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2022-03-02
Energia, porti e radar: che passione per il business
Ansa
Da Italianieuropei (il nome della fondazione dell’ex premier Massimo D’Alema) a Italianinelmondo è un attimo. A quanto pare quando l’ex segretario del Pds nelle sue frequentazioni internazionali incontra connazionali, o meglio ancora corregionali, provenienti come lui dalla Puglia, scatta la ricerca di business a 360 gradi.
Non solo navi, sottomarini e aerei militari quindi, come rivelato in esclusiva ieri da questo giornale grazie ad un audio che non lascia dubbi sul coinvolgimento del leader Maximo nell’affare. D’Alema, secondo quanto risulta alla Verità, con i pugliesi nel mondo esplorerebbe ogni tipo di affare possibile. Con l’interfaccia con i colombiani, ad esempio, avrebbe trattato affari sia nel settore dell’energia che in quello delle infrastrutture. E perfino in quello dei radar. Nel primo caso, si tratta di un progetto per il fotovoltaico da 13,2 milioni di euro, da gestire attraverso un fondo, Alleans renewables capital limited con sede a Londra. Fondo che, secondo le nostre fonti, sarebbe molto vicino a D’Alema.
Nell’audio della conference call con i partner colombiani è lo stesso ex premier a fare riferimento al progetto: «Allora io adesso riparlo con il fondo, ma il fondo, quello che loro hanno scritto, perché hanno fatto un’offerta, il fondo ha già fatto un’offerta. Se è tutto pronto e se c’è un contratto di vendita dell’energia, queste sono le due condizioni, il fondo pagherà 13,2 milioni di dollari. Lo hanno scritto». Alleans è presieduto da un italiano, Roberto Scognamiglio, quarantanovenne laureato in ingegneria aeronautica, che dal suo profilo Linkedin risulta essere il fondatore, nel 2018, della società londinese. Che in effetti, nel gennaio scorso, ha proposto a un’azienda con sede a Medellin, la Ayc solutions, una partnership da 13,2 milioni, proprio la cifra citata da D’Alema, per un progetto fotovoltaico da 110 mwp denominato «Las Marias».
L’affare, che come quello delle navi e degli aerei non si è concretizzato, secondo le nostre fonti avrebbe fatto girare due milioni di provvigioni, che sarebbero transitate attraverso lo stesso studio legale americano che emerge nell’audio sull’affaire delle navi Fincantieri, lo studio Robert Allen di Miami. Nella presentazione ai possibili partner colombiani, Alleans dice di aver un piano di investimenti nel settore di 6 miliardi di euro, da sviluppare entro il 2025, per il quale sarebbe in corso la raccolta di capitali dagli investitori.
La proposta arrivata da Londra rivela anche che il gruppo di cui fa parte il fondo è legato da una joint venture industriale con la China national machineries imp. & esp. co, che fa parte del gruppo Genertec, una società statale cinese.
L’altro progetto riguardava invece un’infrastruttura portuale, da realizzare con quello che le fonti definiscono uno dei più grandi fondi cinesi, a Barranquilla, in Colombia. Il fondo non sarebbe stato portato da D’Alema, ma i nostri contatti sostengono che si sarebbe offerto di agevolare la buona riuscita dell’operazione. Una versione che trova riscontro in una mail inviata dai partner dell’America Latina all’ex premier nel dicembre scorso. Quello del porto è un progetto da 395 milioni di dollari, articolato, secondo uno studio che abbiamo visionato, in tre fasi, che dovrebbero portare alla costruzione in 5 anni. Un possibile partner cinese era la Cyg sunri co. ltd con sede a Shenzen, che nel 2021 ha presentato una proposta di cooperazione allo sviluppo del porto Magdalena. Su internet la Cyg viene presentata come «un’impresa high-tech di livello statale posseduta da Changyuan group», fondata «da State grid electric power research institute». Tanto stato cinese, insomma. I radar invece sarebbero stati destinati ad un altro Paese sudamericano, sia per uso civile che militare. Ma gli Italianinelmondo che avrebbero prospettato l’affare ne evidenziano anche la difficoltà di realizzazione, sottolineando che, dopo la fase di interlocuzione iniziale, a comprare armi e tecnologie militari, sono sempre i governi. Che non si accontentano di trattare con un semplice mediatore, senza garanzie di alto livello.
La proposta blindata. «Abbiamo la garanzia dello Stato italiano»
Durante la trattativa per far vendere da Leonardo e da Fincantieri alle forze armate colombiane 24 aerei da guerra, quattro fregate Fcx 30 e due sottomarini, Massimo D’Alema, come risulta da un audio che La Verità ha ascoltato, tira fuori tutto il suo armamentario persuasivo. E inanellando, una dietro l’altra, garanzie su garanzie, coinvolge anche un’altra importante società pubblica: «Allora, vorrei aggiungere altre due cose. Noi siamo pronti, la parte italiana è quasi pronta. E non appena saranno firmati gli ultimi contratti tra Robert Allen e le società italiane saremo perfettamente pronti. Penso che in 15 giorni noi saremo pronti. Abbiamo preparato le offerte, e abbiamo ottenuto, come dire, la copertura assicurativa per il piano finanziario. Che prevede il pagamento del 15 per cento da parte della Colombia e il resto viene pagato da un consorzio di banche, con la garanzia dello Stato italiano. La Colombia, ovviamente, deve riconoscere questo debito e offrire anche la garanzia sovrana della Colombia». E chi deve offrire le garanzie? La Sace, letteralmente Servizi assicurativi del commercio estero. È una società controllata al cento per cento da Cassa depositi e prestiti (un’istituzione finanziaria italiana sotto forma di società per azioni, controllata per circa l’82,8 per cento dal ministero dell’Economia, per il 15,9 da diverse fondazioni bancarie e per l’1,3 da altri investitori) e garantisce i rischi di insolvenza delle imprese, trasferendoli sui conti del ministero dell’Economia, dove è istituito il Fondo Sace. Il 3 febbraio scorso, la Sace, rispondendo a Fincantieri, che in una brochure aveva già presentato il prodotto ai colombiani con tanto di foto delle fregate (prospettando di poter «contribuire a fornire finanziamenti molto competitivi al governo» proprio tramite Sace), esplicita di «non vedere l’ora di collaborare a questa transazione». Il documento è a doppia firma: Daniela Cataudella, managing director, e Cristina Morelli, a capo della export finance. L’oggetto del documento è proprio la potenziale fornitura di fregate e sottomarini alla Marina colombiana. Le due manager di Sace nella loro comunicazione, indicata come «privata e confidenziale» e scritta in inglese, ripercorrono le precedenti interlocuzioni per focalizzare la questione d’interesse: «Fincantieri (esportatore italiano) è in trattativa con il ministero della Difesa colombiano (l’acquirente) per un’offerta commerciale; l’acquirente può essere interessato a finanziare parzialmente la fornitura tramite un credito all’esportazione coperto da Sace, con il ministero delle Finanze colombiano che agisce come mutuario o garante dell’operazione». Tutto chiaro. Le garanzie erano disponibili. E con molta probabilità D’Alema, che nella conference call fa esplicito riferimento alla «garanzia dello Stato italiano», ne sarebbe stato a conoscenza. Come probabilmente era a conoscenza dell’offerta commerciale di Fincantieri. Tant’è che nell’audio parla proprio del «pagamento del 15 per cento da parte della Colombia».
In uno specchietto illustrativo della brochure di Fincantieri (proprio in uno dei punti in cui si fa riferimento a Sace), coincidenza, è spiegato che «l’acquirente estero si assicura il finanziamento per il pagamento fino all’80-85 per cento del valore contrattuale della merce esportata». Ovvero della fornitura cara a D’Alema.
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L’ombra del regime comunista di Pechino nelle altre trattative di Massimo D'Alema e la super provvigione da 2 milioni allo studio legale Usa.L’ex pd chiama in causa la Sace nel patto con Medellin. Le mail riservate dell’agenzia assicurativa a Fincantieri.Lo speciale contiene due articoli.Da Italianieuropei (il nome della fondazione dell’ex premier Massimo D’Alema) a Italianinelmondo è un attimo. A quanto pare quando l’ex segretario del Pds nelle sue frequentazioni internazionali incontra connazionali, o meglio ancora corregionali, provenienti come lui dalla Puglia, scatta la ricerca di business a 360 gradi. Non solo navi, sottomarini e aerei militari quindi, come rivelato in esclusiva ieri da questo giornale grazie ad un audio che non lascia dubbi sul coinvolgimento del leader Maximo nell’affare. D’Alema, secondo quanto risulta alla Verità, con i pugliesi nel mondo esplorerebbe ogni tipo di affare possibile. Con l’interfaccia con i colombiani, ad esempio, avrebbe trattato affari sia nel settore dell’energia che in quello delle infrastrutture. E perfino in quello dei radar. Nel primo caso, si tratta di un progetto per il fotovoltaico da 13,2 milioni di euro, da gestire attraverso un fondo, Alleans renewables capital limited con sede a Londra. Fondo che, secondo le nostre fonti, sarebbe molto vicino a D’Alema.Nell’audio della conference call con i partner colombiani è lo stesso ex premier a fare riferimento al progetto: «Allora io adesso riparlo con il fondo, ma il fondo, quello che loro hanno scritto, perché hanno fatto un’offerta, il fondo ha già fatto un’offerta. Se è tutto pronto e se c’è un contratto di vendita dell’energia, queste sono le due condizioni, il fondo pagherà 13,2 milioni di dollari. Lo hanno scritto». Alleans è presieduto da un italiano, Roberto Scognamiglio, quarantanovenne laureato in ingegneria aeronautica, che dal suo profilo Linkedin risulta essere il fondatore, nel 2018, della società londinese. Che in effetti, nel gennaio scorso, ha proposto a un’azienda con sede a Medellin, la Ayc solutions, una partnership da 13,2 milioni, proprio la cifra citata da D’Alema, per un progetto fotovoltaico da 110 mwp denominato «Las Marias». L’affare, che come quello delle navi e degli aerei non si è concretizzato, secondo le nostre fonti avrebbe fatto girare due milioni di provvigioni, che sarebbero transitate attraverso lo stesso studio legale americano che emerge nell’audio sull’affaire delle navi Fincantieri, lo studio Robert Allen di Miami. Nella presentazione ai possibili partner colombiani, Alleans dice di aver un piano di investimenti nel settore di 6 miliardi di euro, da sviluppare entro il 2025, per il quale sarebbe in corso la raccolta di capitali dagli investitori. La proposta arrivata da Londra rivela anche che il gruppo di cui fa parte il fondo è legato da una joint venture industriale con la China national machineries imp. & esp. co, che fa parte del gruppo Genertec, una società statale cinese. L’altro progetto riguardava invece un’infrastruttura portuale, da realizzare con quello che le fonti definiscono uno dei più grandi fondi cinesi, a Barranquilla, in Colombia. Il fondo non sarebbe stato portato da D’Alema, ma i nostri contatti sostengono che si sarebbe offerto di agevolare la buona riuscita dell’operazione. Una versione che trova riscontro in una mail inviata dai partner dell’America Latina all’ex premier nel dicembre scorso. Quello del porto è un progetto da 395 milioni di dollari, articolato, secondo uno studio che abbiamo visionato, in tre fasi, che dovrebbero portare alla costruzione in 5 anni. Un possibile partner cinese era la Cyg sunri co. ltd con sede a Shenzen, che nel 2021 ha presentato una proposta di cooperazione allo sviluppo del porto Magdalena. Su internet la Cyg viene presentata come «un’impresa high-tech di livello statale posseduta da Changyuan group», fondata «da State grid electric power research institute». Tanto stato cinese, insomma. I radar invece sarebbero stati destinati ad un altro Paese sudamericano, sia per uso civile che militare. Ma gli Italianinelmondo che avrebbero prospettato l’affare ne evidenziano anche la difficoltà di realizzazione, sottolineando che, dopo la fase di interlocuzione iniziale, a comprare armi e tecnologie militari, sono sempre i governi. Che non si accontentano di trattare con un semplice mediatore, senza garanzie di alto livello.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalema-energia-porti-radar-business-2656821200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-proposta-blindata-abbiamo-la-garanzia-dello-stato-italiano" data-post-id="2656821200" data-published-at="1646176594" data-use-pagination="False"> La proposta blindata. «Abbiamo la garanzia dello Stato italiano» Durante la trattativa per far vendere da Leonardo e da Fincantieri alle forze armate colombiane 24 aerei da guerra, quattro fregate Fcx 30 e due sottomarini, Massimo D’Alema, come risulta da un audio che La Verità ha ascoltato, tira fuori tutto il suo armamentario persuasivo. E inanellando, una dietro l’altra, garanzie su garanzie, coinvolge anche un’altra importante società pubblica: «Allora, vorrei aggiungere altre due cose. Noi siamo pronti, la parte italiana è quasi pronta. E non appena saranno firmati gli ultimi contratti tra Robert Allen e le società italiane saremo perfettamente pronti. Penso che in 15 giorni noi saremo pronti. Abbiamo preparato le offerte, e abbiamo ottenuto, come dire, la copertura assicurativa per il piano finanziario. Che prevede il pagamento del 15 per cento da parte della Colombia e il resto viene pagato da un consorzio di banche, con la garanzia dello Stato italiano. La Colombia, ovviamente, deve riconoscere questo debito e offrire anche la garanzia sovrana della Colombia». E chi deve offrire le garanzie? La Sace, letteralmente Servizi assicurativi del commercio estero. È una società controllata al cento per cento da Cassa depositi e prestiti (un’istituzione finanziaria italiana sotto forma di società per azioni, controllata per circa l’82,8 per cento dal ministero dell’Economia, per il 15,9 da diverse fondazioni bancarie e per l’1,3 da altri investitori) e garantisce i rischi di insolvenza delle imprese, trasferendoli sui conti del ministero dell’Economia, dove è istituito il Fondo Sace. Il 3 febbraio scorso, la Sace, rispondendo a Fincantieri, che in una brochure aveva già presentato il prodotto ai colombiani con tanto di foto delle fregate (prospettando di poter «contribuire a fornire finanziamenti molto competitivi al governo» proprio tramite Sace), esplicita di «non vedere l’ora di collaborare a questa transazione». Il documento è a doppia firma: Daniela Cataudella, managing director, e Cristina Morelli, a capo della export finance. L’oggetto del documento è proprio la potenziale fornitura di fregate e sottomarini alla Marina colombiana. Le due manager di Sace nella loro comunicazione, indicata come «privata e confidenziale» e scritta in inglese, ripercorrono le precedenti interlocuzioni per focalizzare la questione d’interesse: «Fincantieri (esportatore italiano) è in trattativa con il ministero della Difesa colombiano (l’acquirente) per un’offerta commerciale; l’acquirente può essere interessato a finanziare parzialmente la fornitura tramite un credito all’esportazione coperto da Sace, con il ministero delle Finanze colombiano che agisce come mutuario o garante dell’operazione». Tutto chiaro. Le garanzie erano disponibili. E con molta probabilità D’Alema, che nella conference call fa esplicito riferimento alla «garanzia dello Stato italiano», ne sarebbe stato a conoscenza. Come probabilmente era a conoscenza dell’offerta commerciale di Fincantieri. Tant’è che nell’audio parla proprio del «pagamento del 15 per cento da parte della Colombia». In uno specchietto illustrativo della brochure di Fincantieri (proprio in uno dei punti in cui si fa riferimento a Sace), coincidenza, è spiegato che «l’acquirente estero si assicura il finanziamento per il pagamento fino all’80-85 per cento del valore contrattuale della merce esportata». Ovvero della fornitura cara a D’Alema.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.