadro, Raffaele Guadagno (Ansa)
Il mondo della politica e quello dei media sono sovreccitati per l’inchiesta della Procura di Perugia sugli accessi abusivi a banche dati riservate effettuati da un finanziere, ritenuto infedele, su mandato dei giornalisti di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Non ha avuto lo stesso risalto un’indagine, sempre degli inquirenti umbri, su un’altra clamorosa fuga di notizie avvenuta proprio nel palazzo di giustizia di Perugia. Solo che qui i giornalisti coinvolti erano molto più numerosi e importanti. La differenza l’ha fatta proprio questo.
E anche il fatto che l’imputato, un «cancelliere esperto» della Procura, ha patteggiato ed è andato in pensione, sostanzialmente prendendosi tutte le colpe. In pratica lui avrebbe scaricato carte riservate, poi finite sui giornali, per sua scelta, forse per entrare nel circuito dei giornali che contano. Raffaele Guadagno, questo il nome del funzionario sotto accusa, ha infatti la passione della scrittura e ha realizzato diversi libri che sono stati presentati da toghe di grido e firme eccellenti. Alcune di queste hanno anche cofirmato i tomi o vergato prefazioni. Guadagno, che per anni ha svolto il ruolo di collettore di notizie per decine di giornalisti, è stato pizzicato quando sulle pagine del Fatto Quotidiano è uscita in anteprima la richiesta di archiviazione sulla loggia Ungheria firmata dal procuratore Raffale Cantone. Quest’ultimo ha immediatamente chiesto di verificare le interrogazioni del fascicolo e dopo poche ore Guadagno era già stato indagato e perquisito. Dagli apparati elettronici a lui sequestrati è affiorato un mondo. La fotografia di quanto denunciato da Luca Palamara nel suo libro Il Sistema (firmato insieme con Alessandro Sallusti).
Grazie alle chat depositate agli atti emerge il modo in cui, tra il 2018 e il 2022, viene somministrata ai lettori la cronaca giudiziaria: giornalisti che si muovono in pool e raccolgono veline giudiziarie, investigatori, pm e cronisti che frequentano gli stessi ristoranti e le stesse feste, incontri in cui nascono coppie e si spacciano notizie. Uno dei trait d’union di questa rete è Guadagno che distribuisce carte e comande. I magistrati arrivano a indicare, in modo felpato, i bersagli e lui li comunica ai cronisti, che eseguono di buon grado. Una confusione di ruoli che non imbarazza, ma fortifica. Tutti insieme appassionatamente nel nome del Sistema. Ma veniamo alle carte. Guadagno, 59 anni, originario della Provincia di Caserta, ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi per rivelazione di segreto e accesso abusivo (reato che prevede pene da 3 a 8 anni) al Tiap (Trattamento informatizzato atti penali), il sistema informatico che consente di visionare tutte le carte dei procedimenti penali dall’inizio alla loro conclusione. Nella sentenza del 19 dicembre 2023, firmata dal giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei, si scopre che il funzionario avrebbe scaricato illecitamente circa 1.800 documenti in 34 diversi accessi: 282 documenti del cosiddetto fascicolo Sanitopoli (lo scandalo che ha azzoppato la carriera politica della governatrice dem Catiuscia Marini, considerata invisa al Pd centrale), ben 994 file dell’inchiesta su Luca Palamara, altri 264 (con accessi tra il 9 dicembre 2020 e il 7 luglio 2021) provenienti da due diversi fascicoli riguardanti l’esame di italiano farlocco del giocatore Luis Suarez, infine 259 documenti dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria. L'imputato, sebbene fosse dipendente della Procura e quindi in possesso delle credenziali per l’accesso lavorava in un ufficio e con mansioni che non gli davano né motivo né titolo per accedere ai procedimenti sopra indicati. La Procura ha ottenuto la condanna, come detto, anche per il reato di rivelazione di segreto, ma solo per due documenti consegnati ad Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano. Sebbene il giudice faccia notare in sentenza che «la notizia dell’archiviazione veniva poi ripresa, nei giorni successivi, da altri quotidiani, quali La Repubblica e il Corriere della sera, che rivelavano ulteriori particolari della vicenda». La Giubilei, a proposito della richiesta d’archiviazione per la fantomatica associazione segreta, fa presente che la «conoscenza» del documento «era al momento» dell’invio al cronista, «limitata alla Procura della Repubblica e all'Ufficio Gip». Guadagno è stato accusato anche di aver spedito, il 25 ottobre del 2021, al giornalista un manoscritto redatto da Piero Amara, sedicente membro dell’associazione segreta.
A fornire una delle prime prove contro Guadagno era stato un perito informatico, Luca Calzolari, a cui si era rivolto l’ex funzionario all’inizio delle indagini per chiedere di essere aiutato a cancellare eventuali prove contro di lui. Calzolari a verbale ha dichiarato: «Lui mi ha riferito che lo stesso giorno aveva subito una perquisizione d'urgenza dai carabinieri. Aggiungeva di essere preoccupato, in quanto aveva fatto una "cavolata". Affermava di aver preso un documento dall'archivio e di averlo girato dal computer dell'ufficio sulla sua posta elettronica personale di "Libero". Diceva di essere stato identificato, in quanto qualcuno aveva verificato gli accessi e si era reso conto che lui aveva realizzato quest'operazione. […] Ha affermato di aver inoltrato la mail con il documento dalla sua posta di "Libero" ad un suo amico sempre tramite lo smartphone. […] Raffaele ha aggiunto che l'amico era un giornalista del Fatto Quotidiano. Non ha fatto subito il nome. Ricordo che successivamente, sempre nel corso della conversazione, ha detto che tale amico si chiamava "Antonio Massari"». Lo stesso che in questi giorni sta facendo una campagna a favore dei colleghi di Domani. La versione di Calzolari si conclude così: «Lui voleva essere sicuro che la mail che aveva inoltrato al giornalista non potesse essere più recuperata. Io gli dicevo che non potevo dargli una risposta sicura». Il giorno dopo il perito, compresa la gravità della situazione, grazie alla lettura dei giornali, si presentò in Procura per consegnare il cellulare del cancelliere.
Alla fine Guadagno ha patteggiato la rivelazione a favore di Massari, mentre quest’ultimo, dopo essersi avvalso del segreto professionale, è stato archiviato. Secondo la Procura non v’è certezza che fosse a conoscenza della provenienza illecita delle carte che chiedeva e otteneva. E la richiesta di archiviazione su Ungheria era già parzialmente pubblica. Probabilmente anche per tutti gli altri file scaricati è stato fatto lo stesso ragionamento. Per questo nella rete dei pm è rimasto intrappolato solo Guadagno. Il quale, forse, un giorno, racconterà la propria storia in uno dei suoi amati libri. Dalla chat tra Massari e Guadagno emerge un rapporto di fraterna amicizia e collaborazione risalente quantomeno al 30 settembre 2017. Un dialogo che si apre, significativamente, con la frase di Massari: «A Perugia ‘ste carte non ci stanno»; per terminare l’8 luglio 2022, tre giorni prima che il cellulare del cancelliere venisse sequestrato. Si tratta di un rapporto proficuo per entrambi poiché Massari presenta e recensisce positivamente i libri pubblicati da Guadagno su vicende giudiziarie trattate dagli uffici giudiziari di Perugia, in particolare sull’omicidio di Mino Pecorelli e sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi. L’allora dipendente della Procura mette a disposizione del cronista le sue competenze nella ricerca degli atti di interesse e fornisce suggerimenti. Per esempio dopo aver letto un pezzo di Massari sulla sentenza sul presunto sequestro di Alma Shalabayeva, scrive: «Mancano tante cose non ancora dette». Il 12 giugno 2021 il cancelliere invia al cronista i verbali con le dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti, uno degli indagati nel caso Palamara e aggiunge: «Oramai sono arrivato tardi…ma ecco qua». Risposta: «Grazie mille Raffaele sei un amico… spero di rivederti presto… forse torno la prossima settimana». A questo punto Guadagno marca stretto Massari per ottenere un articolo sul suo libro su Adinolfi. Per ingolosirlo sul punto gli ricorda che il giudice stava indagando sull’Eni, prima di sparire («E non dimenticare Eni in Adinolfi…»). La società petrolifera è infatti uno dei pallini del cronista. Nella primavera del 2021 i giornali pubblicano la notizia dell’inchiesta sulla diffusione illecita dei verbali della Loggia Ungheria da parte di Pier Camillo Davigo.
Massari è un teste chiave presso la Procura di Milano. Il 21 giugno il cancelliere viene a sapere che l’amico è nel capoluogo meneghino e, in modo ironico, essendo una fonte del giornalista, la butta lì: «A Milano… mi devo preoccupare?» scrive, aggiungendo l’emoticon di una faccina che ride. Ma il cronista lo rassicura: «Ahahah no con me sai che si può stare sempre tranquilli». Il 21 ottobre il cronista scrive: «Oggi è uscito pezzo su verbali Ungheria». È intitolato «Amara, i verbali usciti 2 mesi prima che li ricevesse Davigo». Il cancelliere coglie il succo dell’articolo: «Davigo ti dovrà essere grato». «Boh. Dipende da quello che trovo» è la replica del giornalista. Guadagno informa l’interlocutore: «Io ora vedo Gemma Miliani e poi ti dico». La Miliani era uno dei pubblici ministeri che si occupava del procedimento su Ungheria, anche lei il rapporti di amicizia con il funzionario. Il 25 ottobre Massari inoltra un articolo di Dagospia che riprende un servizio della Verità che contesta, usando il buon senso, la ricostruzione del Fatto sulla diffusione dei verbali e fa questo commento: «Comunque è partita la controffensiva Eni». Il 9 maggio 2022 Guadagno anticipa a Massari la chiusura dell’inchiesta sulla Loggia: «Oltre 150 pagine per motivare una richiesta di archiviazione». La Polizia postale, nella sua informativa di fine novembre 2022, aveva individuato molti altri beneficiari della generosità di Guadagno.
Le indagini avrebbero accertato che gli accessi abusivi erano stati effettuati «al fine di divulgare in maniera sistematica ai giornalisti, o, comunque a terze persone, atti giudiziari, informative, atti di polizia giudiziaria correlati a procedimenti penali potenzialmente interessanti dal punto di vista mediatico». Il documento indica anche altre possibili fonti di raccolta di informazioni oltre al Tiap: «Un primo approfondito esame, evidenzia tracce di acquisizione di atti di interesse anche tramite scatti fotografici all'interno di luoghi chiusi o l'ottenimento di atti provenienti da altre Procure». Gli investigatori tornano sulla questione del circolino di Perugia: «Come già accennato il coinvolgimento dell'indagato all'interno di un sistema di illecita divulgazione, non appare per nulla occasionale, ma anzi è ben strutturato e le sue fondamenta risalgono indietro negli anni». Il documento prosegue: «Il rapporto, "amicale" con i vari addetti alle testate giornalistiche consente all'indagato di procedere con notevole disinvoltura nella gestione delle "notizie interessanti", fornendo, così un "servizio" efficiente e affidabile». Le indagini hanno permesso agli uomini della Polizia postale di inserire «le azioni illecite compiute nell'alveo della sistematicità e abitudine». Infatti «lo scambio di informazioni "riservate" con i giornalisti, risale almeno all'anno 2018» e vedrebbe l’indagato come soggetto «attivo e propositivo». L’informativa precisa anche che «grazie alle conversazioni rinvenute nella chat di Whatsapp si sono potuti ricostruire i rapporti tra Raffaele Guadagno e il modo dell'informazione, comprendendo, seppur parzialmente, il legame anche di natura "amicale" che lega l'indagato con alcuni di essi». Gli esperti della Polizia individuano come beneficiari delle informazioni dieci giornalisti, che non sappiamo se siano mai stati indagati. Oltre a Massari sono citati Alvaro Fiorucci, Claudio Sebastiani, Davide Vecchi, Erika Pontini, Gianluca Zanella, Guido Ruotolo, Italo Carmagnani, Angela Rotini e Sandro Ruotolo, attuale responsabile della comunicazione del Pd. Il cortocircuito è particolarmente chiaro nel caso Palamara. Di questo fascicolo, dal 31 maggio 2019, dopo la perquisizione e l’interrogatorio dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, al 23 agosto 2021, sono stati scaricati 994 documenti. Molti accessi sono avvenuti anche il 4, 7, 10 e 14 giugno 2019, quando sui quotidiani fioccavano le esclusive e le rivelazioni di segreto. Poi la raccolta è ripartita tra aprile e maggio 2020 con nove accessi, in gran parte finalizzati, con ogni probabilità a scaricare le chat di Palamara. Ma, come detto, nessuna Procura ha dimostrato che quelle ricerche fossero finalizzate alla pubblicazione, nonostante il collegamento diretto tra giornalisti e cancelliere. Una delle poche prove certe di divulgazione di documenti che riguardavano Palamara è rappresentata dalla spedizione di una mail da parte di Guadagno all’allora senatore del Pd Sandro Ruotolo della messaggistica di Palamara. La missiva conteneva alcuni file e la promessa dell’invio del materiale restante in serata. In questo caso, però, le conversazioni dell’ex pm non erano più coperte da segreto e La Verità le stava pubblicando a puntate. Il problema è che erano nella disponibilità di pochissime persone: gli indagati, la Procura e il giudice. Sarà per questo che il parlamentare ha avuto bisogno dell’ex cancelliere campano. Resta da capire perché un politico dei dem abbia chiesto a Guadagno quelle carte. A chi servivano? Ai vertici del partito? A colleghi giornalisti di Ruotolo (che nel frattempo però era diventato responsabile comunicazione del Pd)? A magistrati in rapporti con l’ex cronista, interessati a sapere se in quelle chat fossero finiti pure loro? Nel fascicolo si trova anche la breve chat tra il senatore e l’allora funzionario. «Buongiorno Sandro, sono Raffaele Guadagno ti ho appena inviato un mail» scrive Guadagno il 26 luglio 2021. Il politico pare sorpreso: «Ma cos’è?». Guadagno: «Tutta la chat di Whatsapp del suo telefono...». Ruotolo: «Di cosa?». Guadagno: «Palamara. Ma forse non hai capito chi sono? L’amico di Guido...». Di fronte a questo messaggio Ruotolo sembra comprendere: «Ok». Il riferimento è al fratello gemello di Sandro, Guido, il quale aveva scritto a Guadagno due giorni prima questo messaggio: «Ti faccio chiamare da Sandro che va trovando Palamara». Anche se non è chiaro a che titolo lo facesse. Oggi, però, il giornalista-politico si è schierato in modo netto a favore dei cronisti indagati a Perugia per accesso abusivo e rivelazione di segreto a Perugia. Assolvendo così anche sé stesso: «Tre giornalisti del Domani sono accusati di aver utilizzato carte ottenute da fonti giudiziarie per scrivere i loro articoli. Se il finanziere era la loro fonte e ha commesso un reato lo deciderà la magistratura perugina. Resta il fatto che le notizie pubblicate dai cronisti erano vere e quindi hanno fatto solo il loro dovere di informare l’opinione pubblica».
Il nostro scoop riapre la strage di Brescia
Lo scoop della Verità sull’ufficiale dei carabinieri (ora indagato a Roma) accusato di aver inviato materiale erotico non richiesto a una donna, inizialmente convocata come testimone, sta per entrare nel nuovo processo sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia. La difesa di Roberto Zorzi chiederà, infatti, di sentire Donatella Di Rosa, la persona che ha querelato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo, consulente della Procura di Brescia nelle nuove indagini sullo scoppio della bomba che mezzo secolo fa provocò dieci morti e un centinaio di feriti. La donna conosciuta negli anni Novanta come «Lady Golpe», presunta vittima di un corteggiamento «morboso» da parte dell’ufficiale, frequentava all’epoca della strage ambienti di estrema destra. Giraudo è un militare controverso. Ci sono pm che lo amano a dismisura e altri che detestano i suoi metodi. Per esempio, dopo che aveva provato a far riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana a Milano con un’informativa di reato ispirata a un libro che ipotizzava una saldatura tra anarchici e neofascisti nella vicenda. Il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo definisce le sue annotazioni «atipiche relazioni di servizio, prive di valore processuale, ove si sintetizzano colloqui intercorsi con vari personaggi, al di fuori di qualsiasi verbale, con osservazioni che riguardano persino gli stati d’animo di qualche interlocutore». E conclude: «Si tratta, però, di modalità di conduzione delle indagini che quest’ufficio non apprezza».
Anche l’ex procuratore aggiunto Armando Spataro boccia il modus operandi di Giraudo con parole dure. Ma, come detto, all’ufficiale non mancano i fan tra le toghe, in particolare tra quelli che operano nelle Direzioni distrettuali antimafia o nelle commissioni parlamentari, come quella sul delitto di Aldo Moro o quella Antimafia, dove ricopre tuttora il ruolo di consulente. Su Radio Radicale, digitando il suo nome, si trovano 88 file con le sue testimonianze in processi che vanno dalla Strage di Bologna, alla Trattativa Stato mafia, da Sistemi criminali (un processo che ipotizzava una saldatura tra mafia, massoneria e terrorismo nero) al processo sull’esplosione di Argo16, un Dc3 utilizzato negli anni Settanta dai nostri servizi segreti per operazioni sotto copertura. In questo caso, una sua informativa, raccontava i rapporti tra la Piovra di Alcamo, la zona di Matteo Messina Denaro, e la struttura Gladio. Ma se sue ricostruzioni un po’ complottiste non piacciono a molti magistrati, altri le trovano brillanti. Lui, classe 1963, in un’aula di giustizia si è presentato così: «Sono il colonnello Massimo Giraudo dei carabinieri. Attualmente in servizio presso la divisione Unità mobili e specializzate Palidoro di Roma, con incarichi speciali. Questi incarichi speciali sono incarichi di polizia giudiziaria nel senso che lavoro alle dipendenze della Procura della Repubblica di Brescia sul procedimento penale della strage di piazza della Loggia il cosiddetto Brescia quater. E prima di allora mi sono sempre quasi esclusivamente occupato di terrorismo di estrema destra lavorando con diverse autorità giudiziarie quindi dalla strage dell’Italicus, della strage di Bologna, della strage di piazza Fontana e la mia attività nel settore del terrorismo e proprio iniziata a Bologna perché ero ufficiale addetto alla sezione anticrimine di Bologna».
Per un periodo ha lavorato per i carabinieri del Ros, poi è entrato nel Sisde (oggi Aisi), quindi ha perso il Nos, il Nullaosta di sicurezza, per colpa dei rapporti considerati troppo stretti con una agente della Cia. Per questo è stato distaccato alla Palidoro. Ma da qui ha continuato a fare l’investigatore alle dirette dipendenze dei magistrati, a partire da quelli Brescia e Palermo, da Roberto Scarpinato, a Teresi, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il suo grande nemico è l’ex generale del Ros Mario Mori, che accusò nel processo Trattativa di aver istituito un protocollo fantasma per la gestione di alcune fonti, una specie di servizio parallelo. Giraudo è convinto che Mori, che negli anni Settanta venne allontanato dai servizi segreti di allora per motivi non chiari, avrebbe avuto un qualche ruolo nel periodo delle stragi, come avrebbero provato a dimostrare i pm di Padova durante l’inchiesta sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista). E ancora oggi Giraudo, anche con la Di Rosa, avrebbe continuato a fare domande su Mori. A Brescia, come detto, il colonnello è stato consulente di primo piano e «motore» delle indagini che hanno portato a individuare in Zorzi e Marco Toffaloni (all’epoca dei fatti minorenne e quindi giudicato in un procedimento separato) i due presunti esecutori della strage. La difesa di Zorzi, rappresentato da Stefano Casali ed Edoardo Lana, già durante l’udienza preliminare, aveva criticato davanti al gup di Brescia come fossero state svolte indagini da parte di Giraudo facendo anche riferimento alle precedenti critiche arrivate da D’Arcangelo. In particolare, la difesa intende chiedere alla Di Rosa i dettagli relativi al rapporto intercorso durante le indagini con l’ufficiale, per chiarire un passaggio della denuncia riportata al nostro giornale: «Scopro che quanto aveva detto a me di dire, una teste lo sta dicendo in un processo (quello di piazza della Loggia)». Probabilmente si tratta della supertestimone, sentita durante le indagini che hanno portato al nuovo processo 40 volte, una serie di interrogatori durata anni, condensati in centinaia di pagine di atti.
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Per anni attiva una rete attorno al cancelliere Raffaele Guadagno che poteva contare su un circuito di giudiziaristi, pm e investigatori. Materiale contestato anche al dem Guido Ruotolo.Dopo l’articolo della «Verità» i difensori di uno degli imputati per la bomba di piazza della Loggia chiederanno la deposizione di «Lady Golpe». I legali vogliono fare chiarezza sulle modalità con cui il colonnello Massimo Giraudo ha raccolto le dichiarazioni di una teste.Lo speciale contiene due articoli. Il mondo della politica e quello dei media sono sovreccitati per l’inchiesta della Procura di Perugia sugli accessi abusivi a banche dati riservate effettuati da un finanziere, ritenuto infedele, su mandato dei giornalisti di Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti. Non ha avuto lo stesso risalto un’indagine, sempre degli inquirenti umbri, su un’altra clamorosa fuga di notizie avvenuta proprio nel palazzo di giustizia di Perugia. Solo che qui i giornalisti coinvolti erano molto più numerosi e importanti. La differenza l’ha fatta proprio questo. E anche il fatto che l’imputato, un «cancelliere esperto» della Procura, ha patteggiato ed è andato in pensione, sostanzialmente prendendosi tutte le colpe. In pratica lui avrebbe scaricato carte riservate, poi finite sui giornali, per sua scelta, forse per entrare nel circuito dei giornali che contano. Raffaele Guadagno, questo il nome del funzionario sotto accusa, ha infatti la passione della scrittura e ha realizzato diversi libri che sono stati presentati da toghe di grido e firme eccellenti. Alcune di queste hanno anche cofirmato i tomi o vergato prefazioni. Guadagno, che per anni ha svolto il ruolo di collettore di notizie per decine di giornalisti, è stato pizzicato quando sulle pagine del Fatto Quotidiano è uscita in anteprima la richiesta di archiviazione sulla loggia Ungheria firmata dal procuratore Raffale Cantone. Quest’ultimo ha immediatamente chiesto di verificare le interrogazioni del fascicolo e dopo poche ore Guadagno era già stato indagato e perquisito. Dagli apparati elettronici a lui sequestrati è affiorato un mondo. La fotografia di quanto denunciato da Luca Palamara nel suo libro Il Sistema (firmato insieme con Alessandro Sallusti). Grazie alle chat depositate agli atti emerge il modo in cui, tra il 2018 e il 2022, viene somministrata ai lettori la cronaca giudiziaria: giornalisti che si muovono in pool e raccolgono veline giudiziarie, investigatori, pm e cronisti che frequentano gli stessi ristoranti e le stesse feste, incontri in cui nascono coppie e si spacciano notizie. Uno dei trait d’union di questa rete è Guadagno che distribuisce carte e comande. I magistrati arrivano a indicare, in modo felpato, i bersagli e lui li comunica ai cronisti, che eseguono di buon grado. Una confusione di ruoli che non imbarazza, ma fortifica. Tutti insieme appassionatamente nel nome del Sistema. Ma veniamo alle carte. Guadagno, 59 anni, originario della Provincia di Caserta, ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi per rivelazione di segreto e accesso abusivo (reato che prevede pene da 3 a 8 anni) al Tiap (Trattamento informatizzato atti penali), il sistema informatico che consente di visionare tutte le carte dei procedimenti penali dall’inizio alla loro conclusione. Nella sentenza del 19 dicembre 2023, firmata dal giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei, si scopre che il funzionario avrebbe scaricato illecitamente circa 1.800 documenti in 34 diversi accessi: 282 documenti del cosiddetto fascicolo Sanitopoli (lo scandalo che ha azzoppato la carriera politica della governatrice dem Catiuscia Marini, considerata invisa al Pd centrale), ben 994 file dell’inchiesta su Luca Palamara, altri 264 (con accessi tra il 9 dicembre 2020 e il 7 luglio 2021) provenienti da due diversi fascicoli riguardanti l’esame di italiano farlocco del giocatore Luis Suarez, infine 259 documenti dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia Ungheria. L'imputato, sebbene fosse dipendente della Procura e quindi in possesso delle credenziali per l’accesso lavorava in un ufficio e con mansioni che non gli davano né motivo né titolo per accedere ai procedimenti sopra indicati. La Procura ha ottenuto la condanna, come detto, anche per il reato di rivelazione di segreto, ma solo per due documenti consegnati ad Antonio Massari, inviato del Fatto Quotidiano. Sebbene il giudice faccia notare in sentenza che «la notizia dell’archiviazione veniva poi ripresa, nei giorni successivi, da altri quotidiani, quali La Repubblica e il Corriere della sera, che rivelavano ulteriori particolari della vicenda». La Giubilei, a proposito della richiesta d’archiviazione per la fantomatica associazione segreta, fa presente che la «conoscenza» del documento «era al momento» dell’invio al cronista, «limitata alla Procura della Repubblica e all'Ufficio Gip». Guadagno è stato accusato anche di aver spedito, il 25 ottobre del 2021, al giornalista un manoscritto redatto da Piero Amara, sedicente membro dell’associazione segreta. A fornire una delle prime prove contro Guadagno era stato un perito informatico, Luca Calzolari, a cui si era rivolto l’ex funzionario all’inizio delle indagini per chiedere di essere aiutato a cancellare eventuali prove contro di lui. Calzolari a verbale ha dichiarato: «Lui mi ha riferito che lo stesso giorno aveva subito una perquisizione d'urgenza dai carabinieri. Aggiungeva di essere preoccupato, in quanto aveva fatto una "cavolata". Affermava di aver preso un documento dall'archivio e di averlo girato dal computer dell'ufficio sulla sua posta elettronica personale di "Libero". Diceva di essere stato identificato, in quanto qualcuno aveva verificato gli accessi e si era reso conto che lui aveva realizzato quest'operazione. […] Ha affermato di aver inoltrato la mail con il documento dalla sua posta di "Libero" ad un suo amico sempre tramite lo smartphone. […] Raffaele ha aggiunto che l'amico era un giornalista del Fatto Quotidiano. Non ha fatto subito il nome. Ricordo che successivamente, sempre nel corso della conversazione, ha detto che tale amico si chiamava "Antonio Massari"». Lo stesso che in questi giorni sta facendo una campagna a favore dei colleghi di Domani. La versione di Calzolari si conclude così: «Lui voleva essere sicuro che la mail che aveva inoltrato al giornalista non potesse essere più recuperata. Io gli dicevo che non potevo dargli una risposta sicura». Il giorno dopo il perito, compresa la gravità della situazione, grazie alla lettura dei giornali, si presentò in Procura per consegnare il cellulare del cancelliere. Alla fine Guadagno ha patteggiato la rivelazione a favore di Massari, mentre quest’ultimo, dopo essersi avvalso del segreto professionale, è stato archiviato. Secondo la Procura non v’è certezza che fosse a conoscenza della provenienza illecita delle carte che chiedeva e otteneva. E la richiesta di archiviazione su Ungheria era già parzialmente pubblica. Probabilmente anche per tutti gli altri file scaricati è stato fatto lo stesso ragionamento. Per questo nella rete dei pm è rimasto intrappolato solo Guadagno. Il quale, forse, un giorno, racconterà la propria storia in uno dei suoi amati libri. Dalla chat tra Massari e Guadagno emerge un rapporto di fraterna amicizia e collaborazione risalente quantomeno al 30 settembre 2017. Un dialogo che si apre, significativamente, con la frase di Massari: «A Perugia ‘ste carte non ci stanno»; per terminare l’8 luglio 2022, tre giorni prima che il cellulare del cancelliere venisse sequestrato. Si tratta di un rapporto proficuo per entrambi poiché Massari presenta e recensisce positivamente i libri pubblicati da Guadagno su vicende giudiziarie trattate dagli uffici giudiziari di Perugia, in particolare sull’omicidio di Mino Pecorelli e sulla scomparsa del giudice romano Paolo Adinolfi. L’allora dipendente della Procura mette a disposizione del cronista le sue competenze nella ricerca degli atti di interesse e fornisce suggerimenti. Per esempio dopo aver letto un pezzo di Massari sulla sentenza sul presunto sequestro di Alma Shalabayeva, scrive: «Mancano tante cose non ancora dette». Il 12 giugno 2021 il cancelliere invia al cronista i verbali con le dichiarazioni rese da Fabrizio Centofanti, uno degli indagati nel caso Palamara e aggiunge: «Oramai sono arrivato tardi…ma ecco qua». Risposta: «Grazie mille Raffaele sei un amico… spero di rivederti presto… forse torno la prossima settimana». A questo punto Guadagno marca stretto Massari per ottenere un articolo sul suo libro su Adinolfi. Per ingolosirlo sul punto gli ricorda che il giudice stava indagando sull’Eni, prima di sparire («E non dimenticare Eni in Adinolfi…»). La società petrolifera è infatti uno dei pallini del cronista. Nella primavera del 2021 i giornali pubblicano la notizia dell’inchiesta sulla diffusione illecita dei verbali della Loggia Ungheria da parte di Pier Camillo Davigo. Massari è un teste chiave presso la Procura di Milano. Il 21 giugno il cancelliere viene a sapere che l’amico è nel capoluogo meneghino e, in modo ironico, essendo una fonte del giornalista, la butta lì: «A Milano… mi devo preoccupare?» scrive, aggiungendo l’emoticon di una faccina che ride. Ma il cronista lo rassicura: «Ahahah no con me sai che si può stare sempre tranquilli». Il 21 ottobre il cronista scrive: «Oggi è uscito pezzo su verbali Ungheria». È intitolato «Amara, i verbali usciti 2 mesi prima che li ricevesse Davigo». Il cancelliere coglie il succo dell’articolo: «Davigo ti dovrà essere grato». «Boh. Dipende da quello che trovo» è la replica del giornalista. Guadagno informa l’interlocutore: «Io ora vedo Gemma Miliani e poi ti dico». La Miliani era uno dei pubblici ministeri che si occupava del procedimento su Ungheria, anche lei il rapporti di amicizia con il funzionario. Il 25 ottobre Massari inoltra un articolo di Dagospia che riprende un servizio della Verità che contesta, usando il buon senso, la ricostruzione del Fatto sulla diffusione dei verbali e fa questo commento: «Comunque è partita la controffensiva Eni». Il 9 maggio 2022 Guadagno anticipa a Massari la chiusura dell’inchiesta sulla Loggia: «Oltre 150 pagine per motivare una richiesta di archiviazione». La Polizia postale, nella sua informativa di fine novembre 2022, aveva individuato molti altri beneficiari della generosità di Guadagno. Le indagini avrebbero accertato che gli accessi abusivi erano stati effettuati «al fine di divulgare in maniera sistematica ai giornalisti, o, comunque a terze persone, atti giudiziari, informative, atti di polizia giudiziaria correlati a procedimenti penali potenzialmente interessanti dal punto di vista mediatico». Il documento indica anche altre possibili fonti di raccolta di informazioni oltre al Tiap: «Un primo approfondito esame, evidenzia tracce di acquisizione di atti di interesse anche tramite scatti fotografici all'interno di luoghi chiusi o l'ottenimento di atti provenienti da altre Procure». Gli investigatori tornano sulla questione del circolino di Perugia: «Come già accennato il coinvolgimento dell'indagato all'interno di un sistema di illecita divulgazione, non appare per nulla occasionale, ma anzi è ben strutturato e le sue fondamenta risalgono indietro negli anni». Il documento prosegue: «Il rapporto, "amicale" con i vari addetti alle testate giornalistiche consente all'indagato di procedere con notevole disinvoltura nella gestione delle "notizie interessanti", fornendo, così un "servizio" efficiente e affidabile». Le indagini hanno permesso agli uomini della Polizia postale di inserire «le azioni illecite compiute nell'alveo della sistematicità e abitudine». Infatti «lo scambio di informazioni "riservate" con i giornalisti, risale almeno all'anno 2018» e vedrebbe l’indagato come soggetto «attivo e propositivo». L’informativa precisa anche che «grazie alle conversazioni rinvenute nella chat di Whatsapp si sono potuti ricostruire i rapporti tra Raffaele Guadagno e il modo dell'informazione, comprendendo, seppur parzialmente, il legame anche di natura "amicale" che lega l'indagato con alcuni di essi». Gli esperti della Polizia individuano come beneficiari delle informazioni dieci giornalisti, che non sappiamo se siano mai stati indagati. Oltre a Massari sono citati Alvaro Fiorucci, Claudio Sebastiani, Davide Vecchi, Erika Pontini, Gianluca Zanella, Guido Ruotolo, Italo Carmagnani, Angela Rotini e Sandro Ruotolo, attuale responsabile della comunicazione del Pd. Il cortocircuito è particolarmente chiaro nel caso Palamara. Di questo fascicolo, dal 31 maggio 2019, dopo la perquisizione e l’interrogatorio dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, al 23 agosto 2021, sono stati scaricati 994 documenti. Molti accessi sono avvenuti anche il 4, 7, 10 e 14 giugno 2019, quando sui quotidiani fioccavano le esclusive e le rivelazioni di segreto. Poi la raccolta è ripartita tra aprile e maggio 2020 con nove accessi, in gran parte finalizzati, con ogni probabilità a scaricare le chat di Palamara. Ma, come detto, nessuna Procura ha dimostrato che quelle ricerche fossero finalizzate alla pubblicazione, nonostante il collegamento diretto tra giornalisti e cancelliere. Una delle poche prove certe di divulgazione di documenti che riguardavano Palamara è rappresentata dalla spedizione di una mail da parte di Guadagno all’allora senatore del Pd Sandro Ruotolo della messaggistica di Palamara. La missiva conteneva alcuni file e la promessa dell’invio del materiale restante in serata. In questo caso, però, le conversazioni dell’ex pm non erano più coperte da segreto e La Verità le stava pubblicando a puntate. Il problema è che erano nella disponibilità di pochissime persone: gli indagati, la Procura e il giudice. Sarà per questo che il parlamentare ha avuto bisogno dell’ex cancelliere campano. Resta da capire perché un politico dei dem abbia chiesto a Guadagno quelle carte. A chi servivano? Ai vertici del partito? A colleghi giornalisti di Ruotolo (che nel frattempo però era diventato responsabile comunicazione del Pd)? A magistrati in rapporti con l’ex cronista, interessati a sapere se in quelle chat fossero finiti pure loro? Nel fascicolo si trova anche la breve chat tra il senatore e l’allora funzionario. «Buongiorno Sandro, sono Raffaele Guadagno ti ho appena inviato un mail» scrive Guadagno il 26 luglio 2021. Il politico pare sorpreso: «Ma cos’è?». Guadagno: «Tutta la chat di Whatsapp del suo telefono...». Ruotolo: «Di cosa?». Guadagno: «Palamara. Ma forse non hai capito chi sono? L’amico di Guido...». Di fronte a questo messaggio Ruotolo sembra comprendere: «Ok». Il riferimento è al fratello gemello di Sandro, Guido, il quale aveva scritto a Guadagno due giorni prima questo messaggio: «Ti faccio chiamare da Sandro che va trovando Palamara». Anche se non è chiaro a che titolo lo facesse. Oggi, però, il giornalista-politico si è schierato in modo netto a favore dei cronisti indagati a Perugia per accesso abusivo e rivelazione di segreto a Perugia. Assolvendo così anche sé stesso: «Tre giornalisti del Domani sono accusati di aver utilizzato carte ottenute da fonti giudiziarie per scrivere i loro articoli. Se il finanziere era la loro fonte e ha commesso un reato lo deciderà la magistratura perugina. Resta il fatto che le notizie pubblicate dai cronisti erano vere e quindi hanno fatto solo il loro dovere di informare l’opinione pubblica».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dossieraggio-perugia-guadagno-2667436295.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nostro-scoop-riapre-la-strage-di-brescia" data-post-id="2667436295" data-published-at="1709673392" data-use-pagination="False"> Il nostro scoop riapre la strage di Brescia Lo scoop della Verità sull’ufficiale dei carabinieri (ora indagato a Roma) accusato di aver inviato materiale erotico non richiesto a una donna, inizialmente convocata come testimone, sta per entrare nel nuovo processo sulla strage del 28 maggio 1974 di piazza della Loggia a Brescia. La difesa di Roberto Zorzi chiederà, infatti, di sentire Donatella Di Rosa, la persona che ha querelato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo, consulente della Procura di Brescia nelle nuove indagini sullo scoppio della bomba che mezzo secolo fa provocò dieci morti e un centinaio di feriti. La donna conosciuta negli anni Novanta come «Lady Golpe», presunta vittima di un corteggiamento «morboso» da parte dell’ufficiale, frequentava all’epoca della strage ambienti di estrema destra. Giraudo è un militare controverso. Ci sono pm che lo amano a dismisura e altri che detestano i suoi metodi. Per esempio, dopo che aveva provato a far riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana a Milano con un’informativa di reato ispirata a un libro che ipotizzava una saldatura tra anarchici e neofascisti nella vicenda. Il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo definisce le sue annotazioni «atipiche relazioni di servizio, prive di valore processuale, ove si sintetizzano colloqui intercorsi con vari personaggi, al di fuori di qualsiasi verbale, con osservazioni che riguardano persino gli stati d’animo di qualche interlocutore». E conclude: «Si tratta, però, di modalità di conduzione delle indagini che quest’ufficio non apprezza». Anche l’ex procuratore aggiunto Armando Spataro boccia il modus operandi di Giraudo con parole dure. Ma, come detto, all’ufficiale non mancano i fan tra le toghe, in particolare tra quelli che operano nelle Direzioni distrettuali antimafia o nelle commissioni parlamentari, come quella sul delitto di Aldo Moro o quella Antimafia, dove ricopre tuttora il ruolo di consulente. Su Radio Radicale, digitando il suo nome, si trovano 88 file con le sue testimonianze in processi che vanno dalla Strage di Bologna, alla Trattativa Stato mafia, da Sistemi criminali (un processo che ipotizzava una saldatura tra mafia, massoneria e terrorismo nero) al processo sull’esplosione di Argo16, un Dc3 utilizzato negli anni Settanta dai nostri servizi segreti per operazioni sotto copertura. In questo caso, una sua informativa, raccontava i rapporti tra la Piovra di Alcamo, la zona di Matteo Messina Denaro, e la struttura Gladio. Ma se sue ricostruzioni un po’ complottiste non piacciono a molti magistrati, altri le trovano brillanti. Lui, classe 1963, in un’aula di giustizia si è presentato così: «Sono il colonnello Massimo Giraudo dei carabinieri. Attualmente in servizio presso la divisione Unità mobili e specializzate Palidoro di Roma, con incarichi speciali. Questi incarichi speciali sono incarichi di polizia giudiziaria nel senso che lavoro alle dipendenze della Procura della Repubblica di Brescia sul procedimento penale della strage di piazza della Loggia il cosiddetto Brescia quater. E prima di allora mi sono sempre quasi esclusivamente occupato di terrorismo di estrema destra lavorando con diverse autorità giudiziarie quindi dalla strage dell’Italicus, della strage di Bologna, della strage di piazza Fontana e la mia attività nel settore del terrorismo e proprio iniziata a Bologna perché ero ufficiale addetto alla sezione anticrimine di Bologna». Per un periodo ha lavorato per i carabinieri del Ros, poi è entrato nel Sisde (oggi Aisi), quindi ha perso il Nos, il Nullaosta di sicurezza, per colpa dei rapporti considerati troppo stretti con una agente della Cia. Per questo è stato distaccato alla Palidoro. Ma da qui ha continuato a fare l’investigatore alle dirette dipendenze dei magistrati, a partire da quelli Brescia e Palermo, da Roberto Scarpinato, a Teresi, Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il suo grande nemico è l’ex generale del Ros Mario Mori, che accusò nel processo Trattativa di aver istituito un protocollo fantasma per la gestione di alcune fonti, una specie di servizio parallelo. Giraudo è convinto che Mori, che negli anni Settanta venne allontanato dai servizi segreti di allora per motivi non chiari, avrebbe avuto un qualche ruolo nel periodo delle stragi, come avrebbero provato a dimostrare i pm di Padova durante l’inchiesta sulla Rosa dei venti (organizzazione formata sia da militari con simpatie di estrema destra, da civili e da imprenditori con la funzione di finanziatori il cui scopo era il mutamento istituzionale anti comunista). E ancora oggi Giraudo, anche con la Di Rosa, avrebbe continuato a fare domande su Mori. A Brescia, come detto, il colonnello è stato consulente di primo piano e «motore» delle indagini che hanno portato a individuare in Zorzi e Marco Toffaloni (all’epoca dei fatti minorenne e quindi giudicato in un procedimento separato) i due presunti esecutori della strage. La difesa di Zorzi, rappresentato da Stefano Casali ed Edoardo Lana, già durante l’udienza preliminare, aveva criticato davanti al gup di Brescia come fossero state svolte indagini da parte di Giraudo facendo anche riferimento alle precedenti critiche arrivate da D’Arcangelo. In particolare, la difesa intende chiedere alla Di Rosa i dettagli relativi al rapporto intercorso durante le indagini con l’ufficiale, per chiarire un passaggio della denuncia riportata al nostro giornale: «Scopro che quanto aveva detto a me di dire, una teste lo sta dicendo in un processo (quello di piazza della Loggia)». Probabilmente si tratta della supertestimone, sentita durante le indagini che hanno portato al nuovo processo 40 volte, una serie di interrogatori durata anni, condensati in centinaia di pagine di atti.
I soccorsi alle vittime falciate a Modena da Salim el Koudri, nel riquadro (Ansa)
Non conosco i profili psichiatrici degli attentatori che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna e Svezia. Ma spesso, leggendo i resoconti delle indagini, mi sono imbattuto in figure che lamentavano una scarsa integrazione e un disagio. Giovani e meno giovani, arrivati dal Nordafrica o dal Medioriente, altri nati e cresciuti in Paesi europei, alcuni anche con un’istruzione europea, ma tutti animati da un sordo rancore contro quell’Occidente che li ha accolti e che ha dato loro un sistema di welfare, li ha mantenuti, curati, istruiti.
È trascorso quasi mezzo secolo dall’introduzione della legge Basaglia con cui sono stati aboliti i manicomi, ma non i matti. I reparti psichiatrici sono stati sostituiti dai centri di igiene mentale, che hanno il compito di seguire sul territorio quanti manifestano segni di squilibrio. Come funzioni il servizio abbiamo spesso avuto modo di sperimentarlo, basta ricordare il caso del pazzo che in piazza Gae Aulenti, a Milano, ha accoltellato alla schiena una donna che neppure conosceva, ma che purtroppo per lei ha avuto la sventura di passare sotto il palazzo di un’istituzione finanziaria simbolo della capitale economica italiana.
Tuttavia, se da un lato ci rendiamo conto che non basta chiudere un manicomio per risolvere il problema di persone pericolose per sé e per gli altri, il caso di Salim El Koudri, figlio di immigrati marocchini, nato e cresciuto in provincia di Bergamo prima di trasferirsi vicino a Modena, ci dice qualche cosa di più della semplice constatazione che una legge non può cancellare il disagio mentale. Perché l’autore della strage di sabato pomeriggio non è un semplice malato di mente come ci vogliono far credere per ridurre il problema a un folle fuggito al sistema di sorveglianza e cura. El Koudri non ha preso il coltello o il piccone per colpire degli sconosciuti, come è accaduto anni fa a Milano, quando Adam Kabobo uscì una mattina e ammazzò tre passanti. Il 31enne laureato in Economia (e dunque, avendo superato gli esami, probabilmente capace di intendere e volere) è salito a bordo della sua autovettura e come i terroristi che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio e Svezia ha guidato il veicolo contro la folla, cercando di investire quante più persone possibile. Ha accelerato quando ha raggiunto l’area pedonale, in un pomeriggio di sabato, ben sapendo che a quell’ora il centro di Modena sarebbe stato densamente frequentato, e ha invaso il marciapiede, per cercare di fare una strage. E poi, una volta schiantatosi contro una vetrina, ha cercato di accoltellare chi tentava di fermarlo. No, non è il comportamento di un matto. I pazzi fanno cose che non hanno senso, come colpire una donna sconosciuta. Ma nel caso del marocchino di Modena, c’è del metodo nella sua follia. Un metodo che richiama le stragi che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi vent’anni. Non so se El Koudri si fosse radicalizzato. Se fosse seguito da qualche predicatore. Gli inquirenti al momento non hanno trovato alcun movente religioso per il suo gesto. Ma, a prescindere da questo, si capisce che a guidarlo è stato l’odio verso chi lo ha accolto. Infatti, c’è già chi è pronto a sostenere che la colpa di quanto accaduto è riconducibile alla mancata integrazione. El Koudri andava seguito di più e aiutato di più. Si evocano i servizi sociali, i posti di lavoro, l’integrazione, quasi che a guidare la Citroën contro la folla non ci fosse lui, ma la tanto vituperata società, trucco sociologico per concludere che alla fine siamo noi a dover fare l’esame di coscienza.
Io ricordo solo quel ragazzo di Torino a cui un altro marocchino tagliò la gola. La vittima aveva la colpa di avere dipinta in faccia la felicità. E le vittime di Modena di che cosa hanno colpa? Forse di non aver capito che qualcuno ci ha dichiarato guerra e di non essersene, come noi, ancora accorte.
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Anna Maria Giannini (Imagoeconomica)
Anna Maria Giannini è una delle più autorevoli psicologhe e criminologhe italiane. Con lei abbiamo esaminato dall'inizio la vicenda della famiglia nel bosco, per cercare di capire che cosa sia andato storto e perché i Trevallion siano ancora separati dopo mesi e mesi.
«Nella prima ordinanza, quella che dispone la sospensione temporanea della responsabilità genitoriale, si parla di alcune criticità collegate alle condizioni abitative, di assenza di vaccinazioni e visite pediatriche», spiega la professoressa. «Poi si dice che la mancata frequentazione della scuola comporterebbe l'impossibilità per questi bambini di apprendere in condizioni cooperative. Stanti alcune criticità sulle quali era importante intervenire, la misura presa a mio avviso è abnorme».
Non si dovevano togliere i bambini?
«Disporre l'allontanamento di questi tre bambini dai genitori e dall'ambiente in cui avevano vissuto non può che comportare tutto ciò che benissimo descrivono i consulenti di parte della famiglia, il collega Cantelmi e la collega Aiello. Loro hanno parlato di sradicamento, hanno usato termini forti come traumatizzazione... Del resto è ciò che indica tutta la letteratura scientifica quando ci sono grosse fratture emotive come l'allontanamento dai genitori».
Lo hanno detto in tanti.
«Questi non sono genitori maltrattanti, avevano un'interazione con questi bambini di grande affetto. I bambini vivevano in un ambiente con presenza di animali, in continuo contatto con i genitori... Proviamo solo ad immaginare che cosa significhi prendere questi tre bambini e allontanarli innanzitutto da mamma e papà, ma poi anche dal loro sistema di riferimento, dagli animali che sono importanti per loro. Esiste tutta una letteratura che spiega quanto sia importante il contatto con gli animali. Adesso sono in una situazione completamente opposta, all'interno di una casa famiglia, senza i loro genitori, con la mamma che inizialmente era presente e poi è stata allontanata".
Però ripeto: tanti suoi colleghi hanno detto cose simili. Come è possibile che un tribunale non ne tenga conto?
«Da quanto dice Cantelmi, e se lo riferisce credo proprio che sia vero, nella perizia la letteratura scientifica citata sia ferma a diversi anni fa. Né viene citata una letteratura aggiornata né si tiene conto di quanto in tanti abbiamo detto, pubblicato, espresso in trasmissioni televisive, eccetera. Si fa riferimento ad un metodo che in vede come rilevanti determinate regole fisse riguardanti ciò che un genitore dovrebbe fare".
Cioè?
«Viene posto in primo piano il fatto che il genitore dovrebbe vaccinare i bambini, portarli dal pediatra, portarli a scuola... I due genitori si sono discostati da queste regole e ciò è stato interpretato come qualcosa che mette a rischio i bambini».
Quali misure sarebbero state più utili?
«Dare un sostegno nel luogo in cui questa famiglia si trovava, comunque mantenendola unita. Non hanno peraltro tenuto conto anche di un altro aspetto: questi due genitori vengono da una dall'Australia e l'altro dal Regno Unito, e non parlano un italiano perfetto. All'inizio non c'era neanche un interprete. Ora, non è difficile trovare un interprete dall'inglese o psicologi che parlino inglese...».
In ogni caso non si è tenuto granché conto delle indicazioni degli esperti.
«Credo sia un po’ stata ignorata la comunità scientifica, perché siamo stati veramente in tanti a mettere in guardia sul rischio che questi bambini correvano, compresi nomi di rilievo».
L’allontanamento non viene deciso in base a una relazione di suoi colleghi. Ma seguendo le relazioni dei servizi sociali. Forse un assistente sociale non ha le competenze necessarie...
«Ma infatti è questo il fatto grave. Io sono fermamente convinta che negli allontanamenti dovrebbe essere reso obbligatorio il parere di uno psicologo, perché chi conosce gli effetti sulla mente dei bambini o chi conosce i rischi dell'allontanamento sono queste figure professionali. Certamente molto meno gli assistenti sociali che non è che non siano una classe preparata, ci mancherebbe, ma hanno un tipo di preparazione assolutamente differente. Ora, è chiaro che decide il giudice. Ma decidere sulla base del parere dei servizi sociali è l’altro problema che si è creato in questa vicenda. Inoltre, mentre veniva condotta la consulenza tecnica d’ufficio questi due genitori si sono mostrati collaborativi: i vaccini sono stati fatti, le visite pediatriche sono state fatte, loro si sono detti disponibili ad una situazione scolastica vicina a quella che veniva proposta…».
Però la perizia non solo non tiene conto di nulla di tutto ciò, ma ribadisce che i genitori sono rigidi.
«E questo è non solo molto problematico, ma pericoloso per i bambini perché nel frattempo abbiamo saputo che piangono e chiedono della mamma, una è andata in ospedale, la mamma l'ha potuta vedere in orari contingentati... Guardi, qui c’è un problema di fondo».
Quale?
«La valutazione della capacità genitoriale non deve avere a che fare con aspetti personologici, altrimenti toglieremo i figli a tutti. Noi possiamo dire che uno è rigido, un altro è ansioso, un altro è depresso... Ma questo lo rende inadatto ad essere un genitore? No. La capacità genitoriale è un'altra cosa. I figli vanno allontanati da chi è violento, da chi li picchia, magari da chi li manda a chiedere l’elemosina... Ecco lì deve esserci l’allontanamento, perché lì il bambino è a rischio e deve essere immediatamente messo in sicurezza. Ma non è il caso di Palmoli. Questi sono due genitori che amano i loro figli, che hanno una loro filosofia di vita che in certe circostanze può creare delle criticità e su quelle criticità vanno affiancati. Per me è già sbagliato l’uso del termine rigido, che vuol dire? Che non si piega a quello che voglio io? Che non fa come sto dicendo io? Qui mi sembra che siamo di fronte a una contrapposizione tra chi porta un modello ideale di comportamento e questi due genitori che hanno fatto precise scelte di vita. Va rispettato il modo in cui vogliono educare e far crescere i figli, ai quali non hanno mai fatto del male. Tanto che i figli chiedono continuamente di tornare a casa. La letteratura più recente invita a non guardare gli aspetti di personalità - in base ai quali leveremmo i figli a tutti - ma a valutare la sintonia, la capacità di comprendere i bisogni dei bambini, di essere vicini a loro, di valorizzarli».
Ma di questa letteratura nella perizia non vi è traccia. Dunque gli esperti scelti dal tribunale sono inadeguati?
«Io non posso dire che li trovo inadeguati, non conosco la collega, non mi permetto. Io parlo di metodologia. E credo che si sia fatto ricorso a una metodologia che esclude modelli che sono invece quelli che vengono usati oggi. Se considero le decisioni prese - cioè il fatto che questi bambini debbano rimanere lontani dai genitori - mi viene da dubitare fortemente del metodo utilizzato».
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Nathan Trevallion (Ansa)
I due genitori, in tutto questo tempo, hanno cercato di collaborare con le autorità, si sono resi disponibili a cambiare alcuni rilevanti aspetti del loro stile di vita. Ma ancora non è bastato. La perizia disposta dal tribunale a cui si sono sottoposti li descrive come inadatti, troppo rigidi e legati alle loro convinzioni. Ora Nathan e Catherine hanno deciso di cambiare avvocato per l’ennesima volta, rivolgendosi a Simone Pillon. Il quale ha iniziato a muoversi con molta cautela.
Pillon ribadisce la sua volontà (e quella di Nathan e Catherine) di offrire massima collaborazione. Ma, ribadisce, nel rispetto delle scelte di vita dei suoi assistiti. Spiega alla Verità che i «genitori si attengono scrupolosamente alle indicazioni ricevute, ma non possono non notare come i loro figli chiedano in ogni occasione quando potranno tornare a casa. Per questi bambini», continua l’avvocato, «l’esperienza della casa famiglia è molto più travolgente di quanto lo sarebbe per altri bambini. Questi bimbi sono abituati a vivere all’aperto, circondati dai loro animali, all’aria aperta. Vivere chiusi dentro per loro è ancora più traumatico, in più senza mamma e papà con cui erano abituati a stare tutto il giorno, anche se avevano contatti anche con altri bambini e altre persone».
Anche Nathan non può non soffrire notevolmente per quanto accaduto. «Sono profondamente addolorato e infelice nel vedere i bambini in quella situazione», dice alla Verità. «Sto vivendo questo periodo giorno per giorno. È il momento più difficile della mia vita. Non abbiamo i nostri figli a casa. Da quando ci sono stati portati via, la mia vita è diventata un susseguirsi di ansia, stress, paura e la nostra pace è svanita. Faremo il necessario, io e Catherine, per collaborare con le istituzioni ma chiediamo anche che siano rispettati i nostri diritti di genitori».
Qualcuno nelle settimane passate ha scritto e detto che c’erano tensioni fra te e tua moglie, è vero?
«No, non è vero. Grazie a questa esperienza siamo diventati più forti e uniti. Il nostro amore è così profondo che non ci separeremo mai. Le notizie riportate dai giornali, secondo cui litigavamo e vivevamo in case separate, sono completamente false. Non ci siamo mai separati e ci sosteniamo a vicenda in questo momento difficilissimo. Entrambi siamo molto preoccupati per i nostri figli e li pensiamo giorno e notte».
Che cosa vi sta dando la forza per affrontare questo momento così difficile?
«I bambini. L’amore che proviamo per loro ci ha dato tutta la forza di cui avevamo bisogno. L’amore per la nostra vita insieme, il modo in cui viviamo, la nostra casa, i nostri animali, i nostri amici, la famiglia, i vicini e l’ambiente che ci circonda ci ha aiutato enormemente. Andarcene sarebbe un ulteriore stress in una situazione già insopportabile. Aver dovuto affrontare la paura più grande che un genitore possa mai provare, ovvero perdere i propri figli, ci ha resi solo più determinati, più forti e più uniti».
Quando e come riuscite a comunicare con i bambini in questo periodo? E soprattutto: come stanno i vostri figli nella casa protetta?
«Li vedo sei giorni alla settimana per un’ora e mezza ogni mattina e il mercoledì pranzo con loro. Mia moglie fa due videochiamate a settimana di mezz’ora ciascuna e un incontro a settimana. È un primo passo poterci finalmente riunire tutti insieme come famiglia ogni settimana, ma ai bambini manca la loro casa, la loro mamma e il loro papà, i loro animali, Lee, Gallipoli, Uriel, la loro gallina preferita che amano disegnare, e i loro gatti che coccolavano tanto. Sentono anche la mancanza dei nostri amici. A volte sono tristi, arrabbiati, ansiosi e continuano a chiedere quando potranno tornare a casa».
A proposito di tornare a casa. Da parecchio tempo si parla di una nuova abitazione messa a disposizione dal Comune di Palmoli in cui voi dovreste trasferirvi. Allora le chiedo: avete finalmente deciso di cambiare casa e di andare ad abitare lì? E che altri cambiamenti siete disposti a fare sulla base di quanto vi viene richiesto dalle autorità?
«Sì, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo deciso di andare a stare nella nuova casa, così quando i bambini usciranno saremo pronti ad accoglierli. Dovremo alzarci presto per governare gli animali, che purtroppo non possono venire con noi, ma ne vale la pena, pur di riavere i nostri figli a casa il prima possibile. Con Catherine abbiamo anche deciso di seguire un percorso di sostegno alla genitorialità, così da poter aiutare ancor meglio i bambini già da ora».
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Un passaggio del servizio andato in onda ieri a Fuori dal coro su Rete 4
Il servizio andato in onda ieri sera nella trasmissione di Mario Giordano, Fuori dal Coro, ci ha mostrato un caso che non è l’unico ma forse è una prassi messa in atto in molte zone del nostro Paese. A raccontare uno spaccato inquietante sul tema immigrazione, a telecamere nascoste, è stato Davide Ghebrial, responsabile di un Caf a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, che pubblicizza anche sui social la sua florida attività perché vero intenditore dei documenti e dell’iter per un permesso di soggiorno.
L’uomo, di origini egiziane, è infatti un esperto di «pratiche» per portare in Italia immigrati clandestini con l’aiuto di pseudo imprenditori compiacenti che dietro laute mazzette garantiscono una «falsa assunzione». In sostanza l’elegante Ghebrial, con tanto di ufficio su due piani e segretaria all’ingresso, è un boss dei permessi per far venire in Italia chiunque alla modica, si fa per dire, cifra di 12.500 euro totali ovvero, 10.000 al falso imprenditore e 2.500 li intasca lui. Il losco giro d’affari sarebbe adottato non soltanto nel Centro di assistenza fiscale del servizio andato in onda su Rete 4, ma anche in altri della zona milanese e non solo.
Sui social Ghebrial si autopromuove parlando del «successone nel 2025 perché ci sono stati più di 130 nulla osta per immigrati richiesti dal nostro ufficio». Al giornalista Francesco Leone di Fuori dal Coro, a telecamera nascosta, con tono amichevole e sincero, Ghebrial parla della pesante tangente per far arrivare illegalmente un immigrato in Italia spiegando: «Ci sono datori di lavoro che lo fanno ma per meno di 10.000 euro non lo fa nessuno». Bastano 2.000 euro di acconto e parte la pratica, poi quando arriva il permesso di soggiorno al Caf si paga il saldo. Oltre a rimanere ignoti, gli imprenditori di cui Ghebrial si fida ciecamente, non sono neanche tanto imprenditori visto che nel caso televisivo si tratta di una famiglia con un bambino di 6 anni e allora «si fa la richiesta per baby sitter o lavoro domestico». Un iter che serve solo per il permesso, poi, ovviamente, l’immigrato non avrà affatto un lavoro ma dovrà cercarselo.
Tutto chiaro dunque come funziona il sistema di permessi illegali messi in piedi dai Caf e da Davide Ghebrial che a telecamere palesi è letteralmente scappato per raggiungere la sua auto e sparire. Dopo la scampata strage di sabato nel centro storico di Modena a causa del gesto criminale di Salim El Koudri, trentunenne marocchino di seconda generazione, che ha lanciato la sua auto a folle velocità contro la folla, subito si è detto che l’uomo avrebbe problemi psichici anche se veniva descritto come «un ragazzo normale». Quindi nessuna radicalizzazione, niente terrorismo, soltanto rabbia e disagio per una integrazione promessa mancata nella rossa Emilia-Romagna. E allora forse il fallimento dell’accoglienza indiscriminata, caldamente sostenuta dalla sinistra, che ha sempre preferito chiudere gli occhi davanti l’illegalità a vari livelli, compresa quella degli immigrati verso gli immigrati con la mazzetta sui permessi di soggiorno ben denunciata ieri sera in tv da Giordano.
Il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ci ha tenuto a sottolineare che a fermare El Koudri, che sceso dall’auto ha tentato la fuga, «c’erano anche egiziani e quindi non bisogna generalizzare, bisogna riconoscere il pericolo attentatori ma ci sono molti avvoltoi che invece di unire la comunità alimentano odio e rancore. No alla deriva di sciacallaggio».
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