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2024-10-14
La denatalità azzoppa il settore baby. Giù il fatturato di passeggini e ciucci
C’è una particolare materia prima che sta mettendo in ginocchio un’intera filiera in Italia. Ed è un paradosso. Ma non si tratta di carenza di petrolio, nichel o gas. Non sono queste le materie prime che scarseggiano. Si tratta, invece, dei bambini, dei neonati. Che non si trovano scavando, ma nascono dall’unione di un uomo e di una donna, usanza considerata alla stregua di una reliquia nel fluido mondo di oggi.
La denatalità ha avuto inevitabili ricadute sull’economia. L’indotto legato alla puericoltura e all’infanzia, ormai dall’inizio degli anni 2000, è in sofferenza in tutto il Paese e le imprese del comparto hanno avuto due strade davanti per affrontare la tempesta: diversificare la produzione oppure chiudere. E il paradosso è questo: in questa Italia che non fa più figli e che, anzi, li mette da parte come se fossero solamente un fastidio, ci sono alcuni dei nomi più noti a livello mondiale nel settore della prima infanzia. Qui il genio italiano, per decenni, ha dettato legge in tutto il mondo. Oggi, invece, le aziende del settore arrancano perché la denatalità del nostro Paese, e di gran parte del mondo occidentale, sta creando una contrazione del mercato. Nel quale, ormai, non c’è più posto per tutti.
Uno dei colossi che sta pagando un dazio altissimo alle culle vuote è la Peg Perego, azienda simbolo del made in Italy nel settore dei prodotti per l’infanzia. Nata nel 1949 ad Arcore (in Provincia di Monza), dalla mente imprenditoriale di Giuseppe Perego, l’azienda è cresciuta fino a diventare un nome di riferimento a livello internazionale per la produzione di carrozzine, passeggini e giochi, accompagnando generazioni di bambini. Nel polo produttivo brianzolo, che ha visto al lavoro nei tempi d’oro decine di centinaia di dipendenti, oggi ci lavorano solo 263 persone. Un numero destinato a (quasi) dimezzarsi il prossimo anno, allo scadere di tutti gli ammortizzatori sociali, visto che l’azienda ha annunciato l’esubero del 40% della forza lavoro, ovvero 104 lavoratori. A motivare questa scelta, la concorrenza dei prodotti cinesi e il costante calo del fatturato (nel 2023 è crollato del 23%) dovuto principalmente al calo delle nascite. A marzo 2025 scadranno tutti gli ammortizzatori sociali e, temono i sindacati, non resterà altra strada che ricorrerei ai licenziamenti. «In fabbrica, nel 2024, i lavoratori stanno al massimo 20 ore la settimana», spiega la sindacalista Fiom, Adriana Geppert, che segue la partita. La Peg sta spingendo con le uscite volontarie dei dipendenti e sta acquisendo nuove lavorazioni in Cina per abbassare i conti. Ma potrebbe non bastare. La crisi è talmente forte che, anche ai tavoli regionali aperti sulla questione, le sigle sindacali hanno chiesto all’azienda di «puntare su prodotti per gli anziani e gli animali domestici», riconvertendo parte delle linee produttive. Nessuno fa più figli e le aziende di primo piano del settore baby si trovano costrette a valutare la produzione di carrozzine e gadget per anziani e chihuahua. In Brianza, dunque, quasi ottant’anni di gloriosa tradizione industriale rischia di finire a gambe all’aria per colpa dell’inverno demografico che ha colpito il nostro Paese.
Ma quello della Peg non è un caso isolato: c’è tutta una filiera di aziende che ha a che fare con l’infanzia (abbigliamento, giocattoli, attrezzature) che vive un momento di crisi. Artsana, il gruppo (ne fanno parte, tra gli altri, i marchi Chicco, Prénatal e Boopy) guidato dall’amministratore delegato Nicola Zotta (controllato per il 60% dal fondo InvestIndustrial di Andrea Bonomi attraverso la lussemburghese Baby care international development e per il 40% dalla famiglia Catelli, gli eredi del fondatore Pietro) presente in oltre 20 Paesi con circa 1.000 punti vendita e 6.000 addetti, ha chiuso il bilancio 2023 con le perdite che sono salite a 130 milioni di euro. A livello di vendite Artsana, nel baby care, ha realizzato 592 milioni (in calo del 15% rispetto al 2022). Migliori i ricavi di Prénatal, cresciuti da 726 a 765 milioni. Lo scorso anno il gruppo aveva annunciato 90 esuberi (su 184 dipendenti) nello stabilimento di Velaronuova, nel Bresciano. Tagli, allora, congelati per un anno in vista di uscite incentivate volontarie e cassa integrazione straordinaria. Anche in questo caso i vertici del gruppo avevano annunciato l’intenzione di diversificare la produzione per evitare la chiusura dello stabilimento dove nel 2016, dopo un processo di reshoring, avevano fatto ritorno alcuni segmenti produttivi che erano stati trasferiti in Cina una decina di anni prima.
Nella Bergamasca, tra i Comuni di Telgate e Grumello del Monte, c’era quella che la Camera di commercio di Milano nel 2007 chiamava la «capitale dei passeggini». Quel distretto, che solamente 17 anni fa contava una quindicina di imprese, oggi si è quasi del tutto azzerato. Chi non ha visto arrivare il treno della crisi dovuta alla denatalità ha dovuto chiudere i battenti. I reduci (tra i quali ci sono grossi nomi come Cam Il mondo del bambino e Foppapedretti) sono sopravvissuti perché hanno diversificato la produzione puntando sull’innovazione.
Chi sembra resistere alle intemperie del crollo delle nascite è, invece, Inglesina. L’azienda di Altavilla Vicentina, secondo l’ultimo bilancio disponibile che è quello del 2022, ha i conti in ordine (l’esercizio si è chiuso con un utile di 3 milioni e 874.000 euro di utile) anche grazie al boom di ricavi generati dalle vendite, passati da 52 a 64 milioni di euro, oltre il 50% dei quali generato all’estero. Inglesina (le cui carrozzine sono state utilizzate da vip come Madonna o Chiara Ferragni dei tempi d’oro) non soffre del calo demografico perché ha puntato sui mercati esteri, come la Francia, molto più promettenti per quanto riguarda il tasso di natalità. L’unico tasso che può davvero decidere vita o morte delle imprese del settore.
Pechino e altri speculatori si fregano le mani
Le cause del declino? Concorrenza (feroce) dell’estero e la marginalità di avere un figlio: ecco perché l’Italia non domina più la scena mondiale del business dell’infanzia. Altri Paesi hanno sfruttato le difficoltà del nostro Paese scatenate e amplificate dalla crisi demografica per inserirsi nel comunque sempre redditizio mercato mondiale del baby. E, come capita anche in altri comparti, chi sta mettendo a ferro e a fuoco il mercato sono i cinesi.
Che la concorrenza di Pechino sia basata esclusivamente sulla politica di un prezzo d’acquisto basso è, ovviamente, una certezza. Ma l’economicità (che non sempre, comunque, è sinonimo di scarsa durabilità dei prodotti) non è l’unico canale attivo dall’Oriente. Il Dragone ha scatenato, con investimenti, anche un colosso dei passeggini e gadget luxury del settore: Cybex, per esempio, è un’azienda tedesca fondata solamente nel 2005 da Martin Pos. Il vero balzo, però, lo ha compiuto a partire dal 2014, quando c’è stata la fusione con Goodbaby international holding limited, azienda internazionale nella produzione di prodotti per l’infanzia con 15.000 dipendenti in tutto il mondo e che serve milioni di famiglie nei mercati madre di Germania (insieme alla Francia), Stati Uniti e Cina, dove ha la sede principale a Shanghai.
Se la Cina ha invaso il mercato con prodotti made in Pechino o acquisendo aziende europee (dopo aver appreso il know-how grazie alla delocalizzazione dei decenni scorsi anche di imprese italiane: il parallelo con l’automotive non è affatto peregrino, la strategia è identica), a penetrare con forza nel nostro Paese sono stati i marchi francesi, soprattutto quelli del settore abbigliamento (Petit bateau, Jacadi, Sergent major) e dell’alimentazione (Hipp e Mustela su tutti). Un certo dinamismo gli esperti del settore lo riconoscono anche alle imprese dell’Est europeo, soprattutto quelle della Polonia, che hanno immesso sul mercato prodotti qualitativamente discreti e a prezzi competitivi.
Oltre alle dinamiche più marcatamente economiche, ci sono anche quelle sociali a determinare l’autunno della filiera baby italiana. Mentre spariscono aziende storiche, c’è un exploit di strutture ricettive per soli adulti. Se, nel 2019, gli hotel «children free» nel nostro Paese erano una cinquantina, in meno di cinque anni sono saliti a oltre 220. In Italia è nato un portale Web a loro dedicato: sono hotel o b&b in cui i minori di 14 anni sono «vietati» mentre non lo sono, di contro, i cani. Si tratta ancora di una nicchia, ma sempre più in espansione e molto appetibile: sono persone che non hanno figli e non ne vogliono e, secondo i dati sui consumi americani pubblicati dalla Federal reserve nel 2023, hanno redditi maggiori rispetto a chi ha uno o più figli. Compagnie aeree come la Japan airlines o la turca Corendon airlines hanno introdotto funzioni per visualizzare i posti occupati sugli aerei dai bambini piccoli per permettere a chi vuole di starne alla larga (pagando un sovrapprezzo).
Perché ormai siamo al punto in cui si fanno sempre meno bambini e quelli che ci sono danno pure fastidio.
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Le culle vuote hanno un impatto devastante (-23% di ricavi) sulla filiera dell’infanzia, nostro fiore all’occhiello. Il distretto nella Bergamasca è quasi morto e altrove fioccano gli esuberi. Chi sopravvive si butta sugli animali.La Cina si «pappa» le aziende del mondo bimbo. Hotel e compagnie aeree elaborano offerte per soli adulti.Lo speciale contiene due articoli.C’è una particolare materia prima che sta mettendo in ginocchio un’intera filiera in Italia. Ed è un paradosso. Ma non si tratta di carenza di petrolio, nichel o gas. Non sono queste le materie prime che scarseggiano. Si tratta, invece, dei bambini, dei neonati. Che non si trovano scavando, ma nascono dall’unione di un uomo e di una donna, usanza considerata alla stregua di una reliquia nel fluido mondo di oggi.La denatalità ha avuto inevitabili ricadute sull’economia. L’indotto legato alla puericoltura e all’infanzia, ormai dall’inizio degli anni 2000, è in sofferenza in tutto il Paese e le imprese del comparto hanno avuto due strade davanti per affrontare la tempesta: diversificare la produzione oppure chiudere. E il paradosso è questo: in questa Italia che non fa più figli e che, anzi, li mette da parte come se fossero solamente un fastidio, ci sono alcuni dei nomi più noti a livello mondiale nel settore della prima infanzia. Qui il genio italiano, per decenni, ha dettato legge in tutto il mondo. Oggi, invece, le aziende del settore arrancano perché la denatalità del nostro Paese, e di gran parte del mondo occidentale, sta creando una contrazione del mercato. Nel quale, ormai, non c’è più posto per tutti.Uno dei colossi che sta pagando un dazio altissimo alle culle vuote è la Peg Perego, azienda simbolo del made in Italy nel settore dei prodotti per l’infanzia. Nata nel 1949 ad Arcore (in Provincia di Monza), dalla mente imprenditoriale di Giuseppe Perego, l’azienda è cresciuta fino a diventare un nome di riferimento a livello internazionale per la produzione di carrozzine, passeggini e giochi, accompagnando generazioni di bambini. Nel polo produttivo brianzolo, che ha visto al lavoro nei tempi d’oro decine di centinaia di dipendenti, oggi ci lavorano solo 263 persone. Un numero destinato a (quasi) dimezzarsi il prossimo anno, allo scadere di tutti gli ammortizzatori sociali, visto che l’azienda ha annunciato l’esubero del 40% della forza lavoro, ovvero 104 lavoratori. A motivare questa scelta, la concorrenza dei prodotti cinesi e il costante calo del fatturato (nel 2023 è crollato del 23%) dovuto principalmente al calo delle nascite. A marzo 2025 scadranno tutti gli ammortizzatori sociali e, temono i sindacati, non resterà altra strada che ricorrerei ai licenziamenti. «In fabbrica, nel 2024, i lavoratori stanno al massimo 20 ore la settimana», spiega la sindacalista Fiom, Adriana Geppert, che segue la partita. La Peg sta spingendo con le uscite volontarie dei dipendenti e sta acquisendo nuove lavorazioni in Cina per abbassare i conti. Ma potrebbe non bastare. La crisi è talmente forte che, anche ai tavoli regionali aperti sulla questione, le sigle sindacali hanno chiesto all’azienda di «puntare su prodotti per gli anziani e gli animali domestici», riconvertendo parte delle linee produttive. Nessuno fa più figli e le aziende di primo piano del settore baby si trovano costrette a valutare la produzione di carrozzine e gadget per anziani e chihuahua. In Brianza, dunque, quasi ottant’anni di gloriosa tradizione industriale rischia di finire a gambe all’aria per colpa dell’inverno demografico che ha colpito il nostro Paese.Ma quello della Peg non è un caso isolato: c’è tutta una filiera di aziende che ha a che fare con l’infanzia (abbigliamento, giocattoli, attrezzature) che vive un momento di crisi. Artsana, il gruppo (ne fanno parte, tra gli altri, i marchi Chicco, Prénatal e Boopy) guidato dall’amministratore delegato Nicola Zotta (controllato per il 60% dal fondo InvestIndustrial di Andrea Bonomi attraverso la lussemburghese Baby care international development e per il 40% dalla famiglia Catelli, gli eredi del fondatore Pietro) presente in oltre 20 Paesi con circa 1.000 punti vendita e 6.000 addetti, ha chiuso il bilancio 2023 con le perdite che sono salite a 130 milioni di euro. A livello di vendite Artsana, nel baby care, ha realizzato 592 milioni (in calo del 15% rispetto al 2022). Migliori i ricavi di Prénatal, cresciuti da 726 a 765 milioni. Lo scorso anno il gruppo aveva annunciato 90 esuberi (su 184 dipendenti) nello stabilimento di Velaronuova, nel Bresciano. Tagli, allora, congelati per un anno in vista di uscite incentivate volontarie e cassa integrazione straordinaria. Anche in questo caso i vertici del gruppo avevano annunciato l’intenzione di diversificare la produzione per evitare la chiusura dello stabilimento dove nel 2016, dopo un processo di reshoring, avevano fatto ritorno alcuni segmenti produttivi che erano stati trasferiti in Cina una decina di anni prima.Nella Bergamasca, tra i Comuni di Telgate e Grumello del Monte, c’era quella che la Camera di commercio di Milano nel 2007 chiamava la «capitale dei passeggini». Quel distretto, che solamente 17 anni fa contava una quindicina di imprese, oggi si è quasi del tutto azzerato. Chi non ha visto arrivare il treno della crisi dovuta alla denatalità ha dovuto chiudere i battenti. I reduci (tra i quali ci sono grossi nomi come Cam Il mondo del bambino e Foppapedretti) sono sopravvissuti perché hanno diversificato la produzione puntando sull’innovazione.Chi sembra resistere alle intemperie del crollo delle nascite è, invece, Inglesina. L’azienda di Altavilla Vicentina, secondo l’ultimo bilancio disponibile che è quello del 2022, ha i conti in ordine (l’esercizio si è chiuso con un utile di 3 milioni e 874.000 euro di utile) anche grazie al boom di ricavi generati dalle vendite, passati da 52 a 64 milioni di euro, oltre il 50% dei quali generato all’estero. Inglesina (le cui carrozzine sono state utilizzate da vip come Madonna o Chiara Ferragni dei tempi d’oro) non soffre del calo demografico perché ha puntato sui mercati esteri, come la Francia, molto più promettenti per quanto riguarda il tasso di natalità. 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Che la concorrenza di Pechino sia basata esclusivamente sulla politica di un prezzo d’acquisto basso è, ovviamente, una certezza. Ma l’economicità (che non sempre, comunque, è sinonimo di scarsa durabilità dei prodotti) non è l’unico canale attivo dall’Oriente. Il Dragone ha scatenato, con investimenti, anche un colosso dei passeggini e gadget luxury del settore: Cybex, per esempio, è un’azienda tedesca fondata solamente nel 2005 da Martin Pos. Il vero balzo, però, lo ha compiuto a partire dal 2014, quando c’è stata la fusione con Goodbaby international holding limited, azienda internazionale nella produzione di prodotti per l’infanzia con 15.000 dipendenti in tutto il mondo e che serve milioni di famiglie nei mercati madre di Germania (insieme alla Francia), Stati Uniti e Cina, dove ha la sede principale a Shanghai. Se la Cina ha invaso il mercato con prodotti made in Pechino o acquisendo aziende europee (dopo aver appreso il know-how grazie alla delocalizzazione dei decenni scorsi anche di imprese italiane: il parallelo con l’automotive non è affatto peregrino, la strategia è identica), a penetrare con forza nel nostro Paese sono stati i marchi francesi, soprattutto quelli del settore abbigliamento (Petit bateau, Jacadi, Sergent major) e dell’alimentazione (Hipp e Mustela su tutti). Un certo dinamismo gli esperti del settore lo riconoscono anche alle imprese dell’Est europeo, soprattutto quelle della Polonia, che hanno immesso sul mercato prodotti qualitativamente discreti e a prezzi competitivi. Oltre alle dinamiche più marcatamente economiche, ci sono anche quelle sociali a determinare l’autunno della filiera baby italiana. Mentre spariscono aziende storiche, c’è un exploit di strutture ricettive per soli adulti. Se, nel 2019, gli hotel «children free» nel nostro Paese erano una cinquantina, in meno di cinque anni sono saliti a oltre 220. In Italia è nato un portale Web a loro dedicato: sono hotel o b&b in cui i minori di 14 anni sono «vietati» mentre non lo sono, di contro, i cani. Si tratta ancora di una nicchia, ma sempre più in espansione e molto appetibile: sono persone che non hanno figli e non ne vogliono e, secondo i dati sui consumi americani pubblicati dalla Federal reserve nel 2023, hanno redditi maggiori rispetto a chi ha uno o più figli. Compagnie aeree come la Japan airlines o la turca Corendon airlines hanno introdotto funzioni per visualizzare i posti occupati sugli aerei dai bambini piccoli per permettere a chi vuole di starne alla larga (pagando un sovrapprezzo). Perché ormai siamo al punto in cui si fanno sempre meno bambini e quelli che ci sono danno pure fastidio.
«C’è una voce che vorrebbe introdurre limitazioni e innalzamento delle tasse su tutti gli alcolici indiscriminatamente». Lo ha dichiarato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Pietro Fiocchi, a margine di Vinitaly 2026 a Verona.
(Getty Images)
Dopo il rimbalzo 2021-22, nel 2025 l’Italia ha registrato un lieve recupero (+0,5%) mentre Francia (-4,5%) e Polonia (-0,3%) hanno tirato il freno; la Spagna è cresciuta (+4,7%) ma su scala più ridotta (8,6 miliardi).
Guardando alla filiera legno-arredo, FederlegnoArredo indica per il 2025 un fatturato alla produzione sopra i 52,2 miliardi (+1,4%), oltre 62.000 imprese e più di 292.000 addetti. Le esportazioni superano i 19,3 miliardi e l’Europa assorbe oltre il 66% del totale: per questo il Salone si presenta come una vetrina importantissima per il settore quanto a capacità di accesso ai buyer. Dal punto di vista microeconomico, insomma, il Salone è un mercato temporaneo importantissimo: concentra buyer e progettisti globali e comprime i tempi di negoziazione. L’edizione 2026 è in calendario a Fiera Milano Rho; la manifestazione nasce nel 1961 e continua a operare come infrastruttura B2B del design.
Nel 2024 si contano 1.950 espositori da 35 Paesi e 370.824 presenze complessive, con il 65,6% degli operatori dall’estero. Nel 2025 la fiera ha registrato 302.786 presenze da 160 Paesi; l’(Eco) Sistema Design Milano misura, inoltre, il «capitale relazionale» generato: 2.103 espositori, oltre 1,3 milioni di interazioni e l’intenzione di tornare del 93% tra gli espositori. Nonostante le incertezze geopolitiche, tengono i mercati esteri con performance record in Turchia (+43,5%) e Canada (+9%).
La settimana del Salone, inoltre e non va dimenticato, genera un indotto anche su ospitalità, ristorazione, retail e trasporti, con benefici diffusi su microimprese e lavoro nei servizi. Per il 2025 Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza avevano stimato un indotto di 278 milioni di euro: il 73% è attribuito alla spesa dei visitatori stranieri (202,1 milioni). La scomposizione dell’indotto, poi, chiarisce dove si crea valore: alloggio (41,4%), ristorazione (30,4%), shopping (23,6%), biglietti (4,6%). In parallelo, l’Annual Report del Salone conferma l’indotto 2025 a 278 milioni (+15% sul 2023) e segnala un utilizzo della metropolitana di Milano al livello più alto dell’anno (+39,6% sulla media), coerente con la lettura del Salone come choc positivo di domanda urbana e di intensificazione dei flussi.
La Design Week, il Fuorisalone per intenderci, estende poi l’impatto oltre il quartiere fieristico: la città mette il turbo sul campo delle relazioni sociali e del consumo culturale, con ricadute su musei, showroom, palazzi storici e quartieri meno centrali. Inoltrte, i poli produttivi generano l’83% dell’avanzo commerciale del settore (8,4 miliardi di euro complessivi). Nel 2026 il palinsesto ufficiale del Comune di Milano supera le 267 iniziative e gli appuntamenti complessivi in città superano quota 1.850 (+10%), coinvolgendo 19 quartieri: è un ampliamento che sposta flussi e spesa anche fuori dai distretti tradizionali. E l’Intelligenza artificiale è la priorità: il 16% delle imprese del settore ha già adottato soluzioni di Ia. L’effetto positivo non è, poi, solo quantitativo. La programmazione e i criteri dichiarati per il palinsesto verso un’economia circolare dell’evento: il 47% dei progetti accolti adotta soluzioni che non si concludono con la fine della manifestazione (riuso di allestimenti e materiali) e quasi il 52% prevede misure per l’accessibilità alle persone con disabilità sensoriali e motorie. In termini competitivi, il punto è che sostenibilità e inclusione diventano così valori aggiunti dell’offerta (e quindi di prezzo, reputazione e accesso a commesse), soprattutto nei segmenti legati all’hospitality.
La ricaduta non è quindi «locale» per definizione: la domanda aggregata in fiera si traduce in ordini che poi attraversano una catena del valore distribuita (materiali, componentistica, lavorazioni, finiture e servizi di progettazione), alimentando produzione e saldo estero lungo la filiera. In aggiunta, secondo Intesa Sanpaolo il 2026 si colloca in un quadro in cui il mercato interno del mobile è atteso in lieve aumento grazie al traino del boom immobiliare e al turismo di fascia alta (nuove aperture e rinnovi di interni), e in cui l’incertezza globale può persino rafforzare la capacità attrattiva dell’Italia, da sempre ritenuto un Paese che mette al centro una cultura del design e del bello che non ha eguali in Europa e nel mondo.
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«Ho espresso ed esprimo la mia solidarietà a papa Leone — ha aggiunto —. Dico di più: francamente io non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Non in questa parte del mondo».
Inoltre, la premier ha parlato della possibilità di sospendere il patto sul gas russo: «Descalzi è un operatore del settore, capisco il suo punto di vista. Io continuo a sperare che quando il problema si dovesse porre noi saremo riusciti a raggiungere la pace in Ucraina. Ma sul gas russo dobbiamo fare molta attenzione a come ci muoviamo».
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(Imagoeconomica)
Una scelta, quella del sacerdote, che è stata giudicata in maniera molto negativa (eufemismo) dai compagn,che hanno voluto stigmatizzare l’affronto al rituale che prevede parata, gagliardetti e ricordo delle vittime della Resistenza consegnando ai social una lettera-manifesto carica di risentimento.
Mossi da «un forte senso di responsabilità civile», i simpatizzanti Anpi di Arcore fanno la predica al parroco: «La scelta di celebrare le Prime Comunioni il 25 aprile è inopportuna perché non permette ai cittadini di partecipare alla celebrazione istituzionale». Ecco, fin dalle prime righe, la motivazione: i cittadini verrebbero «distratti» dalle Comunioni, che drenerebbero così i partecipanti al «rito» resistenziale. «È una ricorrenza che appartiene a tutti, credenti e non credenti, e che merita attenzione e rispetto», incalzano i partigiani, strenui difensori della loro religione a scapito di quella cattolica. Lo scontro tra credo continua così: «Colpisce ancora di più che questa decisione arrivi da un rappresentante del clero. Durante la Resistenza, molti uomini di Chiesa hanno avuto un ruolo importante, spesso pagando con la vita il loro impegno per la libertà, la giustizia e la dignità umana». Un dato inoppugnabile, spesso sottaciuto proprio dalla Resistenza rossa, quella ufficiale, che tende spesso a dimenticare quella bianca, cattolica, ritenuta figlia di un dio minore, quasi residuale. Ma che, invece, è stata altrettanto decisiva per il riscatto del Paese.
E che questo cazziatone arrivi dall’Anpi di Arcore fa doppiamente specie: in primis, perché pretende di decidere quando una religione può celebrare o meno i propri riti. In secondo luogo, quella arcorese è la stessa Anpi che aveva dato il patrocinio all’ultimo pride della Provincia di Monza e Brianza, assurto agli onori della cronaca nazionale per lo svolgimento della contestata «Via Frocis», l’iniziativa che richiamandosi alla Via Crucis vedrà a ogni stazione della parata arcobaleno una sosta e una riflessione su un tema di attualità. Anche contro la Chiesa cattolica. In quell’occasione, l’Anpi non aveva sentito il bisogno di dissociarsi (scusarsi sarebbe forse troppo) dalla mancanza di rispetto nei confronti del cattolicesimo. D’altronde, loro il 24 dicembre augurano «Serene feste a tutti gli antifascisti». Cancellando il Natale dai loro social. Così, mentre rampognano ancora il parroco sul fatto che «celebrare un sacramento così importante proprio il 25 aprile rischia di essere una mancanza di rispetto», si dimenticano di insulti e censure nei confronti della religione.
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