
«Una prima stima dell’impatto dei dazi sulle pmi indica che ci sarà un calo dell’export del 4,5-5%. Lo scenario però è in evoluzione e molto dipenderà se il presidente americano Donald Trump confermerà l’aumento delle tariffe al 15% come è sua intenzione. Inoltre bisognerà vedere se ci saranno i rimborsi sulle imposte doganali precedentemente pagate ma contestate dalla Corte Suprema.
Insomma un grande caos e le aziende nelle sabbie mobili». Cristian Camisa, presidente di Confapi, l’associazione che riunisce le piccole e medie imprese fa da megafono alle difficoltà degli associati. «Con questo clima nessuno si azzarda a fare investimenti e progetti a medio e tantomeno a lungo termine».
Circa il 70% delle pmi ha come mercato di sbocco l’Europa, in che modo vi preoccupano i dazi americani?
«Tutte le pmi risentono, in un modo o nell’altro, della situazione di incertezza internazionale. I dazi del 10% dovrebbero rimanere per 150 giorni ma quello che succede dopo è un grande punto interrogativo e nel frattempo c’è anche la problematica del cambio sfavorevole con il dollaro che in un anno si è deprezzato del 13% e raddoppia il costo delle tariffe. In un sistema globalizzato e di mercati interconnessi, nessuno è al riparo dalla politica di Washington. Questa situazione finisce per privilegiare e rendere più agguerrita la concorrenza delle aziende di Cina, India e Paesi del Sud America. Il paradosso dei dazi flat, uguali per tutti, favorisce coloro che erano soggetti a tariffe superiori come il Brasile che avrà variazione -13,6%, la Cina con -7,1% e l’India con -5,6% mentre per l’Italia la variazione sarà di +1,7-2%. I prodotti provenienti da questi Paesi rischiano di rubare ulteriori quote di mercato alle imprese italiane».
Quali settori merceologici sono più esposti?
«Il farmaceutico, l’alimentare, la meccanica e i macchinari. Gli aumenti dei prezzi al dettaglio rischia di portare a una riduzione dei volumi delle vendite. Fino a ora l’affidabilità del Made in Italy ha consentito di trattare con i buyer americani e assorbire i maggiori costi senza riversarli sul consumatore, ma questa situazione non può durare a lungo soprattutto nella prospettiva che si passi dal 10 al 15% come vuole Trump. C’è una situazione di attesa, nessuno firma commesse per il medio termine. Un’azienda di grandi dimensioni, ha le spalle forti per reggere ma il piccolo imprenditore è in difficoltà. Il nostro Rapporto congiunturale dice che solo il 20% delle imprese prevede di assumere nei prossimi mesi. L’Europa deve agire su almeno due fronti: il cambio e la sospensione di quelli che sono a tutti gli effetti dei dazi auto imposti, ovvero i costi del Green deal e del Cbam».
Le svalutazioni competitive non sono più possibili.
«Noi non possiamo agire sulla politica monetaria ma l’Europa sì. E poi c’è la questione della transizione energetica. Sarebbe necessaria una sospensione delle politiche di sostenibilità ambientale imposte alle aziende e del Cbam che fissa un prezzo sulle emissioni di Co2 incorporate nelle merci importate. Le aziende avrebbero maggiore liquidità per far fronte a questo momento di incertezza. Al tempo stesso bisognerebbe concedere un credito d’imposta pari al 20% per compensare l’incidenza dei dazi. Queste richieste fanno parte di un pacchetto che abbiamo presentato al tavolo con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani».
Quali sono le altre richieste inoltrate al ministro Tajani?
«Abbiamo chiesto un supporto legale per il recupero dei dazi applicati precedentemente e bocciati dalla Corte suprema. Le aziende dovrebbero chiedere indietro le somme. Sono circa 1-2 miliardi di euro di dazi riscossi in modo non dovuto. Infine, sarebbe necessario un pacchetto assicurativo per proteggere le imprese dalla cancellazione degli ordini da parte dei buyer americani».






