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2019-12-16
«Dopo di noi». La legge disastro che illude i disabili
Ansa
Una madre sopraffatta dalla solitudine e dalla fatica di accudire una figlia adulta disabile dalla nascita, l'ammazza e tenta di uccidersi. Il fatto di cronaca, una settimana fa nel Torinese, si affaccia solo per qualche istante sulla nostra quotidianità. Succede, capita, altre volte proveremo pena, incredulità davanti a gesti disperati di genitori, stremati e impotenti. Poi ascoltiamo proclami del governo, rassicurazioni sulla creazione dal prossimo gennaio di un ufficio permanente per le persone con disabilità a palazzo Chigi e pensiamo che le risposte arriveranno. Niente affatto, le circa 2.300.000 famiglie italiane nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi, avranno dalla legge di stabilità solo i 50 milioni di euro promessi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Più altri 20 milioni di euro (emendamento approvato in commissione bilancio al Senato), destinati al Fondo per la non autosufficienza (Fna) che nel 2019 ammonta a 573 milioni di euro.
Briciole, per i 3.100.000 disabili gravi nel nostro Paese, di cui il 61% è in cattive condizioni di salute. Servirebbero almeno 5 miliardi di euro per far fronte alle esigenze di una quota (5,2%) di italiani totalmente non abili, come dichiarano i presidenti di alcune delle federazioni che rappresentano associazioni impegnate nel settore.
Pochi dati, per spiegare quanto lontani siamo da interventi che offrano sostegno, dignità e la tanto promessa inclusione. Secondo l'ultimo dossier Istat, la metà dei disabili gravi (1,5 milioni su 3,1 milioni) ha più di 75 anni, quindi con ulteriori difficoltà dovute all'età e alla non autosufficienza. Oltre 600.000 persone con limitazioni gravi sono privi di rete di aiuto, di queste 204.000 vivono da sole. Rimangono in attesa di poter accedere ai fondi, ancora non ripartiti dalla maggioranza delle Regioni, del «Dopo di noi», soluzioni alternative agli istituti quando genitori o familiari non saranno più in grado di occuparsi del congiunto.
Vediamo di che cosa vive un disabile. Lo Stato gli garantisce 285,66 euro al mese di pensione di inabilità (poco più della metà della pensione sociale di 501 euro), solo a partire dal 74% di invalidità riconosciuta. Altrimenti si ha diritto unicamente a una serie di agevolazioni, fiscali o bonus salute. Se poi l'invalidità è totale e permanente, l'Inps corrisponde 517,84 euro al mese di indennità di accompagnamento. Complessivamente possono essere 803,5 euro, certo non per tutti. Bastano per arrivare a fine mese? No. Un invalido prende meno della pensione minima. Sostiene costi aggiuntivi di natura medica e sanitaria e spese per il trasporto legato alla salute. Non può pagare affitto e utenze varie. L'aiuto che arriva dall'indennità di accompagnamento (quando viene riconosciuta) non è un reddito aggiuntivo, serve per retribuire un accompagnatore e solo per poche ore, sollevando i familiari da un'assistenza continua e logorante.
Eppure, le famiglie con disabili che non ricevono alcuna forma di supporto né informale, né privata, né pubblica sono ancora moltissime, il 45,8%. Devono arrangiarsi, spesso uno dei genitori è costretto a lasciare il lavoro per seguire il figlio, quindi il nucleo si impoverisce. Il 28% delle famiglie con disabili è in condizioni di deprivazione materiale, che segnalano le difficoltà a disporre di beni o servizi essenziali per una vita decorosa, cioè non possono sostenere spese impreviste, la caldaia che si rompe, la lavatrice che smette di centrifugare. Nemmeno possono concedersi una vacanza, la più economica e a chilometro zero che si possa immaginare.
Poi ci sono gli interventi sul territorio, perché solo il 16,4% della spesa per l'assistenza al disabile è finanziata a livello centrale, attraverso il fondo indistinto per le politiche sociali (9%) e fondi vincolati statali o dell'Unione europea (7,4%). La maggior parte delle risorse (61,8%) provengono dai Comuni e dai fondi regionali vincolati per le politiche sociali, che finanziano il 17,8% della spesa sociale dei Comuni. In piccole percentuali, da altri enti e privati.
Dovrebbero garantire un supporto alle famiglie con assistenza domiciliare, servizi connessi alla cura e all'inclusione sociale delle persone disabili. Ma la spesa sociale a carico di questi enti si è moltiplicata negli anni, i soggetti bisognosi sono in continuo aumento e le strutture non sono in grado di reggere le tante domande che vanno dagli anziani non autosufficienti ai migranti, dai poveri ai rom, dalle dipendenze alle varie forme di emarginazione. I fondi non riescono a coprire i reali bisogni dei non abili e sono profondamente diversi dalle regioni del Nordest (con 5.080 euro di spesa media annua), a quelle del Sud (870 euro).
Se sei disabile, fai ancora una fatica enorme a trovare posto nel mercato del lavoro. Solo il 35,8% è occupato, quelli con meno di 40 anni rappresentano il 17,5%. Nel 2015, delle persone con disabilità iscritte nelle liste di collocamento, appena il 6,3% aveva un titolo universitario e il 24,6% un diploma di maturità. Eppure, nei Comuni, la spesa per «formazione e inserimento lavorativo» rappresenta la voce più importante (27% nel 2016) degli impegni finanziari. Dai dati del ministero del Lavoro, «vi sono 145.000 posti di lavoro ancora “vacanti", ovvero “riservati" alle persone con disabilità ma non ancora coperti». A vent'anni dall'approvazione della legge sul collocamento mirato, rimane difficile assicurare la formazione necessaria per soddisfare i profili richiesti e le aziende pubbliche e private assumono troppo poco nelle «quote di riserva», obbligatorie per legge. Rimane, infine, l'incognita su chi gestirà le deleghe che il precedente governo aveva assegnato al ministero della Famiglia e disabilità.
«Tutta la vita in un istituto. Per 120.000 famiglie non c’è ancora alternativa»
La legge 112 del 2016, «Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare», più nota come «Dopo di noi», punta a migliorare la qualità di vita, consentendo di vivere in autonomia secondo progetti individuali e senza essere confinati in istituto, se viene a mancare il supporto della famiglia. Il fondo pubblico di assistenza, previsto per questo scopo, nel 2019 era di 56,1 milioni di euro. Erano previste anche una serie di agevolazioni fiscali per la costituzione di trust, vincoli di destinazione di beni mobili e immobili e fondi speciali destinati ai disabili gravi per favorirne inclusione, cura e assistenza.
La tutela delle persone gravemente disabili in un Paese sempre più vecchio è l'aspetto più importante della legge, quello che interessa più di 2 milioni di famiglie che si chiedono che cosa accadrà dei loro cari quando non ci sarà più nessuno in grado di assisterli. Le parole della mamma di una disabile grave - «Siamo gli unici genitori del mondo a sperare che i figli non ci sopravvivano» -consentono di comprendere di quali drammi stiamo parlando. La legge ha indicato gli obiettivi, spetta alle Regioni programmare gli interventi e ai Comuni attuarli. Il fondo è stato ripartito con quote differenti a seconda della percentuale di invalidi di età compresa tra i 18 e i 64 anni. Alcuni esempi. Alla Lombardia (con il 16,8% di invalidi), per il 2019 sono stati assegnati 8.584.800 euro, a Campania e Lazio entrambe con stessa percentuale (10,1%), 5.161.100 euro, il Molise (0,5%) ha ricevuto 255.500 euro, la Sardegna (2,9%) 1.481.900 euro.
Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e relazionale), dopo quattro anni fa il punto sull'attuazione della 112.
Il «Dopo di noi» sta funzionando?
«È un'ottima e straordinaria legge, purtroppo applicata malissimo dalle Regioni. Tranne alcune, come la Lombardia e l'Emilia Romagna, le altre o sono in enorme ritardo o l'hanno completamente travisata. Intanto, le circa 120.000 famiglie che nel 2016 venivano segnalate con necessità immediate perché i figli disabili erano orfani o rischiavano di diventarlo, sono rimaste senza percorsi alternativi all'istituto a vita. Senza contare le emergenze che si sono aggiunte nei quattro anni dalla nascita della legge».
Perché sarebbero state travisate le indicazioni della 112?
«Il “Dopo di noi" ha previsto la creazione di piccole unità abitative, non più di 5 persone, dove i disabili possano continuare a vivere anche quando i genitori non ci sono più. Le risorse messe a disposizione sono impegnative in questa direzione, per garantire un percorso di autonomia fuori dalle strutture sanitarie. Non sono sostitutive. Invece, molte Regioni pensano di utilizzare i fondi per finanziare altri servizi già previsti, come l'assistenza domiciliare o la riabilitazione. In questo modo si vanifica la programmazione di progetti di vita indipendente, con beneficiario il singolo non abile».
A quanto ammonta complessivamente il fondo e quanti soldi sono stati spesi dal 2016?
«Purtroppo lo ignoriamo, perché è uscita solo una relazione al Parlamento, quella del 2017. Continuiamo ad aspettare il secondo rapporto, non è ancora stato presentato. Il fondo oramai dovrebbe essere superiore ai 250 milioni di euro, ma le risorse utilizzate non superano il 20%».
Perché in percentuale così bassa dopo ben quattro anni?
«Senza dati ufficiali, noi possiamo monitorare le diverse realtà territoriali ma non sappiamo che cosa concretamente sia stato fatto. La Lombardia parla di circa mille persone disabili con già un percorso individuale intrapreso. Ci sono stati problemi di coordinamento tra Stato, Regione ed enti locali e in poi in ambito territoriale, dove manca un sistema efficace di infrastrutturazione sociale. Non hanno personale che sappia redigere progetti personalizzati al singolo disabile, fatica a cambiare la rete assistenziale. Ma la condizione imprescindibile per finanziare una misura attraverso il fondo, è proprio l'esistenza di un progetto individuale».
Alle famiglie intanto che cosa raccontate?
«Molte si erano illuse, avevano cercato soluzioni abitative come la legge si impegnava a finanziare. L'effetto moltiplicatore di quelle iniziative sarebbe stato molto utile. Purtroppo molti sono tornati a credere che non ci siano soluzioni fuori dalla famiglia o dall'istituto».
«I 5,6 miliardi di Tria ridotti a 50 milioni»
«Il presidente Conte ha annunciato 50 milioni di euro per un fondo disabilità e sulla non autosufficienza. Una cifra lontanissima da quella che noi abbiamo proposto nei nostri emendamenti alla legge di bilancio, dove nemmeno si sfiorano le questioni che abbiamo sollevato». Secondo Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish), che rappresenta 35 associazioni impegnate con i non abili, si tratta inoltre di «risorse promesse, non realmente spendibili».
Voi che cosa avete chiesto?
«Abbiamo proposto di riformulare il cosiddetto bonus facciate, ampliando la detrazione del 90% in 10 anni per le spese per il recupero o il restauro delle facciate esterne degli edifici, anche ai condomini che abbattono le barriere architettoniche. Diventerebbero così interventi dal valore sociale. Un altro emendamento prevede 25 milioni di euro in più per agevolare progetti di vita indipendente delle persone disabili, che attualmente è finanziata con solo 15 milioni di euro per tutto il Paese, detratti dal Fondo nazionale sulla non autosufficienza. Chiediamo di rifinanziarla a parte, con un fondo iniziale di 40 milioni di euro. La richiesta più corposa riguarda il Fna, vorremmo aumentarlo di 250 milioni di euro, portandolo a 823 milioni di euro l'anno. Ma credo che non si farà nulla».
Poco fiducioso nel sostegno che il governo intende dare ai disabili?
«Le cifre che suggeriamo sono molto basse, rispetto ai 4 miliardi di euro che una legge di stabilità dovrebbe destinare a politiche attive per persone non abili. L'ex ministro del Lavoro, Giovanni Tria, prevedeva dal 2022 la somma in bilancio di 5,6 miliardi di euro. A noi adesso promettono 50 milioni di euro, che non sappiamo dove andranno a finire. Gli interventi si definiranno solo successivamente con appositi provvedimenti normativi».
Però arriva l'Iva al 4% per l'acquisto di auto ibride ed elettriche da parte di persone con disabilità.
«Ci interessa nella misura in cui la detrazione dà la possibilità di fare una scelta. Poi l'auto va adattata, non basta solo acquistarla, il costo è sempre più elevato rispetto a chi non ha disabilità. Per le famiglie con un non abile al loro interno, le agevolazioni Iva per l'auto sono agli ultimi posti per importanza».
Di che cosa hanno soprattutto bisogno i 3,1 milioni di disabili gravi nel nostro Paese?
«Sono molti di più secondo il nostro osservatorio, non meno di 4,2 milioni. Tanti, circa 300.000, purtroppo vivono in istituto e il numero è destinato ad aumentare perché genitori o fratelli non sono in grado di seguirli. Parliamo di strutture sanitarie, le Regioni pagano fino a 3.500 euro al mese per mantenere un disabile al loro interno. Pensi a quante cose potrebbe fare una famiglia con somme ben inferiori, diciamo 1.500, 2.000 euro al massimo per ricevere sostegni adeguati, senza dover segregare a vita un loro congiunto. Bisogna aumentare la pensione di inabilità, ferma a 285 euro al mese, si devono aiutare le famiglie a prendersi carico del non abile, consentendogli una vita decorosa, non da emarginato. Questo significa poter studiare, trovare un lavoro, supporto sul territorio. Sono investimenti, non un costo sociale. Non si può parlare di disabilità in prossimità della Finanziaria. Le famiglie vivono in una sofferenza costante».
Coop e onlus si spartiscono tutti i contributi
L'ultimo dossier dell'Istat conteggia le strutture che hanno fornito servizi di assistenza sociale, tra il 2015 e il 2016. Su 70.000, ben 44.723 (il 64%) erano istituzioni no profit, 5.145 (7,3%) pubbliche e 20.035 (28,7%) le imprese. Circa la metà dei 730.000 dipendenti nell'assistenza sociale è impiegata nelle no profit (358.967, il 49,2%). Soggetti non pubblici e privati accreditati, cooperative sociali e Onlus gestiscono dunque la maggior parte dei servizi, attraverso appalti e convenzioni.
Delle oltre 336.000 no profit operanti in Italia con funzione «sociale», 38.000 si occupano di disabilità e impiegano 721.000 volontari, 337.000 dipendenti e 54.000 lavoratori esterni. Le loro entrate ammontano a 16 miliardi di euro e per la maggior parte (47,8%) derivano da convenzioni con istituzioni o enti pubblici nazionali e internazionali, per il 30,9% da vendita di beni e servizi del totale. Poi ci sono piccole percentuali derivanti da contributi, lasciti, donazioni.
«Tali organizzazioni svolgono un'attività economica nella produzione di servizi fondamentali», puntualizza il rapporto, e una quota consistente «si sostiene con entrate prevalentemente di natura pubblica». I lavoratori al loro interno svolgono attività di Pet therapy (instaurando relazioni tra il paziente e un animale domestico), interventi e servizi terapeutici o riabilitativi anche a domicilio, sono impiegati in centri diurni e strutture semiresidenziali. Interessante quello che rileva l'Istat: «Le istituzioni non profit dedite alla disabilità presentano una struttura organizzativa complessa e ampie dimensioni in termini di risorse umane impiegate: il numero medio di lavoratori retribuiti (10 lavoratori in media per ogni istituzione) e quello dei volontari (19 per ogni istituzione) infatti risultano ben superiori ai valori medi delle istituzioni non profit nel loro complesso (pari rispettivamente a 3 lavoratori e 16 volontari in media per ogni istituzione».
Da punto di vista economico, l'importo medio per ciascuna cooperativa o Onlus è di 435.000 euro, «valore doppio rispetto a quello rilevato per le istituzioni non profit nel complesso (209.000 euro)». L'assistenza che i Comuni assicurano ai disabili è dunque solo in minima parte offerta dai servizi pubblici, per la quota più consistente viene erogata da profit e non profit. Bolzano è l'unica provincia in cui la maggior parte dei dipendenti (58,0%) lavorano per disabili in una istituzione pubblica. Quella di Roma, invece, ha il 55,8% del personale in strutture di no profit. Il valore più basso del settore pubblico si registra al Sud (0,4%).
Quasi due famiglie su tre nel Nord Italia ricevono qualche forma di aiuto, mentre al Sud sono meno di una su due. Nel Nordest, la rete di aiuti informali (centrata sui legami familiari, su quelli di amicizia o di vicinato) è più sviluppata ed è anche più alto il ricorso a servizi di mercato, grazie a migliori possibilità economiche.
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Il flop delle norme targate Matteo Renzi: pochissime risorse agli invalidi e impossibilità pratica di trovare lavoro.Il presidente nazionale Anffas Roberto Speziale: «A quattro anni dalla riforma il Parlamento tace sull'attuazione e solamente due Regioni si sono mosse. I ritardi sono gravissimi».«Non ci sono veri finanziamenti ma soltanto promesse perché i fondi realmente spendibili sono pochissimi»L'Istat: le non profit attive nel mondo dell'handicap incassano 16 miliardi e impiegano quasi 400.000 persone.Lo speciale contiene quattro articoliUna madre sopraffatta dalla solitudine e dalla fatica di accudire una figlia adulta disabile dalla nascita, l'ammazza e tenta di uccidersi. Il fatto di cronaca, una settimana fa nel Torinese, si affaccia solo per qualche istante sulla nostra quotidianità. Succede, capita, altre volte proveremo pena, incredulità davanti a gesti disperati di genitori, stremati e impotenti. Poi ascoltiamo proclami del governo, rassicurazioni sulla creazione dal prossimo gennaio di un ufficio permanente per le persone con disabilità a palazzo Chigi e pensiamo che le risposte arriveranno. Niente affatto, le circa 2.300.000 famiglie italiane nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi, avranno dalla legge di stabilità solo i 50 milioni di euro promessi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Più altri 20 milioni di euro (emendamento approvato in commissione bilancio al Senato), destinati al Fondo per la non autosufficienza (Fna) che nel 2019 ammonta a 573 milioni di euro.Briciole, per i 3.100.000 disabili gravi nel nostro Paese, di cui il 61% è in cattive condizioni di salute. Servirebbero almeno 5 miliardi di euro per far fronte alle esigenze di una quota (5,2%) di italiani totalmente non abili, come dichiarano i presidenti di alcune delle federazioni che rappresentano associazioni impegnate nel settore.Pochi dati, per spiegare quanto lontani siamo da interventi che offrano sostegno, dignità e la tanto promessa inclusione. Secondo l'ultimo dossier Istat, la metà dei disabili gravi (1,5 milioni su 3,1 milioni) ha più di 75 anni, quindi con ulteriori difficoltà dovute all'età e alla non autosufficienza. Oltre 600.000 persone con limitazioni gravi sono privi di rete di aiuto, di queste 204.000 vivono da sole. Rimangono in attesa di poter accedere ai fondi, ancora non ripartiti dalla maggioranza delle Regioni, del «Dopo di noi», soluzioni alternative agli istituti quando genitori o familiari non saranno più in grado di occuparsi del congiunto. Vediamo di che cosa vive un disabile. Lo Stato gli garantisce 285,66 euro al mese di pensione di inabilità (poco più della metà della pensione sociale di 501 euro), solo a partire dal 74% di invalidità riconosciuta. Altrimenti si ha diritto unicamente a una serie di agevolazioni, fiscali o bonus salute. Se poi l'invalidità è totale e permanente, l'Inps corrisponde 517,84 euro al mese di indennità di accompagnamento. Complessivamente possono essere 803,5 euro, certo non per tutti. Bastano per arrivare a fine mese? No. Un invalido prende meno della pensione minima. Sostiene costi aggiuntivi di natura medica e sanitaria e spese per il trasporto legato alla salute. Non può pagare affitto e utenze varie. L'aiuto che arriva dall'indennità di accompagnamento (quando viene riconosciuta) non è un reddito aggiuntivo, serve per retribuire un accompagnatore e solo per poche ore, sollevando i familiari da un'assistenza continua e logorante.Eppure, le famiglie con disabili che non ricevono alcuna forma di supporto né informale, né privata, né pubblica sono ancora moltissime, il 45,8%. Devono arrangiarsi, spesso uno dei genitori è costretto a lasciare il lavoro per seguire il figlio, quindi il nucleo si impoverisce. Il 28% delle famiglie con disabili è in condizioni di deprivazione materiale, che segnalano le difficoltà a disporre di beni o servizi essenziali per una vita decorosa, cioè non possono sostenere spese impreviste, la caldaia che si rompe, la lavatrice che smette di centrifugare. Nemmeno possono concedersi una vacanza, la più economica e a chilometro zero che si possa immaginare. Poi ci sono gli interventi sul territorio, perché solo il 16,4% della spesa per l'assistenza al disabile è finanziata a livello centrale, attraverso il fondo indistinto per le politiche sociali (9%) e fondi vincolati statali o dell'Unione europea (7,4%). La maggior parte delle risorse (61,8%) provengono dai Comuni e dai fondi regionali vincolati per le politiche sociali, che finanziano il 17,8% della spesa sociale dei Comuni. In piccole percentuali, da altri enti e privati.Dovrebbero garantire un supporto alle famiglie con assistenza domiciliare, servizi connessi alla cura e all'inclusione sociale delle persone disabili. Ma la spesa sociale a carico di questi enti si è moltiplicata negli anni, i soggetti bisognosi sono in continuo aumento e le strutture non sono in grado di reggere le tante domande che vanno dagli anziani non autosufficienti ai migranti, dai poveri ai rom, dalle dipendenze alle varie forme di emarginazione. I fondi non riescono a coprire i reali bisogni dei non abili e sono profondamente diversi dalle regioni del Nordest (con 5.080 euro di spesa media annua), a quelle del Sud (870 euro). Se sei disabile, fai ancora una fatica enorme a trovare posto nel mercato del lavoro. Solo il 35,8% è occupato, quelli con meno di 40 anni rappresentano il 17,5%. Nel 2015, delle persone con disabilità iscritte nelle liste di collocamento, appena il 6,3% aveva un titolo universitario e il 24,6% un diploma di maturità. Eppure, nei Comuni, la spesa per «formazione e inserimento lavorativo» rappresenta la voce più importante (27% nel 2016) degli impegni finanziari. Dai dati del ministero del Lavoro, «vi sono 145.000 posti di lavoro ancora “vacanti", ovvero “riservati" alle persone con disabilità ma non ancora coperti». A vent'anni dall'approvazione della legge sul collocamento mirato, rimane difficile assicurare la formazione necessaria per soddisfare i profili richiesti e le aziende pubbliche e private assumono troppo poco nelle «quote di riserva», obbligatorie per legge. Rimane, infine, l'incognita su chi gestirà le deleghe che il precedente governo aveva assegnato al ministero della Famiglia e disabilità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutta-la-vita-in-un-istituto-per-120-000-famiglie-non-ce-ancora-alternativa" data-post-id="2641600043" data-published-at="1782721204" data-use-pagination="False"> «Tutta la vita in un istituto. 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Le parole della mamma di una disabile grave - «Siamo gli unici genitori del mondo a sperare che i figli non ci sopravvivano» -consentono di comprendere di quali drammi stiamo parlando. La legge ha indicato gli obiettivi, spetta alle Regioni programmare gli interventi e ai Comuni attuarli. Il fondo è stato ripartito con quote differenti a seconda della percentuale di invalidi di età compresa tra i 18 e i 64 anni. Alcuni esempi. Alla Lombardia (con il 16,8% di invalidi), per il 2019 sono stati assegnati 8.584.800 euro, a Campania e Lazio entrambe con stessa percentuale (10,1%), 5.161.100 euro, il Molise (0,5%) ha ricevuto 255.500 euro, la Sardegna (2,9%) 1.481.900 euro. Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e relazionale), dopo quattro anni fa il punto sull'attuazione della 112. Il «Dopo di noi» sta funzionando? «È un'ottima e straordinaria legge, purtroppo applicata malissimo dalle Regioni. Tranne alcune, come la Lombardia e l'Emilia Romagna, le altre o sono in enorme ritardo o l'hanno completamente travisata. Intanto, le circa 120.000 famiglie che nel 2016 venivano segnalate con necessità immediate perché i figli disabili erano orfani o rischiavano di diventarlo, sono rimaste senza percorsi alternativi all'istituto a vita. Senza contare le emergenze che si sono aggiunte nei quattro anni dalla nascita della legge». Perché sarebbero state travisate le indicazioni della 112? «Il “Dopo di noi" ha previsto la creazione di piccole unità abitative, non più di 5 persone, dove i disabili possano continuare a vivere anche quando i genitori non ci sono più. Le risorse messe a disposizione sono impegnative in questa direzione, per garantire un percorso di autonomia fuori dalle strutture sanitarie. Non sono sostitutive. Invece, molte Regioni pensano di utilizzare i fondi per finanziare altri servizi già previsti, come l'assistenza domiciliare o la riabilitazione. In questo modo si vanifica la programmazione di progetti di vita indipendente, con beneficiario il singolo non abile». A quanto ammonta complessivamente il fondo e quanti soldi sono stati spesi dal 2016? «Purtroppo lo ignoriamo, perché è uscita solo una relazione al Parlamento, quella del 2017. Continuiamo ad aspettare il secondo rapporto, non è ancora stato presentato. Il fondo oramai dovrebbe essere superiore ai 250 milioni di euro, ma le risorse utilizzate non superano il 20%». Perché in percentuale così bassa dopo ben quattro anni? «Senza dati ufficiali, noi possiamo monitorare le diverse realtà territoriali ma non sappiamo che cosa concretamente sia stato fatto. La Lombardia parla di circa mille persone disabili con già un percorso individuale intrapreso. Ci sono stati problemi di coordinamento tra Stato, Regione ed enti locali e in poi in ambito territoriale, dove manca un sistema efficace di infrastrutturazione sociale. Non hanno personale che sappia redigere progetti personalizzati al singolo disabile, fatica a cambiare la rete assistenziale. Ma la condizione imprescindibile per finanziare una misura attraverso il fondo, è proprio l'esistenza di un progetto individuale». Alle famiglie intanto che cosa raccontate? «Molte si erano illuse, avevano cercato soluzioni abitative come la legge si impegnava a finanziare. L'effetto moltiplicatore di quelle iniziative sarebbe stato molto utile. Purtroppo molti sono tornati a credere che non ci siano soluzioni fuori dalla famiglia o dall'istituto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-56-miliardi-di-tria-ridotti-a-50-milioni" data-post-id="2641600043" data-published-at="1782721204" data-use-pagination="False"> «I 5,6 miliardi di Tria ridotti a 50 milioni» «Il presidente Conte ha annunciato 50 milioni di euro per un fondo disabilità e sulla non autosufficienza. Una cifra lontanissima da quella che noi abbiamo proposto nei nostri emendamenti alla legge di bilancio, dove nemmeno si sfiorano le questioni che abbiamo sollevato». Secondo Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish), che rappresenta 35 associazioni impegnate con i non abili, si tratta inoltre di «risorse promesse, non realmente spendibili». Voi che cosa avete chiesto? «Abbiamo proposto di riformulare il cosiddetto bonus facciate, ampliando la detrazione del 90% in 10 anni per le spese per il recupero o il restauro delle facciate esterne degli edifici, anche ai condomini che abbattono le barriere architettoniche. Diventerebbero così interventi dal valore sociale. Un altro emendamento prevede 25 milioni di euro in più per agevolare progetti di vita indipendente delle persone disabili, che attualmente è finanziata con solo 15 milioni di euro per tutto il Paese, detratti dal Fondo nazionale sulla non autosufficienza. Chiediamo di rifinanziarla a parte, con un fondo iniziale di 40 milioni di euro. La richiesta più corposa riguarda il Fna, vorremmo aumentarlo di 250 milioni di euro, portandolo a 823 milioni di euro l'anno. Ma credo che non si farà nulla». Poco fiducioso nel sostegno che il governo intende dare ai disabili? «Le cifre che suggeriamo sono molto basse, rispetto ai 4 miliardi di euro che una legge di stabilità dovrebbe destinare a politiche attive per persone non abili. L'ex ministro del Lavoro, Giovanni Tria, prevedeva dal 2022 la somma in bilancio di 5,6 miliardi di euro. A noi adesso promettono 50 milioni di euro, che non sappiamo dove andranno a finire. Gli interventi si definiranno solo successivamente con appositi provvedimenti normativi». Però arriva l'Iva al 4% per l'acquisto di auto ibride ed elettriche da parte di persone con disabilità. «Ci interessa nella misura in cui la detrazione dà la possibilità di fare una scelta. Poi l'auto va adattata, non basta solo acquistarla, il costo è sempre più elevato rispetto a chi non ha disabilità. Per le famiglie con un non abile al loro interno, le agevolazioni Iva per l'auto sono agli ultimi posti per importanza». Di che cosa hanno soprattutto bisogno i 3,1 milioni di disabili gravi nel nostro Paese? «Sono molti di più secondo il nostro osservatorio, non meno di 4,2 milioni. Tanti, circa 300.000, purtroppo vivono in istituto e il numero è destinato ad aumentare perché genitori o fratelli non sono in grado di seguirli. Parliamo di strutture sanitarie, le Regioni pagano fino a 3.500 euro al mese per mantenere un disabile al loro interno. Pensi a quante cose potrebbe fare una famiglia con somme ben inferiori, diciamo 1.500, 2.000 euro al massimo per ricevere sostegni adeguati, senza dover segregare a vita un loro congiunto. Bisogna aumentare la pensione di inabilità, ferma a 285 euro al mese, si devono aiutare le famiglie a prendersi carico del non abile, consentendogli una vita decorosa, non da emarginato. Questo significa poter studiare, trovare un lavoro, supporto sul territorio. Sono investimenti, non un costo sociale. Non si può parlare di disabilità in prossimità della Finanziaria. Le famiglie vivono in una sofferenza costante». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="coop-e-onlus-si-spartiscono-tutti-i-contributi" data-post-id="2641600043" data-published-at="1782721204" data-use-pagination="False"> Coop e onlus si spartiscono tutti i contributi L'ultimo dossier dell'Istat conteggia le strutture che hanno fornito servizi di assistenza sociale, tra il 2015 e il 2016. Su 70.000, ben 44.723 (il 64%) erano istituzioni no profit, 5.145 (7,3%) pubbliche e 20.035 (28,7%) le imprese. Circa la metà dei 730.000 dipendenti nell'assistenza sociale è impiegata nelle no profit (358.967, il 49,2%). Soggetti non pubblici e privati accreditati, cooperative sociali e Onlus gestiscono dunque la maggior parte dei servizi, attraverso appalti e convenzioni. Delle oltre 336.000 no profit operanti in Italia con funzione «sociale», 38.000 si occupano di disabilità e impiegano 721.000 volontari, 337.000 dipendenti e 54.000 lavoratori esterni. Le loro entrate ammontano a 16 miliardi di euro e per la maggior parte (47,8%) derivano da convenzioni con istituzioni o enti pubblici nazionali e internazionali, per il 30,9% da vendita di beni e servizi del totale. Poi ci sono piccole percentuali derivanti da contributi, lasciti, donazioni. «Tali organizzazioni svolgono un'attività economica nella produzione di servizi fondamentali», puntualizza il rapporto, e una quota consistente «si sostiene con entrate prevalentemente di natura pubblica». I lavoratori al loro interno svolgono attività di Pet therapy (instaurando relazioni tra il paziente e un animale domestico), interventi e servizi terapeutici o riabilitativi anche a domicilio, sono impiegati in centri diurni e strutture semiresidenziali. Interessante quello che rileva l'Istat: «Le istituzioni non profit dedite alla disabilità presentano una struttura organizzativa complessa e ampie dimensioni in termini di risorse umane impiegate: il numero medio di lavoratori retribuiti (10 lavoratori in media per ogni istituzione) e quello dei volontari (19 per ogni istituzione) infatti risultano ben superiori ai valori medi delle istituzioni non profit nel loro complesso (pari rispettivamente a 3 lavoratori e 16 volontari in media per ogni istituzione». Da punto di vista economico, l'importo medio per ciascuna cooperativa o Onlus è di 435.000 euro, «valore doppio rispetto a quello rilevato per le istituzioni non profit nel complesso (209.000 euro)». L'assistenza che i Comuni assicurano ai disabili è dunque solo in minima parte offerta dai servizi pubblici, per la quota più consistente viene erogata da profit e non profit. Bolzano è l'unica provincia in cui la maggior parte dei dipendenti (58,0%) lavorano per disabili in una istituzione pubblica. Quella di Roma, invece, ha il 55,8% del personale in strutture di no profit. Il valore più basso del settore pubblico si registra al Sud (0,4%). Quasi due famiglie su tre nel Nord Italia ricevono qualche forma di aiuto, mentre al Sud sono meno di una su due. Nel Nordest, la rete di aiuti informali (centrata sui legami familiari, su quelli di amicizia o di vicinato) è più sviluppata ed è anche più alto il ricorso a servizi di mercato, grazie a migliori possibilità economiche.
Tommaso Foti (Imagoeconomica)
Sabato, a Brescia, il clima era torrido. Eppure il caldo sfiancante non ha impedito a centinaia di persone di affollare la platea per seguire i dibattiti della seconda edizione di «Alzati Europa - Il coraggio della verità», il grande evento organizzato da Paolo Inselvini, eurodeputato di Fratelli d’Italia-Ecr. Una kermesse che ha riunito politici, amministratori, intellettuali, imprenditori per discutere del futuro dell’Europa da una prospettiva conservatrice ma variegata e aperta. I temi culturali e quelli sociali e politici si sono intersecati in modo costruttivo e stimolante, segno che a destra la vitalità e le idee non mancano.
Tra gli ospiti di rilievo della manifestazione c’era il ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e le Politiche di coesione, Tommaso Foti. Il ministro ci ha concesso una lunga intervista che sarà visibile integralmente oggi sul canale Youtube TV Verità. Qui ne riportiamo i passaggi salienti sui temi, più attuali che mai, delle politiche energetiche e green.
Ministro, il clima politico europeo è cambiato. Ma sembra che i vertici di questa Ue, su alcuni temi, fatichino a cambiare atteggiamento. Soprattutto sulle questioni green.
«È indubbio che il condizionamento ideologico della passata Commissione abbia dato un’impronta. Questo vale soprattutto per la burocrazia che è sicuramente chiusa verso l’esterno e che ritiene, a mio avviso sbagliando di grosso, che quanto è stato una volta pensato debba essere vangelo. Il tema dell’energia oggi non riguarda soltanto una questione di natura ambientale. Oggi energia significa innanzitutto indipendenza nazionale e nel caso di specie indipendenza europea. È evidente che nel momento in cui noi abbiamo dei costi dell’energia che sono tre o quattro volte superiori a quelli ad esempio degli Usa, andare sui mercati e competere diventa difficile. È vero che fino a oggi ci siamo difesi grazie alle peculiarità della manifattura italiana, ma oltre una certa soglia non si riesce ad andare. Oggi abbiamo anche dei limiti di tipo produttivo perché le aziende energivore è evidente che si trovano in una situazione di totale impossibilità di competere».
Difficile sostenere il contrario.
«Prendiamo il settore della ceramica. Qualcuno può spiegare che cosa può fare di più di quanto non abbia già fatto, visto che sul piano tecnico non vi è un’alternativa? Non si tratta di dire che c’è un’alternativa molto costosa. No, oltre al limite a cui si è arrivati non si riesce ad andare. E allora significa che si stanno applicando impostazioni ideologiche».
Ha accennato alla ceramica, però c’è un caso emblematico di come le fissazioni green abbiano prodotto disastri: l’industria dell’auto. Il caso di Volkswagen è drammatico.
«È un disastro annunciato. A differenza della ceramica che citavo prima, quello dell’automotive è un disastro che vede anche un po’ di complicità dell’industria dell’automobile. Perché inizialmente non vi è stata l’alzata di scudi che doveva esserci, nella convinzione che si potesse addirittura cambiare linea senza avere particolari scossoni. Poi, pian piano, ci si è resi conto che in realtà il passaggio all’elettrico, che tra l’altro sarà impossibile da effettuare completamente, era ingestibile. E purtroppo l’industria tedesca, ma anche l’industria italiana, soprattutto per quanto riguarda la componentistica, oggi vede nero».
Ritornando al caldo, c’è chi in questi giorni, penso al commissario Ue all’Ambiente Hoekstra, ha sostenuto la necessità di continuare con gli Ets proprio usando le temperature come leva.
«Quello degli Ets è un grande problema su cui si scontrano due impostazioni: la nostra e quella dei Paesi nordici, dove l’industria ha un peso molto diverso da quello che ha altrove. Noi continuiamo a sostenere che sia una tassa aggiuntiva che rischia fortemente di mandare in crisi tutto il settore dell’industria. Loro sostengono, invece, che si tratti semplicemente di fare diventare l’industria più green. In realtà dietro tutto questo cosa si nasconde anche un mercato delle quote, con una speculazione finanziaria che non penso abbia nulla a che vedere con l’ambiente. Ecco perché l’Italia ha insistito molto per la revisione dell’Ets. E posso dire che all’ultimo Consiglio europeo è stata accettata un’impostazione che dovrebbe prevedere, per la metà di luglio, una Commissione europea che dia una indicazione diversa, speriamo nuova, rispetto all’Ets».
Diversa come?
«Quando si dice diversa non si sa mai se è meglio o peggio».
Spesso con l’Ue «diverso» significa peggiore.
«Non a caso ho detto diversa. Spero che non sia da intendere come peggiore. Se così fosse, penso che si dovrebbe riavvolgere il filo e chiedersi se non ci sia dietro un diabolico piano che punti alla deindustrializzazione dell’Europa».
Ultimamente abbiamo visto qualche segnale di cambiamento. Si è parlato addirittura della formazione di una «maggioranza Giorgia». Che in effetti ha ottenuto in materia di immigrazione un cambio di approccio importante.
«Qui bisogna dire una cosa. Sull’immigrazione c’è sicuramente una trasversalità diversa. Faccio un esempio: la Danimarca, che ha sicuramente un governo non di centrodestra, si è messa quasi capofila accanto a Georgia Meloni per la totale inversione del racconto sull’immigrazione. E siamo riusciti finalmente a far passare il principio per cui l’immigrazione clandestina va combattuta anziché alimentata. Sull’industria, invece, vi è una differenza di impostazioni. Se da noi l’industria pesa significativamente e in altri luoghi pesa molto meno, è chiaro che si avverte molto meno in quei luoghi l’impatto di certe misure rispetto a quel che accade da noi».
Quindi anche la «maggioranza Giorgia» ha comunque più difficoltà sulle questioni industriali e sul green.
«Sì, ha più difficoltà. Spero tuttavia che vi sia una convergenza dei grandi Paesi europei, dei grandi della manifattura europea a partire dalla Germania. Qui poi si inserisce un altro argomento».
Quale?
«La Spagna ha un mix di nucleare ed energie rinnovabili che le consente di avere un prezzo dell’energia molto più basso del nostro. Noi paghiamo la scelta idiota di essere usciti dal nucleare. Negli anni Ottanta eravamo leader del nucleare in Europa e ce ne siamo usciti proprio nel momento in cui avevamo indicato a tutti l’alternativa a un mercato molto condizionante sotto il profilo politico. Su questo tema dobbiamo fare ragionare l’Europa. Se il secondo Paese manifatturiero del continente va in crisi non è che gli altri ne possono godere. Semmai ne gode qualche Paese che in questo momento ha una grossissima sovrapproduzione perché non è in grado di avere una domanda interna che assorba. Ogni riferimento alla Cina...».
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L'edificio dove è avvenuta la strage a Casalotti (Roma). Nel riquadro, Shahadat Hossain (Ansa)
Prosegue senza sosta la caccia a Shahadat Hossain, il bengalese di 43 anni ritenuto dagli investigatori l’autore della strage di Casalotti, a Roma. Dell’uomo sembra essersi persa ogni traccia dopo il triplice omicidio avvenuto nella notte tra venerdì e sabato in un appartamento di via Montiglio, dove sono stati uccisi, a colpi di mannaia, Kamal Uddin Babul, 39 anni, la moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la figlia Islam Arowa. Gravemente ferito anche il figlio ventenne della coppia, unico sopravvissuto al massacro.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e condotte dagli investigatori della squadra mobile, diretti da Roberto Pititto, si muovono su più fronti. Le ricerche sono state estese anche al Regno Unito, dove il ricercato avrebbe la moglie e i figli. Prende corpo anche l’ipotesi che il fuggitivo possa essersi tolto la vita, ragion per cui ricerche coinvolgono il Tevere e i casali abbandonati.
Gli investigatori cercano di ricostruire anche il movente del delitto. L’ipotesi è che tutto sia nato dall’ossessione dell’uomo nei confronti della moglie di Kamal. Hossain frequentava abitualmente l’abitazione di via Montiglio e veniva visto sempre più spesso insieme alla donna, soprattutto quando il marito era al lavoro. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe tentato ancora una volta un approccio sentimentale con la trentottenne, ricevendo però un altro rifiuto. A quel punto avrebbe impugnato una mannaia, scagliandosi prima contro la donna e poi contro la figlia. Il rapporto tra il quarantatreenne, privo di permesso di soggiorno ma con una richiesta di protezione internazionale presentata a Frosinone un anno fa e ancora pendente, e la famiglia era però da tempo al centro dell’attenzione della comunità bengalese.
A confermarlo è Maamoun Maamoun, 55 anni, presidente dell’associazione Brahmanbaria: «Spero che lo prendano al più presto e che sia punito in modo esemplare. Shahadat aveva la moglie e i figli in Inghilterra, ma si era separato. Tutti nella comunità sapevano della relazione con la moglie di Kamal. Pochi giorni prima della tragedia si era tenuta una riunione a Roma per cercare di risolvere la situazione. Kamal era molto arrabbiato perché Hossain continuava a frequentare casa sua cercando la moglie. L’obiettivo era convincerlo ad allontanarsi definitivamente dal quartiere», afferma il presidente. Anche le testimonianze raccolte nel quartiere confermano questa ricostruzione. Diversi residenti raccontano che Hossain accompagnava spesso la donna a fare la spesa e la seguiva quando usciva con la bambina. «Era come se volesse controllarla. Entrava nel nostro locale senza consumare nulla. Succedeva spesso», raccontano dal bar della zona. Tra gli elementi al vaglio della Squadra mobile c’è anche l’ultimo messaggio pubblicato dal killer sul proprio profilo Facebook, circa 24 ore prima della strage. Alle 21.33 del 25 giugno aveva scritto: «Un uomo non muore da solo» e «Dovresti morire con i tuoi cari quando muori. Così nessuno deve soffrire per nessuno». Hossain, domiciliato a Frosinone, secondo gli investigatori sarebbe partito proprio dal capoluogo ciociaro per raggiungere Roma. L’uomo ricercato avrebbe ricoperto in passato incarichi nel Bangladesh nationalist party (Bnp), sia nell’organizzazione italiana sia nel comitato estero del movimento, partecipando all’inizio di giugno a un convegno a Roma in qualità di relatore. Nei prossimi giorni saranno eseguite le autopsie sui corpi delle tre vittime, mentre gli investigatori ritengono fondamentale la testimonianza del figlio ventenne, unico sopravvissuto al massacro.
Sul piano politico, il consigliere municipale di Fratelli d’Italia Marco Giovagnorio attacca la Giunta del Municipio XIII, accusandola di non aver espresso cordoglio per la tragedia e di aver diffuso, nelle stesse ore del triplice omicidio, video di una festa organizzata dal Municipio. Secondo l’esponente di Fdi, gli eventi celebrativi avrebbero dovuto essere sospesi in segno di rispetto per le vittime, la comunità bengalese e l’intero quartiere di Casalotti.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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