L'indagine dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro su 300 lavoratori del food delivery, molti dei quali studenti universitari in stato di necessità economica. Pagati la metà di quanto previsto dal Ccnl e senza previdenza, rischiavano sulle strade per consegnare il più possibile.
Un sistema di sfruttamento organizzato nel settore del food delivery è stato scoperto a Messina al termine di un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica e condotta dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro (NIL) di Messina, con il supporto del Nucleo Operativo del Gruppo per la Tutela del Lavoro di Palermo.
Al termine delle investigazioni è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti dell’amministratore unico e di tre collaboratori di una società messinese operante nel settore delle consegne a domicilio. Gli indagati devono rispondere del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, aggravato dal numero dei lavoratori coinvolti, oltre che di diverse violazioni della normativa in materia di sicurezza sul lavoro e della responsabilità amministrativa degli enti.
Secondo quanto emerso dalle indagini, la società avrebbe organizzato un sistema che traeva profitto dallo stato di bisogno di numerosi giovani del territorio, in particolare studenti universitari. I rider, costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare le consegne, venivano pagati con compensi molto inferiori ai minimi previsti dal contratto collettivo nazionale del settore trasporti e logistica, con paghe a cottimo comprese tra 2,40 e 2,99 euro per consegna.
Gli investigatori parlano di un vero e proprio «caporalato digitale». La gestione dei rider avveniva infatti attraverso una piattaforma informatica proprietaria che assegnava gli ordini e monitorava le prestazioni dei lavoratori. A questo sistema si affiancava l’uso di chat WhatsApp tramite le quali i responsabili impartivano istruzioni operative e controllavano costantemente l’attività dei fattorini in bici.
Per evitare tempi di inattività tra una consegna e l’altra, i rider erano obbligati a comunicare la propria disponibilità inviando la parola «libero» sull'applicazione e aggiornandola con frequenza costante. I responsabili aziendali monitoravano l’esecuzione delle consegne e, in caso di ritardi, intervenivano telefonicamente imponendo ritmi di lavoro più serrati. I lavoratori, di fatto, non avevano la possibilità di rifiutare un ordine: eventuali rifiuti dovevano essere giustificati e potevano comportare richiami o l’esclusione dalle successive assegnazioni.
Nel corso degli accertamenti sono emerse anche gravi carenze sul fronte della sicurezza sul lavoro. I rider non avrebbero ricevuto una formazione adeguata sui rischi connessi all’attività né sarebbero stati sottoposti alle previste visite mediche. Per queste violazioni i Carabinieri del NIL hanno irrogato sanzioni amministrative per oltre 66 mila euro.
Parallelamente sono state avviate le procedure per il recupero di contributi previdenziali e assistenziali non versati per circa 696 mila euro. Secondo gli investigatori, la società monitorava costantemente i compensi percepiti da circa 300 rider, evitando che superassero la soglia annua dei 5.000 euro, limite che consente di mantenere formalmente il regime della prestazione occasionale ed evitare il versamento dei contributi.
Le indagini hanno inoltre accertato che, dopo aver appreso dell’esistenza delle investigazioni, gli indagati avrebbero tentato di cancellare dati dal database aziendale e di modificare alcuni documenti interni nel tentativo di occultare le prove e ridurre gli importi registrati.
La società, attualmente in fase di liquidazione, è stata diffidata alla regolarizzazione dei rapporti di lavoro e all’adozione di modelli organizzativi idonei a prevenire nuovi episodi di sfruttamento.
L’operazione si inserisce in una più ampia strategia nazionale di contrasto al cosiddetto caporalato digitale, avviata dal Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro per vigilare sulle condizioni di lavoro nel settore della gig economy. Le indagini hanno inoltre evidenziato differenze tra le modalità di sfruttamento riscontrate nel Nord Italia, dove il controllo dei rider avviene attraverso piattaforme tecnologiche particolarmente avanzate, e quelle emerse a Messina, dove il coordinamento dei lavoratori avveniva anche tramite strumenti più semplici, come le chat su WhatsApp.





