Un’ora di colloquio a Palazzo Chigi per tentare di chiarirsi. Ieri il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, per un confronto franco su quanto avvenuto negli ultimi giorni. Dopo le polemiche con il presidente della Fondazione La Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, circa il padiglione russo maldigerito a via del Collegio Romano, è trapelato che Giuli avrebbe firmato un decreto di revoca per Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del Mic e per Elena Proietti, a capo della segreteria personale del ministro.
Qualcuno lo ha definito, forse esagerando, «un terremoto». Sicuramente si può dire che al Mic in queste ultime due settimane c’è stato grande fermento. Nelle ricostruzioni, tuttavia, c’è qualcosa che non torna. Merlino viene definito «l’uomo di fiducia di Fazzolari», si sostiene quindi che il ministro firmando la sua revoca avrebbe voluto colpire il sottosegretario di Palazzo Chigi, considerato la mente di questo esecutivo. Eppure, fino al giorno prima, a fare da sponda a Giuli nella battaglia contro il padiglione russo alla Biennale c’era proprio Fazzolari, che con ben due note a stretto giro ha spalleggiato la posizione del numero uno del Mic ribadendo, come già fatto dal premier Meloni, che la linea di Giuli fosse la stessa del governo. Quindi perché attaccare l’uomo di governo che ha legittimato la tua posizione? E se anche fosse lui l’obiettivo, perché proprio ora? Non avrebbe avuto molto senso. Merlino oltretutto non è un politico, si fa fatica a considerarlo «l’uomo di Fazzolari». Il capo della segreteria tecnica viene nominato al Mic in quanto tecnico per la sua professionalità e competenza perché si è sempre occupato di cultura nella sua ricca carriera che, di certo, non comincia a via del Collegio romano nel 2022. Un tecnico quindi, probabilmente maldigerito da Giuli così come la Proietti per dinamiche squisitamente interne al Mic. Certo è che le motivazioni addotte nei retroscena non trovano motivo di esistere e hanno più l’aria di deboli scuse per legittimare la revoca degli incarichi. Revoche che forse Giuli avrebbe voluto firmare ben prima, dal giorno del suo ingresso al Mic, e non per incapacità dei due stimati dirigenti, ma per criticabili equilibri di potere. Tradotto: Giuli si è trovato due tecnici di alto profilo che avevano il difetto di non esser stati scelti da lui.
Tra i palazzi si vocifera che questi due nomi non fossero gli unici della lista nera del ministro. Alcune fonti parlano di altri due dirigenti «morti che camminano» e che soprattutto sanno di esserlo. Voci non confermate naturalmente e che si sono magicamente sopite dopo il colloquio con il presidente Meloni.
Un colloquio che, secondo le fonti di Palazzo Chigi, è servito a «confermare e a ribadire la piena sintonia all’interno dell’azione di governo». Chigi nega anche le «presunte divergenze di opinione tra il ministro Giuli, il presidente del Consiglio e altri esponenti del governo, ricostruzioni prive di fondamento. Da parte del presidente del Consiglio è stata ribadita la piena volontà di sostenere l’azione di un ministero centrale per l’Italia. È emersa, anche sul piano formale, la solidità di un rapporto cordiale e proficuo tra il capo del governo e il ministro Giuli, relegando le polemiche emerse nelle ultime settimane alla normale dialettica politica, in un contesto reso particolarmente complesso dall’attuale scenario internazionale». Insomma traspare un confronto cordiale e disteso che più verosimilmente è stato invece più franco e chiarificatorio. L’impressione è che si siano messe le cose in chiaro: «Testa bassa e lavorare», come si ripete da settimane nelle stanze di Palazzo Chigi.
Uscito da Palazzo Chigi, Giuli avrebbe dovuto proseguire i suoi impegni come da programma: ha fatto rientro nella sede del ministero e oggi si sarebbe dovuto recare alla riunione dei ministri della Cultura a Bruxelles. Appuntamento che però salterà. Il che consente alle opposizioni di tornare all’attacco del governo. A cominciare da Piero De Luca (Pd): «L’Italia non verrà rappresentata, qualcosa si è incrinato per la Biennale nei rapporti con l’Ue. Giuli non ha più l’agibilità politica». Mentre il collega di partito Walter Verini torna a criticare le epurazioni: «Non è un normale avvicendamento di persone che hanno rapporti fiduciari. È una guerra di potere che riguarda Fratelli d’Italia come epicentro, ma che riguarda questa destra».
I capigruppo del Movimento 5 stelle in commissione Cultura al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Antonio Caso, si chiedono cosa si siano detti per più di un’ora Giuli e Meloni a Palazzo Chigi. Mentre il leader di Azione, Carlo Calenda, allarga il perimetro commentando così: «Salvini polemizza con Tajani, Giuli e anche Meloni. O esiste un problema Salvini per il governo o c’è un problema del governo nel suo complesso. Decidete».
Dal referendum sulla giustizia in poi sembra quasi che il centrodestra le stia provando tutte per farsi del male. Non passa giorno, infatti, che la maggioranza non si inventi qualche guaio e quando non le riesce di farlo ci sono alcuni suoi esponenti che si prendono la briga di accreditare una futura sconfitta.
Lasciamo perdere il repulisti dopo la batosta del 23 marzo: l’uscita di alcuni esponenti di governo che rischiavano di mettere in serio imbarazzo Palazzo Chigi ci poteva anche stare, ma a patto poi che si serrassero i ranghi e si procedesse compatti verso il resto della legislatura. E invece no, dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e di Daniela Santanchè, la compagine di centrodestra sembra faticare a ritrovare unità, senza riuscire a spazzare via le polemiche e, soprattutto, quel clima da fine mandato che aleggia sulla Capitale.
Prima c’è stata la sostituzione dei capigruppo di Forza Italia, manovra che ha dato la stura a una serie di ipotesi sul riposizionamento del partito azzurro, che secondo le chiacchiere di palazzo, alle prossime elezioni farebbe addirittura il tifo per un pareggio, deciso a fare la stampella di un governo di unità nazionale come ai bei tempi di Monti e Draghi. Non sono di grande aiuto neppure i continui distinguo tra la maggioranza e il movimento creato dall’ex generale Roberto Vannacci. Se è vero che Futuro nazionale gode di un pacchetto di voti che oscilla fra il 3 e il 4 per cento, più che prendere le distanze si dovrebbe fare in modo di accorciarle, perché senza quei consensi difficilmente il centrodestra ha possibilità di vincere contro un campo larghissimo che ingloba i democristiani di sinistra e i compagni più estremi.
E non ci sono soltanto le scaramucce fra partiti che in teoria dovrebbero essere alleati. A creare confusione è stata pure la faccenda della Biennale e del padiglione russo. Probabilmente, se non ci fosse stato il battibecco fra il ministro della Cultura e il presidente dell’istituzione veneziana pochi si sarebbero accorti della presenza degli artisti inviati da Mosca. Al contrario, la polemica ha acceso i riflettori sulla questione, facendo un gran favore proprio alla delegazione russa, che sui giornali non ha mai avuto tanta pubblicità, con anche la successiva visita del capo della Lega. C’era proprio bisogno di trasformare un episodio tutto sommato marginale in un affare di Stato, con il coinvolgimento perfino di Bruxelles? Non si poteva risolvere il caso senza strepiti?
Come se non bastasse, poi è arrivata la rimozione del capo della segreteria tecnica e della segretaria personale del ministro Alessandro Giuli. Già nel passato il dicastero di via del Collegio Romano era stato oggetto di polemiche. Prima le dimissioni di Gennaro Sangiuliano in seguito alla liaison con Maria Rosaria Boccia, quindi l’addio del capo di gabinetto per un conflitto d’interessi, poi le critiche per il mancato finanziamento del film su Giulio Regeni a cui sono seguiti la querelle sul padiglione di Putin e, infine, il licenziamento dello staff. Anche in questo caso vengono spontanee alcune domande. C’era proprio bisogno di tutto ciò? Qualcuno ha valutato la sensazione di confusione dell’elettore medio che di queste faccende non sa praticamente nulla?
Potrei continuare con le pretese mosse di Luca Zaia, che generano altra instabilità, e le mancate decisioni che riguardano alcune delle sfide elettorali alle prossime amministrative, ma credo che già basti quanto ho descritto. Non so voi, cari lettori, ma io vorrei evitare che il Paese fosse riconsegnato nelle mani della sinistra e ancor di più vorrei scongiurare nel 2029 l’elezione di un facsimile di Mattarella. Perciò mi incarico di lanciare un appello: caro centrodestra rimboccati le maniche e mettiti tranquillo a lavorare, che al voto manca ancora un anno. E soprattutto, cari onorevoli, toglietevi dalla faccia quell’aria da sconfitti che fa passare la voglia di votarvi. Capisco che le cose siano complicate e che stare all’opposizione sia più facile e comodo che stare al governo. Ma se si aspira ancora a cambiare l’Italia non lo si fa certo quando si è minoranza.
Il copione, secondo la difesa, è sempre lo stesso. Prima arrivano le accuse. Poi parte il clamore mediatico. Infine c’è la verifica degli atti. E, quando si passa dalle suggestioni ai documenti, la ricostruzione crolla. È questa la linea dei legali di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, il professor Emanuele Fisicaro e l’avvocato Antonella Calcaterra, dopo la nuova intervista pubblicata dal Fatto quotidiano a una ex collaboratrice della tenuta di Punta del Este.
Per i difensori, anche questa volta le accuse sarebbero «del tutto inveritiere» e «facilmente smentibili documenti alla mano». Non ci sarebbe un nuovo elemento decisivo, ma l’ennesimo tassello di quella che i legali definiscono una «violenta campagna mediatica», costruita - a loro dire - su circostanze non verificate e destinate a essere contestate nelle sedi giudiziarie. Per questo ora si sta valutando l’azione giudiziaria con la richiesta di 250 milioni di euro contro il quotidiano.
Del resto le prime verifiche ufficiali non avrebbero confermato le ricostruzioni circolate nelle ultime settimane. La Procura generale di Milano, dopo gli approfondimenti avviati anche attraverso l’Interpol, non avrebbe ravvisato, al momento, elementi tali da modificare il parere favorevole già espresso sulla grazia concessa a Nicole Minetti dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le risposte arrivate dall’estero sono ancora parziali, ma finora non avrebbero fatto emergere dati ostativi capaci di ribaltare il quadro.
Al centro della vicenda c’è il tema dell’adozione di bambino malato in Uruguay. La grazia a Minetti è stata messa in relazione, tra gli altri profili, alla situazione familiare e alle condizioni di salute del minore. Per questo gli accertamenti hanno riguardato la regolarità della procedura adottiva, la documentazione sanitaria e il percorso personale dell’ex consigliera regionale dopo la condanna. Secondo la difesa, proprio gli atti prodotti avrebbero già smentito le ricostruzioni più gravi diffuse sull’adozione e sulle condizioni cliniche del bambino.
«Il Fatto quotidiano, invece di prendere atto della realtà, rilancia con nuove accuse che nulla hanno a che vedere con la verità», replicano i legali dopo l’intervista a Graciela Mabel De Los Santos Torres, indicata dal giornale come una donna che avrebbe lavorato per anni nella tenuta di Cipriani in Uruguay come massaggiatrice. La testimone sostiene di essere «la testimone dei festini con le escort a Punta del Este» e afferma che Minetti non avrebbe mai cambiato vita rispetto agli anni italiani. Dice anche di essere pronta a parlare con i magistrati milanesi, a condizione di essere protetta. Le accuse, per ora, restano dichiarazioni giornalistiche. Ed è proprio questo il punto su cui insiste la difesa: una cosa sono gli atti, le verifiche ufficiali, i documenti depositati e le eventuali rogatorie. Tutta un’altra cosa sono le ricostruzioni mediatiche, soprattutto quando non sono ancora entrate in un contraddittorio giudiziario.
Lo stesso criterio vale anche per altri episodi già emersi negli ultimi giorni attorno al nome di Giuseppe Cipriani. Nel 2020 una ex dipendente, Maria Sol Larrea, depositò a New York una causa civile contro Downtown Restaurant Company, Cipriani Usa e Giuseppe Cipriani, lamentando molestie sessuali, ambiente di lavoro ostile, ritorsione e mancata riassegnazione dei turni. Ma quel documento era una causa civile. Non ci fu una sentenza, né una condanna e neppure un accertamento giudiziario. Anche quell’episodio si chiuse senza processo e senza decisione nel merito. Il 30 luglio 2021 la giudice federale Valerie Caproni prese atto che, attraverso una mediazione, era stato raggiunto un accordo su tutte le questioni e dispose la chiusura del caso senza costi o spese legali a carico di una parte nei confronti dell’altra. Non ci fu alcuna ricaduta penale.
La nuova vicenda uruguaiana si muove dunque su un terreno analogo: dichiarazioni, suggestioni e ricostruzioni giornalistiche. Ma il fascicolo milanese riguarda la verifica dei presupposti della grazia.
La Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, sta valutando se procedere con interrogatori all’estero. Potrebbe essere inoltrata una rogatoria in Uruguay e, se necessario, potrebbe essere sentita anche l’ex dipendente indicata dal Fatto. Finora, però, dai primi accertamenti arrivati dall’estero non sarebbero emersi elementi significativi tali da ribaltare il parere favorevole già espresso sulla grazia concessa dal Quirinale. Inoltre i legali della coppia stanno continuando a fornire alla procura generale tutta la documentazione richiesta.
È proprio su questa distinzione che insiste la difesa. Da una parte ci sono documenti, verifiche all’estero, atti già depositati sulla procedura di adozione e sulle cure del bambino. Dall’altra, secondo i legali, una nuova testimonianza che arriva dopo settimane di polemiche e che sarà contestata in giudizio. Fisicaro e Calcaterra parlano di «documentazione indiscutibile» che avrebbe messo a nudo «le innumerevoli falsità» scritte sull’adozione e sulle condizioni cliniche del minore, con un danno definito «incommensurabile» soprattutto per il bambino.















