Il poliziotto killer merita la galera. Perché i martellatori di Torino no?

- Pisani avvia la destituzione dell’agente che ha ucciso il pusher a Rogoredo e avverte: «Un fatto gravissimo». Ma la magistratura continua a usare i guanti di velluto con chi manganella gli uomini delle forze dell’ordine.
- Cinturrino rimane a San Vittore. Pur non convalidando il fermo, ieri il gip ha disposto la custodia preventiva in carcere. Ci sono «gravi indizi e concrete esigenze cautelari». Con lui rischiano anche i colleghi.
Lo speciale contiene due articoli.
Il capo della polizia Vittorio Pisani è stato tranchat: l’assistente capo Carmelo Cinturrino, il poliziotto infedele del Rogoredo, è da considerarsi un ex poliziotto. Così infatti il prefetto ha spiegato al Corriere: «Subito dopo il fermo disposto all’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla polizia di Stato». Procedimento disciplinare e procedimento penale corrono su binari differenti con velocità diverse per natura. «Sì, di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo, mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato».
Non si può perdere tempo quando i fatti sono così chiari da potere, e quindi dovere, intervenire su fatti di cronaca così impattanti. E la fermezza è talmente un valore che il capo della polizia, come del resto già precedentemente aveva fatto il ministro Piantedosi, sgombra il campo dalle chiacchiere politiche: nessuno scudo avrebbe potuto salvare il poliziotto infedele. «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».
Ma allora uno si pone alcune domande: com’è possibile che le azioni disciplinari siano tanto diverse se uno indossa una divisa o una toga? I dati ci dicono che di fronte a errori gravissimi da parte della magistratura - errori per i quali lo Stato è costretto a pagare risarcimenti salati perché la vittima è stata in carcere senza aver commesso nulla - il magistrato che sbaglia non paga, anzi viene pure promosso! Ci volevano il referendum sulla riforma della giustizia e i vent’anni dalla assoluzione definitiva di Enzo Tortora (della cui tragedia si consiglia quantomeno la fiction di Bellocchio, Portobello) per ricordarci che le vittime sono tali perché qualcuno ha rovinato loro la vita? Certo, Cinturrino ha ucciso, è in galera ed è ormai un ex poliziotto; ma certi magistrati, anche se non hanno ucciso, hanno rovinato la vita delle loro vittime, sbattendole in galera e annientandone relazioni e posizioni; ecco, costoro non solo non pagano, ma restano in attività e sono persino promossi con avanzamenti di carriera.
E non è tutto, state attenti. Primo fatto: l’assistente capo Cinturrino colpevole di aver ucciso una persona e di aver alterato la scena del crimine nel tentativo di salvarsi si trova giustamente in galera, privato della libertà per effetto di una misura cautelare sacrosanta, oltre che - dicevamo - la destituzione dalla polizia. Secondo fatto: a Torino alcune manifestazioni sono sfociate in disordini gravi, nel corso dell’ultima abbiamo visto cosa hanno combinato alcune «personcine a modo» a un poliziotto preso a martellate. Ricapitolando: il poliziotto infedele che ha sparato e ucciso e che - dicono - avesse un martelletto per fare ancor più male (da qui il soprannome Thor) è in galera e senza più la divisa; chi invece mena e martella i poliziotti fedeli al massimo si becca gli arresti domiciliari con l’obbligo di firma.
Ha ragione il capo della polizia quando fa notare che «la polizia ha effettuato alcuni fermi, la Procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui. Per i disordini dello scorso anno, sempre a Torino, le indagini della polizia giudiziaria e le richieste della Procura hanno trovato parziale riscontro, con arresti domiciliari e obbligo di firma. Certo, nel rispetto dei ruoli non posso non rimanere perplesso sull’efficacia cautelare di un obbligo di firma emesso nei confronti di un indagato, già destinatario per altre tre volte di analoga misura. Ma la valutazione delle esigenze cautelari è competenza esclusiva del pm e del gip, e questo avverrà anche per le indagini sui fatti del 31 gennaio che sono tuttora in corso».
Complimenti al prefetto Parisi per l’eleganza istituzionale del linguaggio, ma qui c’è da diventare matti nel cercare il senso di certe scelte compiute dalla magistratura, il quasi doppiopesismo (o chiamatelo voi): com’è possibile non dare il carcere preventivo e dare ancora i domiciliari con obbligo di firma a chi continua a creare disordini nonostante quell’obbligo?
Cinturrino rimane a San Vittore
Il ricorso al Tribunale del Riesame sarà il prossimo passo della difesa di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo detenuto a San Vittore con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il suo avvocato, Piero Porciani, impugnerà l’ordinanza con cui il gip Domenico Santoro, pur non convalidando il fermo, ha disposto la custodia cautelare in carcere ritenendo sussistenti gravi indizi e concrete esigenze cautelari.
Il giudice Santoro fonda la decisione su tre pilastri: gravità indiziaria, rischio di inquinamento probatorio e pericolo di reiterazione del reato. Il giudice richiama il «quadro allarmante» emerso dagli atti circa i metodi operativi attribuiti a Cinturrino negli anni precedenti: condotte aggressive, uso abituale della forza, clima di soggezione nel bosco di Rogoredo, episodi riferiti da più persone sentite a sommarie informazioni, tra cui anche frequentatori abituali dell’area. Non si tratta, secondo il gip, di un errore isolato legato a una singola operazione, ma di un modus operandi che - se confermato - dimostrerebbe una pericolosità attuale. La reiterazione, dunque, non viene collegata a un rischio generico, ma alla possibilità concreta che, rimesso in libertà, l’indagato possa tornare a esercitare la propria funzione con modalità ritenute incompatibili con le regole giuridiche e deontologiche. Accanto a questo, Santoro valorizza il pericolo di inquinamento probatorio: la gestione immediatamente successiva allo sparo, il ritardo nell’allertare i soccorsi, la capacità dimostrata di incidere sulla narrazione degli eventi e la circostanza che più agenti abbiano modificato le loro dichiarazioni solo in un secondo momento. Un quadro che, per il giudice, rende il carcere l’unica misura idonea allo stato degli atti.
Nel corso dell’interrogatorio di convalida, Cinturrino ha ammesso che tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi sono passati «una ventina di minuti», spiegando di essere stato «confuso» e «non in me». Ha raccontato di aver chiamato prima via radio e poi il 118 dal cellulare, e di aver posizionato la pistola a circa 15 centimetri dal corpo «per pararmi». Ha sostenuto che i colleghi - in particolare Davide Picciotto - fossero dietro di lui e che «secondo me hanno visto che avevo la pistola», aggiungendo che almeno Picciotto «lo sapeva». Cinturrino ha respinto «ogni infamità», definendo «menzogne» le accuse e sostenendo che il suo tenore di vita è dimostrabile. Ha detto che molti colleghi lo hanno chiamato per esprimere indignazione, di aver sempre lavorato in coppia e fatto arresti con tutti, aggiungendo che «tutti volevano venire in macchina con me». Ha infine negato l’uso di droghe, affermando di bere solo «una birra o un cocktail» quando esce con la fidanzata. Di segno opposto le dichiarazioni rese nei secondi interrogatori del 19 febbraio da Picciotto, Gaetano Raimondi e Luigi Ramundo (accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso). Picciotto ha raccontato di aver avuto paura che l’assistente capo potesse «sparargli alle spalle» mentre eseguiva l’ordine di andare al commissariato. Raimondi ha confermato quel clima, affermando che nel bosco «se ne parlava» di «Luca Corvetto» (soprannome di Cinturrino) e che il collega «non era tutto pulito e lineare», pur senza che nessuno avesse mai formalizzato segnalazioni negli anni precedenti. Il capo della polizia Vittorio Pisani ha chiarito che Cinturrino sarà destituito e non può più essere considerato un appartenente alla Polizia, mentre su Rogoredo resta da verificare «la posizione degli altri poliziotti coinvolti», per i quali potrebbero emergere «ulteriori contestazioni». Ha annunciato che l’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria, escludendo tensioni tra polizia e magistratura: «Ognuno svolge il proprio ruolo». Sul piano istituzionale, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha rivendicato che «le prime ricostruzioni sono state superate dal lavoro puntuale di polizia e Procura», ringraziando la Questura di Milano per il rigore dimostrato.






