Il Tribunale di Napoli
Dalle informative dei carabinieri emerge un sistema di controllo dei colloqui tra legali a margine delle udienze. Ira dei penalisti che hanno già annunciato cinque giorni di sciopero.
Tre avvocati sono stati controllati e fotografati insieme con il fratello di un imputato di camorra e un paio di testimoni. Poi quelle immagini sono finite in un’informativa destinata alla Procura di Napoli, che sta provando a farla acquisire dal Tribunale in un processo di criminalità organizzata. Ma che cosa hanno fatto i legali per subire questo trattamento? L’abboccamento si è svolto in qualche covo segreto? Assolutamente no. L’incontro che ha suscitato l’attenzione degli investigatori è avvenuto in Tribunale, a margine di un processo e i tre difensori erano con il famigliare di un cliente fuori dall’aula dove si teneva l’udienza. Ecco un altro caso di avvocati ascoltati (di uno dei tre è stata depositata un’intercettazione), ma anche seguiti e fotografati.
Venerdì l’Unione delle Camere penali ha indetto «un’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale» di cinque giorni dopo che questo giornale ha pubblicato un’intervista all’avvocato perugino Alessandro Cannavale (ex procuratore di Spoleto). L’ex magistrato ha denunciato la captazione illegittima (perché non autorizzata da un gip) delle conversazioni tra avvocati e clienti nelle sale colloqui del carcere di Perugia.
In contemporanea gli avvocati Raffaele Esposito e Salvatore Pettirossi hanno inviato un esposto all’ordine degli avvocati di Napoli, dopo aver scoperto che la pm Giorgia De Ponte, lo scorso 29 aprile, ha chiesto l’acquisizione da parte della Corte d’Assise di Napoli di un’informativa dei carabinieri di Cisterna di Napoli e di un’intercettazione ambientale (fuori dall’aula del Tribunale) in cui è registrato anche l’avvocato Esposito. Documenti che suscitano non poche perplessità.
Il processo riguarda Salvatore Puzio, presunto esponente del clan Gelsomino di Afragola, accusato di essere il responsabile dell’omicidio di Luigi Mocerino, nell’ambito di un regolamento di conti. A difendere Puzio sono proprio Esposito e Pettirossi.
L’ottantanovenne Esposito non è un legale qualsiasi: è iscritto all’albo d’onore degli avvocati di Napoli e ha seguito i casi giudiziari campani più eclatanti del secolo scorso, dal processo Cutolo a quello Nuvoletta.
Dopo aver preso atto dell’informativa e della trascrizione dell’intercettazione che lo riguardava, il decano ha dichiarato: «In 60 anni di attività forense, non avevo mai visto nulla di simile. È un inedito e gravissimo attacco alla funzione del difensore nell’esercizio del suo magistero difensivo».
Esposito e Pettirossi sono finiti sotto la lente degli investigatori perché la Procura ha accolto un’ipotesi della polizia giudiziaria, che ritiene che i testi della difesa siano stati avvicinati e intimiditi dai familiari dell’imputato e indotti a rendere falsa testimonianza.
Tre di questi, per esempio, avrebbero molto timore di Puzio e si sarebbero incontrati con un terzo legale, Fioravante De Rosa, che era stato il difensore dello stesso Puzio.
Esposito e Pettirossi, nel loro esposto, ricordano che la pm ha avviato «una procedura incidentale volta all’accertamento dell’inquinamento probatorio» e che «tale accertamento finiva per coinvolgere, in maniera del tutto gratuita e infondata, anche l’operato dei difensori di Salvatore Puzio che venivano attinti da illegittimo sospetto».
I denuncianti spiegano nel dettaglio che cosa sia accaduto: «Il pm ha chiesto e ottenuto il provvedimento autorizzativo all’intercettazione nel corso del processo delle conversazioni sia all’interno della tribuna del pubblico che all’esterno dell’aula di udienza del Tribunale di Napoli con rilievi fotografici di noi avvocati, accompagnati da commenti calunniosi e diffamatori che ledono il prestigio, il decoro, e l’etica professionale».
I carabinieri, nel giugno del 2025, hanno video-ripreso alcuni conciliaboli fuori dall’aula e non solo quelli. Per esempio nelle immagini inserite nell’annotazione dell’Arma viene evidenziato l’arrivo in Tribunale di De Rosa con i testimoni Arturo Abimelech e Francesco Canciello e l’incontro del legale con i due colleghi che hanno presentato l’esposto.
De Rosa e Pettirossi sono immortalati mentre «si trattengono a parlare» con Pasquale Puzio, fratello dell’imputato. I carabinieri annotano: «Dopo appena sette secondi dall’incontro, i due legali osservano nelle opposte direzioni, come per controllare se ci fosse qualcuno».
Gli esponenti si domandano «su quale dato oggettivo si fondi il commento» e aggiungono: «Come è possibile che un difensore debba essere offeso nel suo decoro, fotografato, esposto al ludibrio pubblico per il semplice fatto che sta parlando con un altro difensore, colpevole solo di essere stato presente ad alcune udienze del processo?».
I carabinieri evidenziano anche «un gesto con il pollice in su» che Pasquale Puzio avrebbe rivolto a De Rosa «prima di salire le scale per recarsi in tribuna». Anche qui gli investigatori allegano tre foto, compreso l’ingrandimento dell’ok del fratello dell’imputato.
Esposito e Pettirossi sono increduli: «Il pollice in su di Pasquale Puzio, valorizzato in termini di sospetto dalla polizia, a quale alchimia del sospetto appartiene?».
In altri due scatti Esposito è ritratto insieme con i due figli avvocati, Gaetano e Martin.
Gli investigatori commentano così la prima immagine: «Circostanza inconsueta è il fatto che, pochi secondi prima, Canciello, già testimone nel processo, nonché zio di Abimelech, fuoriusciva dall’aula parlando con l’avvocato Esposito», mentre i due figli, a breve distanza, stavano interloquendo con Pasquale Puzio. Nella seconda foto il gruppo è tutto insieme.
I legali protestano di fronte a un simile trattamento: «Sicché l’avvocato Esposito deve essere gravato dal sospetto, dall’ignominia, perché ha parlato, per pochi secondi, con Canciello, tra l’altro già escusso, come testimone, in precedenza?». Le doglianze non sono terminate: «L’avvocato Esposito viene fotografato assieme ai suoi figli, anche essi avvocati; ritratto come un inquinatore di prove per il fatto stesso di essere stato fotografato e in assenza di ogni monosillabo che ne giustifichi almeno il sospetto».
L’intercettazione depositata risale, invece, a novembre, ed è stata captata sempre fuori dall’aula del processo. Pasquale Puzio parla con un testimone, Pietro De Chiara, davanti all’avvocato Esposito: «Devi dire: “Dove io fatico non so dove può sta ...”». De Chiara replica: «Questa è la verità». Dell’avvocato restano impresse nella bobina solo poche parole.
L’esposto rimarca l’inutilità di quel dialogo a fini investigativi: «Le frasi attribuite all’avvocato Esposito sono incomprensibili […]. È possibile ricostruire da quei monosillabi frammentati un contesto lessicale, grammaticale, sintattico, a partire dal quale l’avvocato Esposito abbia potuto, per ipotesi e sempre e solo per ipotesi, suggerire un dato, un fatto, una circostanza, direttamente, indirettamente, per sottintesi?». Ovviamente, per chi scrive, la risposta è no. Viene anche sottolineato che in questo modo «si devasta l’onore di un professionista che ha servito la legge per 60 anni».
Senza contare che il teste De Chiara è stato giudicato irrilevante, tanto che è uno dei pochi nei confronti del quale non si è ritenuto di procedere per falsa testimonianza.
L’Unione delle Camere penali, a quanto risulta alla Verità, discuterà del caso nella prossima riunione di Giunta, prevista per la prossima settimana, e poi diramerà un documento. Intanto si sono già espresse le sezioni locali dell’Ordine degli avvocati e delle Camere penali, con prese di posizione molto dure.
Il segretario napoletano dell’associazione dei penalisti, Maurizio Capozzo, spiega al nostro giornale: «Come avvocati non ci sottraiamo a indagini, né rivendichiamo alcuna immunità, ma è evidente che quanto avvenuto, all’interno di un tribunale, in un’aula dove si sta celebrando un processo, tende a limitare e sindacare pesantemente il diritto di difesa e desta serie preoccupazioni. Tra l’altro quanto registrato anche a Perugia rivela che il nostro non è un caso isolato, ma conferma scenari inquietanti».
Capozzo aggiunge: «Abbiamo ritenuto doveroso, a tutela del diritto di difesa, portare il caso all’attenzione della Procura della Repubblica, della Procura generale, dei presidenti di Tribunale e Corte d’Appello: trasformare l’aula di udienza in un luogo sorvegliato e controllato dalla polizia giudiziaria non è proprio di uno Stato di diritto».
Il segretario manda anche una frecciata agli inquirenti napoletani: «Da tempo abbiamo provato ad avere un’interlocuzione istituzionale con la Procura non solo su questi temi, ma anche su altre problematiche che affliggono la giurisdizione nella nostra città, ma nulla si è mosso».
Il procuratore Nicola Gratteri accetta di replicare alle contestazioni dei penalisti. Prima, però, ci riprende per un servizio che gli abbiamo dedicato proprio ieri: «Stamattina non è stato tanto bello l’articolo che mi avete fatto sulla serie televisiva. Lo so che non vi sono molto simpatico perché ho fatto vincere il No. Però sapete che io prima di dire di votare per il No avevo mandato a dire di lasciar perdere questa riforma che non serviva a niente e avevo suggerito di fare interventi che servano a far durare meno i processi». Dopo essersi tolto questo sassolino dalla scarpa, ci ha inviato la sua risposta all’esposto. Eccola: «Sono state disposte intercettazioni dei testi della lista del pubblico ministero per il reato di cui agli articoli 377 bis - 416 bis del codice penale (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria e associazione di tipo mafioso, ndr). L’attività intercettiva è stata autorizzata dal gip nel corridoio all’esterno dell’aula di udienza e nella tribuna destinata al pubblico.
Alcuni testi hanno effettivamente ritrattato le dichiarazioni rese in indagini per l’omicidio.
Dall’attività di indagine è emerso che alcuni testi del pm intrattenevano conversazioni con difensori, anche prima della loro deposizione.
Nessun difensore è stato pedinato né direttamente intercettato». Nessun arretramento dunque. Sotto il Vesuvio si annunciano fuochi d’artificio.
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
L’Associazione nazionale magistrati fa un comunicato solidale con il legale di Salim El Koudri, non una parola sulle persone che costui ha travolto e ferito. Il diritto alla difesa è ovviamente sacrosanto, ma sembra che tutti si dimentichino del tema sicurezza.
Solidarietà da parte dall’Anm-Associazione nazionale magistrati, della sottosezione di Modena e del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna a Fausto Gianelli - il legale che assiste Salim El Koudri il trentunenne che, sabato scorso, ha investito diversi pedoni in centro a Modena - raggiunto da diversi attacchi sul Web. Non una parola sulle vittime e sulle famiglie della vittime. Non chiedo mica tanto: due parole tra parentesi, un inciso, un «nel rispetto delle vittime e delle loro famiglie». No.
Non una parola, non un ricordo non un istinto di manifesta pietà per chi ha subito e non per chi ha commesso il reato. Ringraziamo la sezione modenese dei magistrati perché ci ricorda che «la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado di ogni processo e qualunque tentativo di delegittimazione o intimidazione della funzione difensiva contrasta con i principi dello Stato di diritto». Non ne avevamo francamente bisogno essendoci sempre battuti per il «giusto processo», ivi compresi i diritti della difesa, anche in tempi nei quali non tutti lo facevano.
E ringraziamo ugualmente il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna che, a seguito degli «attacchi mediatici gravemente denigratori» subiti dal collega ci ricorda che «l’articolo 24 della Costituzione afferma che la difesa è diritto inviolabile di ogni cittadino quale sia il reato che gli viene contestato. È un presidio di di civiltà che non ammette eccezioni». Anche in questo caso, non ne avevamo assolutamente bisogno. Se c’è qualche idiota in giro che attacca la difesa del delinquente che ha commesso i reati si rivolgano a lui o a loro e non ricordino inutilmente a tutti i cittadini modenesi e italiani che la difesa nel processo è un diritto inviolabile. Grazie, ma fin qui ci arrivavamo da soli.
Non so se la difesa si sia impaurita da queste minacce, nel caso ci dispiacerebbe, ma siamo certi che i cittadini italiani sono più intimiditi della difesa da ciò che è accaduto a Modena. E che rappresenta un bruttissimo precedente anche per l’evidente emulazione delle modalità con le quali è stato compiuto questo atto criminale. Non era una scelta ricordare le vittime, accanto ai diritti della difesa, era secondo me un obbligo che avrebbe reso queste dichiarazioni più credibili.
Tutto questo sto scrivendo perché non ci pare che il problema principale consista nell’interrogarsi sugli inalienabili diritti della difesa che nessun essere ragionevole può mettere in dubbio, salvo volere sollevare artatamente un caso per qualche cretino che si è espresso da cretino. Quello che è accaduto a Modena ci interroga su questioni molto più fondamentali che non su un diritto incontestato e incontestabile della difesa. Esso ci interroga, come ampiamente spiegato nell’intervista di ieri rilasciata a Francesco Borgonovo da Claudio Bertolotti, già caposezione contro intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan, e oggi direttore dell’Osservatorio sul radicalismo, nonché dal commento del direttore Belpietro, sul fatto che questo tipo di attentato può riferirsi a singoli con disagi mentali e di altro tipo che trovano nell’islamismo lo sfogo della loro rabbia.
Vedremo cosa il trentunenne Salim El Koudri abbia scritto sui suoi social una volta che essi saranno decrittati. Ad oggi sappiamo che i cristiani sono definiti «merde». E poco ci importa che una volta in carcere abbia chiesto di parlare con un sacerdote e di avere a disposizione la Bibbia. Potrebbe essere una strategia difensiva suggerita e non spontanea. Comunque sia, di questa cosa, possiamo tranquillamente non tenerne conto. Perché, altrimenti, tra un diversivo e una serie di giustificazioni sociali e psichiche, qui finiamo per trascurare l’elemento sicurezza che, in questo caso, è l’elemento centrale, se non l’unico, che può e deve interessarci. Inutile e dannoso perdersi in questioni totalmente marginali e scontate.
Il reato, anzi i reati commessi sono stati evidentemente pianificati con molta precisione: strada trafficata e auto a tutta velocità. Poi, a peggiorare di molto il quadro di ciò che è successo, c’è di mezzo il masso dell’emulazione di atti che ci ricordano attentati terroristici come quelli in Francia in Germania. Non si tratta della stessa cosa, ovviamente, anche per il numero delle vittime, per fortuna, ma si tratta di modalità che nessuno può non riconoscere come imitazione di quelle. E quelle erano di matrice islamica. Qualcuno lo può contestare? Qualcuno può far finta di niente? È un caso? Si tratta di una coincidenza fortuita? Vedremo.
Intanto sappiamo che questo signore ha cancellato tutto quello che era possibile dal suo computer. Evidentemente non cancella chi non ha scritto cose che da un giorno all’altro possano diventare capi di imputazione. Che da un giorno all’altro possono trasformarsi da semplici opinioni o insulti a prove di una connessione tra ciò che si è fatto e il fanatismo di matrice islamica.
Non lo vogliamo chiamare terrorismo? Bene, basta e avanza chiamarlo fanatismo: come si dice in Toscana, «se non è zuppa, è pan bagnato». In questo Paese tra zuppe e pan bagnati ne abbiamo piene le scatole. Soprattutto quando queste zuppe costringono all’amputazione di due gambe o anche di una sola e a persone ridotte male in un letto di ospedale o a casa propria, avendo rischiato la vita per questa zuppa impazzita in giro per la città di Modena.
Continua a leggereRiduci
iStock
La genialata di 5 stelle e Pd ha scassato i conti pubblici: ci sono frodi alle casse dello Stato nel 33% delle domande presentate. Questi fondi sarebbero stati un «tesoro» da usare per tagliare le accise sui carburanti. Invece avremo il gasolio sopra i 2 euro.
Da domani gli automobilisti che intendono fare il pieno avranno una sgradita sorpresa. Nonostante le misure adottate dal governo per contenere il rincaro dei prezzi dei carburanti, il gasolio tornerà sopra i 2 euro al litro. Purtroppo, la guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno conseguenze immediate per chi usa l’auto. Ancora di più ne avranno sull’inflazione, dato che i beni di largo consumo, come i generi alimentari e la maggior parte di quelli che si trovano nei supermercati, viaggiano su gomma e, dunque, ogni rincaro alla pompa si riflette sui prodotti in vendita sugli scaffali.
Per evitare il peggio, l’esecutivo ha messo in campo un taglio alle accise, ma il provvedimento costa caro alle casse dello Stato e per non incorrere nelle ire di Bruxelles - e soprattutto nelle sanzioni Ue - è limitato nel tempo. Tuttavia, alla notizia del rincaro del prezzo del gasolio, se ne aggiunge un’altra ancor meno piacevole. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, intervenendo al Festival dell’economia di Trento, ha spiegato che nell’ultimo anno il grado di infedeltà delle domande di Superbonus è arrivato al 33%. In pratica, una domanda su tre cela una frode ai danni dello Stato. Come capirete, si tratta di una percentuale enorme che, tradotta in valore assoluto, credo rappresenti una cifra di parecchi miliardi.
Ernesto Maria Ruffini, il predecessore dell’attuale capo della riscossione, prima di dimettersi per provare a rifondare la Dc per poi offrirla in matrimonio al Pd, stimò che le truffe sfiorassero la somma record di 20 miliardi. È vero che su una spesa di 174 miliardi (tale è l’ultimo calcolo del ministero dell’Economia e delle finanze) si parla di una percentuale di poco sopra al 10%, ma è altrettanto vero che la cifra equivale, più o meno, a una finanziaria, con l’aggravante che quello non è, come in ogni manovra di bilancio, il conto di decine se non centinaia di interventi. No, in questo caso la cifra di 20 miliardi rappresenta un’uscita che non ha paragoni perché, nella storia della Repubblica, non ci sono spese simili per un unico capitolo e per pochi beneficiari. Pensate quanti interventi a sostegno di automobilisti e trasportatori sarebbero stati possibili se non fossero stati regalati a poche migliaia di famiglie tutti quei soldi. Soprattutto, la spesa folle del Superbonus ha premiato non solo proprietari di casa ma anche di ville superlussose e castelli.
Cioè, invece di avere a disposizione un «tesoro» (non lo chiamo con il diminutivo con cui di solito si definiscono questi fondi per la semplice ragione che non si tratta di pochi miliardi), lo Stato è costretto pure a dare la caccia ai truffatori e a non poter agire fuori dalla procedura di infrazione europea, perché in bilancio mancano proprio i soldi che il governo Conte bis ha regalato a una minoranza di privilegiati. Ovviamente, è inutile piangere sul latte versato. La maggioranza giallorossa composta da 5 stelle e Pd ha scavato una voragine nei conti dello Stato. Ma una cosa, forse, è necessario dirla o, meglio, saperla. Visto che ormai siamo in campagna elettorale e sia destra sia sinistra guardano alle elezioni del 2027, quando si dovrà votare per la prossima legislatura, credo sia opportuno chiedere un impegno alle forze politiche, ovvero la promessa che non ci saranno mai più né Superbonus né reddito di cittadinanza. Almeno sarà chiaro a tutti se chi si candida per governare ha intenzione di scassare un’altra volta i conti dello Stato.
Continua a leggereRiduci















