True
2019-07-25
Dall’Iran decolla un’altra grana per Toninelli
Ansa
Non c'è soltanto la questione della Tav a dividere il governo gialloblù e a mettere in difficoltà Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti ancor più in bilico dopo la scelta del presidente Giuseppe Conte di realizzare la Torino-Lione. Ci sono anche i voli della Mahan Air, compagnia aerea iraniana vicina ai Pasdaran, sotto sanzioni dal 2011 da parte degli Stati Uniti per appoggio al terrorismo e alla proliferazione nucleare, e per le stesse ragioni recentemente bandita da Germania e Francia.
Dal 2 luglio, la compagnia, che dal 2012 ha un ruolo centrale in Siria a difesa e supporto di Bashar Al Assad, ha aumentato il numero di voli diretti da Teheran all'Italia. E a rimetterci rischia di essere Matteo Salvini, l'interlocutore privilegiato dall'amministrazione Trump, che nella sua recente visita negli Stati Uniti aveva cercato di rassicurare il segretario di Stato, Mike Pompeo, sulla politica estera italiana. In particolare sui dossier Cina, Russia, Venezuela e Iran, dove i due partiti di governo, la Lega di Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio, appaiono quasi agli antipodi.
Ad accendere i riflettori sulla questione è stata martedì La Stampa, sottolineando le preoccupazioni degli Stati Uniti, impegnati in una strategia di «massima pressione» sul regime di Teheran dopo la decisione del presidente Donald Trump di uscire dall'accordo nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore, Barack Obama e le recenti tensioni sulle petroliere nel Golfo Persico, che hanno coinvolto anche le potenze europee e la Cina. «L'aumento di voli diretti», scrive l'esperto di sanzioni e Iran Emanuele Ottolenghi sul quotidiano torinese, «è uno schiaffo al presidente Trump perché contraddice l'impegno preso dal vicepresidente del consiglio Matteo Salvini durante la sua visita a Washington, dove ha promesso di allinearsi sull'Iran alla politica americana». Ma se Salvini rischia di ritrovarsi in difficoltà nel dialogo con Washington è per colpe non sue. Perché a poter intervenire sul traffico aereo e bandire una compagnia sono l'Ente nazionale per l'aviazione civile, e il ministero dei Trasporti. Che nel caso della Mahan Air hanno, a quanto risulta alla Verità, chiesto un parere anche al ministero degli Esteri di Enzo Moavero Milanesi. Che, visto il risultato, non sembra essere espresso contrariamente all'aumento dei voli di Mahan Air verso il nostro Paese. Così dall'inizio di questo mese sono due i voli che ogni settimana collegano Teheran all'Italia: due su Malpensa (volo W5110) e uno su Fiumicino (volo W5140).
Enac e ministero dei Trasporti hanno quindi scelto di non scegliere, permettendo nuovi voli a una compagnia aerea che, tra le altre cose, ha rifornito di armi e uomini i gruppi terroristici filo Iran in Siria ed è guidata da Hamid Arabnejad Khanooki, l'ad sotto sanzioni Usa e vicino alla forza Quds dei Pasdaran, un'unità speciale guidata da Qasem Soleimani, generale soggetto a un divieto di volo delle Nazioni Unite ma che ha trovato proprio in Mahan Air diversi passaggi verso la Siria. Come riportato da Ottolenghi, la compagnia «mette i propri aerei a disposizione di operazioni clandestine di trasporto di tecnologia proibita che il regime di Teheran si procaccia in giro per il mondo utilizzando schemi commerciali illeciti», tra cui armi, tecnologia missilistica e nucleare, e componenti per l'industria aeronautica. Inoltre, nella guerra siriana, voli diretti Mahan Air portano armi da Teheran a Damasco per la milizia libanese filoiraniana Hezbollah, per riportare a casa morti e feriti.
La mancata decisione del ministero dei Trasporti contro Mahan Air ha, come ricorda La Stampa, rappresentato anche una contraddizione delle promesse sull'immigrazione del vicepremier Salvini, visto che alla luce del suo ruolo centrale nel conflitto siriano la compagnia ha contribuito al dramma dei profughi e al flusso che dal 2015 si riversa sull'Europa. E ciò potrebbe rafforzare ulteriormente il fronte di chi chiede la testa di Toninelli, che a questo punto appare d'impedimento alla realizzazione di un punto fondamentale dell'agenda di governo, oltre che un ostacolo nel dialogo con gli Usa, alleati fondamentali nella partita con Bruxelles.
Proprio ieri il dipartimento del Tesoro di Washington ha diffuso una nota di avvertimento rivolta alle aziende, statunitensi e non, che operano con diverse compagnie aeree iraniane, tra cui Mahan Air. Gli organismi che forniscono alle compagnie iraniane servizi come finanziamenti, prenotazioni e biglietteria, ma anche manutenzione delle parti di aeromobili e catering, sono passibili di azioni di controllo e sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti. A rischio sanzioni anche i non statunitensi che operano in «attività non autorizzate» assieme a persone collegate agli sforzi dell'Iran nella proliferazione delle armi di distruzione di massa, nel sostegno al terrorismo internazionale e negli abusi dei diritti umani. «L'industria dell'aviazione civile internazionale», ha dichiarato Sigal Mandelker, sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e l'intelligence finanziaria, «devono essere in allerta e assicurarsi di non essere complici delle attività maligne dell'Iran».
Ma come spiegarsi il tempismo di questo advisory del Tesoro Usa? Forse c'è qualcosa oltre le tensioni nel Golfo. Mahan Air, che sta aumentando la sua presenza in Cina, non ha grossi progetti in ballo in Europa in questo periodo: sta per lanciare il volo Teheran-Belgrado e ha cancellato il progetto Teheran-Banja Luka. Altre spiegazioni? Non rimane che la nuova tratta settimanale Teheran-Roma, alla quale il ministero dei Trasporti ha scelto di non opporsi.
Gabriele Carrer
Il sì alla Tav fa infuriare pure Grillo. E i manifestanti minacciano tumulti
La Torino-Lione val bene una crisi. Se non ufficiale, di sicuro strisciante. Perché è questo lo scenario su cui si muovono i protagonisti dello psicodramma politico di fine luglio in casa grillina. L'avvocato del popolo, il premier Giuseppe Conte, stavolta non è riuscito a essere buon avvocato di sé e del suo dante causa.
Il «sì» alla Tav, annunciato a sorpresa martedì con una diretta Facebook, ha scatenato l'ira funesta dei pentastellati che ieri, a Palazzo Madama, in occasione del discorso del premier sui rapporti tra Lega e Russia, hanno platealmente abbandonato l'aula. La delusione (il sindaco di Torino, Chiara Appendino, parlerà di «frustrazione») si è trasformata poi in una raffica di dichiarazioni che puntano il dito contro la gestione politica del caso e, soprattutto, contro il ministro più direttamente coinvolto, il titolare dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli. L'«inventore» del metodo dell'analisi costi-benefici per affossare la costruzione della linea veloce. Sulla questione si è espresso, sul suo blog, anche il fondatore del Movimento. Beppe Grillo si è detto «molto scontento della situazione che si è venuta a creare», pur rimettendosi alle decisioni del Parlamento e negando gli attriti con Conte. Il quale, ieri, ha richiamato proprio l'analisi costi-benefici voluta da Toninelli, durante il question time alla Camera. «Dopo l'analisi costi-benefici ho espresso le mie personali perplessità e la convinzione che la Tav andasse ridiscussa sulla base del contratto di governo. Ho sempre sostenuto con chiarezza la volontà di ridiscutere l'opera nell'interesse del Paese e dei cittadini» ma, ha aggiunto Conte, «anche grazie a questo», c'è stato un «oggettivo passo avanti dal punto di vista economico: l'Ue ha infatti dato la sua disponibilità ad aumentare il suo cofinanziamento e anche per la tratta nazionale». Come se fosse solo una questione di soldi. In gioco ci sono i principi e la filosofia del Movimento (e la poltrona ministeriale di Toninelli del quale continuano a rincorrersi la voce di possibili dimissioni).
«Il passaggio di ieri (martedì, ndr) sulla Tav mi è sembrato infelice. Dobbiamo tornare a usare parole guerriere», ha commentato il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra. Il sindaco Appendino non nasconde l'«amarezza» pur nella speranza che il M5s «sia coerente in Parlamento». Il gruppo parlamentare grillino in Regione Piemonte ha annunciato, invece, che proseguirà «a lavorare per fermare quest'opera inutile». Come, peraltro, hanno già affermato i movimenti No Tav con bellicose comunicazioni Web in cui rimproverano Conte di non «conoscere» la loro «determinazione».
Sabato 27 luglio, ci sarà un corteo con migliaia di partecipanti verso il cantiere di Chiomonte che ha già messo in allarme antiterrorismo e servizi segreti per la possibile minaccia anarchica. «La manfrina di questi mesi giunge alla parola fine» e il governo ha «gettato anche l'ultima maschera», hanno tuonato i militanti delle formazioni ambientaliste della Val di Susa. Punta sul pragmatismo, invece, il vicepremier leghista, Matteo Salvini. «Non penso che ci sia lo scambio del mercato: la Tav è fondamentale come la pedemontana e altre infrastrutture», ha dichiarato. «Mi auguro che nessuno dica questi sì per rimandare il voto o far piacere a Salvini». A rendere ancora più complicata la giornata ai grillini la decisione del Tar del Lazio che ha convalidato le verifiche in materia ambientale svolte nel cantiere della Tav a Chiomonte. I giudici amministrativi hanno respinto un ricorso con cui Pro natura e alcuni cittadini - tra cui Alberto Perino, leader storico del movimento No Tav, e alcuni consiglieri regionali del Piemonte per il Movimento 5 stelle - chiedevano di annullare l'atto con il quale nel 2016 il ministero dell'Ambiente dava il «semaforo verde». La guerriglia è ormai alle porte.
Simone Di Meo
Continua a leggereRiduci
Nonostante le preoccupazioni degli Stati Uniti, da luglio sono aumentati i voli diretti da Teheran all'Italia con il placet dei Trasporti. Matteo Salvini, che si era impegnato ad allinearsi a Washington, può approfittare della situazione per ottenere la testa dell'esponente M5s.Il fondatore: «Sono scontento». Il ministro pentastellato inizia a essere inviso ai suoi.Lo speciale contiene due articoliNon c'è soltanto la questione della Tav a dividere il governo gialloblù e a mettere in difficoltà Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti ancor più in bilico dopo la scelta del presidente Giuseppe Conte di realizzare la Torino-Lione. Ci sono anche i voli della Mahan Air, compagnia aerea iraniana vicina ai Pasdaran, sotto sanzioni dal 2011 da parte degli Stati Uniti per appoggio al terrorismo e alla proliferazione nucleare, e per le stesse ragioni recentemente bandita da Germania e Francia. Dal 2 luglio, la compagnia, che dal 2012 ha un ruolo centrale in Siria a difesa e supporto di Bashar Al Assad, ha aumentato il numero di voli diretti da Teheran all'Italia. E a rimetterci rischia di essere Matteo Salvini, l'interlocutore privilegiato dall'amministrazione Trump, che nella sua recente visita negli Stati Uniti aveva cercato di rassicurare il segretario di Stato, Mike Pompeo, sulla politica estera italiana. In particolare sui dossier Cina, Russia, Venezuela e Iran, dove i due partiti di governo, la Lega di Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio, appaiono quasi agli antipodi.Ad accendere i riflettori sulla questione è stata martedì La Stampa, sottolineando le preoccupazioni degli Stati Uniti, impegnati in una strategia di «massima pressione» sul regime di Teheran dopo la decisione del presidente Donald Trump di uscire dall'accordo nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore, Barack Obama e le recenti tensioni sulle petroliere nel Golfo Persico, che hanno coinvolto anche le potenze europee e la Cina. «L'aumento di voli diretti», scrive l'esperto di sanzioni e Iran Emanuele Ottolenghi sul quotidiano torinese, «è uno schiaffo al presidente Trump perché contraddice l'impegno preso dal vicepresidente del consiglio Matteo Salvini durante la sua visita a Washington, dove ha promesso di allinearsi sull'Iran alla politica americana». Ma se Salvini rischia di ritrovarsi in difficoltà nel dialogo con Washington è per colpe non sue. Perché a poter intervenire sul traffico aereo e bandire una compagnia sono l'Ente nazionale per l'aviazione civile, e il ministero dei Trasporti. Che nel caso della Mahan Air hanno, a quanto risulta alla Verità, chiesto un parere anche al ministero degli Esteri di Enzo Moavero Milanesi. Che, visto il risultato, non sembra essere espresso contrariamente all'aumento dei voli di Mahan Air verso il nostro Paese. Così dall'inizio di questo mese sono due i voli che ogni settimana collegano Teheran all'Italia: due su Malpensa (volo W5110) e uno su Fiumicino (volo W5140). Enac e ministero dei Trasporti hanno quindi scelto di non scegliere, permettendo nuovi voli a una compagnia aerea che, tra le altre cose, ha rifornito di armi e uomini i gruppi terroristici filo Iran in Siria ed è guidata da Hamid Arabnejad Khanooki, l'ad sotto sanzioni Usa e vicino alla forza Quds dei Pasdaran, un'unità speciale guidata da Qasem Soleimani, generale soggetto a un divieto di volo delle Nazioni Unite ma che ha trovato proprio in Mahan Air diversi passaggi verso la Siria. Come riportato da Ottolenghi, la compagnia «mette i propri aerei a disposizione di operazioni clandestine di trasporto di tecnologia proibita che il regime di Teheran si procaccia in giro per il mondo utilizzando schemi commerciali illeciti», tra cui armi, tecnologia missilistica e nucleare, e componenti per l'industria aeronautica. Inoltre, nella guerra siriana, voli diretti Mahan Air portano armi da Teheran a Damasco per la milizia libanese filoiraniana Hezbollah, per riportare a casa morti e feriti.La mancata decisione del ministero dei Trasporti contro Mahan Air ha, come ricorda La Stampa, rappresentato anche una contraddizione delle promesse sull'immigrazione del vicepremier Salvini, visto che alla luce del suo ruolo centrale nel conflitto siriano la compagnia ha contribuito al dramma dei profughi e al flusso che dal 2015 si riversa sull'Europa. E ciò potrebbe rafforzare ulteriormente il fronte di chi chiede la testa di Toninelli, che a questo punto appare d'impedimento alla realizzazione di un punto fondamentale dell'agenda di governo, oltre che un ostacolo nel dialogo con gli Usa, alleati fondamentali nella partita con Bruxelles.Proprio ieri il dipartimento del Tesoro di Washington ha diffuso una nota di avvertimento rivolta alle aziende, statunitensi e non, che operano con diverse compagnie aeree iraniane, tra cui Mahan Air. Gli organismi che forniscono alle compagnie iraniane servizi come finanziamenti, prenotazioni e biglietteria, ma anche manutenzione delle parti di aeromobili e catering, sono passibili di azioni di controllo e sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti. A rischio sanzioni anche i non statunitensi che operano in «attività non autorizzate» assieme a persone collegate agli sforzi dell'Iran nella proliferazione delle armi di distruzione di massa, nel sostegno al terrorismo internazionale e negli abusi dei diritti umani. «L'industria dell'aviazione civile internazionale», ha dichiarato Sigal Mandelker, sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e l'intelligence finanziaria, «devono essere in allerta e assicurarsi di non essere complici delle attività maligne dell'Iran».Ma come spiegarsi il tempismo di questo advisory del Tesoro Usa? Forse c'è qualcosa oltre le tensioni nel Golfo. Mahan Air, che sta aumentando la sua presenza in Cina, non ha grossi progetti in ballo in Europa in questo periodo: sta per lanciare il volo Teheran-Belgrado e ha cancellato il progetto Teheran-Banja Luka. Altre spiegazioni? Non rimane che la nuova tratta settimanale Teheran-Roma, alla quale il ministero dei Trasporti ha scelto di non opporsi.Gabriele Carrer<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalliran-decolla-unaltra-grana-per-toninelli-2639331267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-si-alla-tav-fa-infuriare-pure-grillo-e-i-manifestanti-minacciano-tumulti" data-post-id="2639331267" data-published-at="1769855402" data-use-pagination="False"> Il sì alla Tav fa infuriare pure Grillo. E i manifestanti minacciano tumulti La Torino-Lione val bene una crisi. Se non ufficiale, di sicuro strisciante. Perché è questo lo scenario su cui si muovono i protagonisti dello psicodramma politico di fine luglio in casa grillina. L'avvocato del popolo, il premier Giuseppe Conte, stavolta non è riuscito a essere buon avvocato di sé e del suo dante causa. Il «sì» alla Tav, annunciato a sorpresa martedì con una diretta Facebook, ha scatenato l'ira funesta dei pentastellati che ieri, a Palazzo Madama, in occasione del discorso del premier sui rapporti tra Lega e Russia, hanno platealmente abbandonato l'aula. La delusione (il sindaco di Torino, Chiara Appendino, parlerà di «frustrazione») si è trasformata poi in una raffica di dichiarazioni che puntano il dito contro la gestione politica del caso e, soprattutto, contro il ministro più direttamente coinvolto, il titolare dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli. L'«inventore» del metodo dell'analisi costi-benefici per affossare la costruzione della linea veloce. Sulla questione si è espresso, sul suo blog, anche il fondatore del Movimento. Beppe Grillo si è detto «molto scontento della situazione che si è venuta a creare», pur rimettendosi alle decisioni del Parlamento e negando gli attriti con Conte. Il quale, ieri, ha richiamato proprio l'analisi costi-benefici voluta da Toninelli, durante il question time alla Camera. «Dopo l'analisi costi-benefici ho espresso le mie personali perplessità e la convinzione che la Tav andasse ridiscussa sulla base del contratto di governo. Ho sempre sostenuto con chiarezza la volontà di ridiscutere l'opera nell'interesse del Paese e dei cittadini» ma, ha aggiunto Conte, «anche grazie a questo», c'è stato un «oggettivo passo avanti dal punto di vista economico: l'Ue ha infatti dato la sua disponibilità ad aumentare il suo cofinanziamento e anche per la tratta nazionale». Come se fosse solo una questione di soldi. In gioco ci sono i principi e la filosofia del Movimento (e la poltrona ministeriale di Toninelli del quale continuano a rincorrersi la voce di possibili dimissioni). «Il passaggio di ieri (martedì, ndr) sulla Tav mi è sembrato infelice. Dobbiamo tornare a usare parole guerriere», ha commentato il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra. Il sindaco Appendino non nasconde l'«amarezza» pur nella speranza che il M5s «sia coerente in Parlamento». Il gruppo parlamentare grillino in Regione Piemonte ha annunciato, invece, che proseguirà «a lavorare per fermare quest'opera inutile». Come, peraltro, hanno già affermato i movimenti No Tav con bellicose comunicazioni Web in cui rimproverano Conte di non «conoscere» la loro «determinazione». Sabato 27 luglio, ci sarà un corteo con migliaia di partecipanti verso il cantiere di Chiomonte che ha già messo in allarme antiterrorismo e servizi segreti per la possibile minaccia anarchica. «La manfrina di questi mesi giunge alla parola fine» e il governo ha «gettato anche l'ultima maschera», hanno tuonato i militanti delle formazioni ambientaliste della Val di Susa. Punta sul pragmatismo, invece, il vicepremier leghista, Matteo Salvini. «Non penso che ci sia lo scambio del mercato: la Tav è fondamentale come la pedemontana e altre infrastrutture», ha dichiarato. «Mi auguro che nessuno dica questi sì per rimandare il voto o far piacere a Salvini». A rendere ancora più complicata la giornata ai grillini la decisione del Tar del Lazio che ha convalidato le verifiche in materia ambientale svolte nel cantiere della Tav a Chiomonte. I giudici amministrativi hanno respinto un ricorso con cui Pro natura e alcuni cittadini - tra cui Alberto Perino, leader storico del movimento No Tav, e alcuni consiglieri regionali del Piemonte per il Movimento 5 stelle - chiedevano di annullare l'atto con il quale nel 2016 il ministero dell'Ambiente dava il «semaforo verde». La guerriglia è ormai alle porte. Simone Di Meo
La Gioielleria Mario Roggero di Grinzane Cavour, nel Cuneese, dove il 28 aprile 2021 un tentativo di rapina finì nel sangue. Nel riquadro il gioielliere Mario Roggero (Ansa)
La frase citata, probabilmente destinata a far discutere, fa parte delle motivazioni con cui i familiari di uno dei due rapinatori uccisi da Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo, chiedono i danni al commerciante. Che, solo di provvisionali, dovrà pagare alle 15 parti civili l’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi.
La somma chiesta a Roggero arriva a 3,3 milioni, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione. Come raccontato ieri dalla Verità, i problemi per Roggero rischiano di arrivare a breve. Dopo la sentenza di primo grado di dicembre 2023, nel maggio del 2024 i due immobili di proprietà di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche, il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti altri 480.000 euro, oltre alle spese legali, che ammontano ad almeno 88.000 euro. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte.
Le motivazioni riportate in questo articolo sono quelle esposte dai legali che rappresentano la famiglia di Andrea Spinelli, uno dei componenti della banda che il 28 aprile del 2021 assaltò la gioielleria di Roggero e che fu ucciso dai colpi sparati dal commerciante, convinto di essere in pericolo di vita.
Alla «figlia di fatto» di Spinelli, le toghe del tribunale di Asti hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso (rappresentato da un diverso avvocato dello stesso studio legale che assiste gli altri congiunti) ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello, fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione nel negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Spinelli, rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Ma questo non gli ha impedito di rivendicare un risarcimento di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta i legali dell’uomo (che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo) affermano che Roggero, «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica, ha per ben due volte attentato alla sua vita».
Tra le varie voci che quantificano il danno, spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Ansa)
La sua tesi è: leviamo i soldi dal Ponte sullo Stretto e usiamoli per mettere in sicurezza la cittadina della piana gelese. Però i fondi per il dissesto idrogeologico ci sono, basta spenderli e non aspettare che faccia tutto Roma, alla quale si dà la colpa quando bisognerebbe solo prendersela con gli amministratori locali (che qualcuno avrà votato) e con una certa avidità nell’edilizia.
Piombata a Niscemi addirittura prima del presidente del Consiglio, il segretario del Pd ha subito vestito i panni della maestrina ambientalista: «Lo stanziamento di cento milioni del consiglio dei ministri è del tutto insufficiente. Noi abbiamo proposto di utilizzare subito le risorse del Ponte a partire da quelle stanziate per il 2026». Proposta lanciata a mezzo Corriere della Sera, con una motivazione ancora peggiore dello svarione tecnico: «Invece di buttare via quei soldi per un’impuntatura ideologica, bisognerebbe immediatamente dirottarli per il sostegno a questi territori. Vorrei anche far notare che c’è stato un voto, a scrutinio segreto, dell’assemblea regionale siciliana in cui la maggioranza di destra ha chiesto la stessa cosa». La costruzione del Ponte è un’opera che alla Sicilia serve come il pane perché l’avvicina al Nord e all’Europa, cosa di cui si è visto che c’è grande bisogno anche solo guardando le folle immagini delle case costruite su una frana. Inoltre, il Ponte ha seguito un suo iter legislativo, c’è un contratto da rispettare con WeBuild e sono stati stanziati i fondi necessari. Poi, certo, è anche diventato la bandiera di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ma si può fare un danno a un’intera Regione per il gusto di fare un dispetto a un avversario politico?
Assolutamente sì, Secondo il Pd, dove la linea della Schlein ha trovato il sostegno anche il sostegno dell’ex ministro Giuseppe Provenzano e del partito locale. Poi, il tasso di faciloneria, misto a una buona dose di sciacallaggio politico, è salito alle stelle quando da Bruxelles s’è fatta viva Ilaria Salis. L’eurodeputata di Avs ha dato al suo popolo il seguente annuncio su “X”: «Il Governo, e in particolare Salvini, non antepongano il proprio ego politico al benessere dei cittadini. Per questo ieri ho firmato un’interrogazione parlamentare promossa dal mio collega siciliano Leoluca Orlando (Avs) per sollecitare lo stanziamento di fondi europei». Solita storia: l’Europa come bancomat pur di spostare le responsabilità degli abusi edilizi a qualche migliaio di chilometri di distanza.
Salvini aveva già risposto due giorni fa , spiegando che i fondi del Ponte «sono per investimenti.. bisogna conoscere le cose. E poi noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, come facciamo? Li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, Calabria e Sardegna ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero».
Ma nulla, anche ieri dal Pd e da Avs sono arrivate richieste surreali. E sempre Salvini, che ieri è stato in Calabria a visitare i luoghi colpiti dall’uragano, è tornato sul tema: «Il Ponte sarebbe utile anche «in caso di eventi disastrosi, perché i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente». Sulla stessa linea il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. L’ex presidente della Regione (in carica dal 2017 al 2022) ne ha fatto anche una questione di orgoglio nazionale: «Uno Stato come l’Italia, seconda potenza industriale d’Europa, può riparare i danni e andare avanti con ponti, scuole, strade, ferrovie». Insomma, non siamo la Grecia alle prese con la Troika.
Mentre scorrevano le chiacchiere, il fronte della frana di Niscemi, lungo quattro chilometri, è avanzato anche ieri. Al momento, su 24.000 abitanti, ci sono 1.500 sfollati e 4.000 studenti che non hanno potuto andare a scuola. Lo stesso Musumeci aveva già avvertito che il fronte della frana era destinato ad allargarsi. E il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, non ha avuto paura di accostamenti storici quando ha affermato: «C’è un movimento franoso che è circa di 350 milioni di metri cubi. Per fare un paragone, il disastro del Vajont del 1963 ne ha movimentati 263 milioni».
Alla fine, il tentativo di fermare il Ponte di Messina brandendo la frana di Niscemi sembra fallito. Salvini lo ha riassunto con una battuta: «É come se quando ci sono stati problemi in Piemonte si fosse definanziata la Tav. Troveremo altri soldi». Che in Italia ci sia un alto tasso di consumo del territorio è assodato, ma è vero che siamo anche il Paese che ci mette decenni a concludere una grande opera. La cosa nuova è che adesso, per fermare un’opera infrastrutturale, si tenti di strumentalizzare un problema nato proprio da un consumo del territorio (a uso abitativo) evidentemente sconsiderato.
Continua a leggereRiduci
Maurizio Landini (Imagoeconomica)
«È sotto gli occhi di tutti», ha aggiunto, «quello che è avvenuto in questi anni, e cioè una riduzione del potere d’acquisto dei salari e dall’altra parte un aumento della precarietà e dello sfruttamento nel lavoro che non ha precedenti. C’è bisogno di un intervento anche legislativo che introduca non solo il salario orario minimo, ma c’è bisogno di arrivare anche a una legge sulla rappresentanza che cancelli i contratti pirata, perché oggi una delle cose che sta riducendo il salario è la presenza anche di contratti pirata che si stanno estendendo. Su queste cose», ha continuato, «noi ieri (due giorni fa, ndr) abbiamo avuto un incontro con Confindustria e abbiamo in programma tutta una serie di incontri con tutte le associazioni imprenditoriali. Le persone quando fanno lo stesso lavoro», ha concluso, «devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele anche sulla salute e la sicurezza, sulla formazione, sugli orari, sugli inquadramenti. È il modo per superare la precarietà».
Landini ha poi risposto a chi gli chiedeva delle opposizioni che ieri hanno impedito la conferenza stampa sulla remigrazione, occupando la sala stampa della Camera.
«Si tratta di difendere la nostra Costituzione, di non far perdere la memoria e di ricordare che se siamo un paese democratico con una Costituzione democratica è perché i nostri padri e i nostri nonni hanno sconfitto il nazismo e il fascismo», ha detto. «Noi», ha aggiunto Landini, «stiamo chiedendo da tempo che tutte le forze che si richiamano al fascismo siano sciolte. Anche perché la nostra sede è stata assaltata da una organizzazione che si richiama al fascismo. È assolutamente importante affermare questa cultura».
Il sindacalista ha parlato anche dell’ex Ilva di Taranto. «Noi non abbiamo ad oggi notizia di quello che stanno facendo e di cosa stanno discutendo. Per la situazione delicata e difficile che c’è a Taranto e in tutto il gruppo, è necessario che ci sia un intervento diretto dello Stato nella gestione» dello stabilimento «per dare garanzie di futuro al gruppo e a tutte le attività dell’indotto. «Noi», ha aggiunto, «pensiamo che senza un intervento pubblico rischia di non esserci nessuna prospettiva. Sono 12 anni che l’intervento pubblico viene rinviato e vediamo la situazione in cui siamo. Non abbiamo tempo da perdere e per noi è necessario che ci sia un intervento pubblico per salvaguardare una attività strategica per il nostro Paese».
Landini ha anche commentato il nuovo governato della Puglia, Antonio Decaro. «Mi aspetto che si confronti con le organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, non con altre organizzazioni che non hanno alcuna rappresentanza. Mi aspetto che si facciano degli investimenti seri sulla sanità e mi aspetto che si possa aprire anche una prospettiva di politica industriale», ha concluso. «Ma bisogna avere consapevolezza che una serie di problemi non si risolvono nelle singole regioni».
Continua a leggereRiduci
Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
Continua a leggereRiduci