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2018-09-13
Dalla grappa al brandy, è un'Italia piena di spirito
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www.laverita.info
Non c'è dubbio l'Italia è una pese di spirito. Forse è il primo paese al mondo dove la distillazione si è fatta industria affinando una tecnica già propria di etruschi, greci e romani che l'usavano per produrre unguenti e medicamenti, e divenuta nel Medioevo appannaggio dei frati benedettini che l'hanno appreso dagli arabi. La dominazione araba in Sicilia ha lasciato un'eredità consistente ai nostri distillatori e gran parte delle parole che usiamo, da alcool a elisir, sono di derivazione araba.
Fu Michele Savonarola – lo zio del Girolamo fustigatore dei costumi fiorentini - con il suo De Conficienda Aquae Vitae pubblicato alla fine del 300 a porre i fondamenti della nostra industria della distillazione. Che ha assunto nei secoli un carattere tecnico senza perdere tuttavia la suggestione alchemica e che prima di essere destinata a produrre per il piacere gastronomico era stata destinata a confezionare sostanze dedite alla cura. Sarà Caterina de' Medici che va in sposa a Enrico II futuro re di Francia a portare oltralpe l'uso dei distillati per impreziosire i dolci come s'usava nella Firenze rinascimentale. Così se gli scozzesi si vantano del whisky, i francesi del Cognac, del Calvados e dell'Armagnac magnificando la Chartreuse che specialità de monaci cistercensi dunque benedettini, gli inglesi del Gin è bene sapere che queste distillazioni sono di origine italiana e pure la wodka ha antenati mediterranei che l'uso di distillare cereali e residui della produzione della birra è vecchia quasi quanto l'uomo.
Oggi molti distillatori italiani sono tornati a produrre anche questi «spiriti» che sembrano non autoctoni dell'Italia. Che ha un suo assoluto primato: la grappa. Prodotto a torto ritenuto umile, che invece dimostra come la distillazione sia un patrimonio consolidato nel nostro paese. La grappa fu forse la prima acquavite e oggi rappresenta, poiché nessuno distilla le vinacce, davvero uno spirito del tuto esclusivo. Tant'è che ha conquistato piano piano i mercati esteri. Oggi non è più un prodotto generico, ma si fanno le grappe da monovitigno, invecchiate per anni e anni stanno rivaleggiando con i più preziosi Scotch. I mercati che la grappa italiana ha conquistato sono quelli abituati a bere forte. Una tendenza che invece in Italia sta scemando, si stima che negli ultimi cinque anni si siano persi quasi due milioni di consumatori di distillati che però sono stati sostituiti da consumatori molto preparati: ormai il bere un distillato è un consumo colto e ostentativo. Insomma è tramontata l'epoca del grappino a fine pasto. Ma la riscossa della grappa passa anche attraverso la scoperta che i bar tender ne hanno fatta. Le grappe oggi sono un ingrediente fondamentale per molti cocktail al pari dei più celebrati spiriti internazionali. Un'occasione per conoscere tutti i segreti del più italiano degli spiriti è sicuramente «Distillerie aperte» la manifestazione ideata dall'Istituto Nazionale Grappa che da anni consente ai consumatori di farsi una cultura sull'arte della distillazione. Quest'anno l'appuntamento è per il 7 ottobre in circa un centinaio di distillerie sulle 163 che sono rimaste in attività in Italia e il tema suggerito è l'abbinamento grappa-caffe (per sapere tutto www.istitutograppa.org).
È un settore molto particolare quello delle grappe dove accanto a grandi produttori ci sono dei veri e propri artigiani dell'alambicco. Certo un plauso particolare va all'antica distilleria a vapore Nardini di Bassano del Grappa che ha tenuto in alto la tradizione, ma un'innovazione è sicuramente venuta da Gianola Nonino che ha dato alla Grappa una nuova identità come prodotto di qualità assoluta. Ci sono dei distillatori come Roberto Castagner il primo a fare una grappa torbata per fare concorrenza ai whisky. Ci sono le grandi griffes come Segnana che ha vinto l'Alambicco d'Oro, come Bottega, come, Mazzetti d'Altavilla, Bepi Tosolini, Bottega, e ci sono i piccoli artigiani dell'alambicco come ad esempio Gino Barile che a Silvano d'Orba con la moglie Saveria Nuccia de Palo manda avanti la piccola distilleria Bor Bar dove si distila con apparecchi in discontinuo (metodo charantais) e si fanno grappe invecchiate fino a 40 anni!. Tra gli artigiani ci sono anche sartorie del grappa di altissimo profilo come ad esempio la distilleria Nannoni in quel di Paganico nel grossetano dove Priscilla Occhipinti ha raccolto l'eredità del mastro distillatore Gioacchino Nannoni, il creatore delle cosiddette grappe di fattoria che hanno dato il là alle grappe ottenute con le vinacce dei grandissimi vini italiani. E poi ci sono i campioni della distillazione di alta qualità come i trentini Fratelli Poli che sono in grado di produrre delle grappe su misura.
È un mondo quello della distillazione in continua evoluzione che riesce a portarsi dietro il bagaglio della tradizione senza rinunciare a progettare nuovi prodotti. È stato il caso per esempio di Bonaventura Maschio che ha imposto le acqueviti da uva fresca e non da vinacce (poi seguito da Nonino che ne ha fatto un must), o di mastri distillatori come Capovilla che hanno esplorato tuto l'universo della distillazione della frutta partendo da una lunghissima tradizione grappista.
L'Italia degli spirits che ha campioni – dal punto di vista economico - di caratura mondiale come Campari o Branca ha anche nel distillato di vino uno suo particolare primato. Intanto occorrerà dire che se i francesi si beano delle loro denominazioni esclusive come Cognac e Armagnac ance noi italiani in fato di distillazione di vino abbiamo un nostro primato: è l'Arzente! Il nome è una creazione di D'Annunzio che da ardente tirò fuori il none autarchico del distillato di vino. E ancora oggi alcune distillerie lo usano: è il caso di Bellavista (produce tra i migliori spumanti d'Italia in Franciacorta) di Jacopo Poli, come Castello di Querceto. Ma la tradizione del brandy italiano che certo ha avuto in Vecchia Romagna e Stock i marchi più diffusi è ampia e oggi poggia su lavorazioni del tutto particolari. Come il caso di Villa Zarri a Bologna, di Roberto Di Meo che a Saza Irpina fa un brandy da Taurasi di assoluto livello con distillazione a bagnomaria, come Carpenè Malvolti che acanto alla produzione d'eccellenza di Prosecco da sempre produce dei brandy particolari invecchiati in piccolo rovere per almeno dieci anni. E poi ci sono le acqueviti di vino come quelle di Pojer & Sandri, piccola grade cantina trentina, quelle della valdostana La Voldataine che firma l'Eau de l'Enfer, della produzione mediterranea delle distillerie Lussurghesi in Sardegna e delle distillerie Fichera che firmano un esclusivo brandy siciliano.
Dunque l'Italia è davvero un paese di spirito, anzi di molti spiriti.
INFOGRAFICA
Antonella Bocchino: la signora dei moscati

Ha i capelli con lo stesso riflesso delle sue bottiglie. Una figura elegante, una passione vera, una tradizione così intensa e lunga da farle vibrare dentro le corde della sinfonia dei ricordi appena pronunci la parola grappa. Con Antonella Bocchino non si può parlare di distillati senza comprendere chela parola spirito significa anche anima. Il suo trisavolo Carlo in quel di Canelli costruì uno degli impianti di distillazione più moderni per l'epoca: c'era tuta la vinaccia dell'astigiano da sfruttare e poi c'erano le uve di Langa. Certo non era il Barolo gioielli e l'idea di fare grappe da monovitigno era di là da venire, ma tra tirare fuori alcool e invece rispettare profumi e bouquet delle vinacce ce ne correva. E poi 'è stato nonno Lazarito che ha insegnato ad Antonella i segreti della distillazione, ma prima di tutto l'amore per la terra di cui la grappa è l'ultima essenza. E ci sono stati gli anni del boom e quel Carosello con Mike Bongiorno. Chi se lo è dimenticato: «Concludendo Bocchino». La vita a volte fa improvvise deviazioni. Antonella lascia la casa e la distilleria di casa e va per il mondo. Ma in testa ha quel profumo che non si può dimenticare: l'elisir di Moscato. Ed eccola con il suo nuovo progetto: fare una selezione di grappe esclusivamente da uve Moscato. Ma di tutti i Moscato d'Italia che sono un unicum. E' nata così AB Selezione: più che una linea di grappe è una collezione di altissima creatività distillatoria che restituisce al fare spiriti la sua primigenia funzione, tirare fuori l'anima della materia. «Per me il Moscato – confida Antonella Bocchino – è come la madeleine di Proust: significa tornare in contatto con la mia essenza e questo ho cercato di mettere dentro le mie grappe». Nasce così AB Selezione (www.abselezione.com) che è una sorta di famedio dei Moscato d'Italia: da quello di Trani a quello di Pantelleria passando ovviamente per quello di Canelli e poi ci sono le grappe introvabili: i millesimi che significa 94, 97, 2000 vendemmie rare che per averle devi metterti in fila: Antonella Bocchino è l'unica distillatrice d'Europa a vantare un'antologia di distillati declinati sule variazioni di u tema. E da questa sua particolarità è nato il successo che ha ottenuto a livello internazionale. I bar tendere di tutto il mondo si sono misurati con le grappe di Moscato inventando nuovo cocktail che lei ha raccolto in un esclusivo ricettario. Ma il successo è stato anche quello di aver imposto uno stile italiano degli spirits, a partire anche dal «vestito» di questa selezione unica di grappe. Le bottiglie sono austere e preziose insieme, lo stile italianissimo della casa è vagamente retrò capace di esaltare chiunque abbia desiderio di misurarsi con l'arte della distillazione che si esprime anche in due esclusive grappe di Barolo come omaggio alla piemontesità delle radici. Mala contaminazione con il mondo dei cocktail ha avuto sulla «signora della grappa» un effetto benefico che fa guadagnare all'Italia ulteriori primati qualitativi in fatto di spiriti. «Mi sono ricordata – dice Antonella Bocchino – delle creme cacao di quando ero piccola e ho voluto provare a fare qualcosa di nuovo». E nato così Ananda che è una sorta di liquore della felicità. Ananda in sanscrito vuol dire infatti beatitudine. Guido Gobino – grandissimo cioccolatiere torinese – è il selezionatore della materia prima che sono le fave di cacao di Arriba Superor Selecto, una produzione esclusiva dell'Equador. Antonella sposa queste fave con lo spiriti da uve piemontesi e ne fa un liquore al cacao che è diventato il nuovo elisir dei più esclusivi miscelatori del mondo. Dopo Ananda la gamma è stata completata con un liquore alla meta piperita il Mynta che è una sorta di infuso erboristico di freschezza inusitata e con un'interpretazione molto suadente e femminile dei distillati di mela: è il Calvilla. Ottenuto esclusivamente da mele Calleville (è una qualità di mela belga) arrivate in Val Pellice e in Val Chisone circa 300 ani fa. Oggi sono una coltivazione esclusiva di una cooperativa che produce in biologico. E Antonella Bocchino le preleva le fa macerare in alcool di vino e ottiene questo infuso di mele che è già diventato il profumo antico della nuovelle vaugue dei cocktail. Perché in fatto di distillati l'Italia è capace di fare innovazione guardando al passato.
Carlo Cambi
Dal whisky al mistrà: è puro spirito italiano
Compie 150 anni ed è uno dei simboli dell'Italia centrale ferita dal terremoto che vuole rinascere. È la Distilleria Varnelli di Maddalena di Muccia in provincia di Macerata nata da un farmacista Girolamo Varnelli che seguiva la tradizione alchemica di preparare prodotti curativi attraverso la distillazione. Nacque così il mitico Varnelli, il distillato di anice stellato che fa concorrenza ai Pastisse francesi e all'Ouzo greco, ma che si è conquistato un posto di eccellenza nel mondo facendosi riconoscere come Mistrà. Del resto la tradizione distillatori marchigiana deriva da quella dei benedettini e così le Marche sono terra di anisette. Due resistono all'usura del tempo: la Rosati e la Meletti entrambe di Ascoli, sono distillate di un' erba particolare: la pimpinella asinum che conferisce un sapore e un profumo a metà strada tra la menta e il finocchio e l'anice. Distillati esclusivissimi che stano di nuovo diventando di moda. Come del resto i rosoli (si parte dalla distillazione di fiori e frutta) e come un altro liquore-distillato battezzato da D'Annunzio: l'Aurum infuso di arance in alcool che fa concorrenza ai francesi Grand Marnier e Cointreau. Dai distillati autoctoni a quelli internazionali che però se prodotti in Italia acquistano nuova personalità. Vediamo che cosa sta succedendo nelle nostre distillerie. E come dimenticare distillati che non fano concorrenza agli Chartreuse ma che sfruttano la fragranza delle nostre erbe. Ne citiamo due: il Genepì Valdostano che ha in Ottoz la griffe più prestigiosa e il Centerbe abruzzese una sorta di «sabba» dei boschi dove la distillazione come alchimia si rivela in tuta la sua forza
Gin – È un distillato che sembrava appannaggio esclusivo delle isole britanniche e invece è nato un nuovo Gin. Un po' come è successo con le birre artigianali, l'Italia sfruttando l'enorme biodiversità del nostro paese ha cominciato a confezionare dei Gin «naturali« che hanno imposto un nuovo stile. Ormai sono più di un centinaio le etichette di Gin tricolore che vengono prodotte per lo più nelle zone di collina o in montagna dove la ricchezza di erbe aromatiche, la purezza delle acque e l'abbondanza di bacche consente di variare molto la ricetta base. Un marchio che è tornato di moda grazie al nuovo gin è Luxardo casa famosissima per la produzione del maraschino un liquore-distillato che fece grande la comunità italiana in Istria e che si fa con le marasche. Il maraschino si vende nella classica bottiglia quadrata ricoperta di rafia mentre il Gin Luxardo sfrutta i ginepri di Dalmazia e si trova in una raffinata bottiglia nera. Tra i Gin più complessi c'è sicuramente il La Vita è Bella di Alfons Walcher di Appiano che sfrutta ben 24 differenti erbe. Ci sono anche i Gin metropolitani come il The Botanical Club di Milano, il VII Hills romano e il Be8 di Torino. Poi ci sono i Gin delle distillerie affermate come quello di Poli, quello di Pilzer, della piemontese Quaglia. E poi c'è il Gin dei monaci di Vallombrosa e quello sardo Solo Wild Gin. Ma quello che è diventato una sorta di must del Gin all'italiana è il Fred Jerbis, 43 erbe distillate da Federico Cremasco in quel di Pordenone.
Rum – Chi pensa che sia una sola prerogativa giamaicana o dei Cuba sbaglia. Anche in Italia si produce rum. Un etichetta molto buona è quella di Capovilla, una delle migliori distilleria d'Italia che fa brandy, ovviamente grappa, e moltissimi distillati di frutta. Vittorio Gianni Capovilla, vicentino, è considerato il maestro di tutti i distillatori d'Europa. Ha prodotto distillati da tutto: dalla rosa canina al miele passando per la frutta. Ed ha rovesciato il concetto di base. Prima alla distillazione si mandavano gli scarti (c'è stato un periodo in cui l'Europa imponeva la distillazione delle eccedenze di vino) con Capovilla si è cominciato a pensare che per avere ottimi distillati si deve partire da ottima materia prima. E così Gianni ha fatto anche per ottenere il suo rum. Un'altra distilleria si è misurata con lo spirito caraibico sono i padovani Zamperoni anche loro specializzati in distillati alla frutta.
Whisky – Non siamo ancora pronti per fare concorrenza alla Scozia ma l'Italia si sta avviando ad una buna produzione di whisky. Del resto siamo tra i maggiori distillatori di cereali e già stiamo producendo basi per wodka che vengono poi usate dai grandi marchi internazionali. Ma in fatto di whisky abbiamo una significativa produzione di montagna. Il primo triplo malto tricolore viene dalla Val Venosta e lo hanno prodotto i fratelli Ebensperger nella distilleria Puni alle porte di Glorenza. È un whisky che sfrutta la purezza delle acque di montagna e la ricchezza di cereali. Le prime bottiglie sono state prodotte nel 2015. Ma subito a ruota è arrivata un'altra distilleria sempre altoatesina che ha prodotto E'Retico con l'etichetta storica Psenner da un alambicco che da oltre un secolo distilla grappa.
Calvados - Un altro distillato che i francesi ritengono a loro esclusivo appannaggio in realtà ha radici italiane, nelle zone di montagna dove si coltivano le mele e dove il sidro – il vino di mele - è una delle produzioni di maggior caratura. Uno dei Calvà migliori d'Italia è quello prodotto da monaci del monastero di Germagno alle pendici del monte Massone nelle valli dell'ossolano. Nella produzione di liquori e distillati alla mela si è specializzata l'azienda agricola Vettoretto che di Mezzocorona che sfrutta la melicoltura trentina e un Calvados, o meglio distillato di mele visto che il nome francese è protetto, di ottima qualità è anche quello prodotto dalla distilleria Levi di Neive nel cuneese.
Carlo Cambi
Con Nio il cocktail è in busta. Per berlo basta aggiungere un po' di ghiaccio
Tre giovani imprenditori con tante idee e niente da bere. Sembra l'incipit di una storiella divertente, ma è così che nasce Nio (Needs Ice Only, ndr.), azienda italiana che si pone come obiettivo quello di stravolgere le abitudini di consumo degli alcolici, rendendoli fruibili in ogni luogo e per ogni occasione. Il concetto che sta alla base del progetto di Luca Quagliano è semplice: basta agitare la busta con il tuo cocktail preferito e versarla in un bicchiere pieno di ghiaccio, come farebbero i migliori mixologist. E bere. A un anno dalla sua nascita l'azienda prevede di superare il milione di euro in fatturato e si inserisce in un mercato che pur valendo 100 miliardi di dollari dipende solo per l'1% dal commercio online. Un'opportunità unica.
Il progetto Nio nasce quasi per caso. Può raccontarci come è andata?
«L'idea mi è venuta alla fine di una cena a casa con amici. Volevo offrire loro qualcosa di diverso per concludere la serata, ma pur avendo la dispensa piena di spirits non avevo le competenze necessarie per creare un cocktail a regola d'arte. E nessuno dei miei amici era in grado di sopperire alla mia mancanza. Quella notte l'ho passata insonne pensando "perché deve sempre finire così?", così la mattina dopo ho chiamato due miei amici (Alessandro Palmarin e Massimo Palmieri, ndr) per raccontargli l'idea che mi era venuta in mente. E ora siamo in società insieme».
Come siete passati dall'idea al business vero e proprio?
«In linea teorica il progetto sembrava semplice da realizzare ma nella pratica si è rivelato più difficile del previsto. Stavamo creando un prodotto che fino a quel momento non era mai esistito. Una vera e propria sfida. Il primo anno è stato intenso e molto importante, ma siamo soddisfatti che l'idea stia riscontrando un grande successo. Ora non si può fare altro che continuare a crescere».
Quali cocktail proponete?
«La nostra lista standard è composta da quelli che chiamiamo "Grandi Classici", quei cocktail che rappresentano la storia come il Negroni. Il nostro bartender Patrick Pistolesi sta preparando anche una serie di drink in edizione limitata esclusivamente per NIO. Potete già assaggiare il nostro cocktail creato per aiutare il comune di Amatrice, composto da Cynar, Biancosarti, Vermouth Carpano, Aperol e Acqua».
Com'è il rapporto con le aziende che producono gli ingredienti per i vostri cocktail?
«Direi ottimo. È attualmente in vendita una Luxury Edition, composta da Welsh Rob Roy, Ti-Punch, Japanese Boulevardier, Cosmo Twist, sviluppata insieme al gruppo Meregalli che in Italia distribuisce alcuni superalcolici premium come l'Akashi Whiskey e Chase Vodka. Per noi è importante offrire un prodotto di qualità».
Dove si possono acquistare i prodotti Nio?
«Attualmente il nostro canale principale è quello online. Quest'anno però stiamo lavorando per la diffusione retail grazie ad accordi con distributori nazionali e la presenza in strutture alberghiere, dove siamo già presenti grazie all'accordo con la catena Planetaria Hotel. Il nostro sguardo però è rivolto non soltanto all'Italia ma anche ai mercati esteri, dove il progetto sta suscitando interesse».
Mariella Baroli
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L'industria della distillazione, la cui paternità va attribuita a Michele Savonarola, zio di Girolamo, è in continua evoluzione. Il segreto è progettare nuovi prodotti senza rinunciare alle tradizioni. Alla scoperta di Ananda, il liquore della felicità creato dalla distillatrice Antonella Bocchino. A Maddalena di Muccia, in provincia di Macerata, c'è una distilleria in grado di preparare alchemici curativi. L'ultima moda inventata da Nio: il cocktail in busta. Basta solo un po' di ghiaccio per poter gustare il proprio drink ovunque. Lo speciale contiene quattro articoli. Non c'è dubbio l'Italia è una pese di spirito. Forse è il primo paese al mondo dove la distillazione si è fatta industria affinando una tecnica già propria di etruschi, greci e romani che l'usavano per produrre unguenti e medicamenti, e divenuta nel Medioevo appannaggio dei frati benedettini che l'hanno appreso dagli arabi. La dominazione araba in Sicilia ha lasciato un'eredità consistente ai nostri distillatori e gran parte delle parole che usiamo, da alcool a elisir, sono di derivazione araba. Fu Michele Savonarola – lo zio del Girolamo fustigatore dei costumi fiorentini - con il suo De Conficienda Aquae Vitae pubblicato alla fine del 300 a porre i fondamenti della nostra industria della distillazione. Che ha assunto nei secoli un carattere tecnico senza perdere tuttavia la suggestione alchemica e che prima di essere destinata a produrre per il piacere gastronomico era stata destinata a confezionare sostanze dedite alla cura. Sarà Caterina de' Medici che va in sposa a Enrico II futuro re di Francia a portare oltralpe l'uso dei distillati per impreziosire i dolci come s'usava nella Firenze rinascimentale. Così se gli scozzesi si vantano del whisky, i francesi del Cognac, del Calvados e dell'Armagnac magnificando la Chartreuse che specialità de monaci cistercensi dunque benedettini, gli inglesi del Gin è bene sapere che queste distillazioni sono di origine italiana e pure la wodka ha antenati mediterranei che l'uso di distillare cereali e residui della produzione della birra è vecchia quasi quanto l'uomo. Oggi molti distillatori italiani sono tornati a produrre anche questi «spiriti» che sembrano non autoctoni dell'Italia. Che ha un suo assoluto primato: la grappa. Prodotto a torto ritenuto umile, che invece dimostra come la distillazione sia un patrimonio consolidato nel nostro paese. La grappa fu forse la prima acquavite e oggi rappresenta, poiché nessuno distilla le vinacce, davvero uno spirito del tuto esclusivo. Tant'è che ha conquistato piano piano i mercati esteri. Oggi non è più un prodotto generico, ma si fanno le grappe da monovitigno, invecchiate per anni e anni stanno rivaleggiando con i più preziosi Scotch. I mercati che la grappa italiana ha conquistato sono quelli abituati a bere forte. Una tendenza che invece in Italia sta scemando, si stima che negli ultimi cinque anni si siano persi quasi due milioni di consumatori di distillati che però sono stati sostituiti da consumatori molto preparati: ormai il bere un distillato è un consumo colto e ostentativo. Insomma è tramontata l'epoca del grappino a fine pasto. Ma la riscossa della grappa passa anche attraverso la scoperta che i bar tender ne hanno fatta. Le grappe oggi sono un ingrediente fondamentale per molti cocktail al pari dei più celebrati spiriti internazionali. Un'occasione per conoscere tutti i segreti del più italiano degli spiriti è sicuramente «Distillerie aperte» la manifestazione ideata dall'Istituto Nazionale Grappa che da anni consente ai consumatori di farsi una cultura sull'arte della distillazione. Quest'anno l'appuntamento è per il 7 ottobre in circa un centinaio di distillerie sulle 163 che sono rimaste in attività in Italia e il tema suggerito è l'abbinamento grappa-caffe (per sapere tutto www.istitutograppa.org). È un settore molto particolare quello delle grappe dove accanto a grandi produttori ci sono dei veri e propri artigiani dell'alambicco. Certo un plauso particolare va all'antica distilleria a vapore Nardini di Bassano del Grappa che ha tenuto in alto la tradizione, ma un'innovazione è sicuramente venuta da Gianola Nonino che ha dato alla Grappa una nuova identità come prodotto di qualità assoluta. Ci sono dei distillatori come Roberto Castagner il primo a fare una grappa torbata per fare concorrenza ai whisky. Ci sono le grandi griffes come Segnana che ha vinto l'Alambicco d'Oro, come Bottega, come, Mazzetti d'Altavilla, Bepi Tosolini, Bottega, e ci sono i piccoli artigiani dell'alambicco come ad esempio Gino Barile che a Silvano d'Orba con la moglie Saveria Nuccia de Palo manda avanti la piccola distilleria Bor Bar dove si distila con apparecchi in discontinuo (metodo charantais) e si fanno grappe invecchiate fino a 40 anni!. Tra gli artigiani ci sono anche sartorie del grappa di altissimo profilo come ad esempio la distilleria Nannoni in quel di Paganico nel grossetano dove Priscilla Occhipinti ha raccolto l'eredità del mastro distillatore Gioacchino Nannoni, il creatore delle cosiddette grappe di fattoria che hanno dato il là alle grappe ottenute con le vinacce dei grandissimi vini italiani. E poi ci sono i campioni della distillazione di alta qualità come i trentini Fratelli Poli che sono in grado di produrre delle grappe su misura. È un mondo quello della distillazione in continua evoluzione che riesce a portarsi dietro il bagaglio della tradizione senza rinunciare a progettare nuovi prodotti. È stato il caso per esempio di Bonaventura Maschio che ha imposto le acqueviti da uva fresca e non da vinacce (poi seguito da Nonino che ne ha fatto un must), o di mastri distillatori come Capovilla che hanno esplorato tuto l'universo della distillazione della frutta partendo da una lunghissima tradizione grappista. L'Italia degli spirits che ha campioni – dal punto di vista economico - di caratura mondiale come Campari o Branca ha anche nel distillato di vino uno suo particolare primato. Intanto occorrerà dire che se i francesi si beano delle loro denominazioni esclusive come Cognac e Armagnac ance noi italiani in fato di distillazione di vino abbiamo un nostro primato: è l'Arzente! Il nome è una creazione di D'Annunzio che da ardente tirò fuori il none autarchico del distillato di vino. E ancora oggi alcune distillerie lo usano: è il caso di Bellavista (produce tra i migliori spumanti d'Italia in Franciacorta) di Jacopo Poli, come Castello di Querceto. Ma la tradizione del brandy italiano che certo ha avuto in Vecchia Romagna e Stock i marchi più diffusi è ampia e oggi poggia su lavorazioni del tutto particolari. Come il caso di Villa Zarri a Bologna, di Roberto Di Meo che a Saza Irpina fa un brandy da Taurasi di assoluto livello con distillazione a bagnomaria, come Carpenè Malvolti che acanto alla produzione d'eccellenza di Prosecco da sempre produce dei brandy particolari invecchiati in piccolo rovere per almeno dieci anni. E poi ci sono le acqueviti di vino come quelle di Pojer & Sandri, piccola grade cantina trentina, quelle della valdostana La Voldataine che firma l'Eau de l'Enfer, della produzione mediterranea delle distillerie Lussurghesi in Sardegna e delle distillerie Fichera che firmano un esclusivo brandy siciliano. Dunque l'Italia è davvero un paese di spirito, anzi di molti spiriti. INFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="antonella-bocchino-la-signora-dei-moscati" data-post-id="2604271289" data-published-at="1779908018" data-use-pagination="False"> Antonella Bocchino: la signora dei moscati Ha i capelli con lo stesso riflesso delle sue bottiglie. Una figura elegante, una passione vera, una tradizione così intensa e lunga da farle vibrare dentro le corde della sinfonia dei ricordi appena pronunci la parola grappa. Con Antonella Bocchino non si può parlare di distillati senza comprendere chela parola spirito significa anche anima. Il suo trisavolo Carlo in quel di Canelli costruì uno degli impianti di distillazione più moderni per l'epoca: c'era tuta la vinaccia dell'astigiano da sfruttare e poi c'erano le uve di Langa. Certo non era il Barolo gioielli e l'idea di fare grappe da monovitigno era di là da venire, ma tra tirare fuori alcool e invece rispettare profumi e bouquet delle vinacce ce ne correva. E poi 'è stato nonno Lazarito che ha insegnato ad Antonella i segreti della distillazione, ma prima di tutto l'amore per la terra di cui la grappa è l'ultima essenza. E ci sono stati gli anni del boom e quel Carosello con Mike Bongiorno. Chi se lo è dimenticato: «Concludendo Bocchino». La vita a volte fa improvvise deviazioni. Antonella lascia la casa e la distilleria di casa e va per il mondo. Ma in testa ha quel profumo che non si può dimenticare: l'elisir di Moscato. Ed eccola con il suo nuovo progetto: fare una selezione di grappe esclusivamente da uve Moscato. Ma di tutti i Moscato d'Italia che sono un unicum. E' nata così AB Selezione: più che una linea di grappe è una collezione di altissima creatività distillatoria che restituisce al fare spiriti la sua primigenia funzione, tirare fuori l'anima della materia. «Per me il Moscato – confida Antonella Bocchino – è come la madeleine di Proust: significa tornare in contatto con la mia essenza e questo ho cercato di mettere dentro le mie grappe». Nasce così AB Selezione (www.abselezione.com) che è una sorta di famedio dei Moscato d'Italia: da quello di Trani a quello di Pantelleria passando ovviamente per quello di Canelli e poi ci sono le grappe introvabili: i millesimi che significa 94, 97, 2000 vendemmie rare che per averle devi metterti in fila: Antonella Bocchino è l'unica distillatrice d'Europa a vantare un'antologia di distillati declinati sule variazioni di u tema. E da questa sua particolarità è nato il successo che ha ottenuto a livello internazionale. I bar tendere di tutto il mondo si sono misurati con le grappe di Moscato inventando nuovo cocktail che lei ha raccolto in un esclusivo ricettario. Ma il successo è stato anche quello di aver imposto uno stile italiano degli spirits, a partire anche dal «vestito» di questa selezione unica di grappe. Le bottiglie sono austere e preziose insieme, lo stile italianissimo della casa è vagamente retrò capace di esaltare chiunque abbia desiderio di misurarsi con l'arte della distillazione che si esprime anche in due esclusive grappe di Barolo come omaggio alla piemontesità delle radici. Mala contaminazione con il mondo dei cocktail ha avuto sulla «signora della grappa» un effetto benefico che fa guadagnare all'Italia ulteriori primati qualitativi in fatto di spiriti. «Mi sono ricordata – dice Antonella Bocchino – delle creme cacao di quando ero piccola e ho voluto provare a fare qualcosa di nuovo». E nato così Ananda che è una sorta di liquore della felicità. Ananda in sanscrito vuol dire infatti beatitudine. Guido Gobino – grandissimo cioccolatiere torinese – è il selezionatore della materia prima che sono le fave di cacao di Arriba Superor Selecto, una produzione esclusiva dell'Equador. Antonella sposa queste fave con lo spiriti da uve piemontesi e ne fa un liquore al cacao che è diventato il nuovo elisir dei più esclusivi miscelatori del mondo. Dopo Ananda la gamma è stata completata con un liquore alla meta piperita il Mynta che è una sorta di infuso erboristico di freschezza inusitata e con un'interpretazione molto suadente e femminile dei distillati di mela: è il Calvilla. Ottenuto esclusivamente da mele Calleville (è una qualità di mela belga) arrivate in Val Pellice e in Val Chisone circa 300 ani fa. Oggi sono una coltivazione esclusiva di una cooperativa che produce in biologico. E Antonella Bocchino le preleva le fa macerare in alcool di vino e ottiene questo infuso di mele che è già diventato il profumo antico della nuovelle vaugue dei cocktail. Perché in fatto di distillati l'Italia è capace di fare innovazione guardando al passato.Carlo Cambi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="dal-whisky-al-mistra-e-puro-spirito-italiano" data-post-id="2604271289" data-published-at="1779908018" data-use-pagination="False"> Dal whisky al mistrà: è puro spirito italiano Compie 150 anni ed è uno dei simboli dell'Italia centrale ferita dal terremoto che vuole rinascere. È la Distilleria Varnelli di Maddalena di Muccia in provincia di Macerata nata da un farmacista Girolamo Varnelli che seguiva la tradizione alchemica di preparare prodotti curativi attraverso la distillazione. Nacque così il mitico Varnelli, il distillato di anice stellato che fa concorrenza ai Pastisse francesi e all'Ouzo greco, ma che si è conquistato un posto di eccellenza nel mondo facendosi riconoscere come Mistrà. Del resto la tradizione distillatori marchigiana deriva da quella dei benedettini e così le Marche sono terra di anisette. Due resistono all'usura del tempo: la Rosati e la Meletti entrambe di Ascoli, sono distillate di un' erba particolare: la pimpinella asinum che conferisce un sapore e un profumo a metà strada tra la menta e il finocchio e l'anice. Distillati esclusivissimi che stano di nuovo diventando di moda. Come del resto i rosoli (si parte dalla distillazione di fiori e frutta) e come un altro liquore-distillato battezzato da D'Annunzio: l'Aurum infuso di arance in alcool che fa concorrenza ai francesi Grand Marnier e Cointreau. Dai distillati autoctoni a quelli internazionali che però se prodotti in Italia acquistano nuova personalità. Vediamo che cosa sta succedendo nelle nostre distillerie. E come dimenticare distillati che non fano concorrenza agli Chartreuse ma che sfruttano la fragranza delle nostre erbe. Ne citiamo due: il Genepì Valdostano che ha in Ottoz la griffe più prestigiosa e il Centerbe abruzzese una sorta di «sabba» dei boschi dove la distillazione come alchimia si rivela in tuta la sua forzaGin – È un distillato che sembrava appannaggio esclusivo delle isole britanniche e invece è nato un nuovo Gin. Un po' come è successo con le birre artigianali, l'Italia sfruttando l'enorme biodiversità del nostro paese ha cominciato a confezionare dei Gin «naturali« che hanno imposto un nuovo stile. Ormai sono più di un centinaio le etichette di Gin tricolore che vengono prodotte per lo più nelle zone di collina o in montagna dove la ricchezza di erbe aromatiche, la purezza delle acque e l'abbondanza di bacche consente di variare molto la ricetta base. Un marchio che è tornato di moda grazie al nuovo gin è Luxardo casa famosissima per la produzione del maraschino un liquore-distillato che fece grande la comunità italiana in Istria e che si fa con le marasche. Il maraschino si vende nella classica bottiglia quadrata ricoperta di rafia mentre il Gin Luxardo sfrutta i ginepri di Dalmazia e si trova in una raffinata bottiglia nera. Tra i Gin più complessi c'è sicuramente il La Vita è Bella di Alfons Walcher di Appiano che sfrutta ben 24 differenti erbe. Ci sono anche i Gin metropolitani come il The Botanical Club di Milano, il VII Hills romano e il Be8 di Torino. Poi ci sono i Gin delle distillerie affermate come quello di Poli, quello di Pilzer, della piemontese Quaglia. E poi c'è il Gin dei monaci di Vallombrosa e quello sardo Solo Wild Gin. Ma quello che è diventato una sorta di must del Gin all'italiana è il Fred Jerbis, 43 erbe distillate da Federico Cremasco in quel di Pordenone.Rum – Chi pensa che sia una sola prerogativa giamaicana o dei Cuba sbaglia. Anche in Italia si produce rum. Un etichetta molto buona è quella di Capovilla, una delle migliori distilleria d'Italia che fa brandy, ovviamente grappa, e moltissimi distillati di frutta. Vittorio Gianni Capovilla, vicentino, è considerato il maestro di tutti i distillatori d'Europa. Ha prodotto distillati da tutto: dalla rosa canina al miele passando per la frutta. Ed ha rovesciato il concetto di base. Prima alla distillazione si mandavano gli scarti (c'è stato un periodo in cui l'Europa imponeva la distillazione delle eccedenze di vino) con Capovilla si è cominciato a pensare che per avere ottimi distillati si deve partire da ottima materia prima. E così Gianni ha fatto anche per ottenere il suo rum. Un'altra distilleria si è misurata con lo spirito caraibico sono i padovani Zamperoni anche loro specializzati in distillati alla frutta.Whisky – Non siamo ancora pronti per fare concorrenza alla Scozia ma l'Italia si sta avviando ad una buna produzione di whisky. Del resto siamo tra i maggiori distillatori di cereali e già stiamo producendo basi per wodka che vengono poi usate dai grandi marchi internazionali. Ma in fatto di whisky abbiamo una significativa produzione di montagna. Il primo triplo malto tricolore viene dalla Val Venosta e lo hanno prodotto i fratelli Ebensperger nella distilleria Puni alle porte di Glorenza. È un whisky che sfrutta la purezza delle acque di montagna e la ricchezza di cereali. Le prime bottiglie sono state prodotte nel 2015. Ma subito a ruota è arrivata un'altra distilleria sempre altoatesina che ha prodotto E'Retico con l'etichetta storica Psenner da un alambicco che da oltre un secolo distilla grappa.Calvados - Un altro distillato che i francesi ritengono a loro esclusivo appannaggio in realtà ha radici italiane, nelle zone di montagna dove si coltivano le mele e dove il sidro – il vino di mele - è una delle produzioni di maggior caratura. Uno dei Calvà migliori d'Italia è quello prodotto da monaci del monastero di Germagno alle pendici del monte Massone nelle valli dell'ossolano. Nella produzione di liquori e distillati alla mela si è specializzata l'azienda agricola Vettoretto che di Mezzocorona che sfrutta la melicoltura trentina e un Calvados, o meglio distillato di mele visto che il nome francese è protetto, di ottima qualità è anche quello prodotto dalla distilleria Levi di Neive nel cuneese.Carlo Cambi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="con-nio-il-cocktail-e-in-busta-per-berlo-basta-aggiungere-un-po-di-ghiaccio" data-post-id="2604271289" data-published-at="1779908018" data-use-pagination="False"> Con Nio il cocktail è in busta. Per berlo basta aggiungere un po' di ghiaccio Tre giovani imprenditori con tante idee e niente da bere. Sembra l'incipit di una storiella divertente, ma è così che nasce Nio (Needs Ice Only, ndr.), azienda italiana che si pone come obiettivo quello di stravolgere le abitudini di consumo degli alcolici, rendendoli fruibili in ogni luogo e per ogni occasione. Il concetto che sta alla base del progetto di Luca Quagliano è semplice: basta agitare la busta con il tuo cocktail preferito e versarla in un bicchiere pieno di ghiaccio, come farebbero i migliori mixologist. E bere. A un anno dalla sua nascita l'azienda prevede di superare il milione di euro in fatturato e si inserisce in un mercato che pur valendo 100 miliardi di dollari dipende solo per l'1% dal commercio online. Un'opportunità unica.Il progetto Nio nasce quasi per caso. Può raccontarci come è andata?«L'idea mi è venuta alla fine di una cena a casa con amici. Volevo offrire loro qualcosa di diverso per concludere la serata, ma pur avendo la dispensa piena di spirits non avevo le competenze necessarie per creare un cocktail a regola d'arte. E nessuno dei miei amici era in grado di sopperire alla mia mancanza. Quella notte l'ho passata insonne pensando "perché deve sempre finire così?", così la mattina dopo ho chiamato due miei amici (Alessandro Palmarin e Massimo Palmieri, ndr) per raccontargli l'idea che mi era venuta in mente. E ora siamo in società insieme».Come siete passati dall'idea al business vero e proprio?«In linea teorica il progetto sembrava semplice da realizzare ma nella pratica si è rivelato più difficile del previsto. Stavamo creando un prodotto che fino a quel momento non era mai esistito. Una vera e propria sfida. Il primo anno è stato intenso e molto importante, ma siamo soddisfatti che l'idea stia riscontrando un grande successo. Ora non si può fare altro che continuare a crescere».Quali cocktail proponete?«La nostra lista standard è composta da quelli che chiamiamo "Grandi Classici", quei cocktail che rappresentano la storia come il Negroni. Il nostro bartender Patrick Pistolesi sta preparando anche una serie di drink in edizione limitata esclusivamente per NIO. Potete già assaggiare il nostro cocktail creato per aiutare il comune di Amatrice, composto da Cynar, Biancosarti, Vermouth Carpano, Aperol e Acqua».Com'è il rapporto con le aziende che producono gli ingredienti per i vostri cocktail?«Direi ottimo. È attualmente in vendita una Luxury Edition, composta da Welsh Rob Roy, Ti-Punch, Japanese Boulevardier, Cosmo Twist, sviluppata insieme al gruppo Meregalli che in Italia distribuisce alcuni superalcolici premium come l'Akashi Whiskey e Chase Vodka. Per noi è importante offrire un prodotto di qualità».Dove si possono acquistare i prodotti Nio?«Attualmente il nostro canale principale è quello online. Quest'anno però stiamo lavorando per la diffusione retail grazie ad accordi con distributori nazionali e la presenza in strutture alberghiere, dove siamo già presenti grazie all'accordo con la catena Planetaria Hotel. Il nostro sguardo però è rivolto non soltanto all'Italia ma anche ai mercati esteri, dove il progetto sta suscitando interesse».Mariella Baroli
Gabriele D'Annunzio (Getty Images)
Innanzitutto va notata una cosa: D’Annunzio ebbe un vasto popolo di seguaci, imitatori, anche maldestri, tra letterati, dandy e borghesi e tra militari e arditi, ma gli scrittori e intellettuali che vengono a torto o ragione intruppati nella definizione di cultura di destra in larga parte non lo sopportavano. In fondo per D’Annunzio accadde la stessa cosa che avvenne sul piano filosofico con Gentile: un regime autoritario, con tratti totalitari, riconobbe nel primo il Poeta soldato per antonomasia e nel secondo il Filosofo istituzionale del regime. Ma D’Annunzio e Gentile ebbero in ambito letterario e filosofico più nemici che amici, più critici, avversari e perfino denigratori che ammiratori e seguaci.
Nel caso di D’Annunzio la rassegna che fa Parlato è vasta e impietosa. A parte il controverso rapporto con il duce e con il fascismo, che personalmente risolvo in questo modo: D’Annunzio non fu fascista ma il fascismo fu dannunziano, si ispirò a lui. Con Mussolini ebbe poi un rapporto di consonanza, contrasto e competizione.
Ma la parte più interessante è la critica e il sarcasmo che raccolse in quel mondo che pure sembrava cresciuto all’ombra del suo mito. Da l’Italiano di Longanesi al Selvaggio di Mino Maccari, da l’Universale di Berto Ricci agli strali di Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini; persino il dannunziano sui generis Curzio Malaparte, che studiò a Prato nello stesso liceo di D’Annunzio, il famoso Cicognini. Anche Luigi Pirandello lo detestava. Che don Benedetto Croce avesse in antipatia D’Annunzio è comprensibile, era il suo esatto contrario, nella vita, nella prosa, nell’interventismo. E poi, come nota Parlato, Croce attaccava D’Annunzio «tutto falso e commediante» non potendo attaccare Mussolini e il regime. Ma che fossero antidannunziani tanti autori in vario modo portatori di idee, militanze e visioni vicine alle sue, quello sì, sorprende. Il problema è che D’Annunzio è troppo ingombrante, occupa intera la scena, oscura gli altri, ha quell’Ego sconfinato, quella prosa ridondante e quella poesia «ampollosa» pur nella grandezza dei versi, da suscitare reazioni di fastidio, ironia e rivolta. Anche chi gli era in apparenza più vicino lo criticava ed era a sua volta da lui criticato: come Marinetti, con cui volarono definizioni come «cretino fosforescente» e «cretino con lampi d’imbecillità». Sulla scia di Marinetti, anche il giovane pittore dadaista Julius Evola definì D’Annunzio «un grande imbecille». E più tardi precisò la sua critica verso il suo culto estetizzante degli eroi e dei geni, il suo esibizionismo, la smania d’originalità e la vanità del suo io.
D’Annunzio influenzò la gioventù della belle époque e quella che fece la Prima guerra mondiale e poi il fascismo; ma la generazione che si formò sotto il fascismo, come notava Augusto del Noce, non lo considerava un riferimento «ideale», lo riteneva al più un precursore ottocentesco, più vicino ai Carducci e ai Pascoli che all’epoca del fascismo e del comunismo. Lo stroncò pure il Dizionario di politica del Partito fascista, con una nota del critico letterario Giovanni Macchia. Perfino l’Omaggio a d’Annunzio, pubblicato in pieno regime dalla rivista Letteratura a un anno dalla sua morte con l’intento di celebrarlo, a cura di Giuseppe de Robertis ed Enrico Falqui, ebbe la metà degli interventi, tra una sessantina in tutto, critici verso di lui. Fu riscoperto in extremis al tempo della Repubblica sociale, ripubblicando i suoi discorsi ai soldati d’Italia e nella passione dannunziana di militari come il principe Junio Valerio Borghese che costituì nella Decima Mas, definizione coniata dal poeta - Memento audere semper - la «Compagnia D’Annunzio». Nel dopoguerra sorse la questione del Vittoriale finito in mani antidannunziane, che sollevò Giovannino Guareschi sul Candido, poi ripresa dall’esponente missino Ezio Maria Gray sul Nazionale. Ma D’Annunzio non fu molto presente nel Msi, se non come icona del combattentismo.
Oggi si insiste molto sul D’Annunzio rivoluzionario, sull’impresa fiumana, sul suo spirito trasgressivo, radicale e antiborghese; ma si deve riconoscere che l’impronta più forte che lasciò D’Annunzio fu quella di poeta-soldato, nazionalista, comandante, aristocratico e superuomo, passione letteraria dei borghesi di provincia, con alcuni imitatori che raggiungevano fasce più umili (come Guido da Verona, definito il «D’Annunzio delle sartine»). Furono rari tra i neofascisti coloro che come Diano Brocchi videro nell’impresa fiumana un annuncio della rivoluzione corporativa e sociale.
Parlato segue il solco di due storici che si erano occupati del D’Annunzio politico: Gioacchino Volpe che ne scrisse un libro-profilo sull’italiano, il politico, il combattente, e Renzo De Felice, di cui Parlato fu allievo. Con la storicizzazione che ne fece De Felice si cominciò a scoprire il D’Annunzio rivoluzionario, a partire da quando in Parlamento lasciò i banchi della destra per andare a sinistra («vado verso la vita», disse, ma non andò verso la sua rielezione). Nota giustamente Parlato: «Mancò alla destra e al neofascismo una riflessione complessiva» su D’Annunzio. Restò il mito dell’eroe e delle sue imprese di guerra, il poeta della Grande Italia e della parola alata, di cui fu fervente apostolo Giorgio Almirante, che non aveva cultura politica ma letteraria e citava Dante e D’Annunzio più che la «cultura di destra». E a sinistra? Prevalse l’anatema politico-ideologico, come - ad esempio - il Processo a D’Annunzio imbastito dall’Espresso con Moravia, Pasolini, Sapegno, e la scontata condanna senza appello. Restò indigesto D’Annunzio, fin nelle scuole, nel tempo della Repubblica italiana.
Tra i pochi, a destra, che cercarono di andare oltre i santini ci fu Adriano Romualdi che lesse D’Annunzio in relazione con Nietzsche, criticando il generico patriottismo dannunziano. Nelle letture critiche più recenti Parlato si riferisce ad alcuni scritti di Giano Accame e miei, a proposito della «rivoluzione conservatrice» e al manifesto per un nuovo comunitarismo che lanciai sulla rivista Pagine Libere. A tenere viva la memoria dannunziana è oggi soprattutto Giordano Bruno Guerri che guida da anni il Vittoriale dannunziano. D’Annunzio restò a cavallo tra passato e futuro, aristocrazia e popoli, rivoluzione e tradizione, come la sua vita si divise come un centauro per metà nell’Ottocento e metà nel Novecento.
Alla fine, Parlato conclude che non è facile rispondere alla domanda se D’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura di destra oppure no. Condivido la sua perplessità al proposito e non imprigionerei il Vate in quella casella. Ammesso poi che si possa parlare della cultura di destra come un’entità reale e coesa. Ma questa è un’altra storia.
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Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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