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2024-10-14
La denatalità azzoppa il settore baby. Giù il fatturato di passeggini e ciucci
C’è una particolare materia prima che sta mettendo in ginocchio un’intera filiera in Italia. Ed è un paradosso. Ma non si tratta di carenza di petrolio, nichel o gas. Non sono queste le materie prime che scarseggiano. Si tratta, invece, dei bambini, dei neonati. Che non si trovano scavando, ma nascono dall’unione di un uomo e di una donna, usanza considerata alla stregua di una reliquia nel fluido mondo di oggi.
La denatalità ha avuto inevitabili ricadute sull’economia. L’indotto legato alla puericoltura e all’infanzia, ormai dall’inizio degli anni 2000, è in sofferenza in tutto il Paese e le imprese del comparto hanno avuto due strade davanti per affrontare la tempesta: diversificare la produzione oppure chiudere. E il paradosso è questo: in questa Italia che non fa più figli e che, anzi, li mette da parte come se fossero solamente un fastidio, ci sono alcuni dei nomi più noti a livello mondiale nel settore della prima infanzia. Qui il genio italiano, per decenni, ha dettato legge in tutto il mondo. Oggi, invece, le aziende del settore arrancano perché la denatalità del nostro Paese, e di gran parte del mondo occidentale, sta creando una contrazione del mercato. Nel quale, ormai, non c’è più posto per tutti.
Uno dei colossi che sta pagando un dazio altissimo alle culle vuote è la Peg Perego, azienda simbolo del made in Italy nel settore dei prodotti per l’infanzia. Nata nel 1949 ad Arcore (in Provincia di Monza), dalla mente imprenditoriale di Giuseppe Perego, l’azienda è cresciuta fino a diventare un nome di riferimento a livello internazionale per la produzione di carrozzine, passeggini e giochi, accompagnando generazioni di bambini. Nel polo produttivo brianzolo, che ha visto al lavoro nei tempi d’oro decine di centinaia di dipendenti, oggi ci lavorano solo 263 persone. Un numero destinato a (quasi) dimezzarsi il prossimo anno, allo scadere di tutti gli ammortizzatori sociali, visto che l’azienda ha annunciato l’esubero del 40% della forza lavoro, ovvero 104 lavoratori. A motivare questa scelta, la concorrenza dei prodotti cinesi e il costante calo del fatturato (nel 2023 è crollato del 23%) dovuto principalmente al calo delle nascite. A marzo 2025 scadranno tutti gli ammortizzatori sociali e, temono i sindacati, non resterà altra strada che ricorrerei ai licenziamenti. «In fabbrica, nel 2024, i lavoratori stanno al massimo 20 ore la settimana», spiega la sindacalista Fiom, Adriana Geppert, che segue la partita. La Peg sta spingendo con le uscite volontarie dei dipendenti e sta acquisendo nuove lavorazioni in Cina per abbassare i conti. Ma potrebbe non bastare. La crisi è talmente forte che, anche ai tavoli regionali aperti sulla questione, le sigle sindacali hanno chiesto all’azienda di «puntare su prodotti per gli anziani e gli animali domestici», riconvertendo parte delle linee produttive. Nessuno fa più figli e le aziende di primo piano del settore baby si trovano costrette a valutare la produzione di carrozzine e gadget per anziani e chihuahua. In Brianza, dunque, quasi ottant’anni di gloriosa tradizione industriale rischia di finire a gambe all’aria per colpa dell’inverno demografico che ha colpito il nostro Paese.
Ma quello della Peg non è un caso isolato: c’è tutta una filiera di aziende che ha a che fare con l’infanzia (abbigliamento, giocattoli, attrezzature) che vive un momento di crisi. Artsana, il gruppo (ne fanno parte, tra gli altri, i marchi Chicco, Prénatal e Boopy) guidato dall’amministratore delegato Nicola Zotta (controllato per il 60% dal fondo InvestIndustrial di Andrea Bonomi attraverso la lussemburghese Baby care international development e per il 40% dalla famiglia Catelli, gli eredi del fondatore Pietro) presente in oltre 20 Paesi con circa 1.000 punti vendita e 6.000 addetti, ha chiuso il bilancio 2023 con le perdite che sono salite a 130 milioni di euro. A livello di vendite Artsana, nel baby care, ha realizzato 592 milioni (in calo del 15% rispetto al 2022). Migliori i ricavi di Prénatal, cresciuti da 726 a 765 milioni. Lo scorso anno il gruppo aveva annunciato 90 esuberi (su 184 dipendenti) nello stabilimento di Velaronuova, nel Bresciano. Tagli, allora, congelati per un anno in vista di uscite incentivate volontarie e cassa integrazione straordinaria. Anche in questo caso i vertici del gruppo avevano annunciato l’intenzione di diversificare la produzione per evitare la chiusura dello stabilimento dove nel 2016, dopo un processo di reshoring, avevano fatto ritorno alcuni segmenti produttivi che erano stati trasferiti in Cina una decina di anni prima.
Nella Bergamasca, tra i Comuni di Telgate e Grumello del Monte, c’era quella che la Camera di commercio di Milano nel 2007 chiamava la «capitale dei passeggini». Quel distretto, che solamente 17 anni fa contava una quindicina di imprese, oggi si è quasi del tutto azzerato. Chi non ha visto arrivare il treno della crisi dovuta alla denatalità ha dovuto chiudere i battenti. I reduci (tra i quali ci sono grossi nomi come Cam Il mondo del bambino e Foppapedretti) sono sopravvissuti perché hanno diversificato la produzione puntando sull’innovazione.
Chi sembra resistere alle intemperie del crollo delle nascite è, invece, Inglesina. L’azienda di Altavilla Vicentina, secondo l’ultimo bilancio disponibile che è quello del 2022, ha i conti in ordine (l’esercizio si è chiuso con un utile di 3 milioni e 874.000 euro di utile) anche grazie al boom di ricavi generati dalle vendite, passati da 52 a 64 milioni di euro, oltre il 50% dei quali generato all’estero. Inglesina (le cui carrozzine sono state utilizzate da vip come Madonna o Chiara Ferragni dei tempi d’oro) non soffre del calo demografico perché ha puntato sui mercati esteri, come la Francia, molto più promettenti per quanto riguarda il tasso di natalità. L’unico tasso che può davvero decidere vita o morte delle imprese del settore.
Pechino e altri speculatori si fregano le mani
Le cause del declino? Concorrenza (feroce) dell’estero e la marginalità di avere un figlio: ecco perché l’Italia non domina più la scena mondiale del business dell’infanzia. Altri Paesi hanno sfruttato le difficoltà del nostro Paese scatenate e amplificate dalla crisi demografica per inserirsi nel comunque sempre redditizio mercato mondiale del baby. E, come capita anche in altri comparti, chi sta mettendo a ferro e a fuoco il mercato sono i cinesi.
Che la concorrenza di Pechino sia basata esclusivamente sulla politica di un prezzo d’acquisto basso è, ovviamente, una certezza. Ma l’economicità (che non sempre, comunque, è sinonimo di scarsa durabilità dei prodotti) non è l’unico canale attivo dall’Oriente. Il Dragone ha scatenato, con investimenti, anche un colosso dei passeggini e gadget luxury del settore: Cybex, per esempio, è un’azienda tedesca fondata solamente nel 2005 da Martin Pos. Il vero balzo, però, lo ha compiuto a partire dal 2014, quando c’è stata la fusione con Goodbaby international holding limited, azienda internazionale nella produzione di prodotti per l’infanzia con 15.000 dipendenti in tutto il mondo e che serve milioni di famiglie nei mercati madre di Germania (insieme alla Francia), Stati Uniti e Cina, dove ha la sede principale a Shanghai.
Se la Cina ha invaso il mercato con prodotti made in Pechino o acquisendo aziende europee (dopo aver appreso il know-how grazie alla delocalizzazione dei decenni scorsi anche di imprese italiane: il parallelo con l’automotive non è affatto peregrino, la strategia è identica), a penetrare con forza nel nostro Paese sono stati i marchi francesi, soprattutto quelli del settore abbigliamento (Petit bateau, Jacadi, Sergent major) e dell’alimentazione (Hipp e Mustela su tutti). Un certo dinamismo gli esperti del settore lo riconoscono anche alle imprese dell’Est europeo, soprattutto quelle della Polonia, che hanno immesso sul mercato prodotti qualitativamente discreti e a prezzi competitivi.
Oltre alle dinamiche più marcatamente economiche, ci sono anche quelle sociali a determinare l’autunno della filiera baby italiana. Mentre spariscono aziende storiche, c’è un exploit di strutture ricettive per soli adulti. Se, nel 2019, gli hotel «children free» nel nostro Paese erano una cinquantina, in meno di cinque anni sono saliti a oltre 220. In Italia è nato un portale Web a loro dedicato: sono hotel o b&b in cui i minori di 14 anni sono «vietati» mentre non lo sono, di contro, i cani. Si tratta ancora di una nicchia, ma sempre più in espansione e molto appetibile: sono persone che non hanno figli e non ne vogliono e, secondo i dati sui consumi americani pubblicati dalla Federal reserve nel 2023, hanno redditi maggiori rispetto a chi ha uno o più figli. Compagnie aeree come la Japan airlines o la turca Corendon airlines hanno introdotto funzioni per visualizzare i posti occupati sugli aerei dai bambini piccoli per permettere a chi vuole di starne alla larga (pagando un sovrapprezzo).
Perché ormai siamo al punto in cui si fanno sempre meno bambini e quelli che ci sono danno pure fastidio.
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Le culle vuote hanno un impatto devastante (-23% di ricavi) sulla filiera dell’infanzia, nostro fiore all’occhiello. Il distretto nella Bergamasca è quasi morto e altrove fioccano gli esuberi. Chi sopravvive si butta sugli animali.La Cina si «pappa» le aziende del mondo bimbo. Hotel e compagnie aeree elaborano offerte per soli adulti.Lo speciale contiene due articoli.C’è una particolare materia prima che sta mettendo in ginocchio un’intera filiera in Italia. Ed è un paradosso. Ma non si tratta di carenza di petrolio, nichel o gas. Non sono queste le materie prime che scarseggiano. Si tratta, invece, dei bambini, dei neonati. Che non si trovano scavando, ma nascono dall’unione di un uomo e di una donna, usanza considerata alla stregua di una reliquia nel fluido mondo di oggi.La denatalità ha avuto inevitabili ricadute sull’economia. L’indotto legato alla puericoltura e all’infanzia, ormai dall’inizio degli anni 2000, è in sofferenza in tutto il Paese e le imprese del comparto hanno avuto due strade davanti per affrontare la tempesta: diversificare la produzione oppure chiudere. E il paradosso è questo: in questa Italia che non fa più figli e che, anzi, li mette da parte come se fossero solamente un fastidio, ci sono alcuni dei nomi più noti a livello mondiale nel settore della prima infanzia. Qui il genio italiano, per decenni, ha dettato legge in tutto il mondo. Oggi, invece, le aziende del settore arrancano perché la denatalità del nostro Paese, e di gran parte del mondo occidentale, sta creando una contrazione del mercato. Nel quale, ormai, non c’è più posto per tutti.Uno dei colossi che sta pagando un dazio altissimo alle culle vuote è la Peg Perego, azienda simbolo del made in Italy nel settore dei prodotti per l’infanzia. Nata nel 1949 ad Arcore (in Provincia di Monza), dalla mente imprenditoriale di Giuseppe Perego, l’azienda è cresciuta fino a diventare un nome di riferimento a livello internazionale per la produzione di carrozzine, passeggini e giochi, accompagnando generazioni di bambini. Nel polo produttivo brianzolo, che ha visto al lavoro nei tempi d’oro decine di centinaia di dipendenti, oggi ci lavorano solo 263 persone. Un numero destinato a (quasi) dimezzarsi il prossimo anno, allo scadere di tutti gli ammortizzatori sociali, visto che l’azienda ha annunciato l’esubero del 40% della forza lavoro, ovvero 104 lavoratori. A motivare questa scelta, la concorrenza dei prodotti cinesi e il costante calo del fatturato (nel 2023 è crollato del 23%) dovuto principalmente al calo delle nascite. A marzo 2025 scadranno tutti gli ammortizzatori sociali e, temono i sindacati, non resterà altra strada che ricorrerei ai licenziamenti. «In fabbrica, nel 2024, i lavoratori stanno al massimo 20 ore la settimana», spiega la sindacalista Fiom, Adriana Geppert, che segue la partita. La Peg sta spingendo con le uscite volontarie dei dipendenti e sta acquisendo nuove lavorazioni in Cina per abbassare i conti. Ma potrebbe non bastare. La crisi è talmente forte che, anche ai tavoli regionali aperti sulla questione, le sigle sindacali hanno chiesto all’azienda di «puntare su prodotti per gli anziani e gli animali domestici», riconvertendo parte delle linee produttive. Nessuno fa più figli e le aziende di primo piano del settore baby si trovano costrette a valutare la produzione di carrozzine e gadget per anziani e chihuahua. In Brianza, dunque, quasi ottant’anni di gloriosa tradizione industriale rischia di finire a gambe all’aria per colpa dell’inverno demografico che ha colpito il nostro Paese.Ma quello della Peg non è un caso isolato: c’è tutta una filiera di aziende che ha a che fare con l’infanzia (abbigliamento, giocattoli, attrezzature) che vive un momento di crisi. Artsana, il gruppo (ne fanno parte, tra gli altri, i marchi Chicco, Prénatal e Boopy) guidato dall’amministratore delegato Nicola Zotta (controllato per il 60% dal fondo InvestIndustrial di Andrea Bonomi attraverso la lussemburghese Baby care international development e per il 40% dalla famiglia Catelli, gli eredi del fondatore Pietro) presente in oltre 20 Paesi con circa 1.000 punti vendita e 6.000 addetti, ha chiuso il bilancio 2023 con le perdite che sono salite a 130 milioni di euro. A livello di vendite Artsana, nel baby care, ha realizzato 592 milioni (in calo del 15% rispetto al 2022). Migliori i ricavi di Prénatal, cresciuti da 726 a 765 milioni. Lo scorso anno il gruppo aveva annunciato 90 esuberi (su 184 dipendenti) nello stabilimento di Velaronuova, nel Bresciano. Tagli, allora, congelati per un anno in vista di uscite incentivate volontarie e cassa integrazione straordinaria. Anche in questo caso i vertici del gruppo avevano annunciato l’intenzione di diversificare la produzione per evitare la chiusura dello stabilimento dove nel 2016, dopo un processo di reshoring, avevano fatto ritorno alcuni segmenti produttivi che erano stati trasferiti in Cina una decina di anni prima.Nella Bergamasca, tra i Comuni di Telgate e Grumello del Monte, c’era quella che la Camera di commercio di Milano nel 2007 chiamava la «capitale dei passeggini». Quel distretto, che solamente 17 anni fa contava una quindicina di imprese, oggi si è quasi del tutto azzerato. Chi non ha visto arrivare il treno della crisi dovuta alla denatalità ha dovuto chiudere i battenti. I reduci (tra i quali ci sono grossi nomi come Cam Il mondo del bambino e Foppapedretti) sono sopravvissuti perché hanno diversificato la produzione puntando sull’innovazione.Chi sembra resistere alle intemperie del crollo delle nascite è, invece, Inglesina. L’azienda di Altavilla Vicentina, secondo l’ultimo bilancio disponibile che è quello del 2022, ha i conti in ordine (l’esercizio si è chiuso con un utile di 3 milioni e 874.000 euro di utile) anche grazie al boom di ricavi generati dalle vendite, passati da 52 a 64 milioni di euro, oltre il 50% dei quali generato all’estero. Inglesina (le cui carrozzine sono state utilizzate da vip come Madonna o Chiara Ferragni dei tempi d’oro) non soffre del calo demografico perché ha puntato sui mercati esteri, come la Francia, molto più promettenti per quanto riguarda il tasso di natalità. 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Che la concorrenza di Pechino sia basata esclusivamente sulla politica di un prezzo d’acquisto basso è, ovviamente, una certezza. Ma l’economicità (che non sempre, comunque, è sinonimo di scarsa durabilità dei prodotti) non è l’unico canale attivo dall’Oriente. Il Dragone ha scatenato, con investimenti, anche un colosso dei passeggini e gadget luxury del settore: Cybex, per esempio, è un’azienda tedesca fondata solamente nel 2005 da Martin Pos. Il vero balzo, però, lo ha compiuto a partire dal 2014, quando c’è stata la fusione con Goodbaby international holding limited, azienda internazionale nella produzione di prodotti per l’infanzia con 15.000 dipendenti in tutto il mondo e che serve milioni di famiglie nei mercati madre di Germania (insieme alla Francia), Stati Uniti e Cina, dove ha la sede principale a Shanghai. Se la Cina ha invaso il mercato con prodotti made in Pechino o acquisendo aziende europee (dopo aver appreso il know-how grazie alla delocalizzazione dei decenni scorsi anche di imprese italiane: il parallelo con l’automotive non è affatto peregrino, la strategia è identica), a penetrare con forza nel nostro Paese sono stati i marchi francesi, soprattutto quelli del settore abbigliamento (Petit bateau, Jacadi, Sergent major) e dell’alimentazione (Hipp e Mustela su tutti). Un certo dinamismo gli esperti del settore lo riconoscono anche alle imprese dell’Est europeo, soprattutto quelle della Polonia, che hanno immesso sul mercato prodotti qualitativamente discreti e a prezzi competitivi. Oltre alle dinamiche più marcatamente economiche, ci sono anche quelle sociali a determinare l’autunno della filiera baby italiana. Mentre spariscono aziende storiche, c’è un exploit di strutture ricettive per soli adulti. Se, nel 2019, gli hotel «children free» nel nostro Paese erano una cinquantina, in meno di cinque anni sono saliti a oltre 220. In Italia è nato un portale Web a loro dedicato: sono hotel o b&b in cui i minori di 14 anni sono «vietati» mentre non lo sono, di contro, i cani. Si tratta ancora di una nicchia, ma sempre più in espansione e molto appetibile: sono persone che non hanno figli e non ne vogliono e, secondo i dati sui consumi americani pubblicati dalla Federal reserve nel 2023, hanno redditi maggiori rispetto a chi ha uno o più figli. Compagnie aeree come la Japan airlines o la turca Corendon airlines hanno introdotto funzioni per visualizzare i posti occupati sugli aerei dai bambini piccoli per permettere a chi vuole di starne alla larga (pagando un sovrapprezzo). Perché ormai siamo al punto in cui si fanno sempre meno bambini e quelli che ci sono danno pure fastidio.
La capitale russa avvolta dal fumo dopo il raid ucraino (Ansa)
La grossa incursione compiuta ieri da droni ucraini su Mosca, la più pesante finora sulla capitale, è stata appariscente e ha coinciso, non a caso, con la riunione dei ministri della Difesa della Nato e del Gruppo di contatto sull’Ucraina a cui ha partecipato il presidente Volodymyr Zelensky.
Almeno 555 droni ucraini hanno assalito varie regioni russe, dei quali 200 nella direzione di Mosca. Il ministero della Difesa russo li ha considerati «abbattuti». Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha affermato che «52 droni sono stati abbattuti a Mosca». Ma ha ammesso: «Diversi droni hanno raggiunto la raffineria di petrolio di Mosca». È un grande impianto della Gazprom Neft, nel quartiere Kapotnya, che da solo fornirebbe il 40% dei carburanti nella regione. La raffineria fu fondata nel 1938 sotto Stalin e venne bombardata nel 1941 da aerei della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Già era stata attaccata martedì. Sono scoppiati incendi nell’impianto e colonne di fumo nero hanno oscurato la capitale, causando la chiusura degli aeroporti di Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky. Danni minori nei sobborghi della città. Colpiti da frammenti il centro commerciale Sadovod, una palazzina a Zhukovsky, evacuata, mentre a Lyubertsy detriti di droni colpiti hanno danneggiato un centro fitness, un centro commerciale e una zona industriale. Nella regione di Mosca ci sono stati 16 feriti, mentre nella regione di Rostov, attaccata da 74 droni, dati per «abbattuti», è morto un uomo, presso un’infrastruttura petrolifera, a Gukovo. Sempre nella zona di Rostov, secondo il governatore Yuri Slyusar ci sono stati «danni a una locomotiva e a due strutture commerciali». Nella regione di Bryansk un’auto su cui viaggiavano una donna con le due figlie di 10 e 11 anni è stata colpita e le due ragazzine sono state ferite. Droni ucraini presso la centrale nucleare di Energodar hanno causato la morte di un dipendente dell’impianto. I russi hanno a loro volta attaccato Kiev e altre zone dell’Ucraina con droni e missili balistici.
Secondo Mosca: «Sono stati colpiti, con un attacco combinato con missili aria-superficie, missili superficie-superficie e droni a lungo raggio, un deposito di combustibili e carburanti nella località di Boryspil-2, nella regione di Kiev, e una raffineria di petrolio a Zaturino, nella regione di Poltava». Bombe russe hanno causato tre morti a Sumy e Shostka.
Se Zelensky ha presentato le nuove incursioni sulla Russia come «giusta reazione» poiché «se l’Ucraina brucia, la vostra Mosca brucerà», il consigliere presidenziale russo Yuris Ushakov ha ribattuto che «i raid non aiutano un possibile incontro fra Zelensky e il presidente Vladimir Putin». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato «nuovi attacchi su larga scala», aggiungendo che «le parole non bastano». I raid di droni ucraini hanno fatto dire al segretario della Nato Mark Rutte che «l’Ucraina sta cambiando la dinamica sul campo di battaglia» e hanno spinto gli alleati a ulteriori aiuti a Kiev. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius s’è detto «impressionato» dai raid ucraini, parlando di «slancio» di Kiev, che però, se si limita ai cieli, non basta a vincere. Al Gruppo di contatto s’è parlato di rafforzamento della difesa aerea nell’ambito del Purl, il meccanismo con cui gli europei pagano le fabbriche americane per regalare armi a Kiev. Il premier belga Bart De Wever ha promesso a Zelensky la consegna di sette caccia F-16, di cui tre voleranno e quattro verranno cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Il ministro della Difesa inglese ha annunciato che Londra fornirà a Kiev 150.000 droni e 350 missili antiaerei, oltre a radar, per un valore di 752 milioni di sterline. Pistorius ha dichiarato che la Germania stanzierà 200 milioni di dollari per munizioni antiaeree e altri 200 milioni di dollari per missili Patriot Pac-3 destinati agli ucraini, mentre la Svezia ha stanziato 108 milioni di dollari.
Ma anche se gli attacchi a lungo raggio ucraini causano danni in Russia, non sono paragonabili, per distruzioni e morti, alle campagne aeree strategiche capaci davvero di piegare un Paese, tenuto conto che perfino simili offensive aeree, da parte americana, ebbero successo nel 1945 contro Germania e Giappone, ma furono inutili nel 1972 contro il Vietnam del Nord. Sul terreno il fronte è quasi statico o forse vedrebbe ancora i russi avanzare poco a poco. L’esercito di Mosca, dice la Tass, avrebbe preso Rai-Aleksandrovka, nel Donetsk.
L’istituto americano Isw riporta che i russi seguiterebbero a infiltrarsi a Lyman. L’Isw dice che «filmati che mostrano truppe russe controllare Lyman potrebbero essere generati con l'IA», ma solo gli eventi prossimi lo stabiliranno. Prendere Lyman significa minacciare Slovjansk. Idem riguardo ai combattimenti urbani a Kostantinyvka, la cui eventuale caduta esporrebbe Druzhivka e Kramatorsk. La guerra potrebbe essere decisa nella catena di piazzeforti Druzhivka-Kramatorsk-Slovjansk, col lungo macello fra trincee, macerie e granate, ma anche se la propaganda russa esagerasse i successi sul terreno, il pericolo per Kiev non sarebbe minore.
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A sinistra Sergio Spadaro, a destra Fabio De Pasquale (Imagoeconomica)
Il verdetto chiude uno dei capitoli più controversi nati dopo il processo Eni-Nigeria, il procedimento sulla presunta corruzione internazionale legata all’acquisizione del blocco petrolifero Opl 245. Un processo durato anni, costruito attorno all’ipotesi di una maxi-tangente da oltre un miliardo di dollari, e conclusosi nel marzo 2021 con l’assoluzione di tutti gli imputati, compresi l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, manager, dirigenti e politici nigeriani. Una vicenda che ha comportato costi enormi, di decine di milioni di euro: anni di udienze, consulenze, difese legali, rogatorie, indagini internazionali e risorse della giustizia impegnate su un’accusa che, alla fine, è stata giudicata insussistente.
La sentenza della Cassazione arriva al termine di una giornata processuale segnata dalla requisitoria della sostituta procuratrice generale Cristina Marzagalli, che aveva chiesto l’assoluzione dei due magistrati sostenendo che mancassero sia l’elemento materiale sia quello soggettivo del reato. «I ricorsi degli imputati sono fondati», ha affermato Marzagalli. Secondo la pg, «la condotta dei due magistrati è stata tutt’altro che inerte e omissiva ma proattiva». Inoltre, ha aggiunto, «l’oggetto materiale del rifiuto non esisteva agli atti e non c’è una norma che imponga il deposito in quella fase».
È su questo passaggio che si misura il ribaltamento. Per la Cassazione il fatto non sussiste. Per i giudici di primo grado e per la Corte d’Appello di Brescia, invece, quel mancato deposito aveva avuto tutt’altra natura. Nelle motivazioni d’appello, oltre 130 pagine, i giudici avevano parlato di un «rifiuto consapevole» e di una «omissione di un atto doveroso e indifferibile». Avevano inoltre contestato a De Pasquale e Spadaro una gestione «a doppio binario»: da una parte l’utilizzo degli atti ritenuti utili all’accusa, dall’altra il mancato deposito di quelli potenzialmente favorevoli alle difese.
La decisione della Suprema Corte cancella dunque la condanna e lascia intatto il peso del contrasto tra le sentenze. Due gradi di giudizio avevano ritenuto penalmente rilevante la condotta dei pm, mentre la Cassazione ha escluso alla radice l’esistenza stessa del reato.
«L’avvocato Fabio Federico ed io siamo veramente felici: è una sentenza che fa giustizia di tanti anni di sofferenze», ha commentato il difensore dei due pm, Massimo Dinoia. «Vorremmo rimarcare che le conclusioni del pg della Cassazione sono state totali: ha chiesto infatti l’insussistenza sia del fatto materiale che, in subordine, dell’elemento soggettivo. Più di così non poteva dire».
Le «sofferenze» richiamate da Dinoia dimenticano però una vicenda molto più ampia, con 15 imputati trascinati per anni in un processo che ha mobilitato procure, tribunali, autorità straniere e collegi difensivi attorno all’accusa di una tangente miliardaria poi ritenuta inesistente dal Tribunale di Milano. Il 17 marzo 2021 tutti gli imputati furono assolti con la formula «perché il fatto non sussiste». Nel 2022 la Procura generale rinunciò all’appello. Anche le autorità statunitensi avevano già chiuso le proprie indagini nel settembre 2019. E anche per quelle nigeriane la vicenda è ormai chiuso, tanto che Eni ha di recente trovato nuovi accordi con Abuja.
Nel frattempo, a quanto pare, De Pasquale non considera ancora chiusa la partita. L’ex procuratore aggiunto ha avviato una nuova iniziativa attraverso l’avvocato Fabio Repici, legale molto noto per il lavoro svolto in procedimenti legati alle stragi di mafia e alla criminalità organizzata. Repici assiste oggi De Pasquale in una richiesta collegata all’inchiesta Equalize, con l’obiettivo di verificare se negli atti sequestrati possano emergere tracce di manovre contro il magistrato e contro il processo Eni-Nigeria.
Nella documentazione vengono richiamati, tra gli altri, il responsabile degli affari legali di Eni Stefano Speroni, il pm Paolo Storari e l’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, non ha deciso direttamente sugli accertamenti richiesti e ha trasmesso gli atti alla Procura di Brescia, competente quando possibili parti offese sono magistrati del distretto milanese.
È un fronte ancora aperto che mostra come la partita su Opl 245 non sia del tutto chiusa. La Cassazione mette fine al procedimento penale per De Pasquale e Spadaro, ma la vicenda continua ad avere conseguenze sulla loro carriera. De Pasquale non era stato confermato dal Csm nell’incarico di procuratore aggiunto, mentre Spadaro è oggi procuratore europeo delegato Eppo a Milano.
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Il fermaglio ritrovato ieri sul sentiero vicino alla casa famigla. Nel riquadro Alysia e Sarah (Ansa)
Nella giornata di ieri, un fermaglio rosso con piccoli fiorellini bianchi è stato trovato nei pressi della casa famiglia. La prima vera traccia. Lo ha reso noto l’associazione Penelope. Il papà ha confermato che Sarah portava spesso dei fermagli, quindi si presume che appartenga proprio a lei. Le ricerche, intanto, proseguono senza sosta e si sono concentrate nelle aree che circondano la comunità che ospitava le giovani, nell’Aquilano. Subito dopo la segnalazione della scomparsa, le forze dell’ordine stanno setacciando la zona. Le attività di ricerca, coordinate dalla Procura di Sulmona, si stanno dirigendo pure in diversi Comuni del comprensorio cassinate, dove sono stati effettuati controlli in casolari, abitazioni isolate e strutture rurali.
Secondo quanto emerso finora, una delle ipotesi investigative è che le due ragazze possano aver trovato rifugio grazie all’aiuto di un adulto o di persone a loro vicine. Gli inquirenti non escludono che, dopo l’allontanamento dalla struttura abruzzese, possano essersi spostate verso un’area più vicina ai luoghi della loro infanzia e alle relazioni maturate negli anni precedenti. Le piccole erano monitorate dai servizi sociali dal 2020, dopo la difficile separazione dei genitori. Lo scorso 28 maggio, il tribunale aveva emesso un provvedimento con cui dichiarava decaduta la potestà genitoriale della mamma Valentina D’Acunto, riconoscendola invece al papà Stefano Di Giacinto.
Gli investigatori stanno indagando ad ampio raggio non escludendo l’ipotesi del rapimento. Le ricerche si sono appunto allargate alla zona del Cassinate proprio perché questo territorio rappresenta una naturale cerniera territoriale con Minturno e il Sud pontino, zona dalla quale proviene la famiglia. La Procura di Cassino e quella di Sulmona stanno collaborando in modo sinergico. Il procuratore capo di Cassino, Carlo Fucci, e il procuratore capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, mantengono un costante scambio di informazioni investigative finalizzato alla ricostruzione del contesto familiare e relazionale delle ragazze. Tra gli elementi trasmessi agli uffici abruzzesi vi sarebbero anche atti e documentazione relativi alla complessa vicenda familiare, caratterizzata negli anni da una forte conflittualità tra i genitori e da provvedimenti del tribunale per i minorenni che avevano portato all’inserimento delle due sorelle nel circuito delle comunità educative.
L’inchiesta aperta dalla Procura di Sulmona procede per il reato di sottrazione di minori contro ignoti. Gli investigatori stanno verificando la possibilità che qualcuno abbia favorito o organizzato l’allontanamento delle ragazze dalla struttura. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che le due sorelline sarebbero uscite senza i cellulari. Infatti, i loro telefonini sono stati trovati nella casa famiglia e restituiti alla mamma. Ma, nelle ultime ore è emerso che le minori sarebbero in possesso di altri due cellulari le cui schede però risultano intestate a un uomo di origine kosovara e al compagno della mamma di Sarah e Alisya. Gli inquirenti stanno visionando tutte le immagini delle telecamere di videosorveglianza acquisite nelle ore successive alla scomparsa per capire se qualcuno si sia avvicinato alle ragazzine.
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La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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