Il Digital services act (Dsa) europeo che entrerà in vigore, almeno per le grandi piattaforme online, da domani, rappresenta un concreto cambio di paradigma nella gestione della libera informazione nell’Unione europea, che si può riassumere in una sola parola: censura. Il pacchetto, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee a ottobre 2022, entra in vigore domani per 19 grandi piattaforme online (Aliexpress, Amazon store, App store, Bing, Booking, Facebook, Google maps, Google play, Google search, Google shopping, Instagram, LinkedIn, Pinterest, Snapchat, TikTok, X, l’ex Twitter, Wikipedia, Youtube e Zalando). Dal 17 febbraio 2024 la sua applicazione sarà estesa a tutte le altre piattaforme online europee.
Il Dsa, sulla carta, è stato concepito per tutelare gli utenti dai contenuti illegali (pedopornografia o terrorismo), che incitano all’odio e dai prodotti illeciti (contraffatti o pericolosi) offerti online. Il principio che ha ispirato il nuovo regolamento Ue è che «ciò che è illegale offline deve essere illegale anche online». Tutto bellissimo, se non fosse che i considerando e gli articoli su cui poggia la nuova disciplina europea filtreranno le informazioni sulla base di paletti politici travestiti da istituzionali: non sarà «vero» ciò che corrisponde alla realtà dei fatti bensì ciò che alcuni enti sovranazionali - superfetazioni burocratiche che maneggeranno libertà di rango costituzionale - stabiliranno che lo sia. Di fatto, tutto ciò che sarà anche soltanto parzialmente dissonante dalla «verità istituzionale» sarà censurato, grazie a due grandi vuoti giuridici: non saranno persone in carne e ossa a essere concretamente responsabili della rimozione dei contenuti bensì gli algoritmi delle piattaforme, cui nessuno potrà rivolgersi se non attraverso anonimi moduli online; non è stato chiarito, inoltre, con quale criterio alcune notizie saranno definite attendibili e altre no. Nella fattispecie, le regole di pubblicabilità saranno stabilite dal nascente Comitato europeo per i servizi digitali, definito come «gruppo consultivo indipendente composto da coordinatori dei servizi digitali rappresentati da funzionari di alto livello», ma l’indipendenza del gruppo è davvero sui generis, dato che sarà presieduto dalla Commissione europea, che è un organo politico. Non solo: nel testo del nuovo regolamento non c’è, in alcun articolo, la definizione di «fonte attendibile». Fonte attendibile sarà dunque soltanto quella stabilita dalla Commissione, con buona pace della libertà di espressione stabilita all’articolo 21 della nostra Costituzione.
La «crisi», vera o fittizia che sia, o «permacrisi», rappresenta il cardine del nuovo Regolamento Ue: come recita il considerando 91, «in tempi di crisi, potrebbe essere necessario adottare con urgenza determinate misure specifiche». Cosa s’intende per crisi? «Si dovrebbe considerare che si verifichi una crisi», si legge nel testo del Dsa, «quando si verificano circostanze eccezionali che possano comportare una minaccia grave per la sicurezza pubblica o la salute pubblica nell’Unione […]. Tali crisi potrebbero derivare da conflitti armati o atti di terrorismo, compresi conflitti o atti di terrorismo emergenti, catastrofi naturali quali terremoti e uragani, nonché pandemie e altre gravi minacce per la salute pubblica a carattere transfrontaliero». Dunque, in caso di crisi climatica certificata (politicamente, più che scientificamente...) o di «futura pandemia» - ampiamente annunciata da tutti i capi di Stato - la Commissione potrà chiedere «l’adeguamento dei processi di moderazione dei contenuti e l’aumento delle risorse destinate alla moderazione dei contenuti». Come? Intensificando la cooperazione con i «segnalatori attendibili» (sic), entità che «dispongono di capacità e competenze particolari ai fini dell’individuazione, dell’identificazione e della notifica di contenuti illegali» e sono «indipendenti da qualsiasi fornitore di piattaforme online».
Un intero articolo è inoltre dedicato alle segnalazioni degli utenti, singoli cittadini incoraggiati alla delazione attraverso il considerando 50, che spiega che «il meccanismo di segnalazione dovrebbe consentire, ma non richiedere (salvo in caso di reato, ndr), l’identificazione della persona o dell’ente che presenta la segnalazione». In caso di crisi, l’Ue potrà inoltre richiedere «l’adozione di misure di sensibilizzazione» e la «promozione di informazioni affidabili»: la propaganda di Stato è ormai legale. Il considerando 92, ribattezzato «considerando Ursula» in omaggio al presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, prevede inoltre che «i revisori dovrebbero garantire la riservatezza, la sicurezza e l’integrità delle informazioni, quali i segreti commerciali, che ottengono nello svolgimento dei loro compiti»: ogni riferimento ai contratti con Pfizer mai resi pubblici dall’esecutivo Ue è puramente casuale.
Le punizioni per chi contravviene saranno drastiche: i singoli utenti riceveranno un solo avvertimento e poi saranno sospesi; potranno fare ricorso attraverso appositi moduli inviati online. Le aziende che diffondono contenuti valutati come «falsi» o «fuorvianti» (termine quest’ultimo che giuridicamente non sussiste), invece, subiranno la riduzione degli incentivi finanziari, o «demonetizzazione», affinché non beneficino di introiti pubblicitari.
Non è ancora chiaro se gli enti che, a livello nazionale, gestiranno la rimozione dei contenuti - in Italia potrebbe essere l’Agcom o anche l’Idmo di Gianni Riotta - potranno evitare gli automatismi immaginati dalla Commissione. Quel che è certo, però, è che il processo è irreversibile.






