Cochi Ponzoni, ha partecipato a Sanremo 2026, interpretando E la vita, rivisitata, con Paolo Rossi, Paolo Jannacci, J-Ax, nel gruppo denominato J-Ax Ligera County Fam.
«L’idea è nata da J-Ax che voleva mescolare il suo linguaggio, un po’ di rapper e e un po’ di cantante particolare, con una canzone tradizionale ad impronta cabarettistica evocante il mondo della Milano degli anni Settanta e del dopoguerra per cui il gruppo, questa ligera, rappresenta un po’ quella situazione milanese di personaggi folkloristici della malavita romantica del dopoguerra».
Un mondo che non esiste più…
«Era un mondo che da ragazzo ho frequentato col mio amico Renato (Pozzetto, ndr.) perché girando per le osterie degli anni Cinquanta inevitabilmente ti incontravi con quelle persone che avevano anche un lato artistico».
Nel 1972 Danilo Montaldi scrisse Autobiografie della leggera. Emarginati, balordi, ribelli si raccontavano…
«C’erano persone che vivevano di espedienti ma senza sparare a nessuno. C’era anche chi rubava i Tir. Molta auto-ironia. Elia, un nostro amico, sognava di rubare un Tir di lamette da barba. Ma non si sapeva quel che c’era nei Tir. Una volta rubò un camion di camomilla e non sapevano più a chi darla».
Tornando all’Ariston. J-Ax nell’incipit di E la vita scandisce: «C’è chi piange davanti a milioni di follower / che chi soffre davvero ma davanti agli altri sorride / C’è chi avrebbe solo bisogno di coccole ma nessuno gliele fa / E allora prende / Prende un fucile…». Sintesi efficace dell’oggi.
«Questo mondo elettronico che ci ha invaso ha ridotto moltissimo i rapporti interpersonali umani, non ci si guarda più negli occhi, si guarda il telefono, e più che telefonare ci si manda messaggi. È diventato tutto un po’ artefatto, disumano. Alla fine dei conti quello di cui abbiamo bisogno, perché siamo ancora esseri umani con il sangue nelle vene, è stabilire contatti umani».
Un’altra new entry: «C’è di dice che è tutto truccato / Chi fa la cover del pezzo impegnato / Chi invece spinoso c’è nato / e canta Cochi e Renato»… Critica a uno scadimento della discografia?
«A parte il periodo d’oro in cui c’erano i cantautori come Jannacci, Paoli, Lauzi, Tenco, De André c’è stata un po’ di caduta nelle proposte musicali, eccetto casi particolari. Non c’è più questo passato importante, canzoni con significato sociale e con un’aura poetica, se non in qualche caso».
Poi lei e Paolo Rossi partite con una strofa classica: «A chi sbaglia a fare le strissie / A chi invece avvelena le bissie / [...] E la vita l’e bela, l’e bela / basta avere l’umbrela, l’umbrela». C’era un’ironica critica sociale?
«Sì, effettivamente c’era. Innanzitutto è stata la prima canzone apparsa con dei video. Ogni strofa aveva un’immagine filmata. “C’è chi un giorno ha fatto furore”, io Mussolini, Renato in divisa da Ss. E i bambini con la manina ci facevano “ma cosa volete ancora?”. Quella canzone ebbe molto successo a nostra insaputa, non pensavamo proprio, era la sigla di chiusura di Canzonissima 1974».
Quando la cantavate in tv Aleotti aveva due anni.
«Sì, però le riproposte anche televisive, l’avevano affascinato. Con J-Ax siamo stati anche vicini di casa, ci incontravamo. Probabilmente nella nostra conoscenza umana, nata per caso, gli è venuto in mente di riproporre la canzone».
Nel 1972, con Renato, cantaste un altro pezzo celebre, la Canzone intelligente. «Cosa ci vuole, si sa, per far successo tra la gente...».
«Era una satira di quelli che volevano buttarsi nel cantautorato pensando di fare i soldi ma senza averne il talento».
Cos’è la vita, del 1976, autori Enzo Jannacci e Massimo Boldi…
«Jannacci ci ha chiesto di cantarla qualche volta ma non era farina del nostro sacco».
«Cos’è la vita (senza i dané) / ma allora è vita (senza i dané) / non è più vita (senza i dané) / questo è proprio il limite». Verso filosofico perfetto.
«Secondo me il testo di Enzo riguardava proprio l’impossibilità della felicità al 100%. Anche quando hai fatto i soldi… C’è sempre qualcosa che ti manca».
Il reduce, canzone sulla guerra del ’15-’18. Autori: lei, Pozzetto e Jannacci. «“Avanti Savoia”, non si muove nessuno, “ci vado io” / quel pirla di un Silvio, / salta su come un matto dalla trincea… / pra ta ta ta ta / una mitragliata l’ha spaccato in due, puttana Eva / ma porca di una puttana, / salta su come un matto nella trincea».
«Era un monologo che faceva Renato, contro la guerra. L’abbiamo fatta insieme. Facevamo queste cose soprattutto in cabaret».
Il poeta e il contadino, trasmissione che vi rese celebri. Autori: lei, Jannacci, Pozzetto, Peregrini e Clericetti.
«Peregrini e Clericetti, funzionari Rai, erano i nostri supervisori, sapendo che in Rai eravamo un po’ pericolosi, scatenati. Ci tenevano un po’ a freno. Però tutta farina del nostro sacco».
Lei faceva un borghese ricco e viziato, Pozzetto uno del «popolo». Battute indimenticabili: Pozzetto: «Profumo?». Lei: «No, insetticida». Pozzetto: «Francese?». Lei: «No, elvetico». Pozzetto: «Si sente che sa di orologio». La dialettica tra le classi sociali come parodia. Gianni Agnelli vi amava. Audience altissima.
«Trenta milioni di persone. Avevamo un background importante. Da ragazzi frequentavamo Lucio Fontana, Piero Manzoni, Dino Buzzati, Luciano Bianciardi, Dario Fo… Lucio Fontana era un nostro fan e ci diceva sempre che ci voleva mandare a Sanremo».
Quel tipo di satira a confronto con la tv di oggi?
«Al giorno d’oggi c’è una proposta enorme di giovani che vogliono fare i comici in un sacco di trasmissioni come Zelig. Diciamo che il linguaggio si è un po’ abbassato a un livello un po’ più terra terra. Niente in contrario a una comicità popolare ma molte volte si arriva a una comicità da “bar dello sport”. Un po’ dozzinale».
Aurelio, nel 1976 ha recitato nel film Cuore di cane di Lattuada, accanto a Max von Sydow.
«Siamo diventati molto amici. Pensi che io, quando l’ho incontrato, gli ho detto - siccome andavo ai cineforum - “ti ho visto nei film di Bergman”, Il settimo sigillo eccetera, dei quali lui era protagonista. Quando me lo sono visto davanti, alto 2 metri, gli ho detto “sono commosso e anche preoccupato, davanti a un monumento come te…”. Mi ha insegnato moltissimo. Ci siamo frequentati molto nel privato».
Interpretava queste parti di uomo oscuro, tormentato, a volte cinico killer. Com’era invece?
«Una persona dolcissima. Gran professionista. Le sarte del film erano innamorate di lui perché, dopo le riprese, ripiegava tutti i costumi e li metteva in ordine».
L’inquilino, canzone del ’76, autori lei, Jannacci, Pozzetto. «Pu-puli-puli-pu fa il tacchino, / qua qua qua fa l’ochetta [...]». Aggiornamento: «Se cade lì lo stadio di San Siro / ormai svenduto a qualche emiro / a la mattina el leve su / ciapa el terzo anello se lo pica in del cü…». Che ne pensa della vicenda di San Siro?
«Per me è un monumento che deve rimanere così com’è, non devono demolirlo, a parte che lo trovo bellissimo e poi ha una storia, era il teatro del grande Meazza. Ci feci uno spettacolo su un episodio raccontato da Gianni Brera, divertentissimo. Una domenica Meazza, grande tombeur de femmes, era all’hotel Principe di Savoia a letto con due signore. Lo aspettavano allo stadio per la partita, alle 3 del pomeriggio. L’allenatore: “Se te fe minga un gol te ciapi e pezade nel cü”. Entrò in campo fece subito un gol».
Ruggeri è interista, Rossi pure. Lei?
«Mai stato fanatico del calcio. Ma io sono milanista perché da bambino, nel mio pianerottolo, abitava un giocatore del Milan, si chiamava Antonini (Giuseppe Antonini, , ndr.). Un giorno del 1948, uscì di casa, io stavo andando a scuola. “Vieni Cochi, che ti faccio un regalo”. Mi regalò una spilletta del Milan smaltata d’oro»
E Renato Pozzetto?
«Anche lui milanista. E anche Jannacci. Eravamo tutti milanisti».


