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2018-09-13
Dalla grappa al brandy, è un'Italia piena di spirito
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www.laverita.info
Non c'è dubbio l'Italia è una pese di spirito. Forse è il primo paese al mondo dove la distillazione si è fatta industria affinando una tecnica già propria di etruschi, greci e romani che l'usavano per produrre unguenti e medicamenti, e divenuta nel Medioevo appannaggio dei frati benedettini che l'hanno appreso dagli arabi. La dominazione araba in Sicilia ha lasciato un'eredità consistente ai nostri distillatori e gran parte delle parole che usiamo, da alcool a elisir, sono di derivazione araba.
Fu Michele Savonarola – lo zio del Girolamo fustigatore dei costumi fiorentini - con il suo De Conficienda Aquae Vitae pubblicato alla fine del 300 a porre i fondamenti della nostra industria della distillazione. Che ha assunto nei secoli un carattere tecnico senza perdere tuttavia la suggestione alchemica e che prima di essere destinata a produrre per il piacere gastronomico era stata destinata a confezionare sostanze dedite alla cura. Sarà Caterina de' Medici che va in sposa a Enrico II futuro re di Francia a portare oltralpe l'uso dei distillati per impreziosire i dolci come s'usava nella Firenze rinascimentale. Così se gli scozzesi si vantano del whisky, i francesi del Cognac, del Calvados e dell'Armagnac magnificando la Chartreuse che specialità de monaci cistercensi dunque benedettini, gli inglesi del Gin è bene sapere che queste distillazioni sono di origine italiana e pure la wodka ha antenati mediterranei che l'uso di distillare cereali e residui della produzione della birra è vecchia quasi quanto l'uomo.
Oggi molti distillatori italiani sono tornati a produrre anche questi «spiriti» che sembrano non autoctoni dell'Italia. Che ha un suo assoluto primato: la grappa. Prodotto a torto ritenuto umile, che invece dimostra come la distillazione sia un patrimonio consolidato nel nostro paese. La grappa fu forse la prima acquavite e oggi rappresenta, poiché nessuno distilla le vinacce, davvero uno spirito del tuto esclusivo. Tant'è che ha conquistato piano piano i mercati esteri. Oggi non è più un prodotto generico, ma si fanno le grappe da monovitigno, invecchiate per anni e anni stanno rivaleggiando con i più preziosi Scotch. I mercati che la grappa italiana ha conquistato sono quelli abituati a bere forte. Una tendenza che invece in Italia sta scemando, si stima che negli ultimi cinque anni si siano persi quasi due milioni di consumatori di distillati che però sono stati sostituiti da consumatori molto preparati: ormai il bere un distillato è un consumo colto e ostentativo. Insomma è tramontata l'epoca del grappino a fine pasto. Ma la riscossa della grappa passa anche attraverso la scoperta che i bar tender ne hanno fatta. Le grappe oggi sono un ingrediente fondamentale per molti cocktail al pari dei più celebrati spiriti internazionali. Un'occasione per conoscere tutti i segreti del più italiano degli spiriti è sicuramente «Distillerie aperte» la manifestazione ideata dall'Istituto Nazionale Grappa che da anni consente ai consumatori di farsi una cultura sull'arte della distillazione. Quest'anno l'appuntamento è per il 7 ottobre in circa un centinaio di distillerie sulle 163 che sono rimaste in attività in Italia e il tema suggerito è l'abbinamento grappa-caffe (per sapere tutto www.istitutograppa.org).
È un settore molto particolare quello delle grappe dove accanto a grandi produttori ci sono dei veri e propri artigiani dell'alambicco. Certo un plauso particolare va all'antica distilleria a vapore Nardini di Bassano del Grappa che ha tenuto in alto la tradizione, ma un'innovazione è sicuramente venuta da Gianola Nonino che ha dato alla Grappa una nuova identità come prodotto di qualità assoluta. Ci sono dei distillatori come Roberto Castagner il primo a fare una grappa torbata per fare concorrenza ai whisky. Ci sono le grandi griffes come Segnana che ha vinto l'Alambicco d'Oro, come Bottega, come, Mazzetti d'Altavilla, Bepi Tosolini, Bottega, e ci sono i piccoli artigiani dell'alambicco come ad esempio Gino Barile che a Silvano d'Orba con la moglie Saveria Nuccia de Palo manda avanti la piccola distilleria Bor Bar dove si distila con apparecchi in discontinuo (metodo charantais) e si fanno grappe invecchiate fino a 40 anni!. Tra gli artigiani ci sono anche sartorie del grappa di altissimo profilo come ad esempio la distilleria Nannoni in quel di Paganico nel grossetano dove Priscilla Occhipinti ha raccolto l'eredità del mastro distillatore Gioacchino Nannoni, il creatore delle cosiddette grappe di fattoria che hanno dato il là alle grappe ottenute con le vinacce dei grandissimi vini italiani. E poi ci sono i campioni della distillazione di alta qualità come i trentini Fratelli Poli che sono in grado di produrre delle grappe su misura.
È un mondo quello della distillazione in continua evoluzione che riesce a portarsi dietro il bagaglio della tradizione senza rinunciare a progettare nuovi prodotti. È stato il caso per esempio di Bonaventura Maschio che ha imposto le acqueviti da uva fresca e non da vinacce (poi seguito da Nonino che ne ha fatto un must), o di mastri distillatori come Capovilla che hanno esplorato tuto l'universo della distillazione della frutta partendo da una lunghissima tradizione grappista.
L'Italia degli spirits che ha campioni – dal punto di vista economico - di caratura mondiale come Campari o Branca ha anche nel distillato di vino uno suo particolare primato. Intanto occorrerà dire che se i francesi si beano delle loro denominazioni esclusive come Cognac e Armagnac ance noi italiani in fato di distillazione di vino abbiamo un nostro primato: è l'Arzente! Il nome è una creazione di D'Annunzio che da ardente tirò fuori il none autarchico del distillato di vino. E ancora oggi alcune distillerie lo usano: è il caso di Bellavista (produce tra i migliori spumanti d'Italia in Franciacorta) di Jacopo Poli, come Castello di Querceto. Ma la tradizione del brandy italiano che certo ha avuto in Vecchia Romagna e Stock i marchi più diffusi è ampia e oggi poggia su lavorazioni del tutto particolari. Come il caso di Villa Zarri a Bologna, di Roberto Di Meo che a Saza Irpina fa un brandy da Taurasi di assoluto livello con distillazione a bagnomaria, come Carpenè Malvolti che acanto alla produzione d'eccellenza di Prosecco da sempre produce dei brandy particolari invecchiati in piccolo rovere per almeno dieci anni. E poi ci sono le acqueviti di vino come quelle di Pojer & Sandri, piccola grade cantina trentina, quelle della valdostana La Voldataine che firma l'Eau de l'Enfer, della produzione mediterranea delle distillerie Lussurghesi in Sardegna e delle distillerie Fichera che firmano un esclusivo brandy siciliano.
Dunque l'Italia è davvero un paese di spirito, anzi di molti spiriti.
INFOGRAFICA
Antonella Bocchino: la signora dei moscati

Ha i capelli con lo stesso riflesso delle sue bottiglie. Una figura elegante, una passione vera, una tradizione così intensa e lunga da farle vibrare dentro le corde della sinfonia dei ricordi appena pronunci la parola grappa. Con Antonella Bocchino non si può parlare di distillati senza comprendere chela parola spirito significa anche anima. Il suo trisavolo Carlo in quel di Canelli costruì uno degli impianti di distillazione più moderni per l'epoca: c'era tuta la vinaccia dell'astigiano da sfruttare e poi c'erano le uve di Langa. Certo non era il Barolo gioielli e l'idea di fare grappe da monovitigno era di là da venire, ma tra tirare fuori alcool e invece rispettare profumi e bouquet delle vinacce ce ne correva. E poi 'è stato nonno Lazarito che ha insegnato ad Antonella i segreti della distillazione, ma prima di tutto l'amore per la terra di cui la grappa è l'ultima essenza. E ci sono stati gli anni del boom e quel Carosello con Mike Bongiorno. Chi se lo è dimenticato: «Concludendo Bocchino». La vita a volte fa improvvise deviazioni. Antonella lascia la casa e la distilleria di casa e va per il mondo. Ma in testa ha quel profumo che non si può dimenticare: l'elisir di Moscato. Ed eccola con il suo nuovo progetto: fare una selezione di grappe esclusivamente da uve Moscato. Ma di tutti i Moscato d'Italia che sono un unicum. E' nata così AB Selezione: più che una linea di grappe è una collezione di altissima creatività distillatoria che restituisce al fare spiriti la sua primigenia funzione, tirare fuori l'anima della materia. «Per me il Moscato – confida Antonella Bocchino – è come la madeleine di Proust: significa tornare in contatto con la mia essenza e questo ho cercato di mettere dentro le mie grappe». Nasce così AB Selezione (www.abselezione.com) che è una sorta di famedio dei Moscato d'Italia: da quello di Trani a quello di Pantelleria passando ovviamente per quello di Canelli e poi ci sono le grappe introvabili: i millesimi che significa 94, 97, 2000 vendemmie rare che per averle devi metterti in fila: Antonella Bocchino è l'unica distillatrice d'Europa a vantare un'antologia di distillati declinati sule variazioni di u tema. E da questa sua particolarità è nato il successo che ha ottenuto a livello internazionale. I bar tendere di tutto il mondo si sono misurati con le grappe di Moscato inventando nuovo cocktail che lei ha raccolto in un esclusivo ricettario. Ma il successo è stato anche quello di aver imposto uno stile italiano degli spirits, a partire anche dal «vestito» di questa selezione unica di grappe. Le bottiglie sono austere e preziose insieme, lo stile italianissimo della casa è vagamente retrò capace di esaltare chiunque abbia desiderio di misurarsi con l'arte della distillazione che si esprime anche in due esclusive grappe di Barolo come omaggio alla piemontesità delle radici. Mala contaminazione con il mondo dei cocktail ha avuto sulla «signora della grappa» un effetto benefico che fa guadagnare all'Italia ulteriori primati qualitativi in fatto di spiriti. «Mi sono ricordata – dice Antonella Bocchino – delle creme cacao di quando ero piccola e ho voluto provare a fare qualcosa di nuovo». E nato così Ananda che è una sorta di liquore della felicità. Ananda in sanscrito vuol dire infatti beatitudine. Guido Gobino – grandissimo cioccolatiere torinese – è il selezionatore della materia prima che sono le fave di cacao di Arriba Superor Selecto, una produzione esclusiva dell'Equador. Antonella sposa queste fave con lo spiriti da uve piemontesi e ne fa un liquore al cacao che è diventato il nuovo elisir dei più esclusivi miscelatori del mondo. Dopo Ananda la gamma è stata completata con un liquore alla meta piperita il Mynta che è una sorta di infuso erboristico di freschezza inusitata e con un'interpretazione molto suadente e femminile dei distillati di mela: è il Calvilla. Ottenuto esclusivamente da mele Calleville (è una qualità di mela belga) arrivate in Val Pellice e in Val Chisone circa 300 ani fa. Oggi sono una coltivazione esclusiva di una cooperativa che produce in biologico. E Antonella Bocchino le preleva le fa macerare in alcool di vino e ottiene questo infuso di mele che è già diventato il profumo antico della nuovelle vaugue dei cocktail. Perché in fatto di distillati l'Italia è capace di fare innovazione guardando al passato.
Carlo Cambi
Dal whisky al mistrà: è puro spirito italiano
Compie 150 anni ed è uno dei simboli dell'Italia centrale ferita dal terremoto che vuole rinascere. È la Distilleria Varnelli di Maddalena di Muccia in provincia di Macerata nata da un farmacista Girolamo Varnelli che seguiva la tradizione alchemica di preparare prodotti curativi attraverso la distillazione. Nacque così il mitico Varnelli, il distillato di anice stellato che fa concorrenza ai Pastisse francesi e all'Ouzo greco, ma che si è conquistato un posto di eccellenza nel mondo facendosi riconoscere come Mistrà. Del resto la tradizione distillatori marchigiana deriva da quella dei benedettini e così le Marche sono terra di anisette. Due resistono all'usura del tempo: la Rosati e la Meletti entrambe di Ascoli, sono distillate di un' erba particolare: la pimpinella asinum che conferisce un sapore e un profumo a metà strada tra la menta e il finocchio e l'anice. Distillati esclusivissimi che stano di nuovo diventando di moda. Come del resto i rosoli (si parte dalla distillazione di fiori e frutta) e come un altro liquore-distillato battezzato da D'Annunzio: l'Aurum infuso di arance in alcool che fa concorrenza ai francesi Grand Marnier e Cointreau. Dai distillati autoctoni a quelli internazionali che però se prodotti in Italia acquistano nuova personalità. Vediamo che cosa sta succedendo nelle nostre distillerie. E come dimenticare distillati che non fano concorrenza agli Chartreuse ma che sfruttano la fragranza delle nostre erbe. Ne citiamo due: il Genepì Valdostano che ha in Ottoz la griffe più prestigiosa e il Centerbe abruzzese una sorta di «sabba» dei boschi dove la distillazione come alchimia si rivela in tuta la sua forza
Gin – È un distillato che sembrava appannaggio esclusivo delle isole britanniche e invece è nato un nuovo Gin. Un po' come è successo con le birre artigianali, l'Italia sfruttando l'enorme biodiversità del nostro paese ha cominciato a confezionare dei Gin «naturali« che hanno imposto un nuovo stile. Ormai sono più di un centinaio le etichette di Gin tricolore che vengono prodotte per lo più nelle zone di collina o in montagna dove la ricchezza di erbe aromatiche, la purezza delle acque e l'abbondanza di bacche consente di variare molto la ricetta base. Un marchio che è tornato di moda grazie al nuovo gin è Luxardo casa famosissima per la produzione del maraschino un liquore-distillato che fece grande la comunità italiana in Istria e che si fa con le marasche. Il maraschino si vende nella classica bottiglia quadrata ricoperta di rafia mentre il Gin Luxardo sfrutta i ginepri di Dalmazia e si trova in una raffinata bottiglia nera. Tra i Gin più complessi c'è sicuramente il La Vita è Bella di Alfons Walcher di Appiano che sfrutta ben 24 differenti erbe. Ci sono anche i Gin metropolitani come il The Botanical Club di Milano, il VII Hills romano e il Be8 di Torino. Poi ci sono i Gin delle distillerie affermate come quello di Poli, quello di Pilzer, della piemontese Quaglia. E poi c'è il Gin dei monaci di Vallombrosa e quello sardo Solo Wild Gin. Ma quello che è diventato una sorta di must del Gin all'italiana è il Fred Jerbis, 43 erbe distillate da Federico Cremasco in quel di Pordenone.
Rum – Chi pensa che sia una sola prerogativa giamaicana o dei Cuba sbaglia. Anche in Italia si produce rum. Un etichetta molto buona è quella di Capovilla, una delle migliori distilleria d'Italia che fa brandy, ovviamente grappa, e moltissimi distillati di frutta. Vittorio Gianni Capovilla, vicentino, è considerato il maestro di tutti i distillatori d'Europa. Ha prodotto distillati da tutto: dalla rosa canina al miele passando per la frutta. Ed ha rovesciato il concetto di base. Prima alla distillazione si mandavano gli scarti (c'è stato un periodo in cui l'Europa imponeva la distillazione delle eccedenze di vino) con Capovilla si è cominciato a pensare che per avere ottimi distillati si deve partire da ottima materia prima. E così Gianni ha fatto anche per ottenere il suo rum. Un'altra distilleria si è misurata con lo spirito caraibico sono i padovani Zamperoni anche loro specializzati in distillati alla frutta.
Whisky – Non siamo ancora pronti per fare concorrenza alla Scozia ma l'Italia si sta avviando ad una buna produzione di whisky. Del resto siamo tra i maggiori distillatori di cereali e già stiamo producendo basi per wodka che vengono poi usate dai grandi marchi internazionali. Ma in fatto di whisky abbiamo una significativa produzione di montagna. Il primo triplo malto tricolore viene dalla Val Venosta e lo hanno prodotto i fratelli Ebensperger nella distilleria Puni alle porte di Glorenza. È un whisky che sfrutta la purezza delle acque di montagna e la ricchezza di cereali. Le prime bottiglie sono state prodotte nel 2015. Ma subito a ruota è arrivata un'altra distilleria sempre altoatesina che ha prodotto E'Retico con l'etichetta storica Psenner da un alambicco che da oltre un secolo distilla grappa.
Calvados - Un altro distillato che i francesi ritengono a loro esclusivo appannaggio in realtà ha radici italiane, nelle zone di montagna dove si coltivano le mele e dove il sidro – il vino di mele - è una delle produzioni di maggior caratura. Uno dei Calvà migliori d'Italia è quello prodotto da monaci del monastero di Germagno alle pendici del monte Massone nelle valli dell'ossolano. Nella produzione di liquori e distillati alla mela si è specializzata l'azienda agricola Vettoretto che di Mezzocorona che sfrutta la melicoltura trentina e un Calvados, o meglio distillato di mele visto che il nome francese è protetto, di ottima qualità è anche quello prodotto dalla distilleria Levi di Neive nel cuneese.
Carlo Cambi
Con Nio il cocktail è in busta. Per berlo basta aggiungere un po' di ghiaccio
Tre giovani imprenditori con tante idee e niente da bere. Sembra l'incipit di una storiella divertente, ma è così che nasce Nio (Needs Ice Only, ndr.), azienda italiana che si pone come obiettivo quello di stravolgere le abitudini di consumo degli alcolici, rendendoli fruibili in ogni luogo e per ogni occasione. Il concetto che sta alla base del progetto di Luca Quagliano è semplice: basta agitare la busta con il tuo cocktail preferito e versarla in un bicchiere pieno di ghiaccio, come farebbero i migliori mixologist. E bere. A un anno dalla sua nascita l'azienda prevede di superare il milione di euro in fatturato e si inserisce in un mercato che pur valendo 100 miliardi di dollari dipende solo per l'1% dal commercio online. Un'opportunità unica.
Il progetto Nio nasce quasi per caso. Può raccontarci come è andata?
«L'idea mi è venuta alla fine di una cena a casa con amici. Volevo offrire loro qualcosa di diverso per concludere la serata, ma pur avendo la dispensa piena di spirits non avevo le competenze necessarie per creare un cocktail a regola d'arte. E nessuno dei miei amici era in grado di sopperire alla mia mancanza. Quella notte l'ho passata insonne pensando "perché deve sempre finire così?", così la mattina dopo ho chiamato due miei amici (Alessandro Palmarin e Massimo Palmieri, ndr) per raccontargli l'idea che mi era venuta in mente. E ora siamo in società insieme».
Come siete passati dall'idea al business vero e proprio?
«In linea teorica il progetto sembrava semplice da realizzare ma nella pratica si è rivelato più difficile del previsto. Stavamo creando un prodotto che fino a quel momento non era mai esistito. Una vera e propria sfida. Il primo anno è stato intenso e molto importante, ma siamo soddisfatti che l'idea stia riscontrando un grande successo. Ora non si può fare altro che continuare a crescere».
Quali cocktail proponete?
«La nostra lista standard è composta da quelli che chiamiamo "Grandi Classici", quei cocktail che rappresentano la storia come il Negroni. Il nostro bartender Patrick Pistolesi sta preparando anche una serie di drink in edizione limitata esclusivamente per NIO. Potete già assaggiare il nostro cocktail creato per aiutare il comune di Amatrice, composto da Cynar, Biancosarti, Vermouth Carpano, Aperol e Acqua».
Com'è il rapporto con le aziende che producono gli ingredienti per i vostri cocktail?
«Direi ottimo. È attualmente in vendita una Luxury Edition, composta da Welsh Rob Roy, Ti-Punch, Japanese Boulevardier, Cosmo Twist, sviluppata insieme al gruppo Meregalli che in Italia distribuisce alcuni superalcolici premium come l'Akashi Whiskey e Chase Vodka. Per noi è importante offrire un prodotto di qualità».
Dove si possono acquistare i prodotti Nio?
«Attualmente il nostro canale principale è quello online. Quest'anno però stiamo lavorando per la diffusione retail grazie ad accordi con distributori nazionali e la presenza in strutture alberghiere, dove siamo già presenti grazie all'accordo con la catena Planetaria Hotel. Il nostro sguardo però è rivolto non soltanto all'Italia ma anche ai mercati esteri, dove il progetto sta suscitando interesse».
Mariella Baroli
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L'industria della distillazione, la cui paternità va attribuita a Michele Savonarola, zio di Girolamo, è in continua evoluzione. Il segreto è progettare nuovi prodotti senza rinunciare alle tradizioni. Alla scoperta di Ananda, il liquore della felicità creato dalla distillatrice Antonella Bocchino. A Maddalena di Muccia, in provincia di Macerata, c'è una distilleria in grado di preparare alchemici curativi. L'ultima moda inventata da Nio: il cocktail in busta. Basta solo un po' di ghiaccio per poter gustare il proprio drink ovunque. Lo speciale contiene quattro articoli. Non c'è dubbio l'Italia è una pese di spirito. Forse è il primo paese al mondo dove la distillazione si è fatta industria affinando una tecnica già propria di etruschi, greci e romani che l'usavano per produrre unguenti e medicamenti, e divenuta nel Medioevo appannaggio dei frati benedettini che l'hanno appreso dagli arabi. La dominazione araba in Sicilia ha lasciato un'eredità consistente ai nostri distillatori e gran parte delle parole che usiamo, da alcool a elisir, sono di derivazione araba. Fu Michele Savonarola – lo zio del Girolamo fustigatore dei costumi fiorentini - con il suo De Conficienda Aquae Vitae pubblicato alla fine del 300 a porre i fondamenti della nostra industria della distillazione. Che ha assunto nei secoli un carattere tecnico senza perdere tuttavia la suggestione alchemica e che prima di essere destinata a produrre per il piacere gastronomico era stata destinata a confezionare sostanze dedite alla cura. Sarà Caterina de' Medici che va in sposa a Enrico II futuro re di Francia a portare oltralpe l'uso dei distillati per impreziosire i dolci come s'usava nella Firenze rinascimentale. Così se gli scozzesi si vantano del whisky, i francesi del Cognac, del Calvados e dell'Armagnac magnificando la Chartreuse che specialità de monaci cistercensi dunque benedettini, gli inglesi del Gin è bene sapere che queste distillazioni sono di origine italiana e pure la wodka ha antenati mediterranei che l'uso di distillare cereali e residui della produzione della birra è vecchia quasi quanto l'uomo. Oggi molti distillatori italiani sono tornati a produrre anche questi «spiriti» che sembrano non autoctoni dell'Italia. Che ha un suo assoluto primato: la grappa. Prodotto a torto ritenuto umile, che invece dimostra come la distillazione sia un patrimonio consolidato nel nostro paese. La grappa fu forse la prima acquavite e oggi rappresenta, poiché nessuno distilla le vinacce, davvero uno spirito del tuto esclusivo. Tant'è che ha conquistato piano piano i mercati esteri. Oggi non è più un prodotto generico, ma si fanno le grappe da monovitigno, invecchiate per anni e anni stanno rivaleggiando con i più preziosi Scotch. I mercati che la grappa italiana ha conquistato sono quelli abituati a bere forte. Una tendenza che invece in Italia sta scemando, si stima che negli ultimi cinque anni si siano persi quasi due milioni di consumatori di distillati che però sono stati sostituiti da consumatori molto preparati: ormai il bere un distillato è un consumo colto e ostentativo. Insomma è tramontata l'epoca del grappino a fine pasto. Ma la riscossa della grappa passa anche attraverso la scoperta che i bar tender ne hanno fatta. Le grappe oggi sono un ingrediente fondamentale per molti cocktail al pari dei più celebrati spiriti internazionali. Un'occasione per conoscere tutti i segreti del più italiano degli spiriti è sicuramente «Distillerie aperte» la manifestazione ideata dall'Istituto Nazionale Grappa che da anni consente ai consumatori di farsi una cultura sull'arte della distillazione. Quest'anno l'appuntamento è per il 7 ottobre in circa un centinaio di distillerie sulle 163 che sono rimaste in attività in Italia e il tema suggerito è l'abbinamento grappa-caffe (per sapere tutto www.istitutograppa.org). È un settore molto particolare quello delle grappe dove accanto a grandi produttori ci sono dei veri e propri artigiani dell'alambicco. Certo un plauso particolare va all'antica distilleria a vapore Nardini di Bassano del Grappa che ha tenuto in alto la tradizione, ma un'innovazione è sicuramente venuta da Gianola Nonino che ha dato alla Grappa una nuova identità come prodotto di qualità assoluta. Ci sono dei distillatori come Roberto Castagner il primo a fare una grappa torbata per fare concorrenza ai whisky. Ci sono le grandi griffes come Segnana che ha vinto l'Alambicco d'Oro, come Bottega, come, Mazzetti d'Altavilla, Bepi Tosolini, Bottega, e ci sono i piccoli artigiani dell'alambicco come ad esempio Gino Barile che a Silvano d'Orba con la moglie Saveria Nuccia de Palo manda avanti la piccola distilleria Bor Bar dove si distila con apparecchi in discontinuo (metodo charantais) e si fanno grappe invecchiate fino a 40 anni!. Tra gli artigiani ci sono anche sartorie del grappa di altissimo profilo come ad esempio la distilleria Nannoni in quel di Paganico nel grossetano dove Priscilla Occhipinti ha raccolto l'eredità del mastro distillatore Gioacchino Nannoni, il creatore delle cosiddette grappe di fattoria che hanno dato il là alle grappe ottenute con le vinacce dei grandissimi vini italiani. E poi ci sono i campioni della distillazione di alta qualità come i trentini Fratelli Poli che sono in grado di produrre delle grappe su misura. È un mondo quello della distillazione in continua evoluzione che riesce a portarsi dietro il bagaglio della tradizione senza rinunciare a progettare nuovi prodotti. È stato il caso per esempio di Bonaventura Maschio che ha imposto le acqueviti da uva fresca e non da vinacce (poi seguito da Nonino che ne ha fatto un must), o di mastri distillatori come Capovilla che hanno esplorato tuto l'universo della distillazione della frutta partendo da una lunghissima tradizione grappista. L'Italia degli spirits che ha campioni – dal punto di vista economico - di caratura mondiale come Campari o Branca ha anche nel distillato di vino uno suo particolare primato. Intanto occorrerà dire che se i francesi si beano delle loro denominazioni esclusive come Cognac e Armagnac ance noi italiani in fato di distillazione di vino abbiamo un nostro primato: è l'Arzente! Il nome è una creazione di D'Annunzio che da ardente tirò fuori il none autarchico del distillato di vino. E ancora oggi alcune distillerie lo usano: è il caso di Bellavista (produce tra i migliori spumanti d'Italia in Franciacorta) di Jacopo Poli, come Castello di Querceto. Ma la tradizione del brandy italiano che certo ha avuto in Vecchia Romagna e Stock i marchi più diffusi è ampia e oggi poggia su lavorazioni del tutto particolari. Come il caso di Villa Zarri a Bologna, di Roberto Di Meo che a Saza Irpina fa un brandy da Taurasi di assoluto livello con distillazione a bagnomaria, come Carpenè Malvolti che acanto alla produzione d'eccellenza di Prosecco da sempre produce dei brandy particolari invecchiati in piccolo rovere per almeno dieci anni. E poi ci sono le acqueviti di vino come quelle di Pojer & Sandri, piccola grade cantina trentina, quelle della valdostana La Voldataine che firma l'Eau de l'Enfer, della produzione mediterranea delle distillerie Lussurghesi in Sardegna e delle distillerie Fichera che firmano un esclusivo brandy siciliano. Dunque l'Italia è davvero un paese di spirito, anzi di molti spiriti. INFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="antonella-bocchino-la-signora-dei-moscati" data-post-id="2604271289" data-published-at="1769738749" data-use-pagination="False"> Antonella Bocchino: la signora dei moscati Ha i capelli con lo stesso riflesso delle sue bottiglie. Una figura elegante, una passione vera, una tradizione così intensa e lunga da farle vibrare dentro le corde della sinfonia dei ricordi appena pronunci la parola grappa. Con Antonella Bocchino non si può parlare di distillati senza comprendere chela parola spirito significa anche anima. Il suo trisavolo Carlo in quel di Canelli costruì uno degli impianti di distillazione più moderni per l'epoca: c'era tuta la vinaccia dell'astigiano da sfruttare e poi c'erano le uve di Langa. Certo non era il Barolo gioielli e l'idea di fare grappe da monovitigno era di là da venire, ma tra tirare fuori alcool e invece rispettare profumi e bouquet delle vinacce ce ne correva. E poi 'è stato nonno Lazarito che ha insegnato ad Antonella i segreti della distillazione, ma prima di tutto l'amore per la terra di cui la grappa è l'ultima essenza. E ci sono stati gli anni del boom e quel Carosello con Mike Bongiorno. Chi se lo è dimenticato: «Concludendo Bocchino». La vita a volte fa improvvise deviazioni. Antonella lascia la casa e la distilleria di casa e va per il mondo. Ma in testa ha quel profumo che non si può dimenticare: l'elisir di Moscato. Ed eccola con il suo nuovo progetto: fare una selezione di grappe esclusivamente da uve Moscato. Ma di tutti i Moscato d'Italia che sono un unicum. E' nata così AB Selezione: più che una linea di grappe è una collezione di altissima creatività distillatoria che restituisce al fare spiriti la sua primigenia funzione, tirare fuori l'anima della materia. «Per me il Moscato – confida Antonella Bocchino – è come la madeleine di Proust: significa tornare in contatto con la mia essenza e questo ho cercato di mettere dentro le mie grappe». Nasce così AB Selezione (www.abselezione.com) che è una sorta di famedio dei Moscato d'Italia: da quello di Trani a quello di Pantelleria passando ovviamente per quello di Canelli e poi ci sono le grappe introvabili: i millesimi che significa 94, 97, 2000 vendemmie rare che per averle devi metterti in fila: Antonella Bocchino è l'unica distillatrice d'Europa a vantare un'antologia di distillati declinati sule variazioni di u tema. E da questa sua particolarità è nato il successo che ha ottenuto a livello internazionale. I bar tendere di tutto il mondo si sono misurati con le grappe di Moscato inventando nuovo cocktail che lei ha raccolto in un esclusivo ricettario. Ma il successo è stato anche quello di aver imposto uno stile italiano degli spirits, a partire anche dal «vestito» di questa selezione unica di grappe. Le bottiglie sono austere e preziose insieme, lo stile italianissimo della casa è vagamente retrò capace di esaltare chiunque abbia desiderio di misurarsi con l'arte della distillazione che si esprime anche in due esclusive grappe di Barolo come omaggio alla piemontesità delle radici. Mala contaminazione con il mondo dei cocktail ha avuto sulla «signora della grappa» un effetto benefico che fa guadagnare all'Italia ulteriori primati qualitativi in fatto di spiriti. «Mi sono ricordata – dice Antonella Bocchino – delle creme cacao di quando ero piccola e ho voluto provare a fare qualcosa di nuovo». E nato così Ananda che è una sorta di liquore della felicità. Ananda in sanscrito vuol dire infatti beatitudine. Guido Gobino – grandissimo cioccolatiere torinese – è il selezionatore della materia prima che sono le fave di cacao di Arriba Superor Selecto, una produzione esclusiva dell'Equador. Antonella sposa queste fave con lo spiriti da uve piemontesi e ne fa un liquore al cacao che è diventato il nuovo elisir dei più esclusivi miscelatori del mondo. Dopo Ananda la gamma è stata completata con un liquore alla meta piperita il Mynta che è una sorta di infuso erboristico di freschezza inusitata e con un'interpretazione molto suadente e femminile dei distillati di mela: è il Calvilla. Ottenuto esclusivamente da mele Calleville (è una qualità di mela belga) arrivate in Val Pellice e in Val Chisone circa 300 ani fa. Oggi sono una coltivazione esclusiva di una cooperativa che produce in biologico. E Antonella Bocchino le preleva le fa macerare in alcool di vino e ottiene questo infuso di mele che è già diventato il profumo antico della nuovelle vaugue dei cocktail. Perché in fatto di distillati l'Italia è capace di fare innovazione guardando al passato.Carlo Cambi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="dal-whisky-al-mistra-e-puro-spirito-italiano" data-post-id="2604271289" data-published-at="1769738749" data-use-pagination="False"> Dal whisky al mistrà: è puro spirito italiano Compie 150 anni ed è uno dei simboli dell'Italia centrale ferita dal terremoto che vuole rinascere. È la Distilleria Varnelli di Maddalena di Muccia in provincia di Macerata nata da un farmacista Girolamo Varnelli che seguiva la tradizione alchemica di preparare prodotti curativi attraverso la distillazione. Nacque così il mitico Varnelli, il distillato di anice stellato che fa concorrenza ai Pastisse francesi e all'Ouzo greco, ma che si è conquistato un posto di eccellenza nel mondo facendosi riconoscere come Mistrà. Del resto la tradizione distillatori marchigiana deriva da quella dei benedettini e così le Marche sono terra di anisette. Due resistono all'usura del tempo: la Rosati e la Meletti entrambe di Ascoli, sono distillate di un' erba particolare: la pimpinella asinum che conferisce un sapore e un profumo a metà strada tra la menta e il finocchio e l'anice. Distillati esclusivissimi che stano di nuovo diventando di moda. Come del resto i rosoli (si parte dalla distillazione di fiori e frutta) e come un altro liquore-distillato battezzato da D'Annunzio: l'Aurum infuso di arance in alcool che fa concorrenza ai francesi Grand Marnier e Cointreau. Dai distillati autoctoni a quelli internazionali che però se prodotti in Italia acquistano nuova personalità. Vediamo che cosa sta succedendo nelle nostre distillerie. E come dimenticare distillati che non fano concorrenza agli Chartreuse ma che sfruttano la fragranza delle nostre erbe. Ne citiamo due: il Genepì Valdostano che ha in Ottoz la griffe più prestigiosa e il Centerbe abruzzese una sorta di «sabba» dei boschi dove la distillazione come alchimia si rivela in tuta la sua forzaGin – È un distillato che sembrava appannaggio esclusivo delle isole britanniche e invece è nato un nuovo Gin. Un po' come è successo con le birre artigianali, l'Italia sfruttando l'enorme biodiversità del nostro paese ha cominciato a confezionare dei Gin «naturali« che hanno imposto un nuovo stile. Ormai sono più di un centinaio le etichette di Gin tricolore che vengono prodotte per lo più nelle zone di collina o in montagna dove la ricchezza di erbe aromatiche, la purezza delle acque e l'abbondanza di bacche consente di variare molto la ricetta base. Un marchio che è tornato di moda grazie al nuovo gin è Luxardo casa famosissima per la produzione del maraschino un liquore-distillato che fece grande la comunità italiana in Istria e che si fa con le marasche. Il maraschino si vende nella classica bottiglia quadrata ricoperta di rafia mentre il Gin Luxardo sfrutta i ginepri di Dalmazia e si trova in una raffinata bottiglia nera. Tra i Gin più complessi c'è sicuramente il La Vita è Bella di Alfons Walcher di Appiano che sfrutta ben 24 differenti erbe. Ci sono anche i Gin metropolitani come il The Botanical Club di Milano, il VII Hills romano e il Be8 di Torino. Poi ci sono i Gin delle distillerie affermate come quello di Poli, quello di Pilzer, della piemontese Quaglia. E poi c'è il Gin dei monaci di Vallombrosa e quello sardo Solo Wild Gin. Ma quello che è diventato una sorta di must del Gin all'italiana è il Fred Jerbis, 43 erbe distillate da Federico Cremasco in quel di Pordenone.Rum – Chi pensa che sia una sola prerogativa giamaicana o dei Cuba sbaglia. Anche in Italia si produce rum. Un etichetta molto buona è quella di Capovilla, una delle migliori distilleria d'Italia che fa brandy, ovviamente grappa, e moltissimi distillati di frutta. Vittorio Gianni Capovilla, vicentino, è considerato il maestro di tutti i distillatori d'Europa. Ha prodotto distillati da tutto: dalla rosa canina al miele passando per la frutta. Ed ha rovesciato il concetto di base. Prima alla distillazione si mandavano gli scarti (c'è stato un periodo in cui l'Europa imponeva la distillazione delle eccedenze di vino) con Capovilla si è cominciato a pensare che per avere ottimi distillati si deve partire da ottima materia prima. E così Gianni ha fatto anche per ottenere il suo rum. Un'altra distilleria si è misurata con lo spirito caraibico sono i padovani Zamperoni anche loro specializzati in distillati alla frutta.Whisky – Non siamo ancora pronti per fare concorrenza alla Scozia ma l'Italia si sta avviando ad una buna produzione di whisky. Del resto siamo tra i maggiori distillatori di cereali e già stiamo producendo basi per wodka che vengono poi usate dai grandi marchi internazionali. Ma in fatto di whisky abbiamo una significativa produzione di montagna. Il primo triplo malto tricolore viene dalla Val Venosta e lo hanno prodotto i fratelli Ebensperger nella distilleria Puni alle porte di Glorenza. È un whisky che sfrutta la purezza delle acque di montagna e la ricchezza di cereali. Le prime bottiglie sono state prodotte nel 2015. Ma subito a ruota è arrivata un'altra distilleria sempre altoatesina che ha prodotto E'Retico con l'etichetta storica Psenner da un alambicco che da oltre un secolo distilla grappa.Calvados - Un altro distillato che i francesi ritengono a loro esclusivo appannaggio in realtà ha radici italiane, nelle zone di montagna dove si coltivano le mele e dove il sidro – il vino di mele - è una delle produzioni di maggior caratura. Uno dei Calvà migliori d'Italia è quello prodotto da monaci del monastero di Germagno alle pendici del monte Massone nelle valli dell'ossolano. Nella produzione di liquori e distillati alla mela si è specializzata l'azienda agricola Vettoretto che di Mezzocorona che sfrutta la melicoltura trentina e un Calvados, o meglio distillato di mele visto che il nome francese è protetto, di ottima qualità è anche quello prodotto dalla distilleria Levi di Neive nel cuneese.Carlo Cambi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="con-nio-il-cocktail-e-in-busta-per-berlo-basta-aggiungere-un-po-di-ghiaccio" data-post-id="2604271289" data-published-at="1769738749" data-use-pagination="False"> Con Nio il cocktail è in busta. Per berlo basta aggiungere un po' di ghiaccio Tre giovani imprenditori con tante idee e niente da bere. Sembra l'incipit di una storiella divertente, ma è così che nasce Nio (Needs Ice Only, ndr.), azienda italiana che si pone come obiettivo quello di stravolgere le abitudini di consumo degli alcolici, rendendoli fruibili in ogni luogo e per ogni occasione. Il concetto che sta alla base del progetto di Luca Quagliano è semplice: basta agitare la busta con il tuo cocktail preferito e versarla in un bicchiere pieno di ghiaccio, come farebbero i migliori mixologist. E bere. A un anno dalla sua nascita l'azienda prevede di superare il milione di euro in fatturato e si inserisce in un mercato che pur valendo 100 miliardi di dollari dipende solo per l'1% dal commercio online. Un'opportunità unica.Il progetto Nio nasce quasi per caso. Può raccontarci come è andata?«L'idea mi è venuta alla fine di una cena a casa con amici. Volevo offrire loro qualcosa di diverso per concludere la serata, ma pur avendo la dispensa piena di spirits non avevo le competenze necessarie per creare un cocktail a regola d'arte. E nessuno dei miei amici era in grado di sopperire alla mia mancanza. Quella notte l'ho passata insonne pensando "perché deve sempre finire così?", così la mattina dopo ho chiamato due miei amici (Alessandro Palmarin e Massimo Palmieri, ndr) per raccontargli l'idea che mi era venuta in mente. E ora siamo in società insieme».Come siete passati dall'idea al business vero e proprio?«In linea teorica il progetto sembrava semplice da realizzare ma nella pratica si è rivelato più difficile del previsto. Stavamo creando un prodotto che fino a quel momento non era mai esistito. Una vera e propria sfida. Il primo anno è stato intenso e molto importante, ma siamo soddisfatti che l'idea stia riscontrando un grande successo. Ora non si può fare altro che continuare a crescere».Quali cocktail proponete?«La nostra lista standard è composta da quelli che chiamiamo "Grandi Classici", quei cocktail che rappresentano la storia come il Negroni. Il nostro bartender Patrick Pistolesi sta preparando anche una serie di drink in edizione limitata esclusivamente per NIO. Potete già assaggiare il nostro cocktail creato per aiutare il comune di Amatrice, composto da Cynar, Biancosarti, Vermouth Carpano, Aperol e Acqua».Com'è il rapporto con le aziende che producono gli ingredienti per i vostri cocktail?«Direi ottimo. È attualmente in vendita una Luxury Edition, composta da Welsh Rob Roy, Ti-Punch, Japanese Boulevardier, Cosmo Twist, sviluppata insieme al gruppo Meregalli che in Italia distribuisce alcuni superalcolici premium come l'Akashi Whiskey e Chase Vodka. Per noi è importante offrire un prodotto di qualità».Dove si possono acquistare i prodotti Nio?«Attualmente il nostro canale principale è quello online. Quest'anno però stiamo lavorando per la diffusione retail grazie ad accordi con distributori nazionali e la presenza in strutture alberghiere, dove siamo già presenti grazie all'accordo con la catena Planetaria Hotel. Il nostro sguardo però è rivolto non soltanto all'Italia ma anche ai mercati esteri, dove il progetto sta suscitando interesse».Mariella Baroli
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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