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2018-07-12
Davigo è il primo degli eletti e il Csm svolta verso destra
Ansa
C'è voglia di cambiamento anche nella magistratura. È il risultato che emerge chiaramente dall'elezione di Piercamillo Davigo al Csm. Con un pienone di voti che lo incorona primo tra gli eletti di sempre. All'ex pm di Mani pulite oggi giudice in Cassazione, che ieri è stato in udienza tutto il giorno come nulla fosse, sono andate 2522 preferenze: un'enormità rispetto agli 8010 magistrati che sono andati a votare tra domenica e lunedì.
Stacca un biglietto per il Consiglio superiore della magistratura pure Loredana Miccichè di Magistratura indipendente, eletta anche lei (con 1760 voti), nello scrutinio riservato all'elezione di due magistrati di legittimità. Resta fuori per un pelo dai seggi assegnati a Palazzo dei Marescialli, Carmelo Celentano di Unicost, la corrente della magistratura che attualmente esprime il presidente del sindacato delle toghe, l'Anm. Ma ad uscire con le ossa rotte è soprattutto Area che pure aveva mandato allo scontro un candidato di peso come Rita Sanlorenzo.
Tutti eletti, invece, i quattro componenti che correvano in rappresentanza dei pubblici ministeri dove ciascuna delle quattro correnti aveva indicato un suo esponente. Ora, rispetto a questo scrutinio si dovrà solo verificare come si sono piazzati i singoli candidati. Ma l'ordine di arrivo serve solo per una conta ad uso interno: quattro erano i posti in lizza e altrettanti gli aspiranti. A completare la rosa, lo scrutinio (ancora in corso al momento di andare in stampa) che verificherà chi, tra i 13 candidati per 10 seggi disponibili da assegnare in rappresentanza della magistratura giudicante, resterà fuori dal Csm. Ma fin d'ora appare chiaro che le toghe italiane, se non altro per l'alto valore simbolico dell'elezione di Miccichè e soprattutto Davigo, sembrano virare a destra.
L'una infatti è espressione di Magistratura indipendente, l'altro è il capo di Autonomia e indipendenza: entrambi sono espressione delle due correnti con un cultura della giurisdizione più distante da quella centrista di Unicost e soprattutto di Area, il cartello delle toghe di sinistra che ha come cuore pulsante Magistratura democratica.
La candidata di Area, Sanlorenzo, si è piazzata ultima fermandosi a 1528 preferenze, staccata di 1000 voti rispetto a Davigo: tra i due è andata in scena per settimane una battaglia all'ultimo sangue. Sanlorenzo sapeva bene quale era il valore dello scontro che era deflagrato dopo alcune dichiarazioni del leader di Autonomia e indipendenza, tra tutte quella relativa all'andazzo preso, in fatto di nomine al Csm dove attualmente la componente più rappresentata è proprio quella di sinistra: «I consiglieri fanno come gli pare: mi aspetto la nomina di un cavallo, come fece Caligola». Immediata la reazione della maggiorente di Area che ha tuonato contro la sovraesposizione mediatica di Davigo ritenuto non solo «un magistrato con una formazione di destra». Ma soprattutto una toga «che ha sempre fatto parte del sistema, altro che homo novus». Parole grosse: mutuando da un lessico più che prosaico, si può tranquillamente affermare che, in questi mesi, sono volati gli stracci. In maniera assai irrituale per una categoria che non ha mai conosciuto prima d'ora modalità più tipiche dell'agone politico.
Sempre nel collegio Cassazione, ha sfiorato di un soffio l'elezione per soli 46 voti Carmelo Celentano di Unicost con 1714 preferenze che ha dovuto cedere il secondo posto a Miccichè. Insomma, sia Area che Unicost perdono questi due seggi rispetto alla consiliatura che si concluderà il prossimo 25 settembre. Un vero e proprio ribaltone. Anche se, per dirsi tale, dovrà essere confermato dall'esisto dello scrutinio che assegnerà gli ultimi seggi riservati ai togati in attesa che il Parlamento in seduta comune elegga gli otto membri laici.
Quanto ai membri togati sono state in smentite alcune previsioni della vigilia. Nonostante i numeri obiettivamente in ascesa di Autonomia e indipendenza nelle elezioni per il rinnovo dell'Associazione nazionale magistrati ormai due anni fa, le polemiche delle ultime settimane avevano lasciato ipotizzare una penalizzazione delle correnti teoricamente vicine al governo gialloverde. Da ultima quella del sottosegretario alla Gustizia del Carroccio Jacopo Marrone, che pochi giorni fa si era lasciato sfuggire una esternazione contro le toghe rosse che aveva suscitato la reazione dell'Anm, di tutte le correnti, ma pure dell'attuale vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, Giovanni Legnini. Toni altissimi anche da parte del Partito democratico che aveva chiesto al Guardasigilli, Alfonso Bonfede (del Movimento 5 stelle) di prendere le distanze da Morrone chiedendo le dimissioni del sottosegretario.
Il tutto quando il clima ancora rovente per la decisione della Cassazione sul sequestro dei conti del Carroccio. Circostanza che aveva spinto Matteo Salvini a chiedere un incontro a Sergio Mattarella che dell'organo di autogoverno delle toghe è il presidente. Chissà se le polemiche hanno cambiato le intenzioni di voto dei magistrati chiamati alle urne o se le hanno solo rafforzate.
Ilaria Proietti
Non conta solo il reddito: la Cassazione rivoluziona tutte le regole dell’assegno di divorzio
I matrimoni di interesse restano blindati, ma chi ha intenzione di divorziare dovrà dire addio anche all'idea di liberarsi del proprio ex con un assegno da pochi euro, sufficiente appena per garantirgli la sussistenza, soprattutto se quest'ultimo ha sacrificato tempo e carriera per il bene della famiglia.
Dopo lo scossone arrivato un anno fa con la sentenza Grilli che aveva cancellato il principio del tenore di vita (alla base della legge sul divorzio) da garantire all'ex coniuge, ecco un nuovo verdetto della Suprema corte che lascia ampio margine ai giudici e alle capacità dei legali di valorizzare la propria parte.
D'ora in poi, gli alimenti da garantire al coniuge più debole economicamente dovranno essere calcolati caso per caso e tenere conto non solo delle condizioni oggettive dei due singoli una volta divorziati, ma anche del contributo che ognuno dei due ha dato allo stile di vita vissuto in comune fino a quel momento.
A stabilire i nuovi parametri sono state le Sezioni unite che hanno ritoccato il verdetto emesso il 10 maggio 2017 dalla Suprema corte (numero 11504 del 2017) che aveva rivoluzionato il diritto di famiglia, escludendo il «parametro del tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio» e introducendo con forza il «criterio dell'indipendenza o autosufficienza economica».
Con quella sentenza, il matrimonio aveva smesso di essere una «sistemazione definitiva» per cacciatori di dote, ma rischiava di trasformarsi in un boomerang per chi pur non contribuendo economicamente al reddito familiare si era comunque impegnato a farlo crescere».
Il verdetto riguardava il caso dell'ex ministro dell'Economia Vittorio Grilli e dell'ex moglie Lisa Caryl Lowenstein. I giudici avevano deciso che a lei, che non aveva mai lavorato, non dovesse essere garantito lo stile di vita precedente alla separazione, ma semplicemente un assegno tale da offrirle per un anno la possibilità di una dignitosa sussistenza dopo di che la donna si sarebbe dovuta trovare in lavoro in base al principio della autoresponsabilità.
La decisione aveva fatto molto discutere e aveva influito anche su casi ben noti alle cronache, come il processo Berlusconi-Lario. Lo scorso novembre, infatti, l'ex moglie del Cavaliere si era vista cancellare il maxi-assegno da 1,4 milioni, dopo che la Corte d'Appello di Milano aveva applicato proprio il precedente Grilli-Lowenstein.
Oggi la Corte ha sancito che la giusta via sta nel mezzo. «Il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell'unione matrimoniale» e in base alla singola storia di ogni coppia va individuato quanto il partner più forte debba garantire all'ex.
Nel documento, lungo 38 pagine, si specifica che deve essere utilizzato un «criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall'ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future di ogni individuo e all'età dell'avente diritto».
Restano dunque fortemente penalizzati i matrimoni di puro interesse, quelli sciolti dopo pochi mesi nella convinzione di portare a casa il malloppo, ma torneranno ad essere importanti gli emolumenti da versare all'ex coniuge nel non infrequente caso (soprattutto tra le donne) che uno dei due partner abbia deciso di rinunciare al proprio lavoro per badare ai figli e permettere al marito di fare carriera.
A sollecitare l'introduzione dei nuovi parametri erano state, nei mesi scorsi, proprio le associazioni femministe, scese in campo con un appello alle Sezioni unite per chiedere la reintroduzione del principio dello stile di vita e sottolineando come l'Italia, ben lontana dall'essere un Paese paritario, conti ancora oggi «molti casi di donne che sacrificano la professione alla cura della famiglia, dei figli, spesso anche alla carriera del marito».
Il principio introdotto dalla nuova sentenza è che «all'assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa», fondata «sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l'unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo».
Come andrà a finire in casa Berlusconi dopo la svolta dello scorso autunno quando Veronica si era anche vista chiedere la restituzione di 45 milioni di euro? La sentenza (che in Italia fa giurisprudenza e non legge), ovviamente, non avrà alcun effetto immediato sul caso specifico. Ma tenendo conto che Lario aveva presentato ricorso, lo scorso febbraio, basando le proprie rimostranze proprio sul fatto che lei «su richiesta di Silvio Berlusconi, aveva rinunciato in giovane età alla carriera di attrice per dedicarsi interamente alla casa, alla famiglia e all'allevamento dei tre figli Barbara, Eleonora e Luigi» e che questo inevitabilmente aveva avvantaggiato chi aveva potuto dedicarsi «più liberamente e intensamente alle molteplici attività imprenditoriali e costruirsi un'immagine di capo di una famiglia felice, largamente sfruttata nella propria vita politica», le sorprese potrebbero non essere finite.
Alessia Pedrielli
Arriva la riforma della prescrizione. Ma allora lasciamo in pace gli assolti
Due bandiere, una blu e una gialla. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, le ha sventolate ieri nella prima audizione in Senato. Prima ha fatto sua una delle più tradizionali battaglie della Lega: «Riformare la legittima difesa, eliminando tutte le zone d'ombra che oggi rendono difficile e complicato dimostrare che si è agito solo per difendersi». Poi ha rilanciato una delle più antiche proposte del Movimento 5 stelle: «La riforma della prescrizione è una priorità irrinunciabile per accrescere il grado di fiducia dei cittadini nella giustizia».
Equanime rispetto alle due anime del governo, il Guardasigilli grillino ha spiegato che la riforma della legittima difesa «riguarda anche la sicurezza: perché il cittadino costretto a difendersi deve sentire che lo Stato è al suo fianco». Ma ha anche preannunciato che allo studio del governo c'è «una riforma seria ed equilibrata della prescrizione», e che sta pensando di bloccarla «dopo la sentenza di primo grado».
Bonafede ha lasciato capire che il suo impegno principale riguarderà proprio la prescrizione. Del resto, sospinta negli ultimi mesi dalla corrente dei magistrati più vicina a Piercamillo Davigo, l'abolizione dei limiti massimi di tempo per arrivare a una sentenza su un determinato reato è sempre stata nel cuore del Movimento 5 stelle. E infatti anche ieri il ministro ha voluto ricordare alcuni dati «sull'abnorme quantitativo di procedimenti falcidiati da questa scure»: nel 2017, ha detto Bonafede, «i procedimenti penali prescritti sono stati 125.551, cioè il 9,4% del totale, in aumento rispetto all'8,7% del 2016».
Ovviamente, l'uscita preoccupa non poco gli avvocati: «Il ministro usa solo i dati che gli interessano», dice alla Verità Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione delle camere penali, «ma dovrebbe ricordarne altri: quelli che dicono che dal 2005 le prescrizioni sono in calo, e soprattutto quelli che indicano che nel 60-70% dei casi le prescrizioni intervengono durante le indagini preliminari, quando il processo è nelle mani dei pubblici ministeri».
In effetti, un'abolizione secca della prescrizione probabilmente violerebbe il principio costituzionale della ragionevole durata del processo e di certo scaricherebbe tutte le inefficienze e le lungaggini del sistema sull'imputato, troppo spesso innocente (le assoluzioni definitive e con formula piena sono 90.000 all'anno). Per intenderci, non è che poi la prescrizione sia proprio una tagliola nascosta dietro l'angolo: nel caso di una bancarotta fraudolenta, ad esempio, scatta dopo 18 anni e nove mesi; per una corruzione dopo 20; e arriva dopo 25 anni per una rapina a mano armata.
Lo stesso Raffaele Cantone, che prima di diventare presidente dell'Autorità anticorruzione è stato per un quarto di secolo pm antimafia, ha dichiarato che «la prescrizione è un istituto di garanzia per il sistema: che senso ha senso condannare oggi una corruzione commessa vent'anni fa?». Non hanno tutti i torti nemmeno quanti sostengono che abolire la prescrizione avrebbe il paradossale effetto di allungare ancora di più i processi penali, perché pubblici ministeri e giudici, non più assillati dalla paura di vedere finire in nulla il loro lavoro, lavorerebbero meno di quanto già non facciano.
Eppure, una riforma della prescrizione è politicamente assai probabile. Nei gruppi parlamentari della Lega c'è un'ala poco garantista, cui non dispiacerebbe affatto votare per un provvedimento di quel genere. Tra l'altro, cancellare la prescrizione sarebbe (una volta tanto) una riforma a costo zero, facile da far capire all'opinione pubblica, e potentemente demagogica. Insomma, tutto lascia pensare che, nel caso in cui il ministro Bonafede riuscisse davvero a incardinare in Parlamento una legge sulla prescrizione, questa potrebbe avere vita facile e un'approvazione veloce.
Per questo, la Verità coglie l'occasione per lanciare una contro-proposta al ministro Guardasigilli. Visto che Bonafede attribuisce tanta importanza alla sentenza di primo grado, e vorrebbe che i calcoli della prescrizione si bloccassero a quel punto, perché non pensare a uno «scambio», proprio su quel fondamentale scalino giudiziario? Sì al blocco della prescrizione, insomma, ma sì anche a una vecchia proposta liberale: e cioè nessun processo d'appello per chi viene assolto in primo grado.
Nel febbraio 2006 ci aveva provato intensamente Gaetano Pecorella, penalista milanese e ottimo docente di diritto penale, nonché parlamentare di Forza Italia e già presidente della commissione Giustizia alla Camera. La legge Pecorella, modificando alcuni articoli del Codice di procedura, rendeva inappellabili le assoluzioni di primo grado, tranne nel caso in cui venisse individuata una «nuova prova decisiva» a carico dell'imputato. Era un'innovazione giusta, profondamente garantista e intelligente, che traeva senso e forza anche dal diritto anglosassone. Dodici anni fa, però, la legge Pecorella fu criticata, contestata, demonizzata. Il motivo? Il solito: si riteneva potesse aiutare Silvio Berlusconi in alcune delle sue grane giudiziarie. Anche per quelle violente pressioni politiche (purtroppo accade più spesso di quanto non si creda), a partire dal 2007 la Corte costituzionale ha più volte ridimensionato la legge Pecorella, fino ad annullarla.
Così La Verità lancia questa proposta: caro ministro Bonafede, visto oggi che non esiste neanche in teoria la possibilità di un uso «ad personam» dell'inappellabilità delle assoluzioni in primo grado, perché non riprende quell'idea? Aspettiamo una cortese risposta.
Maurizio Tortorella
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Al secondo posto la candidata di Magistratura indipendente, Loredana Miccichè. Correnti di sinistra con le ossa rotte: l'ex pm stacca di 1.000 voti Rita Sanlorenzo.Per l'assegno di divorzio torna il criterio del tenore di vita che era stato abolito con la sentenza Grilli. Ma è improbabile una ricaduta sul caso di Veronica Lario e Silvio Berlusconi.Il ministro Alfonso Bonafede ha annunciato che il governo sta per mettere mano ai limiti massimi nella durata dei processi. La nostra proposta per il garantismo: niente ricorso dei pm dopo il primo grado.Lo speciale contiene tre articoliC'è voglia di cambiamento anche nella magistratura. È il risultato che emerge chiaramente dall'elezione di Piercamillo Davigo al Csm. Con un pienone di voti che lo incorona primo tra gli eletti di sempre. All'ex pm di Mani pulite oggi giudice in Cassazione, che ieri è stato in udienza tutto il giorno come nulla fosse, sono andate 2522 preferenze: un'enormità rispetto agli 8010 magistrati che sono andati a votare tra domenica e lunedì. Stacca un biglietto per il Consiglio superiore della magistratura pure Loredana Miccichè di Magistratura indipendente, eletta anche lei (con 1760 voti), nello scrutinio riservato all'elezione di due magistrati di legittimità. Resta fuori per un pelo dai seggi assegnati a Palazzo dei Marescialli, Carmelo Celentano di Unicost, la corrente della magistratura che attualmente esprime il presidente del sindacato delle toghe, l'Anm. Ma ad uscire con le ossa rotte è soprattutto Area che pure aveva mandato allo scontro un candidato di peso come Rita Sanlorenzo.Tutti eletti, invece, i quattro componenti che correvano in rappresentanza dei pubblici ministeri dove ciascuna delle quattro correnti aveva indicato un suo esponente. Ora, rispetto a questo scrutinio si dovrà solo verificare come si sono piazzati i singoli candidati. Ma l'ordine di arrivo serve solo per una conta ad uso interno: quattro erano i posti in lizza e altrettanti gli aspiranti. A completare la rosa, lo scrutinio (ancora in corso al momento di andare in stampa) che verificherà chi, tra i 13 candidati per 10 seggi disponibili da assegnare in rappresentanza della magistratura giudicante, resterà fuori dal Csm. Ma fin d'ora appare chiaro che le toghe italiane, se non altro per l'alto valore simbolico dell'elezione di Miccichè e soprattutto Davigo, sembrano virare a destra.L'una infatti è espressione di Magistratura indipendente, l'altro è il capo di Autonomia e indipendenza: entrambi sono espressione delle due correnti con un cultura della giurisdizione più distante da quella centrista di Unicost e soprattutto di Area, il cartello delle toghe di sinistra che ha come cuore pulsante Magistratura democratica. La candidata di Area, Sanlorenzo, si è piazzata ultima fermandosi a 1528 preferenze, staccata di 1000 voti rispetto a Davigo: tra i due è andata in scena per settimane una battaglia all'ultimo sangue. Sanlorenzo sapeva bene quale era il valore dello scontro che era deflagrato dopo alcune dichiarazioni del leader di Autonomia e indipendenza, tra tutte quella relativa all'andazzo preso, in fatto di nomine al Csm dove attualmente la componente più rappresentata è proprio quella di sinistra: «I consiglieri fanno come gli pare: mi aspetto la nomina di un cavallo, come fece Caligola». Immediata la reazione della maggiorente di Area che ha tuonato contro la sovraesposizione mediatica di Davigo ritenuto non solo «un magistrato con una formazione di destra». Ma soprattutto una toga «che ha sempre fatto parte del sistema, altro che homo novus». Parole grosse: mutuando da un lessico più che prosaico, si può tranquillamente affermare che, in questi mesi, sono volati gli stracci. In maniera assai irrituale per una categoria che non ha mai conosciuto prima d'ora modalità più tipiche dell'agone politico. Sempre nel collegio Cassazione, ha sfiorato di un soffio l'elezione per soli 46 voti Carmelo Celentano di Unicost con 1714 preferenze che ha dovuto cedere il secondo posto a Miccichè. Insomma, sia Area che Unicost perdono questi due seggi rispetto alla consiliatura che si concluderà il prossimo 25 settembre. Un vero e proprio ribaltone. Anche se, per dirsi tale, dovrà essere confermato dall'esisto dello scrutinio che assegnerà gli ultimi seggi riservati ai togati in attesa che il Parlamento in seduta comune elegga gli otto membri laici.Quanto ai membri togati sono state in smentite alcune previsioni della vigilia. Nonostante i numeri obiettivamente in ascesa di Autonomia e indipendenza nelle elezioni per il rinnovo dell'Associazione nazionale magistrati ormai due anni fa, le polemiche delle ultime settimane avevano lasciato ipotizzare una penalizzazione delle correnti teoricamente vicine al governo gialloverde. Da ultima quella del sottosegretario alla Gustizia del Carroccio Jacopo Marrone, che pochi giorni fa si era lasciato sfuggire una esternazione contro le toghe rosse che aveva suscitato la reazione dell'Anm, di tutte le correnti, ma pure dell'attuale vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, Giovanni Legnini. Toni altissimi anche da parte del Partito democratico che aveva chiesto al Guardasigilli, Alfonso Bonfede (del Movimento 5 stelle) di prendere le distanze da Morrone chiedendo le dimissioni del sottosegretario. Il tutto quando il clima ancora rovente per la decisione della Cassazione sul sequestro dei conti del Carroccio. Circostanza che aveva spinto Matteo Salvini a chiedere un incontro a Sergio Mattarella che dell'organo di autogoverno delle toghe è il presidente. Chissà se le polemiche hanno cambiato le intenzioni di voto dei magistrati chiamati alle urne o se le hanno solo rafforzate. Ilaria Proietti<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/davigo-e-il-primo-degli-eletti-e-il-csm-svolta-verso-destra-2585809492.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="non-conta-solo-il-reddito-la-cassazione-rivoluziona-tutte-le-regole-dellassegno-di-divorzio" data-post-id="2585809492" data-published-at="1770419088" data-use-pagination="False"> Non conta solo il reddito: la Cassazione rivoluziona tutte le regole dell’assegno di divorzio I matrimoni di interesse restano blindati, ma chi ha intenzione di divorziare dovrà dire addio anche all'idea di liberarsi del proprio ex con un assegno da pochi euro, sufficiente appena per garantirgli la sussistenza, soprattutto se quest'ultimo ha sacrificato tempo e carriera per il bene della famiglia. Dopo lo scossone arrivato un anno fa con la sentenza Grilli che aveva cancellato il principio del tenore di vita (alla base della legge sul divorzio) da garantire all'ex coniuge, ecco un nuovo verdetto della Suprema corte che lascia ampio margine ai giudici e alle capacità dei legali di valorizzare la propria parte. D'ora in poi, gli alimenti da garantire al coniuge più debole economicamente dovranno essere calcolati caso per caso e tenere conto non solo delle condizioni oggettive dei due singoli una volta divorziati, ma anche del contributo che ognuno dei due ha dato allo stile di vita vissuto in comune fino a quel momento. A stabilire i nuovi parametri sono state le Sezioni unite che hanno ritoccato il verdetto emesso il 10 maggio 2017 dalla Suprema corte (numero 11504 del 2017) che aveva rivoluzionato il diritto di famiglia, escludendo il «parametro del tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio» e introducendo con forza il «criterio dell'indipendenza o autosufficienza economica». Con quella sentenza, il matrimonio aveva smesso di essere una «sistemazione definitiva» per cacciatori di dote, ma rischiava di trasformarsi in un boomerang per chi pur non contribuendo economicamente al reddito familiare si era comunque impegnato a farlo crescere». Il verdetto riguardava il caso dell'ex ministro dell'Economia Vittorio Grilli e dell'ex moglie Lisa Caryl Lowenstein. I giudici avevano deciso che a lei, che non aveva mai lavorato, non dovesse essere garantito lo stile di vita precedente alla separazione, ma semplicemente un assegno tale da offrirle per un anno la possibilità di una dignitosa sussistenza dopo di che la donna si sarebbe dovuta trovare in lavoro in base al principio della autoresponsabilità. La decisione aveva fatto molto discutere e aveva influito anche su casi ben noti alle cronache, come il processo Berlusconi-Lario. Lo scorso novembre, infatti, l'ex moglie del Cavaliere si era vista cancellare il maxi-assegno da 1,4 milioni, dopo che la Corte d'Appello di Milano aveva applicato proprio il precedente Grilli-Lowenstein. Oggi la Corte ha sancito che la giusta via sta nel mezzo. «Il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell'unione matrimoniale» e in base alla singola storia di ogni coppia va individuato quanto il partner più forte debba garantire all'ex. Nel documento, lungo 38 pagine, si specifica che deve essere utilizzato un «criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall'ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future di ogni individuo e all'età dell'avente diritto». Restano dunque fortemente penalizzati i matrimoni di puro interesse, quelli sciolti dopo pochi mesi nella convinzione di portare a casa il malloppo, ma torneranno ad essere importanti gli emolumenti da versare all'ex coniuge nel non infrequente caso (soprattutto tra le donne) che uno dei due partner abbia deciso di rinunciare al proprio lavoro per badare ai figli e permettere al marito di fare carriera. A sollecitare l'introduzione dei nuovi parametri erano state, nei mesi scorsi, proprio le associazioni femministe, scese in campo con un appello alle Sezioni unite per chiedere la reintroduzione del principio dello stile di vita e sottolineando come l'Italia, ben lontana dall'essere un Paese paritario, conti ancora oggi «molti casi di donne che sacrificano la professione alla cura della famiglia, dei figli, spesso anche alla carriera del marito». Il principio introdotto dalla nuova sentenza è che «all'assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa», fondata «sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l'unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo». Come andrà a finire in casa Berlusconi dopo la svolta dello scorso autunno quando Veronica si era anche vista chiedere la restituzione di 45 milioni di euro? La sentenza (che in Italia fa giurisprudenza e non legge), ovviamente, non avrà alcun effetto immediato sul caso specifico. Ma tenendo conto che Lario aveva presentato ricorso, lo scorso febbraio, basando le proprie rimostranze proprio sul fatto che lei «su richiesta di Silvio Berlusconi, aveva rinunciato in giovane età alla carriera di attrice per dedicarsi interamente alla casa, alla famiglia e all'allevamento dei tre figli Barbara, Eleonora e Luigi» e che questo inevitabilmente aveva avvantaggiato chi aveva potuto dedicarsi «più liberamente e intensamente alle molteplici attività imprenditoriali e costruirsi un'immagine di capo di una famiglia felice, largamente sfruttata nella propria vita politica», le sorprese potrebbero non essere finite. 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Poi ha rilanciato una delle più antiche proposte del Movimento 5 stelle: «La riforma della prescrizione è una priorità irrinunciabile per accrescere il grado di fiducia dei cittadini nella giustizia». Equanime rispetto alle due anime del governo, il Guardasigilli grillino ha spiegato che la riforma della legittima difesa «riguarda anche la sicurezza: perché il cittadino costretto a difendersi deve sentire che lo Stato è al suo fianco». Ma ha anche preannunciato che allo studio del governo c'è «una riforma seria ed equilibrata della prescrizione», e che sta pensando di bloccarla «dopo la sentenza di primo grado». Bonafede ha lasciato capire che il suo impegno principale riguarderà proprio la prescrizione. Del resto, sospinta negli ultimi mesi dalla corrente dei magistrati più vicina a Piercamillo Davigo, l'abolizione dei limiti massimi di tempo per arrivare a una sentenza su un determinato reato è sempre stata nel cuore del Movimento 5 stelle. E infatti anche ieri il ministro ha voluto ricordare alcuni dati «sull'abnorme quantitativo di procedimenti falcidiati da questa scure»: nel 2017, ha detto Bonafede, «i procedimenti penali prescritti sono stati 125.551, cioè il 9,4% del totale, in aumento rispetto all'8,7% del 2016». Ovviamente, l'uscita preoccupa non poco gli avvocati: «Il ministro usa solo i dati che gli interessano», dice alla Verità Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione delle camere penali, «ma dovrebbe ricordarne altri: quelli che dicono che dal 2005 le prescrizioni sono in calo, e soprattutto quelli che indicano che nel 60-70% dei casi le prescrizioni intervengono durante le indagini preliminari, quando il processo è nelle mani dei pubblici ministeri». In effetti, un'abolizione secca della prescrizione probabilmente violerebbe il principio costituzionale della ragionevole durata del processo e di certo scaricherebbe tutte le inefficienze e le lungaggini del sistema sull'imputato, troppo spesso innocente (le assoluzioni definitive e con formula piena sono 90.000 all'anno). Per intenderci, non è che poi la prescrizione sia proprio una tagliola nascosta dietro l'angolo: nel caso di una bancarotta fraudolenta, ad esempio, scatta dopo 18 anni e nove mesi; per una corruzione dopo 20; e arriva dopo 25 anni per una rapina a mano armata. Lo stesso Raffaele Cantone, che prima di diventare presidente dell'Autorità anticorruzione è stato per un quarto di secolo pm antimafia, ha dichiarato che «la prescrizione è un istituto di garanzia per il sistema: che senso ha senso condannare oggi una corruzione commessa vent'anni fa?». Non hanno tutti i torti nemmeno quanti sostengono che abolire la prescrizione avrebbe il paradossale effetto di allungare ancora di più i processi penali, perché pubblici ministeri e giudici, non più assillati dalla paura di vedere finire in nulla il loro lavoro, lavorerebbero meno di quanto già non facciano. Eppure, una riforma della prescrizione è politicamente assai probabile. Nei gruppi parlamentari della Lega c'è un'ala poco garantista, cui non dispiacerebbe affatto votare per un provvedimento di quel genere. Tra l'altro, cancellare la prescrizione sarebbe (una volta tanto) una riforma a costo zero, facile da far capire all'opinione pubblica, e potentemente demagogica. Insomma, tutto lascia pensare che, nel caso in cui il ministro Bonafede riuscisse davvero a incardinare in Parlamento una legge sulla prescrizione, questa potrebbe avere vita facile e un'approvazione veloce. Per questo, la Verità coglie l'occasione per lanciare una contro-proposta al ministro Guardasigilli. Visto che Bonafede attribuisce tanta importanza alla sentenza di primo grado, e vorrebbe che i calcoli della prescrizione si bloccassero a quel punto, perché non pensare a uno «scambio», proprio su quel fondamentale scalino giudiziario? Sì al blocco della prescrizione, insomma, ma sì anche a una vecchia proposta liberale: e cioè nessun processo d'appello per chi viene assolto in primo grado. Nel febbraio 2006 ci aveva provato intensamente Gaetano Pecorella, penalista milanese e ottimo docente di diritto penale, nonché parlamentare di Forza Italia e già presidente della commissione Giustizia alla Camera. La legge Pecorella, modificando alcuni articoli del Codice di procedura, rendeva inappellabili le assoluzioni di primo grado, tranne nel caso in cui venisse individuata una «nuova prova decisiva» a carico dell'imputato. Era un'innovazione giusta, profondamente garantista e intelligente, che traeva senso e forza anche dal diritto anglosassone. Dodici anni fa, però, la legge Pecorella fu criticata, contestata, demonizzata. Il motivo? Il solito: si riteneva potesse aiutare Silvio Berlusconi in alcune delle sue grane giudiziarie. Anche per quelle violente pressioni politiche (purtroppo accade più spesso di quanto non si creda), a partire dal 2007 la Corte costituzionale ha più volte ridimensionato la legge Pecorella, fino ad annullarla. Così La Verità lancia questa proposta: caro ministro Bonafede, visto oggi che non esiste neanche in teoria la possibilità di un uso «ad personam» dell'inappellabilità delle assoluzioni in primo grado, perché non riprende quell'idea? Aspettiamo una cortese risposta. Maurizio Tortorella
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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