Scavando nelle centinaia di pagine dello stato di previsione del ministero dell’Economia, è emerso che gli interessi sui prestiti del Pnrr ricevuti dall’Italia (circa 81 miliardi sui 123 ottenibili) frazionati nelle otto rate finora incassate, ammontano per il 2026 a 2,85 miliardi. Per poi salire a 3,4 miliardi nel 2027 e nel 2028 e cominciare poi a scendere molto lentamente in relazione al piano di rimborso.
Si aprono così due fronti di analisi: quello della convenienza economica di tale operazione e quello dell’opportunità politica. Ed è difficile individuare quale dei due fronti sia stato più penalizzante per l’Italia.
Sotto il primo aspetto, abbiamo ricevuto la conferma che siamo completamente alla mercé delle scelte di emissione (quanto a tipologia di strumenti finanziari e loro scadenze) della Commissione, che poi presenta il conto degli interessi agli Stati membri, non senza caricarli di un «piccolo» contributo spese (nel 2026 3,5 milioni) per l’attività di intermediazione.
E quindi il Mef - ogni sei mesi - deve adeguare le proprie previsioni di spesa per interessi su quei prestiti che, includendo anche altri strumenti come il Sure, oggi concorrono per 123 miliardi al debito pubblico complessivo di 3.095 miliardi.
Stronchiamo subito sul nascere un’obiezione: se l’Italia si fosse indebitata autonomamente sui mercati avrebbe pagato tassi più alti. Obiezione respinta, perché avremmo dovuto e potuto indebitarci a lungo termine, evitando i successivi rialzi. Invece abbiamo rinunciato ad essere autonomi nella scelta delle scadenze e della strategia di indebitamento e abbiamo soltanto subìto le scelte della Commissione che ha incredibilmente emesso titoli anche su scadenze molto brevi, rinnovandoli ripetutamente a scadenza.
Nel 2020 il rendimento medio all’emissione del Btp decennale e trentennale è stato pari rispettivamente a 1,28% e 2,31%. Chi e cosa avrebbe impedito al Mef di emettere titoli su tali scadenze, peraltro per importi del tutto compatibili con le normali emissioni medie mensili, ed evitare così l’impatto del rialzo dei tassi partito nell’estate 2022? Invece per noi ha deciso la Commissione, e ora ci ritroviamo a pagare il conto a piè di lista, che speriamo si sia fermato sui livelli da ultimo previsti dal Mef.
In qualsiasi azienda, il direttore finanziario autore di un simile errore di strategia e pianificazione sarebbe stato già accompagnato alla porta. In materia di finanza pubblica, la Corte dei Conti dovrebbe aprire una riflessione su come l’Italia sia stata espropriata della facoltà di accesso autonomo ai mercati finanziari, subendo in toto gli effetti di una strategia di rischio di tasso, rivelatasi fallimentare, arbitrariamente scelta dalla Commissione per tutti i malcapitati debitori.
Inoltre, gli effetti nefasti di tale scelta non si fermano ai prestiti. Perché anche il debito contratto dalla Ue per erogare i sussidi (finora l’Italia ha incassato quasi tutti i 71 miliardi previsti) sta generando interessi passivi di gran lunga superiori alle previsioni e si è resa necessaria una revisione del bilancio Ue 2021-2027 per tenere conto di questo aumento. Ancora meno gestibile è la situazione sul successivo periodo 2028-2034, per il quale si prevedono pagamenti annuali per 25-30 miliardi tra interessi, da coprire con tagli di altre spese o maggiori contributi degli Stati membri.
E veniamo quindi ai danni sul piano dell’opportunità politica. Con il Pnrr si è concretizzato un vero esproprio della politica di bilancio del nostro Paese, le cui direttrici di spesa sono state decise a Bruxelles ma con costi comunque a carico del contribuente italiano. Dopo la perdita di sovranità monetaria, una consistente erosione della sovranità di bilancio. E non ci si venga a proporre la foglia di fico del Pnrr comunque scritto da noi; perché il regolamento Ue poneva tali e tanti paletti (percentuali minime su transizione green e digitale, aree di intervento, obiettivi) che l’autonomia riservata all’Italia è stata la stessa di chi sceglie solo il colore della tappezzeria in occasione di una totale ristrutturazione della casa. Con l’aggravante che il nostro Paese, per ristrutturare la casa come deciso a Bruxelles, ha compresso altre decisioni di spesa, che sarebbero magari state più allineate con l’interesse nazionale, come ad esempio un più massiccio intervento di alleggerimento sul Fisco.
La pericolosità di tale manovra è stata ben evidenziata dalla Corte Costituzionale tedesca nel dicembre 2022, quando ha definito limiti molto stringenti per accettare il Next Generation Eu. Esso è compatibile con la Legge fondamentale solo perché eccezionale, temporaneo e, soprattutto, deve rispettare la responsabilità di bilancio del Bundestag che non può trasferire sovranità fiscale senza un adeguato controllo democratico.
Noi invece ci siamo ridotti ad approvare una lista della spesa quasi preconfezionata, dagli effetti molto limitati se non nulli sulla crescita, assumendoci la responsabilità del debito e, dulcis in fundo, subendo in pieno anche le scelte in tema di rischio tasso. Tanto a Bruxelles sapevano che non c’era bisogno di ingegnarsi tanto: comunque avremmo pagato noi.