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2019-12-16
«Dopo di noi». La legge disastro che illude i disabili
Ansa
Una madre sopraffatta dalla solitudine e dalla fatica di accudire una figlia adulta disabile dalla nascita, l'ammazza e tenta di uccidersi. Il fatto di cronaca, una settimana fa nel Torinese, si affaccia solo per qualche istante sulla nostra quotidianità. Succede, capita, altre volte proveremo pena, incredulità davanti a gesti disperati di genitori, stremati e impotenti. Poi ascoltiamo proclami del governo, rassicurazioni sulla creazione dal prossimo gennaio di un ufficio permanente per le persone con disabilità a palazzo Chigi e pensiamo che le risposte arriveranno. Niente affatto, le circa 2.300.000 famiglie italiane nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi, avranno dalla legge di stabilità solo i 50 milioni di euro promessi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Più altri 20 milioni di euro (emendamento approvato in commissione bilancio al Senato), destinati al Fondo per la non autosufficienza (Fna) che nel 2019 ammonta a 573 milioni di euro.
Briciole, per i 3.100.000 disabili gravi nel nostro Paese, di cui il 61% è in cattive condizioni di salute. Servirebbero almeno 5 miliardi di euro per far fronte alle esigenze di una quota (5,2%) di italiani totalmente non abili, come dichiarano i presidenti di alcune delle federazioni che rappresentano associazioni impegnate nel settore.
Pochi dati, per spiegare quanto lontani siamo da interventi che offrano sostegno, dignità e la tanto promessa inclusione. Secondo l'ultimo dossier Istat, la metà dei disabili gravi (1,5 milioni su 3,1 milioni) ha più di 75 anni, quindi con ulteriori difficoltà dovute all'età e alla non autosufficienza. Oltre 600.000 persone con limitazioni gravi sono privi di rete di aiuto, di queste 204.000 vivono da sole. Rimangono in attesa di poter accedere ai fondi, ancora non ripartiti dalla maggioranza delle Regioni, del «Dopo di noi», soluzioni alternative agli istituti quando genitori o familiari non saranno più in grado di occuparsi del congiunto.
Vediamo di che cosa vive un disabile. Lo Stato gli garantisce 285,66 euro al mese di pensione di inabilità (poco più della metà della pensione sociale di 501 euro), solo a partire dal 74% di invalidità riconosciuta. Altrimenti si ha diritto unicamente a una serie di agevolazioni, fiscali o bonus salute. Se poi l'invalidità è totale e permanente, l'Inps corrisponde 517,84 euro al mese di indennità di accompagnamento. Complessivamente possono essere 803,5 euro, certo non per tutti. Bastano per arrivare a fine mese? No. Un invalido prende meno della pensione minima. Sostiene costi aggiuntivi di natura medica e sanitaria e spese per il trasporto legato alla salute. Non può pagare affitto e utenze varie. L'aiuto che arriva dall'indennità di accompagnamento (quando viene riconosciuta) non è un reddito aggiuntivo, serve per retribuire un accompagnatore e solo per poche ore, sollevando i familiari da un'assistenza continua e logorante.
Eppure, le famiglie con disabili che non ricevono alcuna forma di supporto né informale, né privata, né pubblica sono ancora moltissime, il 45,8%. Devono arrangiarsi, spesso uno dei genitori è costretto a lasciare il lavoro per seguire il figlio, quindi il nucleo si impoverisce. Il 28% delle famiglie con disabili è in condizioni di deprivazione materiale, che segnalano le difficoltà a disporre di beni o servizi essenziali per una vita decorosa, cioè non possono sostenere spese impreviste, la caldaia che si rompe, la lavatrice che smette di centrifugare. Nemmeno possono concedersi una vacanza, la più economica e a chilometro zero che si possa immaginare.
Poi ci sono gli interventi sul territorio, perché solo il 16,4% della spesa per l'assistenza al disabile è finanziata a livello centrale, attraverso il fondo indistinto per le politiche sociali (9%) e fondi vincolati statali o dell'Unione europea (7,4%). La maggior parte delle risorse (61,8%) provengono dai Comuni e dai fondi regionali vincolati per le politiche sociali, che finanziano il 17,8% della spesa sociale dei Comuni. In piccole percentuali, da altri enti e privati.
Dovrebbero garantire un supporto alle famiglie con assistenza domiciliare, servizi connessi alla cura e all'inclusione sociale delle persone disabili. Ma la spesa sociale a carico di questi enti si è moltiplicata negli anni, i soggetti bisognosi sono in continuo aumento e le strutture non sono in grado di reggere le tante domande che vanno dagli anziani non autosufficienti ai migranti, dai poveri ai rom, dalle dipendenze alle varie forme di emarginazione. I fondi non riescono a coprire i reali bisogni dei non abili e sono profondamente diversi dalle regioni del Nordest (con 5.080 euro di spesa media annua), a quelle del Sud (870 euro).
Se sei disabile, fai ancora una fatica enorme a trovare posto nel mercato del lavoro. Solo il 35,8% è occupato, quelli con meno di 40 anni rappresentano il 17,5%. Nel 2015, delle persone con disabilità iscritte nelle liste di collocamento, appena il 6,3% aveva un titolo universitario e il 24,6% un diploma di maturità. Eppure, nei Comuni, la spesa per «formazione e inserimento lavorativo» rappresenta la voce più importante (27% nel 2016) degli impegni finanziari. Dai dati del ministero del Lavoro, «vi sono 145.000 posti di lavoro ancora “vacanti", ovvero “riservati" alle persone con disabilità ma non ancora coperti». A vent'anni dall'approvazione della legge sul collocamento mirato, rimane difficile assicurare la formazione necessaria per soddisfare i profili richiesti e le aziende pubbliche e private assumono troppo poco nelle «quote di riserva», obbligatorie per legge. Rimane, infine, l'incognita su chi gestirà le deleghe che il precedente governo aveva assegnato al ministero della Famiglia e disabilità.
«Tutta la vita in un istituto. Per 120.000 famiglie non c’è ancora alternativa»
La legge 112 del 2016, «Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare», più nota come «Dopo di noi», punta a migliorare la qualità di vita, consentendo di vivere in autonomia secondo progetti individuali e senza essere confinati in istituto, se viene a mancare il supporto della famiglia. Il fondo pubblico di assistenza, previsto per questo scopo, nel 2019 era di 56,1 milioni di euro. Erano previste anche una serie di agevolazioni fiscali per la costituzione di trust, vincoli di destinazione di beni mobili e immobili e fondi speciali destinati ai disabili gravi per favorirne inclusione, cura e assistenza.
La tutela delle persone gravemente disabili in un Paese sempre più vecchio è l'aspetto più importante della legge, quello che interessa più di 2 milioni di famiglie che si chiedono che cosa accadrà dei loro cari quando non ci sarà più nessuno in grado di assisterli. Le parole della mamma di una disabile grave - «Siamo gli unici genitori del mondo a sperare che i figli non ci sopravvivano» -consentono di comprendere di quali drammi stiamo parlando. La legge ha indicato gli obiettivi, spetta alle Regioni programmare gli interventi e ai Comuni attuarli. Il fondo è stato ripartito con quote differenti a seconda della percentuale di invalidi di età compresa tra i 18 e i 64 anni. Alcuni esempi. Alla Lombardia (con il 16,8% di invalidi), per il 2019 sono stati assegnati 8.584.800 euro, a Campania e Lazio entrambe con stessa percentuale (10,1%), 5.161.100 euro, il Molise (0,5%) ha ricevuto 255.500 euro, la Sardegna (2,9%) 1.481.900 euro.
Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e relazionale), dopo quattro anni fa il punto sull'attuazione della 112.
Il «Dopo di noi» sta funzionando?
«È un'ottima e straordinaria legge, purtroppo applicata malissimo dalle Regioni. Tranne alcune, come la Lombardia e l'Emilia Romagna, le altre o sono in enorme ritardo o l'hanno completamente travisata. Intanto, le circa 120.000 famiglie che nel 2016 venivano segnalate con necessità immediate perché i figli disabili erano orfani o rischiavano di diventarlo, sono rimaste senza percorsi alternativi all'istituto a vita. Senza contare le emergenze che si sono aggiunte nei quattro anni dalla nascita della legge».
Perché sarebbero state travisate le indicazioni della 112?
«Il “Dopo di noi" ha previsto la creazione di piccole unità abitative, non più di 5 persone, dove i disabili possano continuare a vivere anche quando i genitori non ci sono più. Le risorse messe a disposizione sono impegnative in questa direzione, per garantire un percorso di autonomia fuori dalle strutture sanitarie. Non sono sostitutive. Invece, molte Regioni pensano di utilizzare i fondi per finanziare altri servizi già previsti, come l'assistenza domiciliare o la riabilitazione. In questo modo si vanifica la programmazione di progetti di vita indipendente, con beneficiario il singolo non abile».
A quanto ammonta complessivamente il fondo e quanti soldi sono stati spesi dal 2016?
«Purtroppo lo ignoriamo, perché è uscita solo una relazione al Parlamento, quella del 2017. Continuiamo ad aspettare il secondo rapporto, non è ancora stato presentato. Il fondo oramai dovrebbe essere superiore ai 250 milioni di euro, ma le risorse utilizzate non superano il 20%».
Perché in percentuale così bassa dopo ben quattro anni?
«Senza dati ufficiali, noi possiamo monitorare le diverse realtà territoriali ma non sappiamo che cosa concretamente sia stato fatto. La Lombardia parla di circa mille persone disabili con già un percorso individuale intrapreso. Ci sono stati problemi di coordinamento tra Stato, Regione ed enti locali e in poi in ambito territoriale, dove manca un sistema efficace di infrastrutturazione sociale. Non hanno personale che sappia redigere progetti personalizzati al singolo disabile, fatica a cambiare la rete assistenziale. Ma la condizione imprescindibile per finanziare una misura attraverso il fondo, è proprio l'esistenza di un progetto individuale».
Alle famiglie intanto che cosa raccontate?
«Molte si erano illuse, avevano cercato soluzioni abitative come la legge si impegnava a finanziare. L'effetto moltiplicatore di quelle iniziative sarebbe stato molto utile. Purtroppo molti sono tornati a credere che non ci siano soluzioni fuori dalla famiglia o dall'istituto».
«I 5,6 miliardi di Tria ridotti a 50 milioni»
«Il presidente Conte ha annunciato 50 milioni di euro per un fondo disabilità e sulla non autosufficienza. Una cifra lontanissima da quella che noi abbiamo proposto nei nostri emendamenti alla legge di bilancio, dove nemmeno si sfiorano le questioni che abbiamo sollevato». Secondo Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish), che rappresenta 35 associazioni impegnate con i non abili, si tratta inoltre di «risorse promesse, non realmente spendibili».
Voi che cosa avete chiesto?
«Abbiamo proposto di riformulare il cosiddetto bonus facciate, ampliando la detrazione del 90% in 10 anni per le spese per il recupero o il restauro delle facciate esterne degli edifici, anche ai condomini che abbattono le barriere architettoniche. Diventerebbero così interventi dal valore sociale. Un altro emendamento prevede 25 milioni di euro in più per agevolare progetti di vita indipendente delle persone disabili, che attualmente è finanziata con solo 15 milioni di euro per tutto il Paese, detratti dal Fondo nazionale sulla non autosufficienza. Chiediamo di rifinanziarla a parte, con un fondo iniziale di 40 milioni di euro. La richiesta più corposa riguarda il Fna, vorremmo aumentarlo di 250 milioni di euro, portandolo a 823 milioni di euro l'anno. Ma credo che non si farà nulla».
Poco fiducioso nel sostegno che il governo intende dare ai disabili?
«Le cifre che suggeriamo sono molto basse, rispetto ai 4 miliardi di euro che una legge di stabilità dovrebbe destinare a politiche attive per persone non abili. L'ex ministro del Lavoro, Giovanni Tria, prevedeva dal 2022 la somma in bilancio di 5,6 miliardi di euro. A noi adesso promettono 50 milioni di euro, che non sappiamo dove andranno a finire. Gli interventi si definiranno solo successivamente con appositi provvedimenti normativi».
Però arriva l'Iva al 4% per l'acquisto di auto ibride ed elettriche da parte di persone con disabilità.
«Ci interessa nella misura in cui la detrazione dà la possibilità di fare una scelta. Poi l'auto va adattata, non basta solo acquistarla, il costo è sempre più elevato rispetto a chi non ha disabilità. Per le famiglie con un non abile al loro interno, le agevolazioni Iva per l'auto sono agli ultimi posti per importanza».
Di che cosa hanno soprattutto bisogno i 3,1 milioni di disabili gravi nel nostro Paese?
«Sono molti di più secondo il nostro osservatorio, non meno di 4,2 milioni. Tanti, circa 300.000, purtroppo vivono in istituto e il numero è destinato ad aumentare perché genitori o fratelli non sono in grado di seguirli. Parliamo di strutture sanitarie, le Regioni pagano fino a 3.500 euro al mese per mantenere un disabile al loro interno. Pensi a quante cose potrebbe fare una famiglia con somme ben inferiori, diciamo 1.500, 2.000 euro al massimo per ricevere sostegni adeguati, senza dover segregare a vita un loro congiunto. Bisogna aumentare la pensione di inabilità, ferma a 285 euro al mese, si devono aiutare le famiglie a prendersi carico del non abile, consentendogli una vita decorosa, non da emarginato. Questo significa poter studiare, trovare un lavoro, supporto sul territorio. Sono investimenti, non un costo sociale. Non si può parlare di disabilità in prossimità della Finanziaria. Le famiglie vivono in una sofferenza costante».
Coop e onlus si spartiscono tutti i contributi
L'ultimo dossier dell'Istat conteggia le strutture che hanno fornito servizi di assistenza sociale, tra il 2015 e il 2016. Su 70.000, ben 44.723 (il 64%) erano istituzioni no profit, 5.145 (7,3%) pubbliche e 20.035 (28,7%) le imprese. Circa la metà dei 730.000 dipendenti nell'assistenza sociale è impiegata nelle no profit (358.967, il 49,2%). Soggetti non pubblici e privati accreditati, cooperative sociali e Onlus gestiscono dunque la maggior parte dei servizi, attraverso appalti e convenzioni.
Delle oltre 336.000 no profit operanti in Italia con funzione «sociale», 38.000 si occupano di disabilità e impiegano 721.000 volontari, 337.000 dipendenti e 54.000 lavoratori esterni. Le loro entrate ammontano a 16 miliardi di euro e per la maggior parte (47,8%) derivano da convenzioni con istituzioni o enti pubblici nazionali e internazionali, per il 30,9% da vendita di beni e servizi del totale. Poi ci sono piccole percentuali derivanti da contributi, lasciti, donazioni.
«Tali organizzazioni svolgono un'attività economica nella produzione di servizi fondamentali», puntualizza il rapporto, e una quota consistente «si sostiene con entrate prevalentemente di natura pubblica». I lavoratori al loro interno svolgono attività di Pet therapy (instaurando relazioni tra il paziente e un animale domestico), interventi e servizi terapeutici o riabilitativi anche a domicilio, sono impiegati in centri diurni e strutture semiresidenziali. Interessante quello che rileva l'Istat: «Le istituzioni non profit dedite alla disabilità presentano una struttura organizzativa complessa e ampie dimensioni in termini di risorse umane impiegate: il numero medio di lavoratori retribuiti (10 lavoratori in media per ogni istituzione) e quello dei volontari (19 per ogni istituzione) infatti risultano ben superiori ai valori medi delle istituzioni non profit nel loro complesso (pari rispettivamente a 3 lavoratori e 16 volontari in media per ogni istituzione».
Da punto di vista economico, l'importo medio per ciascuna cooperativa o Onlus è di 435.000 euro, «valore doppio rispetto a quello rilevato per le istituzioni non profit nel complesso (209.000 euro)». L'assistenza che i Comuni assicurano ai disabili è dunque solo in minima parte offerta dai servizi pubblici, per la quota più consistente viene erogata da profit e non profit. Bolzano è l'unica provincia in cui la maggior parte dei dipendenti (58,0%) lavorano per disabili in una istituzione pubblica. Quella di Roma, invece, ha il 55,8% del personale in strutture di no profit. Il valore più basso del settore pubblico si registra al Sud (0,4%).
Quasi due famiglie su tre nel Nord Italia ricevono qualche forma di aiuto, mentre al Sud sono meno di una su due. Nel Nordest, la rete di aiuti informali (centrata sui legami familiari, su quelli di amicizia o di vicinato) è più sviluppata ed è anche più alto il ricorso a servizi di mercato, grazie a migliori possibilità economiche.
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Il flop delle norme targate Matteo Renzi: pochissime risorse agli invalidi e impossibilità pratica di trovare lavoro.Il presidente nazionale Anffas Roberto Speziale: «A quattro anni dalla riforma il Parlamento tace sull'attuazione e solamente due Regioni si sono mosse. I ritardi sono gravissimi».«Non ci sono veri finanziamenti ma soltanto promesse perché i fondi realmente spendibili sono pochissimi»L'Istat: le non profit attive nel mondo dell'handicap incassano 16 miliardi e impiegano quasi 400.000 persone.Lo speciale contiene quattro articoliUna madre sopraffatta dalla solitudine e dalla fatica di accudire una figlia adulta disabile dalla nascita, l'ammazza e tenta di uccidersi. Il fatto di cronaca, una settimana fa nel Torinese, si affaccia solo per qualche istante sulla nostra quotidianità. Succede, capita, altre volte proveremo pena, incredulità davanti a gesti disperati di genitori, stremati e impotenti. Poi ascoltiamo proclami del governo, rassicurazioni sulla creazione dal prossimo gennaio di un ufficio permanente per le persone con disabilità a palazzo Chigi e pensiamo che le risposte arriveranno. Niente affatto, le circa 2.300.000 famiglie italiane nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi, avranno dalla legge di stabilità solo i 50 milioni di euro promessi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Più altri 20 milioni di euro (emendamento approvato in commissione bilancio al Senato), destinati al Fondo per la non autosufficienza (Fna) che nel 2019 ammonta a 573 milioni di euro.Briciole, per i 3.100.000 disabili gravi nel nostro Paese, di cui il 61% è in cattive condizioni di salute. Servirebbero almeno 5 miliardi di euro per far fronte alle esigenze di una quota (5,2%) di italiani totalmente non abili, come dichiarano i presidenti di alcune delle federazioni che rappresentano associazioni impegnate nel settore.Pochi dati, per spiegare quanto lontani siamo da interventi che offrano sostegno, dignità e la tanto promessa inclusione. Secondo l'ultimo dossier Istat, la metà dei disabili gravi (1,5 milioni su 3,1 milioni) ha più di 75 anni, quindi con ulteriori difficoltà dovute all'età e alla non autosufficienza. Oltre 600.000 persone con limitazioni gravi sono privi di rete di aiuto, di queste 204.000 vivono da sole. Rimangono in attesa di poter accedere ai fondi, ancora non ripartiti dalla maggioranza delle Regioni, del «Dopo di noi», soluzioni alternative agli istituti quando genitori o familiari non saranno più in grado di occuparsi del congiunto. Vediamo di che cosa vive un disabile. Lo Stato gli garantisce 285,66 euro al mese di pensione di inabilità (poco più della metà della pensione sociale di 501 euro), solo a partire dal 74% di invalidità riconosciuta. Altrimenti si ha diritto unicamente a una serie di agevolazioni, fiscali o bonus salute. Se poi l'invalidità è totale e permanente, l'Inps corrisponde 517,84 euro al mese di indennità di accompagnamento. Complessivamente possono essere 803,5 euro, certo non per tutti. Bastano per arrivare a fine mese? No. Un invalido prende meno della pensione minima. Sostiene costi aggiuntivi di natura medica e sanitaria e spese per il trasporto legato alla salute. Non può pagare affitto e utenze varie. L'aiuto che arriva dall'indennità di accompagnamento (quando viene riconosciuta) non è un reddito aggiuntivo, serve per retribuire un accompagnatore e solo per poche ore, sollevando i familiari da un'assistenza continua e logorante.Eppure, le famiglie con disabili che non ricevono alcuna forma di supporto né informale, né privata, né pubblica sono ancora moltissime, il 45,8%. Devono arrangiarsi, spesso uno dei genitori è costretto a lasciare il lavoro per seguire il figlio, quindi il nucleo si impoverisce. Il 28% delle famiglie con disabili è in condizioni di deprivazione materiale, che segnalano le difficoltà a disporre di beni o servizi essenziali per una vita decorosa, cioè non possono sostenere spese impreviste, la caldaia che si rompe, la lavatrice che smette di centrifugare. Nemmeno possono concedersi una vacanza, la più economica e a chilometro zero che si possa immaginare. Poi ci sono gli interventi sul territorio, perché solo il 16,4% della spesa per l'assistenza al disabile è finanziata a livello centrale, attraverso il fondo indistinto per le politiche sociali (9%) e fondi vincolati statali o dell'Unione europea (7,4%). La maggior parte delle risorse (61,8%) provengono dai Comuni e dai fondi regionali vincolati per le politiche sociali, che finanziano il 17,8% della spesa sociale dei Comuni. In piccole percentuali, da altri enti e privati.Dovrebbero garantire un supporto alle famiglie con assistenza domiciliare, servizi connessi alla cura e all'inclusione sociale delle persone disabili. Ma la spesa sociale a carico di questi enti si è moltiplicata negli anni, i soggetti bisognosi sono in continuo aumento e le strutture non sono in grado di reggere le tante domande che vanno dagli anziani non autosufficienti ai migranti, dai poveri ai rom, dalle dipendenze alle varie forme di emarginazione. I fondi non riescono a coprire i reali bisogni dei non abili e sono profondamente diversi dalle regioni del Nordest (con 5.080 euro di spesa media annua), a quelle del Sud (870 euro). Se sei disabile, fai ancora una fatica enorme a trovare posto nel mercato del lavoro. Solo il 35,8% è occupato, quelli con meno di 40 anni rappresentano il 17,5%. Nel 2015, delle persone con disabilità iscritte nelle liste di collocamento, appena il 6,3% aveva un titolo universitario e il 24,6% un diploma di maturità. Eppure, nei Comuni, la spesa per «formazione e inserimento lavorativo» rappresenta la voce più importante (27% nel 2016) degli impegni finanziari. Dai dati del ministero del Lavoro, «vi sono 145.000 posti di lavoro ancora “vacanti", ovvero “riservati" alle persone con disabilità ma non ancora coperti». A vent'anni dall'approvazione della legge sul collocamento mirato, rimane difficile assicurare la formazione necessaria per soddisfare i profili richiesti e le aziende pubbliche e private assumono troppo poco nelle «quote di riserva», obbligatorie per legge. Rimane, infine, l'incognita su chi gestirà le deleghe che il precedente governo aveva assegnato al ministero della Famiglia e disabilità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutta-la-vita-in-un-istituto-per-120-000-famiglie-non-ce-ancora-alternativa" data-post-id="2641600043" data-published-at="1779808007" data-use-pagination="False"> «Tutta la vita in un istituto. 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Le parole della mamma di una disabile grave - «Siamo gli unici genitori del mondo a sperare che i figli non ci sopravvivano» -consentono di comprendere di quali drammi stiamo parlando. La legge ha indicato gli obiettivi, spetta alle Regioni programmare gli interventi e ai Comuni attuarli. Il fondo è stato ripartito con quote differenti a seconda della percentuale di invalidi di età compresa tra i 18 e i 64 anni. Alcuni esempi. Alla Lombardia (con il 16,8% di invalidi), per il 2019 sono stati assegnati 8.584.800 euro, a Campania e Lazio entrambe con stessa percentuale (10,1%), 5.161.100 euro, il Molise (0,5%) ha ricevuto 255.500 euro, la Sardegna (2,9%) 1.481.900 euro. Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e relazionale), dopo quattro anni fa il punto sull'attuazione della 112. Il «Dopo di noi» sta funzionando? «È un'ottima e straordinaria legge, purtroppo applicata malissimo dalle Regioni. Tranne alcune, come la Lombardia e l'Emilia Romagna, le altre o sono in enorme ritardo o l'hanno completamente travisata. Intanto, le circa 120.000 famiglie che nel 2016 venivano segnalate con necessità immediate perché i figli disabili erano orfani o rischiavano di diventarlo, sono rimaste senza percorsi alternativi all'istituto a vita. Senza contare le emergenze che si sono aggiunte nei quattro anni dalla nascita della legge». Perché sarebbero state travisate le indicazioni della 112? «Il “Dopo di noi" ha previsto la creazione di piccole unità abitative, non più di 5 persone, dove i disabili possano continuare a vivere anche quando i genitori non ci sono più. Le risorse messe a disposizione sono impegnative in questa direzione, per garantire un percorso di autonomia fuori dalle strutture sanitarie. Non sono sostitutive. Invece, molte Regioni pensano di utilizzare i fondi per finanziare altri servizi già previsti, come l'assistenza domiciliare o la riabilitazione. In questo modo si vanifica la programmazione di progetti di vita indipendente, con beneficiario il singolo non abile». A quanto ammonta complessivamente il fondo e quanti soldi sono stati spesi dal 2016? «Purtroppo lo ignoriamo, perché è uscita solo una relazione al Parlamento, quella del 2017. Continuiamo ad aspettare il secondo rapporto, non è ancora stato presentato. Il fondo oramai dovrebbe essere superiore ai 250 milioni di euro, ma le risorse utilizzate non superano il 20%». Perché in percentuale così bassa dopo ben quattro anni? «Senza dati ufficiali, noi possiamo monitorare le diverse realtà territoriali ma non sappiamo che cosa concretamente sia stato fatto. La Lombardia parla di circa mille persone disabili con già un percorso individuale intrapreso. Ci sono stati problemi di coordinamento tra Stato, Regione ed enti locali e in poi in ambito territoriale, dove manca un sistema efficace di infrastrutturazione sociale. Non hanno personale che sappia redigere progetti personalizzati al singolo disabile, fatica a cambiare la rete assistenziale. Ma la condizione imprescindibile per finanziare una misura attraverso il fondo, è proprio l'esistenza di un progetto individuale». Alle famiglie intanto che cosa raccontate? «Molte si erano illuse, avevano cercato soluzioni abitative come la legge si impegnava a finanziare. L'effetto moltiplicatore di quelle iniziative sarebbe stato molto utile. Purtroppo molti sono tornati a credere che non ci siano soluzioni fuori dalla famiglia o dall'istituto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-56-miliardi-di-tria-ridotti-a-50-milioni" data-post-id="2641600043" data-published-at="1779808007" data-use-pagination="False"> «I 5,6 miliardi di Tria ridotti a 50 milioni» «Il presidente Conte ha annunciato 50 milioni di euro per un fondo disabilità e sulla non autosufficienza. Una cifra lontanissima da quella che noi abbiamo proposto nei nostri emendamenti alla legge di bilancio, dove nemmeno si sfiorano le questioni che abbiamo sollevato». Secondo Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish), che rappresenta 35 associazioni impegnate con i non abili, si tratta inoltre di «risorse promesse, non realmente spendibili». Voi che cosa avete chiesto? «Abbiamo proposto di riformulare il cosiddetto bonus facciate, ampliando la detrazione del 90% in 10 anni per le spese per il recupero o il restauro delle facciate esterne degli edifici, anche ai condomini che abbattono le barriere architettoniche. Diventerebbero così interventi dal valore sociale. Un altro emendamento prevede 25 milioni di euro in più per agevolare progetti di vita indipendente delle persone disabili, che attualmente è finanziata con solo 15 milioni di euro per tutto il Paese, detratti dal Fondo nazionale sulla non autosufficienza. Chiediamo di rifinanziarla a parte, con un fondo iniziale di 40 milioni di euro. La richiesta più corposa riguarda il Fna, vorremmo aumentarlo di 250 milioni di euro, portandolo a 823 milioni di euro l'anno. Ma credo che non si farà nulla». Poco fiducioso nel sostegno che il governo intende dare ai disabili? «Le cifre che suggeriamo sono molto basse, rispetto ai 4 miliardi di euro che una legge di stabilità dovrebbe destinare a politiche attive per persone non abili. L'ex ministro del Lavoro, Giovanni Tria, prevedeva dal 2022 la somma in bilancio di 5,6 miliardi di euro. A noi adesso promettono 50 milioni di euro, che non sappiamo dove andranno a finire. Gli interventi si definiranno solo successivamente con appositi provvedimenti normativi». Però arriva l'Iva al 4% per l'acquisto di auto ibride ed elettriche da parte di persone con disabilità. «Ci interessa nella misura in cui la detrazione dà la possibilità di fare una scelta. Poi l'auto va adattata, non basta solo acquistarla, il costo è sempre più elevato rispetto a chi non ha disabilità. Per le famiglie con un non abile al loro interno, le agevolazioni Iva per l'auto sono agli ultimi posti per importanza». Di che cosa hanno soprattutto bisogno i 3,1 milioni di disabili gravi nel nostro Paese? «Sono molti di più secondo il nostro osservatorio, non meno di 4,2 milioni. Tanti, circa 300.000, purtroppo vivono in istituto e il numero è destinato ad aumentare perché genitori o fratelli non sono in grado di seguirli. Parliamo di strutture sanitarie, le Regioni pagano fino a 3.500 euro al mese per mantenere un disabile al loro interno. Pensi a quante cose potrebbe fare una famiglia con somme ben inferiori, diciamo 1.500, 2.000 euro al massimo per ricevere sostegni adeguati, senza dover segregare a vita un loro congiunto. Bisogna aumentare la pensione di inabilità, ferma a 285 euro al mese, si devono aiutare le famiglie a prendersi carico del non abile, consentendogli una vita decorosa, non da emarginato. Questo significa poter studiare, trovare un lavoro, supporto sul territorio. Sono investimenti, non un costo sociale. Non si può parlare di disabilità in prossimità della Finanziaria. Le famiglie vivono in una sofferenza costante». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="coop-e-onlus-si-spartiscono-tutti-i-contributi" data-post-id="2641600043" data-published-at="1779808007" data-use-pagination="False"> Coop e onlus si spartiscono tutti i contributi L'ultimo dossier dell'Istat conteggia le strutture che hanno fornito servizi di assistenza sociale, tra il 2015 e il 2016. Su 70.000, ben 44.723 (il 64%) erano istituzioni no profit, 5.145 (7,3%) pubbliche e 20.035 (28,7%) le imprese. Circa la metà dei 730.000 dipendenti nell'assistenza sociale è impiegata nelle no profit (358.967, il 49,2%). Soggetti non pubblici e privati accreditati, cooperative sociali e Onlus gestiscono dunque la maggior parte dei servizi, attraverso appalti e convenzioni. Delle oltre 336.000 no profit operanti in Italia con funzione «sociale», 38.000 si occupano di disabilità e impiegano 721.000 volontari, 337.000 dipendenti e 54.000 lavoratori esterni. Le loro entrate ammontano a 16 miliardi di euro e per la maggior parte (47,8%) derivano da convenzioni con istituzioni o enti pubblici nazionali e internazionali, per il 30,9% da vendita di beni e servizi del totale. Poi ci sono piccole percentuali derivanti da contributi, lasciti, donazioni. «Tali organizzazioni svolgono un'attività economica nella produzione di servizi fondamentali», puntualizza il rapporto, e una quota consistente «si sostiene con entrate prevalentemente di natura pubblica». I lavoratori al loro interno svolgono attività di Pet therapy (instaurando relazioni tra il paziente e un animale domestico), interventi e servizi terapeutici o riabilitativi anche a domicilio, sono impiegati in centri diurni e strutture semiresidenziali. Interessante quello che rileva l'Istat: «Le istituzioni non profit dedite alla disabilità presentano una struttura organizzativa complessa e ampie dimensioni in termini di risorse umane impiegate: il numero medio di lavoratori retribuiti (10 lavoratori in media per ogni istituzione) e quello dei volontari (19 per ogni istituzione) infatti risultano ben superiori ai valori medi delle istituzioni non profit nel loro complesso (pari rispettivamente a 3 lavoratori e 16 volontari in media per ogni istituzione». Da punto di vista economico, l'importo medio per ciascuna cooperativa o Onlus è di 435.000 euro, «valore doppio rispetto a quello rilevato per le istituzioni non profit nel complesso (209.000 euro)». L'assistenza che i Comuni assicurano ai disabili è dunque solo in minima parte offerta dai servizi pubblici, per la quota più consistente viene erogata da profit e non profit. Bolzano è l'unica provincia in cui la maggior parte dei dipendenti (58,0%) lavorano per disabili in una istituzione pubblica. Quella di Roma, invece, ha il 55,8% del personale in strutture di no profit. Il valore più basso del settore pubblico si registra al Sud (0,4%). Quasi due famiglie su tre nel Nord Italia ricevono qualche forma di aiuto, mentre al Sud sono meno di una su due. Nel Nordest, la rete di aiuti informali (centrata sui legami familiari, su quelli di amicizia o di vicinato) è più sviluppata ed è anche più alto il ricorso a servizi di mercato, grazie a migliori possibilità economiche.
Roberto Vannacci nella sede romana di Futuro Nazionale (Imagoeconomica)
Perché», risponde Vannacci, «non mi risulta sia capo di un partito politico. Oppure stiamo dicendo che Forza Italia è un partito eterodiretto dal potere dei soldi e dell’editoria? Non mi risulta che Marina Berlusconi faccia politica. Quindi perché dovrei rispondere a qualcuno che non fa politica?».
Vannacci è convinto, ed è difficile dargli torto, che il centrodestra, alle prossime politiche, avrà bisogno di lui, e quindi può permettersi di tutto e di più, anche di dettare condizioni: «Per l’alleanza», sottolinea il generale, «ci sono margini, purché si adeguino alle nostre linee rosse che sono quelle della destra, perché oggi probabilmente abbiamo una destra che fa più la sinistra, non alla moda. Questo probabilmente non piace ai cittadini, tant’è vero che in soli tre mesi Futuro nazionale sta riscuotendo successo per questo motivo. La sinistra non è alla moda, non piace. E quindi, che la destra ritorni a fare la destra. La destra ha perso la trebisonda, probabilmente. E quindi arriva Futuro nazionale che è una specie di sestante: fa il punto nave, ristabilisce la rotta giusta e andiamo avanti per la rotta giusta». Per Vannacci, in fin dei conti, la legge elettorale non è un grande problema: se il centrodestra avrà bisogno dei suoi voti e stringerà l’intesa elettorale, o dovrà assegnare a Futuro nazionale una parte di collegi sicuri, come accade per tutti i partiti, oppure, se la legge cambierà, avrà una quota di suoi rappresentanti nel listino bloccato del premio di maggioranza. Tiene però alle preferenze: «Noi ci preoccupiamo poco della legge elettorale», argomenta Vannacci, «perché qualsiasi essa sia noi ci adegueremo. Ci dispiace che le nostre proposte non siano state prese in considerazione e ci dispiace che la futura legge elettorale, se andrà per come è stata disegnata e progettata, continui a togliere la sovranità al popolo. Noi ci vogliamo battere per il ritorno delle preferenze, perché la democrazia è là dove il cittadino sceglie i propri rappresentanti. Oggi non siamo in questa situazione, oggi i rappresentanti vengono scelti dalle segreterie di partito, secondo delle logiche e delle dinamiche totalmente estranee a quelle democratiche».
Intanto, il suo partito continua a crescere sui territori. Ieri due consiglieri regionali lombardi, Luca Ferrazzi del gruppo misto e Pietro Macconi di Fratelli d’Italia, hanno aderito a Futuro nazionale. «Non ho nessuna valutazione da fare», commenta il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, «nel senso che è una scelta che hanno fatto due consiglieri, sono liberissimi di farla. Possono spostarsi dove vogliono. Personalmente ho sempre sostenuto che la Lega non abbia nulla in comune con Vannacci». Stessa scelta l’ha fatta la ex deputata leghista Francesca Martini, già Sottosegretaria alla Salute nel governo Berlusconi dal 2009 al 2011 e, prima ancora, assessore alla Sanità della Regione Veneto. La Martini è stata parlamentare del Carroccio per due legislature, e nel 2017 era stata tra i fondatori di Grande Nord.
L’unico a tenere ancora chiuse le porte del centrodestra a Futuro nazionale è Maurizio Lupi: «Ho un grande rispetto per tutti coloro che si mettono a fare politica», sottolinea il leader di Noi moderati, «che iniziano anche una proposta politica e un percorso. Detto questo, Vannacci nulla ha a che fare con la storia del centrodestra, nulla ha a che fare con la proposta di governo del futuro del nostro Paese». Questa ce la segniamo…
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Olimpia Tarzia (Imagoeconomica)
di Olimpia Tarzia, Responsabile del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia
Il 27 novembre 2020 il presidente Berlusconi mi nominò responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia. Accolsi la proposta, accettando, per la prima volta - in 20 anni di vita politica e istituzionale vissuta, nelle tre legislature alla Regione Lazio, come indipendente nell’area del centrodestra - di aderire a un partito, proprio a motivo delle sue posizioni sul tema della vita, considerando che, pur nelle variegate sfumature delle singole posizioni sui temi etici presenti in Fi, affidarmi un tale Dipartimento esprimeva una precisa volontà politica del presidente di rafforzare una visione antropologica basata su principi e valori cristiani.
Queste le sue parole nel motivare l’incarico affidatomi: «Un affettuoso benvenuto ad Olimpia Tarzia, che ha scelto di far parte di Forza Italia. La sua decisione ha un grande significato: Olimpia in questi anni è stata ed è una degli esponenti più qualificati e più rappresentativi dell’associazionismo e del volontariato cattolico. Le sue competenze e il suo impegno nel delicatissimo settore della bioetica, l’esperienza del Movimento per la vita di cui è cofondatrice, le tante battaglie per la vita e per la famiglia delle quali è stata protagonista, ne fanno un punto di riferimento per tutti coloro che credono nei valori di un autentico umanesimo cristiano. Sono valori che Forza Italia considera parte integrante della sua visione dell’uomo e della società, e per i quali ci siamo battuti e ci batteremo, pur nel rispetto della libertà di coscienza di ciascuno, in ogni occasione parlamentare e politica. La presenza di Olimpia ci darà più forza in queste battaglie di civiltà. Con lei ci rivolgeremo ai tanti elettori cattolici disorientati e delusi dalla politica e dai politici che li hanno rappresentati in Parlamento».
A settembre 2022 Berlusconi rilasciò una lunga intervista ad Avvenire, in cui affermava: «Noi su temi come unioni civili e biotestamento abbiamo sempre votato contro».
Sui temi eticamente sensibili, in questi anni, fino a pochi mesi fa, ho potuto liberamente condurre il Dipartimento su tale strada. Da quando è iniziato il dibattito sul ddl Fine vita, in diverse occasioni, in colloqui singoli all’interno del partito, ma anche pubblicamente, ho manifestato la mia contrarietà a una legge che normasse il suicidio assistito, sottolineando la rilevanza etica e antropologica di una tale disciplina giuridica, nella ferma convinzione che una legge ad hoc non serva e che le direttive della Consulta non necessitino di una legge che le recepisca, in quanto la Consulta ha già di fatto eliminato, alle condizioni indicate, il presidio della sanzione penale all’aiuto al suicidio che è stato posto dall’articolo 580 del Codice penale.
Su questo tema sono intervenuta più volte, fin dal 2021, con significativi risultati di coinvolgimento e sensibilizzazione attraverso molteplici iniziative rivolte particolarmente al mondo cattolico, sia con interventi sui media, sia organizzando convegni e incontri, ribadendo tale linea e sostenendo la necessità di un rafforzamento delle cure palliative in termini di allocazione di fondi e di realizzazione di strutture ad hoc. Come è chiaramente scritto nell’Evangelium vitae (n. 66): «Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta».
È per questo motivo che le recenti prese di posizione del partito sul fine vita, che, non tenendo in considerazione le mie forti perplessità, hanno portato alla scelta di portare avanti un disegno di legge sul suicidio assistito, mi costringono a constatare che sono venuti a mancare i presupposti per mantenere, in tale contesto, il mio incarico come responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia.
Nella mia storia di vita personale, associativa e politica, ho sempre considerato la libertà interiore, la coerenza delle scelte e la fedeltà ai principi in cui si crede un punto fermo, anche a costo di sacrifici personali: non intendo ora rendermi corresponsabile di una legge, foriera di inevitabili pericolose implicazioni e conseguenze, che di fatto sancisce, anche se surrettiziamente, il «diritto al suicidio», una legge che vedrebbe lo Stato, anziché garantire e tutelare il diritto alla vita, specialmente dei più vulnerabili, assicurare la morte, mettendo a disposizione risorse economiche e strutture adeguate a rendere fruibile quell’atto, anche magari tramite il Servizio sanitario nazionale.
Con questa mia decisione non ho alcuna intenzione di colpevolizzare chi sta impegnandosi per trovare le migliori soluzioni possibili a una questione estremamente delicata e complessa, ma non posso condividere l’idea di considerare questa proposta di legge come una scelta obbligata al fine di perseguire una «riduzione del danno» perché il «male minore», come ci insegna la dottrina cattolica, si può tollerare, se inevitabilmente costretti (e non è questo il caso), ma non può mai essere una scelta.
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Stefano Zenni, musicologo jazz, ricorda Sonny Rollins, leggendario sassofonista scomparso a 95 anni e a poche ore dal centenario di Miles Davis. La sua inesauribile fantasia, unita a generose dosi di ironia, lo ha reso un colosso assoluto dell’arte dell’improvvisazione.
Nel riquadro, un frame dell'episodio di violenza nei confronti di due docenti in un parco di Parma (iStock-Ansa)
Codraro ha chiesto che la scuola prenda provvedimenti contro lo studente, ma ha deciso di non denunciarlo. Ricevendo per questo il plauso del segretario generale della Flc Cgil di Pordenone, Giuseppe Mancaniello, che ha dichiarato al Gazzettino: «L’insegnante si è comportato bene non denunciando, perché in questo caso si trattava di giovanissimi sotto i 14 anni».
È la stessa decisione che hanno preso, a Parma, i due professori pesantemente malmenati da un gruppo di maranza in un parco fuori da un istituto tecnico. Sdegno sì, ma niente vie legali. Sulle prime anche il provveditore di Parma, Andrea Grossi, aveva caldeggiato la linea morbida, spiegando che la scuola «educa ma non sanziona». Poi però, forse riflettendoci un poco di più, ha cambiato opinione: «La scuola educa anche sanzionando».
Sulla rissa di Pordenone interviene invece Silvia Burelli, vicepreside della scuola secondaria di primo grado Terzo Drusin, che afferma: «Da domani ci attiveremo per tutte quelle azioni educative che possiamo avviare, in accordo con la famiglia. Azioni che prevedono attività con le tante associazioni del territorio che ci supportano». Insomma, il ragazzino picchiatore se la caverà con un po’ di volontariato.
È un fatto: ogni volta che esplodono casi di violenza adolescenziale si assiste a un profluvio di dichiarazioni di tenore più o meno analogo. C’è chi sostiene che si ascoltino poco e male i giovani, chi propone ore di educazione affettiva, chi se la prende con gli adulti che fanno la guerra. E può anche darsi che ci sia del vero in tutte queste affermazioni. Il problema, nel frattempo, resta e peggiora. Il che suggerirebbe, forse, di cambiare prospettiva.
A Parma il disastro era annunciato. Anzi è stato preceduto da altri e numerosi disastri. Sono anni che dal territorio si levano voci allarmate riguardo all’esorbitante presenza di maranza intemperanti. Fuori dal coro e altre trasmissioni hanno dedicato servizi alla (un tempo) placida città emiliana. Le denunce pubbliche di cittadini e politici, negli anni, sono state fin troppe. Il fenomeno è talmente evidente che l’anno scorso qualcuno ha avuto la brillante idea di girare un video musicale in stile trap intitolato Parma città di maranza, interpretato da studenti anche minorenni. Una operazione perfino divertente a testimonianza di una situazione drammatica. Segno che qualche provvedimento si poteva e si doveva prendere anche prima. Il massimo che le istituzioni sono riuscite a escogitare è l’introduzione dei cosiddetti «street tutor», figure a metà tra gli addetti alla sicurezza delle discoteche (da cui in effetti sembra che alcuni provengano) e i mediatori culturali che dovrebbe occuparsi di «prevenzione dei rischi e mediazione dei conflitti», anche grazie alla conoscenza dell’arabo. Insomma, vigilantes anti maranza che però non sono vigilantes e non hanno compiti di polizia ma di mediazione culturale. Boh.
È chiaro: non esistono soluzioni semplici e immediatamente efficaci. Tuttavia, è abbastanza ovvio che servano due approcci congiunti: uno politico (più misure di sicurezza) e uno culturale. Quest’ultimo potrebbe seguire alcune direttrici che vari analisti nel corso del tempo hanno indicato. Tra questi c’è il filosofo Stefano Zecchi, che sul tema dei maranza e della violenza giovanile ha le idee piuttosto chiare.
«Cominciamo dalla scuola e dalla famiglia che sono le due istituzioni che educano i ragazzi», dice. «In entrambe quello che viene a mancare ormai da tanti anni è l’autorità, il senso del rispetto di un’autorità che oltrepassa, trascende le singole persone. Questa autorità è stata sostituita da uno sfrenato individualismo, per cui ognuno pensa per sé e pensa di raggiungere da solo certi risultati. Questo porta evidentemente a situazioni paradossali, come nei casi in cui i genitori fanno da schermo per evitare danni ai figli oppure essi stessi aggrediscono i professori».
In tanti lo hanno detto: manca il padre simbolico, cioè colui che fissa le regole e i limiti. «Il padre è l’autorevolezza, non voglio dire la parola autorità che oggi sembra sconcia, nella famiglia», spiega Zecchi. «Non dico che debba prendere le decisioni da solo, deve certo condividerle, ma il suo compito è cercare di portare una razionalità all’interno della famiglia: soprattutto il padre ha questa funzione. Nella scuola vale lo stesso con la figura dell’insegnante. Sento dire che la scuola educa, ma non è vero. La scuola non educa, deve insegnare. Ha un compito molto complesso, quello di insegnare e attraverso l’insegnamento far capire i modi di comportamento. A scuola non vengono insegnate le buone maniere: si prende semmai, dico per fare un esempio, una poesia di Pascoli e attraverso quella poesia si comincia anche a capire il mondo e a rispettare gli altri».
La mancanza del padre non è una banalità da psicologi: è un tema serissimo che trova conferma nella rinuncia dei docenti alle denunce e a un approccio più severo: sembra che l’autorità debba essere sempre smorzata.
Quanto alla mancanza di dialogo con gli adolescenti, Zecchi appare scettico. «Questo discorso lo sento fare in continuazione», dice. «Mi sembra una via di fuga e anche una specie di giustificazione. Non è che i ragazzi non vengano ascoltati, semmai i ragazzi non hanno intenzione di parlare. Oggi il mondo dei ragazzi è una specie di recinto chiuso da questa ipnotica visione del cellulare che sostituisce i discorsi. Non è che i genitori non ascoltano i figli, i figli non parlano con i genitori, questo è il problema. Questa retorica di dare la colpa sempre ai genitori perché non ascoltano è sociologistica, non riflette bene su ciò che accade. Io mi muovo a Milano con la metropolitana: non c’è una persona adulta, meno adulta, piccola, non piccola che non abbia in mano il cellulare. L’altro giorno sempre in metropolitana è arrivata una banda di ragazzini delle elementari, erano proprio piccoli: erano festosi, gridavano, scherzavano tra di loro, toccavano... Il cellulare non esisteva. Ma piano piano, andando avanti con l’età, tutto questo sparisce».
Forse allora bisogna pensare a limitazioni serie sull’uso della tecnologia, e ragionare sul rapporto che hanno con essa anche gli adulti, non solo i più piccoli. E poi c’è un altro tema enorme che non si può eludere: l’immigrazione.
«È un elemento di rottura di uno schema convenzionale, tradizionale», dice Zecchi. «Ormai dobbiamo abituarci a convivere con questa realtà e a scuola si fa molto per favorire l’integrazione. Che però resta una cosa, come dire, non naturale. Non voglio usare parole troppo dure ma è qualcosa fuori dalla naturalezza, a cui non c’è un’adeguata preparazione. L’integrazione in fondo è una violenza, è sradicare la persona dalla sua storia, dalla sua tradizione, dalla sua religione. Sono state tentate tante vie per l’integrazione: c’è quella inglese, c’è quella tedesca e c’è quella francese... Non ha funzionato nessuna delle tre».
Come si vede, le questioni sono stratificate e complesse, e tocca agire a più livelli. Ma una bussola, spiega Zecchi, l’abbiamo: «Non bisogna aver paura di sostenere l’autorità, di sostenere le figure paterne dentro la famiglia e gli insegnanti dentro la scuola».
Viene da dire che anche gli insegnanti, in questo senso, talvolta potrebbero offrire un maggiore contributo. Ai fini di difendere la presenza di una autorità non sembra molto utile evitare di denunciare chi picchia e bastona.
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