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2022-03-02
Energia, porti e radar: che passione per il business
Ansa
Da Italianieuropei (il nome della fondazione dell’ex premier Massimo D’Alema) a Italianinelmondo è un attimo. A quanto pare quando l’ex segretario del Pds nelle sue frequentazioni internazionali incontra connazionali, o meglio ancora corregionali, provenienti come lui dalla Puglia, scatta la ricerca di business a 360 gradi.
Non solo navi, sottomarini e aerei militari quindi, come rivelato in esclusiva ieri da questo giornale grazie ad un audio che non lascia dubbi sul coinvolgimento del leader Maximo nell’affare. D’Alema, secondo quanto risulta alla Verità, con i pugliesi nel mondo esplorerebbe ogni tipo di affare possibile. Con l’interfaccia con i colombiani, ad esempio, avrebbe trattato affari sia nel settore dell’energia che in quello delle infrastrutture. E perfino in quello dei radar. Nel primo caso, si tratta di un progetto per il fotovoltaico da 13,2 milioni di euro, da gestire attraverso un fondo, Alleans renewables capital limited con sede a Londra. Fondo che, secondo le nostre fonti, sarebbe molto vicino a D’Alema.
Nell’audio della conference call con i partner colombiani è lo stesso ex premier a fare riferimento al progetto: «Allora io adesso riparlo con il fondo, ma il fondo, quello che loro hanno scritto, perché hanno fatto un’offerta, il fondo ha già fatto un’offerta. Se è tutto pronto e se c’è un contratto di vendita dell’energia, queste sono le due condizioni, il fondo pagherà 13,2 milioni di dollari. Lo hanno scritto». Alleans è presieduto da un italiano, Roberto Scognamiglio, quarantanovenne laureato in ingegneria aeronautica, che dal suo profilo Linkedin risulta essere il fondatore, nel 2018, della società londinese. Che in effetti, nel gennaio scorso, ha proposto a un’azienda con sede a Medellin, la Ayc solutions, una partnership da 13,2 milioni, proprio la cifra citata da D’Alema, per un progetto fotovoltaico da 110 mwp denominato «Las Marias».
L’affare, che come quello delle navi e degli aerei non si è concretizzato, secondo le nostre fonti avrebbe fatto girare due milioni di provvigioni, che sarebbero transitate attraverso lo stesso studio legale americano che emerge nell’audio sull’affaire delle navi Fincantieri, lo studio Robert Allen di Miami. Nella presentazione ai possibili partner colombiani, Alleans dice di aver un piano di investimenti nel settore di 6 miliardi di euro, da sviluppare entro il 2025, per il quale sarebbe in corso la raccolta di capitali dagli investitori.
La proposta arrivata da Londra rivela anche che il gruppo di cui fa parte il fondo è legato da una joint venture industriale con la China national machineries imp. & esp. co, che fa parte del gruppo Genertec, una società statale cinese.
L’altro progetto riguardava invece un’infrastruttura portuale, da realizzare con quello che le fonti definiscono uno dei più grandi fondi cinesi, a Barranquilla, in Colombia. Il fondo non sarebbe stato portato da D’Alema, ma i nostri contatti sostengono che si sarebbe offerto di agevolare la buona riuscita dell’operazione. Una versione che trova riscontro in una mail inviata dai partner dell’America Latina all’ex premier nel dicembre scorso. Quello del porto è un progetto da 395 milioni di dollari, articolato, secondo uno studio che abbiamo visionato, in tre fasi, che dovrebbero portare alla costruzione in 5 anni. Un possibile partner cinese era la Cyg sunri co. ltd con sede a Shenzen, che nel 2021 ha presentato una proposta di cooperazione allo sviluppo del porto Magdalena. Su internet la Cyg viene presentata come «un’impresa high-tech di livello statale posseduta da Changyuan group», fondata «da State grid electric power research institute». Tanto stato cinese, insomma. I radar invece sarebbero stati destinati ad un altro Paese sudamericano, sia per uso civile che militare. Ma gli Italianinelmondo che avrebbero prospettato l’affare ne evidenziano anche la difficoltà di realizzazione, sottolineando che, dopo la fase di interlocuzione iniziale, a comprare armi e tecnologie militari, sono sempre i governi. Che non si accontentano di trattare con un semplice mediatore, senza garanzie di alto livello.
La proposta blindata. «Abbiamo la garanzia dello Stato italiano»
Durante la trattativa per far vendere da Leonardo e da Fincantieri alle forze armate colombiane 24 aerei da guerra, quattro fregate Fcx 30 e due sottomarini, Massimo D’Alema, come risulta da un audio che La Verità ha ascoltato, tira fuori tutto il suo armamentario persuasivo. E inanellando, una dietro l’altra, garanzie su garanzie, coinvolge anche un’altra importante società pubblica: «Allora, vorrei aggiungere altre due cose. Noi siamo pronti, la parte italiana è quasi pronta. E non appena saranno firmati gli ultimi contratti tra Robert Allen e le società italiane saremo perfettamente pronti. Penso che in 15 giorni noi saremo pronti. Abbiamo preparato le offerte, e abbiamo ottenuto, come dire, la copertura assicurativa per il piano finanziario. Che prevede il pagamento del 15 per cento da parte della Colombia e il resto viene pagato da un consorzio di banche, con la garanzia dello Stato italiano. La Colombia, ovviamente, deve riconoscere questo debito e offrire anche la garanzia sovrana della Colombia». E chi deve offrire le garanzie? La Sace, letteralmente Servizi assicurativi del commercio estero. È una società controllata al cento per cento da Cassa depositi e prestiti (un’istituzione finanziaria italiana sotto forma di società per azioni, controllata per circa l’82,8 per cento dal ministero dell’Economia, per il 15,9 da diverse fondazioni bancarie e per l’1,3 da altri investitori) e garantisce i rischi di insolvenza delle imprese, trasferendoli sui conti del ministero dell’Economia, dove è istituito il Fondo Sace. Il 3 febbraio scorso, la Sace, rispondendo a Fincantieri, che in una brochure aveva già presentato il prodotto ai colombiani con tanto di foto delle fregate (prospettando di poter «contribuire a fornire finanziamenti molto competitivi al governo» proprio tramite Sace), esplicita di «non vedere l’ora di collaborare a questa transazione». Il documento è a doppia firma: Daniela Cataudella, managing director, e Cristina Morelli, a capo della export finance. L’oggetto del documento è proprio la potenziale fornitura di fregate e sottomarini alla Marina colombiana. Le due manager di Sace nella loro comunicazione, indicata come «privata e confidenziale» e scritta in inglese, ripercorrono le precedenti interlocuzioni per focalizzare la questione d’interesse: «Fincantieri (esportatore italiano) è in trattativa con il ministero della Difesa colombiano (l’acquirente) per un’offerta commerciale; l’acquirente può essere interessato a finanziare parzialmente la fornitura tramite un credito all’esportazione coperto da Sace, con il ministero delle Finanze colombiano che agisce come mutuario o garante dell’operazione». Tutto chiaro. Le garanzie erano disponibili. E con molta probabilità D’Alema, che nella conference call fa esplicito riferimento alla «garanzia dello Stato italiano», ne sarebbe stato a conoscenza. Come probabilmente era a conoscenza dell’offerta commerciale di Fincantieri. Tant’è che nell’audio parla proprio del «pagamento del 15 per cento da parte della Colombia».
In uno specchietto illustrativo della brochure di Fincantieri (proprio in uno dei punti in cui si fa riferimento a Sace), coincidenza, è spiegato che «l’acquirente estero si assicura il finanziamento per il pagamento fino all’80-85 per cento del valore contrattuale della merce esportata». Ovvero della fornitura cara a D’Alema.
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L’ombra del regime comunista di Pechino nelle altre trattative di Massimo D'Alema e la super provvigione da 2 milioni allo studio legale Usa.L’ex pd chiama in causa la Sace nel patto con Medellin. Le mail riservate dell’agenzia assicurativa a Fincantieri.Lo speciale contiene due articoli.Da Italianieuropei (il nome della fondazione dell’ex premier Massimo D’Alema) a Italianinelmondo è un attimo. A quanto pare quando l’ex segretario del Pds nelle sue frequentazioni internazionali incontra connazionali, o meglio ancora corregionali, provenienti come lui dalla Puglia, scatta la ricerca di business a 360 gradi. Non solo navi, sottomarini e aerei militari quindi, come rivelato in esclusiva ieri da questo giornale grazie ad un audio che non lascia dubbi sul coinvolgimento del leader Maximo nell’affare. D’Alema, secondo quanto risulta alla Verità, con i pugliesi nel mondo esplorerebbe ogni tipo di affare possibile. Con l’interfaccia con i colombiani, ad esempio, avrebbe trattato affari sia nel settore dell’energia che in quello delle infrastrutture. E perfino in quello dei radar. Nel primo caso, si tratta di un progetto per il fotovoltaico da 13,2 milioni di euro, da gestire attraverso un fondo, Alleans renewables capital limited con sede a Londra. Fondo che, secondo le nostre fonti, sarebbe molto vicino a D’Alema.Nell’audio della conference call con i partner colombiani è lo stesso ex premier a fare riferimento al progetto: «Allora io adesso riparlo con il fondo, ma il fondo, quello che loro hanno scritto, perché hanno fatto un’offerta, il fondo ha già fatto un’offerta. Se è tutto pronto e se c’è un contratto di vendita dell’energia, queste sono le due condizioni, il fondo pagherà 13,2 milioni di dollari. Lo hanno scritto». Alleans è presieduto da un italiano, Roberto Scognamiglio, quarantanovenne laureato in ingegneria aeronautica, che dal suo profilo Linkedin risulta essere il fondatore, nel 2018, della società londinese. Che in effetti, nel gennaio scorso, ha proposto a un’azienda con sede a Medellin, la Ayc solutions, una partnership da 13,2 milioni, proprio la cifra citata da D’Alema, per un progetto fotovoltaico da 110 mwp denominato «Las Marias». L’affare, che come quello delle navi e degli aerei non si è concretizzato, secondo le nostre fonti avrebbe fatto girare due milioni di provvigioni, che sarebbero transitate attraverso lo stesso studio legale americano che emerge nell’audio sull’affaire delle navi Fincantieri, lo studio Robert Allen di Miami. Nella presentazione ai possibili partner colombiani, Alleans dice di aver un piano di investimenti nel settore di 6 miliardi di euro, da sviluppare entro il 2025, per il quale sarebbe in corso la raccolta di capitali dagli investitori. La proposta arrivata da Londra rivela anche che il gruppo di cui fa parte il fondo è legato da una joint venture industriale con la China national machineries imp. & esp. co, che fa parte del gruppo Genertec, una società statale cinese. L’altro progetto riguardava invece un’infrastruttura portuale, da realizzare con quello che le fonti definiscono uno dei più grandi fondi cinesi, a Barranquilla, in Colombia. Il fondo non sarebbe stato portato da D’Alema, ma i nostri contatti sostengono che si sarebbe offerto di agevolare la buona riuscita dell’operazione. Una versione che trova riscontro in una mail inviata dai partner dell’America Latina all’ex premier nel dicembre scorso. Quello del porto è un progetto da 395 milioni di dollari, articolato, secondo uno studio che abbiamo visionato, in tre fasi, che dovrebbero portare alla costruzione in 5 anni. Un possibile partner cinese era la Cyg sunri co. ltd con sede a Shenzen, che nel 2021 ha presentato una proposta di cooperazione allo sviluppo del porto Magdalena. Su internet la Cyg viene presentata come «un’impresa high-tech di livello statale posseduta da Changyuan group», fondata «da State grid electric power research institute». Tanto stato cinese, insomma. I radar invece sarebbero stati destinati ad un altro Paese sudamericano, sia per uso civile che militare. Ma gli Italianinelmondo che avrebbero prospettato l’affare ne evidenziano anche la difficoltà di realizzazione, sottolineando che, dopo la fase di interlocuzione iniziale, a comprare armi e tecnologie militari, sono sempre i governi. Che non si accontentano di trattare con un semplice mediatore, senza garanzie di alto livello.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalema-energia-porti-radar-business-2656821200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-proposta-blindata-abbiamo-la-garanzia-dello-stato-italiano" data-post-id="2656821200" data-published-at="1646176594" data-use-pagination="False"> La proposta blindata. «Abbiamo la garanzia dello Stato italiano» Durante la trattativa per far vendere da Leonardo e da Fincantieri alle forze armate colombiane 24 aerei da guerra, quattro fregate Fcx 30 e due sottomarini, Massimo D’Alema, come risulta da un audio che La Verità ha ascoltato, tira fuori tutto il suo armamentario persuasivo. E inanellando, una dietro l’altra, garanzie su garanzie, coinvolge anche un’altra importante società pubblica: «Allora, vorrei aggiungere altre due cose. Noi siamo pronti, la parte italiana è quasi pronta. E non appena saranno firmati gli ultimi contratti tra Robert Allen e le società italiane saremo perfettamente pronti. Penso che in 15 giorni noi saremo pronti. Abbiamo preparato le offerte, e abbiamo ottenuto, come dire, la copertura assicurativa per il piano finanziario. Che prevede il pagamento del 15 per cento da parte della Colombia e il resto viene pagato da un consorzio di banche, con la garanzia dello Stato italiano. La Colombia, ovviamente, deve riconoscere questo debito e offrire anche la garanzia sovrana della Colombia». E chi deve offrire le garanzie? La Sace, letteralmente Servizi assicurativi del commercio estero. È una società controllata al cento per cento da Cassa depositi e prestiti (un’istituzione finanziaria italiana sotto forma di società per azioni, controllata per circa l’82,8 per cento dal ministero dell’Economia, per il 15,9 da diverse fondazioni bancarie e per l’1,3 da altri investitori) e garantisce i rischi di insolvenza delle imprese, trasferendoli sui conti del ministero dell’Economia, dove è istituito il Fondo Sace. Il 3 febbraio scorso, la Sace, rispondendo a Fincantieri, che in una brochure aveva già presentato il prodotto ai colombiani con tanto di foto delle fregate (prospettando di poter «contribuire a fornire finanziamenti molto competitivi al governo» proprio tramite Sace), esplicita di «non vedere l’ora di collaborare a questa transazione». Il documento è a doppia firma: Daniela Cataudella, managing director, e Cristina Morelli, a capo della export finance. L’oggetto del documento è proprio la potenziale fornitura di fregate e sottomarini alla Marina colombiana. Le due manager di Sace nella loro comunicazione, indicata come «privata e confidenziale» e scritta in inglese, ripercorrono le precedenti interlocuzioni per focalizzare la questione d’interesse: «Fincantieri (esportatore italiano) è in trattativa con il ministero della Difesa colombiano (l’acquirente) per un’offerta commerciale; l’acquirente può essere interessato a finanziare parzialmente la fornitura tramite un credito all’esportazione coperto da Sace, con il ministero delle Finanze colombiano che agisce come mutuario o garante dell’operazione». Tutto chiaro. Le garanzie erano disponibili. E con molta probabilità D’Alema, che nella conference call fa esplicito riferimento alla «garanzia dello Stato italiano», ne sarebbe stato a conoscenza. Come probabilmente era a conoscenza dell’offerta commerciale di Fincantieri. Tant’è che nell’audio parla proprio del «pagamento del 15 per cento da parte della Colombia». In uno specchietto illustrativo della brochure di Fincantieri (proprio in uno dei punti in cui si fa riferimento a Sace), coincidenza, è spiegato che «l’acquirente estero si assicura il finanziamento per il pagamento fino all’80-85 per cento del valore contrattuale della merce esportata». Ovvero della fornitura cara a D’Alema.
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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