La Meloni rilancia il nucleare. «In estate la legge delega. E ho un piano anti burocrati»
Un discorso scandito da applausi, una sintonia di vedute e di strategia. L’assemblea di Confindustria è servita a sancire il rinnovato asse tra il premier Giorgia Meloni e gli industriali sulle priorità dell’agenda economica del governo, quali competitività, energia e difesa, sfide del prossimo futuro e visione dell’Unione europea.
Davanti al gotha dell’industria, al presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, e alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il premier ha dato in pasto al mondo produttivo le risposte che questo si aspettava. Una relazione, la sua, in cui rivendica gli obiettivi raggiunti ma che ha quasi la postura di un programma per la prossima legislatura. Ecco quindi l’annuncio di voler «proseguire speditamente sulla strada per il ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative con mini-reattori modulari sicuri e puliti». E la scansione dei tempi: «Entro l’estate sarà approvata la legge delega e poi saranno adottati i decreti attuativi». Si piantano le fondamenta di una vera e propria rivoluzione nella politica energetica nazionale che dovrà essere sviluppata, in modo obbligato, negli anni a venire. «Non ho dubbi sul fatto che la ripresa della produzione nucleare in Italia sia un obiettivo alla nostra portata e può rappresentare una svolta per la nostra competitività» ha detto stentorea. Una strada irrinunciabile come ha dimostrato la crisi energetica scatenata dal blocco dello Stretto di Hormuz, che «sta chiaramente producendo effetti dirompenti sui costi per le famiglie e per le imprese e sulla competitività dei nostri sistemi produttivi». Per questo non è un’eresia parlare di scostamento di bilancio. «Non si tratta di essere autorizzati a fare nuovo debito a livello nazionale ma di allocare al meglio quello che c’è», ha ribadito Meloni.
Gli effetti della crisi in Iran «sono circostanze che sfuggono al controllo degli Stati membri Ue e che giustificano ampiamente l’estensione della flessibilità già concessa per le spese di sicurezza e difesa anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica». Quanto alla difesa, Meloni ha ribadito che, pur essendo consapevole di quanto «il tema sia impopolare», c’è una verità ineluttabile: «Se non ti sai difendere lo pagherai in termini di autonomia. Le spese in difesa sono il prezzo della libertà e io voglio che l’Italia sia una nazione libera».
Energia e difesa dovrebbero essere le priorità anche dell’Europa. Bruxelles però appare sempre più come un burosauro, «un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività e la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici». Il riferimento è alla politica del Green deal, all’approccio «irragionevole alla transizione ecologica» che «ha finito per impoverire i nostri sistemi produttivi, compromettere alcuni settori industriali e consegnarci a nuove dipendenze». Il riferimento è anche al meccanismo dell’Ets (il sistema di scambio delle quote di emissione di CO2), citato esplicitamente dal premier, che lo definisce «una tassa paradossale» che finisce per «creare ulteriori disparità». Un’imposta che andrebbe «sospesa» mentre nella Ue «si continuano a difendere totem ideologici. È la strada giusta se vogliamo consegnarci al declino» avverte il premier e sottolinea che «su questo fronte, il governo intende continuare a dare battaglia».
Ma quello dell’Ets è solo un esempio di come procede Bruxelles, ovvero della «inarrestabile capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune ma miope quando si trattava di far sentire la propria voce nella vita globale». Un’Europa accartocciata su sé stessa, elefantiaca nella capacità decisionale e incapace di esercitare un ruolo sullo scenario internazionale. L’appello di Meloni è per un cambio di passo: «Noi chiediamo che l’Europa faccia meno e lo faccia meglio», perché il rischio è che si trasformi in un mercato per altri Paesi.
Anche l’Italia però ha ancora molta strada da fare per disboscare la giungla della burocrazia. Il premier ha lanciato un’offerta concreta al mondo imprenditoriale: «Avviare subito un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia». Ha spiegato che «quando c’è un servizio che non funziona, se tu vuoi risolvere quel problema, devi interrogare gli utenti». Rivendica i risultati della Zes unica per il Mezzogiorno e conferma la volontà di estendere i relativi meccanismi di semplificazione a tutto il territorio nazionale. Poi rivolgendosi al presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, conferma l’identità di vedute («a volte siamo stati in disaccordo ma siamo un squadra»). «Sono d’accordo che i pacchetti Omnibus attualmente in discussione non sono sufficienti, bisogna fare molto di più per disboscare la giungla normativa che si è stratificata».
In chiusura, Meloni invita il mondo produttivo a condividere «il tempo del coraggio» e delle scelte, richiamando Virgilio con il monito: «Sic itur ad astra», così si sale alle stelle.
Rocco Buttiglione: «Il mondo dice ai giovani che l’amore vero non esiste. È questa la crisi»
In occasione della giornata di studi dedicata a Dietrich von Hildebrand, Rocco Buttiglione riflette su amore, libertà, passioni e personalismo cristiano: «La società liquida si ricostruisce quando due persone imparano a dire “noi”».
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
Gli hanno fatto le scarpe. José Luis Zapatero, il calzolaio della politica più amato dalla sinistra italiana, è tornato sulla Terra dal Parnaso del socialismo per affrontare una volgare faccenda giudiziaria.
Da giorni un’inchiesta sul salvataggio della compagnia aerea Plus Ultra e sui rapporti (fondi neri) con la dittatura madurista del Venezuela svolazzava sulla fronte spaziosa dell’ex premier spagnolo. Ma a fare rumore presso i nostalgici del progressismo salvifico è stata la svolta delle ultime ore: in una perquisizione nel suo ufficio a Madrid, - calle Ferraz, stesso indirizzo del quartier generale socialista - ieri la polizia ha trovato una cassaforte che brillava di luce propria.
L’inventario della Guardia Civil è da gioielleria: orecchini, collane, bracciali, orologi (soprattutto Omega e Longines), accessori di lusso dal valore stimato attorno ai tre milioni di euro. Una collezione da Arsenio Lupin: parure di rubini, smeraldi e zaffiri, anelli di diamanti e una «gargantilla» (girocollo) con 14 rubini di altissima qualità. Davanti a un simile campionario la segretaria ha spiegato che si trattava di «regali di viaggio», poi s’è ricordata che alcuni pezzi erano «eredità della moglie». Tutto sequestrato. Foto sui giornali, El Mundo che titola «Ecco la refurtiva di Zapatero».
Basta poco per tirare giù una statua dal piedistallo e per far dormire male l’esercito di adoratori del passato che comprende il fondatore del Pd Walter Veltroni, colonnelli dem come Dario Franceschini e Nicola Zingaretti, demi-monde culturale di cuori inquieti a stipendio fisso. Per non parlare di Matteo Renzi che (da piccolo diavolo) aveva il poster del leader del Psoe in cameretta. Tutti ammaliati dallo spagnolo dal tocco magico, premier dal 2004 al 2011, inventore del «socialismo ciudadano» (il socialismo della gente). In due mandati massacrò tutti i valori cattolici della società: matrimoni gay, adozioni per coppie gay, fecondazione assistita, apertura all’anagrafe al terzo sesso, depenalizzazione dell’eutanasia, cannabis libera. Con la summa teologica dell’equiparazione dello scimpanzé all’essere umano quanto a diritti fondamentali.
Zapatero ordinava anche di sparare ai migranti nelle enclavi di Ceuta e Melilla, ma questo interessava poco alla sinistra e passò inosservato sui giornaloni. Procurò più eccitazione la sua decisione (in buona parte marketing) di far uscire i partiti dalla tv pubblica spagnola in concomitanza con la chiusura da parte della Rai del programma satirico «Raiot». Così nacque un docufilm tutto italiano e meravigliosamente ideologico, Viva Zapatero!, con la premiata compagnia di giro Sabina Guzzanti, Serena Dandini, Paolo Rossi, Beppe Grillo. Ora il totem è inciampato sul denaro, come altri campioni dalle mani pulite tipo Tony Blair e Gerhard Schröder, che componevano il presepe «democrat». Un comune destino per chi si baloccava a pranzo e a cena con la questione morale (degli altri).
La nemesi potrebbe essere la prima scossa di un terremoto politico destinato a far traballare il già poco stabile governo di Pedro Sánchez. E a portare sospetti fino in Cina, all’ombra del partito, dove arriverebbe una triangolazione fra Madrid e Caracas. L’inchiesta dell’Audiencia National (la procura speciale per i crimini più gravi) si chiama «operazione Tibet», forse per la mole himalaiana del dossier di 4.000 pagine che campeggia nello studio del giudice Josè Luis Calama. Lampi di memoria riportano al suo vecchio collega Baltasar Garzón, l’Antonio Di Pietro spagnolo, impegnato a inseguire per mari e monti Silvio Berlusconi ma anche il re del Marocco.
Contro Zapatero, che ha ricevuto l’avviso di garanzia, l’ipotesi accusatoria è di traffico d’influenze, tangenti, fatture fittizie e riciclaggio di denaro. Le perquisizioni a tappeto hanno riguardato anche gli uffici della società dell’ex premier e l’agenzia di comunicazione delle figlie. Secondo i magistrati, l’imprenditore Julio Martinez arrestato alcuni mesi fa nell’inchiesta su Plus Ultra (la compagnia fu salvata dal crac con 53 milioni di denaro pubblico), avrebbe incassato tangenti e avrebbe fatto da collettore per l’amico Zapatero e per le società famigliari. Il totale sarebbe di 4 milioni incassati in 5 anni. Gli avvocati difensori sostengono che si tratti di proventi da lavoro realmente portato a termine.
C’è un particolare che rimbalza su tutti i media iberici: l’ex premier era pronto a fuggire a Caracas, con un biglietto aereo per Santo Domingo e la tratta fino a destinazione su un volo privato. Un dettaglio malinconico che fa il paio con la sua foto ritoccata dai social mentre indossa orecchini, collane, diademi di provenienza sospetta, come la regina di Saba. Quando scese in politica, nipote di un nonno comunista eroe della Guerra Civile, il calzolaio rosso pronunciò una frase destinata a passare alla storia: «La mia famiglia mi insegnò a essere tollerante, riflessivo e austero». Soprattutto austero.















