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2018-07-12
Davigo è il primo degli eletti e il Csm svolta verso destra
Ansa
C'è voglia di cambiamento anche nella magistratura. È il risultato che emerge chiaramente dall'elezione di Piercamillo Davigo al Csm. Con un pienone di voti che lo incorona primo tra gli eletti di sempre. All'ex pm di Mani pulite oggi giudice in Cassazione, che ieri è stato in udienza tutto il giorno come nulla fosse, sono andate 2522 preferenze: un'enormità rispetto agli 8010 magistrati che sono andati a votare tra domenica e lunedì.
Stacca un biglietto per il Consiglio superiore della magistratura pure Loredana Miccichè di Magistratura indipendente, eletta anche lei (con 1760 voti), nello scrutinio riservato all'elezione di due magistrati di legittimità. Resta fuori per un pelo dai seggi assegnati a Palazzo dei Marescialli, Carmelo Celentano di Unicost, la corrente della magistratura che attualmente esprime il presidente del sindacato delle toghe, l'Anm. Ma ad uscire con le ossa rotte è soprattutto Area che pure aveva mandato allo scontro un candidato di peso come Rita Sanlorenzo.
Tutti eletti, invece, i quattro componenti che correvano in rappresentanza dei pubblici ministeri dove ciascuna delle quattro correnti aveva indicato un suo esponente. Ora, rispetto a questo scrutinio si dovrà solo verificare come si sono piazzati i singoli candidati. Ma l'ordine di arrivo serve solo per una conta ad uso interno: quattro erano i posti in lizza e altrettanti gli aspiranti. A completare la rosa, lo scrutinio (ancora in corso al momento di andare in stampa) che verificherà chi, tra i 13 candidati per 10 seggi disponibili da assegnare in rappresentanza della magistratura giudicante, resterà fuori dal Csm. Ma fin d'ora appare chiaro che le toghe italiane, se non altro per l'alto valore simbolico dell'elezione di Miccichè e soprattutto Davigo, sembrano virare a destra.
L'una infatti è espressione di Magistratura indipendente, l'altro è il capo di Autonomia e indipendenza: entrambi sono espressione delle due correnti con un cultura della giurisdizione più distante da quella centrista di Unicost e soprattutto di Area, il cartello delle toghe di sinistra che ha come cuore pulsante Magistratura democratica.
La candidata di Area, Sanlorenzo, si è piazzata ultima fermandosi a 1528 preferenze, staccata di 1000 voti rispetto a Davigo: tra i due è andata in scena per settimane una battaglia all'ultimo sangue. Sanlorenzo sapeva bene quale era il valore dello scontro che era deflagrato dopo alcune dichiarazioni del leader di Autonomia e indipendenza, tra tutte quella relativa all'andazzo preso, in fatto di nomine al Csm dove attualmente la componente più rappresentata è proprio quella di sinistra: «I consiglieri fanno come gli pare: mi aspetto la nomina di un cavallo, come fece Caligola». Immediata la reazione della maggiorente di Area che ha tuonato contro la sovraesposizione mediatica di Davigo ritenuto non solo «un magistrato con una formazione di destra». Ma soprattutto una toga «che ha sempre fatto parte del sistema, altro che homo novus». Parole grosse: mutuando da un lessico più che prosaico, si può tranquillamente affermare che, in questi mesi, sono volati gli stracci. In maniera assai irrituale per una categoria che non ha mai conosciuto prima d'ora modalità più tipiche dell'agone politico.
Sempre nel collegio Cassazione, ha sfiorato di un soffio l'elezione per soli 46 voti Carmelo Celentano di Unicost con 1714 preferenze che ha dovuto cedere il secondo posto a Miccichè. Insomma, sia Area che Unicost perdono questi due seggi rispetto alla consiliatura che si concluderà il prossimo 25 settembre. Un vero e proprio ribaltone. Anche se, per dirsi tale, dovrà essere confermato dall'esisto dello scrutinio che assegnerà gli ultimi seggi riservati ai togati in attesa che il Parlamento in seduta comune elegga gli otto membri laici.
Quanto ai membri togati sono state in smentite alcune previsioni della vigilia. Nonostante i numeri obiettivamente in ascesa di Autonomia e indipendenza nelle elezioni per il rinnovo dell'Associazione nazionale magistrati ormai due anni fa, le polemiche delle ultime settimane avevano lasciato ipotizzare una penalizzazione delle correnti teoricamente vicine al governo gialloverde. Da ultima quella del sottosegretario alla Gustizia del Carroccio Jacopo Marrone, che pochi giorni fa si era lasciato sfuggire una esternazione contro le toghe rosse che aveva suscitato la reazione dell'Anm, di tutte le correnti, ma pure dell'attuale vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, Giovanni Legnini. Toni altissimi anche da parte del Partito democratico che aveva chiesto al Guardasigilli, Alfonso Bonfede (del Movimento 5 stelle) di prendere le distanze da Morrone chiedendo le dimissioni del sottosegretario.
Il tutto quando il clima ancora rovente per la decisione della Cassazione sul sequestro dei conti del Carroccio. Circostanza che aveva spinto Matteo Salvini a chiedere un incontro a Sergio Mattarella che dell'organo di autogoverno delle toghe è il presidente. Chissà se le polemiche hanno cambiato le intenzioni di voto dei magistrati chiamati alle urne o se le hanno solo rafforzate.
Ilaria Proietti
Non conta solo il reddito: la Cassazione rivoluziona tutte le regole dell’assegno di divorzio
I matrimoni di interesse restano blindati, ma chi ha intenzione di divorziare dovrà dire addio anche all'idea di liberarsi del proprio ex con un assegno da pochi euro, sufficiente appena per garantirgli la sussistenza, soprattutto se quest'ultimo ha sacrificato tempo e carriera per il bene della famiglia.
Dopo lo scossone arrivato un anno fa con la sentenza Grilli che aveva cancellato il principio del tenore di vita (alla base della legge sul divorzio) da garantire all'ex coniuge, ecco un nuovo verdetto della Suprema corte che lascia ampio margine ai giudici e alle capacità dei legali di valorizzare la propria parte.
D'ora in poi, gli alimenti da garantire al coniuge più debole economicamente dovranno essere calcolati caso per caso e tenere conto non solo delle condizioni oggettive dei due singoli una volta divorziati, ma anche del contributo che ognuno dei due ha dato allo stile di vita vissuto in comune fino a quel momento.
A stabilire i nuovi parametri sono state le Sezioni unite che hanno ritoccato il verdetto emesso il 10 maggio 2017 dalla Suprema corte (numero 11504 del 2017) che aveva rivoluzionato il diritto di famiglia, escludendo il «parametro del tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio» e introducendo con forza il «criterio dell'indipendenza o autosufficienza economica».
Con quella sentenza, il matrimonio aveva smesso di essere una «sistemazione definitiva» per cacciatori di dote, ma rischiava di trasformarsi in un boomerang per chi pur non contribuendo economicamente al reddito familiare si era comunque impegnato a farlo crescere».
Il verdetto riguardava il caso dell'ex ministro dell'Economia Vittorio Grilli e dell'ex moglie Lisa Caryl Lowenstein. I giudici avevano deciso che a lei, che non aveva mai lavorato, non dovesse essere garantito lo stile di vita precedente alla separazione, ma semplicemente un assegno tale da offrirle per un anno la possibilità di una dignitosa sussistenza dopo di che la donna si sarebbe dovuta trovare in lavoro in base al principio della autoresponsabilità.
La decisione aveva fatto molto discutere e aveva influito anche su casi ben noti alle cronache, come il processo Berlusconi-Lario. Lo scorso novembre, infatti, l'ex moglie del Cavaliere si era vista cancellare il maxi-assegno da 1,4 milioni, dopo che la Corte d'Appello di Milano aveva applicato proprio il precedente Grilli-Lowenstein.
Oggi la Corte ha sancito che la giusta via sta nel mezzo. «Il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell'unione matrimoniale» e in base alla singola storia di ogni coppia va individuato quanto il partner più forte debba garantire all'ex.
Nel documento, lungo 38 pagine, si specifica che deve essere utilizzato un «criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall'ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future di ogni individuo e all'età dell'avente diritto».
Restano dunque fortemente penalizzati i matrimoni di puro interesse, quelli sciolti dopo pochi mesi nella convinzione di portare a casa il malloppo, ma torneranno ad essere importanti gli emolumenti da versare all'ex coniuge nel non infrequente caso (soprattutto tra le donne) che uno dei due partner abbia deciso di rinunciare al proprio lavoro per badare ai figli e permettere al marito di fare carriera.
A sollecitare l'introduzione dei nuovi parametri erano state, nei mesi scorsi, proprio le associazioni femministe, scese in campo con un appello alle Sezioni unite per chiedere la reintroduzione del principio dello stile di vita e sottolineando come l'Italia, ben lontana dall'essere un Paese paritario, conti ancora oggi «molti casi di donne che sacrificano la professione alla cura della famiglia, dei figli, spesso anche alla carriera del marito».
Il principio introdotto dalla nuova sentenza è che «all'assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa», fondata «sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l'unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo».
Come andrà a finire in casa Berlusconi dopo la svolta dello scorso autunno quando Veronica si era anche vista chiedere la restituzione di 45 milioni di euro? La sentenza (che in Italia fa giurisprudenza e non legge), ovviamente, non avrà alcun effetto immediato sul caso specifico. Ma tenendo conto che Lario aveva presentato ricorso, lo scorso febbraio, basando le proprie rimostranze proprio sul fatto che lei «su richiesta di Silvio Berlusconi, aveva rinunciato in giovane età alla carriera di attrice per dedicarsi interamente alla casa, alla famiglia e all'allevamento dei tre figli Barbara, Eleonora e Luigi» e che questo inevitabilmente aveva avvantaggiato chi aveva potuto dedicarsi «più liberamente e intensamente alle molteplici attività imprenditoriali e costruirsi un'immagine di capo di una famiglia felice, largamente sfruttata nella propria vita politica», le sorprese potrebbero non essere finite.
Alessia Pedrielli
Arriva la riforma della prescrizione. Ma allora lasciamo in pace gli assolti
Due bandiere, una blu e una gialla. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, le ha sventolate ieri nella prima audizione in Senato. Prima ha fatto sua una delle più tradizionali battaglie della Lega: «Riformare la legittima difesa, eliminando tutte le zone d'ombra che oggi rendono difficile e complicato dimostrare che si è agito solo per difendersi». Poi ha rilanciato una delle più antiche proposte del Movimento 5 stelle: «La riforma della prescrizione è una priorità irrinunciabile per accrescere il grado di fiducia dei cittadini nella giustizia».
Equanime rispetto alle due anime del governo, il Guardasigilli grillino ha spiegato che la riforma della legittima difesa «riguarda anche la sicurezza: perché il cittadino costretto a difendersi deve sentire che lo Stato è al suo fianco». Ma ha anche preannunciato che allo studio del governo c'è «una riforma seria ed equilibrata della prescrizione», e che sta pensando di bloccarla «dopo la sentenza di primo grado».
Bonafede ha lasciato capire che il suo impegno principale riguarderà proprio la prescrizione. Del resto, sospinta negli ultimi mesi dalla corrente dei magistrati più vicina a Piercamillo Davigo, l'abolizione dei limiti massimi di tempo per arrivare a una sentenza su un determinato reato è sempre stata nel cuore del Movimento 5 stelle. E infatti anche ieri il ministro ha voluto ricordare alcuni dati «sull'abnorme quantitativo di procedimenti falcidiati da questa scure»: nel 2017, ha detto Bonafede, «i procedimenti penali prescritti sono stati 125.551, cioè il 9,4% del totale, in aumento rispetto all'8,7% del 2016».
Ovviamente, l'uscita preoccupa non poco gli avvocati: «Il ministro usa solo i dati che gli interessano», dice alla Verità Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione delle camere penali, «ma dovrebbe ricordarne altri: quelli che dicono che dal 2005 le prescrizioni sono in calo, e soprattutto quelli che indicano che nel 60-70% dei casi le prescrizioni intervengono durante le indagini preliminari, quando il processo è nelle mani dei pubblici ministeri».
In effetti, un'abolizione secca della prescrizione probabilmente violerebbe il principio costituzionale della ragionevole durata del processo e di certo scaricherebbe tutte le inefficienze e le lungaggini del sistema sull'imputato, troppo spesso innocente (le assoluzioni definitive e con formula piena sono 90.000 all'anno). Per intenderci, non è che poi la prescrizione sia proprio una tagliola nascosta dietro l'angolo: nel caso di una bancarotta fraudolenta, ad esempio, scatta dopo 18 anni e nove mesi; per una corruzione dopo 20; e arriva dopo 25 anni per una rapina a mano armata.
Lo stesso Raffaele Cantone, che prima di diventare presidente dell'Autorità anticorruzione è stato per un quarto di secolo pm antimafia, ha dichiarato che «la prescrizione è un istituto di garanzia per il sistema: che senso ha senso condannare oggi una corruzione commessa vent'anni fa?». Non hanno tutti i torti nemmeno quanti sostengono che abolire la prescrizione avrebbe il paradossale effetto di allungare ancora di più i processi penali, perché pubblici ministeri e giudici, non più assillati dalla paura di vedere finire in nulla il loro lavoro, lavorerebbero meno di quanto già non facciano.
Eppure, una riforma della prescrizione è politicamente assai probabile. Nei gruppi parlamentari della Lega c'è un'ala poco garantista, cui non dispiacerebbe affatto votare per un provvedimento di quel genere. Tra l'altro, cancellare la prescrizione sarebbe (una volta tanto) una riforma a costo zero, facile da far capire all'opinione pubblica, e potentemente demagogica. Insomma, tutto lascia pensare che, nel caso in cui il ministro Bonafede riuscisse davvero a incardinare in Parlamento una legge sulla prescrizione, questa potrebbe avere vita facile e un'approvazione veloce.
Per questo, la Verità coglie l'occasione per lanciare una contro-proposta al ministro Guardasigilli. Visto che Bonafede attribuisce tanta importanza alla sentenza di primo grado, e vorrebbe che i calcoli della prescrizione si bloccassero a quel punto, perché non pensare a uno «scambio», proprio su quel fondamentale scalino giudiziario? Sì al blocco della prescrizione, insomma, ma sì anche a una vecchia proposta liberale: e cioè nessun processo d'appello per chi viene assolto in primo grado.
Nel febbraio 2006 ci aveva provato intensamente Gaetano Pecorella, penalista milanese e ottimo docente di diritto penale, nonché parlamentare di Forza Italia e già presidente della commissione Giustizia alla Camera. La legge Pecorella, modificando alcuni articoli del Codice di procedura, rendeva inappellabili le assoluzioni di primo grado, tranne nel caso in cui venisse individuata una «nuova prova decisiva» a carico dell'imputato. Era un'innovazione giusta, profondamente garantista e intelligente, che traeva senso e forza anche dal diritto anglosassone. Dodici anni fa, però, la legge Pecorella fu criticata, contestata, demonizzata. Il motivo? Il solito: si riteneva potesse aiutare Silvio Berlusconi in alcune delle sue grane giudiziarie. Anche per quelle violente pressioni politiche (purtroppo accade più spesso di quanto non si creda), a partire dal 2007 la Corte costituzionale ha più volte ridimensionato la legge Pecorella, fino ad annullarla.
Così La Verità lancia questa proposta: caro ministro Bonafede, visto oggi che non esiste neanche in teoria la possibilità di un uso «ad personam» dell'inappellabilità delle assoluzioni in primo grado, perché non riprende quell'idea? Aspettiamo una cortese risposta.
Maurizio Tortorella
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Al secondo posto la candidata di Magistratura indipendente, Loredana Miccichè. Correnti di sinistra con le ossa rotte: l'ex pm stacca di 1.000 voti Rita Sanlorenzo.Per l'assegno di divorzio torna il criterio del tenore di vita che era stato abolito con la sentenza Grilli. Ma è improbabile una ricaduta sul caso di Veronica Lario e Silvio Berlusconi.Il ministro Alfonso Bonafede ha annunciato che il governo sta per mettere mano ai limiti massimi nella durata dei processi. La nostra proposta per il garantismo: niente ricorso dei pm dopo il primo grado.Lo speciale contiene tre articoliC'è voglia di cambiamento anche nella magistratura. È il risultato che emerge chiaramente dall'elezione di Piercamillo Davigo al Csm. Con un pienone di voti che lo incorona primo tra gli eletti di sempre. All'ex pm di Mani pulite oggi giudice in Cassazione, che ieri è stato in udienza tutto il giorno come nulla fosse, sono andate 2522 preferenze: un'enormità rispetto agli 8010 magistrati che sono andati a votare tra domenica e lunedì. Stacca un biglietto per il Consiglio superiore della magistratura pure Loredana Miccichè di Magistratura indipendente, eletta anche lei (con 1760 voti), nello scrutinio riservato all'elezione di due magistrati di legittimità. Resta fuori per un pelo dai seggi assegnati a Palazzo dei Marescialli, Carmelo Celentano di Unicost, la corrente della magistratura che attualmente esprime il presidente del sindacato delle toghe, l'Anm. Ma ad uscire con le ossa rotte è soprattutto Area che pure aveva mandato allo scontro un candidato di peso come Rita Sanlorenzo.Tutti eletti, invece, i quattro componenti che correvano in rappresentanza dei pubblici ministeri dove ciascuna delle quattro correnti aveva indicato un suo esponente. Ora, rispetto a questo scrutinio si dovrà solo verificare come si sono piazzati i singoli candidati. Ma l'ordine di arrivo serve solo per una conta ad uso interno: quattro erano i posti in lizza e altrettanti gli aspiranti. A completare la rosa, lo scrutinio (ancora in corso al momento di andare in stampa) che verificherà chi, tra i 13 candidati per 10 seggi disponibili da assegnare in rappresentanza della magistratura giudicante, resterà fuori dal Csm. Ma fin d'ora appare chiaro che le toghe italiane, se non altro per l'alto valore simbolico dell'elezione di Miccichè e soprattutto Davigo, sembrano virare a destra.L'una infatti è espressione di Magistratura indipendente, l'altro è il capo di Autonomia e indipendenza: entrambi sono espressione delle due correnti con un cultura della giurisdizione più distante da quella centrista di Unicost e soprattutto di Area, il cartello delle toghe di sinistra che ha come cuore pulsante Magistratura democratica. La candidata di Area, Sanlorenzo, si è piazzata ultima fermandosi a 1528 preferenze, staccata di 1000 voti rispetto a Davigo: tra i due è andata in scena per settimane una battaglia all'ultimo sangue. Sanlorenzo sapeva bene quale era il valore dello scontro che era deflagrato dopo alcune dichiarazioni del leader di Autonomia e indipendenza, tra tutte quella relativa all'andazzo preso, in fatto di nomine al Csm dove attualmente la componente più rappresentata è proprio quella di sinistra: «I consiglieri fanno come gli pare: mi aspetto la nomina di un cavallo, come fece Caligola». Immediata la reazione della maggiorente di Area che ha tuonato contro la sovraesposizione mediatica di Davigo ritenuto non solo «un magistrato con una formazione di destra». Ma soprattutto una toga «che ha sempre fatto parte del sistema, altro che homo novus». Parole grosse: mutuando da un lessico più che prosaico, si può tranquillamente affermare che, in questi mesi, sono volati gli stracci. In maniera assai irrituale per una categoria che non ha mai conosciuto prima d'ora modalità più tipiche dell'agone politico. Sempre nel collegio Cassazione, ha sfiorato di un soffio l'elezione per soli 46 voti Carmelo Celentano di Unicost con 1714 preferenze che ha dovuto cedere il secondo posto a Miccichè. Insomma, sia Area che Unicost perdono questi due seggi rispetto alla consiliatura che si concluderà il prossimo 25 settembre. Un vero e proprio ribaltone. Anche se, per dirsi tale, dovrà essere confermato dall'esisto dello scrutinio che assegnerà gli ultimi seggi riservati ai togati in attesa che il Parlamento in seduta comune elegga gli otto membri laici.Quanto ai membri togati sono state in smentite alcune previsioni della vigilia. Nonostante i numeri obiettivamente in ascesa di Autonomia e indipendenza nelle elezioni per il rinnovo dell'Associazione nazionale magistrati ormai due anni fa, le polemiche delle ultime settimane avevano lasciato ipotizzare una penalizzazione delle correnti teoricamente vicine al governo gialloverde. Da ultima quella del sottosegretario alla Gustizia del Carroccio Jacopo Marrone, che pochi giorni fa si era lasciato sfuggire una esternazione contro le toghe rosse che aveva suscitato la reazione dell'Anm, di tutte le correnti, ma pure dell'attuale vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, Giovanni Legnini. Toni altissimi anche da parte del Partito democratico che aveva chiesto al Guardasigilli, Alfonso Bonfede (del Movimento 5 stelle) di prendere le distanze da Morrone chiedendo le dimissioni del sottosegretario. Il tutto quando il clima ancora rovente per la decisione della Cassazione sul sequestro dei conti del Carroccio. Circostanza che aveva spinto Matteo Salvini a chiedere un incontro a Sergio Mattarella che dell'organo di autogoverno delle toghe è il presidente. Chissà se le polemiche hanno cambiato le intenzioni di voto dei magistrati chiamati alle urne o se le hanno solo rafforzate. Ilaria Proietti<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/davigo-e-il-primo-degli-eletti-e-il-csm-svolta-verso-destra-2585809492.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="non-conta-solo-il-reddito-la-cassazione-rivoluziona-tutte-le-regole-dellassegno-di-divorzio" data-post-id="2585809492" data-published-at="1778878312" data-use-pagination="False"> Non conta solo il reddito: la Cassazione rivoluziona tutte le regole dell’assegno di divorzio I matrimoni di interesse restano blindati, ma chi ha intenzione di divorziare dovrà dire addio anche all'idea di liberarsi del proprio ex con un assegno da pochi euro, sufficiente appena per garantirgli la sussistenza, soprattutto se quest'ultimo ha sacrificato tempo e carriera per il bene della famiglia. Dopo lo scossone arrivato un anno fa con la sentenza Grilli che aveva cancellato il principio del tenore di vita (alla base della legge sul divorzio) da garantire all'ex coniuge, ecco un nuovo verdetto della Suprema corte che lascia ampio margine ai giudici e alle capacità dei legali di valorizzare la propria parte. D'ora in poi, gli alimenti da garantire al coniuge più debole economicamente dovranno essere calcolati caso per caso e tenere conto non solo delle condizioni oggettive dei due singoli una volta divorziati, ma anche del contributo che ognuno dei due ha dato allo stile di vita vissuto in comune fino a quel momento. A stabilire i nuovi parametri sono state le Sezioni unite che hanno ritoccato il verdetto emesso il 10 maggio 2017 dalla Suprema corte (numero 11504 del 2017) che aveva rivoluzionato il diritto di famiglia, escludendo il «parametro del tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio» e introducendo con forza il «criterio dell'indipendenza o autosufficienza economica». Con quella sentenza, il matrimonio aveva smesso di essere una «sistemazione definitiva» per cacciatori di dote, ma rischiava di trasformarsi in un boomerang per chi pur non contribuendo economicamente al reddito familiare si era comunque impegnato a farlo crescere». Il verdetto riguardava il caso dell'ex ministro dell'Economia Vittorio Grilli e dell'ex moglie Lisa Caryl Lowenstein. I giudici avevano deciso che a lei, che non aveva mai lavorato, non dovesse essere garantito lo stile di vita precedente alla separazione, ma semplicemente un assegno tale da offrirle per un anno la possibilità di una dignitosa sussistenza dopo di che la donna si sarebbe dovuta trovare in lavoro in base al principio della autoresponsabilità. La decisione aveva fatto molto discutere e aveva influito anche su casi ben noti alle cronache, come il processo Berlusconi-Lario. Lo scorso novembre, infatti, l'ex moglie del Cavaliere si era vista cancellare il maxi-assegno da 1,4 milioni, dopo che la Corte d'Appello di Milano aveva applicato proprio il precedente Grilli-Lowenstein. Oggi la Corte ha sancito che la giusta via sta nel mezzo. «Il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell'unione matrimoniale» e in base alla singola storia di ogni coppia va individuato quanto il partner più forte debba garantire all'ex. Nel documento, lungo 38 pagine, si specifica che deve essere utilizzato un «criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall'ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future di ogni individuo e all'età dell'avente diritto». Restano dunque fortemente penalizzati i matrimoni di puro interesse, quelli sciolti dopo pochi mesi nella convinzione di portare a casa il malloppo, ma torneranno ad essere importanti gli emolumenti da versare all'ex coniuge nel non infrequente caso (soprattutto tra le donne) che uno dei due partner abbia deciso di rinunciare al proprio lavoro per badare ai figli e permettere al marito di fare carriera. A sollecitare l'introduzione dei nuovi parametri erano state, nei mesi scorsi, proprio le associazioni femministe, scese in campo con un appello alle Sezioni unite per chiedere la reintroduzione del principio dello stile di vita e sottolineando come l'Italia, ben lontana dall'essere un Paese paritario, conti ancora oggi «molti casi di donne che sacrificano la professione alla cura della famiglia, dei figli, spesso anche alla carriera del marito». Il principio introdotto dalla nuova sentenza è che «all'assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa», fondata «sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l'unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo». Come andrà a finire in casa Berlusconi dopo la svolta dello scorso autunno quando Veronica si era anche vista chiedere la restituzione di 45 milioni di euro? La sentenza (che in Italia fa giurisprudenza e non legge), ovviamente, non avrà alcun effetto immediato sul caso specifico. Ma tenendo conto che Lario aveva presentato ricorso, lo scorso febbraio, basando le proprie rimostranze proprio sul fatto che lei «su richiesta di Silvio Berlusconi, aveva rinunciato in giovane età alla carriera di attrice per dedicarsi interamente alla casa, alla famiglia e all'allevamento dei tre figli Barbara, Eleonora e Luigi» e che questo inevitabilmente aveva avvantaggiato chi aveva potuto dedicarsi «più liberamente e intensamente alle molteplici attività imprenditoriali e costruirsi un'immagine di capo di una famiglia felice, largamente sfruttata nella propria vita politica», le sorprese potrebbero non essere finite. 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Poi ha rilanciato una delle più antiche proposte del Movimento 5 stelle: «La riforma della prescrizione è una priorità irrinunciabile per accrescere il grado di fiducia dei cittadini nella giustizia». Equanime rispetto alle due anime del governo, il Guardasigilli grillino ha spiegato che la riforma della legittima difesa «riguarda anche la sicurezza: perché il cittadino costretto a difendersi deve sentire che lo Stato è al suo fianco». Ma ha anche preannunciato che allo studio del governo c'è «una riforma seria ed equilibrata della prescrizione», e che sta pensando di bloccarla «dopo la sentenza di primo grado». Bonafede ha lasciato capire che il suo impegno principale riguarderà proprio la prescrizione. Del resto, sospinta negli ultimi mesi dalla corrente dei magistrati più vicina a Piercamillo Davigo, l'abolizione dei limiti massimi di tempo per arrivare a una sentenza su un determinato reato è sempre stata nel cuore del Movimento 5 stelle. E infatti anche ieri il ministro ha voluto ricordare alcuni dati «sull'abnorme quantitativo di procedimenti falcidiati da questa scure»: nel 2017, ha detto Bonafede, «i procedimenti penali prescritti sono stati 125.551, cioè il 9,4% del totale, in aumento rispetto all'8,7% del 2016». Ovviamente, l'uscita preoccupa non poco gli avvocati: «Il ministro usa solo i dati che gli interessano», dice alla Verità Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione delle camere penali, «ma dovrebbe ricordarne altri: quelli che dicono che dal 2005 le prescrizioni sono in calo, e soprattutto quelli che indicano che nel 60-70% dei casi le prescrizioni intervengono durante le indagini preliminari, quando il processo è nelle mani dei pubblici ministeri». In effetti, un'abolizione secca della prescrizione probabilmente violerebbe il principio costituzionale della ragionevole durata del processo e di certo scaricherebbe tutte le inefficienze e le lungaggini del sistema sull'imputato, troppo spesso innocente (le assoluzioni definitive e con formula piena sono 90.000 all'anno). Per intenderci, non è che poi la prescrizione sia proprio una tagliola nascosta dietro l'angolo: nel caso di una bancarotta fraudolenta, ad esempio, scatta dopo 18 anni e nove mesi; per una corruzione dopo 20; e arriva dopo 25 anni per una rapina a mano armata. Lo stesso Raffaele Cantone, che prima di diventare presidente dell'Autorità anticorruzione è stato per un quarto di secolo pm antimafia, ha dichiarato che «la prescrizione è un istituto di garanzia per il sistema: che senso ha senso condannare oggi una corruzione commessa vent'anni fa?». Non hanno tutti i torti nemmeno quanti sostengono che abolire la prescrizione avrebbe il paradossale effetto di allungare ancora di più i processi penali, perché pubblici ministeri e giudici, non più assillati dalla paura di vedere finire in nulla il loro lavoro, lavorerebbero meno di quanto già non facciano. Eppure, una riforma della prescrizione è politicamente assai probabile. Nei gruppi parlamentari della Lega c'è un'ala poco garantista, cui non dispiacerebbe affatto votare per un provvedimento di quel genere. Tra l'altro, cancellare la prescrizione sarebbe (una volta tanto) una riforma a costo zero, facile da far capire all'opinione pubblica, e potentemente demagogica. Insomma, tutto lascia pensare che, nel caso in cui il ministro Bonafede riuscisse davvero a incardinare in Parlamento una legge sulla prescrizione, questa potrebbe avere vita facile e un'approvazione veloce. Per questo, la Verità coglie l'occasione per lanciare una contro-proposta al ministro Guardasigilli. Visto che Bonafede attribuisce tanta importanza alla sentenza di primo grado, e vorrebbe che i calcoli della prescrizione si bloccassero a quel punto, perché non pensare a uno «scambio», proprio su quel fondamentale scalino giudiziario? Sì al blocco della prescrizione, insomma, ma sì anche a una vecchia proposta liberale: e cioè nessun processo d'appello per chi viene assolto in primo grado. Nel febbraio 2006 ci aveva provato intensamente Gaetano Pecorella, penalista milanese e ottimo docente di diritto penale, nonché parlamentare di Forza Italia e già presidente della commissione Giustizia alla Camera. La legge Pecorella, modificando alcuni articoli del Codice di procedura, rendeva inappellabili le assoluzioni di primo grado, tranne nel caso in cui venisse individuata una «nuova prova decisiva» a carico dell'imputato. Era un'innovazione giusta, profondamente garantista e intelligente, che traeva senso e forza anche dal diritto anglosassone. Dodici anni fa, però, la legge Pecorella fu criticata, contestata, demonizzata. Il motivo? Il solito: si riteneva potesse aiutare Silvio Berlusconi in alcune delle sue grane giudiziarie. Anche per quelle violente pressioni politiche (purtroppo accade più spesso di quanto non si creda), a partire dal 2007 la Corte costituzionale ha più volte ridimensionato la legge Pecorella, fino ad annullarla. Così La Verità lancia questa proposta: caro ministro Bonafede, visto oggi che non esiste neanche in teoria la possibilità di un uso «ad personam» dell'inappellabilità delle assoluzioni in primo grado, perché non riprende quell'idea? Aspettiamo una cortese risposta. Maurizio Tortorella
Monica Montefalcone (Ansa)
Ieri le squadre di soccorso nell’arcipelago hanno recuperato il primo corpo, quello di Gianluca Benedetti. Ancora disperse, invece, le altre quattro vittime di quello che le autorità locali hanno definito il più grave incidente subacqueo nella storia del Paese. Le immersioni di soccorso, considerate di per sé ad alto rischio, sono state interrotte per il maltempo dopo l’una di ieri e riprenderanno oggi.
Dopo il ritrovamento del corpo di Benedetti, il presidente delle Maldive Mohamed Muizzu, ha espresso su X «le nostre più sentite condoglianze a Sergio Mattarella e al popolo italiano per il tragico incidente». «Siamo profondamente addolorati per questa tragedia», ha detto Muizzu, «e i nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolti alle famiglie del cittadino italiano deceduto, ai quattro italiani dispersi e a tutti coloro che sono stati colpiti da questo evento. La ricerca dei quattro subacquei ancora dispersi rimane la nostra massima priorità e il governo delle Maldive ringrazia l’Italia per il supporto fornito alle vaste operazioni di recupero in corso».
Sui dettagli delle ricerche è intervenuto portavoce del governo, Mohamed Hussain Shareef, che ha dichiarato che le autorità hanno delimitato l’area di ricerca e che riprenderanno le operazioni non appena le condizioni meteorologiche miglioreranno. Si ritiene che le vittime siano intrappolate all’interno di una grotta a una profondità di 62 metri. «Le condizioni meteorologiche non sono ideali per le immersioni e il mare è molto agitato. Abbiamo inviato nella zona la nostra nave più grande della Guardia costiera e anche i diplomatici italiani sono sul posto», ha dichiarato Shareef. Ha aggiunto che ai turisti non è consentito immergersi al di sotto dei 30 metri. «Verrà avviata un’indagine separata per accertare come questi subacquei siano finiti al di sotto della profondità consentita, ma al momento la nostra priorità è la ricerca e il salvataggio», ha concluso Shareef.
Intanto, anche la Procura di Roma ha fatto sapere che aprirà un fascicolo di indagine in relazione al decesso di cinque cittadini italiani durante un’immersione nel mare delle Maldive. Formalmente i pm capitolini attendono la comunicazione del consolato e, a quel punto, affideranno una delega di indagine per compiere tutti gli accertamenti necessari a stabilire le cause dei decessi. «Il tempo ieri (giovedì, ndr) al momento dell’immersione era bello, il mare non era perturbato e la visibilità ottima», ha raccontato all’Ansa una delle persone a bordo della safari boat Duke of York da cui si sono tuffati i cinque italiani morti durante l’immersione alle grotte di Alimathà. «Non abbiamo idea di cosa possa essere successo in quegli antri», ha aggiunto, «è presto per fare ipotesi. Bisogna ancora recuperare quattro corpi. Stiamo bene ma sotto choc».
«Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto 5.000 immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà»: Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone, ha appena finito di parlare con l’ambasciata. La figlia Giorgia si doveva laureare tra un mese, laurea triennale di Ingegneria biomedica. Quando ieri ha ricevuto la telefonata dall’ambasciata «mi sono crollate le gambe. E da lì non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui». Il marito spera che ritrovino i corpi anche perché «di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo».
In una nota, la Farnesina ha rassicurato sulle condizioni degli altri 20 italiani a bordo del Duke of York che hanno partecipato alla spedizione insieme ai cinque connazionali deceduti. L’ambasciata d’Italia a Colombo sta offrendo loro assistenza e ha preso contatto con la Mezzaluna rossa che si è offerta di inviare volontari addestrati a offrire primo soccorso psicologico per gli italiani ancora a bordo del battello tra cui non si registrano feriti.
Tuttavia, a causa del maltempo, non è chiaro se i soccorritori potranno raggiungere la barca, che intanto si è spostata in cerca di un approdo sicuro, in attesa dl miglioramento delle condizioni meteo per poter fare rientro a Malè. La sede diplomatica è anche in contatto con il gruppo Dan, compagnia assicurativa specializzata in copertura dei subacquei. Dan ha in programma di coordinarsi con le autorità locali per dare supporto sia alle operazioni di recupero delle salme, sia per il rimpatrio delle stesse.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, segue da vicino situazione connazionali alle Maldive e ha dato indicazioni all’ambasciata e al consolato di tenersi in stretto contatto con le autorità locali. L’isola Alimathà, il luogo delle Maldive dove sono morti i cinque italiani, fa parte dell’atollo di Vaavu, a circa un’ora di motoscafo o 20 minuti di idrovolante dalla capitale Malè.
L’ambasciatore Italiano alle Maldive, Damiano Francovigh, intervistato dalla trasmissione di Rete 4 Diario del giorno, ha spiegato: «La grotta consiste in tre ambienti successivi: sono riusciti (i soccorritori, ndr) a raggiungere i primi due ma non il terzo. Nei primi due non sono riusciti a intravedere i corpi dei connazionali. Anche domani (oggi, ndr) cercheranno di fare un’ulteriore immersione, hanno garantito che domani dovrebbero riuscire a raggiungere l’ultimo degli ambienti quindi verosimilmente vedere i corpi dei nostri connazionali».
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Impossibile quindi? Non proprio. Ed è qui che entra in gioco, anche se sarebbe meglio dire in scena, la nuova Sv Ultra, che rappresenta l’apice del lusso e della distinzione Range Rover, fondendo con eleganza finiture di altissimo livello con tecnologie audio uniche al mondo, per arricchire il legame tra comfort, benessere ed esperienza d’ascolto.
Quest’auto, nella storia di Range Rover, rappresenta un vero e proprio primato visto che si tratta dell’auto più lussuosa e tecnologicamente avanzata di sempre realizzata da questa casa automobilistica. La gamma di tecnologie audio coinvolgenti della Range Rover Sv Ultra, infatti, include il rivoluzionario sistema Sv Electrostatic Sound, che trasforma l’abitacolo in una sala da concerto, affiancato dai Body and Soul Seats (Bass) e dal Sensory Haptic Floor.
Uno dei tanti punti forti di quest’auto è il design. La carrozzeria della Range Rover SV Ultra è disponibile in una vasta scelta di colori e introduce il Titan Silver, esclusivo della Sv Ultra, grazie alla sua formulazione dedicata. Come spiega la casa automobilistica, «questa nuova tinta incarna una rappresentazione sofisticata dell’autentico metallo in forma liquida». Ma come si realizza questo colore così particolare? Il Titan Silver utilizza fini lamelle di alluminio reale e una tecnologia avanzata dei pigmenti per creare una superficie luminosa e altamente riflettente, con una qualità iridescente e simile a uno specchio. Il risultato? Una finitura che si distingue per la sua unicità e la sua lavorazione meticolosa. Gli accenti Satin Platinum Atlas e Silver Chrome valorizzano poi la finitura esterna Titan Silver, esaltando la griglia e la grafica laterale, mentre i cerchi in lega da 23" sono rifiniti con inserti Satin Platinum e nuovi coprimozzi Range Rover.
C’è poi l’interno, dove la Sv Ultra svela un nuovo ed esclusivo abitacolo bicolore nelle tonalità chiare in Ultrafabrics™ Orchid White e Cinder Grey, che coniuga l’innovazione avanzata dei materiali con un’atmosfera serena e improntata al design. I sedili presentano per la prima volta un intricato nuovo motivo a mosaico lavorato al laser, applicato sulle sezioni superiori sagomate e ripreso negli inserti e negli schienali per creare un trattamento superficiale unitario e altamente dettagliato.
Un nuovo intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo una texture delicata e una profondità materica attraverso la sua naturale armonia strutturale. Grazie poi a una tecnica brevettata che ne preserva le caratteristiche naturali, la venatura unica dell’intarsio è valorizzata da una tinta Orchid White che ne esalta la texture a poro aperto e la forma lineare. La sua struttura cellulare tubolare consente tagli precisi in sezione trasversale che assorbono il colorante, creando una tonalità calda derivata dalle resine naturali del materiale. Per la SV Ultra, l’intarsio è rifinito in una tonalità più chiara per conferire un aspetto più contemporaneo. Si estende sotto il singolo touchscreen e prosegue nell’abitacolo fino al Club Table elettrico nella parte posteriore, nonché allo sportello motorizzato del vano refrigerante integrato.
La caratteristica finitura in ceramica bianco lucido di Range Rover SV prosegue il tema chiaro, affiancata da altoparlanti SV Orchid Pearl abbinati al colore, cinture di sicurezza Orchid White e pedane con marchio SV Ultra.
Un nuovo cuscino decorativo allungato incorpora il tessile Kvadrat remix, un’alternativa alla pelle realizzata con un mix durevole di lana e poliestere riciclato, che offre una forma morbida e contemporanea accuratamente ottimizzata per il comfort.
Phoebe Lindsay, Range Rover Materiality Manager, ha dichiarato: «Sv Ultra rappresenta la nostra interpretazione più modernista della materialità, coniugando linee pulite con una palette neutra attentamente bilanciata e un uso disciplinato dei materiali naturali. La scelta di Ultrafabrics™ rispetto alla pelle è stata intenzionale: la sua morbidezza ingegnerizzata consente il raffinato motivo lavorato al laser e la complessa perforazione che caratterizzano l’interno. L’intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo un’espressione materica completamente nuova, con il suo poro aperto naturale e il rivestimento chiaro che aumentano la luminosità visiva e rafforzano un senso di design calmo e coerente».
Infine, la Range Rover Sv Ultra porta alla perfezione acustica dei migliori posti di una sala da concerto, introducendo per la prima volta in assoluto la tecnologia audio elettrostatica ad alta fedeltà a bordo di un veicolo. Il nuovo sistema SV Electrostatic Sound (disponibile come optional esclusivamente sui modelli SV) garantisce che ogni nota armoniosa e ogni dettaglio nitido pongano l’occupante al cuore di ogni performance, riproducendo la musica fedelmente come l’artista aveva concepito.
La Range Rover Sv Ultra sarà disponibile con una scelta tra la motorizzazione ibrida plug-in P550e e il V8 P540”. Una versione completamente elettrica arriverà entro la fine dell’anno.
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Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
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Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.