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2019-12-16
«Dopo di noi». La legge disastro che illude i disabili
Ansa
Una madre sopraffatta dalla solitudine e dalla fatica di accudire una figlia adulta disabile dalla nascita, l'ammazza e tenta di uccidersi. Il fatto di cronaca, una settimana fa nel Torinese, si affaccia solo per qualche istante sulla nostra quotidianità. Succede, capita, altre volte proveremo pena, incredulità davanti a gesti disperati di genitori, stremati e impotenti. Poi ascoltiamo proclami del governo, rassicurazioni sulla creazione dal prossimo gennaio di un ufficio permanente per le persone con disabilità a palazzo Chigi e pensiamo che le risposte arriveranno. Niente affatto, le circa 2.300.000 famiglie italiane nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi, avranno dalla legge di stabilità solo i 50 milioni di euro promessi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Più altri 20 milioni di euro (emendamento approvato in commissione bilancio al Senato), destinati al Fondo per la non autosufficienza (Fna) che nel 2019 ammonta a 573 milioni di euro.
Briciole, per i 3.100.000 disabili gravi nel nostro Paese, di cui il 61% è in cattive condizioni di salute. Servirebbero almeno 5 miliardi di euro per far fronte alle esigenze di una quota (5,2%) di italiani totalmente non abili, come dichiarano i presidenti di alcune delle federazioni che rappresentano associazioni impegnate nel settore.
Pochi dati, per spiegare quanto lontani siamo da interventi che offrano sostegno, dignità e la tanto promessa inclusione. Secondo l'ultimo dossier Istat, la metà dei disabili gravi (1,5 milioni su 3,1 milioni) ha più di 75 anni, quindi con ulteriori difficoltà dovute all'età e alla non autosufficienza. Oltre 600.000 persone con limitazioni gravi sono privi di rete di aiuto, di queste 204.000 vivono da sole. Rimangono in attesa di poter accedere ai fondi, ancora non ripartiti dalla maggioranza delle Regioni, del «Dopo di noi», soluzioni alternative agli istituti quando genitori o familiari non saranno più in grado di occuparsi del congiunto.
Vediamo di che cosa vive un disabile. Lo Stato gli garantisce 285,66 euro al mese di pensione di inabilità (poco più della metà della pensione sociale di 501 euro), solo a partire dal 74% di invalidità riconosciuta. Altrimenti si ha diritto unicamente a una serie di agevolazioni, fiscali o bonus salute. Se poi l'invalidità è totale e permanente, l'Inps corrisponde 517,84 euro al mese di indennità di accompagnamento. Complessivamente possono essere 803,5 euro, certo non per tutti. Bastano per arrivare a fine mese? No. Un invalido prende meno della pensione minima. Sostiene costi aggiuntivi di natura medica e sanitaria e spese per il trasporto legato alla salute. Non può pagare affitto e utenze varie. L'aiuto che arriva dall'indennità di accompagnamento (quando viene riconosciuta) non è un reddito aggiuntivo, serve per retribuire un accompagnatore e solo per poche ore, sollevando i familiari da un'assistenza continua e logorante.
Eppure, le famiglie con disabili che non ricevono alcuna forma di supporto né informale, né privata, né pubblica sono ancora moltissime, il 45,8%. Devono arrangiarsi, spesso uno dei genitori è costretto a lasciare il lavoro per seguire il figlio, quindi il nucleo si impoverisce. Il 28% delle famiglie con disabili è in condizioni di deprivazione materiale, che segnalano le difficoltà a disporre di beni o servizi essenziali per una vita decorosa, cioè non possono sostenere spese impreviste, la caldaia che si rompe, la lavatrice che smette di centrifugare. Nemmeno possono concedersi una vacanza, la più economica e a chilometro zero che si possa immaginare.
Poi ci sono gli interventi sul territorio, perché solo il 16,4% della spesa per l'assistenza al disabile è finanziata a livello centrale, attraverso il fondo indistinto per le politiche sociali (9%) e fondi vincolati statali o dell'Unione europea (7,4%). La maggior parte delle risorse (61,8%) provengono dai Comuni e dai fondi regionali vincolati per le politiche sociali, che finanziano il 17,8% della spesa sociale dei Comuni. In piccole percentuali, da altri enti e privati.
Dovrebbero garantire un supporto alle famiglie con assistenza domiciliare, servizi connessi alla cura e all'inclusione sociale delle persone disabili. Ma la spesa sociale a carico di questi enti si è moltiplicata negli anni, i soggetti bisognosi sono in continuo aumento e le strutture non sono in grado di reggere le tante domande che vanno dagli anziani non autosufficienti ai migranti, dai poveri ai rom, dalle dipendenze alle varie forme di emarginazione. I fondi non riescono a coprire i reali bisogni dei non abili e sono profondamente diversi dalle regioni del Nordest (con 5.080 euro di spesa media annua), a quelle del Sud (870 euro).
Se sei disabile, fai ancora una fatica enorme a trovare posto nel mercato del lavoro. Solo il 35,8% è occupato, quelli con meno di 40 anni rappresentano il 17,5%. Nel 2015, delle persone con disabilità iscritte nelle liste di collocamento, appena il 6,3% aveva un titolo universitario e il 24,6% un diploma di maturità. Eppure, nei Comuni, la spesa per «formazione e inserimento lavorativo» rappresenta la voce più importante (27% nel 2016) degli impegni finanziari. Dai dati del ministero del Lavoro, «vi sono 145.000 posti di lavoro ancora “vacanti", ovvero “riservati" alle persone con disabilità ma non ancora coperti». A vent'anni dall'approvazione della legge sul collocamento mirato, rimane difficile assicurare la formazione necessaria per soddisfare i profili richiesti e le aziende pubbliche e private assumono troppo poco nelle «quote di riserva», obbligatorie per legge. Rimane, infine, l'incognita su chi gestirà le deleghe che il precedente governo aveva assegnato al ministero della Famiglia e disabilità.
«Tutta la vita in un istituto. Per 120.000 famiglie non c’è ancora alternativa»
La legge 112 del 2016, «Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare», più nota come «Dopo di noi», punta a migliorare la qualità di vita, consentendo di vivere in autonomia secondo progetti individuali e senza essere confinati in istituto, se viene a mancare il supporto della famiglia. Il fondo pubblico di assistenza, previsto per questo scopo, nel 2019 era di 56,1 milioni di euro. Erano previste anche una serie di agevolazioni fiscali per la costituzione di trust, vincoli di destinazione di beni mobili e immobili e fondi speciali destinati ai disabili gravi per favorirne inclusione, cura e assistenza.
La tutela delle persone gravemente disabili in un Paese sempre più vecchio è l'aspetto più importante della legge, quello che interessa più di 2 milioni di famiglie che si chiedono che cosa accadrà dei loro cari quando non ci sarà più nessuno in grado di assisterli. Le parole della mamma di una disabile grave - «Siamo gli unici genitori del mondo a sperare che i figli non ci sopravvivano» -consentono di comprendere di quali drammi stiamo parlando. La legge ha indicato gli obiettivi, spetta alle Regioni programmare gli interventi e ai Comuni attuarli. Il fondo è stato ripartito con quote differenti a seconda della percentuale di invalidi di età compresa tra i 18 e i 64 anni. Alcuni esempi. Alla Lombardia (con il 16,8% di invalidi), per il 2019 sono stati assegnati 8.584.800 euro, a Campania e Lazio entrambe con stessa percentuale (10,1%), 5.161.100 euro, il Molise (0,5%) ha ricevuto 255.500 euro, la Sardegna (2,9%) 1.481.900 euro.
Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e relazionale), dopo quattro anni fa il punto sull'attuazione della 112.
Il «Dopo di noi» sta funzionando?
«È un'ottima e straordinaria legge, purtroppo applicata malissimo dalle Regioni. Tranne alcune, come la Lombardia e l'Emilia Romagna, le altre o sono in enorme ritardo o l'hanno completamente travisata. Intanto, le circa 120.000 famiglie che nel 2016 venivano segnalate con necessità immediate perché i figli disabili erano orfani o rischiavano di diventarlo, sono rimaste senza percorsi alternativi all'istituto a vita. Senza contare le emergenze che si sono aggiunte nei quattro anni dalla nascita della legge».
Perché sarebbero state travisate le indicazioni della 112?
«Il “Dopo di noi" ha previsto la creazione di piccole unità abitative, non più di 5 persone, dove i disabili possano continuare a vivere anche quando i genitori non ci sono più. Le risorse messe a disposizione sono impegnative in questa direzione, per garantire un percorso di autonomia fuori dalle strutture sanitarie. Non sono sostitutive. Invece, molte Regioni pensano di utilizzare i fondi per finanziare altri servizi già previsti, come l'assistenza domiciliare o la riabilitazione. In questo modo si vanifica la programmazione di progetti di vita indipendente, con beneficiario il singolo non abile».
A quanto ammonta complessivamente il fondo e quanti soldi sono stati spesi dal 2016?
«Purtroppo lo ignoriamo, perché è uscita solo una relazione al Parlamento, quella del 2017. Continuiamo ad aspettare il secondo rapporto, non è ancora stato presentato. Il fondo oramai dovrebbe essere superiore ai 250 milioni di euro, ma le risorse utilizzate non superano il 20%».
Perché in percentuale così bassa dopo ben quattro anni?
«Senza dati ufficiali, noi possiamo monitorare le diverse realtà territoriali ma non sappiamo che cosa concretamente sia stato fatto. La Lombardia parla di circa mille persone disabili con già un percorso individuale intrapreso. Ci sono stati problemi di coordinamento tra Stato, Regione ed enti locali e in poi in ambito territoriale, dove manca un sistema efficace di infrastrutturazione sociale. Non hanno personale che sappia redigere progetti personalizzati al singolo disabile, fatica a cambiare la rete assistenziale. Ma la condizione imprescindibile per finanziare una misura attraverso il fondo, è proprio l'esistenza di un progetto individuale».
Alle famiglie intanto che cosa raccontate?
«Molte si erano illuse, avevano cercato soluzioni abitative come la legge si impegnava a finanziare. L'effetto moltiplicatore di quelle iniziative sarebbe stato molto utile. Purtroppo molti sono tornati a credere che non ci siano soluzioni fuori dalla famiglia o dall'istituto».
«I 5,6 miliardi di Tria ridotti a 50 milioni»
«Il presidente Conte ha annunciato 50 milioni di euro per un fondo disabilità e sulla non autosufficienza. Una cifra lontanissima da quella che noi abbiamo proposto nei nostri emendamenti alla legge di bilancio, dove nemmeno si sfiorano le questioni che abbiamo sollevato». Secondo Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish), che rappresenta 35 associazioni impegnate con i non abili, si tratta inoltre di «risorse promesse, non realmente spendibili».
Voi che cosa avete chiesto?
«Abbiamo proposto di riformulare il cosiddetto bonus facciate, ampliando la detrazione del 90% in 10 anni per le spese per il recupero o il restauro delle facciate esterne degli edifici, anche ai condomini che abbattono le barriere architettoniche. Diventerebbero così interventi dal valore sociale. Un altro emendamento prevede 25 milioni di euro in più per agevolare progetti di vita indipendente delle persone disabili, che attualmente è finanziata con solo 15 milioni di euro per tutto il Paese, detratti dal Fondo nazionale sulla non autosufficienza. Chiediamo di rifinanziarla a parte, con un fondo iniziale di 40 milioni di euro. La richiesta più corposa riguarda il Fna, vorremmo aumentarlo di 250 milioni di euro, portandolo a 823 milioni di euro l'anno. Ma credo che non si farà nulla».
Poco fiducioso nel sostegno che il governo intende dare ai disabili?
«Le cifre che suggeriamo sono molto basse, rispetto ai 4 miliardi di euro che una legge di stabilità dovrebbe destinare a politiche attive per persone non abili. L'ex ministro del Lavoro, Giovanni Tria, prevedeva dal 2022 la somma in bilancio di 5,6 miliardi di euro. A noi adesso promettono 50 milioni di euro, che non sappiamo dove andranno a finire. Gli interventi si definiranno solo successivamente con appositi provvedimenti normativi».
Però arriva l'Iva al 4% per l'acquisto di auto ibride ed elettriche da parte di persone con disabilità.
«Ci interessa nella misura in cui la detrazione dà la possibilità di fare una scelta. Poi l'auto va adattata, non basta solo acquistarla, il costo è sempre più elevato rispetto a chi non ha disabilità. Per le famiglie con un non abile al loro interno, le agevolazioni Iva per l'auto sono agli ultimi posti per importanza».
Di che cosa hanno soprattutto bisogno i 3,1 milioni di disabili gravi nel nostro Paese?
«Sono molti di più secondo il nostro osservatorio, non meno di 4,2 milioni. Tanti, circa 300.000, purtroppo vivono in istituto e il numero è destinato ad aumentare perché genitori o fratelli non sono in grado di seguirli. Parliamo di strutture sanitarie, le Regioni pagano fino a 3.500 euro al mese per mantenere un disabile al loro interno. Pensi a quante cose potrebbe fare una famiglia con somme ben inferiori, diciamo 1.500, 2.000 euro al massimo per ricevere sostegni adeguati, senza dover segregare a vita un loro congiunto. Bisogna aumentare la pensione di inabilità, ferma a 285 euro al mese, si devono aiutare le famiglie a prendersi carico del non abile, consentendogli una vita decorosa, non da emarginato. Questo significa poter studiare, trovare un lavoro, supporto sul territorio. Sono investimenti, non un costo sociale. Non si può parlare di disabilità in prossimità della Finanziaria. Le famiglie vivono in una sofferenza costante».
Coop e onlus si spartiscono tutti i contributi
L'ultimo dossier dell'Istat conteggia le strutture che hanno fornito servizi di assistenza sociale, tra il 2015 e il 2016. Su 70.000, ben 44.723 (il 64%) erano istituzioni no profit, 5.145 (7,3%) pubbliche e 20.035 (28,7%) le imprese. Circa la metà dei 730.000 dipendenti nell'assistenza sociale è impiegata nelle no profit (358.967, il 49,2%). Soggetti non pubblici e privati accreditati, cooperative sociali e Onlus gestiscono dunque la maggior parte dei servizi, attraverso appalti e convenzioni.
Delle oltre 336.000 no profit operanti in Italia con funzione «sociale», 38.000 si occupano di disabilità e impiegano 721.000 volontari, 337.000 dipendenti e 54.000 lavoratori esterni. Le loro entrate ammontano a 16 miliardi di euro e per la maggior parte (47,8%) derivano da convenzioni con istituzioni o enti pubblici nazionali e internazionali, per il 30,9% da vendita di beni e servizi del totale. Poi ci sono piccole percentuali derivanti da contributi, lasciti, donazioni.
«Tali organizzazioni svolgono un'attività economica nella produzione di servizi fondamentali», puntualizza il rapporto, e una quota consistente «si sostiene con entrate prevalentemente di natura pubblica». I lavoratori al loro interno svolgono attività di Pet therapy (instaurando relazioni tra il paziente e un animale domestico), interventi e servizi terapeutici o riabilitativi anche a domicilio, sono impiegati in centri diurni e strutture semiresidenziali. Interessante quello che rileva l'Istat: «Le istituzioni non profit dedite alla disabilità presentano una struttura organizzativa complessa e ampie dimensioni in termini di risorse umane impiegate: il numero medio di lavoratori retribuiti (10 lavoratori in media per ogni istituzione) e quello dei volontari (19 per ogni istituzione) infatti risultano ben superiori ai valori medi delle istituzioni non profit nel loro complesso (pari rispettivamente a 3 lavoratori e 16 volontari in media per ogni istituzione».
Da punto di vista economico, l'importo medio per ciascuna cooperativa o Onlus è di 435.000 euro, «valore doppio rispetto a quello rilevato per le istituzioni non profit nel complesso (209.000 euro)». L'assistenza che i Comuni assicurano ai disabili è dunque solo in minima parte offerta dai servizi pubblici, per la quota più consistente viene erogata da profit e non profit. Bolzano è l'unica provincia in cui la maggior parte dei dipendenti (58,0%) lavorano per disabili in una istituzione pubblica. Quella di Roma, invece, ha il 55,8% del personale in strutture di no profit. Il valore più basso del settore pubblico si registra al Sud (0,4%).
Quasi due famiglie su tre nel Nord Italia ricevono qualche forma di aiuto, mentre al Sud sono meno di una su due. Nel Nordest, la rete di aiuti informali (centrata sui legami familiari, su quelli di amicizia o di vicinato) è più sviluppata ed è anche più alto il ricorso a servizi di mercato, grazie a migliori possibilità economiche.
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Il flop delle norme targate Matteo Renzi: pochissime risorse agli invalidi e impossibilità pratica di trovare lavoro.Il presidente nazionale Anffas Roberto Speziale: «A quattro anni dalla riforma il Parlamento tace sull'attuazione e solamente due Regioni si sono mosse. I ritardi sono gravissimi».«Non ci sono veri finanziamenti ma soltanto promesse perché i fondi realmente spendibili sono pochissimi»L'Istat: le non profit attive nel mondo dell'handicap incassano 16 miliardi e impiegano quasi 400.000 persone.Lo speciale contiene quattro articoliUna madre sopraffatta dalla solitudine e dalla fatica di accudire una figlia adulta disabile dalla nascita, l'ammazza e tenta di uccidersi. Il fatto di cronaca, una settimana fa nel Torinese, si affaccia solo per qualche istante sulla nostra quotidianità. Succede, capita, altre volte proveremo pena, incredulità davanti a gesti disperati di genitori, stremati e impotenti. Poi ascoltiamo proclami del governo, rassicurazioni sulla creazione dal prossimo gennaio di un ufficio permanente per le persone con disabilità a palazzo Chigi e pensiamo che le risposte arriveranno. Niente affatto, le circa 2.300.000 famiglie italiane nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi, avranno dalla legge di stabilità solo i 50 milioni di euro promessi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Più altri 20 milioni di euro (emendamento approvato in commissione bilancio al Senato), destinati al Fondo per la non autosufficienza (Fna) che nel 2019 ammonta a 573 milioni di euro.Briciole, per i 3.100.000 disabili gravi nel nostro Paese, di cui il 61% è in cattive condizioni di salute. Servirebbero almeno 5 miliardi di euro per far fronte alle esigenze di una quota (5,2%) di italiani totalmente non abili, come dichiarano i presidenti di alcune delle federazioni che rappresentano associazioni impegnate nel settore.Pochi dati, per spiegare quanto lontani siamo da interventi che offrano sostegno, dignità e la tanto promessa inclusione. Secondo l'ultimo dossier Istat, la metà dei disabili gravi (1,5 milioni su 3,1 milioni) ha più di 75 anni, quindi con ulteriori difficoltà dovute all'età e alla non autosufficienza. Oltre 600.000 persone con limitazioni gravi sono privi di rete di aiuto, di queste 204.000 vivono da sole. Rimangono in attesa di poter accedere ai fondi, ancora non ripartiti dalla maggioranza delle Regioni, del «Dopo di noi», soluzioni alternative agli istituti quando genitori o familiari non saranno più in grado di occuparsi del congiunto. Vediamo di che cosa vive un disabile. Lo Stato gli garantisce 285,66 euro al mese di pensione di inabilità (poco più della metà della pensione sociale di 501 euro), solo a partire dal 74% di invalidità riconosciuta. Altrimenti si ha diritto unicamente a una serie di agevolazioni, fiscali o bonus salute. Se poi l'invalidità è totale e permanente, l'Inps corrisponde 517,84 euro al mese di indennità di accompagnamento. Complessivamente possono essere 803,5 euro, certo non per tutti. Bastano per arrivare a fine mese? No. Un invalido prende meno della pensione minima. Sostiene costi aggiuntivi di natura medica e sanitaria e spese per il trasporto legato alla salute. Non può pagare affitto e utenze varie. L'aiuto che arriva dall'indennità di accompagnamento (quando viene riconosciuta) non è un reddito aggiuntivo, serve per retribuire un accompagnatore e solo per poche ore, sollevando i familiari da un'assistenza continua e logorante.Eppure, le famiglie con disabili che non ricevono alcuna forma di supporto né informale, né privata, né pubblica sono ancora moltissime, il 45,8%. Devono arrangiarsi, spesso uno dei genitori è costretto a lasciare il lavoro per seguire il figlio, quindi il nucleo si impoverisce. Il 28% delle famiglie con disabili è in condizioni di deprivazione materiale, che segnalano le difficoltà a disporre di beni o servizi essenziali per una vita decorosa, cioè non possono sostenere spese impreviste, la caldaia che si rompe, la lavatrice che smette di centrifugare. Nemmeno possono concedersi una vacanza, la più economica e a chilometro zero che si possa immaginare. Poi ci sono gli interventi sul territorio, perché solo il 16,4% della spesa per l'assistenza al disabile è finanziata a livello centrale, attraverso il fondo indistinto per le politiche sociali (9%) e fondi vincolati statali o dell'Unione europea (7,4%). La maggior parte delle risorse (61,8%) provengono dai Comuni e dai fondi regionali vincolati per le politiche sociali, che finanziano il 17,8% della spesa sociale dei Comuni. In piccole percentuali, da altri enti e privati.Dovrebbero garantire un supporto alle famiglie con assistenza domiciliare, servizi connessi alla cura e all'inclusione sociale delle persone disabili. Ma la spesa sociale a carico di questi enti si è moltiplicata negli anni, i soggetti bisognosi sono in continuo aumento e le strutture non sono in grado di reggere le tante domande che vanno dagli anziani non autosufficienti ai migranti, dai poveri ai rom, dalle dipendenze alle varie forme di emarginazione. I fondi non riescono a coprire i reali bisogni dei non abili e sono profondamente diversi dalle regioni del Nordest (con 5.080 euro di spesa media annua), a quelle del Sud (870 euro). Se sei disabile, fai ancora una fatica enorme a trovare posto nel mercato del lavoro. Solo il 35,8% è occupato, quelli con meno di 40 anni rappresentano il 17,5%. Nel 2015, delle persone con disabilità iscritte nelle liste di collocamento, appena il 6,3% aveva un titolo universitario e il 24,6% un diploma di maturità. Eppure, nei Comuni, la spesa per «formazione e inserimento lavorativo» rappresenta la voce più importante (27% nel 2016) degli impegni finanziari. Dai dati del ministero del Lavoro, «vi sono 145.000 posti di lavoro ancora “vacanti", ovvero “riservati" alle persone con disabilità ma non ancora coperti». A vent'anni dall'approvazione della legge sul collocamento mirato, rimane difficile assicurare la formazione necessaria per soddisfare i profili richiesti e le aziende pubbliche e private assumono troppo poco nelle «quote di riserva», obbligatorie per legge. Rimane, infine, l'incognita su chi gestirà le deleghe che il precedente governo aveva assegnato al ministero della Famiglia e disabilità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutta-la-vita-in-un-istituto-per-120-000-famiglie-non-ce-ancora-alternativa" data-post-id="2641600043" data-published-at="1769730948" data-use-pagination="False"> «Tutta la vita in un istituto. 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Le parole della mamma di una disabile grave - «Siamo gli unici genitori del mondo a sperare che i figli non ci sopravvivano» -consentono di comprendere di quali drammi stiamo parlando. La legge ha indicato gli obiettivi, spetta alle Regioni programmare gli interventi e ai Comuni attuarli. Il fondo è stato ripartito con quote differenti a seconda della percentuale di invalidi di età compresa tra i 18 e i 64 anni. Alcuni esempi. Alla Lombardia (con il 16,8% di invalidi), per il 2019 sono stati assegnati 8.584.800 euro, a Campania e Lazio entrambe con stessa percentuale (10,1%), 5.161.100 euro, il Molise (0,5%) ha ricevuto 255.500 euro, la Sardegna (2,9%) 1.481.900 euro. Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e relazionale), dopo quattro anni fa il punto sull'attuazione della 112. Il «Dopo di noi» sta funzionando? «È un'ottima e straordinaria legge, purtroppo applicata malissimo dalle Regioni. Tranne alcune, come la Lombardia e l'Emilia Romagna, le altre o sono in enorme ritardo o l'hanno completamente travisata. Intanto, le circa 120.000 famiglie che nel 2016 venivano segnalate con necessità immediate perché i figli disabili erano orfani o rischiavano di diventarlo, sono rimaste senza percorsi alternativi all'istituto a vita. Senza contare le emergenze che si sono aggiunte nei quattro anni dalla nascita della legge». Perché sarebbero state travisate le indicazioni della 112? «Il “Dopo di noi" ha previsto la creazione di piccole unità abitative, non più di 5 persone, dove i disabili possano continuare a vivere anche quando i genitori non ci sono più. Le risorse messe a disposizione sono impegnative in questa direzione, per garantire un percorso di autonomia fuori dalle strutture sanitarie. Non sono sostitutive. Invece, molte Regioni pensano di utilizzare i fondi per finanziare altri servizi già previsti, come l'assistenza domiciliare o la riabilitazione. In questo modo si vanifica la programmazione di progetti di vita indipendente, con beneficiario il singolo non abile». A quanto ammonta complessivamente il fondo e quanti soldi sono stati spesi dal 2016? «Purtroppo lo ignoriamo, perché è uscita solo una relazione al Parlamento, quella del 2017. Continuiamo ad aspettare il secondo rapporto, non è ancora stato presentato. Il fondo oramai dovrebbe essere superiore ai 250 milioni di euro, ma le risorse utilizzate non superano il 20%». Perché in percentuale così bassa dopo ben quattro anni? «Senza dati ufficiali, noi possiamo monitorare le diverse realtà territoriali ma non sappiamo che cosa concretamente sia stato fatto. La Lombardia parla di circa mille persone disabili con già un percorso individuale intrapreso. Ci sono stati problemi di coordinamento tra Stato, Regione ed enti locali e in poi in ambito territoriale, dove manca un sistema efficace di infrastrutturazione sociale. Non hanno personale che sappia redigere progetti personalizzati al singolo disabile, fatica a cambiare la rete assistenziale. Ma la condizione imprescindibile per finanziare una misura attraverso il fondo, è proprio l'esistenza di un progetto individuale». Alle famiglie intanto che cosa raccontate? «Molte si erano illuse, avevano cercato soluzioni abitative come la legge si impegnava a finanziare. L'effetto moltiplicatore di quelle iniziative sarebbe stato molto utile. Purtroppo molti sono tornati a credere che non ci siano soluzioni fuori dalla famiglia o dall'istituto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-56-miliardi-di-tria-ridotti-a-50-milioni" data-post-id="2641600043" data-published-at="1769730948" data-use-pagination="False"> «I 5,6 miliardi di Tria ridotti a 50 milioni» «Il presidente Conte ha annunciato 50 milioni di euro per un fondo disabilità e sulla non autosufficienza. Una cifra lontanissima da quella che noi abbiamo proposto nei nostri emendamenti alla legge di bilancio, dove nemmeno si sfiorano le questioni che abbiamo sollevato». Secondo Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish), che rappresenta 35 associazioni impegnate con i non abili, si tratta inoltre di «risorse promesse, non realmente spendibili». Voi che cosa avete chiesto? «Abbiamo proposto di riformulare il cosiddetto bonus facciate, ampliando la detrazione del 90% in 10 anni per le spese per il recupero o il restauro delle facciate esterne degli edifici, anche ai condomini che abbattono le barriere architettoniche. Diventerebbero così interventi dal valore sociale. Un altro emendamento prevede 25 milioni di euro in più per agevolare progetti di vita indipendente delle persone disabili, che attualmente è finanziata con solo 15 milioni di euro per tutto il Paese, detratti dal Fondo nazionale sulla non autosufficienza. Chiediamo di rifinanziarla a parte, con un fondo iniziale di 40 milioni di euro. La richiesta più corposa riguarda il Fna, vorremmo aumentarlo di 250 milioni di euro, portandolo a 823 milioni di euro l'anno. Ma credo che non si farà nulla». Poco fiducioso nel sostegno che il governo intende dare ai disabili? «Le cifre che suggeriamo sono molto basse, rispetto ai 4 miliardi di euro che una legge di stabilità dovrebbe destinare a politiche attive per persone non abili. L'ex ministro del Lavoro, Giovanni Tria, prevedeva dal 2022 la somma in bilancio di 5,6 miliardi di euro. A noi adesso promettono 50 milioni di euro, che non sappiamo dove andranno a finire. Gli interventi si definiranno solo successivamente con appositi provvedimenti normativi». Però arriva l'Iva al 4% per l'acquisto di auto ibride ed elettriche da parte di persone con disabilità. «Ci interessa nella misura in cui la detrazione dà la possibilità di fare una scelta. Poi l'auto va adattata, non basta solo acquistarla, il costo è sempre più elevato rispetto a chi non ha disabilità. Per le famiglie con un non abile al loro interno, le agevolazioni Iva per l'auto sono agli ultimi posti per importanza». Di che cosa hanno soprattutto bisogno i 3,1 milioni di disabili gravi nel nostro Paese? «Sono molti di più secondo il nostro osservatorio, non meno di 4,2 milioni. Tanti, circa 300.000, purtroppo vivono in istituto e il numero è destinato ad aumentare perché genitori o fratelli non sono in grado di seguirli. Parliamo di strutture sanitarie, le Regioni pagano fino a 3.500 euro al mese per mantenere un disabile al loro interno. Pensi a quante cose potrebbe fare una famiglia con somme ben inferiori, diciamo 1.500, 2.000 euro al massimo per ricevere sostegni adeguati, senza dover segregare a vita un loro congiunto. Bisogna aumentare la pensione di inabilità, ferma a 285 euro al mese, si devono aiutare le famiglie a prendersi carico del non abile, consentendogli una vita decorosa, non da emarginato. Questo significa poter studiare, trovare un lavoro, supporto sul territorio. Sono investimenti, non un costo sociale. Non si può parlare di disabilità in prossimità della Finanziaria. Le famiglie vivono in una sofferenza costante». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="coop-e-onlus-si-spartiscono-tutti-i-contributi" data-post-id="2641600043" data-published-at="1769730948" data-use-pagination="False"> Coop e onlus si spartiscono tutti i contributi L'ultimo dossier dell'Istat conteggia le strutture che hanno fornito servizi di assistenza sociale, tra il 2015 e il 2016. Su 70.000, ben 44.723 (il 64%) erano istituzioni no profit, 5.145 (7,3%) pubbliche e 20.035 (28,7%) le imprese. Circa la metà dei 730.000 dipendenti nell'assistenza sociale è impiegata nelle no profit (358.967, il 49,2%). Soggetti non pubblici e privati accreditati, cooperative sociali e Onlus gestiscono dunque la maggior parte dei servizi, attraverso appalti e convenzioni. Delle oltre 336.000 no profit operanti in Italia con funzione «sociale», 38.000 si occupano di disabilità e impiegano 721.000 volontari, 337.000 dipendenti e 54.000 lavoratori esterni. Le loro entrate ammontano a 16 miliardi di euro e per la maggior parte (47,8%) derivano da convenzioni con istituzioni o enti pubblici nazionali e internazionali, per il 30,9% da vendita di beni e servizi del totale. Poi ci sono piccole percentuali derivanti da contributi, lasciti, donazioni. «Tali organizzazioni svolgono un'attività economica nella produzione di servizi fondamentali», puntualizza il rapporto, e una quota consistente «si sostiene con entrate prevalentemente di natura pubblica». I lavoratori al loro interno svolgono attività di Pet therapy (instaurando relazioni tra il paziente e un animale domestico), interventi e servizi terapeutici o riabilitativi anche a domicilio, sono impiegati in centri diurni e strutture semiresidenziali. Interessante quello che rileva l'Istat: «Le istituzioni non profit dedite alla disabilità presentano una struttura organizzativa complessa e ampie dimensioni in termini di risorse umane impiegate: il numero medio di lavoratori retribuiti (10 lavoratori in media per ogni istituzione) e quello dei volontari (19 per ogni istituzione) infatti risultano ben superiori ai valori medi delle istituzioni non profit nel loro complesso (pari rispettivamente a 3 lavoratori e 16 volontari in media per ogni istituzione». Da punto di vista economico, l'importo medio per ciascuna cooperativa o Onlus è di 435.000 euro, «valore doppio rispetto a quello rilevato per le istituzioni non profit nel complesso (209.000 euro)». L'assistenza che i Comuni assicurano ai disabili è dunque solo in minima parte offerta dai servizi pubblici, per la quota più consistente viene erogata da profit e non profit. Bolzano è l'unica provincia in cui la maggior parte dei dipendenti (58,0%) lavorano per disabili in una istituzione pubblica. Quella di Roma, invece, ha il 55,8% del personale in strutture di no profit. Il valore più basso del settore pubblico si registra al Sud (0,4%). Quasi due famiglie su tre nel Nord Italia ricevono qualche forma di aiuto, mentre al Sud sono meno di una su due. Nel Nordest, la rete di aiuti informali (centrata sui legami familiari, su quelli di amicizia o di vicinato) è più sviluppata ed è anche più alto il ricorso a servizi di mercato, grazie a migliori possibilità economiche.
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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