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2019-12-16
«Dopo di noi». La legge disastro che illude i disabili
Ansa
Una madre sopraffatta dalla solitudine e dalla fatica di accudire una figlia adulta disabile dalla nascita, l'ammazza e tenta di uccidersi. Il fatto di cronaca, una settimana fa nel Torinese, si affaccia solo per qualche istante sulla nostra quotidianità. Succede, capita, altre volte proveremo pena, incredulità davanti a gesti disperati di genitori, stremati e impotenti. Poi ascoltiamo proclami del governo, rassicurazioni sulla creazione dal prossimo gennaio di un ufficio permanente per le persone con disabilità a palazzo Chigi e pensiamo che le risposte arriveranno. Niente affatto, le circa 2.300.000 famiglie italiane nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi, avranno dalla legge di stabilità solo i 50 milioni di euro promessi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Più altri 20 milioni di euro (emendamento approvato in commissione bilancio al Senato), destinati al Fondo per la non autosufficienza (Fna) che nel 2019 ammonta a 573 milioni di euro.
Briciole, per i 3.100.000 disabili gravi nel nostro Paese, di cui il 61% è in cattive condizioni di salute. Servirebbero almeno 5 miliardi di euro per far fronte alle esigenze di una quota (5,2%) di italiani totalmente non abili, come dichiarano i presidenti di alcune delle federazioni che rappresentano associazioni impegnate nel settore.
Pochi dati, per spiegare quanto lontani siamo da interventi che offrano sostegno, dignità e la tanto promessa inclusione. Secondo l'ultimo dossier Istat, la metà dei disabili gravi (1,5 milioni su 3,1 milioni) ha più di 75 anni, quindi con ulteriori difficoltà dovute all'età e alla non autosufficienza. Oltre 600.000 persone con limitazioni gravi sono privi di rete di aiuto, di queste 204.000 vivono da sole. Rimangono in attesa di poter accedere ai fondi, ancora non ripartiti dalla maggioranza delle Regioni, del «Dopo di noi», soluzioni alternative agli istituti quando genitori o familiari non saranno più in grado di occuparsi del congiunto.
Vediamo di che cosa vive un disabile. Lo Stato gli garantisce 285,66 euro al mese di pensione di inabilità (poco più della metà della pensione sociale di 501 euro), solo a partire dal 74% di invalidità riconosciuta. Altrimenti si ha diritto unicamente a una serie di agevolazioni, fiscali o bonus salute. Se poi l'invalidità è totale e permanente, l'Inps corrisponde 517,84 euro al mese di indennità di accompagnamento. Complessivamente possono essere 803,5 euro, certo non per tutti. Bastano per arrivare a fine mese? No. Un invalido prende meno della pensione minima. Sostiene costi aggiuntivi di natura medica e sanitaria e spese per il trasporto legato alla salute. Non può pagare affitto e utenze varie. L'aiuto che arriva dall'indennità di accompagnamento (quando viene riconosciuta) non è un reddito aggiuntivo, serve per retribuire un accompagnatore e solo per poche ore, sollevando i familiari da un'assistenza continua e logorante.
Eppure, le famiglie con disabili che non ricevono alcuna forma di supporto né informale, né privata, né pubblica sono ancora moltissime, il 45,8%. Devono arrangiarsi, spesso uno dei genitori è costretto a lasciare il lavoro per seguire il figlio, quindi il nucleo si impoverisce. Il 28% delle famiglie con disabili è in condizioni di deprivazione materiale, che segnalano le difficoltà a disporre di beni o servizi essenziali per una vita decorosa, cioè non possono sostenere spese impreviste, la caldaia che si rompe, la lavatrice che smette di centrifugare. Nemmeno possono concedersi una vacanza, la più economica e a chilometro zero che si possa immaginare.
Poi ci sono gli interventi sul territorio, perché solo il 16,4% della spesa per l'assistenza al disabile è finanziata a livello centrale, attraverso il fondo indistinto per le politiche sociali (9%) e fondi vincolati statali o dell'Unione europea (7,4%). La maggior parte delle risorse (61,8%) provengono dai Comuni e dai fondi regionali vincolati per le politiche sociali, che finanziano il 17,8% della spesa sociale dei Comuni. In piccole percentuali, da altri enti e privati.
Dovrebbero garantire un supporto alle famiglie con assistenza domiciliare, servizi connessi alla cura e all'inclusione sociale delle persone disabili. Ma la spesa sociale a carico di questi enti si è moltiplicata negli anni, i soggetti bisognosi sono in continuo aumento e le strutture non sono in grado di reggere le tante domande che vanno dagli anziani non autosufficienti ai migranti, dai poveri ai rom, dalle dipendenze alle varie forme di emarginazione. I fondi non riescono a coprire i reali bisogni dei non abili e sono profondamente diversi dalle regioni del Nordest (con 5.080 euro di spesa media annua), a quelle del Sud (870 euro).
Se sei disabile, fai ancora una fatica enorme a trovare posto nel mercato del lavoro. Solo il 35,8% è occupato, quelli con meno di 40 anni rappresentano il 17,5%. Nel 2015, delle persone con disabilità iscritte nelle liste di collocamento, appena il 6,3% aveva un titolo universitario e il 24,6% un diploma di maturità. Eppure, nei Comuni, la spesa per «formazione e inserimento lavorativo» rappresenta la voce più importante (27% nel 2016) degli impegni finanziari. Dai dati del ministero del Lavoro, «vi sono 145.000 posti di lavoro ancora “vacanti", ovvero “riservati" alle persone con disabilità ma non ancora coperti». A vent'anni dall'approvazione della legge sul collocamento mirato, rimane difficile assicurare la formazione necessaria per soddisfare i profili richiesti e le aziende pubbliche e private assumono troppo poco nelle «quote di riserva», obbligatorie per legge. Rimane, infine, l'incognita su chi gestirà le deleghe che il precedente governo aveva assegnato al ministero della Famiglia e disabilità.
«Tutta la vita in un istituto. Per 120.000 famiglie non c’è ancora alternativa»
La legge 112 del 2016, «Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare», più nota come «Dopo di noi», punta a migliorare la qualità di vita, consentendo di vivere in autonomia secondo progetti individuali e senza essere confinati in istituto, se viene a mancare il supporto della famiglia. Il fondo pubblico di assistenza, previsto per questo scopo, nel 2019 era di 56,1 milioni di euro. Erano previste anche una serie di agevolazioni fiscali per la costituzione di trust, vincoli di destinazione di beni mobili e immobili e fondi speciali destinati ai disabili gravi per favorirne inclusione, cura e assistenza.
La tutela delle persone gravemente disabili in un Paese sempre più vecchio è l'aspetto più importante della legge, quello che interessa più di 2 milioni di famiglie che si chiedono che cosa accadrà dei loro cari quando non ci sarà più nessuno in grado di assisterli. Le parole della mamma di una disabile grave - «Siamo gli unici genitori del mondo a sperare che i figli non ci sopravvivano» -consentono di comprendere di quali drammi stiamo parlando. La legge ha indicato gli obiettivi, spetta alle Regioni programmare gli interventi e ai Comuni attuarli. Il fondo è stato ripartito con quote differenti a seconda della percentuale di invalidi di età compresa tra i 18 e i 64 anni. Alcuni esempi. Alla Lombardia (con il 16,8% di invalidi), per il 2019 sono stati assegnati 8.584.800 euro, a Campania e Lazio entrambe con stessa percentuale (10,1%), 5.161.100 euro, il Molise (0,5%) ha ricevuto 255.500 euro, la Sardegna (2,9%) 1.481.900 euro.
Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e relazionale), dopo quattro anni fa il punto sull'attuazione della 112.
Il «Dopo di noi» sta funzionando?
«È un'ottima e straordinaria legge, purtroppo applicata malissimo dalle Regioni. Tranne alcune, come la Lombardia e l'Emilia Romagna, le altre o sono in enorme ritardo o l'hanno completamente travisata. Intanto, le circa 120.000 famiglie che nel 2016 venivano segnalate con necessità immediate perché i figli disabili erano orfani o rischiavano di diventarlo, sono rimaste senza percorsi alternativi all'istituto a vita. Senza contare le emergenze che si sono aggiunte nei quattro anni dalla nascita della legge».
Perché sarebbero state travisate le indicazioni della 112?
«Il “Dopo di noi" ha previsto la creazione di piccole unità abitative, non più di 5 persone, dove i disabili possano continuare a vivere anche quando i genitori non ci sono più. Le risorse messe a disposizione sono impegnative in questa direzione, per garantire un percorso di autonomia fuori dalle strutture sanitarie. Non sono sostitutive. Invece, molte Regioni pensano di utilizzare i fondi per finanziare altri servizi già previsti, come l'assistenza domiciliare o la riabilitazione. In questo modo si vanifica la programmazione di progetti di vita indipendente, con beneficiario il singolo non abile».
A quanto ammonta complessivamente il fondo e quanti soldi sono stati spesi dal 2016?
«Purtroppo lo ignoriamo, perché è uscita solo una relazione al Parlamento, quella del 2017. Continuiamo ad aspettare il secondo rapporto, non è ancora stato presentato. Il fondo oramai dovrebbe essere superiore ai 250 milioni di euro, ma le risorse utilizzate non superano il 20%».
Perché in percentuale così bassa dopo ben quattro anni?
«Senza dati ufficiali, noi possiamo monitorare le diverse realtà territoriali ma non sappiamo che cosa concretamente sia stato fatto. La Lombardia parla di circa mille persone disabili con già un percorso individuale intrapreso. Ci sono stati problemi di coordinamento tra Stato, Regione ed enti locali e in poi in ambito territoriale, dove manca un sistema efficace di infrastrutturazione sociale. Non hanno personale che sappia redigere progetti personalizzati al singolo disabile, fatica a cambiare la rete assistenziale. Ma la condizione imprescindibile per finanziare una misura attraverso il fondo, è proprio l'esistenza di un progetto individuale».
Alle famiglie intanto che cosa raccontate?
«Molte si erano illuse, avevano cercato soluzioni abitative come la legge si impegnava a finanziare. L'effetto moltiplicatore di quelle iniziative sarebbe stato molto utile. Purtroppo molti sono tornati a credere che non ci siano soluzioni fuori dalla famiglia o dall'istituto».
«I 5,6 miliardi di Tria ridotti a 50 milioni»
«Il presidente Conte ha annunciato 50 milioni di euro per un fondo disabilità e sulla non autosufficienza. Una cifra lontanissima da quella che noi abbiamo proposto nei nostri emendamenti alla legge di bilancio, dove nemmeno si sfiorano le questioni che abbiamo sollevato». Secondo Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish), che rappresenta 35 associazioni impegnate con i non abili, si tratta inoltre di «risorse promesse, non realmente spendibili».
Voi che cosa avete chiesto?
«Abbiamo proposto di riformulare il cosiddetto bonus facciate, ampliando la detrazione del 90% in 10 anni per le spese per il recupero o il restauro delle facciate esterne degli edifici, anche ai condomini che abbattono le barriere architettoniche. Diventerebbero così interventi dal valore sociale. Un altro emendamento prevede 25 milioni di euro in più per agevolare progetti di vita indipendente delle persone disabili, che attualmente è finanziata con solo 15 milioni di euro per tutto il Paese, detratti dal Fondo nazionale sulla non autosufficienza. Chiediamo di rifinanziarla a parte, con un fondo iniziale di 40 milioni di euro. La richiesta più corposa riguarda il Fna, vorremmo aumentarlo di 250 milioni di euro, portandolo a 823 milioni di euro l'anno. Ma credo che non si farà nulla».
Poco fiducioso nel sostegno che il governo intende dare ai disabili?
«Le cifre che suggeriamo sono molto basse, rispetto ai 4 miliardi di euro che una legge di stabilità dovrebbe destinare a politiche attive per persone non abili. L'ex ministro del Lavoro, Giovanni Tria, prevedeva dal 2022 la somma in bilancio di 5,6 miliardi di euro. A noi adesso promettono 50 milioni di euro, che non sappiamo dove andranno a finire. Gli interventi si definiranno solo successivamente con appositi provvedimenti normativi».
Però arriva l'Iva al 4% per l'acquisto di auto ibride ed elettriche da parte di persone con disabilità.
«Ci interessa nella misura in cui la detrazione dà la possibilità di fare una scelta. Poi l'auto va adattata, non basta solo acquistarla, il costo è sempre più elevato rispetto a chi non ha disabilità. Per le famiglie con un non abile al loro interno, le agevolazioni Iva per l'auto sono agli ultimi posti per importanza».
Di che cosa hanno soprattutto bisogno i 3,1 milioni di disabili gravi nel nostro Paese?
«Sono molti di più secondo il nostro osservatorio, non meno di 4,2 milioni. Tanti, circa 300.000, purtroppo vivono in istituto e il numero è destinato ad aumentare perché genitori o fratelli non sono in grado di seguirli. Parliamo di strutture sanitarie, le Regioni pagano fino a 3.500 euro al mese per mantenere un disabile al loro interno. Pensi a quante cose potrebbe fare una famiglia con somme ben inferiori, diciamo 1.500, 2.000 euro al massimo per ricevere sostegni adeguati, senza dover segregare a vita un loro congiunto. Bisogna aumentare la pensione di inabilità, ferma a 285 euro al mese, si devono aiutare le famiglie a prendersi carico del non abile, consentendogli una vita decorosa, non da emarginato. Questo significa poter studiare, trovare un lavoro, supporto sul territorio. Sono investimenti, non un costo sociale. Non si può parlare di disabilità in prossimità della Finanziaria. Le famiglie vivono in una sofferenza costante».
Coop e onlus si spartiscono tutti i contributi
L'ultimo dossier dell'Istat conteggia le strutture che hanno fornito servizi di assistenza sociale, tra il 2015 e il 2016. Su 70.000, ben 44.723 (il 64%) erano istituzioni no profit, 5.145 (7,3%) pubbliche e 20.035 (28,7%) le imprese. Circa la metà dei 730.000 dipendenti nell'assistenza sociale è impiegata nelle no profit (358.967, il 49,2%). Soggetti non pubblici e privati accreditati, cooperative sociali e Onlus gestiscono dunque la maggior parte dei servizi, attraverso appalti e convenzioni.
Delle oltre 336.000 no profit operanti in Italia con funzione «sociale», 38.000 si occupano di disabilità e impiegano 721.000 volontari, 337.000 dipendenti e 54.000 lavoratori esterni. Le loro entrate ammontano a 16 miliardi di euro e per la maggior parte (47,8%) derivano da convenzioni con istituzioni o enti pubblici nazionali e internazionali, per il 30,9% da vendita di beni e servizi del totale. Poi ci sono piccole percentuali derivanti da contributi, lasciti, donazioni.
«Tali organizzazioni svolgono un'attività economica nella produzione di servizi fondamentali», puntualizza il rapporto, e una quota consistente «si sostiene con entrate prevalentemente di natura pubblica». I lavoratori al loro interno svolgono attività di Pet therapy (instaurando relazioni tra il paziente e un animale domestico), interventi e servizi terapeutici o riabilitativi anche a domicilio, sono impiegati in centri diurni e strutture semiresidenziali. Interessante quello che rileva l'Istat: «Le istituzioni non profit dedite alla disabilità presentano una struttura organizzativa complessa e ampie dimensioni in termini di risorse umane impiegate: il numero medio di lavoratori retribuiti (10 lavoratori in media per ogni istituzione) e quello dei volontari (19 per ogni istituzione) infatti risultano ben superiori ai valori medi delle istituzioni non profit nel loro complesso (pari rispettivamente a 3 lavoratori e 16 volontari in media per ogni istituzione».
Da punto di vista economico, l'importo medio per ciascuna cooperativa o Onlus è di 435.000 euro, «valore doppio rispetto a quello rilevato per le istituzioni non profit nel complesso (209.000 euro)». L'assistenza che i Comuni assicurano ai disabili è dunque solo in minima parte offerta dai servizi pubblici, per la quota più consistente viene erogata da profit e non profit. Bolzano è l'unica provincia in cui la maggior parte dei dipendenti (58,0%) lavorano per disabili in una istituzione pubblica. Quella di Roma, invece, ha il 55,8% del personale in strutture di no profit. Il valore più basso del settore pubblico si registra al Sud (0,4%).
Quasi due famiglie su tre nel Nord Italia ricevono qualche forma di aiuto, mentre al Sud sono meno di una su due. Nel Nordest, la rete di aiuti informali (centrata sui legami familiari, su quelli di amicizia o di vicinato) è più sviluppata ed è anche più alto il ricorso a servizi di mercato, grazie a migliori possibilità economiche.
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Il flop delle norme targate Matteo Renzi: pochissime risorse agli invalidi e impossibilità pratica di trovare lavoro.Il presidente nazionale Anffas Roberto Speziale: «A quattro anni dalla riforma il Parlamento tace sull'attuazione e solamente due Regioni si sono mosse. I ritardi sono gravissimi».«Non ci sono veri finanziamenti ma soltanto promesse perché i fondi realmente spendibili sono pochissimi»L'Istat: le non profit attive nel mondo dell'handicap incassano 16 miliardi e impiegano quasi 400.000 persone.Lo speciale contiene quattro articoliUna madre sopraffatta dalla solitudine e dalla fatica di accudire una figlia adulta disabile dalla nascita, l'ammazza e tenta di uccidersi. Il fatto di cronaca, una settimana fa nel Torinese, si affaccia solo per qualche istante sulla nostra quotidianità. Succede, capita, altre volte proveremo pena, incredulità davanti a gesti disperati di genitori, stremati e impotenti. Poi ascoltiamo proclami del governo, rassicurazioni sulla creazione dal prossimo gennaio di un ufficio permanente per le persone con disabilità a palazzo Chigi e pensiamo che le risposte arriveranno. Niente affatto, le circa 2.300.000 famiglie italiane nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi, avranno dalla legge di stabilità solo i 50 milioni di euro promessi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Più altri 20 milioni di euro (emendamento approvato in commissione bilancio al Senato), destinati al Fondo per la non autosufficienza (Fna) che nel 2019 ammonta a 573 milioni di euro.Briciole, per i 3.100.000 disabili gravi nel nostro Paese, di cui il 61% è in cattive condizioni di salute. Servirebbero almeno 5 miliardi di euro per far fronte alle esigenze di una quota (5,2%) di italiani totalmente non abili, come dichiarano i presidenti di alcune delle federazioni che rappresentano associazioni impegnate nel settore.Pochi dati, per spiegare quanto lontani siamo da interventi che offrano sostegno, dignità e la tanto promessa inclusione. Secondo l'ultimo dossier Istat, la metà dei disabili gravi (1,5 milioni su 3,1 milioni) ha più di 75 anni, quindi con ulteriori difficoltà dovute all'età e alla non autosufficienza. Oltre 600.000 persone con limitazioni gravi sono privi di rete di aiuto, di queste 204.000 vivono da sole. Rimangono in attesa di poter accedere ai fondi, ancora non ripartiti dalla maggioranza delle Regioni, del «Dopo di noi», soluzioni alternative agli istituti quando genitori o familiari non saranno più in grado di occuparsi del congiunto. Vediamo di che cosa vive un disabile. Lo Stato gli garantisce 285,66 euro al mese di pensione di inabilità (poco più della metà della pensione sociale di 501 euro), solo a partire dal 74% di invalidità riconosciuta. Altrimenti si ha diritto unicamente a una serie di agevolazioni, fiscali o bonus salute. Se poi l'invalidità è totale e permanente, l'Inps corrisponde 517,84 euro al mese di indennità di accompagnamento. Complessivamente possono essere 803,5 euro, certo non per tutti. Bastano per arrivare a fine mese? No. Un invalido prende meno della pensione minima. Sostiene costi aggiuntivi di natura medica e sanitaria e spese per il trasporto legato alla salute. Non può pagare affitto e utenze varie. L'aiuto che arriva dall'indennità di accompagnamento (quando viene riconosciuta) non è un reddito aggiuntivo, serve per retribuire un accompagnatore e solo per poche ore, sollevando i familiari da un'assistenza continua e logorante.Eppure, le famiglie con disabili che non ricevono alcuna forma di supporto né informale, né privata, né pubblica sono ancora moltissime, il 45,8%. Devono arrangiarsi, spesso uno dei genitori è costretto a lasciare il lavoro per seguire il figlio, quindi il nucleo si impoverisce. Il 28% delle famiglie con disabili è in condizioni di deprivazione materiale, che segnalano le difficoltà a disporre di beni o servizi essenziali per una vita decorosa, cioè non possono sostenere spese impreviste, la caldaia che si rompe, la lavatrice che smette di centrifugare. Nemmeno possono concedersi una vacanza, la più economica e a chilometro zero che si possa immaginare. Poi ci sono gli interventi sul territorio, perché solo il 16,4% della spesa per l'assistenza al disabile è finanziata a livello centrale, attraverso il fondo indistinto per le politiche sociali (9%) e fondi vincolati statali o dell'Unione europea (7,4%). La maggior parte delle risorse (61,8%) provengono dai Comuni e dai fondi regionali vincolati per le politiche sociali, che finanziano il 17,8% della spesa sociale dei Comuni. In piccole percentuali, da altri enti e privati.Dovrebbero garantire un supporto alle famiglie con assistenza domiciliare, servizi connessi alla cura e all'inclusione sociale delle persone disabili. Ma la spesa sociale a carico di questi enti si è moltiplicata negli anni, i soggetti bisognosi sono in continuo aumento e le strutture non sono in grado di reggere le tante domande che vanno dagli anziani non autosufficienti ai migranti, dai poveri ai rom, dalle dipendenze alle varie forme di emarginazione. I fondi non riescono a coprire i reali bisogni dei non abili e sono profondamente diversi dalle regioni del Nordest (con 5.080 euro di spesa media annua), a quelle del Sud (870 euro). Se sei disabile, fai ancora una fatica enorme a trovare posto nel mercato del lavoro. Solo il 35,8% è occupato, quelli con meno di 40 anni rappresentano il 17,5%. Nel 2015, delle persone con disabilità iscritte nelle liste di collocamento, appena il 6,3% aveva un titolo universitario e il 24,6% un diploma di maturità. Eppure, nei Comuni, la spesa per «formazione e inserimento lavorativo» rappresenta la voce più importante (27% nel 2016) degli impegni finanziari. Dai dati del ministero del Lavoro, «vi sono 145.000 posti di lavoro ancora “vacanti", ovvero “riservati" alle persone con disabilità ma non ancora coperti». A vent'anni dall'approvazione della legge sul collocamento mirato, rimane difficile assicurare la formazione necessaria per soddisfare i profili richiesti e le aziende pubbliche e private assumono troppo poco nelle «quote di riserva», obbligatorie per legge. Rimane, infine, l'incognita su chi gestirà le deleghe che il precedente governo aveva assegnato al ministero della Famiglia e disabilità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutta-la-vita-in-un-istituto-per-120-000-famiglie-non-ce-ancora-alternativa" data-post-id="2641600043" data-published-at="1774131960" data-use-pagination="False"> «Tutta la vita in un istituto. 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Le parole della mamma di una disabile grave - «Siamo gli unici genitori del mondo a sperare che i figli non ci sopravvivano» -consentono di comprendere di quali drammi stiamo parlando. La legge ha indicato gli obiettivi, spetta alle Regioni programmare gli interventi e ai Comuni attuarli. Il fondo è stato ripartito con quote differenti a seconda della percentuale di invalidi di età compresa tra i 18 e i 64 anni. Alcuni esempi. Alla Lombardia (con il 16,8% di invalidi), per il 2019 sono stati assegnati 8.584.800 euro, a Campania e Lazio entrambe con stessa percentuale (10,1%), 5.161.100 euro, il Molise (0,5%) ha ricevuto 255.500 euro, la Sardegna (2,9%) 1.481.900 euro. Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e relazionale), dopo quattro anni fa il punto sull'attuazione della 112. Il «Dopo di noi» sta funzionando? «È un'ottima e straordinaria legge, purtroppo applicata malissimo dalle Regioni. Tranne alcune, come la Lombardia e l'Emilia Romagna, le altre o sono in enorme ritardo o l'hanno completamente travisata. Intanto, le circa 120.000 famiglie che nel 2016 venivano segnalate con necessità immediate perché i figli disabili erano orfani o rischiavano di diventarlo, sono rimaste senza percorsi alternativi all'istituto a vita. Senza contare le emergenze che si sono aggiunte nei quattro anni dalla nascita della legge». Perché sarebbero state travisate le indicazioni della 112? «Il “Dopo di noi" ha previsto la creazione di piccole unità abitative, non più di 5 persone, dove i disabili possano continuare a vivere anche quando i genitori non ci sono più. Le risorse messe a disposizione sono impegnative in questa direzione, per garantire un percorso di autonomia fuori dalle strutture sanitarie. Non sono sostitutive. Invece, molte Regioni pensano di utilizzare i fondi per finanziare altri servizi già previsti, come l'assistenza domiciliare o la riabilitazione. In questo modo si vanifica la programmazione di progetti di vita indipendente, con beneficiario il singolo non abile». A quanto ammonta complessivamente il fondo e quanti soldi sono stati spesi dal 2016? «Purtroppo lo ignoriamo, perché è uscita solo una relazione al Parlamento, quella del 2017. Continuiamo ad aspettare il secondo rapporto, non è ancora stato presentato. Il fondo oramai dovrebbe essere superiore ai 250 milioni di euro, ma le risorse utilizzate non superano il 20%». Perché in percentuale così bassa dopo ben quattro anni? «Senza dati ufficiali, noi possiamo monitorare le diverse realtà territoriali ma non sappiamo che cosa concretamente sia stato fatto. La Lombardia parla di circa mille persone disabili con già un percorso individuale intrapreso. Ci sono stati problemi di coordinamento tra Stato, Regione ed enti locali e in poi in ambito territoriale, dove manca un sistema efficace di infrastrutturazione sociale. Non hanno personale che sappia redigere progetti personalizzati al singolo disabile, fatica a cambiare la rete assistenziale. Ma la condizione imprescindibile per finanziare una misura attraverso il fondo, è proprio l'esistenza di un progetto individuale». Alle famiglie intanto che cosa raccontate? «Molte si erano illuse, avevano cercato soluzioni abitative come la legge si impegnava a finanziare. L'effetto moltiplicatore di quelle iniziative sarebbe stato molto utile. Purtroppo molti sono tornati a credere che non ci siano soluzioni fuori dalla famiglia o dall'istituto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-56-miliardi-di-tria-ridotti-a-50-milioni" data-post-id="2641600043" data-published-at="1774131960" data-use-pagination="False"> «I 5,6 miliardi di Tria ridotti a 50 milioni» «Il presidente Conte ha annunciato 50 milioni di euro per un fondo disabilità e sulla non autosufficienza. Una cifra lontanissima da quella che noi abbiamo proposto nei nostri emendamenti alla legge di bilancio, dove nemmeno si sfiorano le questioni che abbiamo sollevato». Secondo Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish), che rappresenta 35 associazioni impegnate con i non abili, si tratta inoltre di «risorse promesse, non realmente spendibili». Voi che cosa avete chiesto? «Abbiamo proposto di riformulare il cosiddetto bonus facciate, ampliando la detrazione del 90% in 10 anni per le spese per il recupero o il restauro delle facciate esterne degli edifici, anche ai condomini che abbattono le barriere architettoniche. Diventerebbero così interventi dal valore sociale. Un altro emendamento prevede 25 milioni di euro in più per agevolare progetti di vita indipendente delle persone disabili, che attualmente è finanziata con solo 15 milioni di euro per tutto il Paese, detratti dal Fondo nazionale sulla non autosufficienza. Chiediamo di rifinanziarla a parte, con un fondo iniziale di 40 milioni di euro. La richiesta più corposa riguarda il Fna, vorremmo aumentarlo di 250 milioni di euro, portandolo a 823 milioni di euro l'anno. Ma credo che non si farà nulla». Poco fiducioso nel sostegno che il governo intende dare ai disabili? «Le cifre che suggeriamo sono molto basse, rispetto ai 4 miliardi di euro che una legge di stabilità dovrebbe destinare a politiche attive per persone non abili. L'ex ministro del Lavoro, Giovanni Tria, prevedeva dal 2022 la somma in bilancio di 5,6 miliardi di euro. A noi adesso promettono 50 milioni di euro, che non sappiamo dove andranno a finire. Gli interventi si definiranno solo successivamente con appositi provvedimenti normativi». Però arriva l'Iva al 4% per l'acquisto di auto ibride ed elettriche da parte di persone con disabilità. «Ci interessa nella misura in cui la detrazione dà la possibilità di fare una scelta. Poi l'auto va adattata, non basta solo acquistarla, il costo è sempre più elevato rispetto a chi non ha disabilità. Per le famiglie con un non abile al loro interno, le agevolazioni Iva per l'auto sono agli ultimi posti per importanza». Di che cosa hanno soprattutto bisogno i 3,1 milioni di disabili gravi nel nostro Paese? «Sono molti di più secondo il nostro osservatorio, non meno di 4,2 milioni. Tanti, circa 300.000, purtroppo vivono in istituto e il numero è destinato ad aumentare perché genitori o fratelli non sono in grado di seguirli. Parliamo di strutture sanitarie, le Regioni pagano fino a 3.500 euro al mese per mantenere un disabile al loro interno. Pensi a quante cose potrebbe fare una famiglia con somme ben inferiori, diciamo 1.500, 2.000 euro al massimo per ricevere sostegni adeguati, senza dover segregare a vita un loro congiunto. Bisogna aumentare la pensione di inabilità, ferma a 285 euro al mese, si devono aiutare le famiglie a prendersi carico del non abile, consentendogli una vita decorosa, non da emarginato. Questo significa poter studiare, trovare un lavoro, supporto sul territorio. Sono investimenti, non un costo sociale. Non si può parlare di disabilità in prossimità della Finanziaria. Le famiglie vivono in una sofferenza costante». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-di-noi-la-legge-disastro-che-illude-i-disabili-2641600043.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="coop-e-onlus-si-spartiscono-tutti-i-contributi" data-post-id="2641600043" data-published-at="1774131960" data-use-pagination="False"> Coop e onlus si spartiscono tutti i contributi L'ultimo dossier dell'Istat conteggia le strutture che hanno fornito servizi di assistenza sociale, tra il 2015 e il 2016. Su 70.000, ben 44.723 (il 64%) erano istituzioni no profit, 5.145 (7,3%) pubbliche e 20.035 (28,7%) le imprese. Circa la metà dei 730.000 dipendenti nell'assistenza sociale è impiegata nelle no profit (358.967, il 49,2%). Soggetti non pubblici e privati accreditati, cooperative sociali e Onlus gestiscono dunque la maggior parte dei servizi, attraverso appalti e convenzioni. Delle oltre 336.000 no profit operanti in Italia con funzione «sociale», 38.000 si occupano di disabilità e impiegano 721.000 volontari, 337.000 dipendenti e 54.000 lavoratori esterni. Le loro entrate ammontano a 16 miliardi di euro e per la maggior parte (47,8%) derivano da convenzioni con istituzioni o enti pubblici nazionali e internazionali, per il 30,9% da vendita di beni e servizi del totale. Poi ci sono piccole percentuali derivanti da contributi, lasciti, donazioni. «Tali organizzazioni svolgono un'attività economica nella produzione di servizi fondamentali», puntualizza il rapporto, e una quota consistente «si sostiene con entrate prevalentemente di natura pubblica». I lavoratori al loro interno svolgono attività di Pet therapy (instaurando relazioni tra il paziente e un animale domestico), interventi e servizi terapeutici o riabilitativi anche a domicilio, sono impiegati in centri diurni e strutture semiresidenziali. Interessante quello che rileva l'Istat: «Le istituzioni non profit dedite alla disabilità presentano una struttura organizzativa complessa e ampie dimensioni in termini di risorse umane impiegate: il numero medio di lavoratori retribuiti (10 lavoratori in media per ogni istituzione) e quello dei volontari (19 per ogni istituzione) infatti risultano ben superiori ai valori medi delle istituzioni non profit nel loro complesso (pari rispettivamente a 3 lavoratori e 16 volontari in media per ogni istituzione». Da punto di vista economico, l'importo medio per ciascuna cooperativa o Onlus è di 435.000 euro, «valore doppio rispetto a quello rilevato per le istituzioni non profit nel complesso (209.000 euro)». L'assistenza che i Comuni assicurano ai disabili è dunque solo in minima parte offerta dai servizi pubblici, per la quota più consistente viene erogata da profit e non profit. Bolzano è l'unica provincia in cui la maggior parte dei dipendenti (58,0%) lavorano per disabili in una istituzione pubblica. Quella di Roma, invece, ha il 55,8% del personale in strutture di no profit. Il valore più basso del settore pubblico si registra al Sud (0,4%). Quasi due famiglie su tre nel Nord Italia ricevono qualche forma di aiuto, mentre al Sud sono meno di una su due. Nel Nordest, la rete di aiuti informali (centrata sui legami familiari, su quelli di amicizia o di vicinato) è più sviluppata ed è anche più alto il ricorso a servizi di mercato, grazie a migliori possibilità economiche.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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