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2019-09-21
Dietro gli attacchi di Biden a Trump c'è sempre un po' di intelligence
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Ansa
Una nuova bufera si sta abbattendo su Donald Trump? Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il presidente americano - nel corso di una telefonata dello scorso luglio - avrebbe insistentemente chiesto al suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, di mettere sotto inchiesta Hunter Biden, figlio dell'attuale candidato alla nomination democratica, Joe Biden. L'avvocato di Trump, Rudy Giuliani, è apparso alla Cnn giovedì sera, inizialmente negando e poi ammettendo di aver chiesto all'Ucraina di esaminare le accuse contro Biden. L'ex vicepresidente è andato all'attacco, accusando Trump su Twitter di abuso di potere. «Come minimo, Donald Trump dovrebbe rilasciare immediatamente la trascrizione della telefonata in questione, così che gli americani possano giudicare da soli», ha aggiunto. Il presidente, dal canto suo, ha respinto le accuse. «Virtualmente ogni volta che parlo al telefono con un leader straniero, sono consapevole del fatto che potrebbero esserci in ascolto diverse persone delle varie agenzie Usa, per non parlare di quelle degli altri Paesi... sapendolo, nessuno sarebbe così stupido da dire qualcosa di inappropriato ad un leader straniero durante una telefonata così affollata», ha dichiarato due giorni fa su Twitter.
La questione è spinosa. E chiama in causa due fattori significativi. In primo luogo, non bisogna trascurare come la talpa da cui tutto è partito provenga dagli ambienti dell'intelligence: un settore, quest'ultimo, che ha creato in passato non pochi grattacapi al presidente. In secondo luogo, l'altro aspetto è di natura chiaramente politica ed entra a gamba tesa nel mezzo della campagna elettorale per le presidenziali del 2020. Tanto che i democratici stanno accusando Trump di usare il suo potere per mettere i bastoni tra le ruote ai propri avversari. Vedremo come si evolverà la vicenda, in attesa della testimonianza alla Camera del direttore della National Intelligence, Joseph Maguire, il prossimo 26 settembre. Ciononostante è forse bene mettere in evidenza alcuni fattori significativi.
In primis, è stato lo stesso Joe Biden mesi fa, durante un evento del Council on Foreign Relations, a rendere noto che nel marzo del 2016 – quando era ancora vicepresidente degli Stati Uniti – aveva esercitato forti pressioni sull'allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. Biden, in particolare, minacciò di bloccare il prestito da un miliardo di dollari che gli Stati Uniti avevano garantito a Kiev, se prima non fosse stato licenziato il procuratore generale Viktor Shokin. Quello stesso Shokin che stava conducendo un'inchiesta per corruzione su Burisma Holding: società ucraina di gas naturale, nel cui consiglio d'amministrazione sedeva dal 2014 proprio Hunter Biden. Un incarico che, secondo il giornalista investigativo Peter Schweizer, avrebbe fruttato al figlio dell'allora vicepresidente circa 83.000 dollari al mese. In tutto questo, non bisogna trascurare un ulteriore fattore importante: dai tempi dell'annessione russa della Crimea del 2014, Biden era stato scelto da Barack Obama come principale figura di raccordo tra Washington e Kiev: segno evidente di come l'allora vicepresidente avesse di fatto non poca voce in capitolo sulle dinamiche politiche interne all'Ucraina. Secondo Schweizer, il 16 aprile 2014, il socio di Hunter Biden, Devon Archer, si sarebbe recato in visita privata alla Casa Bianca per un incontro con il vicepresidente Biden. Cinque giorni dopo, quest'ultimo volò a Kiev per una serie di incontri di alto livello con funzionari ucraini. Nel giro delle tre settimane successive, sia Archer che Hunter entrarono in Burisma. Un caso?
In secondo luogo, se si vuole parlare di abuso di potere per Trump, bisognerebbe allora forse farlo anche per Obama, visto che – nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali del 2016 – l'Fbi (che risponde formalmente al Dipartimento di Giustizia) avviò un'inchiesta sulla presunta collusione tra il comitato del magnate newyorchese e il Cremlino. L'operazione (denominata Crossfire Hurricane) si sarebbe servita di infiltrati, restando tra l'altro inusualmente segreta: una segretezza che – secondo il New York Times – sarebbe stata principalmente dovuta alla mancanza di prove sufficienti per portarla alla ribalta. Altra stranezza fu determinata dal fatto che appena cinque funzionari vennero coinvolti nell'indagine, quando invece per le questioni di sicurezza nazionale sono generalmente più del doppio. Tra l'altro, sembrerebbe stia sempre più emergendo come – dietro le accuse di collusione tra Trump e la Russia – possa in realtà celarsi un piano dei servizi segreti occidentali (cui avrebbero preso parte, tra gli altri, la Gran Bretagna, l'Italia e la stessa Ucraina): un piano che avrebbe avuto come obiettivo quello di favorire l'ascesa di Hillary Clinton alla Casa Bianca. A tutto questo va poi aggiunto che, nel suo rapporto, il procuratore speciale per il caso Russiagate, Robert Mueller, abbia del tutto escluso una collusione tra il comitato di Trump e il Cremlino. Tutti fattori alla cui luce l'operazione Crossfire Hurricane assume una dimensione particolarmente sinistra, lasciando molte incognite sospese sul ruolo dell'amministrazione Obama.
Infine, sempre restando sul tema dell'abuso di potere, bisognerebbe tenere a mente alcuni precedenti storici particolarmente significativi: in particolare, quello del presidente democratico Lyndon Johnson nel corso della campagna elettorale per le presidenziali del 1964 (ben prima, quindi, dello scandalo Watergate). Come sottolineato dallo storico Lee Edwards, la Casa Bianca si rivolse alla Cia nell'autunno di quell'anno, per ottenere informazioni sulla campagna dell'allora candidato repubblicano, Barry Goldwater, sebbene quest'ultimo non potesse essere descritto come un "nemico interno": l'unica valida motivazione per chiedere all'agenzia di agire. Sempre su ordine di Johnson, azioni di sorveglianza e spionaggio contro Goldwater furono contemporaneamente effettuate anche dall'Fbi, come rivelato dallo stesso J. Edgar Hoover nel 1971.
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È stato lo stesso ex vicepresidente degli Stati Uniti, mesi fa, durante un evento del Council on Foreign Relations, a rendere noto che nel marzo del 2016 aveva esercitato forti pressioni sull'allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. Ora tutti si scandalizzano se il capo della Casa Bianca ha cercato di fare luce.Una nuova bufera si sta abbattendo su Donald Trump? Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il presidente americano - nel corso di una telefonata dello scorso luglio - avrebbe insistentemente chiesto al suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, di mettere sotto inchiesta Hunter Biden, figlio dell'attuale candidato alla nomination democratica, Joe Biden. L'avvocato di Trump, Rudy Giuliani, è apparso alla Cnn giovedì sera, inizialmente negando e poi ammettendo di aver chiesto all'Ucraina di esaminare le accuse contro Biden. L'ex vicepresidente è andato all'attacco, accusando Trump su Twitter di abuso di potere. «Come minimo, Donald Trump dovrebbe rilasciare immediatamente la trascrizione della telefonata in questione, così che gli americani possano giudicare da soli», ha aggiunto. Il presidente, dal canto suo, ha respinto le accuse. «Virtualmente ogni volta che parlo al telefono con un leader straniero, sono consapevole del fatto che potrebbero esserci in ascolto diverse persone delle varie agenzie Usa, per non parlare di quelle degli altri Paesi... sapendolo, nessuno sarebbe così stupido da dire qualcosa di inappropriato ad un leader straniero durante una telefonata così affollata», ha dichiarato due giorni fa su Twitter.La questione è spinosa. E chiama in causa due fattori significativi. In primo luogo, non bisogna trascurare come la talpa da cui tutto è partito provenga dagli ambienti dell'intelligence: un settore, quest'ultimo, che ha creato in passato non pochi grattacapi al presidente. In secondo luogo, l'altro aspetto è di natura chiaramente politica ed entra a gamba tesa nel mezzo della campagna elettorale per le presidenziali del 2020. Tanto che i democratici stanno accusando Trump di usare il suo potere per mettere i bastoni tra le ruote ai propri avversari. Vedremo come si evolverà la vicenda, in attesa della testimonianza alla Camera del direttore della National Intelligence, Joseph Maguire, il prossimo 26 settembre. Ciononostante è forse bene mettere in evidenza alcuni fattori significativi.In primis, è stato lo stesso Joe Biden mesi fa, durante un evento del Council on Foreign Relations, a rendere noto che nel marzo del 2016 – quando era ancora vicepresidente degli Stati Uniti – aveva esercitato forti pressioni sull'allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. Biden, in particolare, minacciò di bloccare il prestito da un miliardo di dollari che gli Stati Uniti avevano garantito a Kiev, se prima non fosse stato licenziato il procuratore generale Viktor Shokin. Quello stesso Shokin che stava conducendo un'inchiesta per corruzione su Burisma Holding: società ucraina di gas naturale, nel cui consiglio d'amministrazione sedeva dal 2014 proprio Hunter Biden. Un incarico che, secondo il giornalista investigativo Peter Schweizer, avrebbe fruttato al figlio dell'allora vicepresidente circa 83.000 dollari al mese. In tutto questo, non bisogna trascurare un ulteriore fattore importante: dai tempi dell'annessione russa della Crimea del 2014, Biden era stato scelto da Barack Obama come principale figura di raccordo tra Washington e Kiev: segno evidente di come l'allora vicepresidente avesse di fatto non poca voce in capitolo sulle dinamiche politiche interne all'Ucraina. Secondo Schweizer, il 16 aprile 2014, il socio di Hunter Biden, Devon Archer, si sarebbe recato in visita privata alla Casa Bianca per un incontro con il vicepresidente Biden. Cinque giorni dopo, quest'ultimo volò a Kiev per una serie di incontri di alto livello con funzionari ucraini. Nel giro delle tre settimane successive, sia Archer che Hunter entrarono in Burisma. Un caso?In secondo luogo, se si vuole parlare di abuso di potere per Trump, bisognerebbe allora forse farlo anche per Obama, visto che – nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali del 2016 – l'Fbi (che risponde formalmente al Dipartimento di Giustizia) avviò un'inchiesta sulla presunta collusione tra il comitato del magnate newyorchese e il Cremlino. L'operazione (denominata Crossfire Hurricane) si sarebbe servita di infiltrati, restando tra l'altro inusualmente segreta: una segretezza che – secondo il New York Times – sarebbe stata principalmente dovuta alla mancanza di prove sufficienti per portarla alla ribalta. Altra stranezza fu determinata dal fatto che appena cinque funzionari vennero coinvolti nell'indagine, quando invece per le questioni di sicurezza nazionale sono generalmente più del doppio. Tra l'altro, sembrerebbe stia sempre più emergendo come – dietro le accuse di collusione tra Trump e la Russia – possa in realtà celarsi un piano dei servizi segreti occidentali (cui avrebbero preso parte, tra gli altri, la Gran Bretagna, l'Italia e la stessa Ucraina): un piano che avrebbe avuto come obiettivo quello di favorire l'ascesa di Hillary Clinton alla Casa Bianca. A tutto questo va poi aggiunto che, nel suo rapporto, il procuratore speciale per il caso Russiagate, Robert Mueller, abbia del tutto escluso una collusione tra il comitato di Trump e il Cremlino. Tutti fattori alla cui luce l'operazione Crossfire Hurricane assume una dimensione particolarmente sinistra, lasciando molte incognite sospese sul ruolo dell'amministrazione Obama.Infine, sempre restando sul tema dell'abuso di potere, bisognerebbe tenere a mente alcuni precedenti storici particolarmente significativi: in particolare, quello del presidente democratico Lyndon Johnson nel corso della campagna elettorale per le presidenziali del 1964 (ben prima, quindi, dello scandalo Watergate). Come sottolineato dallo storico Lee Edwards, la Casa Bianca si rivolse alla Cia nell'autunno di quell'anno, per ottenere informazioni sulla campagna dell'allora candidato repubblicano, Barry Goldwater, sebbene quest'ultimo non potesse essere descritto come un "nemico interno": l'unica valida motivazione per chiedere all'agenzia di agire. Sempre su ordine di Johnson, azioni di sorveglianza e spionaggio contro Goldwater furono contemporaneamente effettuate anche dall'Fbi, come rivelato dallo stesso J. Edgar Hoover nel 1971.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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