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2018-09-01
Diciotti, gli atti arrivano a Palermo. Salvini in tutto rischia fino a 30 anni
- Due nuove accuse (cinque in totale) contro il ministro dell'Interno Matteo Salvini. La replica: «Sono come medaglie». L'inchiesta, però, va avanti: torchiati dai giudici altri uomini del Viminale. E Gianni Alemanno denuncia il pm.
- Due navi, due misure: la tragedia dimenticata della Kater I Rades. Nel 1997, il blocco decretato dal governo Prodi fece oltre 100 morti (e nessuno indagò).
- «Cacciare 500.000 clandestini? Una sparata». Giancarlo Giorgetti ridimensiona la promessa del vicepremier. Ma un modo per agevolare i rimpatri volontari esiste.
Lo speciale contiene tre articoli.
Dal momento in cui la nave Diciotti ha attraccato al molo di Catania, le accuse al ministro dell'Interno Matteo Salvini si sono moltiplicate. Giorno dopo giorno. E nei cinque giorni di stop in porto, con le due che si sono aggiunte prima di mandare il fascicolo a Palermo per competenza territoriale, sono diventate ben cinque. Le ultime accuse in ordine di arrivo sono «sequestro di persona a scopo di coazione» e «omissione di atti di ufficio». Si sommano a quelle di «sequestro di persona, arresto illegale e abuso d'ufficio».
Il ministro Salvini e il suo capo di gabinetto, Matteo Piantedosi, secondo la Procura di Agrigento, avrebbero commesso, stando alla media, un reato al giorno. Nel fascicolo, oltre ai verbali con le testimonianze dei funzionari del Viminale e degli ufficiali della Guardia costiera ascoltati dai magistrati, c'è una memoria firmata dai pm che illustra gli aspetti tecnico-giuridici del caso. In totale 50 pagine. «Trenta anni di carcere come pena massima», è stato il commento a caldo, sui social, del leader del Carroccio: «Voi pensate che io abbia paura e mi fermi? Mai». Poi, tra la pioggia di like che su Facebook ha portato in poche ore il contatore sotto il post a oltre 35.000, ha aggiunto: «So che in Italia ci sono tanti giudici liberi, onesti e imparziali, per me “prima gli italiani" significa difendere sicurezza e confini, anche mettendosi in gioco personalmente. Di politici ladri, incapaci e codardi l'Italia ne ha avuti abbastanza. Contate su di me, io conto su di voi».
Quell'intento di «difendere sicurezza e confini», però, nell'ufficio del Procuratore Luigi Patronaggio è stato interpretato come un «sequestro di persona per costringere l'Ue a trattare». L'articolo del codice penale è il 289 ter. E punisce con la reclusione dai 25 ai 30 anni chi sequestra «una persona o la tiene in suo potere minacciando di ucciderla, di ferirla o di continuare a tenerla sequestrata per costringere un terzo, sia questi uno Stato o un'organizzazione, a compiere un atto». E in questo caso il «terzo» sarebbe l'Unione europea. L'omissione d'atti d'ufficio, invece, è legata al fatto che il titolare del Viminale non ha indicato un porto di sbarco alla Diciotti dopo l'operazione di salvataggio.
«Oggi ho scoperto che ho altri due capi di imputazione, però per me sono medaglie», Salvini liquida così la notizia delle nuove contestazioni.
L'atto di iscrizione nel registro degli indagati risale a sabato sera, quando il procuratore Patronaggio e il pm Salvatore Vella sono volati a Roma per sentire i dirigenti del servizio Libertà civili del Viminale. Per circa tre ore sono stati torchiati il vicecapo dipartimento, Bruno Corda, e lo stesso Piantedosi (ascoltato come persona informata sui fatti e quindi senza la presenza di un legale, si è poi ritrovato indagato insieme al ministro). I due hanno ricostruito la catena di comando seguita per gestire l'emergenza della Diciotti.
Salvini e Piantedosi, quindi, sostiene la Procura, non avrebbero impartito alcuna istruzione. Il tutto, poi, si sarebbe svolto esclusivamente tramite comunicazioni telefoniche. Dopo la prima attività investigativa il procuratore Patronaggio ha trasferito gli atti a Palermo, dalla quale Procura poi verranno inviati al Tribunale dei ministri. Prima però sono stati eseguiti ulteriori accertamenti. Per identificare le persone offese, ad esempio, sono state acquisite le generalità di tutti i migranti rimasti per dieci giorni a bordo del pattugliatore Diciotti e trasferiti soprattutto a Rocca di Papa nel centro gestito da Auxilium, la coop che piace alla Cei e a papa Francesco.
I migranti potranno quindi costituirsi parte civile in un eventuale processo contro il ministro. «Surreale», sbotta l'eurodeputato di Forza Italia Stefano Maullu. Gianni Alemanno, leader dei movimento nazionale sovranista, invece, ha preso carta e penna e ha presentato un esposto contro la Procura di Agrigento per «attentato contro i diritti politici e violenza o minaccia a un corpo politico». Ma anche per «usurpazione di funzioni pubbliche e rivelazione ed utilizzazione di segreti d'ufficio». Nell'esposto si sottolinea come l'indagine contro Salvini e Piantedosi appaia fondata su ipotesi di reato «paradossali e strumentali».
E si ipotizza che l'avere preannunciato le iniziative e le conseguenze giudiziarie in caso di mancata autorizzazione allo sbarco possa rivestire «i connotati propri dell'avvertimento esplicito e della minaccia velata a un componente di corpo politico dello stato atto a turbarne l'attività». Le iniziative del ministro, insomma, secondo Alemanno, potrebbero essere state condizionate dalle notizie sull'inchiesta diffuse a mezzo stampa.
«Io mi sono fatto il convincimento che il magistrato a tutti i costi volesse indagare Salvini e che a Salvini non dispiacesse di essere indagato. Il risultato di questa vicenda è che sono contenti sia Salvini che il magistrato», ha chiosato il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti. E a leggere le dichiarazioni di Salvini durante un comizio in provincia di Padova, infatti, pare che non veda l'ora di essere interrogato: «Se mi chiederanno: “Lei ha tenuto gli immigrati sulla barca perché voleva che l'Europa alzasse il sedere?" Risponderò sì e lo rifarei. Arrestatemi». Il paradosso: l'avvocato agrigentino Giuseppe Arnone, ex consigliere comunale con un passato nel Pci, che si definisce «berlingueriano», indignato per le accuse della Procura, ha inviato una lettera a Salvini manifestando la propria disponibilità ad assumere gratuitamente la difesa. E come direbbe Totò: «Poi dice che uno si butta a sinistra».
Fabio Amendolara
Due navi, due misure: la tragedia dimenticata della Kater I Rades
Da 27 a 47 anni di carcere. Questo, in linea teorica, rischia oggi il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini per i cinque reati che gli vengono contestati dalla Procura di Agrigento: il sequestro di persona e il sequestro a scopo di coazione, più l'arresto illegale, l'abuso d'ufficio e l'omissione d'atti d'ufficio. L'inchiesta penale sulla nave Diciotti e sul tentativo di impedire lo sbarco dei 177 immigrati recuperati in mare dalla Guardia costiera, che da una settimana coinvolge il ministro dell'Interno leghista individuandolo come mandante-autore dei reati, è però un caso unico nella storia giudiziaria italiana.
La Verità del 27 agosto ha già raccontato la storia (così memorabile e così presto dimenticata) degli oltre 11.000 albanesi, sbarcati dalla nave Vlora nel porto di Bari l'8 agosto 1991. Di fatto «arrestati» dal settimo governo di Giulio Andreotti, e poi «sequestrati» per una settimana d'inferno nel vecchio stadio della Vittoria, quei profughi a migliaia furono rimpatriati a Tirana, restituiti senza troppi riguardi al declinante regime comunista dal quale erano fuggiti. Nessun magistrato, in quel caso, avviò la minima inchiesta.
C'è però una storia ancora più tragica, eppure dimenticata esattamente come gli otto giorni del sequestro di massa nello stadio barese. Risale al marzo 1997, quando la pressione migratoria dall'Albania, in grave crisi politica ed economica, torna a esplodere. Il 25 di quel mese, il presidente del Consiglio Romano Prodi, con il ministro dell'Interno Giorgio Napolitano e quello della Difesa Beniamino Andreatta, decidono il blocco navale. Il governo, chissà perché, decide di battezzarla «Operazione bandiere bianche»: in realtà alla Marina viene affidato il compito di dissuadere le navi albanesi con «manovre cinematiche di interposizione».
Di fatto, il Canale d'Otranto viene blindato militarmente. Protesta la delegazione italiana dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, che sostiene l'operazione sia «del tutto illegale», ma non è ancora affidata ai prestigiosi uffici di Laura Boldrini e quindi della sua denuncia si perde traccia. I i giornali italiani dell'epoca non si agitano più di tanto, parlano del blocco come fosse un'operazione politicamente irreprensibile. La Repubblica del 25 marzo 1997 scrive che alla Marina è stata affidata «un'opera di convincimento».
Come no. Da quel giorno, le fregate Sagittario e Aviere e le corvette Driade e Urania allungano il loro «fronte di manovra» ai limiti delle acque territoriali albanesi, con il compito d'intercettare qualsiasi imbarcazione carica d'immigrati e spingerla a rientrare in Albania. Per due giorni va bene. Viene bloccato un peschereccio con 150 persone a bordo, accostato dalla Sagittario a 20 miglia da Otranto. Con i megafoni, gli italiani intimano al comandante il rientro nelle sue acque territoriali, e il barcone fa dietrofront, ma la Sagittario lo segue quasi fin dentro al porto di Durazzo. Stesso trattamento per un mercantile.
Poi, il disastro. Il 28 marzo la corvetta Sibilla sperona una carretta del mare che cerca con più insistenza di aggirare il blocco, e involontariamente l'affonda: sono 81 i morti accertati della «Kater I Rades», e una trentina i dispersi mai recuperati, mentre si salvano in 34. Silvio Berlusconi, capo dell'opposizione, non chiede che la giustizia indaghi il governo, cui, pure, potrebbe addossare la responsabilità (quantomeno politica e morale) della strage: corre in Puglia e si commuove per le sofferenze dei poveri superstiti.
Inchieste? Processi? Sì, uno. Come imputati, però, non ha avuto alcun politico, bensì i due comandanti della nave italiana e di quella albanese. Come fossero gli unici responsabili del blocco. Nel maggio 2014 la Cassazione li ha condannati rispettivamente a due anni, e a tre anni e sei mesi di reclusione. E il premier, Prodi? E i suoi ministri? Non pervenuti. La corte però ha condannato il ministero della Difesa a risarcire i familiari delle vittime con 2 milioni di euro.
Maurizio Tortorella
«Cacciare 500.000 clandestini? Una sparata»
«Matteo Salvini, ha promesso il rimpatrio di 500.000 clandestini? L'ha sparata grossa». A dirlo è stato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, che tuttavia ha aggiunto: «L'importante oggi è che non arrivino più».
Sparate o meno, il tema tiene banco. Immaginatevi, tanto per rendere l'idea, una metropoli come Genova e un cittadina come Empoli interamente abitate da stranieri. I 624.688 immigrati sbarcati sulle nostre coste dal 2014 al 2017 sarebbero sufficienti a creare dal nulla due città di quelle dimensioni. Una scelta, quella di farci invadere, decisamente demenziale se si considera che oltre il 30% dei reati più comuni (furti, rapine e stupri) sono commessi da stranieri che però rappresentano l'8% circa della popolazione residente.
Le statistiche sono pressoché analoghe se soffermiamo lo sguardo sulla popolazione carceraria dal momento che circa un terzo dei 58.000 detenuti - stipati in istituti con capienza regolamentare per complessivi 50.000 posti - sono stranieri.
La più alta e certificata propensione a delinquere non è chiaramente il risultato di una maggiore predisposizione genetica ad attuare comportamenti devianti quanto l'elementare incapacità di questi quasi 630.000 malcapitati ad integrarsi in un Paese che soffre e che ha oltre 6 milioni di disoccupati: circa la metà certificati dall'Itat come in cerca di lavoro cui se ne aggiungono altrettanti talmente disperati da non iscriversi ad un ufficio collocamento ma che qualora trovassero un impiego sarebbero ben lieti di lavorare. E tutto questo senza considerare i molti precari con orario ridotto che qualora ve ne fosse l'opportunità sarebbero ben lieti di lavorare di più.
I più fortunati fra gli immigrati finiscono peraltro per alimentare quello che Karl Marx chiamava esercito industriale di riserva. Manodopera a basso costo e senza tutele disposta a lavorare alla metà di quanto sarebbe disponibile ad essere impiegato un nostro concittadino. Comunque la si rigiri il costo dell'immigrazione lo paga o il contribuente o la vittima del reato o il disoccupato battuto dalla concorrenza di immigrati disperati e schiavi.
Nessun incentivo infine al progresso tecnologico delle imprese soprattutto nel settore agricolo avendo a disposizione masse di disperati pronte ad offrire braccia e sudore ad ogni cifra.
Con l'arrivo di Matteo Salvini al Viminale l'emergenza immigrazione, nonostante le tante sterili polemiche, sembra di fatto risolta in appena tre mesi. Nell'agosto di quest'anno gli sbarchi giornalieri medi sono pari a 45 contro i 126 del 2017 ed i 687 del 2016 con l'allora premier Renzi affaccendato nella campagna referendaria.
Risolto il problema delle frontiere occorre, come si diceva in apertura, trovare una soluzione per favorire il rimpatrio di tutti questi stranieri dal momento che le statistiche del Viminale confermano che appena il 7% degli stessi ha diritto allo status di rifugiato.
Le espulsioni sono particolarmente complesse e laboriose. Stime più o meno accreditate riportano come un rimpatrio forzato possa addirittura costare all'erario circa 6.000 euro. Dal momento quindi che «il morto è nella bara ed è arrivato un nuovo sceriffo in città» perché non pensare alla pragmatica soluzione dei rimpatri agevolati e volontari?
Perché non dare incarico alle nostre forze dell'ordine di prendere contatto con il maggior numero possibile di questi disperati offrendo loro una soluzione di mercato? Circa 4.000 euro più biglietto aereo per tornare a casa in cambio di impronte digitali e divieto assoluto a rientrare in Italia se non legalmente? Oggi che le nostre frontiere sono al sicuro la soluzione potrebbe essere percorribile.
E perché non accreditare la cifra che residua per arrivare ai 6.000 euro di stima del costo di espulsione a un fondo da destinare all'aumento degli stipendi dei nostri poliziotti e carabinieri? Una soluzione pragmatica ed intelligente che risparmierebbe molte lungaggini e con un incorporato incentivo da parte delle nostre forze dell'ordine a darsi da fare. Fossi il ministro dell'Interno, ci penserei.
Fabio Dragoni
Due nuove accuse (cinque in totale) contro il ministro dell'Interno Matteo Salvini. La replica: «Sono come medaglie». L'inchiesta, però, va avanti: torchiati dai giudici altri uomini del Viminale. E Gianni Alemanno denuncia il pm.Due navi, due misure: la tragedia dimenticata della Kater I Rades. Nel 1997, il blocco decretato dal governo Prodi fece oltre 100 morti (e nessuno indagò). «Cacciare 500.000 clandestini? Una sparata». Giancarlo Giorgetti ridimensiona la promessa del vicepremier. Ma un modo per agevolare i rimpatri volontari esiste.Lo speciale contiene tre articoli.Dal momento in cui la nave Diciotti ha attraccato al molo di Catania, le accuse al ministro dell'Interno Matteo Salvini si sono moltiplicate. Giorno dopo giorno. E nei cinque giorni di stop in porto, con le due che si sono aggiunte prima di mandare il fascicolo a Palermo per competenza territoriale, sono diventate ben cinque. Le ultime accuse in ordine di arrivo sono «sequestro di persona a scopo di coazione» e «omissione di atti di ufficio». Si sommano a quelle di «sequestro di persona, arresto illegale e abuso d'ufficio». Il ministro Salvini e il suo capo di gabinetto, Matteo Piantedosi, secondo la Procura di Agrigento, avrebbero commesso, stando alla media, un reato al giorno. Nel fascicolo, oltre ai verbali con le testimonianze dei funzionari del Viminale e degli ufficiali della Guardia costiera ascoltati dai magistrati, c'è una memoria firmata dai pm che illustra gli aspetti tecnico-giuridici del caso. In totale 50 pagine. «Trenta anni di carcere come pena massima», è stato il commento a caldo, sui social, del leader del Carroccio: «Voi pensate che io abbia paura e mi fermi? Mai». Poi, tra la pioggia di like che su Facebook ha portato in poche ore il contatore sotto il post a oltre 35.000, ha aggiunto: «So che in Italia ci sono tanti giudici liberi, onesti e imparziali, per me “prima gli italiani" significa difendere sicurezza e confini, anche mettendosi in gioco personalmente. Di politici ladri, incapaci e codardi l'Italia ne ha avuti abbastanza. Contate su di me, io conto su di voi».Quell'intento di «difendere sicurezza e confini», però, nell'ufficio del Procuratore Luigi Patronaggio è stato interpretato come un «sequestro di persona per costringere l'Ue a trattare». L'articolo del codice penale è il 289 ter. E punisce con la reclusione dai 25 ai 30 anni chi sequestra «una persona o la tiene in suo potere minacciando di ucciderla, di ferirla o di continuare a tenerla sequestrata per costringere un terzo, sia questi uno Stato o un'organizzazione, a compiere un atto». E in questo caso il «terzo» sarebbe l'Unione europea. L'omissione d'atti d'ufficio, invece, è legata al fatto che il titolare del Viminale non ha indicato un porto di sbarco alla Diciotti dopo l'operazione di salvataggio.«Oggi ho scoperto che ho altri due capi di imputazione, però per me sono medaglie», Salvini liquida così la notizia delle nuove contestazioni.L'atto di iscrizione nel registro degli indagati risale a sabato sera, quando il procuratore Patronaggio e il pm Salvatore Vella sono volati a Roma per sentire i dirigenti del servizio Libertà civili del Viminale. Per circa tre ore sono stati torchiati il vicecapo dipartimento, Bruno Corda, e lo stesso Piantedosi (ascoltato come persona informata sui fatti e quindi senza la presenza di un legale, si è poi ritrovato indagato insieme al ministro). I due hanno ricostruito la catena di comando seguita per gestire l'emergenza della Diciotti. Salvini e Piantedosi, quindi, sostiene la Procura, non avrebbero impartito alcuna istruzione. Il tutto, poi, si sarebbe svolto esclusivamente tramite comunicazioni telefoniche. Dopo la prima attività investigativa il procuratore Patronaggio ha trasferito gli atti a Palermo, dalla quale Procura poi verranno inviati al Tribunale dei ministri. Prima però sono stati eseguiti ulteriori accertamenti. Per identificare le persone offese, ad esempio, sono state acquisite le generalità di tutti i migranti rimasti per dieci giorni a bordo del pattugliatore Diciotti e trasferiti soprattutto a Rocca di Papa nel centro gestito da Auxilium, la coop che piace alla Cei e a papa Francesco. I migranti potranno quindi costituirsi parte civile in un eventuale processo contro il ministro. «Surreale», sbotta l'eurodeputato di Forza Italia Stefano Maullu. Gianni Alemanno, leader dei movimento nazionale sovranista, invece, ha preso carta e penna e ha presentato un esposto contro la Procura di Agrigento per «attentato contro i diritti politici e violenza o minaccia a un corpo politico». Ma anche per «usurpazione di funzioni pubbliche e rivelazione ed utilizzazione di segreti d'ufficio». Nell'esposto si sottolinea come l'indagine contro Salvini e Piantedosi appaia fondata su ipotesi di reato «paradossali e strumentali». E si ipotizza che l'avere preannunciato le iniziative e le conseguenze giudiziarie in caso di mancata autorizzazione allo sbarco possa rivestire «i connotati propri dell'avvertimento esplicito e della minaccia velata a un componente di corpo politico dello stato atto a turbarne l'attività». Le iniziative del ministro, insomma, secondo Alemanno, potrebbero essere state condizionate dalle notizie sull'inchiesta diffuse a mezzo stampa.«Io mi sono fatto il convincimento che il magistrato a tutti i costi volesse indagare Salvini e che a Salvini non dispiacesse di essere indagato. Il risultato di questa vicenda è che sono contenti sia Salvini che il magistrato», ha chiosato il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti. E a leggere le dichiarazioni di Salvini durante un comizio in provincia di Padova, infatti, pare che non veda l'ora di essere interrogato: «Se mi chiederanno: “Lei ha tenuto gli immigrati sulla barca perché voleva che l'Europa alzasse il sedere?" Risponderò sì e lo rifarei. Arrestatemi». Il paradosso: l'avvocato agrigentino Giuseppe Arnone, ex consigliere comunale con un passato nel Pci, che si definisce «berlingueriano», indignato per le accuse della Procura, ha inviato una lettera a Salvini manifestando la propria disponibilità ad assumere gratuitamente la difesa. E come direbbe Totò: «Poi dice che uno si butta a sinistra».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/diciotti-gli-atti-arrivano-a-palermo-salvini-in-tutto-rischia-fino-a-30-anni-2600807863.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="due-navi-due-misure-la-tragedia-dimenticata-della-kater-i-rades" data-post-id="2600807863" data-published-at="1771512907" data-use-pagination="False"> Due navi, due misure: la tragedia dimenticata della Kater I Rades Da 27 a 47 anni di carcere. Questo, in linea teorica, rischia oggi il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini per i cinque reati che gli vengono contestati dalla Procura di Agrigento: il sequestro di persona e il sequestro a scopo di coazione, più l'arresto illegale, l'abuso d'ufficio e l'omissione d'atti d'ufficio. L'inchiesta penale sulla nave Diciotti e sul tentativo di impedire lo sbarco dei 177 immigrati recuperati in mare dalla Guardia costiera, che da una settimana coinvolge il ministro dell'Interno leghista individuandolo come mandante-autore dei reati, è però un caso unico nella storia giudiziaria italiana. La Verità del 27 agosto ha già raccontato la storia (così memorabile e così presto dimenticata) degli oltre 11.000 albanesi, sbarcati dalla nave Vlora nel porto di Bari l'8 agosto 1991. Di fatto «arrestati» dal settimo governo di Giulio Andreotti, e poi «sequestrati» per una settimana d'inferno nel vecchio stadio della Vittoria, quei profughi a migliaia furono rimpatriati a Tirana, restituiti senza troppi riguardi al declinante regime comunista dal quale erano fuggiti. Nessun magistrato, in quel caso, avviò la minima inchiesta. C'è però una storia ancora più tragica, eppure dimenticata esattamente come gli otto giorni del sequestro di massa nello stadio barese. Risale al marzo 1997, quando la pressione migratoria dall'Albania, in grave crisi politica ed economica, torna a esplodere. Il 25 di quel mese, il presidente del Consiglio Romano Prodi, con il ministro dell'Interno Giorgio Napolitano e quello della Difesa Beniamino Andreatta, decidono il blocco navale. Il governo, chissà perché, decide di battezzarla «Operazione bandiere bianche»: in realtà alla Marina viene affidato il compito di dissuadere le navi albanesi con «manovre cinematiche di interposizione». Di fatto, il Canale d'Otranto viene blindato militarmente. Protesta la delegazione italiana dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, che sostiene l'operazione sia «del tutto illegale», ma non è ancora affidata ai prestigiosi uffici di Laura Boldrini e quindi della sua denuncia si perde traccia. I i giornali italiani dell'epoca non si agitano più di tanto, parlano del blocco come fosse un'operazione politicamente irreprensibile. La Repubblica del 25 marzo 1997 scrive che alla Marina è stata affidata «un'opera di convincimento». Come no. Da quel giorno, le fregate Sagittario e Aviere e le corvette Driade e Urania allungano il loro «fronte di manovra» ai limiti delle acque territoriali albanesi, con il compito d'intercettare qualsiasi imbarcazione carica d'immigrati e spingerla a rientrare in Albania. Per due giorni va bene. Viene bloccato un peschereccio con 150 persone a bordo, accostato dalla Sagittario a 20 miglia da Otranto. Con i megafoni, gli italiani intimano al comandante il rientro nelle sue acque territoriali, e il barcone fa dietrofront, ma la Sagittario lo segue quasi fin dentro al porto di Durazzo. Stesso trattamento per un mercantile. Poi, il disastro. Il 28 marzo la corvetta Sibilla sperona una carretta del mare che cerca con più insistenza di aggirare il blocco, e involontariamente l'affonda: sono 81 i morti accertati della «Kater I Rades», e una trentina i dispersi mai recuperati, mentre si salvano in 34. Silvio Berlusconi, capo dell'opposizione, non chiede che la giustizia indaghi il governo, cui, pure, potrebbe addossare la responsabilità (quantomeno politica e morale) della strage: corre in Puglia e si commuove per le sofferenze dei poveri superstiti. Inchieste? Processi? Sì, uno. Come imputati, però, non ha avuto alcun politico, bensì i due comandanti della nave italiana e di quella albanese. Come fossero gli unici responsabili del blocco. Nel maggio 2014 la Cassazione li ha condannati rispettivamente a due anni, e a tre anni e sei mesi di reclusione. E il premier, Prodi? E i suoi ministri? Non pervenuti. La corte però ha condannato il ministero della Difesa a risarcire i familiari delle vittime con 2 milioni di euro. 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I 624.688 immigrati sbarcati sulle nostre coste dal 2014 al 2017 sarebbero sufficienti a creare dal nulla due città di quelle dimensioni. Una scelta, quella di farci invadere, decisamente demenziale se si considera che oltre il 30% dei reati più comuni (furti, rapine e stupri) sono commessi da stranieri che però rappresentano l'8% circa della popolazione residente. Le statistiche sono pressoché analoghe se soffermiamo lo sguardo sulla popolazione carceraria dal momento che circa un terzo dei 58.000 detenuti - stipati in istituti con capienza regolamentare per complessivi 50.000 posti - sono stranieri. La più alta e certificata propensione a delinquere non è chiaramente il risultato di una maggiore predisposizione genetica ad attuare comportamenti devianti quanto l'elementare incapacità di questi quasi 630.000 malcapitati ad integrarsi in un Paese che soffre e che ha oltre 6 milioni di disoccupati: circa la metà certificati dall'Itat come in cerca di lavoro cui se ne aggiungono altrettanti talmente disperati da non iscriversi ad un ufficio collocamento ma che qualora trovassero un impiego sarebbero ben lieti di lavorare. E tutto questo senza considerare i molti precari con orario ridotto che qualora ve ne fosse l'opportunità sarebbero ben lieti di lavorare di più. I più fortunati fra gli immigrati finiscono peraltro per alimentare quello che Karl Marx chiamava esercito industriale di riserva. Manodopera a basso costo e senza tutele disposta a lavorare alla metà di quanto sarebbe disponibile ad essere impiegato un nostro concittadino. Comunque la si rigiri il costo dell'immigrazione lo paga o il contribuente o la vittima del reato o il disoccupato battuto dalla concorrenza di immigrati disperati e schiavi. Nessun incentivo infine al progresso tecnologico delle imprese soprattutto nel settore agricolo avendo a disposizione masse di disperati pronte ad offrire braccia e sudore ad ogni cifra. Con l'arrivo di Matteo Salvini al Viminale l'emergenza immigrazione, nonostante le tante sterili polemiche, sembra di fatto risolta in appena tre mesi. Nell'agosto di quest'anno gli sbarchi giornalieri medi sono pari a 45 contro i 126 del 2017 ed i 687 del 2016 con l'allora premier Renzi affaccendato nella campagna referendaria. Risolto il problema delle frontiere occorre, come si diceva in apertura, trovare una soluzione per favorire il rimpatrio di tutti questi stranieri dal momento che le statistiche del Viminale confermano che appena il 7% degli stessi ha diritto allo status di rifugiato. Le espulsioni sono particolarmente complesse e laboriose. Stime più o meno accreditate riportano come un rimpatrio forzato possa addirittura costare all'erario circa 6.000 euro. Dal momento quindi che «il morto è nella bara ed è arrivato un nuovo sceriffo in città» perché non pensare alla pragmatica soluzione dei rimpatri agevolati e volontari? Perché non dare incarico alle nostre forze dell'ordine di prendere contatto con il maggior numero possibile di questi disperati offrendo loro una soluzione di mercato? Circa 4.000 euro più biglietto aereo per tornare a casa in cambio di impronte digitali e divieto assoluto a rientrare in Italia se non legalmente? Oggi che le nostre frontiere sono al sicuro la soluzione potrebbe essere percorribile. E perché non accreditare la cifra che residua per arrivare ai 6.000 euro di stima del costo di espulsione a un fondo da destinare all'aumento degli stipendi dei nostri poliziotti e carabinieri? Una soluzione pragmatica ed intelligente che risparmierebbe molte lungaggini e con un incorporato incentivo da parte delle nostre forze dell'ordine a darsi da fare. Fossi il ministro dell'Interno, ci penserei. Fabio Dragoni
Ricostruzione del primo camion Daimler del 1896 (Daimler Media)
Aveva una potenza di soli 4 cavalli, più o meno come uno scooter odierno di bassa cilindrata. E le ruote piene in ferro. Ma il Daimler è stato il primo camion del mondo e oggi compie 130 anni. Una pietra miliare nel mondo dei trasporti a motore, fu presentato nel 1896 dai suoi progettisti (e fondatori della casa tedesca) Gottlieb Daimler e Wihelm Maybach. Il motore posteriore a due cilindri «Phoenix», applicato anche alle prime vetture della casa di Stoccarda, erogava 4 Cv con una cilindrata di 1,06 litri e azionava l’asse posteriore tramite trasmissione a cinghia. Le molle elicoidali proteggevano il motore contro le vibrazioni e l’asse anteriore era sterzante per mezzo di catena. Il telaio era interamente in legno rinforzato. Il conducente sedeva su una panca rialzata come su una carrozza a cavalli, mentre il motore era posizionato inizialmente al posteriore. Daimler aveva già applicato al primo esemplare di mezzo commerciale un principio ancora oggi utilizzato negli autocarri pesanti: l’asse a gruppi epicicloidali esterni. Il Daimler poteva trasportare circa 1.500 chilogrammi di carico nel cassone dalle sponde di legno e raggiungeva una velocità massima di circa 12 km/h. Nel 1898 Daimler apportò la prima sostanziale modifica, spostando il motore dall’originaria posizione all’asse posteriore all’anteriore. Nel 1900 il primo camion fu presentato all’Esposizione Internazionale di Parigi, dove riscosse un grande successo soprattutto tra gli operatori del nascente settore automobilistico. Già due anni prima Daimler aveva fondato in Inghilterra la prima filiale estera con licenza di produzione a Coventry e nello stesso anno il marchio tedesco solcò l’Atlantico per approdare a Long Island, New York, dove Daimler iniziò una joint venture con il prestigioso produttore di pianoforti Steinway, con il quale condivideva gli spazi produttivi di Astoria.
La produzione rimase inizialmente di tipo artigianale, con pochi esemplari prodotti. Ma l’evoluzione tecnica dei camion Daimler fu rapidissima e nel 1905 già fu presentato un autocarro da 20 Cv di potenza, con telaio metallico e capacità di carico di ben 5 tonnellate. La produzione diventò presto standardizzata e i veicoli commerciali di Stoccarda furono impiegati da birrifici (Löwenbräu) e dal servizio postale. Il primo Daimler militare da 20 Cv fu presentato alla vigilia della Grande Guerra ed entrò subito in servizio meno di 10 anni dopo la prima piccola produzione di serie.
Un esemplare fedelmente ricostruito del primo prototipo di camion al mondo è visibile dal 19 al 22 febbraio alla Fiera di Stoccarda, la città dove 130 anni fa vide la luce il Daimler, in occasione della fiera «Retro Classics 2026». In questa edizione, la casa tedesca celebra i 30 anni di una pietra miliare della produzione di veicoli pesanti, il Mercedes «Actros» e gli 80 anni dei mezzi speciali prodotti con il marchio Unimog, oltre ai 75 degli autobus Setra.
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MIchele De Pascale (Imagoeconomica)
Se poi si dice sì anche alle espulsioni e ai Cpr, pur con tutte le sfumature del caso, allora si rischia l’intervento della Santa Inquisizione dem: «Io penso che sul tema dell’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi», ha detto Michele De Pascale dopo aver sentito al telefono il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, «le istituzioni si debbano parlare e l’Emilia-Romagna si deve sedere al tavolo con il governo portando tutti gli elementi e le proposte di miglioria e critica. Perché oggi i Cpr hanno un problema di umanità e di efficacia: si può rendere umano ed efficace? Ma non dico un no secco, abbiamo tanti dubbi e perplessità ma siamo disponibili a discutere, perché vogliamo entrare nel merito».
Parole di semplice buon senso che hanno scatenato nell’ordine: una protesta contro De Pascale al grido di «Emilia-Romagna ribelle, mai più Cpr», che ha portato alla sospensione della seduta del consiglio regionale; l’indignazione del sindaco pd di Bologna, Matteo Lepore (che ovviamente non lo vuole nella sua città); la scomunica del responsabile organizzazione della segreteria nazionale del Pd, Igor Taruffi, che ha tuonato: «Non riteniamo necessaria la costruzione di nuovi Cpr»; la vibrante presa di posizione dei vertici dem bolognesi, che hanno ribadito «la propria contrarietà ai Cpr come strumento delle politiche su sicurezza e migrazioni», oltre ovviamente agli anatemi di Avs e compagnia strepitante.
A Lepore, De Pascale ha risposto malizioso: «La campagna elettorale del Comune di Bologna (si vota l’anno prossimo, ndr) interessa ai cittadini di Bologna. Questa Regione è un po’ più grande». Le accuse di «favorire la destra» e tutto il florilegio di critiche arrivate dalla «sua» parte politica, però, non intimidiscono il presidente dell’Emilia-Romagna: «Il problema più odioso per i cittadini», dice De Pascale a Calibro 9, programma condotto da Francesco Borgonovo su Radio Cusano Campus, «riguarda le persone irregolari che commettono reati e che non vengono espulse: oggi spesso lo Stato si limita a consegnare un foglio di carta con l’ordine di lasciare l’Italia. Con numeri così alti di persone senza permesso di soggiorno e poche espulsioni disponibili, bisogna essere selettivi e concentrare le risorse sui soggetti socialmente pericolosi». E i Cpr? «Oggi i centri tengono insieme persone che hanno commesso reati e persone che non li hanno commessi. Non sono strutture nate per la sicurezza e infatti registrano evasioni, tensioni e critiche anche sul piano dei diritti umani. È necessario discutere e riformare questo sistema. La detenzione amministrativa», aggiunge De Pascale, «dovrebbe riguardare solo chi rappresenta un pericolo per la comunità. Su sicurezza e immigrazione bisogna sedersi a discutere senza ideologie: lo Stato ha la competenza, ma il confronto istituzionale è un dovere. Servono soluzioni efficaci e rispettose dei diritti umani».
De Pascale ha pure proposto al Pd di organizzare gli Stati generali sulla sicurezza, «anche per ascoltare i sindacati delle forze di polizia, utili per capire come migliorare la nostra proposta. Ci sono tante voci da ascoltare e sono certo che il Pd lo farà».
Macchè: Taruffi ha liquidato la proposta come «semplificazione e spot propagandistico». È un riflesso condizionato: chiunque nel Pd parli di sicurezza viene scomunicato dai vertici nazionali. È quanto accade all’ex presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che sull’argomento randella il suo partito a più non posso, con frasi lapidarie, e che Elly e i suoi stanno cercando di ostacolare nella corsa a sindaco di Salerno (sarebbe la quinta volta): «Le forze politiche che si autodefiniscono di sinistra», ha detto tra l’altro De Luca, «non hanno ancora capito che la sicurezza è oggi un bisogno umano fondamentale».
Tornando all’Emilia-Romagna, La Verità ha chiesto un commento alla capogruppo di Fdi in Consiglio regionale, Marta Evangelisti: «Il 76% degli italiani e la stragrande maggioranza degli elettori di centrosinistra chiedono l’espulsione di chi delinque. Non parliamo di lavoratori integrati, ma di soggetti con precedenti penali gravi. Ignorare questa realtà significa tradire il mandato dei cittadini. La posizione della giunta oscilla», sottolinea la Evangelisti, «si apre, si arretra, si mescolano gli argomenti. Questa non è cattiva comunicazione, è la dimostrazione di una coalizione di sinistra dilaniata che non sa offrire soluzioni concrete. I cittadini emiliano-romagnoli chiedono sicurezza, responsabilità e trasparenza. Da una parte c’è chi sta con la legalità, dall’altra chi accetta l’impunità. De Pascale», conclude la Evangelisti, «non può più ignorare questa richiesta di concretezza».
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Il nuovo presidente ad interim del Perù José María Balcázar (Getty Images)
Il Parlamento di Perù rimuove José Enrique Jeri dopo quattro mesi e sceglie José Maria Balcázar, 83 anni, come nuovo capo di Stato ad interim. Tra scandali, inchieste, narcotraffico e proteste, il Paese arriva alle elezioni del 12 aprile in piena instabilità politica.
Il Perù si ritrova ancora una volta nel caos politico con la rimozione dal ruolo di presidente di Jose Enrique Jeri. Casa de Pizarro, la residenza ufficiale della presidenza delle Repubblica, dopo soli quattro mesi, ha visto la sua destituzione nonostante fosse partito con un ampio seguito popolare.
Il parlamento, riunito in seduta plenaria, ha votato per la sua censura, una forma tecnica di estromissione, con 75 voti a favore, 24 contrari e 3 astensioni, approvando una mozione per destituirlo aprendo così l’ennesima crisi politica del paese delle Ande. Al suo posto è stato eletto l’avvocato José Maria Balcázar, deputato del partito di sinistra Perú Libre, la stessa formazione politica dell’ex presidente Pedro Castillo. Balcazar ha sconfitto al secondo turno di votazioni la deputata María del Carmen Alva, che era considerata la grande favorita dalla stampa peruviana. La vittoria di questo outsider è arrivata soprattutto grazie al sostegno della sinistra e di altre forze parlamentari moderate che si sono coalizzate puntando sul suo nome.
La situazione economica della nazione sudamericana è particolarmente complicata con proteste da parte della cosiddetta Generazione Z che chiede un profondo rinnovamento della società peruviana. Jose Maria Balcázar, che è stato anche un magistrato, e così diventato il nono presidente in 10 anni, ma il suo mandato dovrebbe essere piuttosto breve. Il suo predecessore, entrato in carica ad ottobre dopo l’impeachment di Dina Boularte al potere dal 2022, era stato rimosso per alcuni incontri ufficiosi con sospetti uomini d’affari cinesi. A gennaio la Procura generale di Lima aveva avviato un’indagine contro Jose Enrique Jeri per un presunto traffico di influenze, che aveva fortemente minato la sua popolarità e molti deputati avevano cominciato chiederne le dimissioni. Nel novembre scorso l’ormai ex presidente aveva avuto un incontro con Zhihua Yang, un discusso uomo d’affari che aveva ottenuto una concessione per la costruzione di una centrale idroelettrica sulle Ande, cambiando molte regole ambientali. In un secondo momento al palazzo presidenziale era arrivato un altro businessman di Pechino, che però si sarebbe dovuto trovare agli arresti domiciliari, un uomo sembra legato ad alcune organizzazioni criminali cinesi e peruviane implicate nel disboscamento illegale della foresta amazzonica. Una serie di scandali che avevano riportato la gente a protestare nelle strade di Lima chiedendo la fine della corruzione e di fare qualcosa contro la criminalità che sta dilagando all’ombra delle Ande.
Il Perù è il secondo produttore mondiale di cocaina, alle spalle della Colombia, e nonostante gli sforzi governativi i narcotrafficanti dominano intere province. Nell’agosto scorso la polizia nazionale ha confiscato 1,5 tonnellate di cocaina a Puno, Ayacucho e Tacna, tre regioni a coltivazione estesa, arrestando dieci persone coinvolte nel traffico. Il carico era destinato all’Europa e sarebbe passato dall’Uruguay per raggiungere via mare il vecchio continente. Si tratta però di un evento quasi straordinario perché il Perù, nonostante i molti proclami, ha diminuito pochissimo l’area coltivata a foglie di coca del suo territorio. La disoccupazione è alle stelle e la maggioranza dei giovani sceglie ancora la via dell’emigrazione soprattutto verso gli Stati Uniti, ma anche l’Europa.
José Maria Balcázar, che è un uomo di 83 anni, dovrà cercare di riunificare un parlamento molto frammentato, così come la maggioranza che lo ha eletto a sorpresa. I tempi d’azione di questo nuovo presidente ad interim saranno comunque molto brevi perché domenica 12 aprile in Perù sono previste le elezioni generali, dove i cittadini potranno scegliere sia il nuovo capo di stato sia i rappresentanti del parlamento, che grazie a una riforma costituzionale approvata nel 2024 tornerà ad avere due camere: un Senato formato da 60 rappresentanti e una Camera dei deputati con 130 eletti.
Il nuovo presidente eletto si insedierà comunque il 28 luglio, dando a Balcazar un interim di quasi 5 mesi. Il nuovo e temporaneo presidente è deputato dal 2021 ed ha dichiarato che vuole garantire al popolo peruviano una transizione democratica ed un processo elettorale pacifico e trasparente. Ma la sua carriera è stata macchiata nel 2023 da un’inchiesta per presunta appropriazione indebita e corruzione e per questo motivo era stato allontanato dai ranghi della magistratura di Lima.
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Nel riquadro le Stalle Rosse, di proprietà della parrocchia di Staranzano in provincia di Gorizia (IStock)
«Pregare è diritto di tutti». È con questa motivazione che a Monfalcone si è scelto di concedere degli spazi parrocchiali per il Ramadan alla locale comunità musulmana. La decisione è stata comunicata ai fedeli domenica mattina, nel corso delle liturgie celebrate nella chiesa di Staranzano. Ed è proprio alle Stalle Rosse di Staranzano, proprietà della parrocchia appunto, che la folta comunità bengalese troverà ospitalità in questo periodo. Ad illustrare le ragioni di questa scelta sono stati i parroci don Paolo Zuttion e don Flavio Zanetti, attraverso un messaggio pubblicato sul sito dell’Arcidiocesi di Gorizia.
«In considerazione del diritto sancito anche dalla nostra Carta costituzionale per tutti (cittadini e stranieri) di poter professare e pregare secondo la propria esperienza religiosa, senza entrare nelle polemiche politiche che caratterizzano lo stato attuale dei rapporti nel nostro territorio», recita la nota di don Zuttion e don Zanetti, «noi parroci delle comunità cattoliche della città di Monfalcone riteniamo doveroso raccogliere la richiesta della comunità musulmana ed offrire, per quanto è possibile, lo spazio e i tempi necessari per vivere adeguatamente la loro preghiera comunitaria nel periodo del Ramadan». «Per tanto», prosegue il comunicato dei due sacerdoti, «nei giorni di venerdì i fedeli di religione musulmana potranno trovare ospitalità, per qualche ora, nella nostra struttura delle Stalle Rosse in Staranzano».
Infine, i due parroci - che hanno agito evidentemente d’accordo con il vescovo di Gorizia, monsignor Carlo Maria Redaelli, tanto che ieri il Piccolo titolava in prima pagina «Vescovo salva-Ramadan» - hanno formulato l’auspicio che «nel tempo della nostra Quaresima che coincide con il loro mese sacro» possa essere comune e condiviso «il desiderio di maturare sentimenti di rispetto reciproco e di attenzione all’altro superando le paure e le diffidenze degli uni verso gli altri». Va sottolineato che don Zuttion e don Zanetti, per così dire, non hanno inventato nulla, dato che già nel 2021, per fare solo un esempio, un altro sacerdote - don Flavio Luciano, alla guida di una parrocchia di Cuneo - dava ospitalità a 200 persone della comunità islamica locale. Tuttavia, la decisione dei due sacerdoti di certo non era scontata, ecco.
Prova ne siano le parole di ringraziamento subito arrivate dalla comunità musulmana monfalconese. «Vogliamo ringraziare i fratelli cattolici, che hanno sempre dimostrato disponibilità all’espressione della nostra preghiera», ha dichiarato Rejaul Haq Rajiu, presidente dell’associazione Baitus Salat, rimarcando come «tutti i nostri rappresentanti hanno cercato di trovare una soluzione». Di certo i due sacerdoti per trovare «una soluzione» ce l’hanno messa tutta, arrivando ad ampliare la disponibilità delle Stalle Rosse in alternanza con il ricreatorio San Michele per circa sette, otto serate. Tutto questo è stato possibile grazie a mesi di lavoro, come ha spiegato al Piccolo don Zuttion, culminati in un incontro tra i rappresentanti musulmani e il già citato vescovo Redaelli, lo stesso che a fine gennaio Papa Leone XIV ha nominato nuovo segretario del Dicastero per il clero della Santa Sede.
L’auspicio dei due sacerdoti ospitanti di non voler entrare «nelle polemiche politiche» - né, va da sé, di volerle alimentare - per ora sembra trovare ascolto. Infatti anche il sindaco leghista di Monfalcone, Luca Fasan, ha deciso di non voler entrare nel merito delle decisioni assunte dalle parrocchie. «Non ho nulla da dichiarare», le sue parole. Delle critiche tuttavia se la aspetta comunque il sindaco di Staranzano eletto dal centrosinistra, Marco Fragiacomo, il quale naturalmente era al corrente dell’iniziativa dei due parroci - ringraziati «per la capacità di venire incontro e risolvere le questioni» - e che ha dichiarato: «Forse questo costerà delle critiche, ma voglio esprimere la mia grande stima nei confronti dei due sacerdoti, perché cercano di affrontare i problemi, piuttosto che crearli».
I consiglieri regionali del Partito democratico Francesco Martines e Massimiliano Pozzo, commentando la notizia hanno invece scelto toni tutt’altro che concilianti: «La chiesa di Monfalcone, nelle persone del parroco don Zuttion e l’arcivescovo Redaelli, dà una encomiabile lezione di civiltà. Altro che propaganda dell’odio». Evidentemente impazienti di alzare i toni, Martines e Pozzo hanno parlato perfino di «schiaffo sonoro alle politiche liberticide e discriminanti portate avanti negli ultimi anni» dalle forze leghiste. Il riferimento è al lungo braccio di ferro amministrativo sui luoghi di culto islamici che, da tempo, si svolge a Monfalcone. Un dibattito nel tempo risultato anche acceso e davanti al quale, con il placet del vescovo - quindi non con l’iniziativa solitaria di qualche sacerdote -, ora la Chiesa locale ha deciso di intervenire, tendendo la mano alla comunità musulmana nel mese del Ramadan.
Chi teme che questa mano tesa possa presentare dei rischi è l’europarlamentare Anna Maria Cisint, che di Monfalcone è stata sindaco per molti anni, dal novembre 2016 a luglio 2024. «Quando il messaggio dominante diventa quasi esclusivamente quello del “camminare insieme”, senza chiarire verso chi e verso cosa», dichiara l’esponente leghista alla Verità, «si produce una pericolosa ambiguità: si trasmette l’idea che tutte le strade siano equivalenti, che la verità sia negoziabile, che l’identità cristiana sia un dettaglio secondario».
Parole che ricordano quelle dell’indimenticato cardinale Giacomo Biffi, che segnalava che il dialogo si fa sempre in due e, quando oltre ad un’identità accolta, c’è «un’identità affermata».
Meno ginnastica e interrogazioni. Il Corano aiuta i fannulloni a scuola
Non basta la libertà di religione servono anche alcuni «accorgimenti per garantire il benessere psicofisico delle studentesse e degli studenti e favorire un clima scolastico inclusivo». Ma soltanto se si parla di Islam. La pensa così Roberta Pizzirani la dirigente dell’istituto superiore Vittorio Emanuele II-Ruffini di Genova che in nome dell’integrazione ha emanato una disposizione interna in occasione del Ramadan, il mese sacro dell’islam dedicato alla purificazione spirituale e alla preghiera, iniziato ieri. La circolare per l’istituto frequentato da 1400 studenti distribuiti tra liceo, istituto tecnico, professionale e corsi per adulti e detenuti, è diretta al corpo docente e al personale amministrativo con le indicazioni specifiche sulla gestione della didattica nel mese più importante per i musulmani. La Pizzirani ha suggerito di posticipare verifiche e interrogazioni dopo la prima settimana di digiuno per permettere agli studenti di adattarsi ai nuovi ritmi biologici, e di programmare comunque queste prove nelle prime ore del mattino, quando la soglia di attenzione e le energie cognitive sono più elevate. Ha inoltre raccomandato di non fissare test valutativi in concomitanza con la veglia di preghiera del ventisettesimo giorno o per la festa di fine Ramadan. Infine, ha invitato i docenti di scienze motorie a valutare eventuali esoneri dalle lezioni pratiche. Grande sorpresa degli altri studenti per queste regole da mezza vacanza per i compagni musulmani e immancabili polemiche, come hanno raccontato i quotidiani liguri, a cominciare da un gruppo di insegnanti che hanno segnalato la questione all’ufficio scolastico regionale giudicando la direttiva «una intromissione della dirigente nell’organizzazione e nella gestione delle lezioni». Ma il direttore generale dell’ufficio, Antimo Ponticiello, ha diffuso una nota ufficiale per smorzare i toni seppur sostenendo che l’iniziativa della dirigente «intende promuovere un clima inclusivo, senza dettare misure prescrittive e generalizzate per il personale scolastico, e che tali suggerimenti non intendono comprimere la libertà di insegnamento o danneggiare gli altri alunni, ma si inseriscono in una strategia di personalizzazione dei percorsi e nella prevenzione della dispersione scolastica».
«Qui non siamo in Marocco o Pakistan» hanno detto i consiglieri regionali della Lega Sara Foscolo, Sandro Garibaldi e Armando Biasi intervenendo sul caso. «È una inaccettabile e pericolosa islamizzazione, una integrazione al contrario. Non vogliamo arretrare sui nostri valori, non vogliamo calpestare la nostra identità, non vogliamo rinnegare le nostre tradizioni, non vogliamo che la scuola diventi un laboratorio di propaganda e di sottomissione all’Islam. La scuola pubblica deve restare laica e garantire regole uguali per tutti gli studenti, senza differenze legate alla religione» hanno sottolineato i tre esponenti del Carroccio che hanno chiesto al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara l’invio immediato di ispettori a Genova.
E comunque la dirigente Pizzirani ha difeso la propria posizione sottolineando che si tratta di consigli finalizzati ad aiutare soprattutto i ragazzi dei corsi pomeridiani che rispettano il Ramadan. E sottolineando che è anche un modo per far andare i ragazzi a scuola e non lasciarli a casa ha lanciato un messaggio al suo corpo docente: «Non ci trovo niente di strano, se poi ci sono alcuni insegnanti dei corsi del mattino che si scandalizzano per la mia lettera, io mi scandalizzo per altro e mi hanno capito». A buon intenditor…
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