Questa volta Donald Trump ha scelto di esprimersi in «francese», per modo di dire, nel riferirsi agli Stati colpiti dai dazi che ora sono pronti a trattare con gli Usa. «Questi Paesi ci chiamano, mi baciano il c…, stanno morendo dal desiderio di fare un accordo», ha dichiarato martedì durante la cena di gala del National republican congressional committee a Washington. Niente mignolino alzato, dunque, nonostante l’occasione elegante. «So quello che sto facendo», ha rassicurato il tycoon, sottolineando che non vi è alcuna necessità di arrivare a un’intesa. Poi però, nella serata di ieri, è arrivato il colpo di scena: pausa di 90 giorni per tutti, con dazi ridotti al 10%, eccetto che per la Cina. Alla Casa Bianca probabilmente vogliono affrontare la guerra commerciale col Dragone senza entrare in conflitto con gli alleati.
«Alla luce della mancanza di rispetto che la Cina ha mostrato verso i mercati mondiali», scrive Trump su Truth, «con la presente aumento i dazi imposti alla Cina dagli Stati Uniti d’America al 125%, con effetto immediato. A un certo punto, speriamo nel prossimo futuro, la Cina si renderà conto che i giorni in cui poteva approfittarsi degli Stati Uniti e di altri Paesi non sono più sostenibili né accettabili». «Al contrario», continua, «e considerando che più di 75 Paesi hanno contattato rappresentanti degli Stati Uniti […] per negoziare una soluzione riguardo ai temi in discussione relativi a commercio, barriere commerciali, dazi, manipolazione valutaria e dazi non monetari, e che questi Paesi, su mia forte raccomandazione, non hanno in alcun modo intrapreso azioni di ritorsione contro gli Stati Uniti, ho autorizzato una pausa di 90 giorni e dazi reciproci significativamente ridotti durante questo periodo, al 10%, anch’essi con effetto immediato. Grazie per l’attenzione a questa questione!».
Alla notizia, le Borse di New York hanno subito reagito positivamente: il Dow Jones ha guadagnato oltre il 5%, mentre Nasdaq è rimbalzato fino al 6,6%. Tuttavia, ieri Trump ha anche chiarito da che parte intende stare: «Sono orgoglioso di essere il presidente dei lavoratori», ha scritto il tycoon, «non di chi delocalizza; il presidente che difende Main Street, non Wall Street; che protegge la classe media, non la classe politica; e che tutela l’America, non i truffatori commerciali sparsi per il mondo». Frasi che possono sembrare assurde, specie se pronunciate da un presidente repubblicano. Nella realtà, esse attingono a un’ideale di società e libertà che affonda le radici nella cultura profonda degli Stati Uniti e risale fino a padri fondatori del calibro di Thomas Jefferson. Come mostrato da Michael Sandel in La democrazia stanca, fin dalle loro origini gli statunitensi hanno creduto nell’indipendenza economica della classe media (e analogamente dello Stato) come presupposto essenziale per la libertà e la tenuta della democrazia, e Trump sta toccando proprio queste corde.
Durante la cena di gala a Washington, prima della svolta di ieri, il presidente degli Stati Uniti si è detto convinto che la Cina alla fine giungerà a un accordo. Pechino, inoltre, è stata accusata di manipolare la valuta per compensare i danni generati dai dazi (proprio ieri, su queste pagine, Sergio Giraldo faceva notare il deprezzamento dello yuan degli ultimi giorni). Allinearsi con la Cina sul commercio è «come tagliarsi la gola», ha affermato invece il segretario al Tesoro, Scott Bessent. I Paesi che non reagiranno ai dazi, ha aggiunto, non subiranno ulteriori imposte: «Penso che quello che molti non capiscono è che i livelli stabiliti mercoledì scorso rappresentano un limite massimo se non si reagisce». L’invito, dunque, è a mantenere la calma e accettare le azioni statunitensi come legittimi tentativi di riequilibrare i conti con l’estero. «Probabilmente possiamo raggiungere un accordo con i nostri alleati», ha anche spiegato anticipando la mossa di Trump, che «sono stati forti alleati militari, anche se non sempre perfetti sul piano economico. E poi potremo affrontare la Cina come un gruppo». «Wall Street è più ricca che mai e può continuare a crescere e prosperare», ha anche detto Bessent. «Ma per i prossimi quattro anni, l’obiettivo del presidente Trump è concentrarsi sull’economia reale. È il turno dell’economia reale». Dopo l’annuncio del tycoon, il segretario al Tesoro ha anche annunciato che l’amministrazione si aspetta dagli altri Paesi che si presentino ai tavoli con la loro migliore proposta per riallineare il commercio mondiale. L’obiettivo è la Cina.
Trump, a proposito di economia reale, continua a chiedere alle imprese di andare a produrre negli Usa. «Questo è un momento fantastico per trasferire la tua azienda negli Stati Uniti d’America, come stanno facendo Apple e tante altre, in numeri record», scrive sempre su Truth. «Zero tariffe e collegamenti/approvazioni quasi immediati per elettricità ed energia. Nessun ritardo ambientale. Non aspettare, fallo ora!». «State tranquilli!», aggiunge in uno dei suoi post: «Tutto si risolverà per il meglio. Gli Usa saranno più grandi e migliori che mai».
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