Il gip di Milano, Sara Cipolla, accogliendo la richiesta della Procura, ha disposto l’archiviazione delle inchieste per aiuto al suicidio nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. Cappato si era autodenunciato nel 2022 per aver accompagnato a morire in una clinica di Zurigo una signora veneta di 69 anni, malata terminale di cancro al polmone con metastasi, e un ex giornalista e pubblicitario 82 anni, affetto da una forma grave di Parkinson.
I pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, nel settembre 2023 chiedevano la non punibilità di Cappato perché aveva aiutato a suicidarsi due malati terminali «nel rispetto delle procedure», in quanto rifiutavano trattamenti di sostegno vitale. ll gip, che prima aveva sollevato la questione davanti alla Consulta, ha convenuto e archiviato. In entrambi i casi «il requisito del trattamento di sostegno vitale, nella portata precisata dalla Corte costituzionale, deve dirsi sussistente in quanto medicalmente previsto e prospettato e da entrambi rifiutato in quanto inutile, espressivo di un accanimento terapeutico secondo la scienza medica e da entrambi ritenuto non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione».
La signora Elena A. non accettava di sottoporsi a un nuovo ciclo di chemioterapia, l’ex giornalista Romano N. non voleva iniziare un trattamento di nutrizione-idratazione artificiale tramite Peg, procedura endoscopica che mediante una sonda collega la cavità gastrica all’esterno. Entrambi erano morti in Svizzera, nell’agosto e nel novembre 2022, accompagnati da Coppato.
Filomena Gallo, segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, ha definito la decisione del giudice «un passaggio giuridico decisivo, già chiarito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 135 del 2024 e ribadito con la n. 66 del 2025: non può esserci discriminazione tra chi è già sottoposto a un trattamento e chi, nelle stesse condizioni cliniche, sceglie legittimamente di rifiutarlo». Per l’avvocato Gallo, sarebbe la «conferma che la via indicata dalla Corte è già oggi giuridicamente praticabile: il rifiuto di trattamenti di sostegno vitale, quando siano prescritti dal medico ma non accettati dalla persona malata, non può escludere l’accesso all’area di non punibilità delineata dalla Consulta».
In realtà la Corte, intervenendo sulla questione della depenalizzazione dell’aiuto al suicidio in alcuni casi delimitati e a stringenti condizioni, con l’ultima sentenza del 2025 non allarga le maglie. Non è necessario, conferma, che ai fini dell’accesso al suicidio assistito, «il paziente sia tenuto a iniziare il trattamento», di sostegno vitale, «al solo scopo di poter poi essere aiutato a morire»; però ritiene «essenziale» il carattere «che rivestono i requisiti e le condizioni procedurali per la non punibilità dell’aiuto al suicidio».
I giudici costituzionali hanno ribadito che il suicidio assistito deve avvenire «nell’ambito di una seria assistenza medica», e che deve esserci «la concreta messa a disposizione di un percorso di cure palliative», prima di qualsiasi decisione che il paziente possa prendere. Questo, «anche nella prospettiva di prevenire e ridurre in misura molto rilevante la domanda di suicidio assistito».
L’altra condizione, evidenzia la Consulta, «è quella del necessario coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale, a garanzia di un disinteressato accertamento della sussistenza dei requisiti di liceità dell’accesso alla procedura di suicidio assistito». Inoltre, è necessario il «parere del comitato etico territorialmente competente, funzionale anche alla specifica esigenza di ottenere un parere terzo in relazione alla domanda di accesso al suicidio assistito».
Non può passare dunque il concetto che, «nella perdurante assenza di una legislazione che disciplini la materia» e con la non punibilità dell’aiuto al suicidio, risulti tollerato anzi si incentivi, la trasferta all’estero per porre fine alla propria vita dopo aver rifiutato trattamenti vitali applicati o solo prospettati.
La Corte sottolinea le condizioni per accedere al suicidio assistito: se questo, per un verso, «amplia gli spazi riconosciuti all’autonomia della persona nel decidere liberamente sul proprio destino, crea - al tempo stesso - rischi che l’ordinamento ha il dovere di evitare, in adempimento del dovere di tutela della vita umana che, esso pure, discende dall’art. 2 della Costituzione».
La Consulta mette in guardia, inoltre, sulla possibilità che «in presenza di una legislazione permissiva non accompagnata dalle necessarie garanzie sostanziali e procedimentali, si crei una “pressione sociale indiretta” su altre persone malate o semplicemente anziane e sole», che decidano di togliersi di mezzo invece di avvertire la solidarietà collettiva.
Per questo, la Corte rinnova l’appello al legislatore «affinché dia corso a un adeguato sviluppo delle reti di cure palliative e di una effettiva presa in carico da parte del sistema sanitario e sociosanitario, al fine di evitare un ricorso improprio al suicidio assistito».
Perché vivere in modo umile e rurale fa così paura al sistema? Gianluigi Paragone smonta il caso della famiglia Trevallion, vittima di accanimento della magistratura e l'ipocrisia di una sinistra che celebra la ribellione solo quando è funzionale alla propria agenda.
All'inizio degli anni Settanta scoppiò la moda delle «dune buggy» di vetroresina su base Maggiolino, offerte anche in kit di montaggio. Diversi furono i produttori, da Zodiaco a Puma, che fece anche mini «supercar» su base Alfasud.
L'articolo contiene una gallery fotografica.
Scazzottate e inseguimenti che hanno segnato un’epoca in una generazione (e più). Ed una «dune buggy» rossa e gialla, che Bud Spencer e Terence Hill dovevano riconquistare a suon di risse contro i «cattivi» in «Altrimenti ci arrabbiamo!», pellicola del 1974 che divenne «cult» anche per la colonna sonora degli Oliver Onions dedicata proprio alla «dune buggy».
Quell’auto buffa, un po’fuoristrada e un po’veicolo lunare, fu di moda negli anni Settanta. Una «fuoriserie» alla portata di tutti quelli che guidavano con la fantasia. La moda veniva dalla California, dove nel 1964 il surfista e costruttore di barche Bruce Meyers aveva rivestito un Volkswagen Maggiolino con una carrozzeria in vetroresina da lui disegnata, accorciandone il passo e trasformandolo nella prima «buggy» del mondo.
La vide un giovane Mario Zodiaco, bolognese e figura di spicco del motorismo italiano (fu tra le altre cose tra i fondatori del Motor Show bolognese) e decise di costruirne una tutta su dopo un viaggio in California. Fu pronta nel 1968, costruita con componenti importati dagli Usa e imbullonati in garage. La dune buggy di Zodiaco, con la meccanica Volkswagen e il passo accorciato, fu ammirata così tanto che l’imprenditore bolognese decise di produrla in piccola serie e in kit di montaggio per chi voleva cimentarsi nella metamorfosi di un vecchio Maggiolino. Nasceva così la Auto Zodiaco, pioniere dei produttori delle kit cars italiane. La casa bolognese, che forniva sia kit di montaggio che prodotto finito, ebbe una vita relativamente breve soprattutto a causa dei progetti in movimento del fondatore Mario Zodiaco. Tuttavia fino alla metà degli anni ’70 riuscì a produrre dune buggy e varianti in buon numero. La capostipite era la «Deserter», direttamente derivata dai kit americani. Tra i best seller la «Jumper», caratterizzata dai fianchi bassi. Una particolare special fu la «Damaca». Si trattava di una 4 posti sempre su base Maggiolino, ma dalla linea futuristica e caratterizzata dall’apertura delle porte a «gabbiano» quando chiusa con l’hard top. Creata dal designer americano Tom Tjaarda, aveva una linea sportiva che ricordava le Detomaso «Pantera».
Concorrente di Zodiaco nel mondo delle Kit car italiane fu la Auto Mirage, nata dall’ex socio di Mario Zodiaco (dal quale sarà chiamato in una causa legale sulla proprietà intellettuale dei prodotti), il quale sfruttò il know how dell'ex socio sull’onda del successo delle «dune buggy». Sempre a Bologna produsse fuoriserie su base Volkswagen in kit e assemblate, ma anche una con motore 2,200 Porsche (la rarissima «Moon Buggy» (usata in circuito come mezzo di intervento rapido) e Fiat 500 (la «Pick Wick»). Offriva prodotti a prezzi più concorrenziali di Zodiaco e fu tra le più prolifiche officine di produzione di auto in kit.
In Lombardia furono attive, negli stessi anni, altre aziende dedicate alle trasformazioni di auto di serie in «special». La Greppi di Colico, con tre buggy e un particolare fuoristrada che ricordava la Vw Typ 181 «Pescaccia». Anche la Helvetia, carrozzeria di Rozzano nell’hinterland milanese, lasciò la sua firma negli anni Settanta. Con un kit di trasformazione del Maggiolino in senso ironicamente elegante. L’officina vendeva infatti un kit che poteva trasformare la Volkswagen in una caricatura della Rolls Royce, con tanto di radiatore sormontato dalla Vittoria alata e con cofano posteriore che simulava i bagagliai delle regine inglesi degli anni ’30-’40.
Ma l’azienda più longeva e significativa nel mondo delle kit car italiane è stata sicuramente la romana Puma. Sua era la dune buggy di Bud Spencer e Terence Hill, che il fondatore Adriano Gatto costruì ispirandosi, come Zodiaco, a un modello importato dagli Usa nel 1968. Nel 1973 il primo salto di qualità con la Puma GT, una buggy dalle linee decisamente più aggressive. L’ispirazione sportiva segnerà i successivi modelli Puma, che diventeranno vere e proprie mini supercar di vetroresina in scatola di montaggio. La prima fu la GTV del 1979, sempre su pianale e motore Volkswagen. Dalle linee simili a una Lamborghini, la kit car presentava la caratteristica apertura del gruppo tetto-parabrezza per l’accesso, simile ai bolidi della 24 ore di Le Mans. E in scatola di montaggio Puma presentò la copia in miniatura della Jeep Wrangler, la «Ranch». Nel 1984, quando quasi tutti gli altri produttori di kit car avevano chiuso i battenti, Puma uscì con la GTV-033. La novità era soprattutto il propulsore, che per la prima volta non era più quello del Maggiolino, ma il boxer Alfa Romeo dell’Alfasud 1.2. Le GTV furono prodotte fino al 1993 con le ultime serie che ricordavano molto le Ferrari anni ’90. L’ultimo motore fu il 1.5 litri boxer dell’Alfa «33». Nel frattempo, i requisiti di costruzione e di omologazione erano diventati molto più difficili da rispettare per i piccoli produttori come Puma. Così Gatto decise di chiudere l’azienda per dedicarsi alla costruzione di veloci motoscafi. Sempre in vetroresina, come la prima dune buggy sognata dai ragazzi degli anni ’70.


























