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2019-07-25
Dall’Iran decolla un’altra grana per Toninelli
Ansa
Non c'è soltanto la questione della Tav a dividere il governo gialloblù e a mettere in difficoltà Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti ancor più in bilico dopo la scelta del presidente Giuseppe Conte di realizzare la Torino-Lione. Ci sono anche i voli della Mahan Air, compagnia aerea iraniana vicina ai Pasdaran, sotto sanzioni dal 2011 da parte degli Stati Uniti per appoggio al terrorismo e alla proliferazione nucleare, e per le stesse ragioni recentemente bandita da Germania e Francia.
Dal 2 luglio, la compagnia, che dal 2012 ha un ruolo centrale in Siria a difesa e supporto di Bashar Al Assad, ha aumentato il numero di voli diretti da Teheran all'Italia. E a rimetterci rischia di essere Matteo Salvini, l'interlocutore privilegiato dall'amministrazione Trump, che nella sua recente visita negli Stati Uniti aveva cercato di rassicurare il segretario di Stato, Mike Pompeo, sulla politica estera italiana. In particolare sui dossier Cina, Russia, Venezuela e Iran, dove i due partiti di governo, la Lega di Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio, appaiono quasi agli antipodi.
Ad accendere i riflettori sulla questione è stata martedì La Stampa, sottolineando le preoccupazioni degli Stati Uniti, impegnati in una strategia di «massima pressione» sul regime di Teheran dopo la decisione del presidente Donald Trump di uscire dall'accordo nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore, Barack Obama e le recenti tensioni sulle petroliere nel Golfo Persico, che hanno coinvolto anche le potenze europee e la Cina. «L'aumento di voli diretti», scrive l'esperto di sanzioni e Iran Emanuele Ottolenghi sul quotidiano torinese, «è uno schiaffo al presidente Trump perché contraddice l'impegno preso dal vicepresidente del consiglio Matteo Salvini durante la sua visita a Washington, dove ha promesso di allinearsi sull'Iran alla politica americana». Ma se Salvini rischia di ritrovarsi in difficoltà nel dialogo con Washington è per colpe non sue. Perché a poter intervenire sul traffico aereo e bandire una compagnia sono l'Ente nazionale per l'aviazione civile, e il ministero dei Trasporti. Che nel caso della Mahan Air hanno, a quanto risulta alla Verità, chiesto un parere anche al ministero degli Esteri di Enzo Moavero Milanesi. Che, visto il risultato, non sembra essere espresso contrariamente all'aumento dei voli di Mahan Air verso il nostro Paese. Così dall'inizio di questo mese sono due i voli che ogni settimana collegano Teheran all'Italia: due su Malpensa (volo W5110) e uno su Fiumicino (volo W5140).
Enac e ministero dei Trasporti hanno quindi scelto di non scegliere, permettendo nuovi voli a una compagnia aerea che, tra le altre cose, ha rifornito di armi e uomini i gruppi terroristici filo Iran in Siria ed è guidata da Hamid Arabnejad Khanooki, l'ad sotto sanzioni Usa e vicino alla forza Quds dei Pasdaran, un'unità speciale guidata da Qasem Soleimani, generale soggetto a un divieto di volo delle Nazioni Unite ma che ha trovato proprio in Mahan Air diversi passaggi verso la Siria. Come riportato da Ottolenghi, la compagnia «mette i propri aerei a disposizione di operazioni clandestine di trasporto di tecnologia proibita che il regime di Teheran si procaccia in giro per il mondo utilizzando schemi commerciali illeciti», tra cui armi, tecnologia missilistica e nucleare, e componenti per l'industria aeronautica. Inoltre, nella guerra siriana, voli diretti Mahan Air portano armi da Teheran a Damasco per la milizia libanese filoiraniana Hezbollah, per riportare a casa morti e feriti.
La mancata decisione del ministero dei Trasporti contro Mahan Air ha, come ricorda La Stampa, rappresentato anche una contraddizione delle promesse sull'immigrazione del vicepremier Salvini, visto che alla luce del suo ruolo centrale nel conflitto siriano la compagnia ha contribuito al dramma dei profughi e al flusso che dal 2015 si riversa sull'Europa. E ciò potrebbe rafforzare ulteriormente il fronte di chi chiede la testa di Toninelli, che a questo punto appare d'impedimento alla realizzazione di un punto fondamentale dell'agenda di governo, oltre che un ostacolo nel dialogo con gli Usa, alleati fondamentali nella partita con Bruxelles.
Proprio ieri il dipartimento del Tesoro di Washington ha diffuso una nota di avvertimento rivolta alle aziende, statunitensi e non, che operano con diverse compagnie aeree iraniane, tra cui Mahan Air. Gli organismi che forniscono alle compagnie iraniane servizi come finanziamenti, prenotazioni e biglietteria, ma anche manutenzione delle parti di aeromobili e catering, sono passibili di azioni di controllo e sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti. A rischio sanzioni anche i non statunitensi che operano in «attività non autorizzate» assieme a persone collegate agli sforzi dell'Iran nella proliferazione delle armi di distruzione di massa, nel sostegno al terrorismo internazionale e negli abusi dei diritti umani. «L'industria dell'aviazione civile internazionale», ha dichiarato Sigal Mandelker, sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e l'intelligence finanziaria, «devono essere in allerta e assicurarsi di non essere complici delle attività maligne dell'Iran».
Ma come spiegarsi il tempismo di questo advisory del Tesoro Usa? Forse c'è qualcosa oltre le tensioni nel Golfo. Mahan Air, che sta aumentando la sua presenza in Cina, non ha grossi progetti in ballo in Europa in questo periodo: sta per lanciare il volo Teheran-Belgrado e ha cancellato il progetto Teheran-Banja Luka. Altre spiegazioni? Non rimane che la nuova tratta settimanale Teheran-Roma, alla quale il ministero dei Trasporti ha scelto di non opporsi.
Gabriele Carrer
Il sì alla Tav fa infuriare pure Grillo. E i manifestanti minacciano tumulti
La Torino-Lione val bene una crisi. Se non ufficiale, di sicuro strisciante. Perché è questo lo scenario su cui si muovono i protagonisti dello psicodramma politico di fine luglio in casa grillina. L'avvocato del popolo, il premier Giuseppe Conte, stavolta non è riuscito a essere buon avvocato di sé e del suo dante causa.
Il «sì» alla Tav, annunciato a sorpresa martedì con una diretta Facebook, ha scatenato l'ira funesta dei pentastellati che ieri, a Palazzo Madama, in occasione del discorso del premier sui rapporti tra Lega e Russia, hanno platealmente abbandonato l'aula. La delusione (il sindaco di Torino, Chiara Appendino, parlerà di «frustrazione») si è trasformata poi in una raffica di dichiarazioni che puntano il dito contro la gestione politica del caso e, soprattutto, contro il ministro più direttamente coinvolto, il titolare dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli. L'«inventore» del metodo dell'analisi costi-benefici per affossare la costruzione della linea veloce. Sulla questione si è espresso, sul suo blog, anche il fondatore del Movimento. Beppe Grillo si è detto «molto scontento della situazione che si è venuta a creare», pur rimettendosi alle decisioni del Parlamento e negando gli attriti con Conte. Il quale, ieri, ha richiamato proprio l'analisi costi-benefici voluta da Toninelli, durante il question time alla Camera. «Dopo l'analisi costi-benefici ho espresso le mie personali perplessità e la convinzione che la Tav andasse ridiscussa sulla base del contratto di governo. Ho sempre sostenuto con chiarezza la volontà di ridiscutere l'opera nell'interesse del Paese e dei cittadini» ma, ha aggiunto Conte, «anche grazie a questo», c'è stato un «oggettivo passo avanti dal punto di vista economico: l'Ue ha infatti dato la sua disponibilità ad aumentare il suo cofinanziamento e anche per la tratta nazionale». Come se fosse solo una questione di soldi. In gioco ci sono i principi e la filosofia del Movimento (e la poltrona ministeriale di Toninelli del quale continuano a rincorrersi la voce di possibili dimissioni).
«Il passaggio di ieri (martedì, ndr) sulla Tav mi è sembrato infelice. Dobbiamo tornare a usare parole guerriere», ha commentato il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra. Il sindaco Appendino non nasconde l'«amarezza» pur nella speranza che il M5s «sia coerente in Parlamento». Il gruppo parlamentare grillino in Regione Piemonte ha annunciato, invece, che proseguirà «a lavorare per fermare quest'opera inutile». Come, peraltro, hanno già affermato i movimenti No Tav con bellicose comunicazioni Web in cui rimproverano Conte di non «conoscere» la loro «determinazione».
Sabato 27 luglio, ci sarà un corteo con migliaia di partecipanti verso il cantiere di Chiomonte che ha già messo in allarme antiterrorismo e servizi segreti per la possibile minaccia anarchica. «La manfrina di questi mesi giunge alla parola fine» e il governo ha «gettato anche l'ultima maschera», hanno tuonato i militanti delle formazioni ambientaliste della Val di Susa. Punta sul pragmatismo, invece, il vicepremier leghista, Matteo Salvini. «Non penso che ci sia lo scambio del mercato: la Tav è fondamentale come la pedemontana e altre infrastrutture», ha dichiarato. «Mi auguro che nessuno dica questi sì per rimandare il voto o far piacere a Salvini». A rendere ancora più complicata la giornata ai grillini la decisione del Tar del Lazio che ha convalidato le verifiche in materia ambientale svolte nel cantiere della Tav a Chiomonte. I giudici amministrativi hanno respinto un ricorso con cui Pro natura e alcuni cittadini - tra cui Alberto Perino, leader storico del movimento No Tav, e alcuni consiglieri regionali del Piemonte per il Movimento 5 stelle - chiedevano di annullare l'atto con il quale nel 2016 il ministero dell'Ambiente dava il «semaforo verde». La guerriglia è ormai alle porte.
Simone Di Meo
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Nonostante le preoccupazioni degli Stati Uniti, da luglio sono aumentati i voli diretti da Teheran all'Italia con il placet dei Trasporti. Matteo Salvini, che si era impegnato ad allinearsi a Washington, può approfittare della situazione per ottenere la testa dell'esponente M5s.Il fondatore: «Sono scontento». Il ministro pentastellato inizia a essere inviso ai suoi.Lo speciale contiene due articoliNon c'è soltanto la questione della Tav a dividere il governo gialloblù e a mettere in difficoltà Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti ancor più in bilico dopo la scelta del presidente Giuseppe Conte di realizzare la Torino-Lione. Ci sono anche i voli della Mahan Air, compagnia aerea iraniana vicina ai Pasdaran, sotto sanzioni dal 2011 da parte degli Stati Uniti per appoggio al terrorismo e alla proliferazione nucleare, e per le stesse ragioni recentemente bandita da Germania e Francia. Dal 2 luglio, la compagnia, che dal 2012 ha un ruolo centrale in Siria a difesa e supporto di Bashar Al Assad, ha aumentato il numero di voli diretti da Teheran all'Italia. E a rimetterci rischia di essere Matteo Salvini, l'interlocutore privilegiato dall'amministrazione Trump, che nella sua recente visita negli Stati Uniti aveva cercato di rassicurare il segretario di Stato, Mike Pompeo, sulla politica estera italiana. In particolare sui dossier Cina, Russia, Venezuela e Iran, dove i due partiti di governo, la Lega di Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio, appaiono quasi agli antipodi.Ad accendere i riflettori sulla questione è stata martedì La Stampa, sottolineando le preoccupazioni degli Stati Uniti, impegnati in una strategia di «massima pressione» sul regime di Teheran dopo la decisione del presidente Donald Trump di uscire dall'accordo nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore, Barack Obama e le recenti tensioni sulle petroliere nel Golfo Persico, che hanno coinvolto anche le potenze europee e la Cina. «L'aumento di voli diretti», scrive l'esperto di sanzioni e Iran Emanuele Ottolenghi sul quotidiano torinese, «è uno schiaffo al presidente Trump perché contraddice l'impegno preso dal vicepresidente del consiglio Matteo Salvini durante la sua visita a Washington, dove ha promesso di allinearsi sull'Iran alla politica americana». Ma se Salvini rischia di ritrovarsi in difficoltà nel dialogo con Washington è per colpe non sue. Perché a poter intervenire sul traffico aereo e bandire una compagnia sono l'Ente nazionale per l'aviazione civile, e il ministero dei Trasporti. Che nel caso della Mahan Air hanno, a quanto risulta alla Verità, chiesto un parere anche al ministero degli Esteri di Enzo Moavero Milanesi. Che, visto il risultato, non sembra essere espresso contrariamente all'aumento dei voli di Mahan Air verso il nostro Paese. Così dall'inizio di questo mese sono due i voli che ogni settimana collegano Teheran all'Italia: due su Malpensa (volo W5110) e uno su Fiumicino (volo W5140). Enac e ministero dei Trasporti hanno quindi scelto di non scegliere, permettendo nuovi voli a una compagnia aerea che, tra le altre cose, ha rifornito di armi e uomini i gruppi terroristici filo Iran in Siria ed è guidata da Hamid Arabnejad Khanooki, l'ad sotto sanzioni Usa e vicino alla forza Quds dei Pasdaran, un'unità speciale guidata da Qasem Soleimani, generale soggetto a un divieto di volo delle Nazioni Unite ma che ha trovato proprio in Mahan Air diversi passaggi verso la Siria. Come riportato da Ottolenghi, la compagnia «mette i propri aerei a disposizione di operazioni clandestine di trasporto di tecnologia proibita che il regime di Teheran si procaccia in giro per il mondo utilizzando schemi commerciali illeciti», tra cui armi, tecnologia missilistica e nucleare, e componenti per l'industria aeronautica. Inoltre, nella guerra siriana, voli diretti Mahan Air portano armi da Teheran a Damasco per la milizia libanese filoiraniana Hezbollah, per riportare a casa morti e feriti.La mancata decisione del ministero dei Trasporti contro Mahan Air ha, come ricorda La Stampa, rappresentato anche una contraddizione delle promesse sull'immigrazione del vicepremier Salvini, visto che alla luce del suo ruolo centrale nel conflitto siriano la compagnia ha contribuito al dramma dei profughi e al flusso che dal 2015 si riversa sull'Europa. E ciò potrebbe rafforzare ulteriormente il fronte di chi chiede la testa di Toninelli, che a questo punto appare d'impedimento alla realizzazione di un punto fondamentale dell'agenda di governo, oltre che un ostacolo nel dialogo con gli Usa, alleati fondamentali nella partita con Bruxelles.Proprio ieri il dipartimento del Tesoro di Washington ha diffuso una nota di avvertimento rivolta alle aziende, statunitensi e non, che operano con diverse compagnie aeree iraniane, tra cui Mahan Air. Gli organismi che forniscono alle compagnie iraniane servizi come finanziamenti, prenotazioni e biglietteria, ma anche manutenzione delle parti di aeromobili e catering, sono passibili di azioni di controllo e sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti. A rischio sanzioni anche i non statunitensi che operano in «attività non autorizzate» assieme a persone collegate agli sforzi dell'Iran nella proliferazione delle armi di distruzione di massa, nel sostegno al terrorismo internazionale e negli abusi dei diritti umani. «L'industria dell'aviazione civile internazionale», ha dichiarato Sigal Mandelker, sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e l'intelligence finanziaria, «devono essere in allerta e assicurarsi di non essere complici delle attività maligne dell'Iran».Ma come spiegarsi il tempismo di questo advisory del Tesoro Usa? Forse c'è qualcosa oltre le tensioni nel Golfo. Mahan Air, che sta aumentando la sua presenza in Cina, non ha grossi progetti in ballo in Europa in questo periodo: sta per lanciare il volo Teheran-Belgrado e ha cancellato il progetto Teheran-Banja Luka. Altre spiegazioni? Non rimane che la nuova tratta settimanale Teheran-Roma, alla quale il ministero dei Trasporti ha scelto di non opporsi.Gabriele Carrer<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalliran-decolla-unaltra-grana-per-toninelli-2639331267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-si-alla-tav-fa-infuriare-pure-grillo-e-i-manifestanti-minacciano-tumulti" data-post-id="2639331267" data-published-at="1772729980" data-use-pagination="False"> Il sì alla Tav fa infuriare pure Grillo. E i manifestanti minacciano tumulti La Torino-Lione val bene una crisi. Se non ufficiale, di sicuro strisciante. Perché è questo lo scenario su cui si muovono i protagonisti dello psicodramma politico di fine luglio in casa grillina. L'avvocato del popolo, il premier Giuseppe Conte, stavolta non è riuscito a essere buon avvocato di sé e del suo dante causa. Il «sì» alla Tav, annunciato a sorpresa martedì con una diretta Facebook, ha scatenato l'ira funesta dei pentastellati che ieri, a Palazzo Madama, in occasione del discorso del premier sui rapporti tra Lega e Russia, hanno platealmente abbandonato l'aula. La delusione (il sindaco di Torino, Chiara Appendino, parlerà di «frustrazione») si è trasformata poi in una raffica di dichiarazioni che puntano il dito contro la gestione politica del caso e, soprattutto, contro il ministro più direttamente coinvolto, il titolare dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli. L'«inventore» del metodo dell'analisi costi-benefici per affossare la costruzione della linea veloce. Sulla questione si è espresso, sul suo blog, anche il fondatore del Movimento. Beppe Grillo si è detto «molto scontento della situazione che si è venuta a creare», pur rimettendosi alle decisioni del Parlamento e negando gli attriti con Conte. Il quale, ieri, ha richiamato proprio l'analisi costi-benefici voluta da Toninelli, durante il question time alla Camera. «Dopo l'analisi costi-benefici ho espresso le mie personali perplessità e la convinzione che la Tav andasse ridiscussa sulla base del contratto di governo. Ho sempre sostenuto con chiarezza la volontà di ridiscutere l'opera nell'interesse del Paese e dei cittadini» ma, ha aggiunto Conte, «anche grazie a questo», c'è stato un «oggettivo passo avanti dal punto di vista economico: l'Ue ha infatti dato la sua disponibilità ad aumentare il suo cofinanziamento e anche per la tratta nazionale». Come se fosse solo una questione di soldi. In gioco ci sono i principi e la filosofia del Movimento (e la poltrona ministeriale di Toninelli del quale continuano a rincorrersi la voce di possibili dimissioni). «Il passaggio di ieri (martedì, ndr) sulla Tav mi è sembrato infelice. Dobbiamo tornare a usare parole guerriere», ha commentato il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra. Il sindaco Appendino non nasconde l'«amarezza» pur nella speranza che il M5s «sia coerente in Parlamento». Il gruppo parlamentare grillino in Regione Piemonte ha annunciato, invece, che proseguirà «a lavorare per fermare quest'opera inutile». Come, peraltro, hanno già affermato i movimenti No Tav con bellicose comunicazioni Web in cui rimproverano Conte di non «conoscere» la loro «determinazione». Sabato 27 luglio, ci sarà un corteo con migliaia di partecipanti verso il cantiere di Chiomonte che ha già messo in allarme antiterrorismo e servizi segreti per la possibile minaccia anarchica. «La manfrina di questi mesi giunge alla parola fine» e il governo ha «gettato anche l'ultima maschera», hanno tuonato i militanti delle formazioni ambientaliste della Val di Susa. Punta sul pragmatismo, invece, il vicepremier leghista, Matteo Salvini. «Non penso che ci sia lo scambio del mercato: la Tav è fondamentale come la pedemontana e altre infrastrutture», ha dichiarato. «Mi auguro che nessuno dica questi sì per rimandare il voto o far piacere a Salvini». A rendere ancora più complicata la giornata ai grillini la decisione del Tar del Lazio che ha convalidato le verifiche in materia ambientale svolte nel cantiere della Tav a Chiomonte. I giudici amministrativi hanno respinto un ricorso con cui Pro natura e alcuni cittadini - tra cui Alberto Perino, leader storico del movimento No Tav, e alcuni consiglieri regionali del Piemonte per il Movimento 5 stelle - chiedevano di annullare l'atto con il quale nel 2016 il ministero dell'Ambiente dava il «semaforo verde». La guerriglia è ormai alle porte. Simone Di Meo
Un drone americano Global Hawk presso la base aeronavale di Sigonella in Sicilia: è la base d'intervento americana meglio equipaggiata nel Mediterraneo (Getty Images)
L’inasprirsi della crisi in Medio Oriente e il rischio di un allargamento del confronto con l’Iran riaccendono i riflettori su una presenza militare che in Italia esiste da decenni ma che torna ciclicamente al centro del dibattito politico e strategico: le basi statunitensi sul territorio nazionale.
Nelle ultime ore il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha invitato prefetti e questori a rafforzare la vigilanza attorno alle installazioni americane e ai siti sensibili collegati alla filiera militare. In una circolare interna, visionata dall’Ansa, si parla esplicitamente della necessità di aumentare i dispositivi di sicurezza non solo attorno alle basi Usa ma anche presso infrastrutture legate alla produzione e alla logistica bellica degli alleati. Il timore, spiegano gli apparati di sicurezza, è che l’escalation regionale possa riaccendere mobilitazioni antagoniste o antimilitariste, con possibili manifestazioni di protesta davanti alle installazioni considerate simbolo della presenza militare occidentale.
Il contesto internazionale rende la questione tutt’altro che teorica. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riportato al centro della discussione il ruolo delle infrastrutture militari americane in Europa e nel Mediterraneo. Alcuni governi europei, come quello spagnolo e quello britannico, sono stati criticati da Washington per aver negato l’uso delle proprie basi nell’ambito delle operazioni contro Teheran. L’Italia, che ospita da decenni una presenza militare statunitense significativa, si trova invece in una posizione diversa: gli accordi bilaterali con Washington regolano in modo preciso l’utilizzo delle installazioni e prevedono procedure condivise tra i due Paesi.
Nel complesso sul territorio italiano vivono circa 13 mila militari statunitensi, distribuiti in una rete di infrastrutture che si estende dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia. Alcune sono basi operative vere e proprie, altre svolgono funzioni di supporto logistico, di comando o di comunicazione. Tra le più importanti c’è la Naval Air Station di Sigonella, in Sicilia, considerata uno degli hub strategici della marina statunitense nel Mediterraneo. Da qui decollano velivoli e droni utilizzati per missioni di sorveglianza e ricognizione su un’area che comprende Nord Africa, Medio Oriente e Mediterraneo orientale. Negli ultimi giorni il traffico di droni e aerei militari nella base siciliana è aumentato, soprattutto per attività di monitoraggio e supporto logistico.
Sempre in Sicilia si trova un’altra infrastruttura chiave, il sistema di comunicazione satellitare Muos di Niscemi, gestito dalla Marina americana e destinato a garantire collegamenti sicuri tra le forze armate statunitensi dispiegate in diverse aree del mondo. Più a nord, tra Pisa e Livorno, sorge Camp Darby, uno dei più grandi depositi di armamenti e materiali militari statunitensi fuori dagli Stati Uniti. Nato negli anni Cinquanta, il complesso rappresenta un nodo fondamentale della catena logistica americana in Europa e nel Mediterraneo, da cui possono partire rifornimenti destinati a operazioni militari in diversi teatri.
In Friuli Venezia Giulia la base aerea di Aviano ospita il 31st Fighter Wing dell’US Air Force, una delle principali unità operative americane presenti in Europa. L’infrastruttura è utilizzata congiuntamente dall’aeronautica italiana e da quella statunitense ed è stata spesso impiegata come piattaforma di supporto per operazioni Nato nei Balcani e in Medio Oriente. A Vicenza, invece, la caserma Ederle e il vicino complesso di Camp Del Din ospitano la 173ª brigata aviotrasportata dell’esercito americano, unità paracadutista impiegata in missioni che spaziano dall’Europa orientale all’Africa.
Altre infrastrutture completano la rete: il porto di Gaeta, che fornisce supporto logistico alle unità della Sesta Flotta statunitense nel Mediterraneo; Napoli, dove ha sede la Naval Support Activity e uno dei principali comandi operativi della Nato; e la base di Ghedi, in Lombardia, utilizzata per attività di supporto e stoccaggio di armamenti nell’ambito delle operazioni dell’Alleanza Atlantica.
La presenza americana in Italia non è il risultato di decisioni recenti ma affonda le radici nella scelta strategica compiuta dal Paese nel dopoguerra con l’adesione alla Nato. Il quadro giuridico che disciplina queste installazioni è complesso e in parte coperto da riservatezza. Il pilastro principale è il cosiddetto Accordo bilaterale sulle infrastrutture firmato nel 1954 tra Roma e Washington, spesso definito “accordo ombrello”, che stabilisce le condizioni generali della presenza militare statunitense in Italia e il numero massimo di forze dispiegate. A questo si affiancano altri strumenti, come il Nato Status of Forces Agreement del 1951 e una serie di memorandum tecnici successivi.
Tra questi, il più noto è quello del 2 febbraio 1995, reso pubblico solo alla fine degli anni Novanta dopo la tragedia del Cermis. Il documento chiarisce la ripartizione delle responsabilità all’interno delle installazioni: formalmente il comando dell’installazione resta italiano, mentre il comandante statunitense mantiene piena autorità sul personale, sulle attrezzature e sulle operazioni americane. In caso di attività operative o movimenti significativi di mezzi e personale, la catena di comando statunitense deve informare preventivamente quella italiana, e eventuali divergenze vengono risolte attraverso le rispettive autorità nazionali.
Elicotteri CH-53 Sea Stallion di stanza sulla nave USS Kearsarge nella base di Sigonella, in una immagine del 31 marzo 2011 (Ansa)
In sostanza, le basi non possono essere utilizzate liberamente da Washington per operazioni militari offensive senza il consenso del governo italiano. Lo ha ribadito anche l’esecutivo nelle ultime ore. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato in Parlamento che le attività autorizzate riguardano principalmente operazioni Nato, addestramento e missioni operative non destinate al combattimento. «L’Italia non è in guerra e non è stata coinvolta», ha spiegato, aggiungendo che al momento non è arrivata alcuna richiesta di utilizzo delle infrastrutture italiane per azioni militari dirette.
Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha indicato la de-escalation come priorità diplomatica dell’Italia e dell’Unione europea. Il governo, ha spiegato, sta lavorando con gli alleati per evitare un allargamento del conflitto e favorire una soluzione politica.
Il dibattito sulle basi americane non è comunque una novità nella storia italiana. Episodi come la crisi di Sigonella del 1985, nata dal dirottamento della nave Achille Lauro, hanno dimostrato quanto delicato possa diventare il rapporto tra sovranità nazionale e presenza militare alleata. Più recentemente la questione è tornata ciclicamente al centro della discussione politica ogni volta che gli Stati Uniti hanno avviato operazioni militari in Medio Oriente.
Per ora, spiegano dal governo, non esiste alcuna richiesta formale da parte americana per utilizzare le basi italiane in operazioni contro l’Iran. Ma la nuova tensione internazionale e il rafforzamento delle misure di sicurezza attorno alle installazioni mostrano quanto queste infrastrutture continuino a rappresentare un elemento centrale nella strategia militare occidentale nel Mediterraneo e quanto il loro ruolo possa tornare rapidamente al centro della scena in caso di escalation.
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Ansa
Va detto che problemi analoghi - dipendenti dal politicamente corretto che infetta la professione giornalistica - non sono presenti solo in Italia. Più o meno ovunque in Europa si trova traccia di simili imbarazzi a mezzo stampa quando a diventare protagonisti di fatti di cronaca sono gli stranieri. Ogni volta che si verifica un episodio anche solo lontanamente in odore di terrorismo, prima che siano rese note le generalità dei sospettati passano ore e ore. Le autorità tedesche in particolare sembrano tenacemente restie alle comunicazioni, o comunque lo sono state a lungo durante gli anni terribili in cui l’Isis imperversava.
In Svizzera, come ricorda il Corriere del Ticino, c’è stato un paio di anni fa un caso che ha sollevato particolari polemiche. Nel febbraio del 2024, un richiedente asilo iraniano di 32 anni armato di ascia e coltello ha preso in ostaggio 15 persone su un treno regionale vicino a Yverdon (Vaud). L’uomo era poi stato ucciso dalla polizia. Un episodio clamoroso che i giornalisti della Srf, la radiotelevisione franco-tedesca, raccontarono senza comunicare al pubblico la nazionalità e lo status dell’uomo armato. Le linee guida redazionali imponevano infatti di menzionare la nazionalità solo se «importante per la comprensione dell’accaduto». Un telespettatore, giustamente indignato, presentò un reclamo e gli organismi interni di controllo dell’emittente stabilirono che in effetti, in quella circostanza, i cronisti avrebbero dovuto fornire più informazioni sull’uomo che aveva creato il terrore sul treno.
Forse anche in virtù della figuraccia rimediata nel 2024, di recente la Srf ha deciso di modificare le linee guida e di menzionare la nazionalità di chi commette un crimine e di chi ne rimane vittima. Ma c’è molto di più: a settembre, il Consiglio nazionale svizzero - con 100 voti a favore, 84 contrari e 5 astensioni - ha approvato una proposta che prevedeva di rendere obbligatoria la comunicazione da parte delle forze dell’ordine della nazionalità degli autori di reati. Tale proposta è stata approvata ora (23 voti a favore, 16 contrari e una astensione) dal Consiglio degli Stati svizzero, cioè la Camera che rappresenta i vari Cantoni. In buona sostanza, d’ora in poi «nei comunicati di polizia, l’informazione deve includere età, sesso e nazionalità degli autori dei reati, degli indiziati e delle vittime, salvo che vi si oppongano motivi di protezione della personalità o che tali dati consentano di identificare persone». Insomma, le forze dell’ordine dovranno dire con chiarezza chi è l’autore di un reato, di conseguenza gli organi di stampa non potranno più fare finta di non saperlo, e qualora decidessero di omettere l’informazione saranno responsabili della propria scelta.
La proposta appena approvata è stata presentata da Benjamin Fischer (Udc) e, manco a dirlo, avversata dalla sinistra. Secondo Marco Chiesa, compagno di partito di Fischer «esiste un interesse pubblico a che la popolazione sia informata in modo veritiero, esauriente e trasparente sulla sicurezza pubblica, specie alla luce soprattutto delle ampie possibilità di partecipazione offerte dalla democrazia diretta. Questo vuol dire anche indicare l’età, il sesso e la nazionalità degli autori dei reati, di modo che i cittadini possano farsi un’idea dei fatti. Non si tratta di stigmatizzare chicchessia, bensì di attenersi ai fatti. L’opacità attuale e l’opportunismo politico non fanno che minare la fiducia della popolazione nelle istituzioni. La trasparenza invece rafforza il dibattito pubblico: per questo l’informazione deve essere completa». Difficile dargli torto.
Dato che la peste woke ormai è diffusa ovunque, però, anche in Svizzera c’è stato chi ha duramente criticato la proposta destrorsa. «I media hanno una responsabilità particolare, perché la loro copertura mediatica ha un grande impatto sulla percezione dell’opinione pubblica», ha detto al Corriere del Ticino Marianne Helfer, responsabile del Servizio per la lotta al razzismo (Slr). «La menzione frequente o non necessaria può rafforzare i pregiudizi, soprattutto se non vengono fornite informazioni comparabili». Fantastico: secondo la professionista dell’antirazzismo ogni volta che uno straniero commette un crimine bisognerebbe evitare di dirlo, oppure dirlo ma ricordare anche quanti crimini commettono gli autoctoni onde evitare di alimentare presunti pregiudizi.
La verità è che il fatto stesso che esista un dibattito su questo tema è assurdo e ridicolo. I media dovrebbero semplicemente raccontare i fatti come sono, senza preoccuparsi di proteggere questa o quella minoranza. Se a commettere un reato è uno straniero perché non si dovrebbe dirlo? La risposta a questa domanda è una sola: censurare la nazionalità di un criminale serve a difendere il sistema dell’immigrazione di massa. Bisogna evitare che la popolazione sappia che gli stranieri commettono crimini per fare sì che non si opponga all’ingresso di altri immigrati. Ecco perché la nuova norma svizzera è particolarmente importante: mette fine a decenni di ipocrisia e disinformazione, stabilisce che ai cittadini sia detta la pura e semplice verità. Se da queste parti avessimo un po’ di coraggio e onestà intellettuale, dovremmo prendere esempio.
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(Guardia di Finanza)
Grazie alla collaborazione istituzionale tra il ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari) e il Nucleo Speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza, nel corso del 2024 è iniziata l’operazione nazionale «Vinum Mentitum», per il contrasto delle frodi nel settore vitivinicolo.
L’attività, nata dall’analisi congiunta delle informazioni e dei dati disponibili alle due amministrazioni, ha tenuto in considerazione molti aspetti critici di un settore come quello vitivinicolo che ha raggiunto un’importanza strategica nel mercato, aumentando il consolidamento del ruolo di leadership dell’Italia negli scambi dell’export agroalimentare.
I controlli si sono concentrati sulla prevenzione e repressione di pratiche fraudolente legate alla illecita rivendicazione di vini come Dop e Igp, all’utilizzo di uve e mosti non conformi ai disciplinari di produzione e alla provenienza da areali diversi da quelli certificati, con l’obiettivo di tutelare il mercato e garantire una corretta informazione ai consumatori.
L’accurata analisi del rischio, svolta congiuntamente dall’ICQRF centrale e dal Gruppo Anticontraffazione e Sicurezza Prodotti del Nucleo Speciale Beni e Servizi, ha individuato specifiche criticità nelle diverse fasi della filiera – dalla raccolta all’imbottigliamento – anche in relazione a fattori esogeni quali eventi climatici avversi, carenza di manodopera, inflazione e fitopatie. Tali elementi hanno orientato la pianificazione delle attività di controllo e la selezione degli operatori da sottoporre a verifica.
I controlli mirati, eseguiti su tutto il territorio nazionale dai Reparti territoriali della Guardia di Finanza e dagli Uffici e Laboratori dell’ICQRF, hanno portato al sequestro di circa 2,5 milioni di litri di vino falsamente certificati Dop e Igp, per un valore complessivo superiore a 4 milioni di euro, nonché alla segnalazione di 24 soggetti alle autorità amministrative competenti.
Nel corso delle ispezioni sono state inoltre riscontrate numerose incongruenze tra le giacenze fisiche e le rimanenze contabili risultanti dal registro dematerializzato SIAN, con conseguente contestazione di 59 violazioni amministrative, che hanno determinato un gettito minimo per l’erario pari a 410.000 euro, oltre all’emissione di 11 diffide per violazioni sanabili.
Dalle attività sono scaturiti anche controlli di natura fiscale, che hanno consentito di accertare l’omessa documentazione di operazioni imponibili per oltre 280.000 euro, l’omesso versamento dell’IVA per circa 800.000 euro, nonché irregolarità in materia di lavoro sommerso e accise sul vino.
I risultati dell’operazione confermano, ancora una volta, l’efficacia dell’azione sinergica tra ICQRF e Guardia di Finanza nella tutela del Made in Italy, delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche, a garanzia della leale concorrenza e delle scelte consapevoli dei consumatori.
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