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2022-03-02
Energia, porti e radar: che passione per il business
Ansa
Da Italianieuropei (il nome della fondazione dell’ex premier Massimo D’Alema) a Italianinelmondo è un attimo. A quanto pare quando l’ex segretario del Pds nelle sue frequentazioni internazionali incontra connazionali, o meglio ancora corregionali, provenienti come lui dalla Puglia, scatta la ricerca di business a 360 gradi.
Non solo navi, sottomarini e aerei militari quindi, come rivelato in esclusiva ieri da questo giornale grazie ad un audio che non lascia dubbi sul coinvolgimento del leader Maximo nell’affare. D’Alema, secondo quanto risulta alla Verità, con i pugliesi nel mondo esplorerebbe ogni tipo di affare possibile. Con l’interfaccia con i colombiani, ad esempio, avrebbe trattato affari sia nel settore dell’energia che in quello delle infrastrutture. E perfino in quello dei radar. Nel primo caso, si tratta di un progetto per il fotovoltaico da 13,2 milioni di euro, da gestire attraverso un fondo, Alleans renewables capital limited con sede a Londra. Fondo che, secondo le nostre fonti, sarebbe molto vicino a D’Alema.
Nell’audio della conference call con i partner colombiani è lo stesso ex premier a fare riferimento al progetto: «Allora io adesso riparlo con il fondo, ma il fondo, quello che loro hanno scritto, perché hanno fatto un’offerta, il fondo ha già fatto un’offerta. Se è tutto pronto e se c’è un contratto di vendita dell’energia, queste sono le due condizioni, il fondo pagherà 13,2 milioni di dollari. Lo hanno scritto». Alleans è presieduto da un italiano, Roberto Scognamiglio, quarantanovenne laureato in ingegneria aeronautica, che dal suo profilo Linkedin risulta essere il fondatore, nel 2018, della società londinese. Che in effetti, nel gennaio scorso, ha proposto a un’azienda con sede a Medellin, la Ayc solutions, una partnership da 13,2 milioni, proprio la cifra citata da D’Alema, per un progetto fotovoltaico da 110 mwp denominato «Las Marias».
L’affare, che come quello delle navi e degli aerei non si è concretizzato, secondo le nostre fonti avrebbe fatto girare due milioni di provvigioni, che sarebbero transitate attraverso lo stesso studio legale americano che emerge nell’audio sull’affaire delle navi Fincantieri, lo studio Robert Allen di Miami. Nella presentazione ai possibili partner colombiani, Alleans dice di aver un piano di investimenti nel settore di 6 miliardi di euro, da sviluppare entro il 2025, per il quale sarebbe in corso la raccolta di capitali dagli investitori.
La proposta arrivata da Londra rivela anche che il gruppo di cui fa parte il fondo è legato da una joint venture industriale con la China national machineries imp. & esp. co, che fa parte del gruppo Genertec, una società statale cinese.
L’altro progetto riguardava invece un’infrastruttura portuale, da realizzare con quello che le fonti definiscono uno dei più grandi fondi cinesi, a Barranquilla, in Colombia. Il fondo non sarebbe stato portato da D’Alema, ma i nostri contatti sostengono che si sarebbe offerto di agevolare la buona riuscita dell’operazione. Una versione che trova riscontro in una mail inviata dai partner dell’America Latina all’ex premier nel dicembre scorso. Quello del porto è un progetto da 395 milioni di dollari, articolato, secondo uno studio che abbiamo visionato, in tre fasi, che dovrebbero portare alla costruzione in 5 anni. Un possibile partner cinese era la Cyg sunri co. ltd con sede a Shenzen, che nel 2021 ha presentato una proposta di cooperazione allo sviluppo del porto Magdalena. Su internet la Cyg viene presentata come «un’impresa high-tech di livello statale posseduta da Changyuan group», fondata «da State grid electric power research institute». Tanto stato cinese, insomma. I radar invece sarebbero stati destinati ad un altro Paese sudamericano, sia per uso civile che militare. Ma gli Italianinelmondo che avrebbero prospettato l’affare ne evidenziano anche la difficoltà di realizzazione, sottolineando che, dopo la fase di interlocuzione iniziale, a comprare armi e tecnologie militari, sono sempre i governi. Che non si accontentano di trattare con un semplice mediatore, senza garanzie di alto livello.
La proposta blindata. «Abbiamo la garanzia dello Stato italiano»
Durante la trattativa per far vendere da Leonardo e da Fincantieri alle forze armate colombiane 24 aerei da guerra, quattro fregate Fcx 30 e due sottomarini, Massimo D’Alema, come risulta da un audio che La Verità ha ascoltato, tira fuori tutto il suo armamentario persuasivo. E inanellando, una dietro l’altra, garanzie su garanzie, coinvolge anche un’altra importante società pubblica: «Allora, vorrei aggiungere altre due cose. Noi siamo pronti, la parte italiana è quasi pronta. E non appena saranno firmati gli ultimi contratti tra Robert Allen e le società italiane saremo perfettamente pronti. Penso che in 15 giorni noi saremo pronti. Abbiamo preparato le offerte, e abbiamo ottenuto, come dire, la copertura assicurativa per il piano finanziario. Che prevede il pagamento del 15 per cento da parte della Colombia e il resto viene pagato da un consorzio di banche, con la garanzia dello Stato italiano. La Colombia, ovviamente, deve riconoscere questo debito e offrire anche la garanzia sovrana della Colombia». E chi deve offrire le garanzie? La Sace, letteralmente Servizi assicurativi del commercio estero. È una società controllata al cento per cento da Cassa depositi e prestiti (un’istituzione finanziaria italiana sotto forma di società per azioni, controllata per circa l’82,8 per cento dal ministero dell’Economia, per il 15,9 da diverse fondazioni bancarie e per l’1,3 da altri investitori) e garantisce i rischi di insolvenza delle imprese, trasferendoli sui conti del ministero dell’Economia, dove è istituito il Fondo Sace. Il 3 febbraio scorso, la Sace, rispondendo a Fincantieri, che in una brochure aveva già presentato il prodotto ai colombiani con tanto di foto delle fregate (prospettando di poter «contribuire a fornire finanziamenti molto competitivi al governo» proprio tramite Sace), esplicita di «non vedere l’ora di collaborare a questa transazione». Il documento è a doppia firma: Daniela Cataudella, managing director, e Cristina Morelli, a capo della export finance. L’oggetto del documento è proprio la potenziale fornitura di fregate e sottomarini alla Marina colombiana. Le due manager di Sace nella loro comunicazione, indicata come «privata e confidenziale» e scritta in inglese, ripercorrono le precedenti interlocuzioni per focalizzare la questione d’interesse: «Fincantieri (esportatore italiano) è in trattativa con il ministero della Difesa colombiano (l’acquirente) per un’offerta commerciale; l’acquirente può essere interessato a finanziare parzialmente la fornitura tramite un credito all’esportazione coperto da Sace, con il ministero delle Finanze colombiano che agisce come mutuario o garante dell’operazione». Tutto chiaro. Le garanzie erano disponibili. E con molta probabilità D’Alema, che nella conference call fa esplicito riferimento alla «garanzia dello Stato italiano», ne sarebbe stato a conoscenza. Come probabilmente era a conoscenza dell’offerta commerciale di Fincantieri. Tant’è che nell’audio parla proprio del «pagamento del 15 per cento da parte della Colombia».
In uno specchietto illustrativo della brochure di Fincantieri (proprio in uno dei punti in cui si fa riferimento a Sace), coincidenza, è spiegato che «l’acquirente estero si assicura il finanziamento per il pagamento fino all’80-85 per cento del valore contrattuale della merce esportata». Ovvero della fornitura cara a D’Alema.
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L’ombra del regime comunista di Pechino nelle altre trattative di Massimo D'Alema e la super provvigione da 2 milioni allo studio legale Usa.L’ex pd chiama in causa la Sace nel patto con Medellin. Le mail riservate dell’agenzia assicurativa a Fincantieri.Lo speciale contiene due articoli.Da Italianieuropei (il nome della fondazione dell’ex premier Massimo D’Alema) a Italianinelmondo è un attimo. A quanto pare quando l’ex segretario del Pds nelle sue frequentazioni internazionali incontra connazionali, o meglio ancora corregionali, provenienti come lui dalla Puglia, scatta la ricerca di business a 360 gradi. Non solo navi, sottomarini e aerei militari quindi, come rivelato in esclusiva ieri da questo giornale grazie ad un audio che non lascia dubbi sul coinvolgimento del leader Maximo nell’affare. D’Alema, secondo quanto risulta alla Verità, con i pugliesi nel mondo esplorerebbe ogni tipo di affare possibile. Con l’interfaccia con i colombiani, ad esempio, avrebbe trattato affari sia nel settore dell’energia che in quello delle infrastrutture. E perfino in quello dei radar. Nel primo caso, si tratta di un progetto per il fotovoltaico da 13,2 milioni di euro, da gestire attraverso un fondo, Alleans renewables capital limited con sede a Londra. Fondo che, secondo le nostre fonti, sarebbe molto vicino a D’Alema.Nell’audio della conference call con i partner colombiani è lo stesso ex premier a fare riferimento al progetto: «Allora io adesso riparlo con il fondo, ma il fondo, quello che loro hanno scritto, perché hanno fatto un’offerta, il fondo ha già fatto un’offerta. Se è tutto pronto e se c’è un contratto di vendita dell’energia, queste sono le due condizioni, il fondo pagherà 13,2 milioni di dollari. Lo hanno scritto». Alleans è presieduto da un italiano, Roberto Scognamiglio, quarantanovenne laureato in ingegneria aeronautica, che dal suo profilo Linkedin risulta essere il fondatore, nel 2018, della società londinese. Che in effetti, nel gennaio scorso, ha proposto a un’azienda con sede a Medellin, la Ayc solutions, una partnership da 13,2 milioni, proprio la cifra citata da D’Alema, per un progetto fotovoltaico da 110 mwp denominato «Las Marias». L’affare, che come quello delle navi e degli aerei non si è concretizzato, secondo le nostre fonti avrebbe fatto girare due milioni di provvigioni, che sarebbero transitate attraverso lo stesso studio legale americano che emerge nell’audio sull’affaire delle navi Fincantieri, lo studio Robert Allen di Miami. Nella presentazione ai possibili partner colombiani, Alleans dice di aver un piano di investimenti nel settore di 6 miliardi di euro, da sviluppare entro il 2025, per il quale sarebbe in corso la raccolta di capitali dagli investitori. La proposta arrivata da Londra rivela anche che il gruppo di cui fa parte il fondo è legato da una joint venture industriale con la China national machineries imp. & esp. co, che fa parte del gruppo Genertec, una società statale cinese. L’altro progetto riguardava invece un’infrastruttura portuale, da realizzare con quello che le fonti definiscono uno dei più grandi fondi cinesi, a Barranquilla, in Colombia. Il fondo non sarebbe stato portato da D’Alema, ma i nostri contatti sostengono che si sarebbe offerto di agevolare la buona riuscita dell’operazione. Una versione che trova riscontro in una mail inviata dai partner dell’America Latina all’ex premier nel dicembre scorso. Quello del porto è un progetto da 395 milioni di dollari, articolato, secondo uno studio che abbiamo visionato, in tre fasi, che dovrebbero portare alla costruzione in 5 anni. Un possibile partner cinese era la Cyg sunri co. ltd con sede a Shenzen, che nel 2021 ha presentato una proposta di cooperazione allo sviluppo del porto Magdalena. Su internet la Cyg viene presentata come «un’impresa high-tech di livello statale posseduta da Changyuan group», fondata «da State grid electric power research institute». Tanto stato cinese, insomma. I radar invece sarebbero stati destinati ad un altro Paese sudamericano, sia per uso civile che militare. Ma gli Italianinelmondo che avrebbero prospettato l’affare ne evidenziano anche la difficoltà di realizzazione, sottolineando che, dopo la fase di interlocuzione iniziale, a comprare armi e tecnologie militari, sono sempre i governi. Che non si accontentano di trattare con un semplice mediatore, senza garanzie di alto livello.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalema-energia-porti-radar-business-2656821200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-proposta-blindata-abbiamo-la-garanzia-dello-stato-italiano" data-post-id="2656821200" data-published-at="1646176594" data-use-pagination="False"> La proposta blindata. «Abbiamo la garanzia dello Stato italiano» Durante la trattativa per far vendere da Leonardo e da Fincantieri alle forze armate colombiane 24 aerei da guerra, quattro fregate Fcx 30 e due sottomarini, Massimo D’Alema, come risulta da un audio che La Verità ha ascoltato, tira fuori tutto il suo armamentario persuasivo. E inanellando, una dietro l’altra, garanzie su garanzie, coinvolge anche un’altra importante società pubblica: «Allora, vorrei aggiungere altre due cose. Noi siamo pronti, la parte italiana è quasi pronta. E non appena saranno firmati gli ultimi contratti tra Robert Allen e le società italiane saremo perfettamente pronti. Penso che in 15 giorni noi saremo pronti. Abbiamo preparato le offerte, e abbiamo ottenuto, come dire, la copertura assicurativa per il piano finanziario. Che prevede il pagamento del 15 per cento da parte della Colombia e il resto viene pagato da un consorzio di banche, con la garanzia dello Stato italiano. La Colombia, ovviamente, deve riconoscere questo debito e offrire anche la garanzia sovrana della Colombia». E chi deve offrire le garanzie? La Sace, letteralmente Servizi assicurativi del commercio estero. È una società controllata al cento per cento da Cassa depositi e prestiti (un’istituzione finanziaria italiana sotto forma di società per azioni, controllata per circa l’82,8 per cento dal ministero dell’Economia, per il 15,9 da diverse fondazioni bancarie e per l’1,3 da altri investitori) e garantisce i rischi di insolvenza delle imprese, trasferendoli sui conti del ministero dell’Economia, dove è istituito il Fondo Sace. Il 3 febbraio scorso, la Sace, rispondendo a Fincantieri, che in una brochure aveva già presentato il prodotto ai colombiani con tanto di foto delle fregate (prospettando di poter «contribuire a fornire finanziamenti molto competitivi al governo» proprio tramite Sace), esplicita di «non vedere l’ora di collaborare a questa transazione». Il documento è a doppia firma: Daniela Cataudella, managing director, e Cristina Morelli, a capo della export finance. L’oggetto del documento è proprio la potenziale fornitura di fregate e sottomarini alla Marina colombiana. Le due manager di Sace nella loro comunicazione, indicata come «privata e confidenziale» e scritta in inglese, ripercorrono le precedenti interlocuzioni per focalizzare la questione d’interesse: «Fincantieri (esportatore italiano) è in trattativa con il ministero della Difesa colombiano (l’acquirente) per un’offerta commerciale; l’acquirente può essere interessato a finanziare parzialmente la fornitura tramite un credito all’esportazione coperto da Sace, con il ministero delle Finanze colombiano che agisce come mutuario o garante dell’operazione». Tutto chiaro. Le garanzie erano disponibili. E con molta probabilità D’Alema, che nella conference call fa esplicito riferimento alla «garanzia dello Stato italiano», ne sarebbe stato a conoscenza. Come probabilmente era a conoscenza dell’offerta commerciale di Fincantieri. Tant’è che nell’audio parla proprio del «pagamento del 15 per cento da parte della Colombia». In uno specchietto illustrativo della brochure di Fincantieri (proprio in uno dei punti in cui si fa riferimento a Sace), coincidenza, è spiegato che «l’acquirente estero si assicura il finanziamento per il pagamento fino all’80-85 per cento del valore contrattuale della merce esportata». Ovvero della fornitura cara a D’Alema.
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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