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2018-09-13
Dalla grappa al brandy, è un'Italia piena di spirito
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www.laverita.info
Non c'è dubbio l'Italia è una pese di spirito. Forse è il primo paese al mondo dove la distillazione si è fatta industria affinando una tecnica già propria di etruschi, greci e romani che l'usavano per produrre unguenti e medicamenti, e divenuta nel Medioevo appannaggio dei frati benedettini che l'hanno appreso dagli arabi. La dominazione araba in Sicilia ha lasciato un'eredità consistente ai nostri distillatori e gran parte delle parole che usiamo, da alcool a elisir, sono di derivazione araba.
Fu Michele Savonarola – lo zio del Girolamo fustigatore dei costumi fiorentini - con il suo De Conficienda Aquae Vitae pubblicato alla fine del 300 a porre i fondamenti della nostra industria della distillazione. Che ha assunto nei secoli un carattere tecnico senza perdere tuttavia la suggestione alchemica e che prima di essere destinata a produrre per il piacere gastronomico era stata destinata a confezionare sostanze dedite alla cura. Sarà Caterina de' Medici che va in sposa a Enrico II futuro re di Francia a portare oltralpe l'uso dei distillati per impreziosire i dolci come s'usava nella Firenze rinascimentale. Così se gli scozzesi si vantano del whisky, i francesi del Cognac, del Calvados e dell'Armagnac magnificando la Chartreuse che specialità de monaci cistercensi dunque benedettini, gli inglesi del Gin è bene sapere che queste distillazioni sono di origine italiana e pure la wodka ha antenati mediterranei che l'uso di distillare cereali e residui della produzione della birra è vecchia quasi quanto l'uomo.
Oggi molti distillatori italiani sono tornati a produrre anche questi «spiriti» che sembrano non autoctoni dell'Italia. Che ha un suo assoluto primato: la grappa. Prodotto a torto ritenuto umile, che invece dimostra come la distillazione sia un patrimonio consolidato nel nostro paese. La grappa fu forse la prima acquavite e oggi rappresenta, poiché nessuno distilla le vinacce, davvero uno spirito del tuto esclusivo. Tant'è che ha conquistato piano piano i mercati esteri. Oggi non è più un prodotto generico, ma si fanno le grappe da monovitigno, invecchiate per anni e anni stanno rivaleggiando con i più preziosi Scotch. I mercati che la grappa italiana ha conquistato sono quelli abituati a bere forte. Una tendenza che invece in Italia sta scemando, si stima che negli ultimi cinque anni si siano persi quasi due milioni di consumatori di distillati che però sono stati sostituiti da consumatori molto preparati: ormai il bere un distillato è un consumo colto e ostentativo. Insomma è tramontata l'epoca del grappino a fine pasto. Ma la riscossa della grappa passa anche attraverso la scoperta che i bar tender ne hanno fatta. Le grappe oggi sono un ingrediente fondamentale per molti cocktail al pari dei più celebrati spiriti internazionali. Un'occasione per conoscere tutti i segreti del più italiano degli spiriti è sicuramente «Distillerie aperte» la manifestazione ideata dall'Istituto Nazionale Grappa che da anni consente ai consumatori di farsi una cultura sull'arte della distillazione. Quest'anno l'appuntamento è per il 7 ottobre in circa un centinaio di distillerie sulle 163 che sono rimaste in attività in Italia e il tema suggerito è l'abbinamento grappa-caffe (per sapere tutto www.istitutograppa.org).
È un settore molto particolare quello delle grappe dove accanto a grandi produttori ci sono dei veri e propri artigiani dell'alambicco. Certo un plauso particolare va all'antica distilleria a vapore Nardini di Bassano del Grappa che ha tenuto in alto la tradizione, ma un'innovazione è sicuramente venuta da Gianola Nonino che ha dato alla Grappa una nuova identità come prodotto di qualità assoluta. Ci sono dei distillatori come Roberto Castagner il primo a fare una grappa torbata per fare concorrenza ai whisky. Ci sono le grandi griffes come Segnana che ha vinto l'Alambicco d'Oro, come Bottega, come, Mazzetti d'Altavilla, Bepi Tosolini, Bottega, e ci sono i piccoli artigiani dell'alambicco come ad esempio Gino Barile che a Silvano d'Orba con la moglie Saveria Nuccia de Palo manda avanti la piccola distilleria Bor Bar dove si distila con apparecchi in discontinuo (metodo charantais) e si fanno grappe invecchiate fino a 40 anni!. Tra gli artigiani ci sono anche sartorie del grappa di altissimo profilo come ad esempio la distilleria Nannoni in quel di Paganico nel grossetano dove Priscilla Occhipinti ha raccolto l'eredità del mastro distillatore Gioacchino Nannoni, il creatore delle cosiddette grappe di fattoria che hanno dato il là alle grappe ottenute con le vinacce dei grandissimi vini italiani. E poi ci sono i campioni della distillazione di alta qualità come i trentini Fratelli Poli che sono in grado di produrre delle grappe su misura.
È un mondo quello della distillazione in continua evoluzione che riesce a portarsi dietro il bagaglio della tradizione senza rinunciare a progettare nuovi prodotti. È stato il caso per esempio di Bonaventura Maschio che ha imposto le acqueviti da uva fresca e non da vinacce (poi seguito da Nonino che ne ha fatto un must), o di mastri distillatori come Capovilla che hanno esplorato tuto l'universo della distillazione della frutta partendo da una lunghissima tradizione grappista.
L'Italia degli spirits che ha campioni – dal punto di vista economico - di caratura mondiale come Campari o Branca ha anche nel distillato di vino uno suo particolare primato. Intanto occorrerà dire che se i francesi si beano delle loro denominazioni esclusive come Cognac e Armagnac ance noi italiani in fato di distillazione di vino abbiamo un nostro primato: è l'Arzente! Il nome è una creazione di D'Annunzio che da ardente tirò fuori il none autarchico del distillato di vino. E ancora oggi alcune distillerie lo usano: è il caso di Bellavista (produce tra i migliori spumanti d'Italia in Franciacorta) di Jacopo Poli, come Castello di Querceto. Ma la tradizione del brandy italiano che certo ha avuto in Vecchia Romagna e Stock i marchi più diffusi è ampia e oggi poggia su lavorazioni del tutto particolari. Come il caso di Villa Zarri a Bologna, di Roberto Di Meo che a Saza Irpina fa un brandy da Taurasi di assoluto livello con distillazione a bagnomaria, come Carpenè Malvolti che acanto alla produzione d'eccellenza di Prosecco da sempre produce dei brandy particolari invecchiati in piccolo rovere per almeno dieci anni. E poi ci sono le acqueviti di vino come quelle di Pojer & Sandri, piccola grade cantina trentina, quelle della valdostana La Voldataine che firma l'Eau de l'Enfer, della produzione mediterranea delle distillerie Lussurghesi in Sardegna e delle distillerie Fichera che firmano un esclusivo brandy siciliano.
Dunque l'Italia è davvero un paese di spirito, anzi di molti spiriti.
INFOGRAFICA
Antonella Bocchino: la signora dei moscati

Ha i capelli con lo stesso riflesso delle sue bottiglie. Una figura elegante, una passione vera, una tradizione così intensa e lunga da farle vibrare dentro le corde della sinfonia dei ricordi appena pronunci la parola grappa. Con Antonella Bocchino non si può parlare di distillati senza comprendere chela parola spirito significa anche anima. Il suo trisavolo Carlo in quel di Canelli costruì uno degli impianti di distillazione più moderni per l'epoca: c'era tuta la vinaccia dell'astigiano da sfruttare e poi c'erano le uve di Langa. Certo non era il Barolo gioielli e l'idea di fare grappe da monovitigno era di là da venire, ma tra tirare fuori alcool e invece rispettare profumi e bouquet delle vinacce ce ne correva. E poi 'è stato nonno Lazarito che ha insegnato ad Antonella i segreti della distillazione, ma prima di tutto l'amore per la terra di cui la grappa è l'ultima essenza. E ci sono stati gli anni del boom e quel Carosello con Mike Bongiorno. Chi se lo è dimenticato: «Concludendo Bocchino». La vita a volte fa improvvise deviazioni. Antonella lascia la casa e la distilleria di casa e va per il mondo. Ma in testa ha quel profumo che non si può dimenticare: l'elisir di Moscato. Ed eccola con il suo nuovo progetto: fare una selezione di grappe esclusivamente da uve Moscato. Ma di tutti i Moscato d'Italia che sono un unicum. E' nata così AB Selezione: più che una linea di grappe è una collezione di altissima creatività distillatoria che restituisce al fare spiriti la sua primigenia funzione, tirare fuori l'anima della materia. «Per me il Moscato – confida Antonella Bocchino – è come la madeleine di Proust: significa tornare in contatto con la mia essenza e questo ho cercato di mettere dentro le mie grappe». Nasce così AB Selezione (www.abselezione.com) che è una sorta di famedio dei Moscato d'Italia: da quello di Trani a quello di Pantelleria passando ovviamente per quello di Canelli e poi ci sono le grappe introvabili: i millesimi che significa 94, 97, 2000 vendemmie rare che per averle devi metterti in fila: Antonella Bocchino è l'unica distillatrice d'Europa a vantare un'antologia di distillati declinati sule variazioni di u tema. E da questa sua particolarità è nato il successo che ha ottenuto a livello internazionale. I bar tendere di tutto il mondo si sono misurati con le grappe di Moscato inventando nuovo cocktail che lei ha raccolto in un esclusivo ricettario. Ma il successo è stato anche quello di aver imposto uno stile italiano degli spirits, a partire anche dal «vestito» di questa selezione unica di grappe. Le bottiglie sono austere e preziose insieme, lo stile italianissimo della casa è vagamente retrò capace di esaltare chiunque abbia desiderio di misurarsi con l'arte della distillazione che si esprime anche in due esclusive grappe di Barolo come omaggio alla piemontesità delle radici. Mala contaminazione con il mondo dei cocktail ha avuto sulla «signora della grappa» un effetto benefico che fa guadagnare all'Italia ulteriori primati qualitativi in fatto di spiriti. «Mi sono ricordata – dice Antonella Bocchino – delle creme cacao di quando ero piccola e ho voluto provare a fare qualcosa di nuovo». E nato così Ananda che è una sorta di liquore della felicità. Ananda in sanscrito vuol dire infatti beatitudine. Guido Gobino – grandissimo cioccolatiere torinese – è il selezionatore della materia prima che sono le fave di cacao di Arriba Superor Selecto, una produzione esclusiva dell'Equador. Antonella sposa queste fave con lo spiriti da uve piemontesi e ne fa un liquore al cacao che è diventato il nuovo elisir dei più esclusivi miscelatori del mondo. Dopo Ananda la gamma è stata completata con un liquore alla meta piperita il Mynta che è una sorta di infuso erboristico di freschezza inusitata e con un'interpretazione molto suadente e femminile dei distillati di mela: è il Calvilla. Ottenuto esclusivamente da mele Calleville (è una qualità di mela belga) arrivate in Val Pellice e in Val Chisone circa 300 ani fa. Oggi sono una coltivazione esclusiva di una cooperativa che produce in biologico. E Antonella Bocchino le preleva le fa macerare in alcool di vino e ottiene questo infuso di mele che è già diventato il profumo antico della nuovelle vaugue dei cocktail. Perché in fatto di distillati l'Italia è capace di fare innovazione guardando al passato.
Carlo Cambi
Dal whisky al mistrà: è puro spirito italiano
Compie 150 anni ed è uno dei simboli dell'Italia centrale ferita dal terremoto che vuole rinascere. È la Distilleria Varnelli di Maddalena di Muccia in provincia di Macerata nata da un farmacista Girolamo Varnelli che seguiva la tradizione alchemica di preparare prodotti curativi attraverso la distillazione. Nacque così il mitico Varnelli, il distillato di anice stellato che fa concorrenza ai Pastisse francesi e all'Ouzo greco, ma che si è conquistato un posto di eccellenza nel mondo facendosi riconoscere come Mistrà. Del resto la tradizione distillatori marchigiana deriva da quella dei benedettini e così le Marche sono terra di anisette. Due resistono all'usura del tempo: la Rosati e la Meletti entrambe di Ascoli, sono distillate di un' erba particolare: la pimpinella asinum che conferisce un sapore e un profumo a metà strada tra la menta e il finocchio e l'anice. Distillati esclusivissimi che stano di nuovo diventando di moda. Come del resto i rosoli (si parte dalla distillazione di fiori e frutta) e come un altro liquore-distillato battezzato da D'Annunzio: l'Aurum infuso di arance in alcool che fa concorrenza ai francesi Grand Marnier e Cointreau. Dai distillati autoctoni a quelli internazionali che però se prodotti in Italia acquistano nuova personalità. Vediamo che cosa sta succedendo nelle nostre distillerie. E come dimenticare distillati che non fano concorrenza agli Chartreuse ma che sfruttano la fragranza delle nostre erbe. Ne citiamo due: il Genepì Valdostano che ha in Ottoz la griffe più prestigiosa e il Centerbe abruzzese una sorta di «sabba» dei boschi dove la distillazione come alchimia si rivela in tuta la sua forza
Gin – È un distillato che sembrava appannaggio esclusivo delle isole britanniche e invece è nato un nuovo Gin. Un po' come è successo con le birre artigianali, l'Italia sfruttando l'enorme biodiversità del nostro paese ha cominciato a confezionare dei Gin «naturali« che hanno imposto un nuovo stile. Ormai sono più di un centinaio le etichette di Gin tricolore che vengono prodotte per lo più nelle zone di collina o in montagna dove la ricchezza di erbe aromatiche, la purezza delle acque e l'abbondanza di bacche consente di variare molto la ricetta base. Un marchio che è tornato di moda grazie al nuovo gin è Luxardo casa famosissima per la produzione del maraschino un liquore-distillato che fece grande la comunità italiana in Istria e che si fa con le marasche. Il maraschino si vende nella classica bottiglia quadrata ricoperta di rafia mentre il Gin Luxardo sfrutta i ginepri di Dalmazia e si trova in una raffinata bottiglia nera. Tra i Gin più complessi c'è sicuramente il La Vita è Bella di Alfons Walcher di Appiano che sfrutta ben 24 differenti erbe. Ci sono anche i Gin metropolitani come il The Botanical Club di Milano, il VII Hills romano e il Be8 di Torino. Poi ci sono i Gin delle distillerie affermate come quello di Poli, quello di Pilzer, della piemontese Quaglia. E poi c'è il Gin dei monaci di Vallombrosa e quello sardo Solo Wild Gin. Ma quello che è diventato una sorta di must del Gin all'italiana è il Fred Jerbis, 43 erbe distillate da Federico Cremasco in quel di Pordenone.
Rum – Chi pensa che sia una sola prerogativa giamaicana o dei Cuba sbaglia. Anche in Italia si produce rum. Un etichetta molto buona è quella di Capovilla, una delle migliori distilleria d'Italia che fa brandy, ovviamente grappa, e moltissimi distillati di frutta. Vittorio Gianni Capovilla, vicentino, è considerato il maestro di tutti i distillatori d'Europa. Ha prodotto distillati da tutto: dalla rosa canina al miele passando per la frutta. Ed ha rovesciato il concetto di base. Prima alla distillazione si mandavano gli scarti (c'è stato un periodo in cui l'Europa imponeva la distillazione delle eccedenze di vino) con Capovilla si è cominciato a pensare che per avere ottimi distillati si deve partire da ottima materia prima. E così Gianni ha fatto anche per ottenere il suo rum. Un'altra distilleria si è misurata con lo spirito caraibico sono i padovani Zamperoni anche loro specializzati in distillati alla frutta.
Whisky – Non siamo ancora pronti per fare concorrenza alla Scozia ma l'Italia si sta avviando ad una buna produzione di whisky. Del resto siamo tra i maggiori distillatori di cereali e già stiamo producendo basi per wodka che vengono poi usate dai grandi marchi internazionali. Ma in fatto di whisky abbiamo una significativa produzione di montagna. Il primo triplo malto tricolore viene dalla Val Venosta e lo hanno prodotto i fratelli Ebensperger nella distilleria Puni alle porte di Glorenza. È un whisky che sfrutta la purezza delle acque di montagna e la ricchezza di cereali. Le prime bottiglie sono state prodotte nel 2015. Ma subito a ruota è arrivata un'altra distilleria sempre altoatesina che ha prodotto E'Retico con l'etichetta storica Psenner da un alambicco che da oltre un secolo distilla grappa.
Calvados - Un altro distillato che i francesi ritengono a loro esclusivo appannaggio in realtà ha radici italiane, nelle zone di montagna dove si coltivano le mele e dove il sidro – il vino di mele - è una delle produzioni di maggior caratura. Uno dei Calvà migliori d'Italia è quello prodotto da monaci del monastero di Germagno alle pendici del monte Massone nelle valli dell'ossolano. Nella produzione di liquori e distillati alla mela si è specializzata l'azienda agricola Vettoretto che di Mezzocorona che sfrutta la melicoltura trentina e un Calvados, o meglio distillato di mele visto che il nome francese è protetto, di ottima qualità è anche quello prodotto dalla distilleria Levi di Neive nel cuneese.
Carlo Cambi
Con Nio il cocktail è in busta. Per berlo basta aggiungere un po' di ghiaccio
Tre giovani imprenditori con tante idee e niente da bere. Sembra l'incipit di una storiella divertente, ma è così che nasce Nio (Needs Ice Only, ndr.), azienda italiana che si pone come obiettivo quello di stravolgere le abitudini di consumo degli alcolici, rendendoli fruibili in ogni luogo e per ogni occasione. Il concetto che sta alla base del progetto di Luca Quagliano è semplice: basta agitare la busta con il tuo cocktail preferito e versarla in un bicchiere pieno di ghiaccio, come farebbero i migliori mixologist. E bere. A un anno dalla sua nascita l'azienda prevede di superare il milione di euro in fatturato e si inserisce in un mercato che pur valendo 100 miliardi di dollari dipende solo per l'1% dal commercio online. Un'opportunità unica.
Il progetto Nio nasce quasi per caso. Può raccontarci come è andata?
«L'idea mi è venuta alla fine di una cena a casa con amici. Volevo offrire loro qualcosa di diverso per concludere la serata, ma pur avendo la dispensa piena di spirits non avevo le competenze necessarie per creare un cocktail a regola d'arte. E nessuno dei miei amici era in grado di sopperire alla mia mancanza. Quella notte l'ho passata insonne pensando "perché deve sempre finire così?", così la mattina dopo ho chiamato due miei amici (Alessandro Palmarin e Massimo Palmieri, ndr) per raccontargli l'idea che mi era venuta in mente. E ora siamo in società insieme».
Come siete passati dall'idea al business vero e proprio?
«In linea teorica il progetto sembrava semplice da realizzare ma nella pratica si è rivelato più difficile del previsto. Stavamo creando un prodotto che fino a quel momento non era mai esistito. Una vera e propria sfida. Il primo anno è stato intenso e molto importante, ma siamo soddisfatti che l'idea stia riscontrando un grande successo. Ora non si può fare altro che continuare a crescere».
Quali cocktail proponete?
«La nostra lista standard è composta da quelli che chiamiamo "Grandi Classici", quei cocktail che rappresentano la storia come il Negroni. Il nostro bartender Patrick Pistolesi sta preparando anche una serie di drink in edizione limitata esclusivamente per NIO. Potete già assaggiare il nostro cocktail creato per aiutare il comune di Amatrice, composto da Cynar, Biancosarti, Vermouth Carpano, Aperol e Acqua».
Com'è il rapporto con le aziende che producono gli ingredienti per i vostri cocktail?
«Direi ottimo. È attualmente in vendita una Luxury Edition, composta da Welsh Rob Roy, Ti-Punch, Japanese Boulevardier, Cosmo Twist, sviluppata insieme al gruppo Meregalli che in Italia distribuisce alcuni superalcolici premium come l'Akashi Whiskey e Chase Vodka. Per noi è importante offrire un prodotto di qualità».
Dove si possono acquistare i prodotti Nio?
«Attualmente il nostro canale principale è quello online. Quest'anno però stiamo lavorando per la diffusione retail grazie ad accordi con distributori nazionali e la presenza in strutture alberghiere, dove siamo già presenti grazie all'accordo con la catena Planetaria Hotel. Il nostro sguardo però è rivolto non soltanto all'Italia ma anche ai mercati esteri, dove il progetto sta suscitando interesse».
Mariella Baroli
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L'industria della distillazione, la cui paternità va attribuita a Michele Savonarola, zio di Girolamo, è in continua evoluzione. Il segreto è progettare nuovi prodotti senza rinunciare alle tradizioni. Alla scoperta di Ananda, il liquore della felicità creato dalla distillatrice Antonella Bocchino. A Maddalena di Muccia, in provincia di Macerata, c'è una distilleria in grado di preparare alchemici curativi. L'ultima moda inventata da Nio: il cocktail in busta. Basta solo un po' di ghiaccio per poter gustare il proprio drink ovunque. Lo speciale contiene quattro articoli. Non c'è dubbio l'Italia è una pese di spirito. Forse è il primo paese al mondo dove la distillazione si è fatta industria affinando una tecnica già propria di etruschi, greci e romani che l'usavano per produrre unguenti e medicamenti, e divenuta nel Medioevo appannaggio dei frati benedettini che l'hanno appreso dagli arabi. La dominazione araba in Sicilia ha lasciato un'eredità consistente ai nostri distillatori e gran parte delle parole che usiamo, da alcool a elisir, sono di derivazione araba. Fu Michele Savonarola – lo zio del Girolamo fustigatore dei costumi fiorentini - con il suo De Conficienda Aquae Vitae pubblicato alla fine del 300 a porre i fondamenti della nostra industria della distillazione. Che ha assunto nei secoli un carattere tecnico senza perdere tuttavia la suggestione alchemica e che prima di essere destinata a produrre per il piacere gastronomico era stata destinata a confezionare sostanze dedite alla cura. Sarà Caterina de' Medici che va in sposa a Enrico II futuro re di Francia a portare oltralpe l'uso dei distillati per impreziosire i dolci come s'usava nella Firenze rinascimentale. Così se gli scozzesi si vantano del whisky, i francesi del Cognac, del Calvados e dell'Armagnac magnificando la Chartreuse che specialità de monaci cistercensi dunque benedettini, gli inglesi del Gin è bene sapere che queste distillazioni sono di origine italiana e pure la wodka ha antenati mediterranei che l'uso di distillare cereali e residui della produzione della birra è vecchia quasi quanto l'uomo. Oggi molti distillatori italiani sono tornati a produrre anche questi «spiriti» che sembrano non autoctoni dell'Italia. Che ha un suo assoluto primato: la grappa. Prodotto a torto ritenuto umile, che invece dimostra come la distillazione sia un patrimonio consolidato nel nostro paese. La grappa fu forse la prima acquavite e oggi rappresenta, poiché nessuno distilla le vinacce, davvero uno spirito del tuto esclusivo. Tant'è che ha conquistato piano piano i mercati esteri. Oggi non è più un prodotto generico, ma si fanno le grappe da monovitigno, invecchiate per anni e anni stanno rivaleggiando con i più preziosi Scotch. I mercati che la grappa italiana ha conquistato sono quelli abituati a bere forte. Una tendenza che invece in Italia sta scemando, si stima che negli ultimi cinque anni si siano persi quasi due milioni di consumatori di distillati che però sono stati sostituiti da consumatori molto preparati: ormai il bere un distillato è un consumo colto e ostentativo. Insomma è tramontata l'epoca del grappino a fine pasto. Ma la riscossa della grappa passa anche attraverso la scoperta che i bar tender ne hanno fatta. Le grappe oggi sono un ingrediente fondamentale per molti cocktail al pari dei più celebrati spiriti internazionali. Un'occasione per conoscere tutti i segreti del più italiano degli spiriti è sicuramente «Distillerie aperte» la manifestazione ideata dall'Istituto Nazionale Grappa che da anni consente ai consumatori di farsi una cultura sull'arte della distillazione. Quest'anno l'appuntamento è per il 7 ottobre in circa un centinaio di distillerie sulle 163 che sono rimaste in attività in Italia e il tema suggerito è l'abbinamento grappa-caffe (per sapere tutto www.istitutograppa.org). È un settore molto particolare quello delle grappe dove accanto a grandi produttori ci sono dei veri e propri artigiani dell'alambicco. Certo un plauso particolare va all'antica distilleria a vapore Nardini di Bassano del Grappa che ha tenuto in alto la tradizione, ma un'innovazione è sicuramente venuta da Gianola Nonino che ha dato alla Grappa una nuova identità come prodotto di qualità assoluta. Ci sono dei distillatori come Roberto Castagner il primo a fare una grappa torbata per fare concorrenza ai whisky. Ci sono le grandi griffes come Segnana che ha vinto l'Alambicco d'Oro, come Bottega, come, Mazzetti d'Altavilla, Bepi Tosolini, Bottega, e ci sono i piccoli artigiani dell'alambicco come ad esempio Gino Barile che a Silvano d'Orba con la moglie Saveria Nuccia de Palo manda avanti la piccola distilleria Bor Bar dove si distila con apparecchi in discontinuo (metodo charantais) e si fanno grappe invecchiate fino a 40 anni!. Tra gli artigiani ci sono anche sartorie del grappa di altissimo profilo come ad esempio la distilleria Nannoni in quel di Paganico nel grossetano dove Priscilla Occhipinti ha raccolto l'eredità del mastro distillatore Gioacchino Nannoni, il creatore delle cosiddette grappe di fattoria che hanno dato il là alle grappe ottenute con le vinacce dei grandissimi vini italiani. E poi ci sono i campioni della distillazione di alta qualità come i trentini Fratelli Poli che sono in grado di produrre delle grappe su misura. È un mondo quello della distillazione in continua evoluzione che riesce a portarsi dietro il bagaglio della tradizione senza rinunciare a progettare nuovi prodotti. È stato il caso per esempio di Bonaventura Maschio che ha imposto le acqueviti da uva fresca e non da vinacce (poi seguito da Nonino che ne ha fatto un must), o di mastri distillatori come Capovilla che hanno esplorato tuto l'universo della distillazione della frutta partendo da una lunghissima tradizione grappista. L'Italia degli spirits che ha campioni – dal punto di vista economico - di caratura mondiale come Campari o Branca ha anche nel distillato di vino uno suo particolare primato. Intanto occorrerà dire che se i francesi si beano delle loro denominazioni esclusive come Cognac e Armagnac ance noi italiani in fato di distillazione di vino abbiamo un nostro primato: è l'Arzente! Il nome è una creazione di D'Annunzio che da ardente tirò fuori il none autarchico del distillato di vino. E ancora oggi alcune distillerie lo usano: è il caso di Bellavista (produce tra i migliori spumanti d'Italia in Franciacorta) di Jacopo Poli, come Castello di Querceto. Ma la tradizione del brandy italiano che certo ha avuto in Vecchia Romagna e Stock i marchi più diffusi è ampia e oggi poggia su lavorazioni del tutto particolari. Come il caso di Villa Zarri a Bologna, di Roberto Di Meo che a Saza Irpina fa un brandy da Taurasi di assoluto livello con distillazione a bagnomaria, come Carpenè Malvolti che acanto alla produzione d'eccellenza di Prosecco da sempre produce dei brandy particolari invecchiati in piccolo rovere per almeno dieci anni. E poi ci sono le acqueviti di vino come quelle di Pojer & Sandri, piccola grade cantina trentina, quelle della valdostana La Voldataine che firma l'Eau de l'Enfer, della produzione mediterranea delle distillerie Lussurghesi in Sardegna e delle distillerie Fichera che firmano un esclusivo brandy siciliano. Dunque l'Italia è davvero un paese di spirito, anzi di molti spiriti. INFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="antonella-bocchino-la-signora-dei-moscati" data-post-id="2604271289" data-published-at="1773368202" data-use-pagination="False"> Antonella Bocchino: la signora dei moscati Ha i capelli con lo stesso riflesso delle sue bottiglie. Una figura elegante, una passione vera, una tradizione così intensa e lunga da farle vibrare dentro le corde della sinfonia dei ricordi appena pronunci la parola grappa. Con Antonella Bocchino non si può parlare di distillati senza comprendere chela parola spirito significa anche anima. Il suo trisavolo Carlo in quel di Canelli costruì uno degli impianti di distillazione più moderni per l'epoca: c'era tuta la vinaccia dell'astigiano da sfruttare e poi c'erano le uve di Langa. Certo non era il Barolo gioielli e l'idea di fare grappe da monovitigno era di là da venire, ma tra tirare fuori alcool e invece rispettare profumi e bouquet delle vinacce ce ne correva. E poi 'è stato nonno Lazarito che ha insegnato ad Antonella i segreti della distillazione, ma prima di tutto l'amore per la terra di cui la grappa è l'ultima essenza. E ci sono stati gli anni del boom e quel Carosello con Mike Bongiorno. Chi se lo è dimenticato: «Concludendo Bocchino». La vita a volte fa improvvise deviazioni. Antonella lascia la casa e la distilleria di casa e va per il mondo. Ma in testa ha quel profumo che non si può dimenticare: l'elisir di Moscato. Ed eccola con il suo nuovo progetto: fare una selezione di grappe esclusivamente da uve Moscato. Ma di tutti i Moscato d'Italia che sono un unicum. E' nata così AB Selezione: più che una linea di grappe è una collezione di altissima creatività distillatoria che restituisce al fare spiriti la sua primigenia funzione, tirare fuori l'anima della materia. «Per me il Moscato – confida Antonella Bocchino – è come la madeleine di Proust: significa tornare in contatto con la mia essenza e questo ho cercato di mettere dentro le mie grappe». Nasce così AB Selezione (www.abselezione.com) che è una sorta di famedio dei Moscato d'Italia: da quello di Trani a quello di Pantelleria passando ovviamente per quello di Canelli e poi ci sono le grappe introvabili: i millesimi che significa 94, 97, 2000 vendemmie rare che per averle devi metterti in fila: Antonella Bocchino è l'unica distillatrice d'Europa a vantare un'antologia di distillati declinati sule variazioni di u tema. E da questa sua particolarità è nato il successo che ha ottenuto a livello internazionale. I bar tendere di tutto il mondo si sono misurati con le grappe di Moscato inventando nuovo cocktail che lei ha raccolto in un esclusivo ricettario. Ma il successo è stato anche quello di aver imposto uno stile italiano degli spirits, a partire anche dal «vestito» di questa selezione unica di grappe. Le bottiglie sono austere e preziose insieme, lo stile italianissimo della casa è vagamente retrò capace di esaltare chiunque abbia desiderio di misurarsi con l'arte della distillazione che si esprime anche in due esclusive grappe di Barolo come omaggio alla piemontesità delle radici. Mala contaminazione con il mondo dei cocktail ha avuto sulla «signora della grappa» un effetto benefico che fa guadagnare all'Italia ulteriori primati qualitativi in fatto di spiriti. «Mi sono ricordata – dice Antonella Bocchino – delle creme cacao di quando ero piccola e ho voluto provare a fare qualcosa di nuovo». E nato così Ananda che è una sorta di liquore della felicità. Ananda in sanscrito vuol dire infatti beatitudine. Guido Gobino – grandissimo cioccolatiere torinese – è il selezionatore della materia prima che sono le fave di cacao di Arriba Superor Selecto, una produzione esclusiva dell'Equador. Antonella sposa queste fave con lo spiriti da uve piemontesi e ne fa un liquore al cacao che è diventato il nuovo elisir dei più esclusivi miscelatori del mondo. Dopo Ananda la gamma è stata completata con un liquore alla meta piperita il Mynta che è una sorta di infuso erboristico di freschezza inusitata e con un'interpretazione molto suadente e femminile dei distillati di mela: è il Calvilla. Ottenuto esclusivamente da mele Calleville (è una qualità di mela belga) arrivate in Val Pellice e in Val Chisone circa 300 ani fa. Oggi sono una coltivazione esclusiva di una cooperativa che produce in biologico. E Antonella Bocchino le preleva le fa macerare in alcool di vino e ottiene questo infuso di mele che è già diventato il profumo antico della nuovelle vaugue dei cocktail. Perché in fatto di distillati l'Italia è capace di fare innovazione guardando al passato.Carlo Cambi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="dal-whisky-al-mistra-e-puro-spirito-italiano" data-post-id="2604271289" data-published-at="1773368202" data-use-pagination="False"> Dal whisky al mistrà: è puro spirito italiano Compie 150 anni ed è uno dei simboli dell'Italia centrale ferita dal terremoto che vuole rinascere. È la Distilleria Varnelli di Maddalena di Muccia in provincia di Macerata nata da un farmacista Girolamo Varnelli che seguiva la tradizione alchemica di preparare prodotti curativi attraverso la distillazione. Nacque così il mitico Varnelli, il distillato di anice stellato che fa concorrenza ai Pastisse francesi e all'Ouzo greco, ma che si è conquistato un posto di eccellenza nel mondo facendosi riconoscere come Mistrà. Del resto la tradizione distillatori marchigiana deriva da quella dei benedettini e così le Marche sono terra di anisette. Due resistono all'usura del tempo: la Rosati e la Meletti entrambe di Ascoli, sono distillate di un' erba particolare: la pimpinella asinum che conferisce un sapore e un profumo a metà strada tra la menta e il finocchio e l'anice. Distillati esclusivissimi che stano di nuovo diventando di moda. Come del resto i rosoli (si parte dalla distillazione di fiori e frutta) e come un altro liquore-distillato battezzato da D'Annunzio: l'Aurum infuso di arance in alcool che fa concorrenza ai francesi Grand Marnier e Cointreau. Dai distillati autoctoni a quelli internazionali che però se prodotti in Italia acquistano nuova personalità. Vediamo che cosa sta succedendo nelle nostre distillerie. E come dimenticare distillati che non fano concorrenza agli Chartreuse ma che sfruttano la fragranza delle nostre erbe. Ne citiamo due: il Genepì Valdostano che ha in Ottoz la griffe più prestigiosa e il Centerbe abruzzese una sorta di «sabba» dei boschi dove la distillazione come alchimia si rivela in tuta la sua forzaGin – È un distillato che sembrava appannaggio esclusivo delle isole britanniche e invece è nato un nuovo Gin. Un po' come è successo con le birre artigianali, l'Italia sfruttando l'enorme biodiversità del nostro paese ha cominciato a confezionare dei Gin «naturali« che hanno imposto un nuovo stile. Ormai sono più di un centinaio le etichette di Gin tricolore che vengono prodotte per lo più nelle zone di collina o in montagna dove la ricchezza di erbe aromatiche, la purezza delle acque e l'abbondanza di bacche consente di variare molto la ricetta base. Un marchio che è tornato di moda grazie al nuovo gin è Luxardo casa famosissima per la produzione del maraschino un liquore-distillato che fece grande la comunità italiana in Istria e che si fa con le marasche. Il maraschino si vende nella classica bottiglia quadrata ricoperta di rafia mentre il Gin Luxardo sfrutta i ginepri di Dalmazia e si trova in una raffinata bottiglia nera. Tra i Gin più complessi c'è sicuramente il La Vita è Bella di Alfons Walcher di Appiano che sfrutta ben 24 differenti erbe. Ci sono anche i Gin metropolitani come il The Botanical Club di Milano, il VII Hills romano e il Be8 di Torino. Poi ci sono i Gin delle distillerie affermate come quello di Poli, quello di Pilzer, della piemontese Quaglia. E poi c'è il Gin dei monaci di Vallombrosa e quello sardo Solo Wild Gin. Ma quello che è diventato una sorta di must del Gin all'italiana è il Fred Jerbis, 43 erbe distillate da Federico Cremasco in quel di Pordenone.Rum – Chi pensa che sia una sola prerogativa giamaicana o dei Cuba sbaglia. Anche in Italia si produce rum. Un etichetta molto buona è quella di Capovilla, una delle migliori distilleria d'Italia che fa brandy, ovviamente grappa, e moltissimi distillati di frutta. Vittorio Gianni Capovilla, vicentino, è considerato il maestro di tutti i distillatori d'Europa. Ha prodotto distillati da tutto: dalla rosa canina al miele passando per la frutta. Ed ha rovesciato il concetto di base. Prima alla distillazione si mandavano gli scarti (c'è stato un periodo in cui l'Europa imponeva la distillazione delle eccedenze di vino) con Capovilla si è cominciato a pensare che per avere ottimi distillati si deve partire da ottima materia prima. E così Gianni ha fatto anche per ottenere il suo rum. Un'altra distilleria si è misurata con lo spirito caraibico sono i padovani Zamperoni anche loro specializzati in distillati alla frutta.Whisky – Non siamo ancora pronti per fare concorrenza alla Scozia ma l'Italia si sta avviando ad una buna produzione di whisky. Del resto siamo tra i maggiori distillatori di cereali e già stiamo producendo basi per wodka che vengono poi usate dai grandi marchi internazionali. Ma in fatto di whisky abbiamo una significativa produzione di montagna. Il primo triplo malto tricolore viene dalla Val Venosta e lo hanno prodotto i fratelli Ebensperger nella distilleria Puni alle porte di Glorenza. È un whisky che sfrutta la purezza delle acque di montagna e la ricchezza di cereali. Le prime bottiglie sono state prodotte nel 2015. Ma subito a ruota è arrivata un'altra distilleria sempre altoatesina che ha prodotto E'Retico con l'etichetta storica Psenner da un alambicco che da oltre un secolo distilla grappa.Calvados - Un altro distillato che i francesi ritengono a loro esclusivo appannaggio in realtà ha radici italiane, nelle zone di montagna dove si coltivano le mele e dove il sidro – il vino di mele - è una delle produzioni di maggior caratura. Uno dei Calvà migliori d'Italia è quello prodotto da monaci del monastero di Germagno alle pendici del monte Massone nelle valli dell'ossolano. Nella produzione di liquori e distillati alla mela si è specializzata l'azienda agricola Vettoretto che di Mezzocorona che sfrutta la melicoltura trentina e un Calvados, o meglio distillato di mele visto che il nome francese è protetto, di ottima qualità è anche quello prodotto dalla distilleria Levi di Neive nel cuneese.Carlo Cambi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="con-nio-il-cocktail-e-in-busta-per-berlo-basta-aggiungere-un-po-di-ghiaccio" data-post-id="2604271289" data-published-at="1773368202" data-use-pagination="False"> Con Nio il cocktail è in busta. Per berlo basta aggiungere un po' di ghiaccio Tre giovani imprenditori con tante idee e niente da bere. Sembra l'incipit di una storiella divertente, ma è così che nasce Nio (Needs Ice Only, ndr.), azienda italiana che si pone come obiettivo quello di stravolgere le abitudini di consumo degli alcolici, rendendoli fruibili in ogni luogo e per ogni occasione. Il concetto che sta alla base del progetto di Luca Quagliano è semplice: basta agitare la busta con il tuo cocktail preferito e versarla in un bicchiere pieno di ghiaccio, come farebbero i migliori mixologist. E bere. A un anno dalla sua nascita l'azienda prevede di superare il milione di euro in fatturato e si inserisce in un mercato che pur valendo 100 miliardi di dollari dipende solo per l'1% dal commercio online. Un'opportunità unica.Il progetto Nio nasce quasi per caso. Può raccontarci come è andata?«L'idea mi è venuta alla fine di una cena a casa con amici. Volevo offrire loro qualcosa di diverso per concludere la serata, ma pur avendo la dispensa piena di spirits non avevo le competenze necessarie per creare un cocktail a regola d'arte. E nessuno dei miei amici era in grado di sopperire alla mia mancanza. Quella notte l'ho passata insonne pensando "perché deve sempre finire così?", così la mattina dopo ho chiamato due miei amici (Alessandro Palmarin e Massimo Palmieri, ndr) per raccontargli l'idea che mi era venuta in mente. E ora siamo in società insieme».Come siete passati dall'idea al business vero e proprio?«In linea teorica il progetto sembrava semplice da realizzare ma nella pratica si è rivelato più difficile del previsto. Stavamo creando un prodotto che fino a quel momento non era mai esistito. Una vera e propria sfida. Il primo anno è stato intenso e molto importante, ma siamo soddisfatti che l'idea stia riscontrando un grande successo. Ora non si può fare altro che continuare a crescere».Quali cocktail proponete?«La nostra lista standard è composta da quelli che chiamiamo "Grandi Classici", quei cocktail che rappresentano la storia come il Negroni. Il nostro bartender Patrick Pistolesi sta preparando anche una serie di drink in edizione limitata esclusivamente per NIO. Potete già assaggiare il nostro cocktail creato per aiutare il comune di Amatrice, composto da Cynar, Biancosarti, Vermouth Carpano, Aperol e Acqua».Com'è il rapporto con le aziende che producono gli ingredienti per i vostri cocktail?«Direi ottimo. È attualmente in vendita una Luxury Edition, composta da Welsh Rob Roy, Ti-Punch, Japanese Boulevardier, Cosmo Twist, sviluppata insieme al gruppo Meregalli che in Italia distribuisce alcuni superalcolici premium come l'Akashi Whiskey e Chase Vodka. Per noi è importante offrire un prodotto di qualità».Dove si possono acquistare i prodotti Nio?«Attualmente il nostro canale principale è quello online. Quest'anno però stiamo lavorando per la diffusione retail grazie ad accordi con distributori nazionali e la presenza in strutture alberghiere, dove siamo già presenti grazie all'accordo con la catena Planetaria Hotel. Il nostro sguardo però è rivolto non soltanto all'Italia ma anche ai mercati esteri, dove il progetto sta suscitando interesse».Mariella Baroli
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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