Italia scettica sull’atomica di Macron: «Mandiamo aiuti ai Paesi del Golfo»

- Anche la Lituania snobba Parigi: «C’è già l’ombrello Nato». Crosetto: «Valutiamo un decreto per i Paesi attaccati. Le basi americane? Decideremo se ce le chiedono». Il M5s però denuncia: «Sono già in attività».
- Europa in ginocchio da Zelensky per accedere al petrolio russo. Bruxelles spinge per l’uso dell’oleodotto Druzhba, Kiev rifiuta: «Danneggiato da Mosca».
Lo speciale contiene due articoli.
In Europa è calato l’inverno nucleare. L’iniziativa di Emmanuel Macron, che ha offerto agli alleati il suo ombrello atomico, pronto a rimpolparlo con un numero imprecisato di nuovi ordigni in nome della «deterrenza avanzata», non ha raccolto ovunque entusiasmi. Ha suscitato l’interesse dei tedeschi, consapevoli che il pulsante dell’apocalisse rimarrà all’Eliseo, ma speranzosi che, presto, le loro forze convenzionali supereranno quelle francesi, bilanciando l’attuale squilibrio. In cambio, Parigi fiuta l’opportunità di mettere le mani sulla tecnologia di Berlino per i missili a lungo raggio. Risultano disposti a collaborare anche gli inglesi, già dotati di un loro arsenale; i polacchi; gli olandesi; i belgi; i danesi; gli svedesi; i greci. Ieri, invece, la Lituania ha esplicitamente rispedito al mittente la proposta: «L’arsenale nucleare degli Stati Uniti», ha detto la consigliera per la politica estera del presidente della Repubblica, «è e rimane anche l’arsenale nucleare della Nato. Questo è l’ombrello della Nato che abbiamo tanto cercato quando siamo entrati nell’Alleanza, nel 2004, e di cui ancora oggi ci fidiamo».
Benché non ci siano comunicati ufficiali, la posizione dell’Italia dovrebbe essere analoga. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, lo diceva un anno fa: «La nostra grande Alleanza atlantica è l’unico ombrello credibile». Per di più, la Francia possiede solo ordigni strategici (quelli stile Hiroshima, per intenderci). Non ha armi tattiche, utilizzabili sul campo di battaglia. La sua è pura dottrina della dissuasione. Come Vilnius, noi siamo restii a recidere i legami atlantici, per metterci in mano ai cugini transalpini. Non è solo una questione di attriti personali tra Macron e Giorgia Meloni. Il punto è che la subordinazione a una grande potenza, qual è l’America, è un fatto naturale; quella a un Paese di dimensioni paragonabili, che così andremmo a cristallizzare, è un rischio. L’unico precedente storico non è incoraggiante: nel 1956, Italia, Germania Ovest e Francia stipularono un accordo tripartito per sviluppare insieme armamenti nucleari. Due anni dopo, il progetto sembrava in dirittura d’arrivo, ma il generale Charles de Gaulle lo fece naufragare, preferendo costruire la force de frappe nazionale.
Sarebbe interessante capire in che modo il programma di Macron si sposi con il timore, da lui stesso cavalcato, che il suo Paese finisca in mano a un partito vassallo di Vladimir Putin: monsieur le président è dunque disposto a consegnare altre atomiche a Marine Le Pen? Un discorso analogo varrebbe per Friedrich Merz: ora è all’inizio del mandato, ma per quando avrà completato la ristrutturazione della Bundeswehr, alla cancelleria potrebbe essere arrivato un esponente di Alternative für Deutschland. Che avrà l’esercito più forte del continente.
L’unico esponente dell’esecutivo a commentare le parole del dottor Stranamore di Parigi è stato il vicepremier. Matteo Salvini è tranchant: «Quello che dice Macron per me conta zero». La reticenza di Roma ha innescato le proteste di Carlo Calenda, il quale considera un «grave errore» rinunciare alla «forza di dissuasione europea». Il discorso filerebbe, se la «forza» non fosse francese prima che «europea».
Le preoccupazioni della politica nostrana, comunque, per adesso riguardano prevalentemente il ruolo italiano in Medio Oriente. Ieri, Crosetto ha confermato all’Ansa che il governo sta valutando come «aiutare» i Paesi del Golfo, «sia dal punto di vista degli assetti che possono essere dati, sia vagliando anche con che sistema giuridico farlo: un decreto legge o in che modo farlo il più velocemente possibile». Per il momento non si parla di inviare caccia o armi offensive; semmai, delle contraeree per neutralizzare i raid iraniani. Tenendo conto che, se spedissimo un sistema Samp/T nella penisola arabica, a noi ne rimarrebbe soltanto uno.
Il Movimento 5 stelle, intanto, è in fibrillazione per l’utilizzo delle basi statunitensi situate sul nostro territorio. Sigonella e Muos a Niscemi, hanno scritto in una nota i capigruppo pentastellati nelle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera, Alessandra Maiorino, Francesco Silvestri e Arnaldo Lomuti, «sono già coinvolte nella guerra contro l’Iran. Nell’aeroporto militare nella Sicilia orientale si registra un intenso traffico di aerei cargo e di aerei spia americani. Il centro satellitare di Muos è per definizione coinvolto. Il ministro della Difesa Crosetto chiarisca queste circostanze». Secondo il loro collega Riccardo Ricciardi, l’esecutivo ci sta trasformando in un «bersaglio». Pd, M5s e Iv hanno esortato la Meloni a riferire in Aula «e non al Tg5». Un suo intervento in vista del Consiglio Ue era già in calendario per il 18 marzo. Crosetto, al momento, ha escluso che le piattaforme Usa sul nostro territorio siano interessate dalle operazioni belliche: quando gli americani «ce lo chiederanno», ha detto, «risponderemo. È una decisione del governo».
Teheran, intanto, ha minacciato gli Stati europei: qualunque tentativo di difendere i partner del Golfo sarà equiparato a un atto di guerra. Quasi l’intero continente, non la sola Cipro, potrebbe essere sotto tiro. Nondimeno, la Francia, che ha confermato lo spostamento nel Mediterraneo della portaerei de Gaulle, starebbe inviando nell’isola sistemi antidroni e antimissile, oltre a una seconda fregata; Londra, la cui base cipriota è stata il bersaglio degli attacchi dei pasdaran, sarebbe in procinto di far salpare il cacciatorpediniere Hms Duncan.
La nuova guerra non è un affarone per noi. Ma se è vero quello che ha detto Mark Rutte, segretario Nato, in Europa la campagna di Donald Trump gode di «ampio sostegno». I tempi di Michel Foucault innamorato della rivoluzione islamica sono lontani. Si fatica a rimpiangere un ayatollah.
Europa in ginocchio da Zelensky per accedere al petrolio russo
Europa in retromarcia. Come al solito. Prima ordina all’Ucraina di bloccare il passaggio del petrolio russo. Ora bussa alla porta di Kiev chiedendo di riaprire il rubinetto. Zelensky, però, punta i piedi. Al centro del confronto l’oleodotto Druzhba («amicizia», in russo). Un nome oggi paradossale. Rifornisce Ungheria e Slovacchia, due Paesi che con Mosca hanno un rapporto meno conflittuale rispetto al resto dell’Unione. E proprio su quel tubo, colpito da un attacco aereo russo a gennaio secondo Kiev, si sta consumando l’ennesimo paradosso europeo. L’Ucraina sostiene che l’infrastruttura è gravemente danneggiata: un serbatoio da 75.000 metri cubi in fiamme per dieci giorni, trasformatori distrutti, sistemi di rilevamento compromessi. Un incendio esteso quanto un campo da calcio, dicono a Kiev. Dall’altra parte del confine il copione è diverso. Il premier ungherese Viktor Orbán accusa Kiev di esagerare. Sostiene di avere immagini satellitari che mostrerebbero danni non tali da impedire il funzionamento. Nel frattempo blocca un pacchetto di aiuti europei da 90 miliardi di euro destinati all’Ucraina. La logica è semplice: niente petrolio, niente soldi.
In mezzo c’è Bruxelles, che si scopre improvvisamente pragmatica. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa, durante la loro visita a Kiev per il quarto anniversario dell’invasione russa, avrebbero chiesto accesso al sito per verificare i danni in modo indipendente. Risposta: no, per motivi di sicurezza.
La scena è quasi surreale. L’Europa che da due anni proclama l’addio definitivo all’energia russa ora chiede di ispezionare un oleodotto che porta greggio di Mosca verso due capitali dell’Unione. Perché? Perché i prezzi dell’energia sono tornati a salire dopo le tensioni in Medio Oriente e l’interruzione di forniture globali. E quando le bollette corrono, le ideologie rallentano.
È il trionfo del «realismo termico»: quando fa freddo, il rigore energetico si abbassa di un grado.
Kiev non arretra. Un alto funzionario vicino al presidente Volodymyr Zelensky lo dice senza giri di parole: perché dovremmo riparare, in tempo di guerra e senza cessate il fuoco, un oleodotto che porta petrolio dalla Russia agli amici della Russia? Tradotto: state chiedendo a un Paese bombardato di garantire il comfort energetico di governi che con Mosca mantengono rapporti cordiali.
Anche il premier slovacco Robert Fico si è unito alla richiesta di una «missione di accertamento». Kiev, raccontano fonti diplomatiche, avrebbe respinto l’offerta per ragioni di sicurezza. Zelensky, dal canto suo, accusa Orbán di usare la questione come leva elettorale. «State bloccando 90 miliardi di euro. Sono soldi che ci servono per sopravvivere», ha detto.
Il punto politico è tutto qui: l’Europa è talmente alla canna del gas - in senso quasi letterale - da chiedere all’Ucraina di riattivare un’infrastruttura che alimenta la dipendenza energetica da Mosca, proprio mentre combatte contro Mosca. È un cortocircuito che nessun comunicato stampa riesce a mascherare.
L’Europa aveva promesso autonomia strategica. Si ritrova a fare i conti con la realtà delle infrastrutture. I tubi di un oleodotto non si spostano con i tweet, e i flussi non si sostituiscono con i comunicati. La transizione energetica è un processo, non un interruttore.






