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2018-09-13
Dalla grappa al brandy, è un'Italia piena di spirito
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www.laverita.info
Non c'è dubbio l'Italia è una pese di spirito. Forse è il primo paese al mondo dove la distillazione si è fatta industria affinando una tecnica già propria di etruschi, greci e romani che l'usavano per produrre unguenti e medicamenti, e divenuta nel Medioevo appannaggio dei frati benedettini che l'hanno appreso dagli arabi. La dominazione araba in Sicilia ha lasciato un'eredità consistente ai nostri distillatori e gran parte delle parole che usiamo, da alcool a elisir, sono di derivazione araba.
Fu Michele Savonarola – lo zio del Girolamo fustigatore dei costumi fiorentini - con il suo De Conficienda Aquae Vitae pubblicato alla fine del 300 a porre i fondamenti della nostra industria della distillazione. Che ha assunto nei secoli un carattere tecnico senza perdere tuttavia la suggestione alchemica e che prima di essere destinata a produrre per il piacere gastronomico era stata destinata a confezionare sostanze dedite alla cura. Sarà Caterina de' Medici che va in sposa a Enrico II futuro re di Francia a portare oltralpe l'uso dei distillati per impreziosire i dolci come s'usava nella Firenze rinascimentale. Così se gli scozzesi si vantano del whisky, i francesi del Cognac, del Calvados e dell'Armagnac magnificando la Chartreuse che specialità de monaci cistercensi dunque benedettini, gli inglesi del Gin è bene sapere che queste distillazioni sono di origine italiana e pure la wodka ha antenati mediterranei che l'uso di distillare cereali e residui della produzione della birra è vecchia quasi quanto l'uomo.
Oggi molti distillatori italiani sono tornati a produrre anche questi «spiriti» che sembrano non autoctoni dell'Italia. Che ha un suo assoluto primato: la grappa. Prodotto a torto ritenuto umile, che invece dimostra come la distillazione sia un patrimonio consolidato nel nostro paese. La grappa fu forse la prima acquavite e oggi rappresenta, poiché nessuno distilla le vinacce, davvero uno spirito del tuto esclusivo. Tant'è che ha conquistato piano piano i mercati esteri. Oggi non è più un prodotto generico, ma si fanno le grappe da monovitigno, invecchiate per anni e anni stanno rivaleggiando con i più preziosi Scotch. I mercati che la grappa italiana ha conquistato sono quelli abituati a bere forte. Una tendenza che invece in Italia sta scemando, si stima che negli ultimi cinque anni si siano persi quasi due milioni di consumatori di distillati che però sono stati sostituiti da consumatori molto preparati: ormai il bere un distillato è un consumo colto e ostentativo. Insomma è tramontata l'epoca del grappino a fine pasto. Ma la riscossa della grappa passa anche attraverso la scoperta che i bar tender ne hanno fatta. Le grappe oggi sono un ingrediente fondamentale per molti cocktail al pari dei più celebrati spiriti internazionali. Un'occasione per conoscere tutti i segreti del più italiano degli spiriti è sicuramente «Distillerie aperte» la manifestazione ideata dall'Istituto Nazionale Grappa che da anni consente ai consumatori di farsi una cultura sull'arte della distillazione. Quest'anno l'appuntamento è per il 7 ottobre in circa un centinaio di distillerie sulle 163 che sono rimaste in attività in Italia e il tema suggerito è l'abbinamento grappa-caffe (per sapere tutto www.istitutograppa.org).
È un settore molto particolare quello delle grappe dove accanto a grandi produttori ci sono dei veri e propri artigiani dell'alambicco. Certo un plauso particolare va all'antica distilleria a vapore Nardini di Bassano del Grappa che ha tenuto in alto la tradizione, ma un'innovazione è sicuramente venuta da Gianola Nonino che ha dato alla Grappa una nuova identità come prodotto di qualità assoluta. Ci sono dei distillatori come Roberto Castagner il primo a fare una grappa torbata per fare concorrenza ai whisky. Ci sono le grandi griffes come Segnana che ha vinto l'Alambicco d'Oro, come Bottega, come, Mazzetti d'Altavilla, Bepi Tosolini, Bottega, e ci sono i piccoli artigiani dell'alambicco come ad esempio Gino Barile che a Silvano d'Orba con la moglie Saveria Nuccia de Palo manda avanti la piccola distilleria Bor Bar dove si distila con apparecchi in discontinuo (metodo charantais) e si fanno grappe invecchiate fino a 40 anni!. Tra gli artigiani ci sono anche sartorie del grappa di altissimo profilo come ad esempio la distilleria Nannoni in quel di Paganico nel grossetano dove Priscilla Occhipinti ha raccolto l'eredità del mastro distillatore Gioacchino Nannoni, il creatore delle cosiddette grappe di fattoria che hanno dato il là alle grappe ottenute con le vinacce dei grandissimi vini italiani. E poi ci sono i campioni della distillazione di alta qualità come i trentini Fratelli Poli che sono in grado di produrre delle grappe su misura.
È un mondo quello della distillazione in continua evoluzione che riesce a portarsi dietro il bagaglio della tradizione senza rinunciare a progettare nuovi prodotti. È stato il caso per esempio di Bonaventura Maschio che ha imposto le acqueviti da uva fresca e non da vinacce (poi seguito da Nonino che ne ha fatto un must), o di mastri distillatori come Capovilla che hanno esplorato tuto l'universo della distillazione della frutta partendo da una lunghissima tradizione grappista.
L'Italia degli spirits che ha campioni – dal punto di vista economico - di caratura mondiale come Campari o Branca ha anche nel distillato di vino uno suo particolare primato. Intanto occorrerà dire che se i francesi si beano delle loro denominazioni esclusive come Cognac e Armagnac ance noi italiani in fato di distillazione di vino abbiamo un nostro primato: è l'Arzente! Il nome è una creazione di D'Annunzio che da ardente tirò fuori il none autarchico del distillato di vino. E ancora oggi alcune distillerie lo usano: è il caso di Bellavista (produce tra i migliori spumanti d'Italia in Franciacorta) di Jacopo Poli, come Castello di Querceto. Ma la tradizione del brandy italiano che certo ha avuto in Vecchia Romagna e Stock i marchi più diffusi è ampia e oggi poggia su lavorazioni del tutto particolari. Come il caso di Villa Zarri a Bologna, di Roberto Di Meo che a Saza Irpina fa un brandy da Taurasi di assoluto livello con distillazione a bagnomaria, come Carpenè Malvolti che acanto alla produzione d'eccellenza di Prosecco da sempre produce dei brandy particolari invecchiati in piccolo rovere per almeno dieci anni. E poi ci sono le acqueviti di vino come quelle di Pojer & Sandri, piccola grade cantina trentina, quelle della valdostana La Voldataine che firma l'Eau de l'Enfer, della produzione mediterranea delle distillerie Lussurghesi in Sardegna e delle distillerie Fichera che firmano un esclusivo brandy siciliano.
Dunque l'Italia è davvero un paese di spirito, anzi di molti spiriti.
INFOGRAFICA
Antonella Bocchino: la signora dei moscati

Ha i capelli con lo stesso riflesso delle sue bottiglie. Una figura elegante, una passione vera, una tradizione così intensa e lunga da farle vibrare dentro le corde della sinfonia dei ricordi appena pronunci la parola grappa. Con Antonella Bocchino non si può parlare di distillati senza comprendere chela parola spirito significa anche anima. Il suo trisavolo Carlo in quel di Canelli costruì uno degli impianti di distillazione più moderni per l'epoca: c'era tuta la vinaccia dell'astigiano da sfruttare e poi c'erano le uve di Langa. Certo non era il Barolo gioielli e l'idea di fare grappe da monovitigno era di là da venire, ma tra tirare fuori alcool e invece rispettare profumi e bouquet delle vinacce ce ne correva. E poi 'è stato nonno Lazarito che ha insegnato ad Antonella i segreti della distillazione, ma prima di tutto l'amore per la terra di cui la grappa è l'ultima essenza. E ci sono stati gli anni del boom e quel Carosello con Mike Bongiorno. Chi se lo è dimenticato: «Concludendo Bocchino». La vita a volte fa improvvise deviazioni. Antonella lascia la casa e la distilleria di casa e va per il mondo. Ma in testa ha quel profumo che non si può dimenticare: l'elisir di Moscato. Ed eccola con il suo nuovo progetto: fare una selezione di grappe esclusivamente da uve Moscato. Ma di tutti i Moscato d'Italia che sono un unicum. E' nata così AB Selezione: più che una linea di grappe è una collezione di altissima creatività distillatoria che restituisce al fare spiriti la sua primigenia funzione, tirare fuori l'anima della materia. «Per me il Moscato – confida Antonella Bocchino – è come la madeleine di Proust: significa tornare in contatto con la mia essenza e questo ho cercato di mettere dentro le mie grappe». Nasce così AB Selezione (www.abselezione.com) che è una sorta di famedio dei Moscato d'Italia: da quello di Trani a quello di Pantelleria passando ovviamente per quello di Canelli e poi ci sono le grappe introvabili: i millesimi che significa 94, 97, 2000 vendemmie rare che per averle devi metterti in fila: Antonella Bocchino è l'unica distillatrice d'Europa a vantare un'antologia di distillati declinati sule variazioni di u tema. E da questa sua particolarità è nato il successo che ha ottenuto a livello internazionale. I bar tendere di tutto il mondo si sono misurati con le grappe di Moscato inventando nuovo cocktail che lei ha raccolto in un esclusivo ricettario. Ma il successo è stato anche quello di aver imposto uno stile italiano degli spirits, a partire anche dal «vestito» di questa selezione unica di grappe. Le bottiglie sono austere e preziose insieme, lo stile italianissimo della casa è vagamente retrò capace di esaltare chiunque abbia desiderio di misurarsi con l'arte della distillazione che si esprime anche in due esclusive grappe di Barolo come omaggio alla piemontesità delle radici. Mala contaminazione con il mondo dei cocktail ha avuto sulla «signora della grappa» un effetto benefico che fa guadagnare all'Italia ulteriori primati qualitativi in fatto di spiriti. «Mi sono ricordata – dice Antonella Bocchino – delle creme cacao di quando ero piccola e ho voluto provare a fare qualcosa di nuovo». E nato così Ananda che è una sorta di liquore della felicità. Ananda in sanscrito vuol dire infatti beatitudine. Guido Gobino – grandissimo cioccolatiere torinese – è il selezionatore della materia prima che sono le fave di cacao di Arriba Superor Selecto, una produzione esclusiva dell'Equador. Antonella sposa queste fave con lo spiriti da uve piemontesi e ne fa un liquore al cacao che è diventato il nuovo elisir dei più esclusivi miscelatori del mondo. Dopo Ananda la gamma è stata completata con un liquore alla meta piperita il Mynta che è una sorta di infuso erboristico di freschezza inusitata e con un'interpretazione molto suadente e femminile dei distillati di mela: è il Calvilla. Ottenuto esclusivamente da mele Calleville (è una qualità di mela belga) arrivate in Val Pellice e in Val Chisone circa 300 ani fa. Oggi sono una coltivazione esclusiva di una cooperativa che produce in biologico. E Antonella Bocchino le preleva le fa macerare in alcool di vino e ottiene questo infuso di mele che è già diventato il profumo antico della nuovelle vaugue dei cocktail. Perché in fatto di distillati l'Italia è capace di fare innovazione guardando al passato.
Carlo Cambi
Dal whisky al mistrà: è puro spirito italiano
Compie 150 anni ed è uno dei simboli dell'Italia centrale ferita dal terremoto che vuole rinascere. È la Distilleria Varnelli di Maddalena di Muccia in provincia di Macerata nata da un farmacista Girolamo Varnelli che seguiva la tradizione alchemica di preparare prodotti curativi attraverso la distillazione. Nacque così il mitico Varnelli, il distillato di anice stellato che fa concorrenza ai Pastisse francesi e all'Ouzo greco, ma che si è conquistato un posto di eccellenza nel mondo facendosi riconoscere come Mistrà. Del resto la tradizione distillatori marchigiana deriva da quella dei benedettini e così le Marche sono terra di anisette. Due resistono all'usura del tempo: la Rosati e la Meletti entrambe di Ascoli, sono distillate di un' erba particolare: la pimpinella asinum che conferisce un sapore e un profumo a metà strada tra la menta e il finocchio e l'anice. Distillati esclusivissimi che stano di nuovo diventando di moda. Come del resto i rosoli (si parte dalla distillazione di fiori e frutta) e come un altro liquore-distillato battezzato da D'Annunzio: l'Aurum infuso di arance in alcool che fa concorrenza ai francesi Grand Marnier e Cointreau. Dai distillati autoctoni a quelli internazionali che però se prodotti in Italia acquistano nuova personalità. Vediamo che cosa sta succedendo nelle nostre distillerie. E come dimenticare distillati che non fano concorrenza agli Chartreuse ma che sfruttano la fragranza delle nostre erbe. Ne citiamo due: il Genepì Valdostano che ha in Ottoz la griffe più prestigiosa e il Centerbe abruzzese una sorta di «sabba» dei boschi dove la distillazione come alchimia si rivela in tuta la sua forza
Gin – È un distillato che sembrava appannaggio esclusivo delle isole britanniche e invece è nato un nuovo Gin. Un po' come è successo con le birre artigianali, l'Italia sfruttando l'enorme biodiversità del nostro paese ha cominciato a confezionare dei Gin «naturali« che hanno imposto un nuovo stile. Ormai sono più di un centinaio le etichette di Gin tricolore che vengono prodotte per lo più nelle zone di collina o in montagna dove la ricchezza di erbe aromatiche, la purezza delle acque e l'abbondanza di bacche consente di variare molto la ricetta base. Un marchio che è tornato di moda grazie al nuovo gin è Luxardo casa famosissima per la produzione del maraschino un liquore-distillato che fece grande la comunità italiana in Istria e che si fa con le marasche. Il maraschino si vende nella classica bottiglia quadrata ricoperta di rafia mentre il Gin Luxardo sfrutta i ginepri di Dalmazia e si trova in una raffinata bottiglia nera. Tra i Gin più complessi c'è sicuramente il La Vita è Bella di Alfons Walcher di Appiano che sfrutta ben 24 differenti erbe. Ci sono anche i Gin metropolitani come il The Botanical Club di Milano, il VII Hills romano e il Be8 di Torino. Poi ci sono i Gin delle distillerie affermate come quello di Poli, quello di Pilzer, della piemontese Quaglia. E poi c'è il Gin dei monaci di Vallombrosa e quello sardo Solo Wild Gin. Ma quello che è diventato una sorta di must del Gin all'italiana è il Fred Jerbis, 43 erbe distillate da Federico Cremasco in quel di Pordenone.
Rum – Chi pensa che sia una sola prerogativa giamaicana o dei Cuba sbaglia. Anche in Italia si produce rum. Un etichetta molto buona è quella di Capovilla, una delle migliori distilleria d'Italia che fa brandy, ovviamente grappa, e moltissimi distillati di frutta. Vittorio Gianni Capovilla, vicentino, è considerato il maestro di tutti i distillatori d'Europa. Ha prodotto distillati da tutto: dalla rosa canina al miele passando per la frutta. Ed ha rovesciato il concetto di base. Prima alla distillazione si mandavano gli scarti (c'è stato un periodo in cui l'Europa imponeva la distillazione delle eccedenze di vino) con Capovilla si è cominciato a pensare che per avere ottimi distillati si deve partire da ottima materia prima. E così Gianni ha fatto anche per ottenere il suo rum. Un'altra distilleria si è misurata con lo spirito caraibico sono i padovani Zamperoni anche loro specializzati in distillati alla frutta.
Whisky – Non siamo ancora pronti per fare concorrenza alla Scozia ma l'Italia si sta avviando ad una buna produzione di whisky. Del resto siamo tra i maggiori distillatori di cereali e già stiamo producendo basi per wodka che vengono poi usate dai grandi marchi internazionali. Ma in fatto di whisky abbiamo una significativa produzione di montagna. Il primo triplo malto tricolore viene dalla Val Venosta e lo hanno prodotto i fratelli Ebensperger nella distilleria Puni alle porte di Glorenza. È un whisky che sfrutta la purezza delle acque di montagna e la ricchezza di cereali. Le prime bottiglie sono state prodotte nel 2015. Ma subito a ruota è arrivata un'altra distilleria sempre altoatesina che ha prodotto E'Retico con l'etichetta storica Psenner da un alambicco che da oltre un secolo distilla grappa.
Calvados - Un altro distillato che i francesi ritengono a loro esclusivo appannaggio in realtà ha radici italiane, nelle zone di montagna dove si coltivano le mele e dove il sidro – il vino di mele - è una delle produzioni di maggior caratura. Uno dei Calvà migliori d'Italia è quello prodotto da monaci del monastero di Germagno alle pendici del monte Massone nelle valli dell'ossolano. Nella produzione di liquori e distillati alla mela si è specializzata l'azienda agricola Vettoretto che di Mezzocorona che sfrutta la melicoltura trentina e un Calvados, o meglio distillato di mele visto che il nome francese è protetto, di ottima qualità è anche quello prodotto dalla distilleria Levi di Neive nel cuneese.
Carlo Cambi
Con Nio il cocktail è in busta. Per berlo basta aggiungere un po' di ghiaccio
Tre giovani imprenditori con tante idee e niente da bere. Sembra l'incipit di una storiella divertente, ma è così che nasce Nio (Needs Ice Only, ndr.), azienda italiana che si pone come obiettivo quello di stravolgere le abitudini di consumo degli alcolici, rendendoli fruibili in ogni luogo e per ogni occasione. Il concetto che sta alla base del progetto di Luca Quagliano è semplice: basta agitare la busta con il tuo cocktail preferito e versarla in un bicchiere pieno di ghiaccio, come farebbero i migliori mixologist. E bere. A un anno dalla sua nascita l'azienda prevede di superare il milione di euro in fatturato e si inserisce in un mercato che pur valendo 100 miliardi di dollari dipende solo per l'1% dal commercio online. Un'opportunità unica.
Il progetto Nio nasce quasi per caso. Può raccontarci come è andata?
«L'idea mi è venuta alla fine di una cena a casa con amici. Volevo offrire loro qualcosa di diverso per concludere la serata, ma pur avendo la dispensa piena di spirits non avevo le competenze necessarie per creare un cocktail a regola d'arte. E nessuno dei miei amici era in grado di sopperire alla mia mancanza. Quella notte l'ho passata insonne pensando "perché deve sempre finire così?", così la mattina dopo ho chiamato due miei amici (Alessandro Palmarin e Massimo Palmieri, ndr) per raccontargli l'idea che mi era venuta in mente. E ora siamo in società insieme».
Come siete passati dall'idea al business vero e proprio?
«In linea teorica il progetto sembrava semplice da realizzare ma nella pratica si è rivelato più difficile del previsto. Stavamo creando un prodotto che fino a quel momento non era mai esistito. Una vera e propria sfida. Il primo anno è stato intenso e molto importante, ma siamo soddisfatti che l'idea stia riscontrando un grande successo. Ora non si può fare altro che continuare a crescere».
Quali cocktail proponete?
«La nostra lista standard è composta da quelli che chiamiamo "Grandi Classici", quei cocktail che rappresentano la storia come il Negroni. Il nostro bartender Patrick Pistolesi sta preparando anche una serie di drink in edizione limitata esclusivamente per NIO. Potete già assaggiare il nostro cocktail creato per aiutare il comune di Amatrice, composto da Cynar, Biancosarti, Vermouth Carpano, Aperol e Acqua».
Com'è il rapporto con le aziende che producono gli ingredienti per i vostri cocktail?
«Direi ottimo. È attualmente in vendita una Luxury Edition, composta da Welsh Rob Roy, Ti-Punch, Japanese Boulevardier, Cosmo Twist, sviluppata insieme al gruppo Meregalli che in Italia distribuisce alcuni superalcolici premium come l'Akashi Whiskey e Chase Vodka. Per noi è importante offrire un prodotto di qualità».
Dove si possono acquistare i prodotti Nio?
«Attualmente il nostro canale principale è quello online. Quest'anno però stiamo lavorando per la diffusione retail grazie ad accordi con distributori nazionali e la presenza in strutture alberghiere, dove siamo già presenti grazie all'accordo con la catena Planetaria Hotel. Il nostro sguardo però è rivolto non soltanto all'Italia ma anche ai mercati esteri, dove il progetto sta suscitando interesse».
Mariella Baroli
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L'industria della distillazione, la cui paternità va attribuita a Michele Savonarola, zio di Girolamo, è in continua evoluzione. Il segreto è progettare nuovi prodotti senza rinunciare alle tradizioni. Alla scoperta di Ananda, il liquore della felicità creato dalla distillatrice Antonella Bocchino. A Maddalena di Muccia, in provincia di Macerata, c'è una distilleria in grado di preparare alchemici curativi. L'ultima moda inventata da Nio: il cocktail in busta. Basta solo un po' di ghiaccio per poter gustare il proprio drink ovunque. Lo speciale contiene quattro articoli. Non c'è dubbio l'Italia è una pese di spirito. Forse è il primo paese al mondo dove la distillazione si è fatta industria affinando una tecnica già propria di etruschi, greci e romani che l'usavano per produrre unguenti e medicamenti, e divenuta nel Medioevo appannaggio dei frati benedettini che l'hanno appreso dagli arabi. La dominazione araba in Sicilia ha lasciato un'eredità consistente ai nostri distillatori e gran parte delle parole che usiamo, da alcool a elisir, sono di derivazione araba. Fu Michele Savonarola – lo zio del Girolamo fustigatore dei costumi fiorentini - con il suo De Conficienda Aquae Vitae pubblicato alla fine del 300 a porre i fondamenti della nostra industria della distillazione. Che ha assunto nei secoli un carattere tecnico senza perdere tuttavia la suggestione alchemica e che prima di essere destinata a produrre per il piacere gastronomico era stata destinata a confezionare sostanze dedite alla cura. Sarà Caterina de' Medici che va in sposa a Enrico II futuro re di Francia a portare oltralpe l'uso dei distillati per impreziosire i dolci come s'usava nella Firenze rinascimentale. Così se gli scozzesi si vantano del whisky, i francesi del Cognac, del Calvados e dell'Armagnac magnificando la Chartreuse che specialità de monaci cistercensi dunque benedettini, gli inglesi del Gin è bene sapere che queste distillazioni sono di origine italiana e pure la wodka ha antenati mediterranei che l'uso di distillare cereali e residui della produzione della birra è vecchia quasi quanto l'uomo. Oggi molti distillatori italiani sono tornati a produrre anche questi «spiriti» che sembrano non autoctoni dell'Italia. Che ha un suo assoluto primato: la grappa. Prodotto a torto ritenuto umile, che invece dimostra come la distillazione sia un patrimonio consolidato nel nostro paese. La grappa fu forse la prima acquavite e oggi rappresenta, poiché nessuno distilla le vinacce, davvero uno spirito del tuto esclusivo. Tant'è che ha conquistato piano piano i mercati esteri. Oggi non è più un prodotto generico, ma si fanno le grappe da monovitigno, invecchiate per anni e anni stanno rivaleggiando con i più preziosi Scotch. I mercati che la grappa italiana ha conquistato sono quelli abituati a bere forte. Una tendenza che invece in Italia sta scemando, si stima che negli ultimi cinque anni si siano persi quasi due milioni di consumatori di distillati che però sono stati sostituiti da consumatori molto preparati: ormai il bere un distillato è un consumo colto e ostentativo. Insomma è tramontata l'epoca del grappino a fine pasto. Ma la riscossa della grappa passa anche attraverso la scoperta che i bar tender ne hanno fatta. Le grappe oggi sono un ingrediente fondamentale per molti cocktail al pari dei più celebrati spiriti internazionali. Un'occasione per conoscere tutti i segreti del più italiano degli spiriti è sicuramente «Distillerie aperte» la manifestazione ideata dall'Istituto Nazionale Grappa che da anni consente ai consumatori di farsi una cultura sull'arte della distillazione. Quest'anno l'appuntamento è per il 7 ottobre in circa un centinaio di distillerie sulle 163 che sono rimaste in attività in Italia e il tema suggerito è l'abbinamento grappa-caffe (per sapere tutto www.istitutograppa.org). È un settore molto particolare quello delle grappe dove accanto a grandi produttori ci sono dei veri e propri artigiani dell'alambicco. Certo un plauso particolare va all'antica distilleria a vapore Nardini di Bassano del Grappa che ha tenuto in alto la tradizione, ma un'innovazione è sicuramente venuta da Gianola Nonino che ha dato alla Grappa una nuova identità come prodotto di qualità assoluta. Ci sono dei distillatori come Roberto Castagner il primo a fare una grappa torbata per fare concorrenza ai whisky. Ci sono le grandi griffes come Segnana che ha vinto l'Alambicco d'Oro, come Bottega, come, Mazzetti d'Altavilla, Bepi Tosolini, Bottega, e ci sono i piccoli artigiani dell'alambicco come ad esempio Gino Barile che a Silvano d'Orba con la moglie Saveria Nuccia de Palo manda avanti la piccola distilleria Bor Bar dove si distila con apparecchi in discontinuo (metodo charantais) e si fanno grappe invecchiate fino a 40 anni!. Tra gli artigiani ci sono anche sartorie del grappa di altissimo profilo come ad esempio la distilleria Nannoni in quel di Paganico nel grossetano dove Priscilla Occhipinti ha raccolto l'eredità del mastro distillatore Gioacchino Nannoni, il creatore delle cosiddette grappe di fattoria che hanno dato il là alle grappe ottenute con le vinacce dei grandissimi vini italiani. E poi ci sono i campioni della distillazione di alta qualità come i trentini Fratelli Poli che sono in grado di produrre delle grappe su misura. È un mondo quello della distillazione in continua evoluzione che riesce a portarsi dietro il bagaglio della tradizione senza rinunciare a progettare nuovi prodotti. È stato il caso per esempio di Bonaventura Maschio che ha imposto le acqueviti da uva fresca e non da vinacce (poi seguito da Nonino che ne ha fatto un must), o di mastri distillatori come Capovilla che hanno esplorato tuto l'universo della distillazione della frutta partendo da una lunghissima tradizione grappista. L'Italia degli spirits che ha campioni – dal punto di vista economico - di caratura mondiale come Campari o Branca ha anche nel distillato di vino uno suo particolare primato. Intanto occorrerà dire che se i francesi si beano delle loro denominazioni esclusive come Cognac e Armagnac ance noi italiani in fato di distillazione di vino abbiamo un nostro primato: è l'Arzente! Il nome è una creazione di D'Annunzio che da ardente tirò fuori il none autarchico del distillato di vino. E ancora oggi alcune distillerie lo usano: è il caso di Bellavista (produce tra i migliori spumanti d'Italia in Franciacorta) di Jacopo Poli, come Castello di Querceto. Ma la tradizione del brandy italiano che certo ha avuto in Vecchia Romagna e Stock i marchi più diffusi è ampia e oggi poggia su lavorazioni del tutto particolari. Come il caso di Villa Zarri a Bologna, di Roberto Di Meo che a Saza Irpina fa un brandy da Taurasi di assoluto livello con distillazione a bagnomaria, come Carpenè Malvolti che acanto alla produzione d'eccellenza di Prosecco da sempre produce dei brandy particolari invecchiati in piccolo rovere per almeno dieci anni. E poi ci sono le acqueviti di vino come quelle di Pojer & Sandri, piccola grade cantina trentina, quelle della valdostana La Voldataine che firma l'Eau de l'Enfer, della produzione mediterranea delle distillerie Lussurghesi in Sardegna e delle distillerie Fichera che firmano un esclusivo brandy siciliano. Dunque l'Italia è davvero un paese di spirito, anzi di molti spiriti. INFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="antonella-bocchino-la-signora-dei-moscati" data-post-id="2604271289" data-published-at="1780126651" data-use-pagination="False"> Antonella Bocchino: la signora dei moscati Ha i capelli con lo stesso riflesso delle sue bottiglie. Una figura elegante, una passione vera, una tradizione così intensa e lunga da farle vibrare dentro le corde della sinfonia dei ricordi appena pronunci la parola grappa. Con Antonella Bocchino non si può parlare di distillati senza comprendere chela parola spirito significa anche anima. Il suo trisavolo Carlo in quel di Canelli costruì uno degli impianti di distillazione più moderni per l'epoca: c'era tuta la vinaccia dell'astigiano da sfruttare e poi c'erano le uve di Langa. Certo non era il Barolo gioielli e l'idea di fare grappe da monovitigno era di là da venire, ma tra tirare fuori alcool e invece rispettare profumi e bouquet delle vinacce ce ne correva. E poi 'è stato nonno Lazarito che ha insegnato ad Antonella i segreti della distillazione, ma prima di tutto l'amore per la terra di cui la grappa è l'ultima essenza. E ci sono stati gli anni del boom e quel Carosello con Mike Bongiorno. Chi se lo è dimenticato: «Concludendo Bocchino». La vita a volte fa improvvise deviazioni. Antonella lascia la casa e la distilleria di casa e va per il mondo. Ma in testa ha quel profumo che non si può dimenticare: l'elisir di Moscato. Ed eccola con il suo nuovo progetto: fare una selezione di grappe esclusivamente da uve Moscato. Ma di tutti i Moscato d'Italia che sono un unicum. E' nata così AB Selezione: più che una linea di grappe è una collezione di altissima creatività distillatoria che restituisce al fare spiriti la sua primigenia funzione, tirare fuori l'anima della materia. «Per me il Moscato – confida Antonella Bocchino – è come la madeleine di Proust: significa tornare in contatto con la mia essenza e questo ho cercato di mettere dentro le mie grappe». Nasce così AB Selezione (www.abselezione.com) che è una sorta di famedio dei Moscato d'Italia: da quello di Trani a quello di Pantelleria passando ovviamente per quello di Canelli e poi ci sono le grappe introvabili: i millesimi che significa 94, 97, 2000 vendemmie rare che per averle devi metterti in fila: Antonella Bocchino è l'unica distillatrice d'Europa a vantare un'antologia di distillati declinati sule variazioni di u tema. E da questa sua particolarità è nato il successo che ha ottenuto a livello internazionale. I bar tendere di tutto il mondo si sono misurati con le grappe di Moscato inventando nuovo cocktail che lei ha raccolto in un esclusivo ricettario. Ma il successo è stato anche quello di aver imposto uno stile italiano degli spirits, a partire anche dal «vestito» di questa selezione unica di grappe. Le bottiglie sono austere e preziose insieme, lo stile italianissimo della casa è vagamente retrò capace di esaltare chiunque abbia desiderio di misurarsi con l'arte della distillazione che si esprime anche in due esclusive grappe di Barolo come omaggio alla piemontesità delle radici. Mala contaminazione con il mondo dei cocktail ha avuto sulla «signora della grappa» un effetto benefico che fa guadagnare all'Italia ulteriori primati qualitativi in fatto di spiriti. «Mi sono ricordata – dice Antonella Bocchino – delle creme cacao di quando ero piccola e ho voluto provare a fare qualcosa di nuovo». E nato così Ananda che è una sorta di liquore della felicità. Ananda in sanscrito vuol dire infatti beatitudine. Guido Gobino – grandissimo cioccolatiere torinese – è il selezionatore della materia prima che sono le fave di cacao di Arriba Superor Selecto, una produzione esclusiva dell'Equador. Antonella sposa queste fave con lo spiriti da uve piemontesi e ne fa un liquore al cacao che è diventato il nuovo elisir dei più esclusivi miscelatori del mondo. Dopo Ananda la gamma è stata completata con un liquore alla meta piperita il Mynta che è una sorta di infuso erboristico di freschezza inusitata e con un'interpretazione molto suadente e femminile dei distillati di mela: è il Calvilla. Ottenuto esclusivamente da mele Calleville (è una qualità di mela belga) arrivate in Val Pellice e in Val Chisone circa 300 ani fa. Oggi sono una coltivazione esclusiva di una cooperativa che produce in biologico. E Antonella Bocchino le preleva le fa macerare in alcool di vino e ottiene questo infuso di mele che è già diventato il profumo antico della nuovelle vaugue dei cocktail. Perché in fatto di distillati l'Italia è capace di fare innovazione guardando al passato.Carlo Cambi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="dal-whisky-al-mistra-e-puro-spirito-italiano" data-post-id="2604271289" data-published-at="1780126651" data-use-pagination="False"> Dal whisky al mistrà: è puro spirito italiano Compie 150 anni ed è uno dei simboli dell'Italia centrale ferita dal terremoto che vuole rinascere. È la Distilleria Varnelli di Maddalena di Muccia in provincia di Macerata nata da un farmacista Girolamo Varnelli che seguiva la tradizione alchemica di preparare prodotti curativi attraverso la distillazione. Nacque così il mitico Varnelli, il distillato di anice stellato che fa concorrenza ai Pastisse francesi e all'Ouzo greco, ma che si è conquistato un posto di eccellenza nel mondo facendosi riconoscere come Mistrà. Del resto la tradizione distillatori marchigiana deriva da quella dei benedettini e così le Marche sono terra di anisette. Due resistono all'usura del tempo: la Rosati e la Meletti entrambe di Ascoli, sono distillate di un' erba particolare: la pimpinella asinum che conferisce un sapore e un profumo a metà strada tra la menta e il finocchio e l'anice. Distillati esclusivissimi che stano di nuovo diventando di moda. Come del resto i rosoli (si parte dalla distillazione di fiori e frutta) e come un altro liquore-distillato battezzato da D'Annunzio: l'Aurum infuso di arance in alcool che fa concorrenza ai francesi Grand Marnier e Cointreau. Dai distillati autoctoni a quelli internazionali che però se prodotti in Italia acquistano nuova personalità. Vediamo che cosa sta succedendo nelle nostre distillerie. E come dimenticare distillati che non fano concorrenza agli Chartreuse ma che sfruttano la fragranza delle nostre erbe. Ne citiamo due: il Genepì Valdostano che ha in Ottoz la griffe più prestigiosa e il Centerbe abruzzese una sorta di «sabba» dei boschi dove la distillazione come alchimia si rivela in tuta la sua forzaGin – È un distillato che sembrava appannaggio esclusivo delle isole britanniche e invece è nato un nuovo Gin. Un po' come è successo con le birre artigianali, l'Italia sfruttando l'enorme biodiversità del nostro paese ha cominciato a confezionare dei Gin «naturali« che hanno imposto un nuovo stile. Ormai sono più di un centinaio le etichette di Gin tricolore che vengono prodotte per lo più nelle zone di collina o in montagna dove la ricchezza di erbe aromatiche, la purezza delle acque e l'abbondanza di bacche consente di variare molto la ricetta base. Un marchio che è tornato di moda grazie al nuovo gin è Luxardo casa famosissima per la produzione del maraschino un liquore-distillato che fece grande la comunità italiana in Istria e che si fa con le marasche. Il maraschino si vende nella classica bottiglia quadrata ricoperta di rafia mentre il Gin Luxardo sfrutta i ginepri di Dalmazia e si trova in una raffinata bottiglia nera. Tra i Gin più complessi c'è sicuramente il La Vita è Bella di Alfons Walcher di Appiano che sfrutta ben 24 differenti erbe. Ci sono anche i Gin metropolitani come il The Botanical Club di Milano, il VII Hills romano e il Be8 di Torino. Poi ci sono i Gin delle distillerie affermate come quello di Poli, quello di Pilzer, della piemontese Quaglia. E poi c'è il Gin dei monaci di Vallombrosa e quello sardo Solo Wild Gin. Ma quello che è diventato una sorta di must del Gin all'italiana è il Fred Jerbis, 43 erbe distillate da Federico Cremasco in quel di Pordenone.Rum – Chi pensa che sia una sola prerogativa giamaicana o dei Cuba sbaglia. Anche in Italia si produce rum. Un etichetta molto buona è quella di Capovilla, una delle migliori distilleria d'Italia che fa brandy, ovviamente grappa, e moltissimi distillati di frutta. Vittorio Gianni Capovilla, vicentino, è considerato il maestro di tutti i distillatori d'Europa. Ha prodotto distillati da tutto: dalla rosa canina al miele passando per la frutta. Ed ha rovesciato il concetto di base. Prima alla distillazione si mandavano gli scarti (c'è stato un periodo in cui l'Europa imponeva la distillazione delle eccedenze di vino) con Capovilla si è cominciato a pensare che per avere ottimi distillati si deve partire da ottima materia prima. E così Gianni ha fatto anche per ottenere il suo rum. Un'altra distilleria si è misurata con lo spirito caraibico sono i padovani Zamperoni anche loro specializzati in distillati alla frutta.Whisky – Non siamo ancora pronti per fare concorrenza alla Scozia ma l'Italia si sta avviando ad una buna produzione di whisky. Del resto siamo tra i maggiori distillatori di cereali e già stiamo producendo basi per wodka che vengono poi usate dai grandi marchi internazionali. Ma in fatto di whisky abbiamo una significativa produzione di montagna. Il primo triplo malto tricolore viene dalla Val Venosta e lo hanno prodotto i fratelli Ebensperger nella distilleria Puni alle porte di Glorenza. È un whisky che sfrutta la purezza delle acque di montagna e la ricchezza di cereali. Le prime bottiglie sono state prodotte nel 2015. Ma subito a ruota è arrivata un'altra distilleria sempre altoatesina che ha prodotto E'Retico con l'etichetta storica Psenner da un alambicco che da oltre un secolo distilla grappa.Calvados - Un altro distillato che i francesi ritengono a loro esclusivo appannaggio in realtà ha radici italiane, nelle zone di montagna dove si coltivano le mele e dove il sidro – il vino di mele - è una delle produzioni di maggior caratura. Uno dei Calvà migliori d'Italia è quello prodotto da monaci del monastero di Germagno alle pendici del monte Massone nelle valli dell'ossolano. Nella produzione di liquori e distillati alla mela si è specializzata l'azienda agricola Vettoretto che di Mezzocorona che sfrutta la melicoltura trentina e un Calvados, o meglio distillato di mele visto che il nome francese è protetto, di ottima qualità è anche quello prodotto dalla distilleria Levi di Neive nel cuneese.Carlo Cambi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-grappa-al-brandy-e-unitalia-di-spirito-2604271289.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="con-nio-il-cocktail-e-in-busta-per-berlo-basta-aggiungere-un-po-di-ghiaccio" data-post-id="2604271289" data-published-at="1780126651" data-use-pagination="False"> Con Nio il cocktail è in busta. Per berlo basta aggiungere un po' di ghiaccio Tre giovani imprenditori con tante idee e niente da bere. Sembra l'incipit di una storiella divertente, ma è così che nasce Nio (Needs Ice Only, ndr.), azienda italiana che si pone come obiettivo quello di stravolgere le abitudini di consumo degli alcolici, rendendoli fruibili in ogni luogo e per ogni occasione. Il concetto che sta alla base del progetto di Luca Quagliano è semplice: basta agitare la busta con il tuo cocktail preferito e versarla in un bicchiere pieno di ghiaccio, come farebbero i migliori mixologist. E bere. A un anno dalla sua nascita l'azienda prevede di superare il milione di euro in fatturato e si inserisce in un mercato che pur valendo 100 miliardi di dollari dipende solo per l'1% dal commercio online. Un'opportunità unica.Il progetto Nio nasce quasi per caso. Può raccontarci come è andata?«L'idea mi è venuta alla fine di una cena a casa con amici. Volevo offrire loro qualcosa di diverso per concludere la serata, ma pur avendo la dispensa piena di spirits non avevo le competenze necessarie per creare un cocktail a regola d'arte. E nessuno dei miei amici era in grado di sopperire alla mia mancanza. Quella notte l'ho passata insonne pensando "perché deve sempre finire così?", così la mattina dopo ho chiamato due miei amici (Alessandro Palmarin e Massimo Palmieri, ndr) per raccontargli l'idea che mi era venuta in mente. E ora siamo in società insieme».Come siete passati dall'idea al business vero e proprio?«In linea teorica il progetto sembrava semplice da realizzare ma nella pratica si è rivelato più difficile del previsto. Stavamo creando un prodotto che fino a quel momento non era mai esistito. Una vera e propria sfida. Il primo anno è stato intenso e molto importante, ma siamo soddisfatti che l'idea stia riscontrando un grande successo. Ora non si può fare altro che continuare a crescere».Quali cocktail proponete?«La nostra lista standard è composta da quelli che chiamiamo "Grandi Classici", quei cocktail che rappresentano la storia come il Negroni. Il nostro bartender Patrick Pistolesi sta preparando anche una serie di drink in edizione limitata esclusivamente per NIO. Potete già assaggiare il nostro cocktail creato per aiutare il comune di Amatrice, composto da Cynar, Biancosarti, Vermouth Carpano, Aperol e Acqua».Com'è il rapporto con le aziende che producono gli ingredienti per i vostri cocktail?«Direi ottimo. È attualmente in vendita una Luxury Edition, composta da Welsh Rob Roy, Ti-Punch, Japanese Boulevardier, Cosmo Twist, sviluppata insieme al gruppo Meregalli che in Italia distribuisce alcuni superalcolici premium come l'Akashi Whiskey e Chase Vodka. Per noi è importante offrire un prodotto di qualità».Dove si possono acquistare i prodotti Nio?«Attualmente il nostro canale principale è quello online. Quest'anno però stiamo lavorando per la diffusione retail grazie ad accordi con distributori nazionali e la presenza in strutture alberghiere, dove siamo già presenti grazie all'accordo con la catena Planetaria Hotel. Il nostro sguardo però è rivolto non soltanto all'Italia ma anche ai mercati esteri, dove il progetto sta suscitando interesse».Mariella Baroli
Il capo di Confindustria, Emanuele Orsini (Ansa)
Soprattutto da quando Bruxelles si è data la mission di «salvare il pianeta» con un processo di decarbonizzazione a marce forzate. È una posizione trasversale, è la reazione di gran parte del mondo produttivo che percepisce l’Europa più come una camicia di forza che come un volano. L’ultima critica, in ordine di tempo, è venuta dall’assemblea di Confindustria, dove il presidente, Emanuele Orsini, pur ribadendo di «credere nell’Europa», ha sottolineato che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», artefice di una burocrazia «lunare» che mette sotto scacco le istituzioni del Vecchio continente. E, come esempio, ha citato le 72 condizioni poste dalla Commissione per il via libera al decreto Bollette, definendole come «l’ultima conferma» della sua tesi. Di qui l’appello: «Fermatela!».
In trincea è soprattutto l’automotive, prima del Green deal fiore all’occhiello dell’industria europea, ora ruota di scorta delle case cinesi. A più riprese le associazioni di categoria, a cominciare da quelle tedesche, hanno evidenziato come le tempistiche per l’elettrificazione forzata non siano compatibili con la realtà e che la politica Ue abbia causato l’invasione di prodotti cinesi. Critiche alla mobilità sostenibile, come riferisce Politico, sono venute perfino dai commissari dell’Ue, che hanno manifestato profonda irritazione per i disagi logistici legati all’uso di auto elettriche durante gli spostamenti da Bruxelles a Strasburgo. Questo mentre la Commissione valuta l’introduzione di regole stringenti per costringere le grandi imprese ad acquistare o a prendere a noleggio a lungo termine quote elevate di auto a corrente.
Gli effetti delle rigidità normative di Bruxelles si fanno sentire anche sull’agricoltura e scatenano le proteste delle associazioni di categoria. La Coldiretti ha lanciato un forte appello alla Commissione europea per la sospensione del Cbam (Carbon border adjustment mechanism) e del sistema Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di CO2), due pilastri del Green deal ritenuti oggi insostenibili. Per Coldiretti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non è assolutamente in grado di gestire il ruolo istituzionale che ricopre mentre oggi c’è bisogno di un’Europa diversa, più coraggiosa, meno ideologica e più vicina ai problemi reali.
Contro la Commissione si è mobilitata l’industria del tabacco dopo l’accelerazione dell’Unione europea sulla revisione della direttiva che regola produzione, etichettatura e vendita di sigarette, elettroniche incluse. La revisione legislativa è attesa entro fine anno. Troppo presto, dice la filiera. Il cambiamento dell’attuale assetto regolatorio metterebbe a repentaglio un comparto strategico dal punto di vista economico e occupazionale.
Sul piede di guerra pure i sindacati. La Ces, la Confederazione europea dei sindacati, punta l’indice contro i piani della Commissione europea di consentire alle imprese di registrarsi in Paesi con standard inferiori, compromettendo in questo modo i diritti dei lavoratori europei. «Secondo la proposta della Commissione, esiste il forte rischio che i lavoratori siano tutelati dalla legislazione del lavoro del Paese di registrazione dell’impresa, e non da quella del Paese di impiego», ammonisce la Ces.
Il settore siderurgico e metallurgico è tra i più critici. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha sempre detto che «la riduzione delle emissioni attribuita ai settori Ets è fuorviante: il calo deriva in gran parte dalla generazione elettrica, che ha avuto accesso a incentivi alle rinnovabili estranei all’Ets».
Le norme green impattano anche sul settore immobiliare. L’Ance, l’Associazione dei costruttori, contesta la perentorietà delle scadenze per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare. Senza massicci incentivi pubblici europei i costi ricadranno su imprese e proprietari.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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Ansa
Tragedia sfiorata a Mazara del Vallo (Trapani), dove l’impatto molto violento ha fatto ribaltare il mezzo scolastico con effetti impressionanti: 19 feriti, 14 dei quali sono i piccoli allievi delle scuole elementari Santa Gemma-Boscarino-Pirandello, più due insegnanti, un genitore accompagnatore e l’autista del bus. Nessuno è in pericolo di vita, due bimbi ricoverati all’ospedale di Mazara hanno subìto traumi non banali. Tutti sono sotto choc.
Il conto dei feriti fa 18 perché il diciannovesimo è il conducente dell’auto che alle 14.30 di ieri è andata dritta allo stop lungo la strada della Borgata Costiera. A guidare la Nissan Qashqai era un uomo di 51 anni senza patente, con l’assicurazione scaduta, che ha scambiato la provinciale per un autoscontro. Per dare l’ultimo tocco surreale all’incidente va aggiunto che sulla vettura c’erano la moglie incinta (seduta sul sedile di fianco all’improvvisato stuntman) e cinque bambini pigiati sul sedile posteriore. Totale sette, con il codice stradale che ne prevede al massimo cinque. Un incosciente. La donna è stata trasportata all’ospedale di Palermo per precauzione, lui a quello di Mazara. Con la polizia che piantona la stanza in attesa di conoscere i risultati dell’alcoltest, conseguenza immediata e doverosa di un simile scempio della ragione.
Giornata di apprensione, giornata di telefonate e di lacrime. I due bambini più sfortunati hanno subìto una frattura scomposta al polso e un trauma toracico; entrambi sono stati stabilizzati e trasferiti all’Ospedale dei Bambini di Palermo in eliambulanza. Immaginiamo l’unico momento catartico, da ricordare negli anni, della loro disavventura fra le lamiere contorte dello scuolabus. Per gli altri 12 bambini solo escoriazioni e quindi niente volo. All’ospedale di Mazara, ieri pomeriggio c’è stata una processione istituzionale: il sindaco Salvatore Quinci e gli assistenti sociali del Comune hanno avuto carezze per tutti e parole di conforto per l’incolpevole autista del mezzo scolastico, Giuseppe Di Stefano, che non si capacitava dell’accaduto. Alla fine il sindaco ha detto: «Una guida imprudente ha rischiato di provocare una tragedia».
Senza patente, senza assicurazione, forse alticcio (ma non abbiamo conferme), con la moglie incinta e cinque bimbi a bordo: una prestazione fuori scala per il pirata del venerdì che ora rischia incriminazione, processo e tutto ciò che merita davanti a un giudice. I poliziotti interventi hanno confermato che «l’auto ha saltato lo stop». Tutto ciò con una variabile: il conducente potrebbe essere stato vittima a sua volta di un improvviso malore. Ma le verifiche sono appena iniziate. Anche quelle dell’incrocio: la segnaletica verticale è inequivocabile mentre il semaforo lampeggiava col giallo perché rotto.
Dalle modalità si può arguire che ai bambini di Mazara del Vallo è andata benissimo; la tragedia era a un millimetro da loro e non ci sarebbe stato nessun Dino Buzzati dentro e fuori l’Ordine dei Giornalisti in grado di affrescare con dolcezza e umanità il dramma dei piccoli circondati dal pianto dei famigliari. Come seppe fare il grande inviato nel 1947, quando arrivò sul posto del naufragio ad Albenga di un battello con una scolaresca in gita.
Per capire ciò che poteva essere (e per fortuna non è stato) è sufficiente rispolverare qualche numero: in media in Italia si registrano 173.000 incidenti stradali all’anno, con oltre 3.000 morti e circa 234.000 feriti (475 sinistri e otto vittime al giorno). Con un’aggravante per il nostro Paese: rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea siamo più pericolosi per noi stessi e per gli altri. La media Ue è di 45 vittime per milione di abitanti, l’Italia è al 19° posto con 52. Secondo i dati della Polizia stradale e dell’Aci le cause principali sono la distrazione alla guida, l’eccesso di velocità e il mancato rispetto della precedenza. Lo stuntman di Mazara avrebbe fatto l’en plein: tre cause su tre. Per nulla frenato o dissuaso dalla presenza della moglie in gravidanza accanto a lui.
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