
È appena nato e il decreto Bollette si prepara già ad essere profondamente modificato. Nessuna pressione di questo o quel gruppo di imprese ma è l’escalation sui prezzi di petrolio e gas provocata dall’inizio del conflitto in Iran che sta mettendo a rischio le forniture energetiche globali. Il secondo day after dell’attacco a Teheran è stato, se possibile, peggiore del primo perché ci si è resi conto che la guerra non sarà breve e soprattutto che con una velocità inaspettata sta coinvolgendo buona parte dei Paesi del Golfo Persico.
Insomma, lo choc energetico si sta allargando a macchia d’olio e le conseguenze per le bollette di imprese e famiglie rischiano di diventare sanguinose. I desk di tutte le redazioni sovrabbondano di studi e analisi di società di consulenza o uffici studi che partono da un 10% e arrivano fino al 20% di incremento, ma la verità è che stime puntuali oggi è impossibile farne e che la situazione si sta aggravando. Bisogna agire in fretta.
E infatti nella giornata di ieri il premier Giorgia Meloni ha presieduto due riunioni di governo dedicate agli sviluppi della crisi in Medio Oriente. Al primo incontro hanno partecipato Antonio Tajani, Guido Crosetto, Gilberto Pichetto Fratin e i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. I rappresentanti di esteri, difesa, energia e due dei più stretti collaboratori del presidente del Consiglio per esaminare gli ultimi sviluppi. Poi è stata la volta degli ad di Eni e Snam, Claudio Descalzi e Agostino Scornajenchi. Si è discusso di di guerra e sicurezza energetica, con un’analisi dell’impatto su prezzi e mercati. Come mitigarlo? Decisioni concrete non sarebbero state prese, ma sono stati «messi a terra» i presupposti per agire. Anche se in realtà qualcosa già si muove.
Secondo quello che risulta alla Verità , nei prossimi giorni il gruppo parlamentare della Lega, sponda viceministro Vannia Gava, dovrebbe presentare un emendamento al decreto Bollette. La modifica punta a eliminare del tutto o comunque a sterilizzare temporaneamente la possibilità di vendere una fetta consistente degli stoccaggi nazionali (pari a circa il 10-12% della capacità del Paese) che, nella ratio originaria del decreto, avrebbe dovuto ridurre gli oneri del costo di trasporto pagati dalle imprese gasivore. Parliamo di un provvedimento che era stato stimato intorno ai 650 milioni di euro (sono in ballo 1 miliardo di metri cubi del metano Gse e 1,1 miliardi di metri cubi di Snam) e che ai prezzi attuali avrebbe un impatto ancor maggiore. Non solo: ridurre le quantità stoccate, paradossalmente, in questa situazione, potrebbe causare un aumento dei prezzi ancora più forte.
Insomma, vanno trovate risorse aggiuntive. Poi c’è l’altro grande tema: gli Ets, il sistema per lo scambio di quote di emissione di gas a effetto serra dell’Ue. Tema affrontato anche dal decreto bollette (rimborso parziale ai produttori termoelettrici), ma rispetto al al quale serve uno scatto di reni a livello europeo.
«La crisi in Medio Oriente», spiegava ieri in un’intervista all’Adnkronos il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, «impone l’adozione di misure urgenti a tutela dell’industria europea. Bruxelles deve sospendere in via emergenziale il sistema degli Ets». E giù di conti. «Duferco (la società presieduta da Gozzi) stimava per il 2026 una ripresa della domanda di acciaio dell’1,3% nel mondo e del 3,2% in Europa. Ma sono previsioni “ante conflitto” che ora è impossibile confermare. Il costo, per noi, dipende ancora dal prezzo del gas che al deflagrare delle tensioni è schizzato nuovamente in alto: ieri (lunedì ndr), dopo lo stop alla produzione di Gnl da parte di QatarEnergy, segnava 48 euro al megawattora, un’esplosione del 50%, molto più grave di quella del petrolio, perché il Qatar rappresenta il 20% del mercato mondiale».
E in questo quadro già critico l’Europa aggiunge anche il carico della tassa verde. «È folle», sottolinea Gozzi, «perché impone alle aziende di acquistare un numero di quota pari alle emissioni prodotte. L’obiettivo, quindi, è far pagare le emissioni prodotte e, di conseguenza, incentivare l’uso di tecnologie pulite. Le rinnovabili, però, ora non bastano e sono intermittenti per definizione».
Così com’è paradossale che, con tutto quello che sta succedendo, il governo debba strapparsi i capelli perché dati provvisori alla mano potrebbe aver sforato dello 0,1% (dal 3 al 3,1%) il rapporto deficit/Pil imposto dall’Ue. O meglio, sia costretto a mettere da parte investimenti (sulla difesa ma non solo) che già aveva programmato e che avrebbero dato nuovo impulso all’economia.
Un sistema che distorce la concorrenza, perché Germania e Francia che non sono più le locomotive d’Europa da un bel pezzo e hanno i conti in disordine da un po’ (in semi-recessione la prima e con un deficit Pil intorno al 5,4% la seconda) ma continuano a sfornare piani di espansione. E che, con quello che sta succedendo in Medio Oriente, appare ai limiti del masochismo. Ormai far saltare le regole Ue non è più una battaglia da combattere con le armi della politica, ma una necessità di sopravvivenza.





