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2019-07-25
Dall’Iran decolla un’altra grana per Toninelli
Ansa
Non c'è soltanto la questione della Tav a dividere il governo gialloblù e a mettere in difficoltà Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti ancor più in bilico dopo la scelta del presidente Giuseppe Conte di realizzare la Torino-Lione. Ci sono anche i voli della Mahan Air, compagnia aerea iraniana vicina ai Pasdaran, sotto sanzioni dal 2011 da parte degli Stati Uniti per appoggio al terrorismo e alla proliferazione nucleare, e per le stesse ragioni recentemente bandita da Germania e Francia.
Dal 2 luglio, la compagnia, che dal 2012 ha un ruolo centrale in Siria a difesa e supporto di Bashar Al Assad, ha aumentato il numero di voli diretti da Teheran all'Italia. E a rimetterci rischia di essere Matteo Salvini, l'interlocutore privilegiato dall'amministrazione Trump, che nella sua recente visita negli Stati Uniti aveva cercato di rassicurare il segretario di Stato, Mike Pompeo, sulla politica estera italiana. In particolare sui dossier Cina, Russia, Venezuela e Iran, dove i due partiti di governo, la Lega di Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio, appaiono quasi agli antipodi.
Ad accendere i riflettori sulla questione è stata martedì La Stampa, sottolineando le preoccupazioni degli Stati Uniti, impegnati in una strategia di «massima pressione» sul regime di Teheran dopo la decisione del presidente Donald Trump di uscire dall'accordo nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore, Barack Obama e le recenti tensioni sulle petroliere nel Golfo Persico, che hanno coinvolto anche le potenze europee e la Cina. «L'aumento di voli diretti», scrive l'esperto di sanzioni e Iran Emanuele Ottolenghi sul quotidiano torinese, «è uno schiaffo al presidente Trump perché contraddice l'impegno preso dal vicepresidente del consiglio Matteo Salvini durante la sua visita a Washington, dove ha promesso di allinearsi sull'Iran alla politica americana». Ma se Salvini rischia di ritrovarsi in difficoltà nel dialogo con Washington è per colpe non sue. Perché a poter intervenire sul traffico aereo e bandire una compagnia sono l'Ente nazionale per l'aviazione civile, e il ministero dei Trasporti. Che nel caso della Mahan Air hanno, a quanto risulta alla Verità, chiesto un parere anche al ministero degli Esteri di Enzo Moavero Milanesi. Che, visto il risultato, non sembra essere espresso contrariamente all'aumento dei voli di Mahan Air verso il nostro Paese. Così dall'inizio di questo mese sono due i voli che ogni settimana collegano Teheran all'Italia: due su Malpensa (volo W5110) e uno su Fiumicino (volo W5140).
Enac e ministero dei Trasporti hanno quindi scelto di non scegliere, permettendo nuovi voli a una compagnia aerea che, tra le altre cose, ha rifornito di armi e uomini i gruppi terroristici filo Iran in Siria ed è guidata da Hamid Arabnejad Khanooki, l'ad sotto sanzioni Usa e vicino alla forza Quds dei Pasdaran, un'unità speciale guidata da Qasem Soleimani, generale soggetto a un divieto di volo delle Nazioni Unite ma che ha trovato proprio in Mahan Air diversi passaggi verso la Siria. Come riportato da Ottolenghi, la compagnia «mette i propri aerei a disposizione di operazioni clandestine di trasporto di tecnologia proibita che il regime di Teheran si procaccia in giro per il mondo utilizzando schemi commerciali illeciti», tra cui armi, tecnologia missilistica e nucleare, e componenti per l'industria aeronautica. Inoltre, nella guerra siriana, voli diretti Mahan Air portano armi da Teheran a Damasco per la milizia libanese filoiraniana Hezbollah, per riportare a casa morti e feriti.
La mancata decisione del ministero dei Trasporti contro Mahan Air ha, come ricorda La Stampa, rappresentato anche una contraddizione delle promesse sull'immigrazione del vicepremier Salvini, visto che alla luce del suo ruolo centrale nel conflitto siriano la compagnia ha contribuito al dramma dei profughi e al flusso che dal 2015 si riversa sull'Europa. E ciò potrebbe rafforzare ulteriormente il fronte di chi chiede la testa di Toninelli, che a questo punto appare d'impedimento alla realizzazione di un punto fondamentale dell'agenda di governo, oltre che un ostacolo nel dialogo con gli Usa, alleati fondamentali nella partita con Bruxelles.
Proprio ieri il dipartimento del Tesoro di Washington ha diffuso una nota di avvertimento rivolta alle aziende, statunitensi e non, che operano con diverse compagnie aeree iraniane, tra cui Mahan Air. Gli organismi che forniscono alle compagnie iraniane servizi come finanziamenti, prenotazioni e biglietteria, ma anche manutenzione delle parti di aeromobili e catering, sono passibili di azioni di controllo e sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti. A rischio sanzioni anche i non statunitensi che operano in «attività non autorizzate» assieme a persone collegate agli sforzi dell'Iran nella proliferazione delle armi di distruzione di massa, nel sostegno al terrorismo internazionale e negli abusi dei diritti umani. «L'industria dell'aviazione civile internazionale», ha dichiarato Sigal Mandelker, sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e l'intelligence finanziaria, «devono essere in allerta e assicurarsi di non essere complici delle attività maligne dell'Iran».
Ma come spiegarsi il tempismo di questo advisory del Tesoro Usa? Forse c'è qualcosa oltre le tensioni nel Golfo. Mahan Air, che sta aumentando la sua presenza in Cina, non ha grossi progetti in ballo in Europa in questo periodo: sta per lanciare il volo Teheran-Belgrado e ha cancellato il progetto Teheran-Banja Luka. Altre spiegazioni? Non rimane che la nuova tratta settimanale Teheran-Roma, alla quale il ministero dei Trasporti ha scelto di non opporsi.
Gabriele Carrer
Il sì alla Tav fa infuriare pure Grillo. E i manifestanti minacciano tumulti
La Torino-Lione val bene una crisi. Se non ufficiale, di sicuro strisciante. Perché è questo lo scenario su cui si muovono i protagonisti dello psicodramma politico di fine luglio in casa grillina. L'avvocato del popolo, il premier Giuseppe Conte, stavolta non è riuscito a essere buon avvocato di sé e del suo dante causa.
Il «sì» alla Tav, annunciato a sorpresa martedì con una diretta Facebook, ha scatenato l'ira funesta dei pentastellati che ieri, a Palazzo Madama, in occasione del discorso del premier sui rapporti tra Lega e Russia, hanno platealmente abbandonato l'aula. La delusione (il sindaco di Torino, Chiara Appendino, parlerà di «frustrazione») si è trasformata poi in una raffica di dichiarazioni che puntano il dito contro la gestione politica del caso e, soprattutto, contro il ministro più direttamente coinvolto, il titolare dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli. L'«inventore» del metodo dell'analisi costi-benefici per affossare la costruzione della linea veloce. Sulla questione si è espresso, sul suo blog, anche il fondatore del Movimento. Beppe Grillo si è detto «molto scontento della situazione che si è venuta a creare», pur rimettendosi alle decisioni del Parlamento e negando gli attriti con Conte. Il quale, ieri, ha richiamato proprio l'analisi costi-benefici voluta da Toninelli, durante il question time alla Camera. «Dopo l'analisi costi-benefici ho espresso le mie personali perplessità e la convinzione che la Tav andasse ridiscussa sulla base del contratto di governo. Ho sempre sostenuto con chiarezza la volontà di ridiscutere l'opera nell'interesse del Paese e dei cittadini» ma, ha aggiunto Conte, «anche grazie a questo», c'è stato un «oggettivo passo avanti dal punto di vista economico: l'Ue ha infatti dato la sua disponibilità ad aumentare il suo cofinanziamento e anche per la tratta nazionale». Come se fosse solo una questione di soldi. In gioco ci sono i principi e la filosofia del Movimento (e la poltrona ministeriale di Toninelli del quale continuano a rincorrersi la voce di possibili dimissioni).
«Il passaggio di ieri (martedì, ndr) sulla Tav mi è sembrato infelice. Dobbiamo tornare a usare parole guerriere», ha commentato il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra. Il sindaco Appendino non nasconde l'«amarezza» pur nella speranza che il M5s «sia coerente in Parlamento». Il gruppo parlamentare grillino in Regione Piemonte ha annunciato, invece, che proseguirà «a lavorare per fermare quest'opera inutile». Come, peraltro, hanno già affermato i movimenti No Tav con bellicose comunicazioni Web in cui rimproverano Conte di non «conoscere» la loro «determinazione».
Sabato 27 luglio, ci sarà un corteo con migliaia di partecipanti verso il cantiere di Chiomonte che ha già messo in allarme antiterrorismo e servizi segreti per la possibile minaccia anarchica. «La manfrina di questi mesi giunge alla parola fine» e il governo ha «gettato anche l'ultima maschera», hanno tuonato i militanti delle formazioni ambientaliste della Val di Susa. Punta sul pragmatismo, invece, il vicepremier leghista, Matteo Salvini. «Non penso che ci sia lo scambio del mercato: la Tav è fondamentale come la pedemontana e altre infrastrutture», ha dichiarato. «Mi auguro che nessuno dica questi sì per rimandare il voto o far piacere a Salvini». A rendere ancora più complicata la giornata ai grillini la decisione del Tar del Lazio che ha convalidato le verifiche in materia ambientale svolte nel cantiere della Tav a Chiomonte. I giudici amministrativi hanno respinto un ricorso con cui Pro natura e alcuni cittadini - tra cui Alberto Perino, leader storico del movimento No Tav, e alcuni consiglieri regionali del Piemonte per il Movimento 5 stelle - chiedevano di annullare l'atto con il quale nel 2016 il ministero dell'Ambiente dava il «semaforo verde». La guerriglia è ormai alle porte.
Simone Di Meo
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Nonostante le preoccupazioni degli Stati Uniti, da luglio sono aumentati i voli diretti da Teheran all'Italia con il placet dei Trasporti. Matteo Salvini, che si era impegnato ad allinearsi a Washington, può approfittare della situazione per ottenere la testa dell'esponente M5s.Il fondatore: «Sono scontento». Il ministro pentastellato inizia a essere inviso ai suoi.Lo speciale contiene due articoliNon c'è soltanto la questione della Tav a dividere il governo gialloblù e a mettere in difficoltà Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti ancor più in bilico dopo la scelta del presidente Giuseppe Conte di realizzare la Torino-Lione. Ci sono anche i voli della Mahan Air, compagnia aerea iraniana vicina ai Pasdaran, sotto sanzioni dal 2011 da parte degli Stati Uniti per appoggio al terrorismo e alla proliferazione nucleare, e per le stesse ragioni recentemente bandita da Germania e Francia. Dal 2 luglio, la compagnia, che dal 2012 ha un ruolo centrale in Siria a difesa e supporto di Bashar Al Assad, ha aumentato il numero di voli diretti da Teheran all'Italia. E a rimetterci rischia di essere Matteo Salvini, l'interlocutore privilegiato dall'amministrazione Trump, che nella sua recente visita negli Stati Uniti aveva cercato di rassicurare il segretario di Stato, Mike Pompeo, sulla politica estera italiana. In particolare sui dossier Cina, Russia, Venezuela e Iran, dove i due partiti di governo, la Lega di Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio, appaiono quasi agli antipodi.Ad accendere i riflettori sulla questione è stata martedì La Stampa, sottolineando le preoccupazioni degli Stati Uniti, impegnati in una strategia di «massima pressione» sul regime di Teheran dopo la decisione del presidente Donald Trump di uscire dall'accordo nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore, Barack Obama e le recenti tensioni sulle petroliere nel Golfo Persico, che hanno coinvolto anche le potenze europee e la Cina. «L'aumento di voli diretti», scrive l'esperto di sanzioni e Iran Emanuele Ottolenghi sul quotidiano torinese, «è uno schiaffo al presidente Trump perché contraddice l'impegno preso dal vicepresidente del consiglio Matteo Salvini durante la sua visita a Washington, dove ha promesso di allinearsi sull'Iran alla politica americana». Ma se Salvini rischia di ritrovarsi in difficoltà nel dialogo con Washington è per colpe non sue. Perché a poter intervenire sul traffico aereo e bandire una compagnia sono l'Ente nazionale per l'aviazione civile, e il ministero dei Trasporti. Che nel caso della Mahan Air hanno, a quanto risulta alla Verità, chiesto un parere anche al ministero degli Esteri di Enzo Moavero Milanesi. Che, visto il risultato, non sembra essere espresso contrariamente all'aumento dei voli di Mahan Air verso il nostro Paese. Così dall'inizio di questo mese sono due i voli che ogni settimana collegano Teheran all'Italia: due su Malpensa (volo W5110) e uno su Fiumicino (volo W5140). Enac e ministero dei Trasporti hanno quindi scelto di non scegliere, permettendo nuovi voli a una compagnia aerea che, tra le altre cose, ha rifornito di armi e uomini i gruppi terroristici filo Iran in Siria ed è guidata da Hamid Arabnejad Khanooki, l'ad sotto sanzioni Usa e vicino alla forza Quds dei Pasdaran, un'unità speciale guidata da Qasem Soleimani, generale soggetto a un divieto di volo delle Nazioni Unite ma che ha trovato proprio in Mahan Air diversi passaggi verso la Siria. Come riportato da Ottolenghi, la compagnia «mette i propri aerei a disposizione di operazioni clandestine di trasporto di tecnologia proibita che il regime di Teheran si procaccia in giro per il mondo utilizzando schemi commerciali illeciti», tra cui armi, tecnologia missilistica e nucleare, e componenti per l'industria aeronautica. Inoltre, nella guerra siriana, voli diretti Mahan Air portano armi da Teheran a Damasco per la milizia libanese filoiraniana Hezbollah, per riportare a casa morti e feriti.La mancata decisione del ministero dei Trasporti contro Mahan Air ha, come ricorda La Stampa, rappresentato anche una contraddizione delle promesse sull'immigrazione del vicepremier Salvini, visto che alla luce del suo ruolo centrale nel conflitto siriano la compagnia ha contribuito al dramma dei profughi e al flusso che dal 2015 si riversa sull'Europa. E ciò potrebbe rafforzare ulteriormente il fronte di chi chiede la testa di Toninelli, che a questo punto appare d'impedimento alla realizzazione di un punto fondamentale dell'agenda di governo, oltre che un ostacolo nel dialogo con gli Usa, alleati fondamentali nella partita con Bruxelles.Proprio ieri il dipartimento del Tesoro di Washington ha diffuso una nota di avvertimento rivolta alle aziende, statunitensi e non, che operano con diverse compagnie aeree iraniane, tra cui Mahan Air. Gli organismi che forniscono alle compagnie iraniane servizi come finanziamenti, prenotazioni e biglietteria, ma anche manutenzione delle parti di aeromobili e catering, sono passibili di azioni di controllo e sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti. A rischio sanzioni anche i non statunitensi che operano in «attività non autorizzate» assieme a persone collegate agli sforzi dell'Iran nella proliferazione delle armi di distruzione di massa, nel sostegno al terrorismo internazionale e negli abusi dei diritti umani. «L'industria dell'aviazione civile internazionale», ha dichiarato Sigal Mandelker, sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e l'intelligence finanziaria, «devono essere in allerta e assicurarsi di non essere complici delle attività maligne dell'Iran».Ma come spiegarsi il tempismo di questo advisory del Tesoro Usa? Forse c'è qualcosa oltre le tensioni nel Golfo. Mahan Air, che sta aumentando la sua presenza in Cina, non ha grossi progetti in ballo in Europa in questo periodo: sta per lanciare il volo Teheran-Belgrado e ha cancellato il progetto Teheran-Banja Luka. Altre spiegazioni? Non rimane che la nuova tratta settimanale Teheran-Roma, alla quale il ministero dei Trasporti ha scelto di non opporsi.Gabriele Carrer<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalliran-decolla-unaltra-grana-per-toninelli-2639331267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-si-alla-tav-fa-infuriare-pure-grillo-e-i-manifestanti-minacciano-tumulti" data-post-id="2639331267" data-published-at="1781733132" data-use-pagination="False"> Il sì alla Tav fa infuriare pure Grillo. E i manifestanti minacciano tumulti La Torino-Lione val bene una crisi. Se non ufficiale, di sicuro strisciante. Perché è questo lo scenario su cui si muovono i protagonisti dello psicodramma politico di fine luglio in casa grillina. L'avvocato del popolo, il premier Giuseppe Conte, stavolta non è riuscito a essere buon avvocato di sé e del suo dante causa. Il «sì» alla Tav, annunciato a sorpresa martedì con una diretta Facebook, ha scatenato l'ira funesta dei pentastellati che ieri, a Palazzo Madama, in occasione del discorso del premier sui rapporti tra Lega e Russia, hanno platealmente abbandonato l'aula. La delusione (il sindaco di Torino, Chiara Appendino, parlerà di «frustrazione») si è trasformata poi in una raffica di dichiarazioni che puntano il dito contro la gestione politica del caso e, soprattutto, contro il ministro più direttamente coinvolto, il titolare dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli. L'«inventore» del metodo dell'analisi costi-benefici per affossare la costruzione della linea veloce. Sulla questione si è espresso, sul suo blog, anche il fondatore del Movimento. Beppe Grillo si è detto «molto scontento della situazione che si è venuta a creare», pur rimettendosi alle decisioni del Parlamento e negando gli attriti con Conte. Il quale, ieri, ha richiamato proprio l'analisi costi-benefici voluta da Toninelli, durante il question time alla Camera. «Dopo l'analisi costi-benefici ho espresso le mie personali perplessità e la convinzione che la Tav andasse ridiscussa sulla base del contratto di governo. Ho sempre sostenuto con chiarezza la volontà di ridiscutere l'opera nell'interesse del Paese e dei cittadini» ma, ha aggiunto Conte, «anche grazie a questo», c'è stato un «oggettivo passo avanti dal punto di vista economico: l'Ue ha infatti dato la sua disponibilità ad aumentare il suo cofinanziamento e anche per la tratta nazionale». Come se fosse solo una questione di soldi. In gioco ci sono i principi e la filosofia del Movimento (e la poltrona ministeriale di Toninelli del quale continuano a rincorrersi la voce di possibili dimissioni). «Il passaggio di ieri (martedì, ndr) sulla Tav mi è sembrato infelice. Dobbiamo tornare a usare parole guerriere», ha commentato il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra. Il sindaco Appendino non nasconde l'«amarezza» pur nella speranza che il M5s «sia coerente in Parlamento». Il gruppo parlamentare grillino in Regione Piemonte ha annunciato, invece, che proseguirà «a lavorare per fermare quest'opera inutile». Come, peraltro, hanno già affermato i movimenti No Tav con bellicose comunicazioni Web in cui rimproverano Conte di non «conoscere» la loro «determinazione». Sabato 27 luglio, ci sarà un corteo con migliaia di partecipanti verso il cantiere di Chiomonte che ha già messo in allarme antiterrorismo e servizi segreti per la possibile minaccia anarchica. «La manfrina di questi mesi giunge alla parola fine» e il governo ha «gettato anche l'ultima maschera», hanno tuonato i militanti delle formazioni ambientaliste della Val di Susa. Punta sul pragmatismo, invece, il vicepremier leghista, Matteo Salvini. «Non penso che ci sia lo scambio del mercato: la Tav è fondamentale come la pedemontana e altre infrastrutture», ha dichiarato. «Mi auguro che nessuno dica questi sì per rimandare il voto o far piacere a Salvini». A rendere ancora più complicata la giornata ai grillini la decisione del Tar del Lazio che ha convalidato le verifiche in materia ambientale svolte nel cantiere della Tav a Chiomonte. I giudici amministrativi hanno respinto un ricorso con cui Pro natura e alcuni cittadini - tra cui Alberto Perino, leader storico del movimento No Tav, e alcuni consiglieri regionali del Piemonte per il Movimento 5 stelle - chiedevano di annullare l'atto con il quale nel 2016 il ministero dell'Ambiente dava il «semaforo verde». La guerriglia è ormai alle porte. Simone Di Meo
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.